Sunday, 28 February 2010

Come in un manga

Una panchina in un minuscolo parco ricavato in una piazzuola illuminato dalla luna piena che fa capolino da un sottile velo di nuvole e dai neon biancastri dei lampioni a palla. Dietro di noi, appollaiati sullo schienale della suddetta panchina, un grande olmo con i rami contorti e adunchi che si protendono verso il cielo a ghermire la luna, illuminati dal basso da uno dei lampioni; davanti, un pruno con timidi boccioli ad ogni gemma, ed un altro, i cui rami più alti, stagliati contro il cielo, sono già fioriti. Il tutto racchiuso in una cornice di palazzi in Stile Liberty leggermente sciupati dagli anni.
Sembra una location tirata fuori direttamente da un anime, magari un shōjo come Miracle Girls, che sto guardando proprio in questo periodo, e invece è una piazzola che collega via Giulia col viale XX Settembre a Trieste, in una zona non propriamente elegante.
È stato mentre io e la Fra parlavamo di vita, morte e miracoli dei nostri affetti passati e presenti che ho improvvisamente realizzato che era quanto sopra a farci da cornice. Più di un’ora su quella panchina a chiacchierare del nostro mondo interiore, delle situazioni che sono come sono, della mia tendenza all’anaffettività conosciuta anche come Piccola Era Glaciale (ovvero il mio personale Anno Senza Estate, alias Twenty And Froze To Death, per ricalcare un bellissimo soprannome affibbiato al 1816), delle gelosie e degli orgogli feriti e quant’altro.
Risultato? Mi metto troppi problemi, su cose che peraltro non posso prevedere a distanza di tempo e spazio. Oh well, se non altro è stato un buon finale per quella che credo sia stata la mia prima serata fuori a Trieste nel 2010, dettata principalmente dalla voglia di vedere la Fra, mangiare fino a scoppiare qualcosa di calorico e tedesco al Bire ed esibirmi con Miss Lucy Had Some Leaches (che ha letteralmente mietuto vittime).

Saturday, 20 February 2010

Torino

La prima volta che sono stato a Torino fu nel 2005, come ultima tappa del viaggio di ritorno da Parigi. Di quella visita ricordo solo i portici e i negozietti, dato che pioveva e, con alle spalle una scolaresca, i professori e Giovanni attaccato al telefono con la sua allora ragazza, girare era fuori discussione. Come impressione è stata pressoché nulla, cosa normale per le gite scolastiche, anche perché alla fine io e Giovanni ci siamo trovati in ritardo per l’appuntamento al pullman e con le scarpe fradice per la pioggia e la sgridata ha rovinato tutto.
Il mio secondo contatto con Torino è stata una canzone dei Subsonica in un contesto particolare. Il Cielo Su Torino, il ragazzo torinese, e nove mesi di relazione che hanno fatto sì che ambientassi il mio racconto proprio in quella città anche prima di scoprire tutti gli intrallazzi magici che vi erano legati e che mi torneranno molto utili con lo svolgersi della trama.

Eppure, è stato solo al terzo tentativo che finalmente ho fatto realmente conoscenza con Torino. Perché ogni città, per conoscerla, bisogna viverla. Magari anche girando per i luoghi da cartolina, ma vivendoli appieno, non solo visitandoli come fanno i turisti. E in questi giorni grazie a BriarRose sono riuscito a vivere almeno qualche momento di questa città, guardandola con gli occhi di chi più volte vi si è mosso con la mente, ascoltandola con le orecchie di chi vi ha immaginato delle voci, odorandola col naso di chi sa che ci sono altri profumi nascosti, assaporandola con le labbra di chi ha ambientato baci sotto i suoi portici, toccandola con mani che hanno scritto pagine e pagine su di lei.
Finalmente ho potuto conoscere in prima persona i luoghi in cui i protagonisti di Lotus vivono, camminano, amano, uccidono e ascoltano musica, dai portici di Porta Nuova alla fontana di Piazza Statuto, da Via Garibaldi al Palazzo Madama, fino ad arrivare al parcheggio di Via XX Settembre dove Dorian posteggia l’auto una sera. E il tutto è stato merito di BriarRose, che ha assecondato le mie manie di scrittore infervorato.

Il nostro Giro di Torino è iniziato giovedì mattina prima del concerto: abbiamo raggiunto Yue, il ragazzo di BriarRose, a Porta Susa, da dove ci siamo poi diretti in Piazza Statuto, il culmine della Magia Negativa, che volevo assolutamente visitare per vedere la statua di Lucifero. Posso dire di essere stato più che accontentato: il Principe dei Demoni, come ritratto sulla fontana, con la sua stella rovesciata sulla fronte, è di una bellezza radiosa, di quelle che ti fanno sospirare e chiederti perché mai debba essere di bronzo (specie perché ha due glutei scultorei, se mi si passa l’ironia). Ci ho girato intorno per un bel po’, cercando di scattare foto da tutte le angolazioni che la luce mi permetteva, prima di continuare finalmente verso Via Garibaldi, fino a Piazza Castello, culmine della neutralità, dove ho avuto il (dis)piacere di ammirare l’obbrobrio Neoclassico che hanno appioppato come facciata al castello medievale, oltre a Castore e Polluce a guardia del Palazzo Reale. A questo proposito, si dice che Palazzo Madama si chiami così perché la Madama vi sarebbe morta ed ora il suo fantasma infesterebbe il palazzo. Beh, sfido io a rimanere in vita di fronte a quello scempio in marmo infilato nei mattoni rossi, chiunque morirebbe d’indignazione!
Ad ogni modo, il giro è praticamente finito lì causa concerto, dato che dovevamo ancora prepararci: lungo la via del ritorno siamo passati ancora in Piazza San Carlo, il salotto di Torino, e davanti a Porta Nuova, con la sua magnifica facciata in Stile Liberty, ma poi dritti sul tram e a casa.

Ieri pomeriggio, invece, la pioggia ci ha costretti a casa, e ne abbiamo approfittato per scattare qualche foto in interno, una per la serie dei Signori dell’Inferno e le altre ispirate ad Emilie Autumn. La sera, invece, siamo usciti a mangiare in centro in un grazioso ristorante cinese, approfittandone poi per fare un giro per la Torino Notturna: siamo tornati a Piazza Castello per poi proseguire sotto i portici di Via Po verso la parte positiva della città. In breve, siamo arrivati davanti alla chiesa della Grande Madre, culmine dell’energia positiva, dove ho scattato qualche foto notturna, per poi tornare indietro e concludere la visita, dopo una capatina intorno alla Mole Antonelliana e le sue bellissime stelline in facciata (e fortunatamente senza quegli obbrobriosi numeri luminosi) ed una tappa d’obbligo al Grom, mitica gelateria delle meraviglie (che per mia fortuna ha aperto anche a Trieste, dato che serve dei gelati squisiti!), con il magnifico Palazzo Carignano (che di notte fa un effetto spettacolare), il Museo Egizio visto dall’esterno.

Oggi, invece, è spuntato il sole e ci siamo preparati per il tanto atteso set fotografico al Parco del Valentino, pluricelebrato anche nel mio racconto. Con gran calma abbiamo visitato il Borgo Medievale, fermandoci in ogni punto che ritenessimo adatto come set fotografico, e siamo giunti fino al Giardino Roccioso, per poi continuare lungo Viale Virgilio, ormai dimentichi delle foto e presi nella nostra passeggiatina vittoriana a braccetto con tanto di parasole. La cosa divertente è che durante tutto il tempo che abbiamo trascorso al Valentino, BriarRose ed io abbiamo parlato simulando un parodistico accento aristocratico con tanto di erre moscia, per far risaltare la quale sceglievamo con grande cura tutte quelle parole che contenessero quante più erre possibile, col risultato che “ci piace” è diventato “lo Viteniamo gVadevole”, “mio dio” “nostVo cVeatoVe” e così via, in una spiVale di cVescente pazzia duVante la quale eVavamo costVetti a feVmaVe il discoVso con estVema fVequenza peV tVovaVe paVole sempVe alteVnative che pVesentasseVo la eVVe.
Deciso di comune accordo di abbandonare la parlantina snob all’uscita del parco (con scaVsi Visultati, poveVi noialtVi), abbiamo deciso di fare qualche giro per negozi, fra dark e vintage, col risultato che ho comprato un delizioso basco blu scuro a dieci euro in un negozio dell’usato ed una cravatta sottile, come piacciono a me, da Inferno, un negozio gothic. Altra tappa al Grom per assaporare il gusto del mese che ci eravamo fatti sfuggire la sera prima (cioccolato con scorze di agrumi candite), passando però per la Galleria San Federico (e io le Gallerie le adoro tutte, sono così splendidamente Art Nouveau!).

E questo è suppergiù tutto. Purtroppo non ho avuto modo di visitare tutti i luoghi che m’interessavano, ma questo è nient’altro che il pegno di un’altra capatina, prima o poi.
Fra le stranezze da segnalare c’è che a Piazza Statuto ero tutto esaltato e allegro (indipendentemente dai bei glutei di Lucifero), mentre durante la visita alla Gran Madre mi sentivo estremamente nervoso e a disagio, tanto che saltavo ad ogni minimo movimento ai lati del mio campo visivo e avevo addirittura una mezza angina al petto. Che sia la conferma che sono totalmente negativo? Mah, neanche ne servissero altre.

Friday, 19 February 2010

Emilie Autumn live in Turin

E così, dopo tanta impazienza e una lunga attesa, è finalmente arrivato il grande giorno: il concerto di Emilie Autumn. Che definire “concerto” sarebbe decisamente riduttivo, peraltro. Dopo una mattina passata a dormire e un primo pomeriggio a visitare Torino (ma di Torino parlerò più approfonditamente in seguito, dato che le visite non sono ancora finite), io e BriarRose ci siamo finalmente vestiti di tutto punto (beh, lei, io ho solo abbinato camicia, jabot e nastrini di velluto, piuttosto anonimo) per andare allo Spazio 211, il locale di due metri per tre compreso palco in cui si sarebbe svolto il live.
Già il viaggio di andata in sé è stato un’avventura, un po’ per la nebbiolina (che no, non era un nebbione, e qui BriarRose sa a cosa mi riferisco), ma molto per il fatto che aver messo Emilie Autumn a tutto volume nell’autoradio ci stava caricando in maniera tale che dopo un po’ la strada ha iniziato ad essere l’ultima delle nostre preoccupazioni, col risultato che: abbiamo saltato un paio di incroci qua e là, abbiamo fatto almeno tre inversioni a U assolutamente scorrette, abbiamo rischiato di mettere sotto un barbone ubriaco, abbiamo centrato con una ruota il picchetto di un portico e abbiamo saltato il locale dovendo tornare indietro (sì, le prime due inversioni a U erano per gli incroci cannati, la terza per questo). Ciononostante, siamo arrivati in perfetto orario per la prima fila, nel senso che davanti a noi c’erano cinque persone e a due minuti dal nostro arrivo hanno iniziato ad aggiungersene altre venti.
Il fatto sta che, assideratici bellamente per tre quarti d’ora guardando Emilie e le Crumpets che trotterellavano allegre oltre le finestre, finalmente ci hanno aperto le porte e ci hanno lasciati entrare. Corsa a perdifiato per la prima fila con Gilliann che ci ha raggiunti immediatamente e voilà, essendo il locale praticamente un gazebo, eccoci a venti centimetri dal palco, il tanto da buttare i cappotti per terra e non averli fra le mani per tutto il concerto. Congrua attesa intanto che l’allestimento scenografico finiva, e finalmente si sono spente le luci.
Disclaimer: da questo punto in poi, metà delle cose del post sarà comprensibile solo ai fan di EA, per cui non sconvolgetevi se leggete cose assurde.
Il palco era minuscolo ma allestito con maestria, col clavicembalo coperto dall’altarino con candele, bambole e orologi sulla (nostra) sinistra, un tavolino coi servizi da tè e simili sulla destra e la grande ruota-orologio di 4 O’ Clock dietro. Inizialmente, sulle note di Best Safety Lies In Fear, sono uscite le Bloody Crumpets: Capitain Maggot, Lady Aprella, Blessed Contessa e Naughty Veronica. A seguire, ecco la padrona di casa, che ha fatto il suo ingresso con una maschera sul viso sulle note di 4 O’ Clock, mentre le Crumpets facevano una coreografia con le tazze e le bustine da tè. Inizialmente ero un tantino perplesso su come le cinque ragazze sembrassero stipate su un metro quadro di palco, ma già con le prime note di Opheliac, per la quale Emilie si è inizialmente impadronita del clavicembalo (e ha successivamente mostrato i suoi stockings che provano la sua virtue), e la successiva The Art Of Suicide, i ruoli si sono ben distribuiti e le cose hanno iniziato a filare lisce.
Purtroppo a questo giro non sono riuscito a fregare la scaletta, e sarebbe d’altro canto difficile riuscire a collocare i vari sketch fra una canzone e l’altra, per cui mi limiterò a dare delle considerazioni di carattere generale focalizzandomi sugli episodi salienti. In primo luogo, definirlo concerto è oltremodo limitante e smaccatamente ingiusto, dato che nelle due ore circa di performance Emilie e le Crumpets si sono arrovellate in una tale varietà di numeri che spaziavano dal cabaret al burlesque passando per il circense, oltre a suonare e cantare. L’interazione con noi Plague Rats del pubblico, poi, è senza paragoni con tutti i concerti a cui sono stato prima, visto che eravamo parte integrante dello show. Fra i momenti della serata da segnalare, Emilie che ha fatto un bellissimo solo di clavicembalo-voce su Shalott, Veronica che su Dominant ci ha regalato una splendida Danza del Ventaglio in versione non porno (anche se mi è dispiaciuto che Emilie non abbia suonato il violino), Unlaced con annesso il Rat Game (che tratteremo a parte), l’arrampicata sull’orologio in 306 ed il delirio cosmico su God Help Me. Subito prima e durante questa canzone è successo letteralmente di tutto, iniziando dalla Veronica che confessava ipotetici tentativi di seduzione (andati tutti a buon fine) con tutte le Crumpets, continuando con i muffin leccati e lanciati al pubblico, gli sbuffi di tè, Maggot che si è lanciata sul pubblico, tè sui seni e quant’altro si possa aggiungere. Emilie ha suonato il violino meno di quanto mi sarei aspettato, limitandosi alla sopracitata Unlaced e ad un solo su Face The Wall (che dal vivo mi ha convinto più che su cd, dove mi risulta addirittura fastidiosa), ma in compenso ci ha offerto un delizioso spogliarello burlesque su Thank God I’m Pretty (nel quale purtroppo non ha mostrato nulla di compromettente). E adesso veniamo a noi.
Per quando riguarda me, probabilmente per via dei siparietti saffici delle Crumpets ho avuto un’esplosione di eterosessualità, col risultato che su God Help Me ho acchiappato al volo e mangiato allegramente il muffin slinguato e lanciato da Veronica, ho allungato un bacio (a stampo) a Maggot mentre si gettava sul pubblico, e su Misery Loves Company ho galantemente baciato la mano ad Aprella. BriarRose, invece, se l’è cavata decisamente meglio: il Rats Game consisteva nel fatto che se Veronica avesse fatto meno di cinque errori suonando il clavicembalo su Unlaced avrebbe potuto fare “il cavolo che voleva”. Così, ecco che Veronica ha annunciato di non aver mai baciato una ragazza in Italia, e ha chiesto che due fanciulle maggiorenni che non avessero mai baciato qualcuna prima salissero sul palco. Ovviamente, dalla prima fila ho fatto una pubblicità spietata a BriarRose, la quale è stata invitata a salire con il suo magnifico outfit da quinta Crumpet segreta. E insomma, trallallero trallallà, la prima ragazza ci ha dato dentro di lingua con la Veronica, mentre BriarRose si è contenuta un po’ di più, salvo poi sporgersi a cercarne ancora quando Veronia si è staccata (sì, cara, io l’ho visto, Gilliann l’ha visto, Die l’ha visto, i suoi amici pure, e no, non siamo stati vittime di un’allucinazione collettiva).
Purtroppo, c’è da notare che una buona parte del pubblico era piuttosto addormentata (pare ci sia stata una pandemia di sonno ai concerti, questo mese), e si svegliava solo se appositamente sollecitata (spesso nemmeno in quelle occasioni, perché Emilie ci ha chiesto di cantare assieme a lei Shalott in caso avesse di nuovo perso la voce e in pochi abbiamo contribuito), e ha dato segni di notevole vivacità solo su Misery Loves Company, durante la quale c’è stato finalmente un coretto degno di questo nome, accompagnato dal volo dei palloncini rosa e rossi dal palco.
Parlando più strettamente di Emilie, per prima cosa tante, tante lodi per la sua voce: a giudicare da qualche video sul Tubo, registrazioni live non del tutto ufficiali e voci di corridoio, non mi aspettavo miracoli, vocalmente parlando, ma mi sono dovuto ricredere in fretta. La performance vocale non è stata ineccepibile (anche perché cantare semisdraiata di traverso su una sedia a rotelle col diaframma stirato non è proprio il massimo), ma le note che temevo sarebbero state più ostiche le ha prese abbastanza agevolmente, e si sentiva che delle cose magari un poco meno corrette erano fatte apposta. In secondo luogo, ha avuto un’ulteriore evoluzione di stile che, se non è paragonabile a quella da Enchant a Opheliac, poco ci manca. Se prima era più sul Victorian-Goth andante, adesso è decisamente sul Victorian-Burlesque con vistose concessioni allo Steampunk, con trucco, vestiti e accessori paillettati, colori sgargianti, piume e la deliziosa coroncina con le lancette da orologio (che le invidio da morire, la metterei anche io da quanto è bella!). A questo punto, sarebbe come minimo auspicabile un bell’album che traduca in sonorità quest’evoluzione stilistica, perché una Emilie steampunkeggiante ci starebbe tutta, accidenti!
Per concludere, unica nota di demerito della serata, a parte io che non avevo contanti per comprare i poster ed il catastrofico ritardo di Die, è stata che Emilie ha preso il volo a spettacolo finito, senza il tempo per autografi, foto e la bella limonata in cui speravo tanto. Oh well, alla prossima non mi sfuggi, ragazza mia, e per punizione oltre allo sfacelo di EP ti troverai anche Enchant da firmare (e possibilmente un nuovo album). Ma tolto questo dettaglio... perché stasera non andiamo tutti a Firenze a rivederla? Eh? Eh? EH?!

Thursday, 18 February 2010

House of Flying Daggers

So che suona decisamente strano scritto da me, ma ho visto un film che mi è piaciuto. E no, non mi sto riferendo al pluricelebrato Avatar, ma all’ormai datato House of Flying Daggers, che per qualche ragione non meglio identificata i nostri traduttori hanno intitolato in italiano La Foresta dei Pugnali Volanti (dove la foresta, a differenza della house, non ci azzecca poi molto).
Che io mi decida a trascorrere due ore della mia vita davanti a uno schermo senza interagire è un evento piuttosto raro, in questo caso derivante unicamente dal fatto che trovandomi a Torino per il concerto di Emilie Autumn ospite di BriarRose, le abbia detto che ho un vistoso debole per Lovers, il tema principale della colonna sonora del film. Così, tempo dieci minuti e ci siamo messi a vederlo, mentre lei, impegnata con ago e filo, dava gli ultimi ritocchi al corpetto per il concerto di Emilie Autumn di stasera.
Che definisca buono ciò che mi sfila davanti agli occhi, poi, è ancora più raro, data la scarsissima considerazione che ho della pseudo-arte cinematografica. Eppure, questo film mi ha colpito.
Diciamocelo, le sue pecche le ha tutte: a partire da un intreccio che è il più banale, trito e ritrito concepibile (triangolo meets a letto col nemico), continuando con i personaggi assurdamente agili e forti, molti effetti speciali pacchiani e improbabili come le stoffe prensili che ti acchiappano la spada, i pugnali volanti stile cerchio di Xena che prima di colpire il nemico fanno un volo tale che hanno il tempo di pulirti casa e portarti la spesa, i combattimenti sugli alberi di bambù con soldati che spuntano da tutte le parti possibili e immaginabili... Mei che rovina puntualmente ogni singola scena romantica scattando su al grido di “ci sono i soldati!”. Sì, da questo punto di vista può sollevare molte perplessità.
Ciò nonostante, ha un pregio tale da compensare tutto ciò: un’estetica squisita. Sbilanciandomi nel fare un paragone, direi che questo film potrebbe essere un equivalente cinematografico di À Rebours, in cui la forma della narrazione riesce a valorizzare la non-trama. E questo film un vero piacere per gli occhi lo è eccome, ad iniziare dalla radiosa bellezza di due dei tre protagonisti, continuando con magnifiche stoffe utilizzate, gli scenari magnifici sia per gli interni che gli esterni e gli effetti visivi impressionanti (laddove non sono eccessivi).
Ma ciò che colpisce davvero di questo film è l’uso magistrale dei colori. Ogni scena ha il suo colore-tema che la caratterizza, unico e che non si ripete praticamente mai e le dona una propria atmosfera, ispirati alla teoria del Wu Xing: nero per l’acqua, verde o blu per il legno, rosso per il fuoco, giallo per la terra e bianco per il metallo. A parte che, ad esempio, nella scena della foresta (legno) il colore era stato caricato tanto da aver reso verde perfino il nero, quest’effetto enfatizza in maniera spettacolare le atmosfere, i sentimenti e le azioni dei protagonisti, incantando lo spettatore (beh, almeno quelli dotati di cervello) e completando l’insieme.
Poi magari dipenderà anche dal fatto che ultimamente sono molto in vena di atmosfere orientali (infatti vorrei anche comprare qualche vestito orientaleggiante, giusto per aggiunger qualcosa di diverso al mio guardaroba), ma ribadisco che è un film che mi è piaciuto molto. E per piacere a me ce ne vuole.

Monday, 15 February 2010

Uno spaccato di vita vissuta 2

Similmente a quanto feci in questo post, riassumiamo le puntate precedenti in piccole pillole.
♠ La pausa-esami universitaria è finita e ora ricominciano i corsi. Io non ne ho voglia. Davvero, non ne ho affatto. Purtroppo non esiste un corrispondente italiano altrettanto efficace quanto l’azzeccatissima espressione inglese, ma è un periodo in cui tutto ciò che voglio è to dream my life away.
♠ “A volte ritornano”. Io ci aggiungerei un bel “magari a volte”, perché in realtà ritornano sempre. Posso non poterne più, eh? Ne ho il diritto?
♠ Sto diventando sempre più insofferente a tutto ciò che mi circonda. Odio il fatto che la casa dello studente abbia le pareti sottili e si senta tutto, porca miseria, tutto. Odio che a mensa ci sia sempre la fila, odio il chiacchiericcio costante: la gente sta iniziando a diventare odiosa non solo nel momento in cui con la sua presenza mi rovina le foto, ma anche nella vita quotidiana. Il che non va bene. E se devo dirla tutta, odio anche entrare e trovare la puzza della pizza tonno e cipolle, o gorgonzola, o il venerdì quando l’intera mensa esala fetore di pesce. Che dramma essere poveri.
♠ Non ho più voglia di uscire la sera. Fare tardi girando per Trieste da un locale all’altro mentre regolarmente si parla sempre e solo dell’università inizia ad essere snervante. Questo sabato un mezzo malessere mi ha consentito di disertare la festa gaia in maschera, in cui mi sarei dovuto lasciar mascherare da Britnispìrs dalla Fra, e sinceramente non mi è dispiaciuto nemmeno più di tanto: la musica sarebbe stata un’agonia, non ci sarebbe stato nessuno che mi facesse venire anche solo la curiosità di pensare a come sarebbe stato provarci, e alla fine mi sarei semplicemente dato all’alcool indiscriminato tornando a casa barcollante e sfatto. Quanto desidero un qualche localino gotico...
♠ Siamo ancora a metà febbraio e io sono già in crisi d’astinenza di Angel Sanctuary. Spiegatemi ora come faccio a campare ancora un mese prima del prossimo volume. Anche rileggendo tutto il manga dall’inizio non riuscirei a darmi sollievo. A volte mi sento un maledetto masochista se penso che nel mio hard disk esterno gli archivi con tutte le scan dei volumi fino alla fine del manga ridono tranquillamente di me, che li tengo lì solo per ritagliare le immagini migliori per la mia collezione. È folle perseverare nella mia volontà di non volermi guastare il piacere della lettura su carta, lo so. Ma è anche vero che un piacere per il quale si lotta e soffre è molto più intenso. Basta, ora vado in fumetteria a vedere se almeno è uscita Nana, porca miseria!
♠ Ho finito tutti i racconti di Le Fanu che precedono Carmilla. Pur continuando a pensare che quell’incompetente di Gianni Pilo andrebbe fustigato con passione e forza, dato che mi traduce “delusions” con “delusioni” e non è capace di rendermi la rima fra “pity” e “city” di una filastrocca mettendo “pietà” e “città” a fine verso, cosa per la quale non ci vuole nemmeno Scuola Interpeti, se non altro le ultime tre storie sono state davvero carine. Ma di Le Fanu parlerò approfonditamente una volta finito il libro.
♠ In realtà, il mio malumore è riassumibile in: mi manca la Bloempje e sono impaziente come un dannato per il concerto di Emilie Autumn giovedì a Torino, il photoshoot con BriarRose e la Fumettopoli di domenica. Mercoledì, arriva presto che così parto!

Monday, 8 February 2010

…fino a non poterne più

Just Walk Away by `morbidthegrim
We love, we love, we love
Till we can love no more,
Till we can love no more.
We gave, we gave, we gave
Till we can give no more,
Till we can give no more.

Amiamo, amiamo, amiamo
Fino a non riuscire più ad amare,
Fino a non riuscire più ad amare.
Diamo, diamo, diamo
Fino a non avere più nulla da dare,
Fino a non avere più nulla da dare.

Leggendo…

Sono giunto alla conclusione che non ho intenzione di iniziare la revisione di Lotus prima di aver letto Carmilla di Le Fanu. Sebbene stia lentamente facendo diventare Dorian meno dolce e più sensuale, i miei bimbi continuo a trattarli molto da persone e probabilmente poco da Vampiri, per cui qualche piccolo ritocco alla luce della lettura della madre delle storie di Vampiri sarà doveroso. Il problema è che la scalata a Carmilla passa, come già accennato in un post passato, per quattordici viscosissime traduzioni di Gianni Pilo di storie che già di per sé tendono a snervarmi un po’: traduttore incapace a parte, mi urta il fatto che in metà dei casi l’autore non si degni di dare una spiegazione agli eventi della novella, tutto questo a prescindere dai personaggi spesso stereotipati o piatti dato che, per forza di cose, non possono essere approfonditi nel breve arco di una novella e c’è quindi il rischio che escano fuori così.
Ergo, questa scalata fino a Carmilla la sto facendo a tappe forzate, imponendomi due storie dopo i pasti, e sono riuscito già a farne fuori sei.
Ad ogni modo, quando farò la revisione del racconto terrò sottomano anche À Rebours, in modo da colorare maggiormente le atmosfere e definire meglio gli ambienti del mio racconto in maniera scorrevole ma evocativa.

Sunday, 7 February 2010

Romantic mood


Pensa… Un giorno saremo sepolti qui, uno accanto all'altro, sotto due metri di terra, in bare coordinate. I nostri corpi, esanimi, a marcire uniti per l'eternità…

Friday, 5 February 2010

Forget To Remember

Hello again, familiar morning routine.
Time is ebbing away, but I feel no rush today,
No urge, no hurry, just the rhythm of the rain
Sliding by.
I’m not here… I’m not nearly, nearly there,
Not nearly, nearly there.

A dirla tutta, sta diventando sempre più difficile lasciare Milano per tornare a Trieste. Un po’ perché sono stati dei giorni molto intensi e decisamente soddisfacenti, un po’ perché a Trieste mi attendono la routine universitaria e, in particolare, gli esami. Un altro po’ perché mi trovo molto bene in compagnia di Ayl e l’atmosfera di Brera mi si addice davvero molto, e anche perché non ho fatto tutto ciò che avrei voluto fare (secondo la legge individuata da Ayl per la quale è impossibile che io riesca a fare due Infernal Lords nello stesso viaggio).

Mercoledì è stato un giorno intenso quasi quanto martedì, in cui ho fatto in pratica due photoshoot di fila: il primo è stato a casa di Ayl con Nick Chiron, che ha posato in maniera eccellente (e quando dico eccellente, intendo dire davvero eccellente) per uno dei miei demoni, il secondo è stato sempre con lui, Ayl e Jillian nell’orto botanico di Brera (che, per chi non lo sapesse, sarebbe l’Accademia delle Belle Arti). E questa era il famoso motivo per cui adoravo Ayl un paio di post fa: è stata proprio lei a far sì che Babbo Natale si attivasse e mi portasse il bel modello come specificamente richiesto nella letterina dello scorso Natale, contattandomelo su Facebook (che, escluso questo piccolo episodio, è il Male) e mostrandogli il mio progetto. Ergo, nuovo Infernal Lord in arrivo, che precederà probabilmente quello impersonato da Kiyubi, che è ancora in progress a causa della quantità esorbitante di materiale necessario per la manipulation (e sto pensando seriamente di infilarci pure Jerome o Rutger degli Autumn, perché non so dove reperire tutti i visi che mi servono).

Il pomeriggio è stato consacrato al riposo, mentre la sera abbiamo portato avanti la tradizione di andare a cena almeno una volta al giapponese, nel nostro ristorante di fiducia, ovvero Uke. Fra una cosa e l’altra, non ho mai raccontato qui sul blog la storia di Uke. La sera dopo la Fumettopoli, quando ero andato per la seconda volta da Ayl, ancora a novembre, io, lei e la sua coinquilina avevamo deciso di andare a mangiare fuori al giapponese. Trovato un nugolo di ristoranti nella zona di Porta Ticinese, siamo andati a cercarne uno che servisse il ramen, ma dopo aver appurato che era introvabile, ci siamo decisi per un ristorante che si chiama Ume: con il kanji del nome giusto sopra la M che somigliava così tanto ad una K, a noi due fangirl è venuto automatico leggere “uke” e iniziare a ridere come deficienti per tutta la cena sotto lo sguardo perplesso della coinquilina di Ayl. Dato che poi il cibo era ottimo e il numero civico 69, l’abbiamo eletto nostro ristorante giapponese di fiducia.

Ieri, mentre cenavamo, abbiamo poi deciso che anche noi apriremo un ristorante, che chiameremo Seme. Essendo io seme, ne sarò ovviamente il proprietario, ma dato che serve anche un po’ di uke nella gestione, Ayl sarà la mia co-proprietaria (in un test una volta le uscì che era 99% uke). Michele, il ragazzo di Ayl, farà la mascotte, e starà fuori dal ristorante vestito da orsetto ad attirare le fangirl. I camerieri saranno tutti rigorosamente maschi e tutti rigorosamente uke, vestiti come Sebastian di Kuroshitsuji. E, soprattutto, si cucinerà il benedetto ramen!

A questo punto, considerando che poi abbiamo passato il resto della serata a ridere come deficienti piegati in due ascoltando Mireille Mathieu su Youtube, si può ben intuire perché l’idea di tornare alla vita ordinaria sia così grigia. In questo momento, cambierei un po’ il titolo della canzone degli Autumn in Forget To Remember (Che Ho Gli Esami). Oh well.

Ps: fortunatamente, nonostante oggi fosse il tanto temuto Dies Irae e Ayl si fosse ritrovata il temibile spillone Voodoo infilato nella pancia, il mio viaggio è andato bene comunque: gli Orsetti del suo Reame mi hanno protetto con le loro zampine sollevate e sono riuscito a tornare a casa senza incidenti degni di nota, se non quelli che si sono prontamente aggiustati da soli, a dimostrare che, comunque, una forza mistica che si opponeva alla protezione degli Orsetti c’era.

Wednesday, 3 February 2010

Autumn & The Gathering live

Ieri è stato il grande giorno: finalmente è arrivato il concerto degli Autumn + The Gathering all’Alcatraz di Milano, nel quale sinceramente non si sapeva bene se essere più entusiasti per gli headliner o i supporters. E devo dire che, per me, è stata una giornata davvero lunga. Infatti, intorno alle dieci del mattino Viktoria, la ragazza di Jerome, il bassista degli Autumn, mi ha confermato che la band avrebbe avuto un po’ di tempo per fare il photoshoot che avevo cercato di organizzare (e sul quale ho evitato di scrivere per scaramanzia). Così, gli Autumn sono usciti dall’Alcatraz mentre i The Gathering facevano il soundcheck e si sono fatti accompagnare su un ponte sopra dei binari per fare qualche foto promozionale. Oltre ad Ayl che mi faceva da assistente (e da appendiabiti per la band, povera! XD), ci hanno seguiti anche Klaus, Marco e Alessio e altri due tipi che stavano lì. Ero teso come una corda di violino perché era il mio primo shoot con una band e dovevo fare tutto in quindici minuti netti, ma alla fine le cose sono andate bene (specie perché la location era come speravo che fosse, con in più un grazioso albero con le foglie secche) e sono soddisfatto delle foto che ho fatto... e spero lo siano anche loro.
Dopo averli riportati all’Alcatraz, ci siamo messi ad aspettare e abbiamo approfittato di Silje e Frank (e succerrivamente Hans) che erano andati sul tourbus per farci fare qualche autografo (beh, io un bel po’) e pure un paio di foto con la Silgia (che indossava lo stesso cappotto del video di No Bird Call). Lì ho colto l’occasione per chiederle se facevano Saturnine e farle presente che qualora l’avessero saltata gliel’avremmo chiesta. Ergo, trascorso il tempo della fila a spettegolare su mezzo mondo, siamo entrati e ci siamo precipitati a prenderci la prima fila. Cosa tutt’altro che difficile visto che purtroppo eravamo quattro gatti.
Setlist:

1. Synchro-Minds
2. Paradise Nox
3. Blue Wine
4. The Heart Demands
5. Forget To Remember (Sunday Mornings)
6. Epilogue (What's Done Is Done)
7. Cascade (For A Day)
8. Skydancer
9. Satellites
10. Altitude

Noi hard core fan eravamo solo in otto (io, Ayl, Luisa, Ale, Fra, Klaus, Marco e Viktoria), ma ci siamo fatti sentire eccome: su Synchro-Minds è partito subito il coretto, su Paradise Nox l’headbanging selvaggio, e così via. Molto belle le variazioni che hanno fatto sulle intro di Blue Wine e The Heart Demands, la prima con un assolo di batteria e la seconda con uno di chitarra. Marjan è stata magnifica sia sulle canzoni di Altitude che su quelle di My New Time, e con tutto l’ammore per Nienke su Forget To Remember ed Epilogue ha fatto molto meglio, le ha rese in una maniera talmente splendida che ho avuto i brividi per tutto il tempo. Cascade dal vivo mi è piaciuta anche più che su cd (e io quella canzone la amo molto già di suo), ma è stato su Skydancer è partito il nostro delirio, tanto che Marjan si è dimenticata di cantare i primi vocalizzi, e attivati a Satellites e Altitude avevamo ormai monopolizzato lei e la band tanto che, in effetti, non si filavano più gli altri, sebbene questi fossero finalmente usciti dal letargo e ascoltassero con interesse. La buona notizia è che comunque hanno fatto un figurone, e già verso The Heart Demands si era iniziata a raccogliere un po’ di folla, sebbene noi otto fossimo così scatenati che si era formata un’intera fila vuota dietro di noi.Durante il cambio di strumentazione, avevamo quasi quasi l’intenzione di prendere e andarcene (soprattutto Klaus), ma decisamente non era il caso. Ecco la setlist:

1. When Trust Becomes Sound
2. No One Spoke
3. On Most Surfaces
4. A Constant Run
5. Analog Park
6. The West Pole
7. Great Ocean Road
8. In Motion #1
9. No Bird Call
10. Even The Spirits Are Afraid
11. Marooned
12. Saturnine
13. All You Are

14. Leaves
15. Travel

Il concerto dei the Gathering è iniziato in maniera un po’ apatica da parte del pubblico, fra noi in post-orgasmic chill per gli Autumn e molti altri diffidenti nei confronti di Silje (che è entrata ed è andata dritta alla tastiera per When Trust Becomes Sound). L’atmosfera si è un po’ sciolta quando hanno proposto On Most Surfaces, e Silje ha dato prova di avere una voce che, con tutto l’ammore per Anneke, non la fa rimpiangere neanche un po’. Menzione speciale per una The West Pole incredibilmente intensa, una No Bird Call davvero emozionante (sebbene abbia sofferto della mancanza degli archi verso la fine), Even The Spirits, i classici come In Motion #1 e Leaves e, soprattutto, Saturnine, che Silje ha dedicato specificamente a noi, visto che gliel’avevamo chiesta, e su cui noi abbiamo fatto il coretto come quello di A Noise Severe alla fine. Con Travel ho sempre il solito problema – l’inizio mi fa scendere le palle, mentre la fine mi piace molto – ma l’esecuzione è stata magnifica.

Alla fine del concerto abbiamo raggiunto gli Autumn, con Marjan che si è trovata a dover fare un sacco di foto, io mi sono fatto autografare Altitude, Summer’s End e Gallery of Reality, ho chiacchierato un altro po’ con i ragazzi ma, prima che potessi rintracciare Mariolijn e Renee per farmi autografare i cd anche da loro, gli energumeni dell’Alcatraz ci hanno cacciati tutti fuori. Lì abbiamo continuato a fare comunella con Viktoria, alla quale abbiamo esposto un piccolo dubbio circa un certo testo, e dopo un’infruttuosa (purtroppo) attesa dei Conciliabolo per finire il giro di autografi abbiamo salutato gli Autunni, che ci hanno ringraziati a dovere, e siamo andati. Fine di una serata davvero spettacolare.

In tutto ciò, chiariamo il dubbio: dopo che avevo detto a Viktoria che avevamo un dubbio su cosa volesse essere il “third eye” di Synchro-Minds, con gli altri che dicevano fosse la ghiandola pienale mentre io sostenevo che era la webcam, Mats è uscito, mi ha preso da parte e mi ha confermato che di fatto avevo ragione io! Testuali parole “So you said it was the webcam? You were right, I wrote it and I was just thinking of the webcam”. Mwahahahahahahah!

Tuesday, 2 February 2010

Notizie da Milano e dintorni

Come ormai ben saprete, il fatto che il blog non sia aggiornato per più di due-tre giorni significa sempre che le circostanze sono fuori dall’ordinario. Nella fattispecie, stavolta mi trovo a Milano a casa della mia cara Ayl dopo aver trascorso un piacevolissimo week end nella sua casa sul Lago d’Iseo all’insegna delle risate folli, i doppi sensi ovunque, il delirio assoluto e, soprattutto, tanta arte, in particolare fotografica. Sono partito la notte fra venerdì e sabato grazie al passaggio del suo ragazzo che, tornando dalla Polonia, ha deviato fino a Trieste e sono arrivato in mattinata presto, giusto in tempo per chiacchierare fino a orari improponibili prima di dare inizio al week end.
Il sabato è passato abbastanza tranquillamente, ed è stato devoluto praticamente al beauty care, visto che ci siamo dati alla sistemazione di capelli, barba (io) e quant’altro, in preparazione dell’evento della serata: un complesso piano di vendetta nei confronti del ristorante che aveva licenziato Ayl e Miekki (il suo ragazzo) che prevedeva che prenotassi io per tutti in modo da poter imporre alle ex colleghe vipere di Ayl la loro presenza in qualità di clienti da servire e riverire. Abbiamo ovviamente avuto successo, ricevendo  sguardi verdi di bile, e abbiamo finito la serata a casa di Miekki guardando il remake di Psycho in polacco e sparando commenti su quanto improbabile fosse il vestito arancione fluo e verde acido della protagonista.
La domenica è stata invece consacrata all’aspetto artistico, nella fattispecie sotto forma di gitarella a Montisola, che oltre ad essere l’isola lacustre più grande d’Europa, era un tempo possedimento feudale degli antenati di Ayl. Inutile dire che non appena faremo la nostra rivoluzione monarchica, noi Nobili Decaduti ci riapproprieremo di tutte le terre che ci sono state ingiustamente portate via e riprenderemo a dominarle dispoticamente. In attesa di ciò, però, abbiamo sfidato il freddo a dir poco pungente per fare qualche foto interessante, una sul bordo del lago per la Aégis Collection, nella fattispecie Lorelei, e altre in un magnifico sentierino nel bosco ispirate principalmente agli Autumn.
Solar Wake by *GothicNarcissus
Il lunedì l’abbiamo invece trascorso in viaggio, facendo una capatina a Bergamo e visitando la Città Alta. Sarò sincero: il luogo è davvero magnifico, e non vedo l’ora di tornarci con un clima più favorevole per fare delle foto (e possibilmente anche con un ragazzo al seguito, dato che ho deciso che una delle fotografie richiedenti un fidanzato sarà scattata lì). Ieri era semplicemente improponibile per il semplice fatto che il freddo era tale da non consentire nemmeno di tenere in mano la fotocamera, da quanto mi tremavano le mani, figurarsi poi scattare una foto nitida. E questo è suppergiù il riassunto delle puntate precedenti.
Oggi è invece il grande giorno: stasera ci sarà il concerto degli Autumn e dei The Gathering, e non vedo l’ora di essere lì in mezzo il pubblico a scatenarmi. Certo, né gli uni né gli altri si prestano poi tanto all’headbanging, ma la serata si preannuncia comunque magnifica. La mia unica pretesa è che le due band suonino rispettivamente Synchro-Minds e Saturnine, poi per il resto possono anche fare cover di Cher (tanto verrebbero comunque bene). State pur certi che domani avrete notizie di come è andata.