Thursday, 29 April 2010

Maledetta primavera (cit.)

Diciamolo in chiaro: le mie non sono manie da adolescente ribelle che vuole fare il dark a tutti i costi. Non lo dico per posa, per qualificarmi in una sottocultura, per fare figo. Lo dico perché davvero lo penso.
Quando. Caspita. Arriva. L’Autunno?
Sul serio, non ne posso più della primavera. Fa già caldo afoso; la gente è riversata in tutte le strettoie possibili e immaginabili (leggi: percorso CdS-mensa) a prendere il sole, rendendole impraticabili; l’aria è carica di tanti di quegli odori floreali da diventare nauseante, in cima a tutti l’odiosissimo frassino (ma la finestra deve stare spalancata per il suddetto caldo); ogni cosa è coperta da un verde talmente elettrico e brillante che sembra uscito da una foto di ContessaNera; perfino i miei tanto amati edifici diroccati sono soffocati dalla vegetazione rigogliosa; la luce è talmente forte che mi costringe alla penombra della tenda oscurante della mia stanza se voglio sperare di vedere il monitor.
Ora, non è questione che odiare (ContessaNera esclusa) quanto riportato sopra faccia gotico. Fa semplicemente parte del mio carattere, e mi rende insofferente in questo periodo dell’anno. Ben strano per uno nato a maggio, ma tant’è.
In più, l’esplosione di colori primaverili ha prosciugato fino all’ultima goccia tutta l’ispirazione fotografica che avevo, il che è estremamente frustrante dato che dai primi di settembre a metà aprile non ho fatto altro che scattare foto. Per cui, temo che a maggio mi ridurrò a campare di rendita delle cose che ancora non ho pubblicato e soprattutto di photomanipulation: la mancanza di sfondi appetibili dal vivo ha risvegliato la mia ispirazione per andarmeli a creare da me. Almeno una buona notizia.
Rainy World by *GothicNarcissus
Intanto, beccati questo, primavera del cavolo: pratica dimostrazione che se voglio posso fare foto uggiose anche in mezzo ai tuoi stupidi colori. Per citare l’espressione che io e Veronica abbiamo imparato ieri sera, it serves you right!

Saturday, 24 April 2010

Agorà


Anche se raramente, capita che perfino io esca dal cinema soddisfatto di ciò che mi si è presentato davanti agli occhi. Nella fattispecie parliamo di Agorà, il tanto declamato film di Alejandro Amenábar su Ipazia da Alessandra, filosofa, matematica e astronoma celebre nell’antichità per i suoi studi sulle figure coniche che fu barbaramente linciata da una setta di fanatici cristiani.
Per chi non sapesse com’è andata, inizialmente in Italia non era prevista una distribuzione del film (uscito negli altri Paesi ancora a settembre), ma grazie ad una petizione online (iniziata fra l’altro da un mio conoscente di
Epica Italy) la cosa ha guadagnato sufficiente visibilità mediatica perché la Mikado lo acquistasse, doppiasse e presentasse nelle sale italiane.
Tralasciando di riportare per intero la trama del film (che immagino coinciderà suppergiù con quanto si dice di Ipazia su wikipedia), nel complesso il film mi è piaciuto, anche se devo dire è stato più crudo di quanto mi aspettassi (beh, in realtà non è tanto lui, quanto io che sono molto sensibile a lapidazioni, roghi e altri metodi di uccisione dolorosi). Un punto fortemente positivo che lo distingue dai soliti polpettoni è che è forse il primo film in cui non vedo nessuno mettere la lingua in bocca a nessun altro: un certo accenno di triangolo amoroso c’è, ma ha un ruolo abbastanza marginale ai fini della ricostruzione storica (serve solo a edulcorare alcuni punti). Inoltre, ha dimostrato come tutta la campagna mediatica che è andata a crearglisi intorno fosse piuttosto inconsistente (ma su questo punto ritornerò più avanti).
Le scene che mi hanno colpito di più, tanto da farmi venire la lacrimuccia, sono state ovviamente la morte di Ipazia, anche se è stata presentata in maniera decisamente più umana che nella realtà, e soprattutto la presa e distruzione della Biblioteca di Alessandria, per la quale il mio commento è stato che certe cose è meglio saperle ma non vederle. C’è chi non è stato contento del fatto che Ipazia sia stata fatta morire soffocata dal suo ex schiavo innamorato di lei che ha poi detto che era svenuta prima che i monaci cristiani la lapidassero, ma a me sinceramente la cosa non è dispiaciuta, dato il mio orrore verso il dolore gratuito. A titolo di precisione storica, riporto però che la poveraccia è stata scarnificata viva con pezzi di conchiglie e barbaramente mutilata (i testi riportano che le hanno cavato gli occhi che ancora respirava, anche se immagino che a quel punto avesse già perso coscienza per il dolore), prima che i resti del suo corpo fossero trascinati per le vie della città e bruciati su una pira. Ma dettagli come questi sarebbero stati abbastanza inutili ai fini del film, quindi per una volta mi schiero dalla parte della riduzione cinematografica.
La cosa più interessante del film è però, come accennato, il polverone mediatico che è stato sollevato. Il film era stato presentato come una specie di anatema anticristiano e di rivalsa dei pagani che avrebbe fatto luce sui soprusi da questi subiti e per secoli celati, mentre in realtà ha assunto un punto di vista molto obiettivo: da quel film ne escono male indistintamente tutti, sia i cristiani che i pagani che gli ebrei, e ognuno ha la sua parte di colpa per aver ucciso questo o quell’altro. Di conseguenza, direi che è un semplice manifesto a favore della razionalità della libera filosofia e della scienza, opposta alla barbarie del fanatismo religioso, qualunque esso sia. L’unica cosa che viene sfatata è la favola dei poveri cristiani martirizzati e indifesi che se le prendevano da tutti.
Partendo da questa mia impressione, azzardo l’ipotesi che in realtà il fatto che Agorà non sia stato inizialmente programmato in Italia per essere tirato fuori solo a seguito della petizione abbia delle ragioni puramente commerciali, piuttosto che ideologiche, politiche o religiose. Secondo me, prima che sbattessero loro il film davanti alla faccia, in Vaticano nemmeno sapevano della sua esistenza (e d’altro canto, con gli scandali degli ultimi tempi hanno ben altro che Ipazia per la testa), e che Amenábar non sia stato affatto vittima di censura da parte degli ambienti filo-vaticani che innegabilmente ci sono in Italia, ma di semplici calcoli pecuniari. Agorà non è un film fatto per vendere, non è un film fatto per i ragazzini, non è un film da vedere il sabato sera dopo l’aperitivo (infatti tolti me e Luisa il pubblico era tutti di veci). È un film serio con una ricostruzione storica abbastanza scrupolosa incentrata sui fatti inerenti la vita culturale e politica di Ipazia (a differenza, per esempio, di un Alexander di Stone dove ciò che si è ricostruito con più scrupoli è stato quanti fra uomini e donne si fosse fatto Alessandro il Grande), e dunque poco appetibile al pubblico medio italiano. E se a seguito della petizione è stato infine distribuito nelle sale è solo perché la Mikado ha visto che c’erano 10262 persone disposte a firmare per andarlo a vedere e che l’intera questione aveva guadagnato una tale rilevanza mediatica da incuriosire anche quelli che non avevano firmato la petizione. Ecco il botteghino riempito, ed ecco che il film diventava conveniente da far uscire prima che si ricorresse all’ultima spiaggia di sottotitolarlo e metterlo online.
Per cui, mi spiace per i fan di Ipazia, ma secondo me stavolta non c’era nessuno che la volesse mettere a tacere: più che fare un torto a lei, che si è trovata in mezzo per caso, si valutava molto più pragmaticamente cosa sacrificare sull’altare del dio denaro. Sarebbe stato un peccato, però, perché il film merita.
Ps: a tutti gli stupidi cristiani, vorrei far notare che i pagani non adorano le statue, ma le divinità che esse rappresentano. Nemmeno le vostre statue dei santi nelle chiese si lamentano se si tira loro la verudura.

Wednesday, 21 April 2010

Inverno vulcanico

Avere il Grom a brevissima distanza da a) il capolinea dell’autobus, b) la filiale dove ho il conto in banca, c) la fumetteria di fiducia e d) il punto vendita Coop più comodo implica che ultimamente sto mangiando gelato, frappé o simili praticamente ogni pomeriggio.
E per restare in tema cibo, ultimamente per andare a mensa mi metto tutto in ghingheri, con correttore sulle occhiaie, capelli diligentemente pettinati, camicia e maglioncino e quant’altro. Indovinate perché. Forse dovrei semplicemente scrivere un racconto breve nel quale i due protagonisti dall’autobus finiscono a letto e chiudere qui la questione come per Thomas l’Austriaco (e nel frattempo continuo a seminare Mary Sue nell’hard disk).
Chiusa questa parentesi, oggi a Trieste fa un bellissimo, piacevolissimo fresco. Sono uscito a metà pomeriggio e contro ogni aspettativa mi sono trovato a non morire di caldo nonostante il sole. In più, dalla mia finestra vedo Trieste avvolta in quella cappa evanescente che solitamente mi fa contorcere lo stomaco perché significa che finirò per respirare acqua, eppure per la mia gioia non c’è affatto umidità. In aggiunta al fatto che l’aeroporto di Ronchi dei Legionari è chiuso, posso dedurne che siamo nel bel mezzo di un piccolo inverno vulcanico causato dalla nube islandese che è finalmente arrivata a carezzare la Venezia Giulia. Ebbene, questo vulcano è ufficialmente diventato la cosa islandese che amo di più subito dopo i Sigur Rós e i múm. Davvero, questo è il mio clima ideale – fresco, secco e poco soleggiato – e sinceramente inizio davvero a sperare in un altro Anno Senza Estate (e al diavolo le coltivazioni).
Peraltro, ora che il sole sta tramontando tutta Trieste è avvolta in una nebbiolina color azzurro pallido che stempra in un bianco argento: che meraviglia!

Tuesday, 20 April 2010

Deliri di onnipotenza

Una delle cose che la Bloempje ha ormai imparato sulla sua pelle è che quando voglio una cosa non c’è santo che tenga. Quando ho deciso che voglio farle un regalo lei può strepitare e opporsi quanto le pare, ma alla fine l’ho sempre vinta io, come a Natale che le volevo ricaricare la postepay per permetterle di comprare il videogioco che voleva e lei, che aveva cambiato numero, è stata infine costretta a dirmelo dietro minaccia che sarei andato allo sportello col vecchio solo per “scoprire” che era scaduto e chiedere gentilmente all’impiegato quello nuovo, scoprendolo così direttamente dalle poste qualora lei avesse continuato a tacere. Stessa cosa dicasi per la fotocamera nuova, di cui Mediaworld mi ha appena notificato via sms l’avvenuta spedizione, la cui scelta del colore è stata fatta dietro minaccia che altrimenti gliene avrei regalate tre, ovvero quella nera, quella rossa e la rosa, il tutto avvalorato dagli screenshot del carrello acquisti (con i prezzi doverosamente blurrati). Per non parlare di quando le faccio le ricariche a tradimento, incurante di qualsiasi dose di urli, strepiti e omg che mi piovono dopo.

E quando una volta le ho scritto che Papi è soddisfatto quando la Bloempje ubbidisce, lei mi ha risposto con: “Ubbidisce? HO FORSE LA BENCHÉ MINIMA POSSIBILITÀ IO DI SPUNTARLA CON TE? Lucifero in persona si arrenderebbe senza respiro!”, cosa che ha condotto ad un delirio di sms su Lucifero che mi fa da uke.

Ebbene, oggi è arrivata la conferma che anche i voli EasyJet obbediscono al mio volere! Ieri sera ho infatti aiutato Valentina a gufare il volo di suo cognato affinché fosse cancellato e il tipo in questione non arrivasse a stressarla. E indovinate un po’? Il volo è stato effettivamente cancellato! Mwahahahahahahahahahahahah!

Il prossimo passo e incontrare di nuovo il figone dell’autobus (che, secondo la definizione della Fra che ha assistito alla prima parte della scena, mi stava “spogliando con gli occhi” che non erano verdi ma VERDI). E CI RIUSCIRÒ!

Sunday, 18 April 2010

Saturday night

Splendide notizie: dopo un anno e mezzo di rischio attacco a sorpresa da parte della contraerea nemica, l’ERdiSU si è finalmente premurato di comprare una stupida rete e farla attaccare sotto la piattaforma che collega l’ascensore per gli invalidi alla mensa, sulle cui travi metà dei piccioni di Trieste solevano intrattenersi e fermarsi a dormire con le ovvie conseguenze igieniche, sia per quelli che dovevano scendere dall’ascensore un piano più sotto, sia per chi doveva semplicemente passarci due volte al giorno per andare a mensa. Finalmente ne hanno fatta una buona dopo aver messo quegli stupidi tornelli della malora davanti alla portineria. Ora speriamo solo che entro domattina mi cambino la lampadina che si è fulminata in bagno (perché ovviamente non possono mettere a rischio noi poveri deficienti con le mani di pastafrolla dandocene una e lasciandola cambiare a noi, no, devono far passare tutto il week end).

Chiusa questa parentesi, ieri sono successe tre cose. Nella fattispecie:

a) Il tanto atteso set fotografico con Patrizia dietro l’obiettivo e me e una vittorianissima Daniela davanti ha finalmente avuto luogo, e mi sono divertito un sacco a posare, come ultimamente non accadeva da un bel po’. Ora attendo con trepidazione i risultati del photoset, anche se non ho tutta questa fretta perché ancora non ho nemmeno esaurito le foto che ho scattato a Dani la volta scorsa. Sì, sono pieno di materiale da pubblicare.

b) Finalmente ho soddisfatto il mio bisogno di mangiare con le bacchette andando con la Fra e gli altri al ristorante giapponese delle Rive qui a Trieste. Sarò stato io ad essere molto affamato, ma ho notato che le porzioni erano piuttosto piccole, specie se comparate al prezzo: da Uke a Milano una porzione di yakitori sazia e costa meno. Peraltro, Uke è anche più buono e nel coperto hai inclusi il pulsante per chiamare i camerieri e le salviettine per pulirti le mani a fine cena. Insomma, come Uke non c’è nessuno. In compenso sto convertendo tutti a Grom per quanto riguarda il gelato.

c) In autobus ho visto un ragazzo davvero, davvero bello. Capelli castano scuro lunghi fino alle spalle, un bellissimo viso, barba che gli stava davvero bene dandogli quell’aria virile ma sensuale, e due occhi verdi. E con “verdi” non intendo dire verdi, ma proprio VERDI. Cioè, unendo le definizioni della Bloempje e di Veronica, quello che è davvero verde biglia e non quel color divisa militare. No, sul serio, c’era da farselo lì sul momento. E ad aggravare la situazione, è sceso dall’autobus alla fermata della casa dello studente e si è diretto verso l’ingresso dell’altro edificio, il che potrebbe significare che vive qui.

Come l’ho notato, quest’uomo? Perché mi rivolgeva frequenti occhiate nemmeno tanto discrete. Ma probabilmente sarà stato solo perplesso per il paltò in damascato a teste di gorgoni, vero? Eh?

Thursday, 15 April 2010

Innocente

You can’t see my eyes.
They don’t see yours.

::covered eyes sealed lips:: by ~Revilis 
Darling,
When did you call?
I couldn’t hear you.
Darling, when,
When did you cry?
I couldn’t hear you.
 

Sono passati più di due anni. Eppure, ogni volta che ascolto questa canzone, questi versi, sento ancora il petto svuotarsi e il respiro accorciarsi di colpo. Quando una canzone la si ascolta spesso, anche se è la perfetta colonna sonora di un momento di dolore, questa accezione va a perdersi con gli ascolti. Ma quando una canzone, per quanto la si ama, la si ascolta raramente, allora le sue note e le sue parole hanno tutto il potere di rievocare ogni singolo dettaglio del momento doloroso di riferimento.

Wednesday, 14 April 2010

Sacré Collège?

Il vescovo di Grosseto ha detto:
Lo ribadisco: all’omosessuale praticante e conclamato non va amministrata mai la comunione, quando si presenta davanti, il ministro abbia il coraggio di tirare avanti.
E io ci aggiungo:
Ma tienitela, la tua ostia, che ho ben altro da prendere in bocca, la domenica mattina!


Chiusa questa parentesi di ampio respiro culturale, senza scendere nel dettaglio di tutto ciò che il simpatico prelato ha sbraitato e che potete leggere
qui, anche perché mai negato di essere un peccatore incallito, e che se gli fa tanto ribrezzo parlarne può benissimo continuare a tenere la bocca occupata a prendere il corpo di cristo (e poi dice a me), dopo anni in cui la cosa mi ha dato un fastidio allucinante oggi ho finalmente scoperto il segreto degli avatar di Splinder: per evitare la devastante compressione che aggiunge all’immagine 48x48 in formato jpeg basta metterla in formato png. , ci sono arrivato solo ora.

Ps: tornando al discorso (cloro al) clero e omosessualità, ho trovato il ragazzo che incarna perfettamente Dorian Gray proprio nel luogo dove meno me lo sarei aspettato (no, non in chiesa, lì non ci si aspetta di trovare etero). Purtroppo però non posso mostrare l’immagine in cui è più Dorian Gray in assoluto per questioni di decenza derivanti da dove lo sono andato a pescare, però… è lui!


 

Friday, 9 April 2010

Air Man

I can’t remember this place,
It’s all out of phase now –
Different time and space.

Appena arriverò a Trieste, ovvero oggi in tarda mattinata, provvederò a tagliarmi le unghie. Dopo due mesi e mezzo di crescita deliberata e smalto nero, con 5 millimetri abbondanti che superano la linea delle carni, per quanto mi facciano delle dita lunghissime ed affusolate iniziano ad essere davvero fastidiose, sia per digitare al piccì che in mille altre faccende quotidiane, specie per uno che, come me, è sempre stato abituato a portarle cortissime causa pianoforte. Il fatto che siano bellissime non compensa la loro scomodità, specie se consideriamo che non ho dove sfoggiarle: a parte me, non c’è nessuno nella mia compagnia con un senso estetico tale da apprezzarle (se non per commenti tipo “accidenti, sono più curate delle mie” dalle ragazze). Inoltre, TheOuroboros mi ha chiesto specificatamente di non mettere lo smalto per il set che abbiamo in programma con Daniela per la prossima settimana, e senza smalto, specie in foto, sono abbastanza pointless (oltre che rischiano di rompersi che è una meraviglia).

Assieme alle unghie, per il set dovrò tagliare anche il mio amato pizzetto, visto che TheOuroboros preferirebbe ritrarmi col viso perfettamente efebico (che è comunque più virile di quello del Garth del post prima, per inciso), e anche se ha detto che non sono obbligato, era palese che mi preferisse senza, e senza mi avrà: l’ho scritto anche su ModelMayhem, sono pronto a tagliarlo se il fotografo lo richiede, e anche se faccio il modello solo en amateur non intendo mancare di professionalità. Senza contare che essendo parte della maledetta barba, il pizzetto ricresce come niente. E comunque, il discorso è lo stesso delle unghie, non ho chissà che occasione particolare in cui devo sfoggiare un look impeccabile, per cui posso anche girare una settimana e mezzo col pizzetto mezzo spuntato mentre attendo che ricresca.


Adesso invece aspetto che si facciano le quattro del mattino per salutare Murka e farmi accompagnare in aeroporto dalla Mater, che saluterò lì, per prendere il mio volo che parte prestissimo, courtesy di quei simpaticoni di RyanAir. Strano ma vero, stavolta non ho proprio voglia di ripartire: a Trieste non ho la mamma che cucina per me, che pulisce per me, che mi fa il bucato, non ho la gatta che dorme nella sua cuccia accanto alla sedia della scrivania facendo le fusa, ma ho solo il mondo reale che mi aspetta, e sinceramente non ci tengo proprio ad incontrarlo. Ormai, dopo un anno e mezzo da quando mi sono trasferito, sono arrivato al punto in cui casa non è già più qui, ma non è nemmeno davvero lì. Ma in fondo ho sempre saputo di essere un apolide allergico alla routine, ben felice di andare a vivere in un nuovo luogo ma conscio che dopo un anno o due gli verrà a noia. Come Boccadoro, come la Bloempje. O come Frisson, a cui è servito Dorian per trovare un luogo dove mettere radici.

It’s like wearing new eyes.
Do you complete me?
Just try, just try.

No, non mi piace

Un pensiero random derivante dal fatto che oggi ben tre persone me l’hanno nominato: a me Roger Garth non piace proprio. Mi perdonino le sue fangirl, ma davvero, è troppo femmineo. E se lo dico io, che non sono questo grandissimo esempio di virilità (fisicamente parlando, il carattere poi è un altro paio di maniche), che apprezzo i ragazzi minuti e più bassi di me, che ho un fetish per i capelli lunghi, che amo gli uomini che si truccano pesantemente... beh, significa che davvero è troppo. Tutto questo senza contare che più un uomo è biondo e meno mi piace. Per cui non capisco perché metà della gente che conosco tiri fuori gli occhi a cuoricino quando me ne parla, e nel ruolo di Dorian Gray lo vedo ancora più improbabile di Ben Barnes. E il fatto che abbia avuto una storiella col Cecchi Paone è un punto decisamente a suo sfavore. In primo luogo, e lo dico da ex-aspirante-scienziato, perché ancora in tempi non sospetti il Paone lì ha svenduto un programma di divulgazione culturale alla logica dell’apocalittico che fa più share, ed il fatto che fosse su Mediaset non lo giustifica; in secondo luogo perché trovo che faccia troppo spettacolo della sua omosessualità, neanche fosse l’unico suo vanto, e la cosa dopo un po’ stanca; in terzo perché è vecio, brutto, flaccido e peloso... bleah, come fa un ragazzino imberbe come il Garth ad andare con uno così!?.

(Sì, mi rendo conto che leggere del gossip nel mio blog faccia strano, ma a forza di sentirne parlare ho googlato in cerca di qualche notizia da associare al suo faccino efebico e lentigginoso).

Thursday, 8 April 2010

Resta

Non sono un gran fan di Elisa, ma c’è una sua canzone che mi fa sempre venire l’occhio umido, perché mi ricorda un momento molto particolare in cui la sentivo molto mia, e perché alla fine si è rivelata veritiera.
Anche stasera, sempre per la stessa persona.

Tu non hai osato dire una sola parola.
Io non ho osato chiederti qualcosa di più.
Ho tenuto le mie domande segrete nel profondo,
Ma vorrei averti fatto sapere
Della volta in cui avrei voluto dirti:

Aspetta, e per favore, resta.
Avevi intenzione di mandarmi via?
Per favore, aspetta, e resta.
Volevi che fosse così?

Vorresti sapere cosa ho attraversato,
In tutto questo tempo?
Vorresti sapere che anche tu mi sei mancato,
Che ti avevo in mente?
E sei stato e sarai una parte di me
Che non riesco a trovare,
E sei stato perdonato per il tuo silenzio
In tutto questo tempo in cui avrei voluto dirti:

Aspetta, e per favore, resta.
Avevi intenzione di mandarmi via?
Per favore, aspetta, e resta.
Esiste un modo in cui rimpiazzare –

I momenti in cui non hai mai detto
Come stavi?
Se ti serviva qualcosa?
Se volevi sapere che ero io?
Se volevi sentirmi vicino?

Sì, e spero,
Spero che troverai la tua strada.
Sì, e spero,
Spero che ci siano giorni migliori.

Per favore, aspetta, e resta.
Avevi intenzione di mandarmi via?
Per favore, aspetta, e resta.
Volevi che fosse così?

Saturday, 3 April 2010

Debris

Storm by MacSimic
While he was asleep holding her hand
The dreams smouldered.
She opened her heart, he tore it apart,
Gazed into his smile.

He said he had constraint,
Was ostracised and feint.
She had gone over and under
A tattoo of a loser.
These are the rings that fell apart.
These are the things that tore his heart.
These were the dreams that he was causing.
These were the gleams that she was pausing.

We’re nothing but debris
Floating on a silver lake.
There’s nothing left to take
As we slowly fall apart.
We unite you through me
As we separate with fate.
We’re nothing but debris.

Her words confound, dim and unsound
Daring the logic.
Defying off-hand, nothing unplanned,
Phase into the vile.

Let me speak again,
Pursue the praise – not too soon –
In two yields construed by me and you.
Tracing the cause and case
As we stand here face to face.
Simple twofoldness is our brace
That makes it feel like you and me.

Opportunity isn’t what we lost:
We have lost our senses.

We’re nothing but debris
Floating on a silver lake.
There’s nothing left to take
As we slowly fall apart.
We unite you through me
As we separate with fate.
We’re nothing but debris.

Walk with me now to another place
Where no one else has been before.


[ Theatre of Tragedy ]


Non credo che riuscirò mai ad esprimere a parole l’amore che provo per questa canzone.
No, non è una dedica. È solo bellissima.