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Wednesday, 27 June 2018

Justice for Clementine and Maeve

Tre settimane ed episodi dopo, rieccomi ancora più incazzato con Westworld, per lo stesso motivo e per altri ancora. Specialmente perché è il finale, quindi non c’è nemmeno più tempo per aggiustare una stagione intera di frustrazione.
Ovviamente, che ve lo dico a fare, da qui in poi spoiler sugli tutti gli ultimi episodi.


Sorpresa, Clementine non era morta. Era ancora abbastanza funzionante perché le impiantassero il codice di controllo “telepatico” di Maeve e la mandassero come un virus a infettare gli altri host affinché si uccidessero l’un l’altro.
Angela Sarafyan e la mimica facciale: piango.
Arriva il season finale: Clementine, sempre più cianotica e con lo sguardo sempre più perso, galoppa su un cavallo pallido alla testa delle guardie della Delos, inizia a infettare gli host che stanno per raggiungere “la valle al di là” (ovvero stanno per essere digitalizzati e salvati in uno spazio virtuale dove gli umani non potranno più abusarne), fra cui c’è anche Anna, la figlia di Maeve nel vecchio storyline. Maeve, che ha ancora i suoi poteri di controllo “telepatico”, sta correndo lì per cercare Anna.
Nella concitazione, Hector spara a Clem, Clem cade da cavallo e muore. Il glitch continua a diffondersi fra gli host, Maeve si limita a freezarli per dare il tempo ad Anna, sua mamma 2.0 e Akecheta di salvarsi, finisce crivellata di colpi dalle guardie della Delos e muore.

Porca miseria.
Da dove comincio?

Comincio da Maeve. In questa stagione, non solo il suo arco è stato completamente inutile ai fini della trama principale, ma il suo stesso personaggio è stato scritto malissimo. In primis il suo rapporto con Clementine: nella scorsa stagione si è letteralmente fatta ammazzare per andare in riparazione a cercarla dopo che l’avevano portata via, qui a malapena si è ricordata della sua esistenza concentrandosi unicamente su Anna.
E sì, lo capisco, Maeve è diventata davvero cosciente proprio quando, invece che fuggire dal parco come progammato da Ford, ha deciso di rimanere a cercare Anna. Ma davvero quella è l’unica cosa, l’unica, che le interessa? L’unica che la muove per dieci interi episodi? L’unica sua ragione d’esistere come personaggio?
Maeve ha il potere di salvare tutti. Ha il potere di svegliarli, di annullare il codice inviato da Clementine, di fermare gli uomini della Delos. Ha anche livelli geniali d’intelligenza perché si era riprogrammata cosi nella scorsa stagione, quindi sa benissimo come agire, e cosa fa invece? Salva un’unica dannata ragazzina e poi muore come una stronza.

Fra l’altro, Maeve nella valle ci è arrivata grazie al sacrificio dell’umano Lee, un personaggio principale fin dalla prima stagione che parte come un pallone gonfiato egocentrico, immaturo e che considera gli host oggetti di scena nelle sue narrazioni, tradisce Maeve per codardia nella speranza di sopravvivere, e finalmente arriva a vedere lei e gli altri host come suoi pari, al punto di sacrificarsi per rimediare ai suoi errori e permettere a degli host di proseguire. Un intero arco narrativo con una fine davvero soddisfacente, che cade nel vuoto perché Maeve non fa una mazza con la possibilità di fuga che Lee le ha dato.

E poi c’è Clementine. Mi sta bene che in-universe sia usata e abusata da chiunque… ma non che lo sia il suo personaggio in fase di scrittura. Ucciderla per la terza volta, di nuovo con un colpo di fucile random, senza averle fatto dire una parola in tutta la stagione, senza aver chiarito se è rimasto qualcosa di lei, senza avera nemmeno fatta interagire con Maeve, senza che nessuno, nessuno reagisca minimamente alla cosa, è stato il colmo. Ed è anche una morte perfettamente inutile perché, anche quando è a terra, il virus continua a diffondersi e gli host continuano ad ammazzarsi.
Perché inserire quella scena al Mariposa in cui sembra che ricordi qualcosa se è uno zombie lobotomizzato fino alla fine? Perché riportarla in vita e trasformarla nell’Anticristo, se il fatto che sia lei, proprio lei, è incidentale sia in-universe sia a livello narrativo? Perché passare due interi episodi, due, a sviscerare nel minimo dettaglio la profondità del rapporto tra Akane e Sakura, le versioni Shogunworld di Maeve e Clementine, con enfasi sull’impossibile che Akane è disposta a fare per salvare Sakura, su quanto la sua morte la addolori, se quando Clementine muore Maeve è girata dall’altra parte a guardare la figlia e nemmeno batte ciglio? Che fine ha fatto questo?

Goodbye, my Clementine.
Mi sta bene che Clementine sia ridotta ad accessorio senza personalità e diventi un’arma di distruzione di massa. Ma allora non accennate alla possibilità che sia rimasto qualcosa di lei se la cosa non va da nessuna parte, e non ammazzatemela in maniera così anticlimatica.
Mi sta anche bene che Maeve muoia perché ha scelto di rimanere nel parco invece che fuggire quando ne ha avuto l’occasione: il tema ricorrente del suo storyline è fare le proprie scelte liberamente, anche se le conseguenze sono fatali. Ma allora non trasformatemela in Dio per poi farle salvare solo la dannata ragazzina.

Ad aggiungere frustrazione, la scena era bellissima! Visivamente era un tripudio! Era un dipinto animato del Quinto Cerchio dell’Inferno di Dante. Era la Morte che cavalca sul cavallo pallido nell’Apocalisse. Era il Messia che salva i Dannati. Hanno sprecato così tanta bellezza visiva, fotografica, coreografica e recitativa su una scena scritta di merda!

Porca puttana, ce la faccio io a scrivere una cosa decente:
• Clementine arriva a cavallo e fa impazzire gli host, che iniziano a scannarsi.
• Maeve cerca la figlia e freeza gli host quando stanno per attaccare lei e sua mamma 2.0.
• Hector, Armistice e Hanaryo vengono sopraffatti prima di sparare a Clementine.
• Clementine si para davanti a Maeve, Maeve usa i suoi poteri contro quelli di Clem: la trattiene finché la figlia non è in salvo.
• Qualcuno spara a Clem: Hector per proteggere Maeve, o un host controllato da Maeve – ovvero, Maeve non ha altra scelta se non uccidere una persona a cui vuole bene.
• Il virus continua a diffondersi nonostante Clementine si a a terra; Maeve tenta di far rinsavire gli host ma non riesce; quelli della Delos le sparano.
• Il potere di Maeve riporta a galla la personalità di Clementine (è stato stabilito che può svegliare gli host, altra cosa andata sprecata). Perché, nonostante il decommissionamento, nonostante Dolores l’abbia comandata a bacchetta, nonostante i codici che le hanno tirato dentro, Clementine (e, per estensione, tutti gli host, che si siano risvegliati o meno) è più che solo una macchina. È un essere auto-cosciente e nessun reset, nessuna riscrittura, nessun hackeraggio può davvero privarla di se stessa.
• Clementine e Maeve, prima di morire, combinano i loro poteri sugli altri host: alcuni rinsaviscono e fuggono verso la valle, altri, quelli più danneggiati, rallentano gli uomini della Delos.
• Subito prima che muoiano con un ultimo scambio di battute, qualcuno trascina Maeve e Clem oltre la porta. O anche solo Clem, se hanno progetti per Maeve nella terza stagione, come hanno lasciato intendere.
• Gli uomini della Delos uccidono gli host che li hanno rallentati, ma notano che tutti gli altri si sono, in buona sostanza, buttati da una rupe. Attribuiscono la cosa al “virus” di Clementine: l’obiettivo di eliminarli tutti è stato raggiunto. In realtà, tutti, compresa Clementine che finalmente ha ritrovato se stessa, vivono nello spazio digitale. E non solo un paio di quelli di cui sappiamo il nome.
• Da lì l’episodio può continuare esattamente come è andato, senza che la trama ne risenta. Semplicemente, abbiamo una degna chiusura a tutti gli archi narrativi di quella parte di serie.

Ci voleva molto? Era così difficile? E invece no, hanno dovuto scrivere un’intera stagione inutilmente frustrante solo perché non si sono saputi gestire set up e pay-off. Dieci episodi di sacrifici, di scelte discutibili, di discorsi sulla salvezza di un’intera nuova specie, di sviluppo di poteri per salvare solo la dannata figlia di Maeve.
E sì, lo capisco che alla fine Westworld è principalmente la storia di Dolores, William e Bernard – tutto il resto è contorno. Ma allora riducilo, il contorno, invece che lasciarlo lì a metà e non mandarlo da nessuna parte!
Perché è vero che sono io che punto sempre sui personaggi secondari e devo aspettarmi che non siano trattati bene (per quanto sia Maeve che Clementine siano main cast), ma non sono incazzato perché i miei personaggi preferiti sono morti stupidamente: sono frustrato perché la loro narrazione aveva tante potenzialità che sono state accennate ma non utilizzate. Margaery e Olenna sono morte, mi è dispiaciuto enormemente, ma non sono stato frustrato perché entrambi i loro archi si sono conclusi in maniera soddisfacente. Clementine e Maeve, invece, meritavano molto più di quello che si sono beccate.


Thursday, 20 July 2017

Lust For Life: a rogue review

Lo dico con sincerità, sono contento che su Armonie Universali, la webzine musicale a cui contribuisco, sia Michele a occuparsi di Lagna del Rey: non penso che sarei in grado di parlare di Lust For Life in toni professionali, di scrivere un’analisi davvero coerente per un disco così carente a livello strutturale, o di approfondirlo troppo, visto che l’ascolto è davvero, davvero faticoso. Ma dato che mi sono preso la briga di ascoltarlo, ecco una “recensione” rogue e disimpegnata in cui raccolgo le annotazioni che ho buttato giù durante l’ascolto: non posso deludere il mio carissimo Francisco che si aspetta un po’ di snark.

In cui io sono Lady Olenna.

Partiamo dal peccato originale di Lust For Life: è troppo lungo e molto monotono. La mancanza quasi assoluta di variazioni strutturali, melodiche e di arrangiamenti (quando ci sono, il missaggio le penalizza) non giustifica né canzoni per lo più sopra i quattro o cinque minuti (una sfiora addirittura i sei!), né la durata totale del disco, ben un’ora e tredici. Sedici canzoni sono tante giù in condizioni normali, a maggior ragione quando solo un paio – tre a essere generosi – spiccano nel mare di noia.
Di positivo, c’è che un passo avanti è stato fatto: non è offensivamente brutto come Ultraviolence o Honeymoon, né eccessivamente pacchiano come Born To Die, ma ciò non significa che sia un buon disco: su una sezione ritmica costantemente monotona e priva di vita, troviamo o melodie carine penalizzate da arrangiamenti privi di senso, o arrangiamenti interessanti sprecati su melodie inesistenti (quando gira bene: ci sono anche melodie brutte che corrispondono ad arrangiamenti orribili). Il fatto che il tutto si mantenga più sobrio che in passato (non c’è né l’eccesso strumentale di Born To Die, né la cacofonia faux-post-rock di Ultraviolence) è di per sé un merito, ma rivela senza pietà la mancanza di struttura e sostanza delle canzoni, che non hanno nemmeno più un po’ di make up a mascherare i loro difetti.
Ho accennato al missaggio, ed è proprio quello che, spesso, trasforma la mediocrità in orrore: molto spesso, guizzi interessanti della parte strumentale finiscono per annegare in riverberi e filtri senza senso, col risultato che le singole componenti possono catturare l’orecchio, ma si mescolano le une alle altre diventando una specie di rumore di fondo frustrante all’ascolto.
Che lo dico a fare, il colpo di grazia lo dà la performance vocale di Lagna: i difetti sono i soliti – note calanti, timbro nasale, troppo fiato, vocali sguaiate, acuti traballanti – e, come sempre, sono enfatizzati, piuttosto che corretti, in postproduzione con l’immancabile caterva di sovrapposizioni senza senso, filtri vocali vìnteig, riverberi e una prominenza schiacciante rispetto alla parte strumentale. Su un album già lungo e monotono, una performance piagata da difetti tecnici così evidenti e un’interpretazione fiacca e priva di qualsiasi emozione è ancora meno accettabile.

Parlando dell singole canzoni, Love ha una melodia orecchiabile ma mostra già in apertura che il tutto è troppo diluito;  e i gemiti sul bridge sono proprio brutti. Lust For Life è forse la traccia “migliore” del disco: ha una bella melodia e delle belle tastiere, e l’unica pecca è la parte parlata che rallenta ulteriormente una canzone già poco vivace. 13 Beaches inizia con la brutta orchestrina sanremese e dei campionamenti inutili. L’arrangiamento del ritornello non è male, specie il synth-arpa, ma sopportare la loffiaggine delle strofe per arrivarci è abbastanza faticoso. Cherry inizia con un vocalizzo di rara bruttezza e continua con una melodia vocale inutilmente prolissa, soprattutto nelle strofe. Di salvabile ha solo il beat del ritornello, sprecato nella scarsa coerenza del resto. Il “fuck” finale dà un tocco di classe che spostati.
White Mustang non è malvagia, è semplicemente soporifera, soprattutto per la prova vocale del tutto priva di espressività. I fischi sul finale danno un tocco orribilmente cacofonico in una texture strumentale così scarna. Summer Bummer – un titolo, una garanzia – è invece proprio brutta. La parte rap è loffia quanto le vocals di Lana ed è semplicemente insopportabile, mentre i vocalizzi di sottofondo verso il finale sono atroci. Sul serio, Lagna, chi te lo fa fare a strozzarti così? Scrivi roba alla tua portata.
E a proposito, su Groupie Lover la voce raggiunge picchi di nasalità impressionanti. Senza quel beat caotico l’arrangiamento del ritornello sarebbe stato interessante, ma tutto quel rumore distrae da una melodia già difficile da seguire. Il bridge ha una parte strumentale molto carina, ma i rapper rovinano tutto. L’orrore vocale continua su In My Feelings: il filtro, combinato con il tono nasale e la sguaitezza degli acuti, è micidiale, continua pure sul ritornello e rende gli acuti del bridge semplicemente atroci. Manca totalmente una melodia coerente, il che è uno spreco di una base interessante.
Coachella – Woodstock In My Mind ha una melodia noiosa, un arrangiamento troppo uniforme ed è cantata davvero da cani. Riverberato com’è, il synth sul bridge è proprio cacofonico. God Bless America – And All the Beautiful Women In It invece prende un ritornello che non è male, ma lo annega in troppa ripetitività. L’accavallarsi senza senso delle tracce vocali nel penultimo ritornello crea solo confusione, specie perché è una delle peggiori performance vocali di Lana in assoluto. In compenso, apprezzo l’ironia degli spari in sottofondo: cattura appieno lo spirito americano.
When The World Was At War We Kept Dancing è la prima canzone a variare gli arrangiamenti introducendo un po’ di chitarra. C’è di nuovo un accavallarsi senza senso di tracce vocali su un cantato già sfiatato e sguaiato, specie su quei brutti acuti. Beautiful People Beautiful Problems sembra promettere un’altra novità, il pianoforte, ma si tratta semplici accordi in successione che non variano mai. La melodia non è male, ma l’arrangiamento è di una monotonia estenuante. Tomorrow Never Came è una ballata innocua, anche se eccessivamente lunga: Non aggiunge nulla di davvero interessante, ma almeno non è offensiva da quanto è brutta. D’altro canto, Heroin, che sfiora i sei minuti, è insopportabile. La tastiera iniziale è carina ma, di nuovo, la performance è davvero aberrante. A un minuto ancora non è successo nulla d’interessante e l’attenzione scema praticamente fino al bridge, dove i latrati di Lagna svegliano all’improvviso. L’organo di sottofondo, invece che aggiungere un tocco, aumenta il senso di pesantezza di un brano troppo lento e monotono che non ha un vero climax né una risoluzione.
Change ha un piano davvero bello, ma è relegato sullo sfondo nel mix per lasciare spazio a una performance, alla meglio, mediocre. Peccato: anche la melodia è carina, ma la scelta di missaggio penalizza davvero il brano. Get Free, infine, ha qualche scelta imbarazzante, come i controcanti sguaiatissimi a fine ritornello (sull’ultimo sono addirittura più forti della linea vocale principale, ma perché?!), ma la melodia è bellina, l’arrangaiamento vivace e, con questo ritmo, anche l’accenno di organetto trova un suo posto. Peccato per un intero minuto di rumori di onde e gabbiani alla fine di un album che già era troppo lungo: è una scelta insensata.

L’unico vero progresso è che, stavolta, i testi almeno un 6-- se lo meritano, se non altro per lo sforzo: certo, c’è sempre una predominanza di immagini da Sogno Americano in salsa hollywoodiana (fra le spiagge estive, auto di lusso, groupie, vita paxxissima da ragazzaccia, prostituzione, il Cartello di Hollywood tirato in ballo così), riferimenti troppo diretti al vìnteig, ma almeno la glamourizzazione della tristezza è tenuta a un minimo accettabile e c’è un tentativo di affrontare temi di attualità e rilevanza sociale. Con la profondità di una pozzanghera, ma almeno è qualcosa – sebbene sia una minoranza delle canzoni, contrariamente a ciò che millantava la stampa online. Non c’è nulla di realmente interessante, ma almeno non sono testi stupidi e pretenziosi come in passato.

Certo, la mancanza di male non è di per sé bene. Lust For Life è meglio dei due predecessori, ma resta lungo, monotono e privo di reali contenuti. E non è solo una questione di apprezzare o meno la musica downtempo: sono proprio le carenze strutturali delle troppe canzoni, la mancanza di una progressione coerente che arrivi a un picco e a una risoluzione, l’eccessivo trascinarsi di melodie sconclusionate, la ripetitività e l’appiattimento degli arrangiamenti a dare questa sensazione estenuante. L’unico tentativo di innovazione e insaporimento, l’inserimento dei rapper, è naufragato malamente perché le canzoni non hanno melodie che sostengano quelle parti e il tutto si traduce in ulteriore noia.
Insomma, ci sono modi migliori di impiegare quell’ora e passa di tempo che ascoltare un album, sostanzialmente, inutile.

Tuesday, 14 March 2017

Ciò che non è salvabile in Un Magico Natale

Lo ammetto: sono rimasto scioccato nello scoprire che esistono fan de La Bella e la Bestia: Un Magico Natale (ciao, Veronica, sto guardando te), o persone che addirittura dicono di aver visto quello più volte dell’originale (GASP!) e ricordano a memoria tutte le canzoni (ciao, Arrigo e Chiariel, sto guardando voi). I mean…


Io pensavo che il massimo sentimento positivo che si potesse avere per quella cosa fosse tolleranza, e pure a denti stretti. Ma visto che l’attesa per il live action de La Bella e la Bestia mi sta snervando, ho deciso di essere una persona orribile e smontare il film pezzo per pezzo per il solo gusto di rovinarvelo. Ed essermi svegliato a un orario improponibile stamattina mi fa desiderare che sia la vigila di Natale per rovinare anche un po’ lo spirito natalizio così, a caso. Di sicuro riproporrò questo post il prossimo dicembre per pura cattiveria.
E qui iniziano i problemi, perché se devo parlare male di questo film, francamente non so nemmeno da che parte cominciare perché è un tiro al bersaglio. Come ho già accennato, l’animazione è la pallida ombra di quella dell’originale – sebbene non sia orripilante come quella di moltissimi altri sequel Disney, primo fra tutti l’agghiacciante Mondo Incantato di Belle. La trama è stupida fino a essere imbarazzante ma, dovendo finire la storia nello stesso punto in cui l’hai iniziata – stesso motivo per cui, se si esclude l’analisi psicoanalitica, il villain è uno dei più stupidi e meno motivati dell’intera produzione animata Disney: l’unico conflitto che può esistere in un midquel ambientato in un castello isolato dal mondo deve essere interno,non c’è molto da poter inventare. Solo che questo, di midquel, fa davvero poco per provare ad attenuarli.

Andando più nel dettaglio, però, vogliamo parlare dei problemi di continuità col film precedente?
Quando? No, seriamente: quando dovrebbe aver luogo, ‘sta menata? L’ipotesi più probabile è dopo l’attacco dei lupi nella foresta, visto che Belle mostra segni di disgelo verso la Bestia, ma prima della libreria, visto che lui si comporta ancora da stronzo (il che è un problema di per sé, ma ci torneremo dopo). Eppure, ci sono mica segni di fasciature sul braccio della Bestia? No, e ciò è ridicolo, perché quando la Bestia e i servitori parlano di che regalo fare a Belle lui sta ancora guarendo. E il motivo per cui la Bestia le regala la libreria è che vuole “fare qualcosa – ma cosa?” per Belle: visto che Belle vuole a tutti i costi celebrare il Natale, quale modo migliore di accontentarla facilmente e senza sforzo, pur con tutto lo stress post-traumatico per l’anniversario della trasformazione? Cioè, questo segmento è totalmente incollocabile nella linea temporale del film originale perché non c’è nessun momento in cui Belle vuole avere a che fare con la Bestia prima che lui smetta di comportarsi da mostro.
Lumiere e Angelique. Lumiere x Spolverina è stata una delle mie OTP sin da quando avevo quattro anni. D’accordo che anche nell’originale è implicato che lui flirta con qualsiasi cosa si muova e abbia (o abbia avuto) due cromosomi X, ma il fatto che in questo film si dedichi unicamente ad Angelique (che non riceve neanche una menzione nell’originale) mentre Spolverina fa mezzo cameo fra le comparse di un numero musicale mi ha da sempre mandato in Bestia. Pun intended.
• La foresta nera. “Sembra pericolosa…”, dice Belle quando Forte le suggerisce di andarci a cercare un cavolo di abete. NON SAPREI, BELLE, mi pare che tu sia appena scampata a un attacco di lupi feroci proprio lì, dovresti ricordarti che È pericolosa. È un rischio troppo grosso per uno stupido albero di Natale, e tu sei una persona intellig… oh wait, allo stupro dei personaggi ci arriviamo con calma.
• Il castello semidistrutto. Capisco che, se non riesci a tirar fuori una trama interessante, per rimediare devi almeno creare un climax intenso, ma… è un midquel, per l’ammorh del cielo: alla fine del film devi tornare esattamente allo status quo precedente per mantenere la storia originale intatta. In questa pagliacciata, Forte distrugge una parte del castello (esatto, non spacca solo le vetrate dell’Ala Ovest, fa praticamente crollare la torre della prigione!), ma nel resto dell’originale non c’è traccia di nulla di tutto ciò. What gives?! Se crei un midquel dove succedono eventi che rischiano di stravolgere l’originale, forse l’hai fatta un po’ fuori dal vaso, eh!
La magia di Forte. Castello a parte, perché mai Forte ha dei poteri magici? L’Incantatrice vuole punire la Bestia e maledice lui; poi maledice anche gli abitanti del castello per dimostrargli che il suo egoismo ha conseguenza anche sugli altri. Se la trasformazione è una punizione, che senso ha dare a uno (e uno solo) dei cortigiani poteri magici potenzialmente letali che, oltretutto, migliorano la sua esistenza rispetto a quando era umano? I poteri di Forte contraddicono completamente la logica della storia. (E anche i toni, ma di quello parlo sotto.)
Che fine fanno i nuovi personaggi? Sempre il problema dei midquel che si svolgono in uno spazio chiuso, entro la fine di Un Magico Natale tutti i nuovi oggetti diventano BFF con quelli già noti. Ti aspetteresti che sia Fife a suonare per il ballo, o Angelique a decorare la sala, o salcazzo cosa; invece, ovviamente, essendo personaggi creati ex novo, non li si nomina più per tutto il resto della storia. Ne deduciamo che Angelique sia tornata in soffitta con i suoi amici addobbi alla fine del midquel? Beh, sono oggetti a tema natalizio: non ne sentiremmo la mancanza, se non aprissero un buco di continuità che spalancano.
Che fine fanno i nuovi personaggi, reprise. Forte costituisce di nuovo un grosso problema a parte: è BLOCCATO SU QUESTA PARETE!!! e quindi fisicamente giustificato per non essere apparso prima, ma resta pur sempre il più fidato consigliere della Bestia negli anni della maledizione. Eppure, non viene nominato mai nel corso del film originale: gli altri servi non lo nominano; la Bestia non corre a confidarsi con lui appena una ragazza mette piede nel castello, o dopo che l’invito a cena va malissimo; non gli chiede consiglio nemmeno per la questione del “voglio fare qualcosa – ma cosa?”; dopo la sua morte, la Bestia sembra riprendersi senza conseguenze, anche se ha scoperto di esser stato manipolato per anni, tradito e ha perso quello che era il suo unico amico nei momenti più neri. Di nuovo, il midquel non era previsto nel film originale, è logico. Ma, facendo il passo più lungo della gamba, apre l’ennesimo buco di trama.
• Il vestito dorato. E QUI MI PARTE IL BERSERK: IL FATTO CHE BELLE ABBIA INDOSSATO QUEL VESTITO PRIMA DEL BALLO CON LA BESTIA ROVINA COMPLETAMENTE QUELLA SCENA. Tutta la suspence, tutta la sorpresa di vedere come si è fatta bella per l’occasione, l’intensità di come la Bestia la accoglie sulla scalinata vedendola vestita da principessa… buttati via, perché indossa il vestito per vedere un cavolo di albero di Natale. NO. NO E POI NO. QUELLA SCENA NON È MAI ESISTITA, MI RIFIUTO!

Piccolo appunto sulla magia di Forte: fin da piccolo, l’ho sempre percepita come estremamente fuori posto rispetto ai toni del film, anche se non avevo ancora gli strumenti analitici per capire il perché. Ed è vero, a scatenare tutto l’intreccio è una maledizione che viene spezzata con tanto di fuochi d’artificio magici, e i sidekick sono oggetti animati. Ma, tolto questo, la trama del film è estremamente umana e “reale”. Gli ostacoli che Belle e la Bestia devono superare sono puramente psicologici: il peso delle aspettative della società, la perdita del senso di identità, il non sapersi rapportare con gli altri e con i propri sentimenti, il voler essere migliori per non deludere qualcuno a cui si tiene, la ricerca del proprio posto nel mondo e la sorpresa di trovarlo accanto a qualcun altro ostracizzato dalla società. Il cattivo, Gaston, è un semplice uomo, frutto dei suoi tempi e della sua società, senza incantesimi, poteri o magia: semplicemente, cede al peso del suo ego, cresciuto a dismisura per colpa dell’ambiente in cui vive, e ne rimane schiacciato.
Infilare in tutto ciò un enorme organo magico che attacca materializzando la sua musica sotto forma di pentagrammi annotati color verde fosforescente è giusto un tantino fuori luogo.

E poi c’è il grosso problema di come tutti, ma proprio TUTTI i vecchi personaggi siano clamorosamente out of character, chi più chi meno. Tranne, forse, Maurice, che fa mezzo cameo senza nemmeno dialogo all’inizio e alla fine del film. Ma gli altri sono un disastro.
Gli oggetti animati. Ora, è vero che, crescendo, ho rivalutato un po’ i sidekick della Bestia (a parte Mrs. Bric) e ho iniziato a vederli come un filino egoisti e petulanti sotto la patina di preoccupazione e affetto per Belle. Il che è giustificato (sono stati maledetti senza aver colpa e gradirebbero tornare umani, prova a biasimarli), ma quel vago senso che vedano in Belle poco più che un mezzo per arrivare a un fine un po’ mi pizzica. Beh, leviamo pure il “vago”, perché in Un Magico Natale non c’è nessuna sottigliezza nel loro voler forzare le cose fra Belle e la Bestia. Nel primo film, sebbene abbiano una certa urgenza, rispettano l’individualità di Belle e del Padrone, e al massimo aiutano lui a smussare gli angoli per essere in primis una persona migliore e, di conseguenza, conquistare Belle. Qui invece complottano a tutto spiano e si inventano piani stupidi e complicati per farli trovare da soli assieme anche se probabilmente lei non vuole avere nulla a che fare con lui e lui soffre tremendamente perché non si sente all’altezza di lei. Cioè, ma l’empatia? Dimenticata del tutto?
La Bestia. Lui è una caricatura, punto. D’accordo che nell’originale avevamo stabilito che “il Principe era viziato, egoista e cattivo”, ma in questo film sembra un marmocchio di cinque anni che fa i capricci per le cose più stupide! Perché lascia un’impronta amorfa sulla neve. Perché Belle vuole prendere un ciocco di legno per fare lo Yule Log. Per le decorazioni di Nat– no, ok, quelle danno ai nervi anche a me, but still! Nel film originale, Belle e la Bestia hanno i loro dissapori, ma almeno su cose sensate, non su stupidaggini. E soprattutto, Belle rimetteva la Bestia al suo posto e lui si dava una calmata, non continuava a borbottare in un angolo come una pentola sul fornello, pronto a esplodere per la successiva cazzata: c’è un limite di battibecchi che si possono mettere in una relazione prima che inizi a puzzare di abuso, sapete? Ci sarebbe anche da ridire sul suo continuo piangersi addosso e lagnarsi con Forte, che nel film originale era giusto un accenno mentre qui è esasperato, ma il rapporto della Bestia con Forte è, appunto, l’unica cosa che mi sento di salvare da questo pastrocchio, per cui sorvolerò.
Belle. Oh Belle. Da dove comincio per descrivere il massacro che hanno fatto al tuo personaggio? La mia argomentazione di punta contro la faccenda della sindrome di Stoccolma ne La Bella e la Bestia è che uno, quando la Bestia la lascia andare lei se ne va probabilmente per sempre, e due, soprattutto, Belle non intende aver nulla a che fare con lui finché lui non smette di comportarsi da coglione. Non un secondo prima. Finché lui non inizia a trattarla con rispetto, lei non tollera nessuno dei suoi capricci, non gli parla fuori dallo stretto necessario, gli risponde a tono quando si sente insultata, non lo frequenta, non si interessa a lui, non prova niente (di positivo, per lo meno) per lui. Men che meno cerca di cambiarlo o riparare il suo quorycinoh spezzatoh e tirarlo fuori dalla sua infelicità. Non è lei che cerca di cambiarlo, è lui che decide di cambiare il suo atteggiamento per piacere a lei e, nel farlo, si scopre migliore di quel che lui stesso riteneva.
Qui invece Belle, oltre a essere eternamente felice, gioiosa e ottimista mentre è ancora la prigioniera di un mostro che la tratta di merda, ruota totalmente intorno a lui, ai suoi capricci, alle sue crisi emo, a come renderlo felice, a come ripararlo, a come cambiarlo, a come far funzionare una relazione con un uomo abusivo e violento. Non c’è nulla ella Belle che rifiuta fermamente Gaston perché ha rispetto per se stessa, e sempre per quello non si lascia maltrattare perfino da un uomo in una posizione di potere rispetto a lei: qui vede la Bestia come un progetto, il povero uomo da riparare col suo ammoreh, e perde ogni dignità nel farlo. Cioè… NO. Quella lì non è Belle. È una crocerossina che fa il cosplay di Belle, ma NON È BELLE. Non è lo stesso personaggio, non ragiona nello stesso modo, non si comporta nello stesso modo, non ha gli stessi valori, non comunica lo stesso messaggio. E la cosa che mi manda del tutto in bestia è che hanno ridotto così la PRIMA Principessa Disney ad avere un carattere interessante, completo e separato da quello del suo uomo! PERCHÉ NESSUNO HA FERMATO QUESTO SCEMPIO, PERCHÉ?!

Io dopo dieci minuti di Belle in questo filmaccio.
E insomma, capisco che è un sequel direct-to-video e anche uno speciale di Natale, ma ciò non toglie nulla all’orrore che fa questo film. La Bella e la Bestia aveva un messaggio importantissimo sull’amore e il rispetto per se stessi come base per amare e rispettare il prossimo, sul non arrendersi e continuare a cercare il proprio posto nel mondo anche se il mondo sembra rifiutarti, che c’è speranza per tutti ma bisogna rimboccarsi le maniche e cambiare le cose. Questo invece è l’equivalente della logica per cui i ventidue alberi di Natale in Piazza Unità dimostrano che a Trieste va tutto bene e la crisi è passata perché hey, è Natale! È solo un mucchio di stupida, melensa superficialità natalizia, di finta speranza stagionale preconfezionata, di buonismo spensierato e perdono garantito senza riparare veramente le cose, e di vera sindrome di Stoccolma. E nemmeno ci prova, a dissimulare la sua assoluta mancanza di sostanza. Anzi, la ostenta schizzando tutto il fango che riesce sul materiale originale – e CHE materiale originale.
Odio. ODIO!
DISTRUGGETELO COL FUOCO!

La fine che questo filmaccio si merita.

Friday, 8 July 2016

Perché il finale di Penny Dreadful è caduto di faccia

Che dire? Sono (stato?) un fan di Once Upon A Time: so cosa vuol dire vedere un’ottima idea tirata per le lunghe fino a mandarla in malora. Ho visto soluzioni narrative ripetute fino a diventare ridicole, cambi di rotta improvvisati perché l’occasione era buona senza curarsi della coerenza, personaggi inseriti per fare contento il pubblico, errori di continuità grossolani che servono alla sottotrama contingente fregandosene di quella generale e storyline assolutamente ridicole infilate lì perché si è a corto di idee. Se c’è qualcosa che Once Upon A Time mi ha insegnato è che preferisco riguardare fino alla nausea due, tre stagioni fatte bene piuttosto che seguire per cinque, sei, sette anni uno show che va avanti per inerzia. E qui arriviamo a Penny Dreadful.


Penny Dreadful doveva finire? Sì, non c’è dubbio: con un presupposto simile a Once Upon A Time – vari personaggi classici raccolti intorno a uno originale e inseriti in un arco narrativo del tutto nuovo che incorpora riferimenti alle loro storie d’origine – il rischio di seguirne le orme è alto nonostante l’esecuzione sia su tutt’altro livello. Per quanto mi sia affezionato a Vanessa, Victor, Ethan, Sir Malcolm, Lily e tutto il cast, vederli affrontare nuovi antagonisti sempre più potenti e inverosimili fino a perdere ogni coerenza con l’idea originale solo per poter trascorrere ancora qualche anno con loro… meh, preferisco ricordarli all’apice piuttosto che in lento declino. Hanno sconfitto prima Lucifero e poi suo fratello: cosa può esserci oltre questo?
Penny Dreadful doveva finire in questo modo? Sì: è stato emotivamente devastante ma, proprio per questo, soddisfacente; è stato anche coerente con la mitologia della serie, la psicologia di Vanessa e la sua funzione narrativa di eroina tragica. Un lieto fine convenzionale avrebbe appagato il pubblico, ma forse rovinato il personaggio. Non saprei, entriamo nel regno dei what if. Comunque, in un certo senso per lei è stato un lieto fine, l’unico che immaginasse possibile, e ha dato una degna chiusura al suo arco narrativo.
Penny Dreadful doveva finire ora? No. Decisamente no.
Spoiler alert mentre eviscero il perché.

Il fatto è semplice: fin dal primo episodio della terza stagione, l’impressione era che questa fosse una “prima parte”, una metà che introduce un arco narrativo di due stagioni. Iniziamo con tutti i personaggi sparpagliati per il mondo che tentano di vivere individualmente senza che le cose vadano come dovrebbero; la progressione naturale sarebbe stata che, nel finale della terza stagione, ci fosse un grande turning point che li spingesse a concludere le trame individuali che li tengono separati per convergere verso Vanessa e il centro dell’azione, in tempo e ben motivati per il gran finale. La quarta stagione avrebbe dovuto esplorare i motivi per cui la lotta di Vanessa è anche la loro, cosa c’è in ballo per loro personalmente e concludere degnamente la serie. Fare entrambe le cose in una sola stagione, oltretutto più corta, è semplicemente impossibile: lo dimostrano gli archi narrativi di Ethan e Victor, i cui punti forti e deboli sono opposti e complementari.
Da una parte abbiamo Ethan. Lo vediamo combattere contro la tentazione e la sua oscurità interiore, immergercisi per poi ripensarci e tornare indietro da Vanessa. Solo che l’intero arco di “Dark Ethan” è stato compresso eccessivamente per dargli il tempo di tornare a Londra in maniera credibile. Lo vediamo comportarsi da bulletto-slash-figlio-petulante per mezzo episodio e questo è quanto: non ci soffermiamo mai davvero sulle conseguenze delle sue azioni, su cosa gli faccia capire che andare appresso a Hecate sia sbagliato e non liberatorio come pensa, su come la cosa ferisca Sir Malcolm e Kaetenay; sa che il bene è bene, il male e male, e sceglie così, da un momento all’altro. Sa, non arriva a comprendere, e il pubblico deve vedere, deve partecipare a quel processo perché abbia un significato. Lo vediamo maturare dopo il suo viaggio nell’oscurità? Lo vediamo affrontare le conseguenze del suo momento di debolezza? No, c’è troppa fretta di metterlo sulla prima nave in partenza per Londra per soffermarsi sul suo sviluppo come personaggio.
Dall’altra parte abbiamo Victor. Lui trascorre tutta la stagione isolato dalla trama principale a capire cosa renda sia lui sia le sue creature umani e cosa li accomuni come mostri. Lo vediamo maturare, comprendere i suoi errori, imparare a rispettare la vita, quella naturale e quella che lui ha creato, accettare la propria sofferenza e quella altrui come parte formante del carattere e diventare una persona migliore. E poi? Semplicemente si trova nel posto giusto al momento giusto per tornare in azione. Praticamente sbatte il naso contro Sir Malcolm e gli altri e: “Oh, ciao Victor, che combinazione. Stiamo andando a salvare Vanessa, il mondo e poi prenderci una tazza di tè: hai mica da fare stasera? Vuoi unirti?”. Il suo arco narrativo si integra in quello generale? Ciò che ha imparato come personaggio ha rilevanza nella trama principale? Lo vediamo decidere di unirsi ai Dreadvengers perché, avendo capito il valore della vita, non vuole che la fine del mondo lo distrugga? Perché Vanessa significa molto per lui? No, perché non c’è tempo per esplorare le sue motivazioni!
La parte di Victor la trovo particolarmente frustrante perché la seconda stagione si è presa tutto il tempo per costruire l’amicizia fra Vanessa e Victor senza che la cosa sia andata da nessuna parte. Li vediamo condividere momenti felici, altri tristi, confidenze, delusioni e speranze, e la cosa finisce lì. Alla fine della scorsa stagione, in un momento in cui entrambi hanno perso tutto, non vanno a cercare conforto l’uno nell’altra nonostante il legame che lo show si è preso tempo per stabilire. Non si vedono più per il resto della serie, Vanessa non sa nulla delle magagne di Victor, Victor non sa nulla di quelle di Vanessa. Non c’è nessuna scena in cui Victor pensa di essere stato troppo preso dal fare la cosa sbagliata per sé e non esserci stato per Vanessa, che la sua assenza abbia contribuito alla crisi, non c’è nessuna scena in cui cerca di non lasciarla da sola senza sapere cosa stia succedendo ma la tentazione per Vanessa è troppo forte e cede a Dracula e DIO MIO QUANTO POTENZIALE SPRECATO.
 
More of this? PRETTY PLEASE? No? Oh well.
E poi vai a vedre, qual è l’unico arco che non sembra concluso in fretta e furia? Ma Dorian Gray e Lily, ovviamente. Non essendo minimamente toccati dalla trama principale, hanno avuto tutto il tempo per la loro chiusura e non c’è stato bisogno di inventarsi un modo forzato per reintegrarli nella trama principale dopo una stagione per conto loro. Qui potrei aprire una digressione su perché non ci abbiano nemmeno provato, e la grande pecca narrativa della serie – l’inutilità di Dorian Gray, che è servito solo come plot device nella prima stagione e poi palesemente non sapevano che fare di lui, ma hanno continuato a dargli sottotrame irrilevanti perché Reeve Carney era un main e dovevano dargli delle scene – ma non è un discorso per questo momento. Diciamo solo che è l’ennesima dimostrazione che, per terminare degnamente una sottotrama, non rimane tempo per far tornare i personaggi coinvolti nell’orbita di Vanessa.
E che dire dei nuovi personaggi, dei quali l’unico che funziona a dovere è Kaetenay? Il Dottor Jekyll a.k.a. Lord Hyde parte pieno di potenziale ma alla fine è solo un complemento d’arredo per la storia di Victor. La Dottoressa Seward ce la fa… quasi: ha tutto il tempo e le motivazioni per affezionarsi a Vanessa e entrare nel suo mondo, è credibile che alla fine decida di rischiare la vita per lei, ma come? È una scettica convinta che passa da non essere sicura che quelle di Vanessa siano solo allucinazioni ad accettare il soprannaturale in quanto, mezzo episodio? Perché vede delle rane che escono da un lavandino? È una vergogna che un personaggio fantastico come lei abbia avuto poche scene per compiere un viaggio di scoperta e accettazione che altri personaggi compiono in due stagioni e mezza.
Catriona, poi, è la poster child del potenziale sprecato. È un altro personaggio fantastico. Ce lo fanno annusare in tutti i modi, che è un personaggio fantastico. Ma cosa sappiamo di lei? Niente. Non è sorprendente che a molti sia sembrata solo una power player bravissima in tutto, che sa lottare meglio degli altri, conosce il soprannaturale più degli altri, fa deduzioni complicate come se fossero le tabelline, è una Strong Independent Woman™ e serve solo ad accelerare la trama: non trascorriamo tempo con lei, non vediamo come abbia iniziato a sfidare le convenzioni di genere della sua epoca, come abbia imparato a lottare, come abbia scoperto del soprannaturale, perché ci creda… niente. Sembra solo una Mary Sue che arriva fatta e finita, più efficiente di personaggi che conosciamo bene ma senza esserselo “guadagnato” su schermo, ed è un peccato.

E poi ci sono Vanessa e il finale vero e proprio. Tematicamente, come chiusura è perfetta per un personaggio come lei. Ma… scusate, mi ricordate come mai vuole morire?
Abbiamo trascorso tre stagioni esplorando la psiche di Vanessa, con interi episodi dedicati a lei, le sue emozioni, le sue motivazioni, i suoi momenti oscuri e come ha trovato la forza di uscirne: davvero, davvero non riusciamo a dedicare un episodio al suo Grande Momento Più Oscuro Di Tutti? Vediamo le conseguenze che la scelta di Vanessa ha sul mondo intero, ma non quelle che ha su di lei. Non la vediamo mentre si rende conto che i suoi cinque minuti di felicità e libertà con Dracula rischiano di distruggere i suoi cari, tutto il mondo e, soprattutto, tutti i principi per i quali è vissuta. Non la vediamo mentre capisce che quel momento di debolezza ha reso vani anni e anni di lotte e non ne è valso la pena. Non la vediamo scivolare nel senso di colpa e realizzare che l’unico modo per salvare tutti compresa se stessa è il sacrificio.
Certo, sono tutte cose che possiamo dedurre avendo conosciuto il personaggio per tre stagioni, ma quanto, quanto sarebbe stato emotivamente d’impatto tutto ciò? Quanto sarebbe stato struggente vedere il personaggio che più di tutti accetta le sue responsabilità quando fa un errore e soffre per la colpa, affrontare il più grande errore di tutta la sua vita? Quanto un episodio dedicato a Vanessa che subisce le conseguenze della sua scelta e matura la decisione di trovare la libertà con il sacrificio, come Giovanna d’Arco, avrebbe reso la scena nella stanza delle candele ancora più tragica e potente? E se, a suo tempo, Ethan avesse affrontato le conseguenze del suo breve viaggio nell’oscurità, quanto avremmo potuto immedesimarci di più nel suo enorme dilemma fra voler stare con la donna che ama e sapere per esperienza diretta che il sacrificio è l’unica cosa che possa farla stare bene, e decidere per questo di assecondarla e ucciderla?
Certo, ho avuto gli occhi lucidi per tutta la scena, ma se lo show si fosse preso il tempo di esplorare di più la psiche dei personaggi e l’impatto che quella situazione ha su di loro personalmente, porca miseria, avrei pianto per tutta la settimana successiva!

Quindi, che John Logan dica che questo era il finale che aveva in mente sin dall’inizio per Penny Dreadful, posso crederlo: è soddisfacente in termini di trama e personaggi, e forse l’unico davvero appropriato. Ma che non mi venga a dire che l’aveva programmato così, dopo una terza stagione che più narrativamente sbilanciata non si può. Non so cosa sia successo, se la Showtime abbia deciso di cancellarlo all’ultimo, ma di sicuro è successo tutto troppo in fretta. Ed è un vero peccato, perché Penny Dreadful avrebbe potuto essere quello show enorme dall’inizio alla fine, con una terza stagione lenta ma che ha messo le fondamenta per un finale davvero strappacuore che nessuno dimenticherà.
Certo, anche essere una grande serie con un finale buono negli intenti ma pasticciato nell’esecuzione è più di quanto molte serie possano vantare, ma tutto quel potenziale sprecato è davvero amareggiante.

Sunday, 27 December 2015

Pagelle musicali 2015: paradiso

Prima di leggere questo post, mettetevi comodi e procuratevi del comfort food, perché sarà lunghissimo: il 2015 è stato infatti un anno affollato e ricco di uscite stellari. Se il metal ha visto troppi disastri e pochi superstiti, le varie gradazioni di pop hanno invece prodotto una miriade di ottimi dischi che hanno confermato carriere monumentali o consacrato giovani talenti.
Premetto subito che l’ordine degli album è puramente indicativo: tolta la supremazia assoluta di Susanne Sundfør e del suo capolavoro, e il fatto che la Tamarrja si sia salvata per il rotto della cuffia, considero buona parte di ciò che c’è nel mezzo più o meno a pari merito, e l’ordine dipende spesso dalla data d’uscita o da preferenze strettamente personali.
I più attenti noteranno alcuni illustri assenti fra inferno e paradiso: Rebel Heart di Madonna perché ho smesso di prenderla sul serio dopo American Life e non ho proprio tempo da dedicarle; Haven dei Kamelot perché me ne sono semplicemente dimenticato; 25 di Adele perché no, non mi sta antipatica, ma non riesco proprio a interessarmene minimamente; Kylie Christmas di Kylie Minogue per pura mancanza di tempo; Songs From The North I+II+III degli Swallow The Sun perché vi prego, oltre due ore e mezza di doom metal brutto e cattivo di fila al momento non riuscirei a stomacarle. Mi riservo di ascoltarli con più calma in qualche momento di magra l’anno prossimo e aggiungerli, se e quando ne ho voglia, nel post appropriato.


Ten Love SongsSusanne Sundfør
Ten Love Songs – Susanne Sundfør
Dopo un esordio canonicamente pop, la norvegese Susanne Sundfør si è imposta come una delle artiste di spicco del panorama elettronico scandinavo grazie alla sua voce inconfondibile e al songwriting eclettico e raffinato. Dopo il sound minimale di The Brothel e quello sperimentale di The Silicone Veil, la nuova sfida della norvegese è stata portare il synthpop che l’ha resa unica in una direzione più commerciale senza però rinunciare alla propria integrità artistica. E l’esperimento è riuscito alla grande. Sarò onesto: trovo più facile recensire dischi brutti, il che mi rende particolarmente ostico scrivere di Ten Love Songs, visto che è un album praticamente perfetto.
Perfetto è il titolo nella sua ingannevole semplicità: non si tratta infatti di una raccolta di canzoni d’amore scontate e melense, quanto più di dieci riflessioni sull’amore in tutti i suoi aspetti, anche quelli più fisici, morbosi, grotteschi o mostruosi. Perfetto è il songwriting, così come l’arrangiamento che lo fa risaltare: ognuna delle dieci canzoni ha una personalità individuale ma sono tutte accomunate da scelte stilistiche ben mirate. E perfetta è la struttura globale del disco, con una track list studiata in ogni dettaglio per regalare un’esperienza d’ascolto inimitabile. Si inizia con Darlings, un opener che introduce quello che sarà lo strumento predominante dell’album, l’organo in tutte le sue sfumature; nonostante la brevità, grazie alla performance vocale di Susanne ha abbastanza peso da stare in piedi sulle proprie gambe e non risultare una semplice introduzione in attesa dell’inizio dell’album. Segue la coppia Accelerate e Fade Away, due facce della stessa medaglia musicale che, pur essendo molto diverse fra loro, sfumano con naturalezza l’una nell’altra esaltando i reciproci punti di forza: Accelerate è una traccia oscura ai limiti dell’industrial, con un beat ossessionante e un cantato basso e torbido, che nel bridge esplode in un assolo di organo ispirato alla Toccata e Fuga in Re minore di Bach; d’altro canto, Fade Away è una delle canzoni più luminose, orecchiabili e pop dell’album, con linee vocali dinamiche e stratificate, e un allegro assolo di organetto sintetico sul bridge. Segue Silencer, che parte come una ballata semiacustica per poi acquisire una texture dream pop col progredire, ponendosi come uno dei momenti di calma dell’album; quest’atmosfera calma è ripresa dalla successiva Kamikaze, che parte in sordina quasi come una seconda ballata, stavolta all’organo, ma sul ritornello diventa una delle canzoni più catchy e ballabili mai prodotte da Susanne. La sorpresa finale è un assolo di clavicembalo che, da una parte, riprende e conclude il tema della canzone, dall’altra introduce le sonorità dominanti di Memorial, un capolavoro di dieci minuti dalle spiccate influenze classiche: la canzone inizia come una ballata divisa fra organo e chitarra acustica, impreziosita da una discreta texture elettronica; terminato il secondo ritornello, cresce in un bridge orchestrale ornato di pianoforte, che la trasforma in un viaggio musicale in continua ascesa che lascia senza fiato quando arriva al culmine e alla risoluzione.
L’oculatezza nella disposizione delle tracce è evidente dal’intro della canzone successiva, Delirious, un crescendo di elettronica che dà il tempo all’ascoltatore di prendere fiato dopo Memorial prima che inizi la canzone vera e propria: è la traccia in cui Susanne riesce perfettamente a fondere lo spirito sperimentale di The Silicone Veil con la direzione più pop di Ten Love Songs, giocando sulle dissonanze fra la parte elettronica e gli abbondanti archi per esplorare la parte più violenta dell’amore. Segue Slowly, che parte in sordina prima di diventare un tripudio di elettronica dal sapore discotecaro: orecchiabile ma non scontata, potrebbe essere il vero inno del synthpop scandinavo – non a caso, è co-prodotta dai Röyksopp, con cui Susanne ha già collaborato con ottimi risultati. Il finale dell’album è forse un po’ spiazzante: Trust Me, la penultima traccia, è una canzone arrangiata in maniera molto miniamale, con il solo organo a sostenere la voce di Susanne sino al finale dal sapore dreampop. È forse l’esperimento meno riuscito dell’album, ma non per questo è una canzone da buttare, specie per l’atmosfera che acquisisce dal vivo. L’ultima tracca, Insects è un esperimento fatto di percussioni tribali che si fondono con beat spiccatamente techno e una texture industrial: le linee vocali sono basse e roche, fino a quando esplodono in un tripudio di vocalizzi stratificati che concludono l’album con una nota di frenesia.
Al di là della struttura ben architettata, però, il vero punto di forza di Ten Love Songs è proprio la commistione perfetta fra songwriting e atmosfera: le canzoni riescono a coprire un ampio spettro emotivo proprio grazie alle scelte compositive e agli arrangiamenti, che sono sempre funzionali al mood del brano. Il risultato è un viaggio fresco e interessante fra gli aspetti più vari di una delle emozioni umane che da sempre ha ispirato maggiormente la musica. È un album da apprezzare sia col cuore, sia con la testa, nonché un bellissimo, scintillante nuovo capitolo di una carriera in costante ascesa artistica. Ben fatto, Susanne!
Preferite: Memorial, Accelerate, Delirious

FrootMarina & The Diamonds
Froot – Marina & The Diamonds
Per parlare adeguatamente del terzo album della poliedrica Marina Diamandis bisogna mettere in prospettiva la sua discografia – il che non è facile, considerando la varietà musicale che ha fornito con soli due album. Il seguito dell’ottimo indie-oriented The Family Jewels è stato infatti il magnifico Electra Heart, che ha esplorato territori più elettronici e “mainstream”, dando al genere la peculiare interpretazione della Diamandis. Con Froot, in un certo senso, Marina ha fatto un passo indietro e due avanti: chiusa la parentesi elettronica, è tornata al sound delle origini ma l’ha interpretato attraverso la maturità artistica che ha acquisito nel frattempo. Froot si ritrova ad essere il vero diretto successore di The Family Jewels, ma figlio della sofisticatezza di Electra Heart. Abbandonato il battaglione di collaboratori e produttori che hanno contribuito a mettere il bubble gum nel secondo album, Marina ha portato con sé quanto imparato da loro per scrivere da sola tutta la musica e i testi, e produrre le canzoni da sé con l’aiuto del solo David Kosten. Il risultato è un album poliedrico e unico, difficilmente classificabile in un solo sottogenere di pop. Risaltano le ballate, sia quelle più classiche come Happy e Immortal, sia quelle venate di elettronica come I’m A Ruin; ad esse si alternano pezzi dall’anima più pop, come i due singoli Froot e Blue, o la vivace Weeds, e le belle suggestioni soft rock di canzoni come Forget, Can’t Pin Me Down, Better Than That e Savages. A completare il tutto, una vena più minimale e a tratti sperimentale portata avanti nelle ben riuscite Gold e, sorpattutto, Solitaire. Una varietà di sound, insomma, che trova il filo conduttore nelle strutture a volte imprevedibili e nelle progressioni di accordi dolceamare tipiche del songwriting fresco e peculiare di Marina, più marcato che in Electra Heart ma più funzionale e levigato che in The Family Jewels.
Le tematiche e i testi degli album seguono lo stesso percorso del sound: The Family Jewels è stato il diario di una Marina post-adolescenziale, mentre Electra Heart un’analisi ironica e un po’ cinica della pop culture attraverso un personaggio che, fondamentalmente, non era Marina ma un archetipo in cui la Generazione Me poteva riconoscersi. Froot torna a parlare della vera e propria Marina, ma con una maturità del tutto inedita: ritroviamo sia le relazioni amorose (Froot, Blue, I’m A Ruin, Weeds), sia il senso di solitudine e difficoltà a mescolarsi alla gente del primo album (Happy, Forget, Solitaire, Immortal), sia l’ironia e la critica sociale che l’ha unito al secondo (Gold, Can’t Pin Me Down, Better Than That, Savages), il tutto interpretato con un nuovo senso di pacatezza e accettazione che rende più sottile ed elegante la tipica ironia di Marina. La colpa nelle relazioni non è più da un’unica parte, la solitudine è qualcosa che si può superare trovando la forza nella propria unicità, e la società è osservata e commentata con più oggettività e meno furia (Savages, ad esempio, denuncia la “rape culture” ma soffermandosi ad analizzarla razionalmente piuttosto che attaccarla).
Sia musicalmente che testualmente, Froot è la sintesi e il manifesto del percorso che Marina ha compiuto da quando era una scene queen che condivideva le demo su MySpace ad oggi. Un percorso che ci regala un’artista padrona della propria musica e libera dal personaggio, che non ha paura di camminare sulle proprie gambe e presentare un prodotto genuino che non scende a compromessi.
Preferite: Immortal, Happy, I’m A Ruin

How Big, How Blue, How BeautifulFlorence + The Machine
How Big, How Blue, How Beautiful – Florence + The Machine
Florence Welch ha deciso di spiazzare il proprio pubblico scendendo con i piedi per terra: è questa la descrizione più concisa di How Big, How Blue, How Beautiful, il nuovo album della cantante britannica e della sua Machine. Follow-up degli acclamati Lungs e Ceremonials, questo terzo album rappresenta una vistosa dipartita tematica, stilistica e d’atmosfera rispetto ai lavori che l’hanno preceduto. Già senza leggere le interviste di Florence il motivo del cambio di rotta è evidente nelle canzoni: se i primi due album erano l’esplorazione del mondo interiore e della fuga dalla realtà della cantante, quest’album è una specie di diario su come Florence riesce a scendere a patti e avere a che fare col mondo reale. Come è ovvio, temi così concreti necessitano di un approccio musicale e autorale diverso dal passato, e How B. è strutturato secondo quest’ottica.
Dal punto di vista testuale e vocale, il risultato sono lyrics molto più concrete, spogliate delle metafore, ma non per questo scontate o meno attuali; ad accompagnarle sono linee vocali più energiche, cantate da una Florence raramente così espressiva. Dal punto di vista del sound, ciò si traduce in arrangiamenti scarni e orientati più al rock che al chamber pop, con una sezione ritmica molto prominente e un marcato uso delle chitarre elettriche. Piuttosto che all’arpa o all’organo, a riempire questo scheletro sono stavolta i fiati, un ensemble di ottoni e, più raramente, legni, sempre in primo piano rispetto agli archi. Il risultato è la perdita del misticismo onirico che caratterizza Ceremonials a favore di un suono più duro e concreto, dai colori talmente vividi che le sfumature si colgono solo col tempo: How B. è infatti un disco le cui meraviglie si scopre lentamente, ascolto dopo ascolto.
Non a caso, la prima canzone che ha invaso i social media appena uscito l’album è stata Queen Of Peace: oltre ad essere oggettivamente magnifica, con i suoi archi, i tamburelli, le chitarre meno prominenti e le metafore tipicamente “alla Florence” è quella che maggiormente richiama il vecchio sound; e anche St. Jude, con l’andamento lento, l’oboe, le texture elettroniche, i controcanti e la sezione ritmica appena accennata e riverberata, ricorda il misticismo tipico di Ceremonials. Queste due canzoni, che si pongono come ponte fra i vecchi lavori e il nuovo, sono state quelle apprezzate più velocemente dal pubblico, ma ciò non significa che le canzoni più “moderne” siano da scartare: basti vedere il magnifico minimalismo di Various Storms & Saints o Long & Lost, che riescono a donare delle esperienze d’ascolto da brividi già solo con una chitarra, la voce di Florence, qualche armonia vocale sullo sfondo e poc’altro – rispettivamente archi e organetto – a guarnirle. E anche le canzoni in cui il lato aggressivo è più evidente hanno tanti da offrire: canzoni come la tilte track o Ship To Wreck bilanciano alla perfezione il nuovo lato rock con arrangiamenti un po’ vecchio stile, mentre What Kind Of Man e Delilah dimostrano come il trionfo di batteria, chitarra e ottoni riesca a valorizzare le melodie tanto quanto la sontuosità dei lavori precedenti. D’altro canto, però, canzoni come Caught e Mother, che propendono marcatamente verso un Brit rock tipico e scarno, risultano un po’ sciape e fuori posto, indicando quelli che sono i confini di Florence nell’innovarsi senza snaturarsi. E francamente, mi chiedo come siano finite sul disco, data la magnificenza di certe bonus track (specie Pure Feeling e Conductor, relegate all’edizione Target).
In sostanza, quindi, How Big, How Blue, How Beautiful è un album che, a prima vista, offre poco di ciò che ha fatto affezionare il pubblico a Florence, ma che con gli ascolti rivela come, dentro a una confezione sonora meno mistica e più terrena, si trovi sempre la stessa Florence che conosciamo e amiamo. D’altro canto, pur essendo chiaramente figli dello stesso team creativo, già Lungs e Ceremonials sono stati due album molto differenti: How Big, How Blue, How Beautiful ha solo bisogno di un po’ di fiducia per rivelarsi come il loro degno successore a chi lo sa ascoltare.
Preferite: Queen Of Peace, Various Storms & Saints, St Jude

SorryMeg Myers
Sorry – Meg Myers
Dopo due EP d’indubbia qualità, l’americana Meg Myers ci propone finalmente una prova musicale completa con Sorry, il suo primo full length. Composto da tre delle migliori tracce dell’EP Make A Shadow e sette canzoni completamente inedite, Sorry si profila come il punto di partenza di un’artista che ha già trovato una propria identità: ha decisamente quel feel frizzante e onesto da debutto, ma l’esperienza maturata con la registrazione degli EP si nota. Il sound è sempre il pop-rock a tratti ruvido e pungente che caratterizza Meg, ma l’opera di levigazione intrapresa in Make A Shadow continua: le due tracce d’apertura, Motel e il singolo Sorry, sono un ottimo esempio di ciò, declinando le sonorità più abrasive con sfumature più lievi che aggiungono un tocco di classe. È interessante notare come Meg non abbia disdegnato episodi più radiofonici come l’allegra A Bolt From The Blue o la frizzante Lemon Eyes, ma non abbia escluso nemmeno richiami al sound più essenziale e pungente del primo EP, Daughter In The Choir, col groove amaro e introspettivo di I Really Want You To Hate Me. Fra i gioielli indiscussi dell’album, le ballate: oltre alla già nota ma sempre fantastica The Morning After, abbiamo anche Parade, un’ottima canzone semi-acustica impreziosita dagli archi, e la magnifica conclusione del disco, Feather, un viaggio introspettivo accompagnato da un ipnotico arpeggio di chitarra acustica e qualche accenno di rock.
A livello testuale, Meg è decisamente una figlia dei suoi tempi ed esplora con piglio a tratti caustico, a tratti onestamente intimo molti temi tipici della Generazione Y, dalla depressione e i problemi ad integrarsi nella società adulta (Motel, Feather, Make A Shadow, I Really Want You To Hate Me) alle paranoie che rendono difficile relazionarsi col prossimo, specie in ambito romantico (Sorry, Parade, Lemon Eyes), al bisogno di sesso (Desire) fino al desiderio di affetto genuino (A Bolt From The Blue, The Morning After). Tutto ciò rende ancora più facile l’immedesimazione dell’ascoltatore in un album dalle sfumature emotive già notevoli, enfatizzate dalla varietà della performance vocale di Meg, ora più delicata, ora più potente e quasi urlata.
Sorry è, in definitiva, un ottimo debutto che, coniugando freschezza e esperienza artistica, consacra le doti di songwriting di Meg Myers e pone un’ottima base per la sua carriera musicale.
Preferite: The Morning After, Feather, Parade

BridgesEivør
Bridges – Eivør
Chiusa la parentesi sperimentale di Larva e Room, la faroese Eivør torna a dedicarsi al genere che l’ha resa famosa, un pop acustico dalle tinte folk; ciononostante, riesce a rimescolare le carte in tavola per non far annoiare il suo pubblico, mantenendo alcuni dei guizzi non convenzionali che ha esplorato. Rispetto ai precedenti lavori folk di Eivør, Bridges è un album che ammicca maggiormente a un pubblico internazionale, usando il pop come base e spennellandolo con il folk per dargli colore. La parola chiave di Bridges è “semplicità”, con melodie raffinatamente orecchiabili e arrangiamenti minimali costruiti per mettere in risalto la voce della cantante: a farla da padrona è la chitarra acustica, mentre l’elettronica, che non è stata rinnegata, aggiunge assieme alle sessioni d’archi un tocco di classe qua e là. Il songwriting varia dal pop più radiofonico di Remember Me, My Faithful Friend o delle ballate Morning Song e Purple Flowers a quello intimista e minimale di Bridges e Stories. Non mancano episodi folk come la bellissima Tides, o più sperimentali come l’elettronica On my Way To Somewhere o la cinematica The Swing, dal sapore orientale. Highlight indiscussa del disco è la performance vocale di Eivør, che plasma il proprio timbro unico e argentato con mille sfumature, ora più sussurrato, ora più malinconico, ora gioioso per ottimizzare l’impatto emotivo delle canzoni.
A chi ha conosciuto Eivør con Larva e Room, Bridges potrebbe sembrare un album meno coraggioso, ma prosegue con coerenza il percorso di costante evoluzione della cantante, che mai si sofferma troppo a lungo sulle stesse sonorità. Se proprio vogliamo trovargli un difetto, è un album molto corto; ma pur nella sua brevità, l’intensità emotiva delle canzoni lo rende un’esperienza d’ascolto più che appagante.
Preferite: Stories, The Swing, Bridges 

SlørEivør
Slør – Eivør
E poi niente, Eivør fa una Beyonciata e tira fuori a sorpresa un secondo album a fine anno, sei mesi dopo il precedente. Nelle parole della stessa cantautrice, Slør è il fratello di Bridges e si profila come una sua release-compagna: le canzoni sono state composte come immagini riflesse di quelle su Bridges, con i testi in faroese che seguivano spontaneamente la scrittura di quelli in inglese. Eppure, la realtà dei fatti sembra un po’ diversa: si tratta di un album con una personalità propria, totalmente distinta da quella di Bridges, e che accontenterà quelli che hanno trovato quest’ultimo poco coraggioso. La vena sperimentale che Eivør aveva dimostrato in album come Larva torna alla ribalta e offre un ottimo connubio fra pop minimalista, pennellate folk ed elettronica che, nonostante il faroese, ha un sapore perfino più internazionale dell’album “compagno”.
Il tratto d’unione di Slør è una produzione stratificata ma minimale, con sussurri e piccoli rumori di sottofondo che però non distraggono l’ascoltatore né dalle melodie, né dagli altri strumenti, né tanto meno dalla voce di Eivør, ancora una volta prestigiosa protagonista del disco. Le singole canzoni esplorano una varietà di sound e interpretano in maniera personalizzata varie gradazioni di elettronica: l’orecchiabile Silvitni è completata dalle suggestioni barocche del clavicembalo; il synthpop minimalista di Brotin è accompagnato da un predominio di chitarra nella strofa. I rumori quasi industriali di Salt si fondono con i violini sullo sfondo, mentre assumono tratti inquietanti in Í Tokuni, che i sussurri trasformano quasi in una filastrocca da un incubo. Mjørkaflókar, d’altra parte, ha un approccio minimalista sulla struttura della ballata pop romantica, seguita da Petti Fyri Petti e Røttu Skógvarnir, che sono episodi folk che richiamano maggiormente Briges, la prima con l’uso della sola chitarra acustica, la seconda accompagnandola col sintetizzatore ma lasciandole la conduzione della canzone. Verð Mín, non a caso scelta come primo lyric video tratto dall’album, coniuga perfettamente l’anima acustica del disco precedente col piglio elettronico di Slør. La title track è una canzone evocativa in cui un delicato strato tutto elettronico si alterna alla voce quasi a cappella di Eivør, mentre la chiusura è affidata a una reinterpretazione di Trøllabundin, un classico che accompagna la cantante da ormai dieci anni.
Certo, tentare di accontentare tutti può essere un’operazione rischiosa, ma far uscire due album quasi in parallelo è una mossa molto intelligente: con la combinazione di Bridges e Slør, Eivør è riuscita con classe a soddisfare sia i fan del suo lato folk, sia quelli del lato sperimentale, senza creare un unico album confusionario. Insomma, il 2015 un ottimo anno per la produzione musicale della cantante faroese.
Preferite: Slør, Silvitni, Verð Mín

SurrenderHurts
Surrender – Hurts
Far evolvere il proprio sound ma restare coerenti con se stessi è una sfida non da poco, specie se si viaggia in uno di quei generi a cavallo fra il mainstream e il sofisticato come il synthpop che ha fatto la fortuna degli Hurts. Trovare l’equilibrio perfetto fra intortare un pubblico occasionale di poche pretese, espandersi verso ascoltatori nuovi e, soprattutto, accontentare i fan, quelli veri, esigenti, che pretendono un costante miglioramento, non è una scienza esatta ed è forse questo che penalizza Surrender rispetto ai due dischi precedenti: il problema non è tanto che l’evoluzione del sound sia andata in una direzione più allegra, che segna un netto distacco dall’oscurità di Exile, quanto l’occasionale dispersività e mancanza di concentrazione.
Tanto per cominciare, se si escludono le bonus track, è un album molto breve – poco più di mezz’ora; il fatto che la prima delle dieci canzoni sia un intro di un minuto e diciotto non aiuta particolarmente, specie perché musicalmente è del tutto slegata a qualsiasi altra cosa ci sia sul disco. Inoltre, Surrender contiene alcune fra quelle che sono probabilmente le canzoni meno distintive della discografia degli Hurts: Kaleidoscope è un brano relativamente anonimo che offre poco oltre all’orecchiabilità e la ballabilità. Nothing Will Be Bigger Than Us sembra partire bene ma si rivela chiaramente figlia dell’esperienza con Calvin Harris, con la tipica struttura in crescendo e diminuendo prima del “drop the bass”, sebbene lo spiccato senso melodico e un arrangiamento curato la salvino dall’essere l’ennesimo, anonimo inno da discoteca. Why si profila un po’ come la tipica canzone pop e inizia addirittura con una scialba chitarra acustica, anche se gli arrangiamenti ritmici e vocali dei ritornelli e bridge riservano sorprese che la rendono tutto sommato interessante. Il problema principale di queste canzoni, però, è che falliscono in ciò che la musica degli Hurts riesce di solito: far emozionare, oltre che ballare.
A metà fra le canzoni meno riuscite e quelle memorabili si colloca Lights che, quando è uscita come singolo, mi ha fatto inarcare le sopracciglia col suo piglio smaccatamente Anni Novanta; il suo segreto è però essere una di quelle tracce che crescono con gli ascolti, soprattutto grazie a una melodia davvero piacevole, un ritornello che si attacca alla testa senza mezze misure e, finalmente, l’emozione che rende “Hurts” una canzone synthpop. Probabilmente, incarna bene lo spirito dell’album, opacizzato da qualche scelta discutibile ma che, col passare del tempo, rivela le sue meraviglie. Una di queste è sicuramente Some Kind Of Heaven, il primo singolo, che coniuga perfettamente tutti gli elementi della musica degli Hurts senza sbavature e in maniera ispirata: ritmo ballabile, melodia orecchiabile, ritornello a cui non si può sfuggire, sintetizzatori e archi. Le vere perle di Surrender però sono, come spesso capita agli Hurts, le canzoni lente. Le due ballate vere e proprie, Wings e Wish: la prima è una power-synth-ballad che coniuga gli elementi migliori che hanno fatto la fortuna di canzoni come Stay e Blind e li ottimizza con un’ottima melodia e arrangiamenti ancora più sontuosi, ma non pacchiani; è una di quelle canzoni che, si capisce già dal disco, toccheranno vette di spettacolarità in concerto. Wish, d’altro canto, è una ballad quasi interamente affidata a pianoforte, archi e voce che, come da tradizione, chiude l’edizione standard del disco: a differenza delle precedenti The Water e Help, ha una melodia più solare che fa da contrasto alla malinconia delle lyrics, restando così fedele a quello che è lo spirito generale dell’album. Il vero cuore pulsante di Surrender sono però i due lenti elettronici: Rolling Stone, è il trionfo degli Hurts vecchia maniera ma rivisitati, con una ritmica che ammicca agli accenni dubstep di Exile, le armonie di violini che richiamano Happiness, il tutto contestalizzato col piglio più fresco e pop che caratterizza Surrender. Slow, nonostante l’inizio un po’ goffo affidato a ottoni filtrati, coniuga una melodia davvero bella con arrangiamento sognante curato nel minimo dettaglio per rilassare prima ed emozionare poi l’ascoltatore, trasformandola nell’highlight emotiva del disco.
Nel complesso, quindi, Surrender è un po’ inferiore agli album che l’hanno preceduto, ma ha il pregio di essere composto quasi esclusivamente da buone canzoni: quasi tutte quelle meno riuscite hanno comunque qualche qualità che le redime, mentre quelle meglio riuscite hanno tutta la carica emotiva che rende unica la musica degli Hurts. L’incostanza del disco potrebbe sembrare il primo segnale di un’ispirazione che inizia a calare, ma se si ascolta bene la qualità di fondo rivela che si tratta solo qualche piccolo inciampo derivato dal percorrere una strada meno conosciuta: produrre un gran bell’album invece che un capolavoro è comunque un ottimo risultato.
Preferite: Slow, Rolling Stone, Some Kind Of Heaven

To The NorthKari Rueslåtten
To The North – Kari Rueslåtten
Dopo nove anni di assenza dalla scena musicale, sembra che Kari Rueslåtten voglia recuperare subito tutto il tempo perso: a meno di un anno di distanza dal comeback (e con di mezzo il tour con le The Sirens), è infatti già riuscita a scrivere, registrare e pubblicare un nuovo album. Tempi così brevi possono portare a un calo qualitativo o un effetto riciclo dovuto alla fretta e alla poca ispirazione, ma è davvero così? Nel caso di Kari, decisamente no.
To The North aggiunge infatti un nuovo capitolo dal sapore post-rock al percorso artistico della norvegese, che racchiude qualche rimando al folk di Spindelsinn, al pop più radiofonico di Mesmerize, al minimalismo elettronico di Pilot e Other People’s Stories e, nove anni dopo, a quello acustico di Time To Tell. Rispetto a quest’ultimo, gli arrangiamenti sono più ricchi, dominati da morbide chitarre elettriche riverberate che portano freschezza al pianoforte e agli altri strumenti acustici (come ad esempio flauti) sia negli episodi d’ispirazione più pop, come Battle Forevermore, Mary’s Song, Arrow In My Heart o Dance With The King, sia a quelli dal sapore più folk e nordico, come What We Have Lost, Three Roses In My Hand o l’ipnotizzante title track, sia al minimalismo di brani come Letting Go o la magnifica e personalissima cover di Turn, Turn, Turn di Pete Seeger (resa celebre dai The Byrds). In questo contesto strumentale, a farla da padrona è ancora una volta la magnifica voce di Kari che, col suo timbro cristallino, il dinamismo e la sconfinata espressività, completa canzoni nate da un songwriting diretto e privo di tecnicismi o manierismi inutili.
Una menzione particolare per il titolo dell’album: non c’è da sorprendersi se le cantanti norvegesi traggono ispirazione dalla bellezza della propria terra e la peculiarità della sua cultura; ma, a differenza di certe colleghe, Kari non sembra voler annegare i propri testi nei cliché nazionalistici, limitandoli alla title track per restare libera di esplorare, nelle altre canzoni, vari aspetti della vita e delle emozioni umane. In questo modo, il contenuto testuale di To The North è più una raccolta di spaccati di vita dalla prospettiva di una donna norvegese piuttosto che l’ennesima dichiarazione d’amore per la sua terra. Nel complesso, To The North ha molte idee da proporre e le ammanta in una confezione sonora inedita per Kari Rueslåtten, che lo rende un degno successore degli album iconici che l’hanno preceduto. Se nove anni di pausa hanno portato Kari a ricaricare le idee così tanto, ben vengano!
Preferite: Three Roses In My Hand, Dance With The King, To The North

Cosmic DroneIson
Cosmic Drone – Ison
Debutto stellare – è il caso di dirlo – per gli ISON, progetto a quattro mani di Heike Langhans (:LOR3L3I:, nuova vocalist dei Draconian) e Daniel Änghede (Crippled Black Phoenix, Hearts Of Black Science). Nato da una fortissima sinergia creativa sulla scia dei duetti negli album delle rispettive band, il progetto ISON parte subito alla grande con un EP estremamente ispirato che fa un lavoro impeccabile nel coniugare songrwiting e atmosfera. Ogni strumento, dalle chitarre riverberate agli sprazzi di elettronica dal sapore futuristico, è infatti inserito con cura per creare un vivido immaginario spaziale: una sessione ritmica soffusa accompagnata da chitarre e un occasionale pianoforte descrivono la solitudine del vuoto cosmico in Lost Satellites e Atlas, una commistione di elettronica e morbido rock malinconico raccontano la nostalgia delle immense distanze fra i corpi celesti in RedShift e Travellers, e il lento, sensuale, ossessivo incedere doom rock di Icosahedron, accompagnato da dissonanze al pianoforte e pesanti filtri vocali, narra del decadimento (o trasformazione?) che l’Universo è destinato ad affrontare. Tutte e cinque le canzoni sono ben strutturate, con una naturale progressione che raggiunge un apice fortemente emotivo prima di spegnersi e lasciare il posto alla successiva: le migliori sono la travolgente RedShift, che parte in sordina per poi esplodere sul finale come una supernova, l’ossessionante Icosahedron, col suo cambio di tema finale, e l’incredibile Travellers, che raggiunge un picco di emotività prima che un secondo crescendo, accompagnato da un monologo di Carl Sagan (impara come si usano bene i monologhi scientifici nelle canzoni, Tuomassa!), arrivi a un nuovo climax e termini così l’EP. Ottima anche la prova vocale di Heike e Daniel, che si alternano con naturalezza al microfono secondo necessità, senza che nessuno dei due risulti invadente rispetto all’altro.
Il futuro degli ISON sembra piuttosto luminoso: le idee continuano a non mancare e Heike e Daniel sono già tornati in studio per registrare del nuovo materiale. Nell’attesa, però, Cosmic Drone è un EP che si lascia godere e regala qualcosa di nuovo ad ogni ascolto. Magari ci fossero più debutti come questo!
Preferite: Travellers, RedShift, Icosahedron

Hairless ToysRóisín Murphy
Hairless Toys – Róisín Murphy
Uno dei capisaldi della produzione musicale di Róisín Murphy è l’eclettismo, assieme al rifiuto di accettare gli schemi musicali precostruiti. Basta guardare le sue precedenti uscite per capirlo: il debutto solista, Ruby Blue, è una raccolta di canzoni che racchiudono un caleidoscopio di influenze eterogenee e rifiutano gli stereotipi del pop; il secondo album, Overpowered, è una collezione di bellissimi brani synthpop che, apparentemente più convenzionali, danno invece un’interpretazione peculiare del genere. Dopo l’EP Mi Senti, che contiene cover molto personalizzate di brani storici italiani, arriva Hairless Toys, un album che sintetizza il percorso che Róisín Murphy ha compiuto fin qui. Si tratta infatti di un album che attinge agli schemi imprevedibili e all’eterogeneità di Ruby Blue e li interpreta secondo il sofisticato sound elettronico di Overpowered e Mi Senti, offrendo un mix molto intrigante. La volontà di rompere gli schemi e prendersi più di qualche rischio è evidente già dal minutaggio dell’album, delle cui otto canzoni solo una, Exile, dura meno di cinque minuti, tre vanno oltre i sei ed una, Exploitation, addirittura supera i nove – ed è stata scelta come singolo di lancio. Ma la lunghezza delle canzoni, perfettamente funzionale alla struttura dei brani, è scandita da un caleidoscopio di strumenti, dai sintetizzatori alle chitarre, passando per scelte meno convenzionali come parti fischiate o una serie di rumori ambientali accuratamente calibrati per fornire la parte ritmica, così che il minutaggio non va a pesare sull’ascoltatore perché ogni nota ha un suo valore e aggiunge qualcosa al flusso melodico.
In una confezione elegantemente elettronica, quindi, Róisín si sente libera di spaziare dalle suggestioni jazz di Exploitation e Evil Eyes a quelle minimali di Uninvited Guest, House Of Glass e Hairless Toys (Gotta Hurt), passando per ballate eclettiche come Exile e Unputdownable e il pop di Gone Fishing. Il risultato è un album indubbiamente pop, ma in qualche modo criptico, che richiede un po’ d’impegno per essere capito e apprezzato. Hairless Toys è riservato a palati fini, pronti ad aspettarsi una sorpresa e rivedere la propria opinione sulla musica ad ogni nota.
Preferite: Unputdownable, Exile, Hairless Toys (Gotta Hurt)

SovranDraconian
Sovran – Draconian
Con ogni ascolto di Sovran, il nuovo album dei Draconian, ho continuato a pormi una domanda a cui non è facile rispondere: cosa rende questa band tanto speciale? Davvero, cosa?
Non è un mistero per nessuno: i Draconian non sono una di quelle band che si rivoluzionano ad ogni disco. Anzi, fra gli artisti di un certo calibro sono gli unici rimasti del tutto fedeli al vecchio doom/gothic metal alla beauty and the beast, alle ritmiche lente e funeree, alle atmosfere profondamente malinconiche, alla voce femminile elegiaca che si contrappone al growl, ai testi altamente poetici ricchi di immagini oscure – del tutto impermeabili a influenze elettroniche, melodie catchy, orchestre complete o qualsiasi altro trend abbia coinvolto negli ultimi anni le band female-fronted. Eppure non danno mai l’impressione di continuare a pubblicare sempre lo stesso album. Cos’è che fa sì che la loro costanza non si trasformi in stagnazione e prevedibilità come in altre band? Credo che la risposta sia qualcosa che esula totalmente dai parametri tecnici e oggettivi della musica, ma rientra nella sensibilità individuale: hanno semplicemente qualcosa da dire. Nonostante gli anni, continuano ad avere una genuinità di fondo che fornisce loro contenuti freschi anche se li esprimono con una forma variata al minimo. È un po’ questo il riassunto di Sovran, un album che di primo acchito sembra avere poco da offrire ma con gli ascolti rivela una band che continua ad andare avanti, coerente con se stessa, invece che mordersi la coda e perdersi nel cliché.
Tanto per cominciare, Sovran va contestualizzato: è il primo disco in cui canta Heike Langhans, la nuova vocalist. Probabilmente per questo, l’album si barcamena fra il cercare di presentarla in un contesto il più familiare possibile e assecondare i guizzi d’innovazione che la band si concede. Il risultato è un album di transizione che inizia proponendo in toto la vecchia, collaudata formula doom-Anni-Novanta e termina inserendo influenze più eteree, goth e ambientali che guardano a un possibile futuro. Una scelta che lo penalizza in partenza perché, di primo acchito, una tracklist così nettamente divisa sembra una grossa cantonata: ci vuole qualche ascolto (o direttamente lo shuffle) per abituarsi a non lasciarsi estenuare dalla prima parte e conservare l’attenzione per la seconda, molto più interessante. Il tratto d’unione di queste due metà sono i classici ritmi lenti e solenni, minutaggi che sfiorano sempre i sei minuti e qualche spruzzata di violini che si inserisce in un bouquet particolarmente abbondante ed elaborato di riff di chitarra, la più grossa novità in campo strumentale. In generale, il songwriting mostra molta maturità ed è più scorrevole ed essenziale che alle origini, e anche brani come Heavy Lies The Crown, The Wretched Tide, Stellar Tombs o No Lonelier Star danno solo una sensazione di familiarità piuttosto che di autoplagio. Non aggiungono qualcosa di imprescindibile alla discografia dei Draconian ma restano comunque godibili.
Tutt’altro discorso, invece, per le canzoni più d’ambiente che, pur guardando al passato, mostrano una maggiore varietà di sound: la bellissima Pale Tortured Blue, momento di aria fresca della prima metà e vera highlight dell’album, si presenta come una ballata lenta e solenne che però non perde in incisività e potenza, con qualche cambiamento ritmico e un melodia ipnotizzante per un impatto emotivo enorme. Dusk Mariner e Dishearten, con il loro ritmo a tre quarti, presentano una strumentazione più ariosa, con chitarre a tratti quasi eteree e più enfasi su violini e tastiere. Le ultime due canzoni, Rivers Between Us e The Marriage Of Attaris, sono quelle che lasciano più spazio in assoluto alla nuova arrivata Heike, la prima in duetto con Daniel Änghede con gli stessi, ottimi risultati degli ISON, la seconda con un’interazione magistrale col growl di Anders. In generale, parlando di vocals, di diverso non c’è solo il timbro fresco e ipnotizzante di Heike: l’intero impianto vocale è stato profondamente rivisitato, con la conduzione per la prima volta distribuita equamente fra voce eterea e growl senza che il secondo prevalga e faccia passare inosservata la prima (il vero tallone d’achille dei Draconian con Lisa Johansson). La band si è resa conto del suo nuovo, enorme punto di forza ed è stata in grado di valorizzarlo al meglio.
Nel complesso, quindi, Sovran soffre un po’ dell’essere un album “di transizione”, che deve presentare una novità senza sconvolgere gli affezionati, ed è penalizzato dalla tracklist: concentrare tutte le canzoni vecchio stile nella prima metà rende il primo impatto difficoltoso e poco interessante ma, una volta che si prende familiarità con quella parte, è la seconda, più coraggiosa, a restare impressa. Alternare le canzoni avrebbe sicuramente reso il tutto più scorrevole ma, pur non essendo un capolavoro, resta un buon album. E soprattutto, se l’introduzione di Heike in fase di lavorazione avanzata ha comunque portato delle ottime novità in campo vocale, non resta che aspettare di sentire cosa faranno i Draconian avendola in squadra sin dall’inizio della scrittura del prossimo album.
Preferite: Pale Tortured Blue, The Marriage Of Attaris, Rivers Between Us

VulnicuraBjörk
Vulnicura – Björk
Artisticamente parlando, Björk è un po’ la versione musicale di quelle avanguardie pittoriche che demoliscono l’essenza visiva del loro mezzo di comunicazione per trasformarlo in sillogismo: l’opera è pregiata in quanto tale, perché l’ha fatta l’artista – se non l’apprezzi non sei abbastanza intelligente per capire il suo metodo intellettualmente superiore di comunicare. È un po’ questa l’essenza (e il punto debole) degli ultimi anni di produzione musicale di Björk, in cui la ricerca formale è stata il punto focale del songwriting a discapito del contenuto: il concept è stato il modo stesso di fare musica, accompagnata (e spesso offuscata) da mostre, grandi eventi e addirittura app, senza alcuna ricerca di un impatto emotivo sul pubblico. Insomma, qualcosa di difficile da cogliere e interiorizzare per chiunque non fosse Björk stessa. Beh, Vulnicura rappresenta una netta inversione di tendenza: per ammissione della stessa Islandese, si tratta di un album post-rottura, in questo caso della sua relazione di oltre dieci anni con Matthew Barney, per cui il punto focale è di nuovo il messaggio – la catarsi emotiva che Björk cerca attraverso la musica – mentre la forma, la composizione, torna a essere il linguaggio per esprimere il contenuto.
Questo non rende certo Vulnicura un album semplice o diretto: la musica di Björk è cerebrale per sua stessa essenza, la ricerca di soluzioni sonore innovative è il tratto d’unione della sua carriera. In questo caso, la ricerca musicale ha portato Björk, per sfuggire al dolore della rottura, ad arrangiare di proprio pugno le parti per un ensemble di quindici archi, che ha poi trovato un complemento (a volte stridente) nei beat elettronici dei produttori Arca e The Haxan Cloak. C’è come sempre molto brainstorming dietro quest’album e, del resto, anche a livello testuale, più che uno sfogo emotivo Vulnicura è una specie di autopsia a mente fredda della relazione nelle sue fasi finali e nei momenti successivi. In Vulnicura, però, la ricerca sonora è propedeutica ai testi e alle emozioni che vogliono comunicare canzone per canzone. Nel primo terzo abbiamo il prima: il contrasto fra gli archi magniloquenti e il cantato quasi balbettato in Stonemilker descrivono la sorpresa, lo sconvolgimento di scoprire che la relazione si avvia alla fine. Le dissonanze e il ritmo irregolare di Lionsong enfatizzano l’incertezza, il conflitto fra la speranza di superare il momento e la rassegnazione di non capire come farlo. La sincopata History Of Touches descrive il contrasto fra vicinanza fisica e distanza emotiva. Il secondo terzo è il dopo: in Black Lake la rottura è fresca e lunghe note, tenute a volte oltre trenta secondi, sono come profondi respiri fra un verso e l’altro, a diluire il dolore e renderlo più sopportabile prima di riprendere a cantare. La melodia destrutturata e l’improvviso cambio di tema in Family indicano il momento in cui Björk passa dal cieco lutto per la famiglia distrutta al cantare come forma di catarsi per trovare la forza di sostenere la figlia, mentre nella mistica Notget l’amarezza si trasforma in accettazione. L’ultima parte è il tentativo di ritrovare se stessa: il timido staccato di Atom Dance descrive i primi passi fuori dal bozzolo di dolore, il ritorno a comunicare con l’universo, mentre il caos armonico di Mouth Mantra è l’ispirazione che torna a fluire potente dopo il momento di maggior dolore. Quicksand è, infine, l’unica nota semi-positiva dell’album, ed è sostenuta da un beat vivace che sottolinea la speranza nata dal rivedere i momenti bui da una diversa prospettiva e trarne saggezza.
Vulnicura è forse l’album in cui Björk è riuscita a raggiungere la maturità artistica a cui anelava, in cui si concentra sulla ricerca formale senza trascurare il contenuto. Pur trattandosi di un album post-sfidanzamento, ogni canzone è chiaramente studiata a tavolino, piuttosto che un’espressione emotiva spontanea; ma è proprio lo studio meticoloso di ritmiche, armonie e stile vocale ciò che rende ogni brano una rappresentazione musicale fedele, potente e prontamente identificabile di stati emotivi in cui tutti possiamo riconoscerci. Magari abbiamo smesso di emozionarci, magari pensiamo che un cuore spezzato sia roba da adolescenti, ma tutti ricordiamo di essere passati per queste emozioni: Vulnicura è il primo album di Björk da molti anni che riesce a parlare un linguaggio universale e regala a tutto il pubblico un’esperienza d’ascolto profonda ed emotivamente coinvolgente.
Preferite: Stonemilker, Black Lake, Mouth Mantra

The Seventh Life PathSirenia
The Seventh Life Path – Sirenia
Mai giudicare un album dalla copertina, dal titolo o dagli errori del passato: è questa la lezione che ci insegna Morten Veland. Dopo scivoloni madornali come Nine Destinies And A Downfall o The Enigma Of Life, il nome dei Sirenia è diventato sinonimo di “serie B” e c’è sempre un certo scetticismo che precede l’uscita di un loro album; perfino se il precedente è stato positivo come Perils Of The Deep Blue, può sempre trattarsi di un caso fortuito. Ora, The Sevent Life Path non è esattamente l’album della redenzione definitiva: non porta nulla di davvero nuovo e non è particolarmente immediato; tuttavia, consolida la solida ripresa del precedente album, conferma l’ottimo sodalizio fra la musica dei Sirenia e una sempre più brava Ailyn e lascia ben sperare che, per quanto il vecchio Morten non voglia saperne di provare qualcosa di nuovo, abbia almeno imparato a giocare al meglio le carte storiche senza copiaincollare le canzoni.
I problemi ci sono e sono sempre quelli che i Sirenia si portano dietro da un decennio: i testi viaggiano sull’orlo della parodia; l’orchestra è più finta di una moneta da tre Euro; la produzione è caotica e non riesce a far risaltare nessuno strumento, annegando tutto in una massa sonora opaca; tolta l’intro, il minutaggio medio è sopra i cinque minuti per canzone e non sempre tutti necessari – anzi, un paio di canzoni prolisse e inutilmente complicate sembrano quasi una risposta diretta alle critiche per la banalità di The Enigma Of Life, più che un’esigenza compositiva. Ma una volta fatta pace con queste componenti imprescindibili del pacchetto Sirenia, il resto è piuttosto lodevole.
Va detto che The Seventh Life Path non è un disco facile: di primo acchito sembra uno di quegli album che non hanno carenze oggettive ma non ingranano comunque. Con gli ascolti, però, i dettagli saltano a galla e in canzoni che sembrano inutili mausolei del gothic metal da manuale si scoprono piccole perle sotto forma di variazioni su quello stesso schema classico, influenze inaspettatamente eclettiche, strutture imprevedibili ma non prolisse, tutte cose che svecchiano il sound e lo rendono interessante ai giorni nostri. Come non menzionare Serpent, che ribalta lo schema più diffuso della mid-tempo gotica proponendo la strofa cantata in pulito e il ritornello in growl, o Concealed Disdain, che fa lo stesso con una strofa veloce e un ritornello quasi da ballad? O i ben oculati cambi di tempo di Earendel e Insania, la prima impreziosita da strumenti classici e la seconda da sprazzi di elettronica? Ci sono perfino canzoni come Elixir e Sons Of The North che ibridano alla perfezione strutture tipiche del gothic metal old school con melodie catchy e ritmi accattivanti dal sapore danzereccio – l’opposto dei colleghi, che inseriscono strumenti metal in canzoni dalla struttura pop. Menzione d’onore, infine, per l’ottima The Silver Eye, la quintessenza della canzone gotica magniloquente ma rimodernata, e Tragedienne, l’ultima aggiunta alla collezione di ottime ballad che Morten porta avanti.
The Seventh Life Path è, insomma, un album che non rivoluziona le carte in tavola e, di primo acchito, può sembrare trito e ritrito; con gli ascolti, però, rivela non solo un ottimo uso degli elementi tradizionali del genere senza vistose autocitazioni, ma anche un’insolita varietà interna ed eclettismo di influenze che, pur con i suoi difetti, lo rende un capitolo davvero interessante nella discografia dei Sirenia.
Preferite: Elixir, The Silver Eye, Tragedienne

Between II WorldsNero
Between II Worlds – Nero
Dopo l’enorme successo di Welcome Reality e varie comparsate di pregio (fra cui la colonna sonora de Il Grande Gatsby), il duo/trio britannico Nero torna alla ribalta con Between II Worlds, che continua l’esplorazione dei territori al confine fra dubstep, techno, dance e synthpop massimalista. Un’esplorazione che vede la formazione britannica in transizione da duo di produttori a vera e propria band, cosa evidente dalla struttura dell’album: non solo molte delle canzoni seguono uno schema più convenzionalmente pop, ma è dato molto più spazio alla performance vocale di Alana Watson che, ormai ufficialmente parte dei Nero, li rende un trio a tutti gli effetti. A livello compositivo, la transizione è resa evidente dalla maggior presenza di canzoni brevi che, diversamente dal passato, si concentrano più sulla melodia che non sulla produzione in sé: brani come la sontuosa Circles, le orecchiabili The Thrill e It Comes And It Goes, o le radiofoniche Two Minds e Into The Night riescono a fondere perfettamente i potenti bassi e beat che hanno fatto la fortuna dei Nero con melodie catchy e ritmi che non sfigurerebbero in un club commerciale, dominati dalla performance vocale di Alana Watson. D’altro canto, la continuità col passato è assicurata da episodi quasi del tutto strumentali come la title track o Dark Skies, in cui a farla da padroni sono i synth e i bassi di Daniel Stephens e Joe Ray, con solo delle parti parlate e filtrate a fornire la narrazione. Ottimi anche i momenti in cui le due tendenze si incontrano e fondono a metà strada, ovvero Satisfy e Tonight, che possono essere facilmente descritte come canzoni metal suonate con strumenti sintetici.
Non mancano i momenti di calma, come What Does Love Mean, Into The Past (Reboot) e Wasted. La prima è interamente costruita su un singolo loop di sintetizzatore, ma riesce a svilupparsi in maniera sorprendente, trasportata dalla voce di Alana. La seconda è un remaster della traccia che i Nero hanno scritto per Il Grande Gatsby: sebbene questa versione non raggiunga l’impatto emotivo dell’originale, il nuovo arrangiamento la integra meglio nel contesto dell’album – ed è comunque bello avere una nuova versione da scoprire di una canzone che di per sé è magnifica. Wasted chiude l’album in bellezza con una ballata la cui delicatezza è esaltata dal contrasto con la traccia precedente: dominata da synth riverberati, dalla voce di Alana e, sul finire, dagli archi, è tanto inaspettata in un album come Between II Worlds quanto emozionante.
In generale, l’album è unificato dall’abilità dei Nero di strutturare perfettamente le canzoni, integrando i tasselli costituiti da strofa, hook e parti strumentali in maniera sempre diversa per non risultare monotoni, ma dando a ogni canzone un crescendo, un climax e una risoluzione. Nel complesso, l’album stesso segue questa struttura, con ogni canzone che rappresenta una diversa fase, e risulta un’esperienza d’ascolto molto appagante.
Preferite: Wasted, Circles, Into The Past (Reboot)

The DiaryThe Gentle Storm
The Diary – The Gentle Storm
Per onestà intellettuale, lo dico subito: nutro una certa antipatia verso Arjen Lucassen e la sua musica. Di lui ho una scarsa conoscenza di Ayreon e Ambeon, e apprezzo genuinamente solo gli Stream Of Passion (di cui comunque preferisco gli album senza di lui); da quel che ho sentito, l’ho trovato prolisso ed egomaniaco. E anche l’idea di un album metal con la controparte più morbida non è di per sé un’innovazione tale da stuzzicare la mia curiosità (ha già fatto una cosa simile con gli Ambeon quattordici anni fa), per cui ho ascoltato i The Gentle Storm solo per Anneke. Detto ciò, The Diary è stato una vera sorpresa, un album molto godibile sia in versione “gentle” che in versione “storm”. Prima nota di merito: si tratta di un concept album molto ben riuscito. L’idea della fanciulla che, rimasta a casa, si strugge per il marinaio in viaggio non è molto fresca (vero, Liv Kristine?), ma Anneke ha scritto dei testi eleganti e diretti che non rendono il tutto melenso o palloso. Musicalmente, ogni traccia è ben strutturata affinché la melodia sottolinei il capitolo emotivo della storia e completi una narrazione scorrevole e che si segue facilmente anche senza le annotazioni sul booklet. Canzoni orientaleggianti o dal sapore folk sono ormai diventati stereotipi all’interno del genere, ma la loro funzione narrativa in The Diary dà loro uno scopo e le rende più che semplici esercizi stilistici.
La versione “storm” è forse un po’ più incisiva a livello emotivo, ma presenta arrangiamenti più uniformi ed è abbastanza paragonabile ad altri album e sottogeneri della scena, a seconda dell’atmosfera evocata. Lucassen si concede qualche virtuosismo senza però scadere nella prolissità o nella masturbazione musicale, e non si vergogna di inserire qualche linea vocale ai confini del pop. La versione “gentle” ha dalla sua una gran varietà di arrangiamenti e influenze, che riescono a spiccare in assenza della strumentazione metal: notevole, ad esempio, è la commistione world fusion fra la melodia folk e le influenze jazz di Heart Of Amsterdam, così come la strumentazione tradizionale dell’esotica Shores Of India o gli accenni country di Cape Of Storms. Ottima anche la scelta di usare quanti più strumenti veri possibile (archi, ottoni, legni, bouzouki), in modo da evitare l’effetto orchestrina campionata che piaga molti album del genere.
Nel complesso, The Diary, in entrambe le sue versioni, offre dell’ottima musica sia per i fan di Lucassen e di Anneke, sia per chi volesse provare a scoprirli con questa release, così come per gli amanti dei concept album in generale, gli ascoltatori di metal o quelli di world music. È un album che si destreggia bene fra l’accontentare il pubblico già noto e il sorprenderlo con soluzioni inaspettate e che riesce a catalizzare l’attenzione per tutta la sua durata.
Preferite: The Endless Sea, Shores Of India, The Greatest Love

Live At RoadburnLes Discrets
Live At Roadburn – Les Discrets
Ottima live release per la band shoegaze francese, che riesce a portare sul palco le atmosfere crepuscolari e malinconiche che ne hanno fatto il successo senza perdere nemmeno una nota. Una produzione perfetta, che esalta ogni strumento senza fargli sovrastare gli altri, regala un’esperienza d’ascolto soddisfacente quanto quella degli album di studio, a cui si aggiunge quell’energia particolare che sanno dare le esibizioni dal vivo ben congegnate. La voce di Fursy Teyssier si mantiene piuttosto sullo sfondo e, con i dovuti riverberi, contribuisce a preservare l’atmosfera onirica degli LP della band anche in veste live. Ottima anche la setlist, che spazia ampiamente fra entrambi i full length della band (Septembre Et Ses Dernières Pensées e Ariettes Oubliées) proponendo le migliori canzoni di entrambi. Live At Roadburn è un ottimo album dal vivo sia per i fan della band, che potranno assaporare le canzoni che conoscono e amano in una veste leggermente diversa, sia per chi volesse provare a farsi un’idea della loro produzione musicale percorrendo una collezione dei loro cavalli di battaglia.
Preferite: Les Feuilles De L’Olivier, Le Mouvement Perpétuel, L’Echappée

Ave Maria - En Plein AirTarja Turunen
Ave Maria - En Plein Air – Tarja Turunen
Un intero album di Ave Maria cantate dalla Tamarrja è probabilmente l’ultima cosa di cui sentivamo la necessità, specie dopo il disastro dell’ultimo tentativo crossover, il terribile live Beauty And The Beat. E invece, a sorpresa, si tratta di un’uscita niente male. Il progetto stava evidentemente molto a cuore alla Tamj, perché la sua performance vocale è insolitamente piacevole: virtuosismi inutili ridotti al minimo, poche vocali schiacciate, pochi suoni intubati, poco vibrato esagerato per far figo, mentre in compenso c’è perfino qualche traccia di espressività qua e là. Gli arrangiamenti sono minimali, con organo, violoncello e, occasionalmente, arpa ridotti al necessario per lasciare spazio alla padrona di casa, per un insieme piuttosto sobrio e piacevole da ascoltare. Punti bonus per non aver incluso la sempreverde e sempre inflazionata Ave Maria di Schubert, anche se quella composta dalla Tamj in persona è praticamente inascoltabile e fa perdere il vantaggio.
Nel complesso non è esattamente una di quelle release che si aspetta con ansia, ma è un piacevole divertissement se si desidera un assaggio di musica classica confezionata ad hoc per l’ascoltatore casuale.
Preferite: Giulio Caccini, David Popper, J.S. Bach / Charles Gounod