Sunday, 31 October 2010

Chiavi di ricerca - Ottobre

Lo ammetto: quando questo mese ho aperto il report di ShinyStat e ho trovato 11 pagine di chiavi di ricerca, ho avuto un momento di panico. Poi, scorrendole velocemente, ho notato che si trattava di un arrosto abbastanza sostanzioso ma misto a parecchio fumo. Fra otto risultati cercavano specificamente me, tredici la solfa del seme e dell’uke, ben ventisette Angel Sanctuary, quattro altre opere della Yuki, tredici Sailor Moon (è decisamente tornata di moda), sedici Demoni vari senza la Yuki di mezzo e qualcosa tipo trentasei fra band, cantanti, album e simili (con particolare prominenza di Nellina mia, Ann-Mari Edvardsen e Eirwen dei Dama che in molti aspettano), ormai c’è fin troppa roba trita e ritrita. Parecchie anche le ricerche riguardanti il Lucca Comics, otto (senza i vari cosplay già contati sotto la Yuki e Sailor Moon), ma essendo periodo ci sarebbe da aspettarselo.
E ah, per i pochi coraggiosi estimatori d’arte che cercano Venere e Marte di Canova, è inutile che passiate da qui: il mio discorso costruttivo ruota tutto intorno a quanto piccolo è il suo pirillo e bello il suo didietro, rimarrete delusi. Per il resto, mascherine e cosplayini miei, facciamo il nuovo gioco di Halloween: dolcetto o chiave di ricerchetta? :D

che palle
Ma davvero, eh!
jimmy richter udine
Qualcosa mi dice che vedrò il suo ego colare dallo schermo appena gli linkerò il post...
saponette ornamentali
Quelle prive di utilità se non – ops! – scivolare a terra.
omoerotismo sublimato
Altra associazione mentale immediata... (fugge)
abbigliamento goth sobrio
Come dire “abbigliamento truzzo di buon gusto”, insomma.
che palle l'autunno
...Crepa!
infermiera silent hill cosplay
silent hill nurse lucca

Ciao, Antonio!
alex belial
Lusingato, ma impegnato (cit.). Con Astaroth.
dolci gothic
Non a caso siamo ad Halloween! Pipistrelli canditi per tutti!
bielo russia (hetalia)
Analfa beta (totale)
bella ragazza cosplay
bellezza cosplay

Un cosplay davvero impegnativo, se il cosplayer è un mostro...
collegamenti con dorian gray
Tipo il suo numero di cellulare o il contatto Facebook?
bionde con sopracciglia scure
Qualcuno deve essersi imbattuto nella foto di Miss Ciccone...
video omoerotismo gratis
Ma lo vai a cercare su Google? Che squallore...
come al solito del resto
Ecco, quoto (a parte che come chiave di ricerca è alquanto improbabile).
bastardi manga
Esatto! Basta far uscire Angel Sanctuary ogni due mesi!
immagini lettere amore
immagini amore e odio gothic
gothic romantic passion

Oh sì, un po’ di glucosio dark ci vuole...
dorian gray dark
Non aggravi ulteriormente la sua posizione (cit.).
l'uke che ama l'etero
Che lo Zanichelli mi dà come sinonimo di stupidità congenita.
zietta londinesi
londinesi zietta

Chissà se le affittano nelle agenzie di viaggio al posto dei bed&breakfast...
lucifero bello adone
lucifero volto bellissimo dark

Sempre sia lodato e, soprattutto, fangirlato!
foto piccole labbra rifatte
Mi chiedo cosa, esattamente, di questo blog, abbia attirato simili visite da, presumo, Arcore.
veronica, una de las crumpets
Unos saludos a los amigos espanolos. Olè!

Per questo mese vincono il dolcetto:

signora brutta con capelli neri ricci
Tutti vorremmo vederne una su Google... O sul sito del parrucchiere di Tamarrja.
«due lauree e 4 lingue: perché vado a scuola di burlesque»
Ecco, questa sì che è una bella domanda!

Wednesday, 27 October 2010

Fra desiderio e noia

«L’annoiato, lungi dal non volere, vuole.», quoth Schopenhauer.

Aver letto questo post della mia cara Giulia mi ha fatto tornare in mente quanto la mia vita sia una variazione sul tema della filosofia del buon Arthur, e di quanto per carattere io sia naturalmente portato a ricadere nei suoi circoli viziosi. Di tutti i filosofi che ho incontrato al liceo, lui è senza dubbio quello con cui sento maggiore affinità (tant’è che lo ricordo ancora quasi per intero), sebbene non mi accanisca sul mondo tanto quanto fa lui. E anzi, in realtà ritengo molto infantile il suo desiderio di sfuggire a tutti i costi alla Wille zum Leben, e considero il suo affidarsi all’ascesi per sfuggirle poco più che un dispetto da asilo (come se la Volontà inciampasse sullo sgambetto di Schopenhauer), e piuttosto che cercare modi per annientarla mi limito a prenderne atto, scrollare le spalle e vivere la mia vita drogandomi di Arte per non riflettere sul suo assoluto vuoto. Ma il discorso che voglio affrontare è più legato alla teoria del Pendolo che all’Iter Salvifico, a come vivo e accetto la mia vita pur nella consapevolezza del suo orribile vuoto.

Pendulum... by ~crapiolo
Evitando termini inutilmente ridondanti come “dolore”, “sofferenza” e simili (davvero, ad Arthur mancavano solo eyeliner e fishnets per essere un Goth di stampo adolescenziale, e a volte penso che si sia reincarnato in Morten Veland), io sono esattamente il genere di persona che, come il famoso pendolo, oscilla fra desiderio e noia passando per un breve momento di piacere. L’unico stimolo in grado di mobilitarmi è il desiderio, che io non intendo come dolore provocato dalla mancanza, ma come sfida, come eccitante percorso verso la meta. Una volta conquistata, passato quel breve momento di euforia, perdo ogni interesse: è qualcosa che ormai ho, non ha più alcuna attrattiva per me; e non perché l’avevo idealizzata e ha deluso le mie aspettative, ma per il semplice fatto che ormai è raggiunta, mia, sta là e non richiede più attenzioni né sforzi. Il problema non è nell’oggetto, ma nel soggetto, in me. Così, a differenza del buon Arthur, finito il momento di felicità da me non subentra il dolore di una nuova mancanza, ma direttamente la noia, e sono io stesso a posare famelicamente lo sguardo su una nuovo obiettivo per colmarla, per ritrovare l’ebbrezza della ricerca. Volendola mettere in termini sessuali (visto che, a quanto pare, l’umanità non sa fare altro), il plateau è più soddisfacente dell’orgasmo stesso, che è invece seguito da quell’odioso momento di vuoto e disinteresse.
L’unica eccezione a questa regola sono gli album musicali che aspetto con ansia di comprare, che mi offrono una costante scoperta che si protrae ben oltre il tanto atteso momento della conquista, e le fotografie che scatto: anche se quello è un altro percorso nel quale sono costantemente in cammino, scattare una fotografia non mi lascia vuoto e disinteressato, ma pienamente soddisfatto di ciò che ho ottenuto (probabilmente perché, anche in questo caso, il risultato dura ben oltre il momento della conquista).


Le persone, invece, non costituiscono un’eccezione alla regola. Il fatto che, anzi, conquistare una persona richieda molti più sforzi e la caccia sia notevolmente più interessante peggiora le cose: più divertente e difficile è il gioco, peggiore è il senso di vuoto che segue quando questo si conclude (anche se lo fa in bellezza con del buon sesso). D’altro canto, non è poi così sorprendente: una volta che l’ho conquistata, una persona è ormai mia, che me ne faccio a quel punto? Il mio fascino ha fatto centro, continuare ad elargirlo sarebbe un semplice spreco: molto meglio andare avanti e cercare un nuovo obiettivo.
Probabilmente è per questo che ho trovato inaspettatamente appagante una giornata di sole provocazioni reciproche che, per quanto a volte anche pesanti, sono rimaste tali senza andare oltre. Il gioco della conquista non si è concluso, non è stato seguito da quel momento di amarezza e vuoto, e proprio per questo ha mantenuto intatto tutto il suo fascino.


D’altro canto, la cosa migliore è che siamo entrambi perfettamente consapevoli che ci stiamo usando a vicenda: tu usi me per appagare il tuo sciocco desiderio narcisistico di piacere a tutti, io uso te per soddisfare il mio vuoto capriccio di deliziarmi i sensi con qualcosa di bello senza impegno d’acquisto, godendomi il momento senza dovermi preoccupare di perdere tutto il mio interesse per te una volta che ti avrò fatto mio. A te non interessa davvero avermi, a me non interessa davvero avere te, ed è questo equilibrio che rende tutto così deliziosamente divertente e, oserei dire, originale: è il trionfo dell’inconcludenza e del godersi l’attimo.

Tornando al pendolo e a parlare in filosofese, questo è un esempio di applicazione pratica dell’altrimenti inutile paradosso di Achille e la tartaruga di Zenone da Elea, dove il moltiplicarsi ad oltranza del plateau fa sì che le frazioni in cui si divide lo spazio prima che il pendolo raggiunga il vertice del suo arco di circonferenza, ovvero il piacere, crescano in maniera esponenziale, impedendogli di andare oltre e sforare nella noia. Il segreto della soddisfazione, specie nel rapportarsi alle persone, sta dunque nel non raggiungere l’obiettivo ma mantenere viva la corsa verso esso. Una lezione strana, ma che in qualche modo funziona.

Monday, 25 October 2010

Due persone davanti all’obiettivo

Her Name Was Temptation by *GothicNarcissus
Riflettevo sul fatto che se nella fotografia, in particolare quella gotica, c’è tanto lebismo, in realtà non è per appagare il gusto voyeuristico del maschio medio, ma per una semplice questione di numeri: il rapporto modelle/modelli pende disastrosamente a favore delle prime, con l’ovvia conseguenza che se si ha bisogno di fare scatti di coppia ci si arrangia con quel che si ha e ci si da alle foto saffiche. Senza contare, poi, che anche all’interno della minoranza di modelli (gotici) maschi, noi belli, ben vestiti, versatili e ben disposti a fare scatti ambigui siamo una percentuale ulteriormente esigua. È per questo che fare foto ad una coppia composta da un maschietto e una femminuccia è molto complicato, senza nemmeno andare a pensare di mettere due maschietti davanti all’obiettivo. Infatti mi ritengo parecchio fortunato per aver messo due maschietti nella stessa foto durante il set con Jimmy, ma anche qui c’è il trucco: la cosa è stata possibile solo perché io, il fotografo, ho posato col modello, per cui non conta ai fini statistici (ma spero lo faccia a quelli artistici, un po’ di foto ambigue stile Ann Rice pre-demenza senile ci volevano).
Lord Of Carnage by *GothicNarcissus

Pointless ranting

Le cause del cattivo umore di stasera sono:
1) Ho dovuto tagliare le unghie cortissime, all’incirca un millimetro di bianco; erano piuttosto indebolite e mi si erano spezzati entrambi i medi e l’indice destro. Sigh, addio ai miei artigli felini.
2) Stupido, stupidissimo mal di gola per il quale ho saltato la serata dark di ieri sera. Ti odio dal profondo del mio cuoricino di pietra.
3) Ho finito il tè e i negozi sono chiusi fino a domattina. Che diavolo bevo, io, nel frattempo?
4) Non trovo le stramaledette bonus track di Végétal e The Big Machine di Emilie Simon. Odio avere di questi buchi nelle collezioni.
5) Non si trovano i testi delle canzoni degli Elusive da nessuna parte sul web. A volte è frustrante ascoltare band di estrema nicchia.
6) Ancora Due. Stramaledette. Settimane. prima del prossimo Angel Sanctuary.
Le buone notizie sono invece che Lucca si avvicina, godo dei postumi della beatitudine dopo aver chattato un po’ con Nell ieri sera e sono ancora in piena fase di entusiasmo per le foto scattate a Jimmy. Col quale, peraltro, siamo già al lavoro su altri concept da sviluppare alla prossima sessione.

Monday, 18 October 2010

Due Narcisi e una fotocamera

Sinceramente sto ancora cercando le parole adatte per descrivere la settimana appena trascorsa. Però so da dove cominciare a farlo: gli ultimi cinque giorni sono stati un toccasana per tirarmi fuori dallo stato oh so miserable dell’ultimo post, facendo miracoli per il mio umore che nemmeno lo shopping a cui mi ero dato prima di partire era riuscito a fare (e dire che erano dei vestiti magnifici).
La partenza in questione è stata per Udine, dove mi si prospettavano due giorni e mezzo di fotografie in collaborazione con il bellissimo Jimmy Richter, che mi aveva contattato la settimana prima sul Male (mica lo dico a caso che sta dando molti frutti succosi che non mi sarei mai aspettato). Oltre ad avermi letteralmente mandato in solluchero proponendosi per la serie degli Infernal Lords senza peraltro sapere che gli avevo messo gli occhi addosso in tal senso sin da febbraio, chattando mi ha proposto numerose altre idee che mi sono piaciute immediatamente e si è reso disponibile a procurarsi anche alcuni oggetti scenici necessari per alcune fotografie che avevo in mente da anni. Così, accompagnato dagli Shadowgarden prima e dai Theatre of Tragedy poi, mi sono fatto l’oretta e spicci di treno che separa Trieste dalla mia destinazione e che la rende, peraltro, facilmente accessibile per future collaborazioni.
Il progetto originario prevedeva che rimanessi suo ospite martedì e mercoledì notte e ripartissi giovedì dopo aver scattato due set più un Demone e altre foto random. Per una serie di circostanze, invece, ho finito col rimanere da lui fino a domenica pomeriggio, rendendo non solo meno fitta la nostra agenda fotografica (uno dei set aveva rischiato di saltare a causa del tempo richiesto dalla preparazione), ma concedendomi anche due giorni bonus di relax in piacevolissima compagnia di cui ho goduto appieno.
Dal punto di vista artistico, sono estremamente entusiasta della collaborazione con Jimmy. Oltre ad avere un aspetto davvero bello, si è dimostrato anche un modello molto versatile, specie in quanto astile, sempre pronto a mettersi in gioco e sperimentare nuove idee, nonché un inesauribile pozzo di idee. A parte il Demone, in cui comunque il suo contributo concettuale è stato importante, e una foto singola che aspettava di uscire dalla mia testa da secoli, i set che abbiamo fatto sono stati costruiti interamente intorno alle sue idee. E nonostante contrattempi organizzativi come la sua amica che doveva farci da oggetto scenico nel primo set ma ha tirato bidone all’ultimo momento, ha dimostrato capacità riorganizzative del concept che aveva in mente in tempi record (ovvero, prima che la luce scomparisse del tutto). Per il secondo set si è addirittura prestato volontario a posare a torso nudo all’esterno con dodici gradi scarsi e un fastidioso venticello, non prima, però, di aver messo su un make up davvero sorprendente. Collaborare con lui mi ha spinto ad ampliare i miei confini stilistici, rendendo il risultato estremamente soddisfacente. Peraltro, con la sua ricca rete di conoscenze, Jimmy mi ha anche trovato altri due soggetti da devolvere alla causa degli Infernal Lords, come se non avessi già sufficienti motivi per adorarlo.
Come anteprima dei set con lui propongo la foto singola che mi ha finalmente aiutato a realizzare, Tender Trip On Earth (basata sull’omonima canzone dei Tristania).
Tender Trip On Earth by *GothicNarcissus
Ma non è stato solo il lato artistico ad essere pienamente soddisfacente: avevo decisamente bisogno di trascorrere qualche giorno in assoluta spensieratezza, fra il narghilè (ho davvero fumato come una ciminiera, lo adoro), qualche film dal sapore spiccatamente gotico e una compagnia assolutamente deliziosa. Sotto moltissimi aspetti, Jimmy è il mio gemello segreto separato alla nascita, e non esagero. Abbiamo in comune tante di quelle cose da non poterle quasi contare, a partire da quelle più ovvie come la passione per i Vampiri, le rose, le candele e altre tipicità dell’immaginario gotico, per finire con l’amare i cibi molto speziati, il Baileys ed essere dipendenti dal tè.
Ovviamente, mettendo due Narcisi con velleità intellettuali come noi a stretto contatto per cinque giorni di fila si vengono a creare situazioni al limite del paradossale, come trascorrere un’intera serata a provare i reciproci vestiti in una profusione di complimenti (molti dei quali a noi stessi), trascorrere ore a giocare a scacchi fumando narghilè come due ciminiere, esclamare ad intervalli regolari “ma che foto magnifiche abbiamo fatto, e quanto siamo belli!”, e in generale essere un po’ l’uno l’oggetto scenico dell’altro. Questa full-immersion di gothness allo stato puro mi ci voleva proprio, e il fatto che le foto siano state così soddisfacenti per entrambi lascia prospettare molte collaborazioni deliranti in futuro.

Monday, 11 October 2010

Oh so in love…

Credo sia il caso di interrompere il silenzio stampa, dato che ormai di tempo per leggere il resoconto del concerto ce n’è stato.
In realtà non ho proprio tantissimo da dire, se non che mi sono ulteriormente disinnamorato dell’amore. Sul serio, è davvero avvilente vedere come perfino amare alla follia una band può lasciare col cuore spezzato. E non sto parlando in senso metaforico, perché saltare su un aereo è partire per la Norvegia appositamente per i Theatre of Tragedy è in tutto e per tutto una follia fatta per amore. Il fatto che ora mi senta in pieno periodo di lutto significa che sono una vedova difficilmente consolabile, quindi anche un amore di questo tipo ha le sue spine. Che poi, bella scoperta: i Tristania e la Pescivendola mi avevano già ampiamente dimostrato che anche una band può tradirti, per cui che ci sto appresso a fare?
Anche se, diciamolo, in questo caso il morto ha lasciato una cospicua eredità artistica che permette di tirare tranquillamente avanti, per quanto sarà una lunga attesa da qui a marzo per avere finalmente il DVD e poter ascoltare alcuni vecchi classici cantati da Nell.
Gone Tomorrow by *GothicNarcissus
Per inciso, credo che ormai Nell abbia sostituito quello che nei miei teens era stata Amy Lee. È la voce che culla le mie emozioni e impedisce loro di congelare mentre io le trascuro.
Ok, direi che forse è il caso di fermarmi qui. Il fatto che non avessi nulla da dire credo sia più che evidente, visto che dopo due settimane scrivo ancora dello stesso argomento degli ultimi tre post. Oh well, se non altro domani mi si preannuncia un po’ di movimento e tante novità interessanti.
Ah, a proposito: in un momento di noia mista a smania, ho fatto il grande passo e mi sono iscritto anche io al Male. Non ne vado molto fiero (per questo ancora non ho messo il bannerino nella sezione apposita, cosa a cui dovrei rimediare quanto prima), ma posso dire che, a dispetto della mia profonda avversione nei suoi confronti, sta inaspettatamente dando i suoi frutti, numerosi e succosi. Chattare con Nell e le novità di domani sono fra questi.

Sunday, 3 October 2010

Theatre of Tragedy: The Last Concert... Ever

Alla fine di una notte per molti insonne, per me stranamente immersa in un sonno di piombo, la giornata non inizia proprio al meglio: dopo due giorni soleggiati, il cielo di Stavanger è nuvoloso e minaccia pioggia da un momento all’altro. Se non altro, il tempo è intonato al mio umore e decisamente adatto ad un evento come quello che ci aspetta in serata. Mentre mi trucco e mi vesto ho la distinta impressione di prepararmi per un funerale, il che non è poi così lontano dalla verità. Quando poi, dopo pranzo, io e Simon incontriamo Eva e Andreas, il tenore emotivo della giornata precipita ulteriormente: Mommy e Daddy sono perfino più tristi che in The Breaking, i Theatre of Tragedy hanno concretamente cambiato la loro vita e posso solo immaginare come debbano sentirsi. Eva ed io sembriamo davvero madre e figlio: lei indossa un cappottino damascato sopra un corsetto blu abbinato ad una camicetta interamente in tulle ricamato con maniche a sbuffo, una gonna lunga ed un cappellino con veletta, mentre io sono vestito come a Londra, col paltò in broccato nero a rose sopra camicia bianca, cravatta sottile nera, jeans attillati e anfibi. Inizialmente ci rechiamo tutti e quattro al Folken, Andreas ed Eva che vanno nel backstage con la band ed io e Simon che aspettiamo Xavier ed altri del forum per un caffè. Alla fine loro non arrivano, mentre Mommy e Daddy escono dal locale perché i ragazzi sono decisamente impegnati con gli ultimi preparativi per il dvd e piuttosto nervosi. Così torniamo in albergo e cerchiamo un modo di ammazzare il tempo, anche perché nel frattempo inizia a piovere. Alla fine, Xavier ci raggiunge nella hall e riesce a tirarci un po’ su di morale, ed è con lui e un altro membro del forum che ci avviamo al Folken. Con mio grande disappunto noto che è già aperto e c’è gente dentro, ma la sala del concerto è ancora chiusa, per cui c’è ancora speranza per la prima fila.
In mezzo alla gente che affolla il bar del pianterreno troviamo anche Raymond, che si ferma a chiacchierare un po’ con noi. Quando gli chiedo se c’è un guardaroba dove posso lasciare il cappotto, lui si propone di accompagnarmi a lasciarlo nel backstage, e io ovviamente accetto. Saliamo le scale e io posso dare uno sguardo al palco, ormai allestito, individuare la posizione dei microfoni e prepararmi alla lotta per la conquista della prima fila. Dopo aver lasciato il cappotto su una gruccia, colgo l’occasione per salutare gli altri ragazzi e augurare loro buona fortuna, e noto che Nell ha i capelli mossi e tirati indietro (ha ingaggiato una parrucchiera professionista per il DVD), quindi torno giù dagli altri e mi lancio nell’operazione “Regalo d’Addio”.
Fra le facce note che affollano il bar, oltre ai numerosi membri della board vediamo anche Tommy Olsson, ex-chitarrista nonché principale mente dietro Aégis. Scambio due chiacchiere anche con lui e vengo a sapere che purtroppo è lì solo come supporter e non farà apparizioni sul palco. Ma d’altro canto è meglio così, i Theatre of Tragedy sono sempre stati una band con lo sguardo rivolto al futuro ed è giusto che a suonare sia l’attuale line-up. A questo proposito, sia tra le sue fangirl che tra chi le torcerebbe volentieri il collo serpeggia la curiosità su Liv Kristine: se si farà viva o no? Gira voce che sua madre dovrebbe fare una capatina per via del mancato genero Raymond (che, per assurdo, è il membro della band che serba meno rancore verso l’ex cantante, a parte Nell che si tiene saggiamente fuori dalla vicenda) e forse anche Carmen Elise potrebbe unirsi, ma alla fine non ho idea se la cosa fosse vera o meno. Ad ogni modo, alla fine Liv Kristine non si è fatta viva, il che non mi è certo dispiaciuto.
L’ora X si avvicina, ed io e i miei amici ci pariamo minacciosi davanti alla porta che dà sulle scale, in un crescendo d’impazienza. Appena lo staff del Folken dà il via libera, sono il primo a mostrare biglietto e tessera studentesca, dopo di che corro letteralmente su per le scale e poi attraverso la sala. Missione compiuta: il centro esatto della prima fila è mio. Gli altri mi raggiungono presto, e formiamo un fronte compatto di fan pronti a supportare i Nostri, oltre che scoppiare a piangere da un momento all’altro. Ma per fortuna è ancora l’entusiasmo per il concerto ad avere la meglio, per cui riusciamo anche a chiacchierare e scherzare allegramente.
Fra le varie persone che si avvicinano c’è anche Kristian Sigland, il marito di Nell nonché chitarrista e principale compositore dei The Crest, che purtroppo ci conferma la notizia del loro scioglimento, promettendoci però nuova musica in cambio. Dopo una breve chiacchierata con lui, torniamo a voltarci verso il sipario nero che nasconde il palco, in trepidante attesa.
Ancora non possiamo immaginarlo, ma ciò che ci aspetta dietro la tenda è un concerto davvero memorabile che merita in tutto e per tutto di finire su un DVD. Il suono è cristallino e si possono distinguere chiaramente tutti gli strumenti, a partire dagli accordi delle chitarre fino ad ogni singola sillaba cantata da Raymond e Nell, con solo il minimo strettamente indispensabile di seconde voci preregistrate in sottofondo. Niente ingombranti costumi di scena, niente scenografie pacchiane, niente giochi pirotecnici o megaschermi, niente orpelli inutili: solo un drappo nero con il logo come sfondo e la musica a dire le ultime parole di una band matura e sobria che non ha bisogno di contorni ridondanti:
1. Hide And Seek
2. Bring Forth Ye Shadows
3. Lorelei
4. Frozen
5. Ashes And Dreams
6. A Rose For The Dead
7. Fragment
8. And When He Falleth
9. Venus
10. Hollow
11. Storm
12. Image
13. Cassandra
14. A Hamlet For A Slothful Vassal
15. Fade

Encore 1:
16. Machine
17. Der Tanz Der Schatten

Encore 2:
18. Forever Is The World
Il sipario si apre sulle primissime note di Hide And Seek, e troviamo tutti i membri eccetto i due cantanti ai loro posti sul palco: Hein e Lorentz dietro, rispettivamente a destra con la batteria e a sinistra con la tastiera; Erik, il bassista che si è unito alla band per il tour, fra di loro; Vegard e Frank con le rispettive chitarre a destra e a sinistra. Il pubblico li accoglie con un applauso, che esplode in un ruggito appena Raymond esce sul palco e inizia a cantare: lo troviamo entusiasta ed in forma più che eccellente, e a dispetto della sua ormai leggendaria timidezza (che sul palco riesce a vincere solo a suon di alcool) non solo tira fuori un growl corposo e potente, ma interagisce riccamente col pubblico. Presto a lui si unisce la preziosa Rosa del sestetto, Nell, che indossa un paio di jeans attillati abbinati ad anfibi ed un bel corsetto rosso. Con voce sicura, la bella cantante subentra a Raymond per il ritornello della canzone, alternandosi a lui sulle linee vocali fino alla risoluzione finale.
Segue Bring Forth Ye Shadow, classico del primo periodo della band che infiamma subito il pubblico. È il primo vero banco di valutazione per la bella Nell da parte di chi non l’ha ancora mai sentita live, ma le aspettative non sono deluse e la ragazza si dimostra perfettamente a suo agio con le linee vocali. Purtroppo a questo punto i fotografi entrano in azione e si appropriano momentaneamente dello spazio fra le transenne e il palco, immortalando i frequenti momenti di vicinanza fra i due cantanti che interagiscono con naturalezza durante i duetti della canzone. La performance di Nell non è impeccabile in uno dei versi della parte centrale (ma almeno certe fangirl non potranno accusarla di playback), ma gli acuti finali vi pongono riparo dimostrando un sapiente uso del falsetto.
È dunque il turno di un altro dei classici della band, Lorelei, riproposta in una versione decisamente più martellante grazie all’instancabile batteria di Hein. Il pubblico risponde con calore, gridando il nome che dà il titolo della canzone appresso a Raymond sui ritornelli. Ancora una volta Nell dimostra una notevole padronanza delle note più acute, che escono fuori sicure e corpose, a dimostrare quella voce che, purtroppo, la produzione degli album ha troppo spesso nascosto dietro ai filtri.
Finita la canzone, i riflettori rossi che fino ad allora avevano dominato la scena cedono il posto a quelli blu. È l’inizio di una melodia gelida e delicata come il ghiaccio, l’intro della bella Frozen, dall’ultimo full length della band. Nell riserva una nuova sorpresa al pubblico che ancora non la conosceva dal vivo esibendosi sulle sue note più basse, che escono fuori corpose e piene (e credetemi, sono rimasto sorpreso anche io che l’avevo già sentita a Londra), dimostrando la reale ampiezza del suo registro. Raymond interviene solo fra una strofa e l’altra, lasciando la direzione del palco alla bella frontwoman e alla sua gestualità che descrive le parole della canzone.
Ma il cantante torna presto prominente sul palco non appena le note della moderna Ashes And Dreams seguono lo spegnersi della malinconica Frozen. I due vocalist si alternano sul fronte del palco fino all’inizio del ritornello, quando Nell riprende in mano la situazione. “Someone grew stronger, while some other pass” è enfaticamente mimato oltre che cantato, offrendo un motivo per tenere gli occhi incollati alla scena, oltre che le orecchie ben aperte.
Dopo due canzoni tratte dagli ultimi lavori della band, torniamo quindi ad uno dei classici storici, A Rose For The Dead dall’omonimo EP. Questa canzone può essere facilmente definita il cavallo di battaglia della nuova cantante fra i vecchi successi: non volendo togliere nulla né a chi l’ha preceduta, né al suo lavoro impeccabile di allora, la voce di Nell calza come un guanto sulle linee vocali, facendole proprie e infondendole di nuova emozione. Ancora una volta troviamo i due vocalist faccia a faccia (letteralmente) sul duetto centrale, offrendo un altro spettacolo visivo oltre che sonoro.
Finito questo classico, assistiamo ad un radicale cambiamento: dal loro periodo più oscuro ed estetizzante, i Theatre of Tragedy passano dritti a quello più industriale ed elettronico. È infatti il momento di Fragment, dal controverso album Musique, che colpisce il pubblico col suo beat inarrestabile. La band si scatena letteralmente, con Nell che ancheggia sensuale mentre Raymond canta e gesticola, e perfino il timido Vegard finalmente si anima. Il ritornello è una vera meraviglia, con Hein che scuote letteralmente il palco con il ritmo selvaggio della sua batteria invogliando il pubblico quasi a ballare. La canzone termina con il suo caratteristico muto, a cui Nell da tutta la potenza necessaria perché si senta e sia corposo, ed abbiamo dunque una piccola pausa nel concerto (per cambiare i nastri delle videocamere), che Lorentz riempie con un assolo alla tastiera.
Per gli ascoltatori più attenti non è difficile indovinare a che brano questa improvvisazione ammicca, e infatti, puntuale, ad operazione ultimata ecco arrivare And When He Falleth. Ancora una volta la band si dimostra all’altezza del suo glorioso passato, regalando una performance impeccabile di questa canzone che compie ormai quattordici anni. Le luci si spengono durante l’intermezzo che contiene il dialogo tratto dal film The Masque of the Red Death, a sottofondo del quale i ragazzi continuano a suonare. “Famine, Pestilence, War, Disease and Death: they rule this world”, il pubblico esclama appresso alla voce di Vincent Price, riprendendo la parte più celebre di questo intermezzo, fino a che i due cantanti non riprendono possesso del palco accompagnando la canzone alla sua fine.
A seguire è qualcosa che sembra quasi inedito, un’introduzione di tastiera e chitarra per la canzone successiva che inizialmente non si lascia riconoscere ed è una vera sorpresa per il pubblico europeo, visto che nel Vecchio Continente non è mai stata suonata durante il tour per l’ultimo album: è la celebre e beneamata Venus, una delle punte di diamante della discografia dei Nostri, nonché la canzone che, registrata alla meno peggio dal concerto di Mosca del 15 ottobre 2007, ha fatto innamorare perdutamente il sottoscritto di Nell e decidere di sentirla assolutamente dal vivo. E le mie aspettative non sono certo state deluse, con una performance emozionante di quella che è la mia seconda canzone preferita di questa band. Purtroppo la versione è la stessa dell’album live registrato con la precedente vocalist, quindi ha il finale accorciato, ma ciò non guasta la bellezza della canzone, finita la quale Nell si profonde in ringraziamenti al pubblico internazionale accorso per quell’ultima serata.
È dunque il momento di Hollow, un’altra delle highlights dell’ultimo lavoro dei Nostri. “I’ve come to realize this is gone tomorow” questa sera non è purtroppo solo un verso della canzone, ma la più triste delle verità: non c’è da sorprendersi, dunque, se io stesso debba aspettare l’uscita del DVD per sapere cosa succedeva sul palco, visto che a quel punto mi sono trovato costretto a cercare un fazzoletto per evitare di trovarmi tutto il trucco sul mento. Posso solo dire che musicalmente la performance è stata ancora una volta ottima, con Nell si è destreggiata perfettamente sia sulle note più basse che su quelle più alte della canzone. Il finale dal vivo ha un’energia straordinaria, di cui ho approfittato per scuotermi con un po’ di sano headbanging fino a ricacciare indietro le lacrime, pronto per la canzone successiva.
Storm, l’energico opener e unico singolo dell’omonimo album, irrompe quindi dagli amplificatori, e la band si scatena nuovamente, coinvolgendo il pubblico ed invitandolo a cantare appresso al ritornello. Nell si concede dei vocalizzi a piacere mentre Raymond canta il bridge, per poi concludere la canzone con l’ultimo ritornello.
Sulla stessa linea è la canzone successiva: i riflettori si spengo e, illuminata dalla luce arancione lampeggiante di due barre luminose montate sugli altoparlanti ai lati del palco, la travolgente Image fa letteralmente esplodere il pubblico, che inizia a saltare tanto da far tremare le transenne. Per la prima volta nella serata Nell è l’unica padrona del palco, che calca con grinta ancheggiando sensuale, salendo sugli altoparlanti di ritorno per cantare il ritornello e invitando il pubblico a scatenarsi ancora più di quanto non sia già.
È quasi irreale vedere come poi gli animi della band e dei fan si calmano per entrare nel mood della sofisticata Cassandra, durante la quale è invece Raymond a fare da padrone sul palco. Purtroppo la versione suonata è la Cheap Wine Edit, quella più breve che la band propone da sempre nei live, ma anche stavolta la performance riesce a rimediare e rendere la canzone comunque godibile.
Segue un altro classico storico, A Hamlet For A Slothful Vassal, l’opener dell’album di debutto. L’interazione fra Nell e Raymond è in perfetta sincronia con quella delle loro due voci, con lui che addirittura le sfiora più volte la schiena (Kristian, dal pubblico, ringrazia). Anche in questa canzone Nell dà il meglio di sé, rivelando per l’ennesima volta l’infondatezza dei pregiudizi delle fangirl di chi l’ha preceduta. Fra le cose divertenti accadute durante la canzone abbiamo Lorentz che abbandona la sua posizione dietro la tastiera per tutto il bridge, andando ad incitare il pubblico accanto a Raymond che canta. Alla fine del brano, Nell annuncia che la successiva sarebbe stata l’ultima dello show.
Ed ecco infine l’emozionante Fade, la ballata di punta di Storm. Spogliata dell’ingombrante e pessima produzione che ha subito nell’album, la voce di Nell in questo brano è più emozionante che mai, tanto da provocare non solo a me un ritorno delle lacrime. La canzone è proposta con un arrangiamento che si avvicina maggiormente alla versione demo, con la batteria che parte quasi subito accompagnando il pianoforte e delle chitarre decisamente meglio distribuite. E nonostante le lacrime, è impossibile perdersi uno dei culmini emotivi dello show: durante la parte strumentale precedente all’ultimo ritornello, non solo Raymond abbraccia Nell, ma le regala addirittura un bacio sulle labbra (a stampo, per la tranquillità del povero Kristian), una sorta di addio dopo quei sette anni trascorsi lavorando insieme. “End of the road, we all wait for this day”: come nelle lyrics della canzone, la fine arriva, e la band abbandona il palco, ancora acclamata dal suo pubblico.
In realtà, lo show non è ancora finito: tempo qualche minuto (per dare la possibilità a noi vedove di smettere di piangere) e le barre luminose riprendono a lampeggiare, e mentre suoni elettronici si insinuano fra le grida dei fan, i ragazzi tornano sul palco per altre due canzoni. La prima è l’energica Machine, singolo di punta di Musique. L’atmosfera si fa subito decisamente allegra, con la band che dà il meglio di sé in quanto a dinamicità e presenza scenica, compresi Vegard e Frank che sono notoriamente poco attivi. La fine si discosta dalla versione dell'album, con Nell che offre vocalizzi con la sua voce eterea prima del “I'm cheap to rent” finale.
È sempre su questa scia che l’encore continua con Der Tanz Der Schatten, altro classico intramontabile del secondo full length della band. Oltre a non incontrare particolari difficoltà nelle melodie, Nell si dimostra discreta anche con le lyrics in tedesco. Dopo aver interagito con Raymond quando le loro linee vocali si intrecciano, la bella cantante si rivolge al pubblico per dedicarci gli “Ich liebe dich” finali. La canzone è decisamente troppo movimentata per cedere il passo alla malinconia, così, quando la band esce, stavolta dal pubblico non piovono lacrime. Tuttavia, nessuno ha intenzione di tacere, e dalla sala si levano richieste per un’altra canzone.
Stavolta sono solo Nell e Lorentz ad uscire. Inizialmente, la cantante sembra volersi limitare a ringraziarci ancora una volta, ma infine annuncia quella che sarà l’ultima canzone dei Theatre of Tragedy: Forever Is The World, l’emozionante ballata conclusiva dell’omonimo, ultimo album della band. L’arrangiamento proposto è una versione semiacustica dal sapore delicato ed intimo, che vede la voce di Nell e la tastiera di Lorentz come uniche protagoniste per buona parte della sua durata. È in questa canzone che Nell dà prova di incredibile professionalità, cantando intonata nonostante lottasse contro le lacrime negli occhi e la gola che cercava di chiudersi. Purtroppo mi sono perso il momento esatto in cui il resto della band, eccetto Raymond, è tornato sul palco (sempre per questioni di pianto), ma sull’ultima strofa sono entrate anche batteria, chitarre e basso. È con questo superbo addio che la band conclude la setlist: Raymond raggiunge i suoi compagni e tutti assieme, compreso Erik, il bassista, fanno l’inchino. È questo il definitivo addio dei Theatre of Tragedy al loro pubblico.
Dieci minuti di lutto generale fra gli utenti del forum, durante i quali ci scambiamo abbracci e condividiamo singhiozzi e lacrime in particolare con Eva e Peggy, “clutching at straws, keep each other awake”. Nel frattempo, gli ormai ex Theatre of Tragedy hanno il tempo di rinfrescarsi e cambiarsi, e raggiungono il pubblico per concludere degnamente la serata e la loro carriera. Eva ed Andreas consegnano quindi il regalo d’addio a Hein, che è il primo ad uscire: una corona funebre di rose bianche con due drappi neri attaccati, uno con la scritta “In loving memory” e l’altro con la dedica “Your fans” e le firme di tutti gli utenti del forum che sono venuti a Stavanger. Dopo qualche parola con un Hein visibilmente commosso, individuo Lorentz vicino alla porta del backstage e gli chiedo di accompagnarmi a recuperare la giacca, dove ho alcune cose da farmi autografare. Quindi raggiungo Kristian (che, devo dirlo, dal vivo è un gran bell’uomo: fortunata Nell!), gli faccio firmare il booklet di Letters From Fire dei The Crest e commento il concerto con lui. Parliamo anche dei The Crest, e alla fine riesco a farmi promettere i demo della band appena lo pesco sul Male e gli passo il mio indirizzo email. A quel punto, scatta l’operazione “Troviamo Tommy Olsson”, che mi conduce al piano inferiore, dove il mastermind beve al bancone. Mi faccio firmare Aégis e Cassandra, lo saluto e torno su dagli altri. Nell è nel frattempo uscita dal backstage con addosso un magnifico vestito in stile impero in satin rosso scuro a pieghe ed una magnifica collana a rose, e la raggiungo. Ci abbracciamo, probabilmente qualche lacrima sfugge ad entrambi, e poi chiacchieriamo un po’.
La serata va avanti così, con qualche parola scambiata un po’ con tutti, Raymond che mi parla dei suoi ascendenti per un ottavo italiani dopo che Eva l’ha rimproverato per la cerniera dei pantaloni abbassata durante tutto lo show, Vegard che cerca di consolare lei e me, Andreas visibilmente in lutto, Lorentz che scarrozza in giro per la sala la corona di fiori e Hein che regala ad Andreas ed Eva la ormai diciassettenne pelle frontale della grancassa con il logo della band.
Ad una certa, fra i fan intravedo un viso noto: è Ailyn dei Sirenia, in compagnia di quella che mi viene indicata da Hein come la signora Veland. Mi avvicino anche a loro, scambio due parole con la bella cantante (sì, dal vivo è davvero molto bella, e per inciso non è vero che non sa parlare in inglese) e vengo così a sapere che le registrazioni per il prossimo album dei Sirenia inizieranno fra un paio di settimane (il che è una magrissima consolazione dopo lo split epocale di questa sera, ma per non deluderla sorrido e tengo la cosa per me), e quando lei si avvicina a parlare con Nell, Hein mi infila pure a fare una foto con loro due (che devo recuperare da qualche parte nel web, e nella quale sembrerò un panda perché ormai matita e mascara erano colati completamente).
Quando poi la folla di fan si dirada notevolmente, i ragazzi ci invitano nel backstage a sbevazzare un po’. Lì ho modo di conoscere la ragazza di Raymond, che individuo al volo dalla descrizione che me n’era stata fatta: “She’s got long hair, believe me”; Raperonzolo avrebbe di che invidiarla, dato che il long hair in questione le arriva sotto al sedere ed è in condizioni invidiabili; inutile dire che il discorso finisce dritto sui capelli, ma oltre a quelli la mia attenzione è catturata anche dal suo pendente in argento con il logo di A Rose For The Dead (il gioielliere che l’ha fatto è un vero artista). Purtroppo però arriva lo staff del Folken a rovinarci la festa e buttarci fuori, e così inizia il giro di saluti, fortunatamente non lacrimosi (presumibilmente perché avevamo già pianto prima tutte le lacrime disponibili). Con Lorentz e Vegard ho idea si tratti di un addio, visto che il primo ha ormai messo radici in Australia e il secondo è tutt’altro che interessato a suonare ancora, mentre con gli altri, in particolare Nell, è un arrivederci. Scendiamo le scale, e tutti vanno via eccetto Raymond, la sua ragazza, Eva, Simon, Andreas, Xavier, me e un paio d’altri. È così che la giornata più lunga finisce ormai alle quattro del mattino sotto una pioggia sottile in compagnia di colui da cui tutto era iniziato.
Ed ora non resta che elaborare il lutto ed aspettare speranzosi. Aspettare i progetti che nasceranno alle ceneri del Teatro, ma magari anche una reunion, forse, un giorno. Ed onorare l’incredibile e multiforme eredità che in diciassette anni di attività questa band ha lasciato non solo a noi, ma all’intero mondo della musica.
 
Thank you, Theatre of Tragedy, truly.
You’ll always be held dear deep within my heart.

Saturday, 2 October 2010

Theatre of Tragedy: Meet & Greet

Il primo vero giorno a Stavanger comincia con una colazione di buon’ora nel bed and breakfast dove io e Simon alloggiamo. Dato che il cibo in giro è piuttosto costoso, ne approfittiamo per fare il pieno ora che è tutto compreso nel prezzo. Per la mia gioia, fra le bustine di tè proposte c’è anche l’Earl Grey: la giornata è salva e posso aspettarmi che tutto vada per il meglio.
Finita la colazione, ci prepariamo e andiamo a fare un giro per Stavanger sotto un cielo soleggiato. La città è abbastanza piccola ed è molto facile muoversi anche a piedi, e sebbene le vie sembrino un po’ tutte uguali, non ci si può perdere nemmeno volendo. L’idea principale è quella di trovare un supermarket dove il cibo non costi uno sproposito, un negozio di musica dove ficcanasare e possibilmente qualche ristorante economico. Alla fine del lungo giro, ciò che troviamo è ben altro: attaccato ad una cabina elettrica c’è infatti un poster che annuncia il concerto dei Theatre of Tragedy; è vecchio, tuttavia, dell’era di Storm, con questa bella foto stampata sopra:

 
Inutile dire che, sebbene Simon non sia d’accordo, mi precipito a staccarlo e arrotolarlo: una simile rarità non me la lascio sfuggire per nulla al mondo. Dopo questo episodio di vandalismo gratuito facciamo il giro del porto e ci addentriamo nel centro storico della città. Le casette in tipico stile norvegese, in legno dipinto di bianco, rendono questa parte di Stavanger irreale, quasi fosse il set nemmeno di un film, ma addirittura di un cartone animato. È mentre guardo tutto questo con gli occhi che brillano che rimpiango ancora una volta che la mia cara Ayl non sia con me: vista così la città offre spunti solo per foto turistiche, ma contestualizzandovi una modella sarebbe potuto uscire qualcosa di sensazionale.
Dopo aver girato a sufficienza e aver lasciato il poster in albergo, ci addentriamo di nuovo nel cuore della Stavanger commerciale è troviamo non solo il supermercato, ma anche un ristorante cinese abbastanza economico e il tanto agognato negozio di cd. Purtroppo, in questo la patria dei Theatre of Tragedy non si è rivelata all’altezza delle mie aspettative: niente Kari Rueslåtten, che speravo davvero di trovare (ma in compenso c’è Tiziano Ferro!), e nella sezione metal ci sono solo cose che avevo già, a parte Rubicon. A questo proposito, in Norvegia i cd non sono incellofanati, così ho avuto modo di dare uno sguardo al suo interno, con l’ovvia conseguenza che ho deciso che, dovesse anche piacermi se e quando l’ascolterò, quel robo mi rifiuto di comprarlo. Davvero, il booklet è un’oscenità, come grafico amatoriale non posso permettermi di sprecare soldi su una cosa del genere! (Poi il fatto che Meri sia indecente a livello visivo non aiuta, ma nemmeno Vibeke avrebbe salvato quella roba dal cestino).
Appena usciti, ci accorgiamo di una cosa abbastanza ironica: poco lontano ci sono due ragazze che distribuiscono pacchetti gratuiti di fazzoletti Cleanex ai passanti. La domanda sorge spontanea: si sarà mica sparsa la voce di ciò che succederà l’indomani e gli abitanti di Stavanger stanno correndo ai ripari? Molto probabile, e noi accettiamo di buon grado il regalo, dato che ne avremo sicuramente bisogno.
Dopo aver pranzato nel ristorantino, che si rivela essere piuttosto buono, io e Simon incontriamo Eva e Andreas (aka Mommy e Daddy), i quali ci annunciano che Hein, il batterista dei Theatre of Tragedy, si sarebbe presto unito a noi per un caffè. Mentre lo aspettiamo, Andreas fa una capatina in hotel a prendere la birra ultra-speciale che ha comprato per lui, mentre noi tre visitiamo l’interno della bella chiesa in stile Neogotico davanti alla quale ci troveremo con Hein. Il musicista arriva puntuale con appresso la figlioletta nel passeggino, e dopo il momento dei saluti, ci accompagna in un delizioso localino dalle estetiche di palese ispirazione Art Nouveau, con tanto di candele sui tavoli (candele, eh, non lumicini). Mentre gli altri quattro prendono il loro caffè, io prendo ovviamente una tazza di Earl Grey, e nel frattempo partono le chiacchiere libere con Hein.
Veniamo così a sapere che una volta che tutte le questioni riguardanti il DVD saranno concluse, inizierà a lavorare ad un progetto in cui ha già le mani in pasta che comprenderà l’ex-chitarrista dei Theatre of Tragedy Tommy Olsson, quello attuale Frank e vedrà Nell alla voce; purtroppo ci annuncia anche che Kristian Sigland e Nell hanno deciso di porre fine ai The Crest (per lasciarsi alle spalle la scomoda label), ma hanno già in cantiere un nuovo progetto, che vedrà ugualmente la sua partecipazione, come guest, o chissà, magari in via definitiva. Inoltre, Nell ha collaborato nuovamente con i Dark Tranquillity registrando delle parti vocali accompagnate da un video che verranno utilizzate nel tour della band (anche se non ho capito se per Insanity’s Crescendo o per un’altra canzone). Insomma, nonostante nel giro di quarantott’ore i Theatre of Tragedy non esisteranno più, non si può certo dire che lasceranno un vuoto assoluto dietro di loro. Sul concerto, il batterista ci conferma che suoneranno tre tracce in più rispetto alla setlist londinese, e ci racconta divertito che avevano anche provato qualche volta una cover di Toxic di Britney Spears, sebbene alla fine ci avessero ripensato (peccato, ci sarebbe stato da ridere!). Finite le nostre bevande, andiamo a prepararci per l’evento del giorno: il meet & greet in sala prove fra la band e gli utenti del forum. La serata si preannuncia lunga e ricca di sorprese.
Recuperato tutto l’autografabile in albergo, io e Simon raggiungiamo Eva ed Andreas, e prendiamo con loro un tassì per la sala prove. L’autista è un inetto di proporzioni ciclopiche (non a caso ci appesta con la sua stupida musica hip-hop), e riesce a portarci esattamente nella direzione opposta a quella giusta, perdendosi quattro volte anche quando finalmente si decide ad accendere il benedetto navigatore satellitare (nonostante tutti e quattro gli indicassimo la strada). Alla fine, comunque, riusciamo ad arrivare a destinazione tutti interi, paghiamo un forfait per la corsa (e ancora mi chiedo perché) e troviamo ad accoglierci Hein, che ci accompagna giù, dove gli altri ci aspettano. La sala prove è la stessa utilizzata dai Tristania, quindi accanto ai poster con i Theatre of Tragedy sono costretto a vedere anche la faccia di Meri, ma sinceramente m’interessa poco: Nell sarà lì da qualche parte, e il mio cuore è tutto suo. Beh, di certo arriverà a momenti, visto che nella sala, oltre agli altri strumentisti della band ci sono solo alcuni altri membri del forum. Saluto Lorentz, Vegard e Frank (che si ricordano di me da Londra), conosco finalmente di persona con i ragazzi con cui ho interagito per via testuale e, voltandomi verso la porta, finalmente vedo la bella cantante, vestita tutta in nero con un maglioncino a maniche lunghe, una minigonna pieghettata in ecopelle, collant, scaldamuscoli e stivaletti. Ci salutiamo con un abbraccio entusiasta, poi mi accorgo anche di Raymond e mi dedico un po’ a lui.
Mi vado a sedere su uno dei divanetti e aspetto che la festicciola entri nel vivo, visto che per ora siamo tutti un po’ timidi e ognuno sulle sue. Fortunatamente, Hein torna a salvare la situazione portando cinque grandi pizze e mostrandoci le birre. Gli stomaci si riempiono, l’alcool inizia a circolare nelle vene e finalmente il party può decollare. Saluto gli utenti di Pages of Tragedy man mano che arrivano, parlo un po’ con i due chitarristi e poi, vedendo che il posto accanto a lei si è liberato, finalmente raccolgo il coraggio e mi avvicino a Nell. È un po’ come a Londra: nonostante la mia timidezza lei riesce subito a mettermi a mio agio, e iniziamo a chiacchierare del più e del meno, a partire dal fatto che la sua caratteristica pettinatura è frutto più o meno del caso e di tante forcine e lacca, che per l’indomani ha ingaggiato una truccatrice e parrucchiera professioniste vista l’occasione del DVD e che indosserà vestiti sobri, continuando con la conferma dello scioglimento dei The Crest, la sua nuova collaborazione con i Dark Tranquillity e la verità dietro quella con gli Alight. A quel punto, Hein porta un po’ di regalini per noi: alcuni poster e le sue bacchette e le pelli di tamburo usate (e sì, parlando di pelli qualche battuta su certe rughe è volata). È dunque l’inizio della signing session, e io vado a recuperare il mio materiale. A fine serata mi trovo con i booklet di Letters From Fire, Cassandra e Der Tanz Der Schatten, quello di Forever Is The World di Fra, il mio vinile, i due poster, la pelle di tamburo, la bacchetta e una foto autografati (sulla pelle di tamburo Frank ha disegnato anche la sua celeberrima Metal Cow, un pezzo immancabile per la mia collezione!). Nel frattempo parlo un po’ anche con Xavier e Peggy, due utenti storici della board, ed altri arrivano portando regali. È meraviglioso vedere quante persone di quanti Paesi diversi si siano riunite in quella sala guidate da una passione comune: come il giornalista del quotidiano di Stavanger presente all’incontro scriverà poi nell’articolo, Brasile, Messico, Germania, Italia, Danimarca, Svezia, Russia sono solo alcuni dei Paesi da cui proveniamo.
Quando poi le missioni cibo, alcool, autografi e regali sono state completate, it’s show time: la band raggiunge gli strumenti e improvvisa un mini-live per noi. Le canzoni che suonano, fra una risata e l’altra, sono A Rose For The Dead, Hide And Seek, Ashes And Dreams, And When He Falleth e Hollow. Purtroppo niente cover di Toxic (anche se Nell ridacchia quando la propongo), ma il mini-live è più che soddisfacente.
Fra una chiacchiera e l’altra si fa tardi: la mezzanotte è ormai vicina, e siamo tutti ben consci del fatto che i ragazzi saranno super-impegnati l’indomani. È Frank ad annunciarci che è ora di ritirarci, ma lo fa in un modo del tutto inaspettato, ovvero imitando Günther. Hein gli fornisce “ze biit”, Lorentz improvvisa una melodia techno alla tastiera e il bel chitarrista canta Ze Fisch, ovvero essenzialmente che dobbiamo toglierci dalle scatole, impreziosendo il tutto con un “Isch liebe disch, oh oh oh oh” in falsetto di più che palese ispirazione. Riusciamo a guadagnare un altro po’ di tempo con una foto di gruppo, ma inevitabilmente arriva il momento dei saluti.
È troppo per me: la consapevolezza che la band ha poco più di ventiquattr’ore di esistenza prende il sopravvento a tradimento mentre sto salutando Nell, e le prime lacrime di quella che so essere una lunga serie iniziano a scendere. Nell mi spupazza un po’ per consolarmi, cercando di trattenersi a sua volta (al che le do l’utile suggerimento di usare del make up waterproof il giorno dopo, e lei si ricorda di doverlo ancora comprare: Alessandro saved the day), dopo di che passo a salutare gli altri (riuscendo fortunatamente a moderare l’attacco di pianto), fino a quando non usciamo dalla sala prove e andiamo in cerca di un mezzo di trasporto affidabile per tornare in città.
Salutiamo per l’ennesima volta la band, e solo Vegard resta a farci compagnia, dato che è visibilmente alticcio e ha saggiamente deciso di farsi venire a prendere dalla fidanzata. Nel vedermi ancora sull’orlo dei singhiozzi, decide di consolarmi a modo suo e mi affibbia un bacio (a stampo) sulle labbra, salvando definitivamente la serata (I kissed Vegard and I liked it, hope his girlfriend won’t mind it). Alla fine, sua moglie arriva e dà un passaggio anche a Eva, Andreas, Simon e Me, tutti stipati sui sedili posteriori. Eva ed Andreas pianificano di sequestrare Vegard e ricattare la band minacciando di rispedirlo indietro pezzo per pezzo se non ci ripensano sullo split, ma quando la macchina ferma davanti al loro albergo e il povero chitarrista apre lo sportello per sboccare decidono saggiamente che forse è meglio spedirlo dritto a nanna. Salutiamo tutti e andiamo a cazzeggiare un altro po’ assieme, prima che io e Simon decidiamo di ritirarci in cerca di riposo. È questa la conclusione di una giornata all’insegna dell’allegria e della spensieratezza, la calma prima della tempesta. Mai come oggi ho vissuto il presente cercando di cacciare il pensiero del futuro il più in fondo possibile nella mia mente, e devo ammettere che alla fine ho trascorso un momento di beatitudine perfetta.

Friday, 1 October 2010

I Norge

Sinceramente, non so ancora bene come descrivere la Norvegia. A prima vista, svegliandomi sul mio sedile d’aereo all’annuncio che avevamo iniziato la discesa e dovevo spegnere l’iPod, avevo pensato di essere ancora in un sogno. O comunque che il paesaggio sotto di me fosse creato semplicemente dalle nuvole, fra le quali spuntavano le montagne, che io vedevo ancora con occhi assonnati. È stato a poco a poco che ho realizzato che invece quello era davvero il mare, e che i fiordi apparivano così dall’alto.
Ammetto di essere stato anche parecchio fortunato: il sottile strato di nuvole dava una particolare tonalità di blu grigiastro all’acqua, e il sole stava giusto per tramontare, rendendo tutto il resto dorato. Per un istante ho anche visto ciò che sembrava in tutto e per tutto la copertina di Sorrow dei The 3rd And The Mortal, e il mio cuore ha perso un battito.

 
Una volta sotto le nuvole, sembrava quasi il paesaggio di una favola. Fino a questo pomeriggio non avrei mai potuto capire appieno i testi di Kari Rueslåtten o Ann-Mari Edvardsen, perché non è possibile immaginare tanta bellezza finché non la si vede: insenature lunghe e strette, scogliere a picco, e tantissime, miriadi di isolette di ogni dimensione possibile, dagli scogli isolati alle collinette con quattro alberi fino a isolotti con qualche casa. L’oceano aveva un colore plumbeo, ostile e maestoso, che i mari meridionali, le anime dissacrate e insozzate dai troppi turisti, ormai hanno perso, e qua e là, fra un bosco, una riva e un fiume, enormi industrie, raffinerie di petrolio, centrali elettriche con le loro ragnatele di tralicci, ciminiere che vomitano verso di noi i loro fumi candidi, enormi cattedrali d’acciaio che completano quel paesaggio fiabesco aggiungendovi un tocco vagamente tetro.
Ma è stato solo quando siamo atterrati e abbiamo preso il bus per Stavanger che ho potuto finalmente appurare che tutto ciò che avevo visto era reale: alberi, tantissimi, e piccoli campi dall’erba alta e setosa, sebbene ormai secca, delimitati dai boschetti e dalle rocce, l’unica vera immagine che potesse aver dato origine a una canzone come The Meadow dei The 3rd And The Mortal. E più avanti, il fiordo, con le spiaggette sassose e i rudimentali moli costruiti di massi grigi, le casette sulla riva, i capanni per le barche costruiti proprio sull’acqua, e gli enormi tralicci elettrici, che disegnavano linee che arrivavano a sovrastare i campi d’erba rinsecchita, come nelle promo dei Theatre of Tragedy.
 
E a proposito di promo e copertine, una risatina è sfuggita sia a me che ai miei compagni di viaggio quando, avvicinandoci a Stavanger, abbiamo visto le Sverd i Fjell (il monumento con le tre spade di pietra che, a proposito, è molto più piccolo di quanto lo immaginassi e sta giusto al livello dell’acqua, non su qualche scogliera impervia). Ma, a parte questo, anche la città ci ha riservato non poche sorprese, con quelle villette in assicelle di legno bianche che sembravano tolte direttamente da un libro. Oh, è un vero peccato che la mia cara Ayl non sia qui, avremmo potuto prendere una corriera e andare a far foto in mezzo alla natura norvegese (che è a due passi dalla città!).
Non sto ad annoiarvi con i dettagli del check-in all’albergo, dico solo che io condivido una camera con Simon del forum dei ToT in un bed and breakfast poco lontano dal centro, mentre Eva e Andreas stanno in un albergo vicino al luogo del concerto. Dopo esserci sistemati, Andreas ci ha chiamati chiedendoci se ci andava un giro. Noi abbiamo accettato e ci siamo così dati all’esplorazione di Stavanger by night, anche in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. La città è davvero carina, anche se decisamente piccola: saranno si e no dieci minuti dal nostro albergo al Folken, il locale dove suoneranno i Nostri, e il centro è lì a due passi, letteralmente. La ricerca di qualcosa da mangiare non è stata molto fruttuosa perché, purtroppo, la Norvegia ha davvero dei prezzi proibitivi (ok, ci avevano detto che era cara, ma non così cara), e alla fine io ho ripiegato su un hot-dog preso in una specie di minimarket che, con la coca cola scontatissima allegata, mi ha fatto spendere l’equivalente di poco più di cinque euro. Per domani dovremo trovare tassativamente qualcosa di meno costoso (e possibilmente più sostanzioso), altrimenti andremo in rosso solo per nutrirci, il che non va affatto bene visto che vorrei comprare anche qualche cd.
Ed ora eccomi qui, in albergo, pronto ad andare a dormire in vista della giornata di domani. Si prevedono due giorni di full immersion a stretto contatto con la band e devo essere riposato, sia per avere sufficienti energie che per non avere brutte occhiaie in viso. Spero solo che il misto di entusiasmo e riluttanza che sento ora mi lasci chiudere occhio stanotte...