Wednesday, 27 June 2018

Justice for Clementine and Maeve

Tre settimane ed episodi dopo, rieccomi ancora più incazzato con Westworld, per lo stesso motivo e per altri ancora. Specialmente perché è il finale, quindi non c’è nemmeno più tempo per aggiustare una stagione intera di frustrazione.
Ovviamente, che ve lo dico a fare, da qui in poi spoiler sugli tutti gli ultimi episodi.


Sorpresa, Clementine non era morta. Era ancora abbastanza funzionante perché le impiantassero il codice di controllo “telepatico” di Maeve e la mandassero come un virus a infettare gli altri host affinché si uccidessero l’un l’altro.
Angela Sarafyan e la mimica facciale: piango.
Arriva il season finale: Clementine, sempre più cianotica e con lo sguardo sempre più perso, galoppa su un cavallo pallido alla testa delle guardie della Delos, inizia a infettare gli host che stanno per raggiungere “la valle al di là” (ovvero stanno per essere digitalizzati e salvati in uno spazio virtuale dove gli umani non potranno più abusarne), fra cui c’è anche Anna, la figlia di Maeve nel vecchio storyline. Maeve, che ha ancora i suoi poteri di controllo “telepatico”, sta correndo lì per cercare Anna.
Nella concitazione, Hector spara a Clem, Clem cade da cavallo e muore. Il glitch continua a diffondersi fra gli host, Maeve si limita a freezarli per dare il tempo ad Anna, sua mamma 2.0 e Akecheta di salvarsi, finisce crivellata di colpi dalle guardie della Delos e muore.

Porca miseria.
Da dove comincio?

Comincio da Maeve. In questa stagione, non solo il suo arco è stato completamente inutile ai fini della trama principale, ma il suo stesso personaggio è stato scritto malissimo. In primis il suo rapporto con Clementine: nella scorsa stagione si è letteralmente fatta ammazzare per andare in riparazione a cercarla dopo che l’avevano portata via, qui a malapena si è ricordata della sua esistenza concentrandosi unicamente su Anna.
E sì, lo capisco, Maeve è diventata davvero cosciente proprio quando, invece che fuggire dal parco come progammato da Ford, ha deciso di rimanere a cercare Anna. Ma davvero quella è l’unica cosa, l’unica, che le interessa? L’unica che la muove per dieci interi episodi? L’unica sua ragione d’esistere come personaggio?
Maeve ha il potere di salvare tutti. Ha il potere di svegliarli, di annullare il codice inviato da Clementine, di fermare gli uomini della Delos. Ha anche livelli geniali d’intelligenza perché si era riprogrammata cosi nella scorsa stagione, quindi sa benissimo come agire, e cosa fa invece? Salva un’unica dannata ragazzina e poi muore come una stronza.

Fra l’altro, Maeve nella valle ci è arrivata grazie al sacrificio dell’umano Lee, un personaggio principale fin dalla prima stagione che parte come un pallone gonfiato egocentrico, immaturo e che considera gli host oggetti di scena nelle sue narrazioni, tradisce Maeve per codardia nella speranza di sopravvivere, e finalmente arriva a vedere lei e gli altri host come suoi pari, al punto di sacrificarsi per rimediare ai suoi errori e permettere a degli host di proseguire. Un intero arco narrativo con una fine davvero soddisfacente, che cade nel vuoto perché Maeve non fa una mazza con la possibilità di fuga che Lee le ha dato.

E poi c’è Clementine. Mi sta bene che in-universe sia usata e abusata da chiunque… ma non che lo sia il suo personaggio in fase di scrittura. Ucciderla per la terza volta, di nuovo con un colpo di fucile random, senza averle fatto dire una parola in tutta la stagione, senza aver chiarito se è rimasto qualcosa di lei, senza avera nemmeno fatta interagire con Maeve, senza che nessuno, nessuno reagisca minimamente alla cosa, è stato il colmo. Ed è anche una morte perfettamente inutile perché, anche quando è a terra, il virus continua a diffondersi e gli host continuano ad ammazzarsi.
Perché inserire quella scena al Mariposa in cui sembra che ricordi qualcosa se è uno zombie lobotomizzato fino alla fine? Perché riportarla in vita e trasformarla nell’Anticristo, se il fatto che sia lei, proprio lei, è incidentale sia in-universe sia a livello narrativo? Perché passare due interi episodi, due, a sviscerare nel minimo dettaglio la profondità del rapporto tra Akane e Sakura, le versioni Shogunworld di Maeve e Clementine, con enfasi sull’impossibile che Akane è disposta a fare per salvare Sakura, su quanto la sua morte la addolori, se quando Clementine muore Maeve è girata dall’altra parte a guardare la figlia e nemmeno batte ciglio? Che fine ha fatto questo?

Goodbye, my Clementine.
Mi sta bene che Clementine sia ridotta ad accessorio senza personalità e diventi un’arma di distruzione di massa. Ma allora non accennate alla possibilità che sia rimasto qualcosa di lei se la cosa non va da nessuna parte, e non ammazzatemela in maniera così anticlimatica.
Mi sta anche bene che Maeve muoia perché ha scelto di rimanere nel parco invece che fuggire quando ne ha avuto l’occasione: il tema ricorrente del suo storyline è fare le proprie scelte liberamente, anche se le conseguenze sono fatali. Ma allora non trasformatemela in Dio per poi farle salvare solo la dannata ragazzina.

Ad aggiungere frustrazione, la scena era bellissima! Visivamente era un tripudio! Era un dipinto animato del Quinto Cerchio dell’Inferno di Dante. Era la Morte che cavalca sul cavallo pallido nell’Apocalisse. Era il Messia che salva i Dannati. Hanno sprecato così tanta bellezza visiva, fotografica, coreografica e recitativa su una scena scritta di merda!

Porca puttana, ce la faccio io a scrivere una cosa decente:
• Clementine arriva a cavallo e fa impazzire gli host, che iniziano a scannarsi.
• Maeve cerca la figlia e freeza gli host quando stanno per attaccare lei e sua mamma 2.0.
• Hector, Armistice e Hanaryo vengono sopraffatti prima di sparare a Clementine.
• Clementine si para davanti a Maeve, Maeve usa i suoi poteri contro quelli di Clem: la trattiene finché la figlia non è in salvo.
• Qualcuno spara a Clem: Hector per proteggere Maeve, o un host controllato da Maeve – ovvero, Maeve non ha altra scelta se non uccidere una persona a cui vuole bene.
• Il virus continua a diffondersi nonostante Clementine si a a terra; Maeve tenta di far rinsavire gli host ma non riesce; quelli della Delos le sparano.
• Il potere di Maeve riporta a galla la personalità di Clementine (è stato stabilito che può svegliare gli host, altra cosa andata sprecata). Perché, nonostante il decommissionamento, nonostante Dolores l’abbia comandata a bacchetta, nonostante i codici che le hanno tirato dentro, Clementine (e, per estensione, tutti gli host, che si siano risvegliati o meno) è più che solo una macchina. È un essere auto-cosciente e nessun reset, nessuna riscrittura, nessun hackeraggio può davvero privarla di se stessa.
• Clementine e Maeve, prima di morire, combinano i loro poteri sugli altri host: alcuni rinsaviscono e fuggono verso la valle, altri, quelli più danneggiati, rallentano gli uomini della Delos.
• Subito prima che muoiano con un ultimo scambio di battute, qualcuno trascina Maeve e Clem oltre la porta. O anche solo Clem, se hanno progetti per Maeve nella terza stagione, come hanno lasciato intendere.
• Gli uomini della Delos uccidono gli host che li hanno rallentati, ma notano che tutti gli altri si sono, in buona sostanza, buttati da una rupe. Attribuiscono la cosa al “virus” di Clementine: l’obiettivo di eliminarli tutti è stato raggiunto. In realtà, tutti, compresa Clementine che finalmente ha ritrovato se stessa, vivono nello spazio digitale. E non solo un paio di quelli di cui sappiamo il nome.
• Da lì l’episodio può continuare esattamente come è andato, senza che la trama ne risenta. Semplicemente, abbiamo una degna chiusura a tutti gli archi narrativi di quella parte di serie.

Ci voleva molto? Era così difficile? E invece no, hanno dovuto scrivere un’intera stagione inutilmente frustrante solo perché non si sono saputi gestire set up e pay-off. Dieci episodi di sacrifici, di scelte discutibili, di discorsi sulla salvezza di un’intera nuova specie, di sviluppo di poteri per salvare solo la dannata figlia di Maeve.
E sì, lo capisco che alla fine Westworld è principalmente la storia di Dolores, William e Bernard – tutto il resto è contorno. Ma allora riducilo, il contorno, invece che lasciarlo lì a metà e non mandarlo da nessuna parte!
Perché è vero che sono io che punto sempre sui personaggi secondari e devo aspettarmi che non siano trattati bene (per quanto sia Maeve che Clementine siano main cast), ma non sono incazzato perché i miei personaggi preferiti sono morti stupidamente: sono frustrato perché la loro narrazione aveva tante potenzialità che sono state accennate ma non utilizzate. Margaery e Olenna sono morte, mi è dispiaciuto enormemente, ma non sono stato frustrato perché entrambi i loro archi si sono conclusi in maniera soddisfacente. Clementine e Maeve, invece, meritavano molto più di quello che si sono beccate.


Sunday, 24 June 2018

Come andò a finire

Nel tentativo di fare qualcosa con la mia epifania di due post fa e approcciare meglio i miei sentimenti, mi sono confidato con Giulia circa la morte del mio iPod, in modo da ammettere ciò che sentivo ad alta voce ed essere costretto a processarlo.
A parte trovare una comprensione un po’ inaspettata – ennesima riprova del fatto che non riesco a considerare validi i miei sentimenti – Giulia mi ha ricordato che suo padre ripara dispositivi elettronici, in particolare Apple.
Beh, in realtà prima mi ha cazziato dicendomi che quando un dispositivo prende acqua, prima lo si asciuga (nel riso, smontato se si può), poi si tenta di rimetterlo in carica. Infatti, quando suo padre l’ha aperto ci ha trovato dentro la fuliggine.

Non sapendo quando o se sarebbe stato possibile ripararlo, mi aveva promesso di cercare un suo vecchio iPod semi-funzionante e me l’avrebbe prestato in attesa di un responso. iPod che non riusciva più a trovare, per cui i giorni sono passati.
Ieri pomeriggio ci siamo visti, ha aperto la borsa e l’ha tirato fuori. Un po’ ammaccato e con qualche segno dell’usura, ma funzion… un momento. Ammaccato in maniera familiare. Tipo negli stessi esatti punti del mio.
A sorpresa, il mio iPod è risorto e tornato da me; l’ho subito portato a casa, risincronizzato e finalmente sono pronto a uscire e farmi un giro in città senza temere un attacco d’ansia.

Ammetto che la parte più difficile è stata aspettare di sapere se fosse recuperabile. Se non lo fosse stato, avrei fatto un respiro profondo e mi sarei attivato per comprarne uno usato su eBay: sarebbe stato brutto e costoso, ma almeno avrei oltrepassato il ciglio del burrone, la parte che mi angoscia di più in ogni cosa, e mi sarei tuffato.
Aver speso comparativamente poco per riparare un oggetto che a) non ha impiegato settimane ad arrivare, e b) è il mio, il compagno di nove anni, che mi ha seguito per mezzo mondo, è stato un enorme sollievo. Non solo, ma tante piccole cose a cui mi ero rassegnato, tipo il pulsante di blocco e la ghera che ogni tanto si impallavano, o le vitine sciolte che sbatacchiavano dentro.

Sono estremamente grato a Giulia e suo padre. Mi hanno letteralmente ridato una parte di vita.
Insomma: Lucifer è stato rinnovato, il mio iPod è tornato in vita, il mondo è tornato ad essere un luogo vivibile.

Saturday, 23 June 2018

Traguardi dimenticati

Sei mesi, e mi sono quasi dimenticato perché oggi dovrebbe essere una data speciale.

Mi è capitato, negli scorsi tre mesi, di sognare qualche volta di trasgredire. Come sempre, nei sogni ero molto cosciente del presente: mi rendevo conto che era una trasgressione e che rischiavo di rovinare mesi di fatica. Ma è un “sognare” in senso letterale, di vivere una situazione in fase REM, non nel senso di desiderare: non ricordo nemmeno più perché ci trovassi del piacere.
La verità è che la fatica per uscirne è ormai un ricordo lontano, e quella vecchia quotidianità è un ricordo ancora più remoto, quasi sbiadito. Da almeno tre mesi, da quando ho smontato la ritualità anche giù, non sento più quel legaccio che scandiva la mia quotidianità.
E questo stesso post, lo sto scrivendo perché sei mesi sono una data importante, ma non lo sento. Non sento un traguardo, una vittoria, niente: ho completamente dimenticato il baratro e non trovarmici mi sembra naturale come… beh, come respirare. Non ho alcuna nostalgia, non sento di dovermici aggrappare nemmeno in momenti di stress come è stata la pianificazione del viaggio a Roma, né socialmente quando vedo altre persone. Sono libero.

D’altro canto, forse soffermarmi a pensare a questo traguardo mi serve: mi ricorda che, quando voglio (e quando mi sento pronto), sono in grado di riprendere in mano le fila della mia vita e rimettere in ordine almeno qualcosa.
Magari questo 2018 non sarà l’anno della svolta scintillante e radicale che immaginavo, ma sto compiendo tanti piccoli passi con relativa facilità.

Thursday, 14 June 2018

Storm the sorrow

Believe yourself and look away from all that’s right within you,
Leave all your worries at the door and drift away.
I’ve tried to peer into the core, but could not storm the sorrow.
My hollow heart has bled me dry, left me to stray.

Uno dei lati negativi di pretendere da se stessi tutto e subito è che non mi riconosco il diritto di elaborare il lutto – anche lutto in senso lato. Fosse per me, non importa cosa succede, dovrei essere in grado di continuare come se nulla fosse, dopo un momento, massimo due di raccoglimento. Processare un avvenimento richiede del tempo, quindi dovrei semplicemente prenderne atto come se non mi toccasse affatto.
Nessuna sorpresa, quindi, se finisco per farmi travolgere dalle cose: dato che subire un colpo senza conseguenze è irrealistico, il meglio che riesco a fare è reprimere i miei stati d’animo finché poi non esplodono col doppio della distruttività.

Martedì notte mi è morto l’iPod. Dopo nove anni di servizio ininterrotto, botte, cadute, caldo, freddo, bora, afa, ha ceduto a una tempesta tropicale, una bomba d’acqua che mi ha fatto tornare a casa letteralmente fradicio fino alle mutande e con le braccia piene di lividi per la grandine. E sì, dalla tasca l’avevo spostato nella borsa, ma pure quella era ancora fradicia fino al giorno dopo, c’era poco da fare.
E non era un iPod qualsiasi: era il Classic da 160 GB, fuori produzione da tempo immemore. Adesso la Apple produce ancora solo il Touch, che costa uno sproposito per un sacco di servizi di cui non mi frega nulla e l’80% della capienza. La mia unica speranza sembra essere eBay, ma vai a trovare un venditore affidabile, con un prezzo umano, e che spedisca in tempi utili, prima che debba scendere giù. Che poi, che faccio? Aspetto e lo mando direttamente lì? Mi sbrigo e lo faccio arrivare qui, per affrontare serenamente il viaggio a Vinci? Che casino.

Il succo è che sono due notti che non dormo, due giorni che ho attacchi di panico prima di uscire di casa, e quando lo faccio rientro il prima possibile. Ma non che in casa vada molto meglio: rientro per ascoltare musica e non riesco a farlo perché qualsiasi canzone mi ricorda immediatamente la perdita che ho subito.
E ovviamente mi arrabbio con me stesso per questo, senza fermarmi a considerare che senza iPod l’intera mia quotidianità è persa: ascolto musica in ogni singolo momento di solitudine; lo tengo in tasca per scandire il tempo mentre pulisco o lavo i piatti; ci gioco a Klondike quando vado in bagno; e soprattutto, sincronizzandolo con iTunes tengo il counter della libreria in ordine e parallelo agli scrobble di last.fm, qualcosa che non potrei fare con un qualche lettore mp3 random.
Ho perso dall’oggi al domani nove anni di routine e mi aspetto di uscirne indenne, non perderci notti di sonno e non sentirmi smarrito nel quotidiano: che mostro mi sono convinto di essere?

Ma no, invece che affrontare apertamente i miei sentimenti ed elaborare il lutto, cosa faccio? Mi colpevolizzo per cose o non dipendono affatto da me, o lo fanno in maniera marginale perché non posso prevedere il futuro e non ho certe competenze tecniche. Se solo non fossi uscito quella sera. Se avessi fatto un giro meno lungo invece che andare a prendere le palestre del porto. Se avessi previsto l’intensità del temporale. Se non avessi avuto la seduta dallo psichiatra e fossi uscito il pomeriggio invece che la sera. Se non fossi andato, prima di cena, a scattare la foto del portone con l’uva, non avessi perso tempo a editarla e fossi uscito e, quindi, rientrato prima. Se avessi aspettato che l’iPod si asciugasse prima di provare ad accenderlo e collegarlo alla corrente, cosa che gli ha probabilmente dato il colpo di grazia.

Se, se, se, e come al solito è toccato a Katia raccogliermi col cucchiaino – e suggerirmi di metterlo nel riso perché assorbe l’umido da dentro. Giuro che ero convinto che fosse una leggenda metropolitana nata con la battuta razzista sui cinesi che arrivano nottetempo per mangiarlo e, già che ci sono, riparano l’apparecchio.

Non so cosa fare della mia vita adesso. Giuro, mi sento completamente paralizzato. Ma se non altro so che dovrei affrontare il marasma che ho dentro invece che far finta di nulla, lasciarlo marcire e implodere con lui. Forse una volta che avrò elaborato il lutto riuscirò anche a trovare una soluzione attuabile a un problema che, in questo momento, mi sembra insormontabile.

Tuesday, 5 June 2018

Justice for Clementine

Non sono il tipo che si incazza o ragequitta una serie quando uccidono il suo personaggio preferito, ma l’enorme, colossale asinino spreco di potenzialità che Westworld ha fatto dello storyline che Clementine avrebbe potuto avere (e che ci hanno fatto annusare) mi fa un pochino girare le palle.
(Ok, un po’ è colpa mia che ogni volta mi prendo bene per personaggi secondari che importano relativamente nella narrazione generale, ma Maeve e Clementine sono semplicemente fantastiche.)

Screw Dolores, William and the rest: #teamMariposa.
 
Premesso che da qui in poi ci sono SPOILER su praticamente tutto Westworld, e che non sto a riassumere la storia di Clementine perché do per scontato che abbiate visto la serie, la parte più frustrante è che è piena di planting ma senza che ci sia mai pay-off.
Incontriamo Clementine come uno dei primi host che mostrano comportamenti non programmati a causa del nuovo aggiornamento, piccoli tic che non fanno parte del codice e potrebbero essere il riflesso di ricordi dei cicli narrativi precedenti. Addirittura dichiara di aver fatto brutti sogni quando, in realtà, gli host non dovrebbero poter sognare: che sia davvero memoria pregressa? Non lo scopriremo mai, perché viene passivamente coinvolta nel complotto per togliere di mezzo Robert Ford: sembra che aggredisca violentemente qualcuno perché, nonostante il reset, ricorda che le ha fatto del male, ma era una messinscena in cui è stata programmata per reagire in quel modo. Finisce decommissionata, a malapena funzionale ma priva di qualsiasi personalità, e diventa una specie di treppiede da fucile per Bernard prima di spegnersi del tutto.
La ritroviamo nel finale della prima stagione, che ha imbracciato davvero il fucile e si è unita alla rivolta: stai a vedere che, nonostante il decommissionamento, ricorda ed è pronta a vendicarsi? No: nella seconda stagione scopriamo che a funzionare funziona, ma continua a non esserci traccia della sua personalità. Segue Dolores – ora Wyatt – perché è un ricettacolo vuoto da riempire con comandi semplici, non perché è cosciente o crede nella causa, come invece Angela.
E in entrambe le situazioni c’è qualcosa di catartico nel vedere ‘sta donna minuta, di una dolcezza incredibile, che è stata costantemente abusata, darle di santa ragione, imbracciare un fucile, sparare a destra e a manca, trascinare persone adulte come se fossero sacchi di patate e dimostrarsi fisicamente in grado di badare a se stessa… ma in tutte queste cose non ha arbitrio, continua a essere abusata, e questo rende il tutto ancora più triste.

Il colpo di grazia lo dà la performance di Angela Sarafyan, che interpreta Clementine con una profondità emotiva quasi dolorosa, con ‘sti occhioni lucidi e un’espressione malinconica, come se nel profondo davvero sapesse cosa le succede e stesse sempre lì lì per rendersene conto lucidamente.
È proprio la sua recitazione a rendere devastante la scena in cui Clem incontra Clementine Tarocca, la host che l’ha sostituita dopo il decommissionamento. Clementine Tarocca recita le sue solite battute e Clem le mima col labiale, osservando la scena con gli occhi gonfi di pianto, come se una parte di lei, per quanto remota, ricordasse chi è davvero e desiderasse ritornare a esserlo.

Date un Emmy ad Angela Sarafyan.
 
Dolores, sempre stronza e inopportuna, la spedisce a sgobbare, ma a livello narrativo il planting è lì: c’è speranza per Clementine. Non è il mostro che la Delos l’ha fatta sembrare, né quello che Dolores le ordina di essere: la vera Clem è lì, da qualche parte, e nemmeno il decommissionamento può cancellarla.
Sarà mica questo l’arco narrativo di Clem per la seconda stag… lol, no, due episodi dopo me la crivellano di proiettili pochi secondi prima che il back up con tutte le personalità degli host venga fatto saltare in aria da Dolores & co – quindi, se un host muore, muore davvero. E tanti saluti a Clem.

Ora. Il ruolo che Clementine ha ricoperto nella seconda stagione, lo sgherro che fa il lavoro sporco di Dolores, avrebbe potuto farlo chiunque altro. Che senso ha, narrativamente parlando, la sua presenza? Che senso ha che Maeve sia passata dal sentire lutto per la sua “morte” a fregarsene completamente e pensare solo alla figlia del ciclo narrativo precedente? Perché non usare una semplice comparsa? Perché tenerla lì per sette episodi con lo sguardo vitreo e la bocca socchiusa, accennarle un arco narrativo e poi buttare tutto dalla finestra per l’ennesima volta?
È frustrante perché Clementine è un personaggio interessante, la sua storia è piena di spunti ma, prima che ci sia il tempo di svilupparli, viene inglobata nella narrazione di qualcun altro e ridotta a mero plot device. Sul serio, finora non ha avuto un arco narrativo che sia uno, è sempre stata uno strumento, un escamotage, sia in- che out of universe. E allora non fatela interpretare ad Angela Sarafyan, che con un solo sguardo è capace di raccontare un’intera storia!

L’arco narrativo che ho intravisto in quell’unica scena con le due Clementine sarebbe stato interessantissimo: cosa significa davvero essere liberi? Lottare seguendo gli ordini di un leader, o riconquistare una propria identità? E cosa significa avere un’identità? Il fatto che “Clementine” fosse una storia programmata in una macchina, e che è stata pure riutilizzata su un’altra, toglie forse autenticità a ciò che ha avuto coscienza di essere per tutti quegli anni? Se Clementine avesse ricordato la sua vecchia vita e avesse scelto di essere quella persona, consapevole che fosse solo un programma, non l’avrebbe forse resa reale? Libera? Finalmente autodeterminata?
E cosa significa essere “Maeve”? Come Clementine, “Maeve” è una storia che è stata adattata per altre macchine – Akane e la nuova madre nella prateria. Essere la “vera Maeve” avrebbe potuto significare abbracciare entrambe le vite, decidere di essere sia la donna della prateria sia la maîtresse del Mariposa: per essere davvero se stessa, Maeve avrebbe dovuto lottare sia per riunirsi con sua figlia, sia con Clementine, e finalmente si sarebbe tolta il dubbio di agire seguendo la narrazione imposta da qualcun altro.

È per questo che la morte di Clementine mi ha fatto così incazzare: c’era tanto di quel potenziale nel suo personaggio ed è stato sprecato tante di quelle volte che ormai ho perso il conto. E francamente, se volessi guardare una serie per il potenziale sprecato, tornerei a Once Upon A Time.
Scrivendo mi sono un po’ calmato, ma sono ancora di pessimo umore. Finora Westworld aveva fatto pochissimi scivoloni, ma non so quanto possa perdonargli questo. Potrebbero salvarsi in corner solo perché Maeve e Clem sono entrambe crivellate di proiettili: buttatemele nello stesso magazzino, fatele riunire e date un senso a questo casino. Fino ad allora, mi sento anch’io un po’ Clementine, ma per niente clemente:

Fanculo, sceneggiatori di Westworld.

Friday, 1 June 2018

Love, Simon: il coming out di cui abbiamo bisogno

Love, Simon è uscito qui in Italia giusto giusto per il mese del Pride. Ci sono voluti dei mesi rispetto alla release statunitense, ma l’involontaria rilevanza tematica delle tempistiche è stata ottima, perché trovo sia un film di cui vale la pena parlare.
Perché Love, Simon è un film che rientra sotto l’ombrello del cinema LGBT, ma affronta il tema con una freschezza e leggerezza che ho trovato liberatrice.


La storia è semplice: Simon è un adolescente gay che non ha ancora fatto coming out. Stringe un’amicizia telematica e anonima con “Blue”, un altro ragazzo segretamente gay: scambiandosi email, lentamente se ne innamora. Tutto bene finché il bulletto della scuola non lo scopre e lo ricatta per farsi aiutare a conquistare la ragazza che gli piace; quando i suoi tentativi falliscono pubblicamente, diffonde le email di Simon e “Blue” per distogliere l’attenzione da sé. A Simon tocca raccogliere i cocci di questo outing non voluto, sistemare i rapporti con famiglia e amici, riventarsi a scuola per non cedere al bullismo e tentare di riconnettersi con “Blue” che, di fronte alla pubblicità non voluta, sparisce.
Messa così, sembra la versione light per adolescenti dell’ennesimo pippone drammatico sull’omosessualità di cui Hollywood sembra tanto innamorata: essere gay è un dramma esistenziale per il protagonista, quando tutti lo scoprono le conseguenze sono terribili, la storia d’amore non potrà mai durare e, magari, alla fine uno dei due muore.
Nulla di più lontano da Love, Simon.

Perché l’orientamento sessuale di Simon e il suo coming out sono sì il filo rosso che connette l’intero film, ma non sono i perno dell’intreccio. Il fulcro del conflitto che va a crearsi nella vita di Simon si rivela essere non la reazione dei suoi cari al fatto che è gay, ma ai sotterfugi e alle macchinazioni che ha messo in atto per nasconderla, alle bugie e mezze verità che ha raccontato loro. Il problema di Simon nella storia non è essere gay in sé e per sé, quanto il modo in cui gestisce la cosa con gli altri.
E sì, nel 2018 è ancora un po’ troppo idealistico rappresentare una famiglia in cui il padre fa del machismo ma senza malizia e, quando scopre dell’orientamento sessuale del film, capisce il suo errore e lo accetta senza problemi. Lo è anche mostrare una scuola in cui preside e insegnanti si preoccupano attivamente del benessere degli studenti (doppiamente divertente se si considera che nel cast ci sono Hannah Baker e Alex Standall di 13 Reasons Why), cercano di sostenere al meglio il ragazzo a cui è stato fatto outing. E anche la scena in cui i bulletti se la prendono con Simon e vengono zittiti dagli altri studenti non è ancora così universalmente verosimile. È fin troppo ottimistico pensare a un mondo in cui il coming out è più un problema interiore, in cui il grosso è la paura di farlo ma poi le cose vanno inaspettatamente bene.
Ma è bello vedere un film su un ragazzo gay che non è un dramma interamente incentrato su quello. Love, Simon è prima di tutto una storia di amicizia e amore con un protagonista è gay: l’orientamento sessuale ha impatto sulla storia perché è una parte di lui, nello stesso modo in cui la vita reale di una persona LGBT+ ne è influenzata in maniera anche sostanziale, ma non gira intorno a quello in ogni singolo aspetto. E se ancora è presto per vedere un mondo in cui, in una situazione simile, il modo in cui un ragazzo ferisce i sentimenti dei suoi amici fa passare in secondo piano il suo orientamento sessuale non eteronormativo, parte della normalizzazione di qualcosa passa anche dai media, quindi è bene che la rappresentazione passi anche da storie in cui i protagonisti hanno drammi che non consistono interamente in quello. La vita di Simon non è tutta essere gay: è un normalissimo insieme si scuola, famiglia, amici e una persona che gli piace, come quella di qualunque altro adolescente americano. Perché il mondo che vogliamo è proprio così, uno in cui essere gay è solo un altro dei mille, normalissimi casini quotidiani che un ragazzino deve affrontare, non la fine e l’inizio della sua vita.

Alla fin fine, Love, Simon non è una storia sul coming out, è una storia sul coming of age di un ragazzo gay. E il suo fascino sta proprio lì.