Monday, 31 December 2018

Classifica musicale annuale – 2018

Nelle puntate precedenti:
2017.

Classifiche generali (1-50):
2016;
2017;
2018.

Classifiche generali (51-100):
2018.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (A Perfect Circle)
• Tanti, tanti anni fa, gli Evanescence coverizzarono Orestes a un live acustico la cui registrazione finì online: da lì mi incuriosii.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Raign)
• Probabilmente la (ottima) cover di Knocking On Heaven’s Door.
3. Testo preferito della numero 33? (Kari Rueslåtten)
• Gran parte del fascino di Kari deriva dai testi, anche quando virano verso il creepy. Però ho un debole per quello più vanilla di Wintersong.
4. Album preferito della numero 49? (The xx)
I See You ha scalato la classifica.
5. Canzone preferita della numero 13? (Autumn)
• Questa è facile: Synchro-Minds!
6. Album peggiore della numero 50? (Within Temptation)
• “Peggiore” è un parolone, ma The Silent Force è forse il meno interessante.
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Cellogram)
• Ci sono molte parti di Rodeo in cui mi riconosco.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Trillium)
• Nessuno: non li ascolto molto spesso.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (Emmelie De Forest)
• Mi vergogno di dirlo: nessuno.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Tori Amos)
• Sono banale se dico Chocolate Song? Il titolo di sicuro aiuta.
11. Canzone preferita della numero 40? (Indila)
• La magnifica Ego.
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Evanescence)
La Trinità Blasfema: Du Uocciuocciuon, Siccoviroll Siccoviroll e The Other Side.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Epica)
• I bei tempi del forum. È un peccato che Facebook l’abbia essenzialmente ucciso.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (Nemesea)
Empress mi fa pensare a Federica per interposta Barbelo.
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Gwen Stefani)
• In termini di maggiori emozioni, direi 4 In The Morning e Early Winter.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (The Birthday Massacre)
• Vi prego, no.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Lucia)
Turn To Gold, scoperta, come sempre, grazie a Luisa.
18. Album preferito della numero 11? (Les Discrets)
Septembre Et Ses Dernières Pensées.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (My Indigo)
• La snippet di Crash And Burn dal video della sfilata di moda. Ho atteso che Sharon si lanciasse in un progetto solista da allora.
20. Canzone preferita della numero 27? (M.I.A.)
• Quell’adorabile cafonata di Bad Girls.
21. Album preferito della numero 16? (Meg Myers)
Sorry è un bell’album, ma Take Me To The Disco è un vero capolavoro.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Diablo Swing Orchestra)
• L’immortale Heroines.
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Eivør)
• Troppe! Ma forse quella più catartica in assoluta è Vøka: il grido sul climax è incredibile.
24. Come hai scoperto la numero 21? (Ramin Djawadi)
• Inizialmente grazie alla colonna sonora di Game Of Thrones. Mi sono procurato Light Of The Seven non appena è andato in onda l’episodio (ancora in pieno lutto per Margaery), ma è stato grazie all’eccellente lavoro che ha fatto su Westworld che mi sono davvero appassionato alla sua musica.
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (Amy Lee)
• La magnifica cover di Love Exists.
26. Canzone preferita della numero 3? (Siobhán Donaghy)
Coming Up For Air, che non poteva capitatare in un momento migliore della mia vita.
27. Album preferito della numero 2? (Delain)
• Credo che Lucidity continui a tenere nonostante gli anni e l’evoluzione dei miei gusti musicali.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (The Gathering)
You Learn About It, che Frikka mi passò via MSN Messenger per presentarmi Souvenirs (incredibile che il blog ne abbia memoria!).
29. Testo preferito della numero 8? (Röyksopp)
What Else Is There?, seguita subito da Running To The Sea.
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Florence + The Machine)
• Una volta durante il tour per Ceremonials, ed è stata incredibile!
31. Come hai scoperto la numero 44? (Sugababes)
• Nel 2002 non eri tu a scoprire le Sugababes, era Round Round a scoprire te.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Beyoncé)
• Non credo ce ne siano; al massimo, ce ne sono di sopravvalutati (*cough*Lemonade*cough*).
33. Canzone peggiore della numero 29? (Placebo)
• Qualcuna fra le demo acustiche pre-esordio: Waiting For The Son Of Man, Eyesight To The Blind… quasi non si distinguono.
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Amesoeurs)
• Credo Gas In Veins, l’opener dell’album.
35. Album preferito della numero 28? (ionnalee)
• Di solito, quando c’è da scegliere fra un album pop semi-acustico convenzionale e uno elettronico più sperimentale, scelgo il secondo. Invece in questo caso vince 10 Pieces, 10 Bruises: è una piccola gemma che supera sia il successivo, sia il post-iamamiwhoami.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (Panic! At The Disco)
• Nessuna (anche qui purtroppo). Prima o poi dovrò rimediare e andare con Lili.
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Versailles)
• Li ascolto sempre come guilty pleasure, vista la baracconaggine. La mia preferita delle loro, comunque, è Sympathia.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Marina & The Diamonds)
• Tutti ne parlavano nel 2012, così mi sono incuriosito. Electra Heart è diventato il mio vangelo.
39. Album preferito della numero 7? (Emilie Simon)
• Scelta difficilissima, ma Végétal mi piace un filino più del self-titled e di Mue.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (Theatre Of Tragedy)
• Tutte, ma scelgo Hollow, Fade e Forever Is The World, le tre su cui sono scoppiato a piangere durante il concerto di Stavanger.
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Kirsti Huke)
• Ancora nessuna: sono in piena fase esplorativa.
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Sia)
The Church Of What’s Happening Now. Ma in generale, Colour The Small One ha ottimi testi. Anzi, in generale Colour The Small One è estremamente sottovalutato e meriterebbe più ammoreh da tutti.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (Clare Maguire)
• Difficile, ce ne sono molte. Voto per Elizabeth Taylor.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Susanne Sundfør)
Fade Away e, in particolare, Kamikaze: non solo perché sono vivaci, ma perché mi ricordano le settimane in Toscana con Katia e Francisco.
45. Canzone preferita della numero 9? (Anette Olzon)
Invincible.
46. Primo album ascoltato della numero 37? (Karen Elson)
• L’ottimo, ma proprio ottimo The Ghost Who Walks. Non smetterò mai di dire che è un album tremendamente sottovalutato è che tutti, fan del pop, del rock, della roba gothic, dovrebbero ascoltarlo.
47. Membro preferito della numero 4? (Goldfrapp)
• Alison, ovviamente.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (Hearts Of Black Science)
Wolves At The Border perché ci canta quella scoppiata di Heike.
49. Album che possiedi della numero 20? (Theodor Bastard)
• O mio dio, davvero non ne ho nessuno?
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Hurts)
• Il primo loro concerto che ho visto: non solo è stato ottimo, ma è stata anche la prima occasione in cui ho incontrato Stefanino, e la prima volta che ci siamo baciati.

Sunday, 30 December 2018

Growing Strong

Growing Strong by GothicNarcissus
Ho fatto partire quest’anno dal motto di Casa Tyrell: “Growing Strong”, crescere forti. Secondo me è un gran bel motto: non si preoccupa tanto di proiettare un’immagine per gli altri, che sia intimidatoria, solenne, celebrativa, quanto di ricordarsi l’importanza di concentrarsi su se stessi, sul proprio miglioramento, sul lavoro necessario per arrivare a un punto soddisfacente.
Per questo ho deciso di avere un capodanno simbolico, passato non a festeggiare e proittare un’immagine di me felice ed equilibrata a beneficio degli altri, ma a concentrarmi su ciò che mi piace fare e, soprattutto, sul prendermi cura di me stesso passo dopo passo, con tanti piccoli gesti. L’idea era di escludere il rumore esterno e concentrarmi sulla mia voce interiore, sulle necessità che mi comunicava, sui tempi che mi chiedeva, sulle piccole cose che apprezzava.

Come approccio credo sia stato buono perché, per la prima volta da anni, a fine dicembre ho la sensazione di essere arrivato da qualche parte, di non essere rimasto fermo alla casella di partenza incapace anche solo di muovere un passo.
Per la prima volta da non so quanto sono soddisfatto di ciò che ho fatto nel quotidiano, di come ho gestito le emergenze, di come mi sono messo in gioco anche quando rischiavo di farmi male. È stato un anno difficile e ho attraversato più di una settimana di autentico inferno, ma ne sono venuto a capo. Addirittura, riesco a guardare all’immediato futuro con qualche speranza e aspettativa, non più solo con paura e l’orribile sensazione che il tempo mi stia scorrendo inesorabilmente tra le dita.

Era dal 2010 che non facevo un bilancio di fine anno, e non certo solo perché l’anno dopo Splinder mi ha lasciato senza blog, o perché nel 2012 mi sono attivato tardi a caricare tutto su Blogspot: negli ultimi otto anni ho sempre avuto paura di riguardarmi indietro e accorgermi di aver dormito per dodici mesi, lasciandomi trascinare per inerzia e intingendo giusto le dita dei piedi negli eventi che mi capitavano intorno.
Ma quest’anno è stato diverso. Non sono ancora al punto in cui vorrei trovarmi, ma ho imboccato la strada giusta e ne ho percorso almeno un pezzetto. Sulla soglia del 2019, l’incertezza c’è ancora, ma è più un buio da illuminare che una nebbia nella quale non riesco a orientarmi. E ho tutte le intenzioni di continuare a crescere forte anche l’anno prossimo.

Friday, 21 December 2018

C’era una volta il sesso

Visto che ho menzionato Once Upon A Time, un grande punto di dibattito nel fandom è stata la sfortunata vita affettiva di Mulan: prima sembra che le piaccia Phillip, ma lui è innamorato di Aurora; poi sembra che le piaccia Aurora, ma quella le annuncia di essere incinta (di Phillip) quando sta lì lì per dirglielo. Stagioni e stagioni dopo, sembra che finalmente ci sia un po’ di sano flirt con Ruby… che poi corre via a svegliare Dorothy Gale dalla maledizione del sonno col Bacio del Vero Ammoreh.
E la povera Mulan sta lì, a fare la guardia al calderone della pozione e sorridere felice per tutti gli amici che quagliano.

Ora, la faccenda di Mulan e Aurora poteva sembrare ancora solo una questione di arco narrativo abbandonato in una serie costantemente piagata da scritture e riscritture improvvise. E Red Riding Hood che finisce con Dorothy Gale ha tematicamente senso (la prima è una fiaba che parla di risveglio sessuale, la seconda è una delle icone gay per eccellenza) ed è più interessante da esplorare del cliché della guerriera che, oltre ad assumere un ruolo tradizionalmente maschile, è anche lesbica (o bisessuale).

C’è però un commento che è stato fatto a più riprese sulla vicenda, sul perché Mulan è sempre stata solo sottotesto mentre la prima coppia davvero LGBT è stata fra Ruby e Dorothy: “Figurati se la Disney permetterebbe mai di far lesbica una delle sue Principesse.”
E in effetti è vero: se LGBT doveva essere, sono stati due personaggi che non fanno parte del canon Disney.
Ma no, dico io, stiamo parlando di Once Upon A Time: intanto (almeno all’epoca della seconda e terza stagione) non è davvero così influenzato dalla Disney come molti pensano, al massimo prendono in prestito nomi ed estetiche, ma i personaggi veri e propri sono basati sulle fiabe originali. E anche a volerci vedere a tutti i costi l’enorme live action crossover (che poi è diventato), si prende delle libertà sui personaggi e fa affrontare loro temi abbastanza seri, anche di tipo sessuale (nel giro dei primi tre episodi spuntano fuori due gravidanze adolescenziali, di cui una di una Principessa).
E comunque, Once Upon A Time è quello show in cui un sacco di gente, comprese le Principesse Disney, ha alle spalle un body count: Biancaneve, fra tutte, compie un omicidio a sangue freddo nemmeno a metà della seconda stagione! Entro la sesta, abbiamo visto Cenerentola con in mano un fucile, e perfino Belle, Belle, ha un eccesso di autodifesa con esiti fatali. Cavolo, nella settima stagione Rapunzel diventa direttamente una villain!
Insomma, dicevo io, se la teoria delle interferenze è vera, mi state davvero dicendo che la Disney ha meno problemi a lasciare che le sue adorate Principesse diventino delle assassine piuttosto che LGBT? Che Cenerentola con un fucile in mano non danneggia il brand delle Principesse, ma Mulan e Aurora in una relazione lo avrebbe fatto? Che la violenza è più accettabile dell’omosessualità?
Dai, è chiaramente ridicolo.

Finché poi non è arrivato Tumblr. Non sto a riassumere la vicenda (lo lascio fare a Shy), ma il succo è che mi sono visto censurare un editoriale di Paolo Roversi con Naomi Campbell… in seppia, perché evidentemente il bot si è confuso e ha pensato che il tono su tono su una modella nera fosse nudo. Ed essendo un reblog – come il 90% delle cose che si postano su Tumblr, visto che è quel sistema che ha fatto la fortuna della piattaforma – non posso nemmeno appellare la decisione, perché può farlo solo il proprietario del blog d’origine che, se ancora posta, probabilmente se ne fregherà del tutto.
Ed ecco che il mio blog d’ispirazione è stato rovinato dalla censura, per non parlare di quello da fotografo in cui almeno cinque post sono stati flaggati – sul serio, cinque mie foto, la cosa meno sessualizzata che possa esistere.
Perché a quanto pare è quello che portava a Tumblr un danno d’immagine tale da farla sparire dall’Apple Store: il sesso. Non certo i blog nazisti, razzisti, omofobi, white-supremacist, o pieni di odio assortito: no, quelli possono continuare a postare indisturbati, non rovinano la pluralità e la diversità d’espressione che il management dice di voler difendere con questa caccia alle streghe. Il vero problema sono le fanart erotiche, i gif set porno e la fotografia di nudo. Non la violenza, non l’odio, non la discriminazione: il sesso.

Improvvisamente, l’idea che la Disney avesse più paura di una Principessa lesbica che di un’assassina non sembra più tanto assurda.

Thursday, 20 December 2018

Never live it down

Tolto l’uomo impossibile per cui ho reimparato a disegnare e un’altra situazione che non è chiara nemmeno a me, avrò avuto quell’unica cotta semi-seria negli ultimi quattro o cinque anni. E tutt’ora non riesco a perdonarmela.
Ma non per i soliti motivi – niente pipponi sulle persone forti che non hanno emozioni, l’ammoreh che è debolezza, il non voler mostrare troppo di me – no, niente cazzate da villain tragici di Once Upon A Time.
Anzi, ho seguito il mantra del non apparire deboli alla lettera, ho mostrato pochissimo di me e non ho affatto parlato dei miei sentimenti. È il motivo per cui le cose non sono andate in porto: se gli avessi dato un appiglio un pochino più solido, l’uomo in questione avrebbe abbandonato la barca mezza affondata su cui stava e sarebbe saltato fra le mie braccia senza battere ciglio.

Ma non è nemmeno questo, il non avergli dato abbastanza corda da conquistarlo, la parte che non mi perdono. Anzi, più ripenso a come le cose sono andate, più mi sento Keanu Fucking Reeves quando schiva i proiettili in Matrix.
È proprio essermi preso la cotta in sé che non riesco a tollerare.

Ho il vizio orribile, ogni tanto, di farmi un giro sui suoi social media, con un misto di orrore, fastidio per l’esistenza di una persona del genere e sollievo ad averla scansata. Ad esempio, ho appena passato gli ultimi venti minuti della mia vita a guardare su YouTube, con un misto di orrore e morbosa curiosità, un video talmente idiota che ho la sensazione di essere diventato più stupido per osmosi, come se la sola visione si succhiasse via il mio cervello. Un video che la persona in questione ha condiviso così, senza mezzo commento, senza apparente ironia o altri elementi che facciano presupporre che non ne condivida il messaggio.
Ed eccomi subito a chiedermi: perché? Come ha fatto a piacermi una persona del genere?

È che sono sempre stato orgoglioso di avere gusti difficili, di essere selettivo, di pretendere solo il meglio dai miei potenziali partner, come lo pretendo da me stesso. Per questo non riesco a perdonami di essermi preso una cotta per una persona così vuota. La sua timeline è una zuppa di cliché, di attivismo ostentato (condivide link, di solito quelli più “emotivi” e meno pensati, senza elaborare minimamente un commento a riguardo) in mezzo a una marea di frivolezze disarmanti. È un ragazzo che non ha davvero nulla di intellettualmente stimolante da offrire. E io sono stato lì a dargli corda, a consolarlo nei momenti brutti, a prenderne le parti, convinto che ne valesse la pena.
Certo, riguardando indietro posso dire di aver schivato la pallottola e far finta di nulla, ma nel profondo mi chiedo: perché? Come ho fatto a prendermi una simile cantonata? È lui che è peggiorato negli ultimi anni ma prima era una persona degna del mio interesse? Era bravo a nascondere il vuoto che ha dentro e, semplicemente, ora che è accasato non se ne preoccupa più? Stavo solo pensando con il cazzo?
In ogni caso, che imbarazzo. Per lui che esiste e per me che gli ho dato corda. Brr.

Sunday, 9 December 2018

Bandwagon

Anni fa, Claudio Rossi Marcelli ha riportato una citazione di Pete Waterman che trovo molto veritiera. Dice che la musica pop è come un fiore: quando sboccia si fa appena in tempo a sentirne il profumo che è già appassito.
Mettiamoci una puntina sopra e teniamolo da parte, poi ci ritorneremo.

Lo so, è irritante quando tutti e la loro zia si scoprono improvvisamente fan di qualcosa in concomitanza con un particolare evento – tipo quando tutti si sono ricordati dei The Cranberries lo scorso gennaio. Per i fan veri dev’essere frustrante vedere masse di inetti aprire bocca a sproposito su qualcosa che loro amano davvero, spammarlo a destra e manca per quella settimana e mezza, scrivere lunghe eulogie piagate da sintassi elefantina, gravitas preconfezionata e abuso di figure retoriche in cui ci si improvvisa connoisseur (ogni riferimento è puramente casuale) e poi passare alla moda successiva come se nulla fosse. Davvero, posso capire il reflusso acido che sale.

Detto questo, mi spiace per i fan, ma l’uscita di Bohemian Rhapsody mi ha catapultato nella massa di inetti che sono improvvisamente diventati isterici per i Queen. Sono settimane che canticchio la canzone in questione (che – gasp! – conobbi per la prima volta tramite la cover di Emilie Autumn), e dall’altro ieri che ogni tanto apro YouTube per ascoltare i brani più famosi e poi cliccare a caso nei suggerimenti per scoprirne di nuovi. Il tutto conoscendoli sì (perché sarebbe assurdo il contrario), ascoltandoli volentieri quando capitava, ma senza averli seguiti davvero prima. Dal punto di vista di un fan, probabilmente anch’io sono fra quelli che sono andati da zero a cento in uno schiocco di dita.
E non è sorprendente: Freddie Mercury è morto che avevo due anni e mezzo, non avevo fratelli o cugini più grandi che potessero farmeli conoscere all’età giusta (o meglio, di cugini più grandi ne ho da regalare, ma dubito abbiano una cultura musicale – o generale – tale da poter ascoltare musica del genere), per cui, semplicemente, non ci sono cresciuto. Per dire, la prima volta che ricordo di averli sentiti è stata nella pubblicità del Ballantines che usava Innuendo, e lì sono rimasti per tanto tempo.
Per tornare a Waterman, non ho avuto modo di annusare il fiore prima che diventasse un esemplare pressato nell’erbario dei fiori eccezionali: riconosco che la loro musica ha un valore immenso, che come band sono ineguagliabili, ma non posso definirmi un appassionato come lo sono delle band che ho ascoltato da ragazzino.

Tuttavia, trovo un po’ ingiusto ridurre il rinnovato interesse generale per i Queen unicamente a una moda che la gente segue ciecamente. Chi ha iniziato a postarli solo perché ne parlano tutti e avrà dei big like assicurati c’è di sicuro, ma non sono tutti.
Per questo, fan dei Queen, siate pazienti e non prendetevela indiscriminatamente con gli inetti che, come me, si sono goduti il film e sono saltati di prepotenza sul bandwagon. Il fatto che Bohemian Rhapsody incuriosisca e faccia parlare della band o venire voglia di approfondirli non è necessariamente una cosa negativa. È più della semplice ipocrisia degli ultimi arrivati che non se li sono mai filati davvero e ora ne parlano come se fossero Veri Fan™: magari sarà, per qualche ragazzino là fuori, il cugino più grande che li farà appassionare davvero alla band; o lo spunto per qualcuno che, come me, li ha apprezzati di passaggio e ora vorrà iniziare ad ascoltarli più seriamente.

E sì, fan dei Queen, voi siete arrivati prima e li ascoltavate da prima che tornassero di moda. Ma se sul bandwagon ora si sta stretti e c’è un sacco di gente che fa caciara, pazientate un po’ e vedete che quelli scenderanno, ma lasceranno dietro nuove persone con cui condividere la passione per la band. Di per sé, il film può essere quel momento speciale che, di conseguenza, rende speciale anche la band e la sua musica per le generazioni che non hanno potuto annusare il fiore quando era ancora sul prato.

Tuesday, 13 November 2018

Alleanza


Self-worth comes from within, bitches”, dice Mazikeen, ma io non sono nemmeno lontanamente al punto di interiorizzare questa massima: continuo a usare come metro di giudizio gli obiettivi che raggiungo o il modo che le altre persone hanno di rapportarsi a ciò che faccio. La prima è una pessima scelta in partenza perché – ne ho parlato mille volte – nella mia testa avrei sempre potuto fare quel quid in più, quindi i miei risultati non saranno mai sufficienti. La seconda è ancora peggio perché, siamo realisti, c’è un motivo se guardo da entrambi i lati perfino quando attraverso una strada a senso unico, ed è che le persone sono inaffidabili per definizione.

Ma poi, quando meno te lo aspetti, ti arriva quella validazione esterna di cui avevi bisogno per rafforzare il tuo self-worth, e da persone che di sicuro non stanno solo cercando di farti piacere. Perché Antonio, che col suo entusiasmo mi aveva fatto di nuovo credere nella mia fotografia (quella personale, non le commissioni), aveva fatto un buon lavoro nel rimettermi in carreggiata, ma i suoi sforzi sono stati vanificati con precisione chirurgica.
E poi arriva Lyrio che, dopo due scambi di messaggi su un ipotetico progetto fotografico insieme (il secondo nemmeno tanto serio), mi contatta proponendomi di venire lui a Trieste per le mie foto. Che si è fatto un numero spropositato di ore in pullman per arrivare e ripartire agli orari più convenienti per andare a scattare. Che si è alzato presto un sabato mattina di ferie per prepararsi e saltare su un autobus per un posto sperduto fuori Trieste. Che, quando l’autobus ci ha lasciati da tutt’altra parte perché mannaggia a Trieste Trasporti, le linee extraurbane alternano i percorsi a orari diversi, si è fatto tre chilometri e mezzo a piedi sul ciglio della provinciale per arrivare alla location che avevo scelto. Che, armato di plaid di pile, si è tolto magliette, camicie, pantaloni nel freddo pungente del Carso di novembre, in fondo a una dolina, senza protestare. E che ha pure fatto slittare il pranzo a quando riprendere l’autobus e tornare a casa. Tutto non per un qualche suo progetto, ma per delle foto che io avevo ideato. E si è già anche parlato di fare qualcosa in primavera, e addirittura di farlo venire in Sardegna quest’estate.
Insomma, un cambiamento radicale da tutte le volte che sono stato io a dover correre dietro alle persone, pregare, ricordare, organizzare secondo i loro piani e tutto. Giuro, sono ancora stordito dal senso di novità.

Poi certo, Lyrio è un INTJ, come me, e capisce cosa significa investire energie in un’idea, nell’organizzazione, e vedersi mandare tutto all’aria, ma è andato oltre la semplice serietà e responsabilità. Nel poco tempo che ci conosciamo, ha capito quanto i miei progetti fotografici personali mi stiano a cuore e ci ha messo tutto l’impegno per venirmi incontro e non deludermi, qualcosa di cui persone che dovrebbero conoscermi molto meglio e sapere quanto queste delusioni mi abbattano non si sono preoccupate.
È bello, per una volta, trovare un alleato che non ti faccia sentire un peso con le cose che ami.

Thursday, 8 November 2018

Lucca senza Comics

Tolte le spese di viaggio, cibo e alloggio, a questo Lucca ho speso in totale 45 euro. Per cinque magliette, scontate perché gli standisti sono miei amici. E tutto ciò che ho visitato della fiera è stato il padiglione dei miei amici, entrando di straforo col loro pass espositori.
Ormai sono ufficialmente fuori dall’entusiasmo per il Lucca Comics.

D’altra parte, sono tornato a casa col portafogli bello carico, ho scattato un sacco di foto che mi soddisfano artisticamente, oltre che economicamente, e ho avuto comunque tempo di vedere un po’ di amici che vedo solo in fiera. Non tutti, purtroppo, masi fa quel che si può.

La più grande soddisfazione, però, è che, sul lato lavorativo, tutto ciò che era in mio potere organizzare è filato liscio come l’olio. Non ho potuto prevedere che il grande diluvio si spostasse da giovedì a mercoledì e, quindi, avrei fatto meglio a tenermi le commissioni per quel giorno, ma non controllo il tempo. Non ho previsto quanto Palazzo Pfanner sarebbe stato preso d’assalto venerdì e, quindi, c’è stato molto da aspettare per entrare, ma lì la disorganizzazione è stata dei gestori del palazzo, non mia: io ero pronto alle condizioni meteo, avevo previsto quanta luce avrei avuto dove e ho gestito la parte fotografica al meglio. E, ad ogni buon conto, ho sfruttato il liberarsi di alcuni slot per anticipare dei set in previsione di ulteriore brutto tempo (che poi non c’è stato), giusto per essere sicuro.
Oh, e poi c’è stata la vagonata di Unown che ho catturato su Pokémon Go e che ora potrò scambiare in giro con la gente facendomi pagare in sonanti Bulbasaur shiny: quello è un aspetto positivo da non trascurare.

Tutto questo, però, non so dove mi lasci. Ho superato la soglia in cui “la fiera si ripaga da sola” e ho portato a casa qualcosa. Ma basta per giustificare la fatica di cinque-sei giorni in trasferta? Perché alla fine, lavorando non solo non ho girato la fiera (cosa di cui mi è fregato relativamente), ma ho finito per non trascorrere chissà quanto tempo con i miei amici (e sì, lì è stata in buona misura colpa del maltempo). Vale davvero ancora la pena di andare a Lucca ogni anno, o è solo un’abitudine che non voglio lasciar andare?
Boh, ho un anno per pensarci.

Monday, 29 October 2018

Silver lining

Non riesco a decidermi: sono stanco che la vita mi metta i bastoni fra le ruote a ogni piccolo passo che tento di fare? O sono grato perché, se non altro, le cose brutte capitano in momenti in cui fanno pochi danni e, anzi, mi permettono di correre ai ripari?

Evelyn (la mia 5D) mi ha quasi tradito. Data la mole di commissioni a Lucca, sapevo che avrei avuto problemi di spazio di archiviazione per la fotocamera. Il piano originale era comprarmi una scheda più capiente con l’Amazon Prime di Giulia (una delle schede vecchie è morta improvvisamente l’anno scorso; i dati sono ancora tutti lì, ma non scrive né cancella alcuna foto), ma poi sono stato male tutta la settimana, non ci siamo visti, non le ho dato i soldi per l’acquisto e non mi sembrava il caso di farmeli anticipare (anche se lei, che è una persona buona, l’avrebbe fatto). Il piano B era di portarmi il Mac a Lucca in modo da scaricare ogni giorno le foto e avere di volta in volta nuovo spazio libero.
Ebbene, in questi giorni ho fatto alcune foto per un piccolo progetto fotografico che bolle in pentola e, prima di partire, ho pensato fosse il caso di scaricarle. Sorpresa: il computer non mi trova più la fotocamera.
Ho avuto il mio bell’attacco di panico, ho chiamato Katia perché è l’unica persona capace di tenermi integro in quei momenti, ho iniziato a escludere le possibili cause (non era il cavo, non era il Mac, vuol dire che era la fotocamera, ma i dati sono dentro, quindi era il collegamento) e, con qualche piccola procrastinazione, sono andato fino a Mediaworld, dall’altra parte della città, a comprare sia una nuova scheda capiente, sia un lettore. Cosa che avre dovuto fare da anni, come i veri fotografi, ma che ho sempre rimandato perché meh, sono soldi, per ora sto bene così.
Il risultato? Usare il lettore è ovviamente la cosa più bella e semplice del mondo, ho triplicato il mio spazio in memoria, tutto si è risolto e sono felice e contento. Il piano A è di nuovo in auge, sebbene più costoso che con Amazon, e mi porto comunque il B come back up.

Solo che, porca miseria, questo contrattempo doveva proprio capitarmi ora? Letteralmente il giorno prima di partire per il Lucca in cui sono più oberato di lavoro da che ho iniziato a scattare su commissione? Non ho già abbastanza stress per le mani? Avevo bisogno anche di questo? Niente gioie, solo sfortuna?
D’altro canto, oh, meglio che sia capitato il giorno prima, all’ultimo momento utile per correre ai ripari sapendo dove sono i negozi e cosa cercare, piuttosto che in viaggio, o lì nel bel mezzo della fiera, magari durante il ponte dei Santi o la domenica. Quello sì che sarebbe stato tragico, e allora la tempistica è stata davvero una fortuna.
E comunque, tolto il comprensibile momento di panico e quei pochi momenti in cui ho desiderato o contattare tutti e far saltare i lavori, o semplicemente morire, ho raccolto il sangue freddo e mi sono dimostrato per l’ennesima volta all’altezza della situazione.

Quindi niente, questa è la tipica cloud with a silver lining. Superata la crisi, quasi quasi sono pià propenso per la gratitudine e considerare le tempistiche fortunate.

Saturday, 27 October 2018

Pat-pat sulla spalla

Mancano tre giorni alla partenza per Lucca. Non ne sono entusiasta come lo ero quest’estate per Vinci, ma ne sono sicuramente orgoglioso. Mi sono scoperto davvero efficiente. Ho delle doti organizzative, riesco a metterle a frutto e sono a un passo da una partenza in cui tutto ciò che è umanamente sotto il mio controllo è al suo posto.
La casa è lì ed è sempre la stessa; non me ne sono occupato io, ma contribuirò lì a non far nascere un’altra Luana e meritarmi il posto per l’anno prossimo. I biglietti del treno li ho comprati già a giugno al prezzo più conveniente, con un assist di Giulia; vero che poi sono impazzito per tutta l’estate, convinto di aver dimenticato il ritorno sul bancone quando erano semplicemente pinzati talmente bene che non si sfogliavano, ma fa parte del processo di preparazione. E poi ci sono gli appuntamenti.

A questo giro mi sono organizzato per tempo con il post da attention whore, ho finalizzato alcuni accordi presi oralmente a Vinci e ho subito iniziato a riempire la mia agenda, prendendo nota di chi, dove, che giorno e a che ora. Vero che non avrò nemmeno una pausa pranzo – cosa risolvibile comprando l’occorrente per dei panini – ma ho incastrato tutti gli shooting in modo da avere tempo sufficiente perché, in caso di ritardo di uno, non mi capiti un effetto domino che li faccia slittare tutti, e giostrato le location in modo da raggiungerle celermente, non dover rincorrere gli associati di GoT in giro per le mura e avere opzioni in caso di maltempo.
A questo proposito, ho controllato il meteo con assiduità quasi religiosa e, in vista del diluvio di giovedì, sto iniziando a sondare se le persone sarebbero disposte per mercoledì in modo da non ripetere il fiasco domenicale dell’anno scorso. Insomma, sto facendo l’umanamente possibile perfino contro la teoria del caos e il butterfly effect.
Finora ho avuto solo due defezioni, ma le ho rimpiazzate con altrettanti shooting che mi fruttano il doppio, quindi poco male.
E, soprattutto, quest’anno ho in programma solo due shooting gratis, in amicizia, entrambi con Giulia come grazie per avermi aiutato a ordinare il Funko Pop di Olenna al prezzo più conveniente. Davvero, il mondo è in debito di karma con me sulla fotografia; e voglio davvero bene ai miei amici, ma ho imparato con le cattive che l’amicizia non è una paga valida per i miei servizi professionali.

Quindi eccomi qui: la fiera praticamente la vedrò con i binocoli perché non avrò tempo, ma ho tutto il possibile sotto controllo e mi sto dimostrando professionale e all’altezza delle aspettative che i clienti rimpongono nelle mie capacità organizzative. Bravo me, mi merito un pat-pat sulla spalla.

Tuesday, 16 October 2018

Piccole vittorie – parte 2

Ci sono due fattori in gioco.

Il primo è la difficoltà a disimparare comportamenti o nozioni che si sono solidificati nella mente. Nella mia mente, ad esempio, lavarmi i capelli è ancora un’azione estremamente dispendiosa in termini di tempo ed energie nonostante siano tre anni che li porto corti. Otto anni di capelli lunghi mi hanno abituato che ci vogliono un sacco di shampoo e balsamo, che è un po’ disgustoso perché poi tutti i capelli caduti si impigliano alle dita, che continuano a gocciolare mentre sto tentando di asciugarmi, che col fon ci impiegherò almeno venti minuti – figurarsi poi lasciarli asciugare all’aria.
Per quanto ora, se proprio ho fretta, mi ci vogliano quindici minuti in totale fra lavaggio e asciugatura, e sia ormai talmente pratico nel metterli in piega che il rischio bad hair day è alquanto remoto, il mio primo istinto è sentirmi estenuato al solo pensiero di lavarli.
Ecco: farmi la barba è la stessa cosa. Nella mia testa è ancora un processo lungo, faticoso, doloroso, che richiede un sacco di passate nello stesso punto, smorfie improbabili per tendere la pelle sulle guance, sul mento non parliamone nemmeno. È a questo che mi ha abituato, specie negli ultimi anni, il progressivo deteriorarsi delle lame del mio rasoio elettrico – per questo ho detto “doloroso”, visto che due volte su tre finivano per impigliarsi nei peli e tirarli, invece che tagliarli. Il mese scorso è arrivato al punto in cui, semplicemente, hanno smesso di tagliare del tutto, così ne ho comprato uno nuovo. Adesso la rasatura è perfettamente indolore, ci impiego una sola passata, meno di dieci minuti in totale e pochissima fatica. Eppure, dopo tre o quattro settimane, ancora non mi ci sono abituato, e la rasatura è una cosa estenuante che approccio di malavoglia.

Il secondo fattore è che sono bravissimo a punirmi. Prima il dovere e poi il piacere, così finisco nel circolo vizioso per cui, se non ho rimesso a posto camera, “non mi merito” di prendermi cura di me stesso. (Non oltre la cura strettamente necessaria tipo lavarmi i denti e il viso, o l’igiene intima, per lo meno). Camera mia è fatta ancora solo per metà, quindi ho continuato a non ritenermi meritevole di sistemarmi la barba nonostante il viso che vedevo nello specchio iniziasse a ripugnarmi sempre di più.

Beh, per qualche strano motivo oggi sono riuscito a rompere il circolo vizioso e mi sono fatto la barba. Vero, i miei progetti di rimettere in sesto gli armadi per ridurre il caos in camera e di affrontare il secondo giro di bucato non sono andati in porto, ma almeno ciò che vedo allo specchio mi piace di nuovo.
Magari è la volta buona che inizio a capire che, per avere le forze (soprattutto mentali) di occuparmi del mondo intorno a me, è il caso che mi occupi prima di me stesso. Così, per dire.

Monday, 15 October 2018

Piccole vittorie

Oggi sono davvero orgoglioso di me stesso.

Di regola, il giorno dopo aver finito il sugo settimanale dovrei andare a fare la spesa, comprare tutti gli ingredienti per rifarlo assieme alla carne e il resto del cibo per gli altri pasti, e la sera cucinarlo.
Sto diventando sempre più bravo e meno ansioso a fare la spesa, ma è ancora qualcosa che vado a fare controvoglia. Cucinare il sugo, poi, mi prende più di un’ora: riesco a maneggiare gli ingredienti a mani nude senza problemi e tutto, ma è faticoso starci dietro e ho sempre un po’ paura di finire a bruciarlo.
Il risultato è che, di solito, fra la fine del sugo e la spesa successiva lascio sempre passare uno o due giorni di junk food d’asporto perché ricominciare il ciclo mi paralizza sempre un po’. Anche ora, tornato a Trieste, ho rimandato spesa e sugo a martedì, passando due giorni a kebab per pranzo e pizza per cena.

Ebbene, a questo giro il sugo l’ho finito ieri. Con un po’ di assist da parte di Katia, sono andato a fare la spesa oggi stesso. L’ho riportata a casa e sistemata, mi sono ritagliato un’oretta e mezza per andare a prendere un gelato e fare una passeggiata, poi sono tornato e senza indugi (ok, con dieci minuti di indugi, ma non è questo il punto) mi sono attaccato ai fornelli.
Non solo, mentre cucinavo ho anche organizzato uno shooting a cui tengo molto per il mese prossimo – ok, è il modello che mi ha contattato e proposto di venire lui da me, ché se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla Dolina dei Druidi, ma ho accettato su due piedi di ospitare qualcuno senza nemmeno pormi i dubbi che ho avuto lo scorso maggio, ed ero pronto a farlo venire anche questo week end stesso.
E in più, ho cenato in compagnia dei coinquilini nuovi, che sono già amici e quindi parlavano per lo più fra di loro, senza farmi divorare dall’awkwardness di una situazione che percepivo a metà fra la cena di casa Baratheon in Game of Thrones, con Melisandre che vuole solo sparire, e quella fra Danny, Colleen, Davos e Joy in Iron Fist. Non sono stato il massimo della socialità, ma nemmeno loro, eppure ho retto bene la prova.

Non contento, ho anche rimesso in ordine metà della camera – cosa che, dopo due mesi d’assenza, è sempre tragica; specie perché, al di là delle settimane di allergeni accumulati, all’andata esplodono gli armadi per fare i bagagli, e al ritorno sono i bagagli stessi. E se è stata una vittoria solo temporanea, è per mia scelta, perché ho affrontato niente meno che il bucato – e non il bucato qualsiasi, bensì quello delle lenzuola, il mio incubo perché devo tentare di farle asciugare tutte su un solo stendino. Vero, nella metà ordinata della stanza ora c’è un complesso sistema di drappeggi tra stendino, sedia e poltrona, ma è solo temporaneo.

Sono super determinato e domani cercherò di non perdere il ritmo: vedrò cosa si è asciugato del bucato e lo ritirerò, cercherò di rimettere a posto in armadio almeno i vestiti usciti dal pacco, e anche di destinare quelli in giro alla lavatrice o a essere ancora indossati. Già solo quello dovrebbe sistemare una porzione non indifferente della stanza, lasciandomi intravedere una fine e motivandomi ad arrivare fino in fondo. Per il resto, la nuova coinquilina ha portato l’aspirapolvere, quindi fare le pulizie in camera non sarà più una sofferenza lunga (e inutile, visto che la scopa sposta la polvere ma non la elimina).

Fra l’altro, non sto nemmeno a mettermi problemi perché i miei coetanei lì fuori hanno una carriera, o sono già sposati, magari hanno pure figli, mentre io sono qui a congratularmi con me stesso perché riesco a svolgere attività quotidiane. Oggi ho fatto tutte insieme un mucchio di cose che già da sole mi demoralizzano e mi sembrano faticosissime, e ho ogni diritto di sentirmene orgoglioso. Perché la vita di un nevrotico è una costante sfida, anche le cose più piccole richiedono uno sforzo. E finalmente sento che ce la sto facendo. Posso andare a dormire gustandomi questa vittoria.

Saturday, 13 October 2018

Solitaire

Mi è sempre piaciuto essere speciale, essere quello che rimane impresso perché si distingue in positivo in mezzo alla massa. Essere lo studente che segue la lezione in mezzo a quelli chiassosi. Essere il cliente che tratta gentilmente la cassiera del supermercato, il cameriere, o l’impiegato delle poste. Essere quello che sa tutto su un argomento che appassiona l’interlocutore.
Non posso farci nulla, è più forte di me: ho paura di sfumare via, finire in una massa di cui non si ha stima. Uno dei tanti, l’ennesimo imbecille con cui si è costretti ad avere a che fare, prontamente dimenticato. Quando, dopo anni, mi riferiscono che persone di cui avevo addirittura dimenticato l’esistenza si ricordano di me perché sono stato brillante, ho detto la cosa giusta al momento giusto, ho espresso un’opinione che non ci si aspetterebbe da un ragazzino, sono sempre stato bravo, io gongolo, il mio ego si gonfia.

Perché alla fine è di quello che si tratta: pura e semplice vanità. Tengo più alla percezione che gli altri hanno di me che a vivere appieno la mia vita.
È proprio perché non voglio compromettere la bella immagine che hai di me, quella dell’unico ragazzo che riesce ad esserti amico senza volertisi infilare nelle mutande, che non ti ho mai detto che negli ultimi quattro anni sono stato innamorato di te.

Thursday, 4 October 2018

Quiet spite

Quest’anno sono partito per la Sardegna pieno di belle speranze, convinto di avere di fronte due mesi di grandi soddisfazioni fotografiche, coronamenti di progetti che hanno letteralmente aspettato anni, battesimi in grande stile di idee nuove, interessanti sviluppi umani, tempo per esercitarmi a disegnare o al pianoforte, andare al mare, voglia di allenarmi per trasformare le calorie extra della cucina materna in muscoletti, cose così.
A due giorni dalla partenza, naturalmente non ho fatto nulla di tutto ciò. Mi sono conquistato qualche soddisfazione in Pokémon Go, ma questo è quanto. Non ho disegnato, non mi sono allenato (in compenso ho messo su peso), non ho imparato la sigla di Westworld al pianoforte (non l’ho proprio toccato), non ho socializzato. È già tanto se ho raccattato quel po’ di diligenza per lavorare alle commissioni di Vinci.
E ovviamente ho scattato quattro foto in tutto. Quattro foto estremamente importanti per me, ma una pianificata questa primavera, e tre nate da un’ispirazione del momento quell’unica volta che ho deciso di sentire davvero le mie emozioni. Quattro foto che amo profondamente, ma che sono una consolazione un po’ magra per ciò che avrei potuto fare.
Oh, e fra l’altro, quattro autoritratti.

La verità è che stavolta me lo sono chiesto per davvero: ne vale la pena? Vale davvero la pena di investire energie, tempo di progettazione, aspettative e speranze in progetti che coinvolgono terze o quarte persone, che rischiano di protrarsi per anni e anni tra un rifiuto e un rimando, e che inevitabilmente mi logoreranno fino a ridurmi a un fascio di nervi che deve rifare dieci volte le carte per decidere se è il momento giusto di radunare la gente e fare le cose? Per cosa poi? Solo perché ci tengo io?
Ecco, se non ho alzato un dito per organizzare nulla in questi due mesi è perché ero impegnato a rispondere a queste domande – perché se un incidente di percorso deve sabotarmi i piani e distruggermi l’entusiasmo, lo farà sin dall’inizio, non dopo che ho avuto tempo di fare qualcosa.
Ma tant’è.

In tutto questo, ho già deciso il corso d’azione immediato: devo solo trovare la forza di alzarmi e concretizzarlo. Se è vero che un rancore è per sempre che DeBeers spostati con i tuoi diamanti, tanto vale provare a metterlo a frutto: anche la pura e semplice ripicca può essere una motivazione.
Tanto la volta che ho tentato di fare l’adulto e affrontare le questioni si è visto come è andata a finire.

Sunday, 30 September 2018

Classifica musicale generale – 2018

Nelle puntate precedenti:
2016;
2017.

Classifiche dalla 51 alla 100:
2018.

Classifiche annuali:
2017.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (Dead Can Dance)
• Mi sono incuriosito perché sono una band leggendaria della scena alternative; ho avuto modo di scoprire che lo sono con ottime ragioni.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Emilie Autumn)
• Sono piuttosto sicuro che Veronica mi avesse fatto ascoltare I Know Where You Sleep e/o Marry Me; come al solito, ho snobbato il suo consiglio.
3. Testo preferito della numero 33? (Goldfrapp)
Stranger parla di me, praticamente.
4. Album preferito della numero 49? (The Crest)
Letters From Fire mi piace un po’ più di Vain City Chronicles.
5. Canzone preferita della numero 13? (Kari Rueslåtten)
Hør Min Sang dal suo catalogo storico, Wintersong da quello recente.
6. Album peggiore della numero 50? (Lucia)
• Oddio, “peggiore” è un parolone. Dei due preferisco Samsara, ma anche Silence è ottimo.
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Alcest)
• Non particolarmente: il mondo di fantasia creato da Neige dopo un po’ risulta alienante.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Sia)
• Due estati fa io e Beatrice beccavamo sempre Cheap Thrills quando uscivamo. Ricordo anche che ascoltavo Colour The Small One una volta a Firenze Santa Maria Novella prima di incontrare Francisco.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (Evanescence)
• Quattro (Origin, Fallen, The Open Door e Synthesis) più il live Anywhere But Home e tutti i singoli fisici fino a Sweet Sacrifice. L’epoca del self-titled l’ho saltata a pie’ pari.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Abney Park)
The Wrong Side mi mette buonumore.
11. Canzone preferita della numero 40? (White Sea)
• La magnfica Ellipses.
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Marina & The Diamonds)
Bad Kidz è proprio bruttina.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Emilie Simon)
• La volta che ho costretto Stefano a sedersi su una pila di assi bruciate per fare la foto di En Cendres e, soprattutto, la gita a Bordeaux per il concerto.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (Amy Lee)
Sally’s Song è rimasta tristemente associata alla mia prima rottura seria.
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Theodore Bastard)
Будем Жить,  anche in versione Земная Доля, mi entra sempre sotto la pelle.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (Leandra)
• Nessuna, ma mi piacerebbe un sacco.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Anneke Van Giersbergen)
Day After Yesterday, che è anche capitata in un momento particolarmente adatto.
18. Album preferito della numero 11? (Autumn)
• Per ora sempre Altitude, seguito a breve distanza da Cold Comfort; vediamo come se la caverà il nuovo.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (Susanne Sundfør)
• Come dimenticarla? The Silicone Veil.
20. Canzone preferita della numero 27? (Clare Maguire)
Stranger Things Have Happened è fantastica.
21. Album preferito della numero 16? (Anathema)
• L’insuperabile Weather Systems.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Meg Myers)
Heart Heart Head, grazie a Luisa.
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Stream Of Passion)
• L’incredibile cover di Street Spirit.
24. Come hai scoperto la numero 21? (Alizée)
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (Epica)
Dreamscapes.
26. Canzone preferita della numero 3? (Hurts)
• È quasi una di quelle scelte difficilissime, ma Illuminated sta un gradino sopra la spietata concorrenza.
27. Album preferito della numero 2? (Within Temptation)
• Dico sempre The Unforgiving: è un grandissimo album con una struttura impeccabile, ottime melodie e arrangiamenti che hanno rinfrescato e revitalizzato i Within Temptation.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (iamamiwhoami)
• Una delle composizioni per i video virali della sua campagna promozionale.
29. Testo preferito della numero 8? (Florence + The Machine)
Pure Feeling batte una concorrenza spietata.
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Draconian)
• Nessuna, e non ci tengo più a recuperare, dati i soggetti.
31. Come hai scoperto la numero 44? (Phildel)
• Grazie a Luisa, che a sua volta l’ha scoperta grazie a Sleepthief.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Panic! At The Disco)
• Ho la netta impressione che un po’ tutta la discografia post-split viva nell’ombra del debutto.
33. Canzone peggiore della numero 29? (Gwen Stefani)
• Non una ma due: When I Was A Little Girl e Never Kissed Anyone With Blue Eyes Before You dall’album natalizio. Gli sbadigli.
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Delerium)
Silence, come ho già raccontato visto che, per qualche motivo, capita loro sempre ‘sta domanda.
35. Album preferito della numero 28? (Röyksopp)
• Nel complesso forse Junior, anche se non ha le punte di eccellenza di The Understanding e The Inevitable End.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (Woodkid)
• Purtroppo nessuna.
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Brooke Fraser)
Love, Where Is Your Fire e anche Flags mi piaciucchiano in mezzo al cheese cristiano.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Gåte)
• Un canale di divulgazione atea ha usato Bruremarsj Frå Jämtland come sottofondo a un video.
39. Album preferito della numero 7? (Delain)
Lucidity ha un posto speciale nel mio quoreh.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (The 3rd And The Mortal)
Magma (e buona parte di Painting On Glass) mi ricorda il volo di ritorno dalla Germania nel 2009.
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Placebo)
• All’inizio non sopportavo The Bitter End. Oh boy…
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Lady Gaga)
Telephone, hands down.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (Karen Elson)
• Su Double Roses c’è l’imbarazzo della scelta, ma direi Wonder Blind e Wolf.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Róisín Murphy)
Sunshine è sempre un bel sogno che faccio, nonostante i recenti sviluppi.
45. Canzone preferita della numero 9? (Eivør)
• Non è facile sceglierne solo una, ma direi True Love.
46. Primo album ascoltato della numero 37? (Sirenia)
At Sixes And Sevens: sono andato in ordine.
47. Membro preferito della numero 4? (The Gathering)
• Scatenerò una guerra, ma Silje Wergeland.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (Beyoncé)
• Beh, un po’ difficile sfuggire a Crazy In Love.
49. Album che possiedi della numero 20? (Tristania)
• Tutti e cinque, più i singoli di Angina, Midwintertears e Sanguine Sky. Poi, tristemente, nel 2007 hanno smesso di pubblicarne…
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Theatre of Tragedy)
• Potrei riempire il blog parlandone (in realtà l’ho fatto), ma forse l’ultima sera a casa di Nell, passata a sfogliare il suo scrapbook dei Theatre of Tragedy, ripercorrere i suoi anni nella band e parlare un po’ dei cavoli nostri. Oh, e la colazione con la marmellata di ribes rossi che aveva confezionato lei in casa. Gesù, quella marmellata!

Monday, 24 September 2018

Date tregua a Biancaneve

Ieri sera, mentre editavo le foto di una bellissima cosplayer di Biancaneve versione Hannah Alexander, mi sono reso conto di una cosa: sono stufo marcio del revisionismo delle fiabe (e, per estensione, dei film Disney e relativo merchandising). Anzi, ciò di cui sono stufo è il pensiero stesso che c’è alla base. Tutt’altro che difficile rendersene conto quando hai a che fare con Biancaneve, l’archetipo della ragazzina ingenua, la primissima Principessa Disney, arrivata a noi dritta dal 1937 e così fuori posto nel 2018.

Sia chiaro: per me c’è posto per tutto. C’è posto per le truculente versioni originali, per quelle edulcorate riproposte dalla Disney classica, per quelle che veicolano messaggi della Disney Renaissance, per le varie versioni rese più complesse à la Mirror Mirror, per quelle decostruite e ricostruite à la Once Upon A Time… le fiabe sono archetipi e hanno profonde radici nella nostra cultura: in quanto tali, si prestano a interpretazioni sempre nuove e a piegarsi secondo i tempi attuali.
Il problema è che i tempi attuali sembrano interessati a trasmettere un unico messaggio nelle loro fiabe: siamo tutti smartass.
A ben vedere, quasi tutte le iterazioni contemporanee, perfino quelle della Disney, sono basate sulla decostruzione: c’è un grande affanno a sbeffeggiare ogni singolo cliché perché siamo troppo avanti per non guardarli con condiscendenza; carichiamo la trama di dettagli per renderla logica e scorrevole perché siamo troppo intelligenti per sospendere volontariamente l’incredulità come facevamo da bambini; e poi ci sono loro, i protagonisti. Peggio ancora, le protagoniste.
Una volta ho letto che è possibile scrivere un personaggio maschile che sia solo tale, ma non uno femminile che non sia anche un role model. Ed è qui che torniamo a Biancaneve, ma anche Cenerentola e Rosa Spina (avviso: da qui in poi tratterò fiabe e film Disney come sinonimi; è una cosa che odio ma, ai fini del dibattito pubblico, i due concetti sono ormai intercambiabili).

Sembra che l’unica cosa che ci piace più di sputare su animali parlanti e Ammoreh a Prima Vista™ sia ridicolizzare le principesse classiche e rimpirci la bocca di quanto siano modelli negativi. Perché fanno cose troppo femminili come le faccende di casa e prendersi cura degli animali. Perché sono personaggi passivi e aspettano che qualcuno le tiri fuori dalle situazioni invece che agire. Perché la soluzione a tutti i loro problemi è l’arrivo di un uomo che le sposi e le sistemi. I tempi sono cambiati, ci piace dire, non sono questi i modelli che vogliamo per le nostre figlie. Vogliamo Cenerentola che prende a schiaffi le sorellastre, Biancaneve che si mette l’armatura e guida un esercito contro la matrigna, Aurora salvata dall’amore materno della fata (non tanto) cattiva, e al diavolo tutti i prìncipi! E il risultato è un sacco di snark gratuito, personaggi che sono tutti uguali nel loro voler essere anticonvenzionali, storie strangolate dal tentativo di sovvertirle pur mantenendole coerenti con se stesse e messaggi aggiuntivi che si contraddicono tra loro.
Ma la domanda è: perché facciamo tutto questo? Per dare modelli migliori alle nostre bambine?
No: ci piace lagnarci che le principesse classiche sono il male del mondo e decostruire le storie di quelle moderne per ghignare compiaciuti di quanto siamo superiori a quei poveri sempliciotti del 1937.
Da qui, una proposta: se davvero ci preoccupiamo di che messaggio riceveranno i nostri figli, perché non proviamo, ad esempio, a fare i genitori? A occuparci di loro e parlarci?
Pretendere role model migliori così da mollare i bambini per un’ora davanti allo schermo mi sembra molto facile. Meno facile, invece, è stare con loro e fornire un contesto a ciò che stanno guardano.

Non c’è niente di male in Biancaneve: è un personaggio creato nel 1937 per il pubblico del 1937 basato su una storia ancora più vecchia. All’epoca le cose andavano così. Sogna solo di trovare il vero amore perché non stava bene che le donne lavorassero: oggi invece, se vogliono, possono fare carriera e arricchire la loro vita anche di quello. È ingenua e si fida della Regina Cattiva non perché è stupida, ma perché è stata cresciuta isolata dal mondo e non sa che è pericoloso: oggi invece le bambine vanno a scuola e imparano a non fare questi errori. Cenerentola è paziente e non si ribella alla matrigna e alle sorellastre perché altrimenti non avrebbe avuto dove andare: oggi per fortuna le ragazze, quando crescono, hanno molte più possibilità.
E anche a livello meta, possiamo spiegare che le principesse di oggi sono diverse perché ci sono tante possibilità su cosa si può essere. Si può essere una persona romantica. Si può sognare di avere una propria attività. Si può voler leggere e studiare. Si può anche voler restare a casa a badare alla famiglia (tutto questo sia per le bambine che per i bambini, eh!). E fintanto che è una scelta, non c’è nulla di male né a essere Belle, né a essere Tiana, né a essere Merida, e nemmeno a essere Biancaneve. (Su Ariel ho dei dubbi, ma non è questo il punto).

Anche film che sembrano moralmente superati possono offrire ottimi spunti di crescita; l’unica cosa è che serve che i genitori siano lì a svolgere il loro compito, invece che aspettarsi che faccia tutto la televisione. Perché più ci si accanisce a dire che Biancaneve non va bene e dev’essere cambiata, più si dimostra di essere genitori incapaci, che fanno finta di dimenticare un punto fondamentale: l’educazione è un compito della famiglia, non della Disney.
Per cui, date tregua a Biancaneve, una buona volta: va bene così com’è, sta a voi imparare a contestualizzare le cose.

Friday, 21 September 2018

Siamo alle solite

Bla bla bla, ancora una volta ho dimostrato (a me stesso) che sono capacissimo di tirarmi fuori dalle brutte situazioni e risolvere i problemi. Bla bla bla, sono più forte e capace di quanto mi dia credito. Bla bla bla, anche se le cose sembrano impossibili, anche se le conseguenze sarebbero reali e pesanti, sono capace di stringere i denti, tirare dritto, fare le cose e uscirne vincitore. Bla bla bla, riesco perfino a ottenere risultati quando ci sono di mezzo cose (i.e.: altre persone) che sfuggono al mio controllo.
Yay, Alessandro è un adulto competente.

È una lezione che continuo a imparare ancora, e ancora, e ancora, e ogni volta sembra non entrarmi in testa. Ogni volta devo uscirne stremato, stressato, dopo notti e notti in cui non riesco a costringermi ad andare a letto per paura che arrivi l’indomani, e giornate in cui non riesco a fare nulla perché l’unica responsabilità che devo sobbarcarmi mi toglie ogni altra energia.
Ma se so che sono capace di contattare le persone su Facebook per tessere le lodi della casa e reclutarle come potenziali coinquilini, se l’ho già fatto altri anni, se è chiarissimo che hanno bisogno di me e del mio annuncio quanto (spesso anche più) di quanto io ho bisogno di loro, se per ogni “no grazie” trovo due o tre “sì, dimmi di più”, perché il mio dannato cervello non riesce a partire concentrato sul compito e risparmiarmi ansia, paranoie, awkwardness e sfiducia in me stesso? Perché non posso partire tranquillo e consapevole che sì, sono capace di riempire due dannate singole date via a un prezzo ridicolo in una casa che buona parte degli studenti universitari si sognano soltanto?
Ecco, questo è uno di quei post di rant gratuito che sto scrivendo soltanto per ricordarmi che, ancora una volta, mi sono dimostrato all’altezza della situazione, ho evitato scossoni alla mia vita quotidiana ed economica (leggi: non devo smezzare il prezzo delle stanze vacanti con gli altri due coinquilini rimasti dall’anno scorso) e posso tirare dritto per la mia strada.

Ps: a proposito di lezioni da imparare, giuro che è l’ultima volta che procrastino fino all’ultmo e/o faccio affidamento a che gli altri superstiti si diano da fare per trovare qualcuno. You want shit done? Do it yourself, bitch. And do it now.

Friday, 14 September 2018

Migliori amici un corno

Sinceramente? Non è che odio i cani come animali. Presi singolarmente, mi stanno abbastanza indifferenti: li trovo bestie stupide che sprecano un sacco di energie per compiacere gli altri, senza capire che in cambio ricevono ben poco.
È vero che negli ultimi anni la cagna dei miei vicini qui, con i suoi agguati dietro al cancello e il suo abbaiare aggressivo ogni volta che si passa, me li ha resi ancora meno simpatici. È vero che non mi piace il loro odore e detesto la loro saliva. Ma, nel complesso, il massimo del sentimento che provo per la categoria in generale è condiscendenza, magari un po’ di pena. Alcuni singoli cani addirittura li tollero per amore o rispetto dei loro padroni. Ovviamente, non ne vorrei mai uno mio perché essere guardato dal basso verso l’alto con occhi adoranti mi metterebbe abbastanza ansia.
Presi come fenomeno sociale, invece, il discorso è molto diverso. Lì sì, odio i cani: l’indifferenza non basta più.

Non mi ero mai soffermato, ad esempio, sul fatto che a Trieste vivo in una zona tutta di palazzi, senza villette col giardino. Come me ne sono accorto? Perché quando torno ad Alghero, che nella mia zona è piena di giardini privati, arriva una certa ora e parte la cagnara, perché una di quelle stupide bestie si esagita, produce chiasso, un’altra la sente e risponde, e via di telegrafo del crepuscolo che nemmeno La Carica dei 101. D’estate con tutte le finestre aperte, giorno dopo giorno diventa l’inferno.
Ma io dico: porca miseria, se dà fastidio a me all’altro angolo della via, possibile che il baccano prodotto dal tuo cane non ti faccia venir voglia di scendere in quel dannato cortile e farlo stare zitto? Disciplinarlo un po’? Capisco che col tempo subentrano l’abitudine e la rassegnazione, ma c’è un limite a tutto!

Naturalmente, tolti i quattro passi sotto casa specificamente per quello, guai a rinunciare alla bella passeggiata in centro se si deve scendere il cane a pisciarlo. Invece che elaborare un percorso in funzione dei bisogni del cane, lontano da folla e rumori, lo si porta in vie strette e affollate, magari gli si sgancia anche il guinzaglio e lo si lascia libero di correre fra i piedi della gente, appresso ad altri cani, che nemmeno i bambini fra i tavoli del ristorante. E se mi fa inciampare? È un cane, mica capisce. E se gli pesto una zampa o la coda? È colpa mia che dovevo stare attento. E se deve fare i bisogni? Li fa, punto.

A questo proposito, sono già sceso nel dettaglio della mia frustrazione per le cacche di cane sul marciapiede, ma posso aggiungere che con la pipì non va molto meglio. Ad Alghero nello specifico, visto che non piove molto spesso, non si trova un angolo, uno, che non sia annerito e puzzolente. Per non parlre delle panchine in cemento sul lungomare: entrambi gli angoli di ciascuna sono sporchi e con i rivoletti sulle piastrelle del marciapiede. Lì, dove la gente si siede a godersi il panorama e rilassarsi, con la puzza di pipì nelle narici. Prova a farlo notare e ti aggrediscono come se fosse colpa tua se non hanno portato una bottiglia d’acqua per pulire dietro il loro dannato animale. O non l’hanno portato in qualche posto più appropriato – ma di nuovo, come da punto precedente, loro sono lì per godersi la passeggiata, chissenefrega della responsabilità di avere un animale appresso.
 
Ora, socialmente parlando, se tu vuoi un dannato animale da compagnia, perché devo pagarne le conseguenze anch’io? Se io mi prendo un gatto, è a me miagola quando vuole mangiare, è in casa mia che la sua lettiera puzza, sono le mie cose che, eventualmente danneggia nella sua esuberanza (se non ho pensato a dargli una diamine di educazione). Perché invece, quando qualcuno prende un cane, deve diventare un peso per tutti?
E no, non cominciate nemmeno con la solita lagna che sono i padroni e non i cani: lo so benissimo, ma ciò non cambia che, per quanto la colpa sia degli umani,  il problema siano i cani. Senza cani non ci sarebbe nulla di tutto ciò. Mi dispiace, ma non riesco a separare il fenomeno sociale dai singoli individui se non per non urtare i miei amici che li hanno.
Fintanto che la cultura rimarrà fissa sul menefreghismo e la gente non accetterà che avere un animale è una responsabilità, che nei momenti che dedicati a loro ci si prende cura di loro, e sarebbe il caso di privarsi della passeggiata in centro, del giro per negozi, dei fuochi d’artificio – tutte cose che ci si può godere lasciando i cani a casa – continuerò a storcere il naso quando mi si presenteranno i cani come la cosa più bella del mondo.

Thursday, 6 September 2018

Chimeras

Bred from a thought,
A little movement in the air
Takes shape, in a few seconds
Becomes a monster.

È successo un po’ come quando ho pensato per la prima volta di tagliarmi i capelli: un’idea randomica, passeggera, che credevo non avesse alcun seguito. Quella volta è stato il video sulle acconciature da uomo dell’ultimo secolo (tutto ciò che c’è stato fra gli Anni Dieci e i Cinquanta doveva essere mio), questa volta è stato continuare a trovarmi le foto di Raphaël Say sul feed di Instagram: porca miseria, quanto gli stanno bene, soprattutto il hoop con la borchietta che pende.
Tempo qualche mese e quella piccola idea non solo non è passata, ma è rimasta a fermentare in fondo alla mia mente, producendo sempre più fumi fino a intossicarmi del tutto. Così ho chiesto alla Mater quando fosse il giorno con la luna più giusta perché le ferite guarissero – una cosa super wiccan scoppiata, lo so, ma in queste cose meglio un po’ di superstizione in più in caso funzioni, e se non si avvera almeno non fa danno – ed era oggi; e quando sono passato allo studio di tatuaggi che mi avevano consigliato per prendere appuntamento, il proprietario mi ha detto che il piercer viene da Sassari una volta a settimana proprio di giovedì, una coincidenza perfetta.
Così eccomi qui, con un foro fresco fresco al lobo dell’orecchio sinistro e una barretta di acciaio chirurgico che lo attraversa. Sulla soglia dei trent’anni ho deciso di farmi l’orecchino.

Side note, ho deciso di andare da un piercer professionista e farmi mettere l’acciaio chirurgico perché non è il mio primo giro in giostra: nel 2006, a diciassette anni, addirittura prima di aprire questo blog, avevo deciso di farmi due buchi in alto sull’orecchio sinistro. In un negozio di bigiotteria, con la pistola e con due stud con gli strass in pura lega di tetano. A parte il male cane dei due buchi in successione, le cose sono poi andate malissimo perché i materiali degli orecchini erano dubbi, la tecnica è stata pessima, regole sanitarie queste sconosciute, la cartilagine è difficile da far guarire, eccetera. Fra l’altro, Quella Luana ci affibbiò pure un calcione mentre nuotavamo in piscina, il giorno primo del famigerato litigio, e lo fece apposta perché mi guardò con aria tutta soddisfatta mentre mi tenevo l’orecchio dolorante.
Ma divago. Il fatto sta che a dicembre ‘sti buchi mi facevano ancora talmente male da non poterci nemmeno dormire sopra, così ho rinunciato e li ho lasciati richiudere.
So bene che il lobo è tutt’altra faccenda – tant’è che ho sentito un pochino di fastidio, nemmeno dolore – ma ho preferito non correre rischi e affidarmi a un professionista che sapeva ciò che faceva. Vediamo un po’ come va a finire.

Di nuovo, sono sulla soglia dei trent’anni e un po’ mi sento stupido a dare tutta questa importanza a una cosa che per altri può sembrare scontata, ma piercing e tatuaggi sono sempre un po’ riti di passaggio. Chissà cosa mi porterà il mio.

Tuesday, 4 September 2018

Lasciarsi cose alle spalle

Mi mancano le stelle. Mi manca andare in bagno la notte, affacciarmi a osservare il cielo delle ore piccole e riconoscere le costellazioni – in questo periodo per lo più Perseo, l’Auriga, il Toro, e verso quest’ora sorgono i Gemelli. Quest’anno, poi, quasi tutte le lampade cittadine ai vapori di sodio sono state sostituite con i LED, che hanno ridotto notevolmente l’inquinamento luminoso, quindi avrei potuto vedere anche qualcosa in più.

Eppure, nonostante ciò e i piagnistei di due anni fa, il nuovo palazzo che hanno costruito accanto al mio non mi disturba più di tanto. Esteticamente è senza lode né infamia, la gente che ci vive non è chiassosa, l’unico vero cambiamento è che in bagno abbiamo messo una tenda meno trasparente. Per molti versi, invece, ha migliorato le cose: ha ridotto notevolmente il rumore proveniente dalle vie circostanti, para la luce dei lampioni in camera da letto della Mater e, bloccando quella del sole che sorge, la aiuta a dormire più a lungo la mattina; ripara dal vento d’inverno e, soprattutto, essendo dipinto di un giallo molto pallido, il pomeriggio riflette moltissimo la luce rendendo la casa incredibilmente luminosa.

Insomma, sotto quasi tutti gli aspetti pratici ci abbiamo guadagnato, sacrificando però la vista delle stelle e il panorama sull’ermo colle. Forse diventare adulti significa proprio rinunciare al lato sentimentale quando quello pratico incalza? O forse quello è invecchiare?
Magari finirò a dormire, la notte, invece che guardare le stelle.

Wednesday, 29 August 2018

Rabbia in moto

Fra tutte le emozioni, ho meno difficoltà ad ammettere di provare rabbia, visto che la trovo in qualche modo empowering (sì, lo so: che cosa oscenamente eteronormativa da parte mia). Ciononostante, ho il brutto vizio di imbottigliare anche quella, visto che ammettere che qualcuno mi ha fatto arrabbiare è comunque dargliela vinta, nella mia visione distorta dei rapporti umani.
Il dottore mi ha detto che è legittimo e salutare che io la provi quando necessario, e mi ha suggerito di incanalarla in qualcosa di costruttivo per me e per la comunità.
Beh, finalmente è capitata l’occasione.

Uno dei miei berserk button è la gente che non rispetta regole basilari tanto facili da seguire come il codice stradale. I ciclisti sul marciapiede sono in cima alla lista, ma anche chi ci parcheggia non scherza.
Beh, nel mio isolato, all’altro angolo, vive una famiglia di, uhm, bravissime persone che ha il vizio di parcheggiare non una, ma ben due moto una di fila all’altra sul marciapiede. Un marciapiede largo meno di un metro, e proprio in corrispondenza di uno scivolo per gli invalidi le cui mattonelle al bordo si sono sollevate creando un ulteriore ostacolo. Il tutto con tanto di passo carrabile a loro nome, vialetto nel cortile e garage.
Ieri, io e la Mater abbiamo incontrato la signora mentre stava giusto parcheggiando la sua moto e le abbiamo chiesto gentilmente non dico di non parcheggiare sul marciapiede, ma di metterne una almeno dall’altra parte del cancello, in modo che non sia d’ostacolo in corrispondenza della mattonella fuori posto – questo perché nel nostro palazzo abitano diverse donne anziane che vanno a fare la spesa col carrello e hanno, puntualmente, difficoltà a passare. La signora in questione prima ha ironizzato sul fatto che almeno le moto coprono le buche sul marciapiede, poi ha fatto un gestaccio rivolto a me e alla Mater, rientrando in casa.
“Ah, brava. Bravissima. Che educazione. E guardi che la moto non si può parcheggiare sul marciapiede a prescindere.”, le grido dietro.
Lei esce furiosa: “Cos’hai detto?”
Io: “La moto non si può parcheggiare sul marciapiede a pre…”
Lei: ‘“Cos’hai detto dopo?”
Io: “La moto non si può parcheggiare sul marciapiede a prescindere.” (Cioè, signora mia, si lavi le orecchie o almeno legga il labbiale).
Al che lei, con aria di sfida, mi fa: “Tu non sei un vigile urbano”, e rientra.

Ah. Non sono un vigile urbano, quindi?
Per combinazione, io e la Mater stavamo uscendo perché dovevo andare a fare la pulizia dal dentista. La Mater, che a quel punto era fuori dalla grazia di dio, attacca a sbraitare a ruota libera che l’unico motivo per cui non è ancora andata a fare un esposto è che hanno spotato la centrale dei vigili urbani troppo lontano da casa… nella parallela, due traverse più in là, del mio dentista. A quel punto non ci ho visto più.
Bene, la signora mi ha sfidato? Finita la visita, prendo e vado dritto in centrale, incastro subito il vigile chiedendogli se “forse ricordo male, ma non è consentito parcheggiare un veicolo sul marciapiede?”, “No, assolutamente.”, “Nemmeno una moto?”, “Eh, ma sta scherzando?!”, e da lì gli espongo ciò che è successo. Lui promette che passeranno e risolveranno la cosa.

Beh, indovinate che cosa non è parcheggiato dove, oggi? E meno male che non ero un vigile urbano.
La signora ha fatto l’errore di lanciarmi la sfida mentre era in torto. Cosa credeva, che non mi funzionassero le gambe ad andare lì e fare un esposto? Che non glielo avrei fatto rimangiare approfittando di aver ragione? Non m’importa se l’hanno solo avvisata, non m’importa se l’hanno anche multata, ma la sua moto su quel marciapiede non ci può stare.
E ha anche avuto la fortuna di beccare qualcuno che è capace di portare rancore per decenni. Perché cosa crede, che ora si cheteranno le acque e potrà tornare a parcheggiare dove le pare? Sbagliato: ogni volta che sarò in città e vedrò una di quelle due moto sul marciapiede, farò una foto con tanto di targa e partirà un esposto ai vigili urbani (ho controllato e, ai fini dell’esposto, non è lesivo della sua privacy). E se continua sono disposto ad arrivare anche dall’assessore ai trasporti.

Così eccomi qui: ho abbracciato la mia rabbia, l’ho sfogata in modi leciti e costruttivi, ho avuto la mia vendetta, ho rimesso a posto una signora e ho fatto qualcosa per il mio intero palazzo. La terapia sta iniziando a dare dei frutti concreti.

Monday, 27 August 2018

Room of double roses

La parte più difficile del mio percorso per diventare un adulto funzionale è accettare le emozioni. Accettare che non c’è vergogna nell’averne, che sentirle non fa di me un essere debole, ma umano. E accettare che non sempre – anzi, quasi mai – sono razionali.
Ecco, il difficile è soprattutto quello: abbandonare l’idea per cui ogni singolo aspetto della mia vita debba essere controllato dalla ragione e ogni cosa che non vi si conforma vada fatta sparire. Ho il diritto e il dovere di sentire le mie emozioni, anche quando vanno in contrasto con la logica e il buon senso. Non devo arrabbiarmi con me stesso, non devo vergognarmene, non devo temere alcun giudizio: la ragione va messa nelle azioni, non nello stato interiore.

D’altro canto, per quanto irrazionale sia il motivo, se per esempio mi sento triste cosa posso fare? Pur con tutta la consapevolezza del mondo, non posso impormi di non esserlo. Devo accettarlo e lasciarlo svaporare.
Se ho voglia di sedermi un po’ a fissare il vuoto con gli occhi lucidi, non devo far finta di niente. Se decido di girare per il centro storico tutto il pomeriggio ascoltando una playlist con le canzoni più strappalacrime da Double Roses di Karen Elson e Room di Eivør, posso e devo farlo. E se ad ogni buon conto voglio aggiungerci sopra 10 Pieces, 10 Bruises di Jonna Lee, ben venga. Se voglio far finta che quelle canzoni parlino di me anche se so che non è così, è una mia prerogativa. Anche se so benissimo che il motivo per cui sono così triste è stupido e irragionevole, ciò che sento è quello, non ha senso che continui a ripetermi che in quel momento va tutto bene.

E in effetti, oggi pomeriggio prima ho cercato, come al solito, di far finta di nulla; ma quando mi sono deciso a essere onesto con me stesso, mi sono sentito bene, di una leggerezza che non ritenevo possibile. Anche perché dopo che Room e Double Roses hanno portato il casino che sentivo dentro a galla, 10 Pieces, 10 Bruises l’ha esorcizzato grazie al contrasto fra la malinconia dei testi e l’allegria delle melodie (potrei star facendo pubblicità occulta).
Probabilmente ho bisogno di metabolizzare ancora un po’ di cose (sto imparando a concedermene il tempo), ma riconoscere questo bisogno è già una vittoria per me. E se stanotte la passerò col sonno agitato anche se so che a pungolarmi è una stupidaggine, è ciò di cui la mia mente ha bisogno per processare ciò che succede, liberarsene e andare avanti.

Thursday, 23 August 2018

Sangue nel dentifricio

Non dico di essere riluttante a cercare aiuto quando non sto fisicamente bene; dico solo che, finché posso, evito anche solo di ammettere di stare male.
Così eccomi qua, dopo tre settimane buone di gengivite prima ignorata e poi automedicata, di sangue nel dentifricio, gonfiore, fitte mentre mastico, finché mi sono trovato con metà faccia indolenzita a ogni ora del giorno e della notte e finalmente sono andato dal dentista a farmi prescrivere un antibiotico e un gel antisettico in vista della pulizia.

Naturalmente, oltre che col dolore, ho passato queste settimane ad arrovellarmi su come potessi essermi ridotto così, visto e considerato che i giorni in cui non mi sono spazzolato i denti almeno prima di andare a dormire, negli ultimi sei o sette mesi, si possono contare sulle dita di una sola mano.
E soprattutto, cosa avrei detto al dentista? Cosa avrebbe pensato di me, del fatto che ho lasciato che mi venisse una gengivite di queste proporzioni?

La risposta è che il dentista non avrebbe pensato proprio niente; un po’ perché ha visto sicuramente di peggio, un po’ perché la grande verità è che la maggior parte delle malattie, semplicemente, capita. Mettermelo in testa è particolarmente difficile visto che, quando ero piccolo, la Mater ha sempre trattato le mie malattie come se fossero colpa mia.
Cioè, com’è che funziona, di solito? Per un motivo o per l’altro, per quanto ti sia sempre coperto bene, lavato le mani appena rientrato a casa, evitato di metterti nella linea di fuoco degli starnuti altrui, i germi arrivano a te e ti tocca farti quella settimana a letto con la febbre.
Poi per carità, la Mater si è sempre prodigata per prendersi cura di me quando stavo male, aiutarmi a guarire, comprare le medicine e tutto, ma la sua prima reazione è sempre stata di fastidio, biasimo e rabbia. C’è sempre stato un rimprovero più o meno velato, per motivi che andavano dal perdere giorni di scuola al perdere giorni di pianoforte / karate / quello che è, fino al rischiare di contagiare lei. Il tutto per qualcosa totalmente al di fuori del mio controllo.
Col senno di poi, non c’è da sorprendersi se a) sono un maniaco del controllo in generale, e b) sono diventato un maestro nel mentire a me stesso, far finta di stare bene e dover correre ai ripari quando poi è troppo tardi. È quasi successo con la mia depressione a più riprese, e succede continuamente con qualsiasi raffreddore, febbre, gonfiore o simili (le uniche malattie che non posso ignorare sono quelle gastrointestinali perché quelle non si lasciano ignorare).

Alla fine, l’antibiotico l’avrei preso anche prima, e la prognosi non sarebbe stata particolarmente migliore o peggiore di adesso. L’unica cosa che ho ottenuto sono state settimane di dolore in più.
E ok, in parte ho paura di andare dal medico e scoprire che ciò che ho è ancora più grave di quel che pensassi, ma devo essere onesto con me stesso e accettare che buona parte del motivo è che la mia corsa a essere l’Übermensch passa anche per la (percezione di) salute. Anche qui: ammetto di avere questo problema, ora devo raccogliere i cocci e rimetterli assieme.