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Thursday, 14 November 2024

The Crying Room

È forse strano che, con tutto quello che è successo negli ultimi due anni e passa, io sia andato in completo silenzio stampa qui sul blog. Beh, a parte i test musicali e qualche brandello qua e là.
Voglio dire, anche tralasciando le mie vicissitudini personali, già solo la situazione socio-politica internazionale era abbastanza succosa da darmi un mucchio di cose su cui sfogarmi.
Eppure, eccoci qui.

Forse, a una certa è semplicemente diventato troppo. Ricordo lo scoppio della guerra in Ucraina come il momento in cui, vedendo il cursore lampeggiare nell’editor, ho iniziato a non avere più nulla da scrivere. Un po’ perché è arrivata sulla scia di due anni già molto provanti e ha fatto traboccare il vaso; un po’ perché ho un coinvolgimento quasi diretto tramite amici ucraini, parenti bielorussi e le mie radici est-slave. Ma ricordo che non ho praticamente dormito per un mese dopo che è iniziato quel casino e, in generale, non ho più sentito il bisogno di elaborare i miei pensieri per iscritto.

Da lì c’è stata la necessità di uscire dalla bolla della pandemia e tornare alla vita reale, occuparmi di varie cose, alcuni alti inaspettati che però volevo tenere per me, e poi gli ultimi dodici mesi che sono stati piuttosto orribili a livello personale, ma di cui non era decisamente il caso di scrivere sull’internet.

Qualunque sia il caso, eccoci qui. Forse sono di nuovo al punto in cui sfogare le cose in maniera più articolata che sulle storie di Instagram potrebbe aiutarmi. Del resto, abbiamo appena subito un nuovo trauma collettivo e prevedo non sarà facile processare l’idea che, al momento, la maggior parte dell’umanità preferisce muoversi in direzione opposta rispetto alla mia – e una che rischia di rovinare la vita a tantissime persone se non distruggere proprio la nostra società.

Oh well, vedremo.

Tuesday, 17 August 2021

The Millennial War

Ho seri dubbi che qualcuno di noi avesse mai pensato che la guerra in Afghanistan avrebbe mai risolto qualcosa.
Non ricordo quali fossero i sentimenti iniziali a riguardo, visto che è stata poi eclissata dalla ben più famosa e controversa guerra in Iraq: di quella sono sicuro, era stata percepita fin da subito come inutile, pretestuosa e imperialistica da questa parte dell’Atlantico, ma l’invasione dell’Afghanistan era arrivata proprio sulla scia dell’11 settembre che, per un motivo o per l’altro, era stato il più grosso trauma collettivo della mia generazione in tutto l’Occidente. L’opinione pubblica americana era sicuramente interventista, ma in Europa non ricordo proprio: something something Al-Qaeda, talebani brutti e cattivi, povere donne in burka – tutto questo sicuramente, ma dell’intervento militare in sé non ricordo cosa si pensasse dalle mie parti.
Dicevo, quindi: dubito che qualcuno si fosse illuso che questa guerra avrebbe portato benefici né a noi, né tanto meno agli Afghani. Però vederla concludersi nel modo in cui si è conclusa è davvero deprimente, e noto che molti dei miei coetanei stanno esprimendo un simile senso di scoramento e impotenza.

Forse è proprio per il perverso Ouroboros che ne è uscito: vent’anni fa siamo partiti con uno Stato fondamentalista, dittatoriale e oppressivo, e oggi, nel momento in cui gli Occidentali hanno levato le tende, ci siamo ritrovati con quello stesso Stato fondamentalista, dittatoriale e oppressivo.
Cosa abbiamo fatto in queste due decadi? Qual è stato il senso di tutta questa violenza, della devastazione, delle morti a centinaia, della carneficina di un intero popolo? A cosa è servito?
Credo che sia così demoralizzante perché questa guerra è una metafora perfettamente calzante della vita di tutti noi, che nello stesso lasso di tempo siamo cresciuti e diventati adulti: appena abbiamo iniziato ad avere coscienza di come sia il mondo dopo l’infanzia, ce lo siamo visto stravolgere da eventi internazionali la cui portata era difficile da capire. Abbiamo lottato con unghie e denti per cercare di strappare un po’ di decenza, rispetto, empatia e calore dalla società intorno a noi. Abbiamo protestato contro governo dopo governo che erodeva la nostra base scolastica e distruggeva la nostra stabilità lavorativa. Abbiamo stretto i denti attraverso una serie infinita di crisi e difficoltà economiche. Abbiamo iniziato ad alzare davvero la voce sull’imminente crisi climatica. Siamo sopravvissuti allo stillicidio che, dagli Stati Uniti, il trumpismo ha avuto anche da noi. Pride dopo Pride, sciopero dopo sciopero, manifestazione dopo manifestazione, dibattito dopo dibattito. Abbiamo iniziato a vedere i risultati, a guardare la generazione dopo la nostra che finalmente poteva essere un po’ più libera, un po’ più se stessa, che cresceva non già più liberandosi di certi bigottismi e paraocchi, ma senza averli mai davvero indossati. Abbiamo sperato che la coscienza collettiva fosse maturata, che gli estremisti fossero solo una frangia che continuava a fare una guerriglia senza futuro con i suoi Family Day e i suoi slogan sui porti chiusi e i suoi Patti Lateranensi.
Ed eccoci qui, vent’anni dopo, ancora nella miseria più nera, ancora senza un futuro, ancora con crimini d’odio nelle strade senza che si facciano leggi per arginarli, con quell’accozzaglia di neofascisti, filonazisti, integralisti cristiani, ipocriti e terroristi domestici che sono praticamente alle porte di Montecitorio e Palazzo Madama, pronti ad aspettare il ricambio del Governo per impossessarsene perché la maggioranza del nostro popolo probabilmente vorrà quello. Il tutto mentre l’ambiente intorno a noi è sull’orlo della devastazione più totale.

Ora, lungi dal voler affermare che da noi le cose vanno male come in Afghanistan. Non abbiamo le bombe, le sparatorie le abbiamo in casi estremamente eccezionali (a parte gli Stati Uniti), non seppelliamo un caro ogni settimana e mezzo, i nostri estremisti devono sgusciare entro i limiti della legge invece che imporli loro, non abbiamo vissuto la guerra in quanto tale. Non voglio paragonare la svolta autoritaristica e nazionalista dei Paesi occidentali con la devastazione di vent’anni di conflitto miltiare.
Ma questo sentimento di aver combattuto per decenni solo per trovarci punto e accapo ce l’abbiamo anche noi. Forse è per questo che il triste, per quanto prevedibile, epilogo della guerra in Afghanistan ha toccato qualcosa in molti dei miei coetanei. È il senso d’impotenza di fronte a decenni di lotte e sofferenze solo per trovarci, se possibile, a un punto ancora peggiore, con la fine completa di qualunque speranza per il futuro. È pensare che questo stesso malessere esistenziale che anche noi proviamo, i nostri coetanei in Afghanistan ce l’avranno decuplicato, e in una maniera molto più concreta e devastante di quanto, si spera, noi potremo mai conoscere.
 
Siamo cresciuti nell’arco di tempo della guerra in Afghanistan, e la guerra in Afghanistan ha finito col trasformarsi nella triste metafora di tutti i Millennial del mondo.

Monday, 9 August 2021

Lucciole

A volte mi capita di ascoltare – o anche solo ripensare a – una canzone dell’inizio dello scorso decennio e sentire un dolore al cuore. Fisicamente, proprio un secondo in cui sembra che si sia fermato all’improvviso o sia scoppiato. Mi manca il respiro e devo lottare per espandere i polmoni, inalare l’ossigeno e sopravviere a quel momento. Il più delle volte passa subito, ma altre, come oggi, anche se il malessere fisico si dissipa rimane quello interiore, quello che ne è la reale causa.

Fra l’altro, è stato un rabbit hole a scatenarmelo: ho appena finito l’ascolto approfondito del nuovo album di Rag’n’Bone Man, quello in cui controllo e correggo i testi per inserirli nei file iTunes, e sulle prime non è nemmeno stato il tema ricorrente del Millennial che si accorge improvvisamente di aver superato i trenta e si chiede che fine abbia fatto la giovinezza a colpirmi. È che mi sono accorto che c’erano delle imprecisioni o veri e propri errori nei testi, così ho cercato un’altra fonte e sono andato a ritroso leggendoli parallelamente e correggendoli fino a tornare alla prima canzone, Fireflies. Da lì ho fatto l’associazione mentale a Baltimore’s Fireflies di Woodkid, e poi alla sua compagna di EP, Brooklyn. E Brooklyn, che stando a iTunes non ascolto da sei anni, la associo a un certo photoshoot di Kwannam Chu con una certa persona che si è ritirata dal mondo della fotografia, e niente, improvvisamente mi ha travolto tutto il peso degli anni che sono passati, delle occasioni che non ho inseguito, delle foto che non farò mai perché non visiterò mai quei luoghi e non incontrerò mai quelle persone.

La cosa più strana è che non ero per niente felice, all’inizio degli Anni Dieci. Era il periodo in cui la mia carriera universitaria e, con essa, le certezze che avevo sulla mia vita stavano cadendo a pezzi. Ero perso, confuso, perennemente in fuga da me stesso e dalla mia vita. Eppure, ora ci ripenso con nostalgia. Ora ricordo i week end a Milano, la pop culture su internet, le serate in discoteca, lo shopping, le foto che ho fatto, le persone che incontravo.
Non so se sia il tempo che erode sempre i momenti brutti e lascia i ricordi migliori, o se sia un oggettivo peggioramento del mio stato mentale, tanto che perfino quel periodo risulta felice rispetto a come sto ora. O forse, tutto sommato, quegli anni davvero non erano poi così male: ad esempio, tolta la musica e pochi specifici ricordi sparsi qua e là, gli Anni Duemila sono un enorme vuoto nella mia vita e non ho la minima nostalgia per la mia adolescenza.

In ogni caso, oggi mi ero già svegliato malmostoso, e ora questo momento di nostalgia, di dolore fisico per qualcosa che ormai è scivolato irrimediabilmente nel passato mi ha dato il colpo di grazia. Dovrei riprendere ad ascoltare Brooklyn in modo da stemperare l’associazione con quel periodo e diluirne l’impatto emotivo. È un po’ lo stesso motivo per cui rivedere certe foto dei primi tempi del mio Tumblr mi emoziona e ferisce a tempo stesso.

Saturday, 17 July 2021

Una notte con Miss Rona

Alla fine, gli Hunger Games di ieri mattina sono stati miracolosamente resi sopportabili da un’inaspettata copertura nuvolosa che ha portato un gestibile fresco sulla città. Allo hub del Mariotti la disorganizzazione regnava sovrana e ho impiegato oltre un’ora per entrare – parte della quale ho trascorso seduto sotto il tendone, parte sotto quello che, in un’altra giornata, sarebbe stato il sole cocente perché a una certa il personale non si è coordinato bene e c’era più gente pronta a entrare di quanta potesse stare dentro la palestra e ci hanno tenuti in standby sugli spalti di cemento.
Oh, e in tutto questo mi era anche venuta una colite dal nervoso e quindi stavo scoppiando; quello sicuramente non era colpa della disorganizzazione, ma i rallentamenti non hanno sicuramente aiutato.
 
Il peggio, comunque, è arrivato molto, molto dopo. Se il pomeriggio me la sono cavata relativamente a buon mercato, dormicchiando un po’ e leggiucchiando su Wikipedia per il resto del tempo. Ho fatto giusto in tempo a terminare l’articolo sul Castello di Asburgo in cui ero finito seguendo il rabbit hole, che verso mezzanotte, puntuale come un orologio, è arrivato il malessere. Ma roba che letteralmente tremavo per i brividi e sono dovuto andare a ripescare il pigiama pesante e il plaid dall’armadio nonostante le temperature estive tipiche del Merilend.
La tachipirina che ho preso è durata sì e no un’oretta, il tempo di fare qualche storia su Instagram, che il tremore è subito ricominciato.
Della notte in sé ricordo poco se non il carosello di freddo che nemmeno Snowpiercer e caldo infernale, brividi fortissimi e sudori incontrollati. Ma, soprattutto, il mio cuscino: a una certa, la febbre mi è salita oltre i trentotto e ho iniziato a delirare, convinto che il mio spostarmi da un punto all’altro del cuscino in cerca di fresco fossi io che andavo da una torre all’altra del Castello di Asburgo, con tanto di mappa che avevo visto su Wikipedia.
Giuro, ho questo ricordo distinto, della mappa e di me che spostavo la testa da una torre all’altra.
 
E da qui, ho avuto con orrore la conferma di ciò che avevo già pensato: se già solo il vaccino mi fa stare così male, non oso immaginare la malattia in sé. Almeno ho la speranza che massimo domani sarà tutto passato, mentre stare settimane e settimane peggio di così sarebbe orribile. E su questo che, raccontando i sintomi, ho martellato nelle storie di Instagram: stare così male per qualche ora è un piccolo prezzo da pagare per non prolungare quest’agonia chissà per quanto.

Oggi sono per lo più spossato e nauseato; ho mangiato poco e a fatica, e ora, dopo un pomeriggio piuttosto vegetativo, ho abbastanza presenza intellettuale da buttare giù questo resoconto della mia notte di passione folle con Miss Rona fra le stanze del Castello di Asburgo.
Delirare è stranissimo.
Speriamo che passi entro breve.

Thursday, 15 July 2021

Abbandonato

Parliamoci chiaro: la pandemia è stressante già di suo. È inevitabile, è un evento traumatico per tutta la collettività, non c’è modo di evitarlo. Puntare il dito e cercare colpe, prendersela col Governo o con questa o quella istituzione, è un tentativo comprensibile di razionalizzare qualcosa che sfugge a ogni controllo ma resta, alla fin fine, un esercizio di futilità. Le cose stanno succedendo, nessuno ne ha colpa, al massimo si può tentare di metterci una pezza.

Però.

Come la si mette, ‘sta pezza, è un altro discorso: lì colpe e colpevoli si possono trovare eccome, e molto di quello stress da pandemia sarebbe perfettamente evitabile.
Ad esempio, con delle istituzioni efficienti potrei risparmiarmi almeno lo stress da vaccino. L’altra volta c’era il dubbio su cosa mi avrebbero inoculato, che mi sarei potuto risparmiare se l’assessore regionale alla sanità non se ne fosse fregato, di cosa fosse consigliato o sconsigliato per chi. A questo giro per forza mi rifaranno Pfizer, ma c’è il dubbio su quando, come e se riuscirò a rientrare nell’appuntamento.
Perché giustamente gli operatori sanitari, che sono esausti dopo un anno e mezzo di lavoro serrato, sono potuti andare in vacanza, e la risposta dell’amministrazione locale non è stata assumere dei sostituti, ma dimezzare le ore di attività dello hub. Con tutte le seconde dosi già prenotate e, in più, quelli che stanno capitolando e si stanno facendo la prima.
Il risultato sono file chilometriche, tutte assembrate sotto un miserrimo tendone nel bel mezzo del campo da calcio dello stadio locale, in attesa di entrare e aspettare l’iniezione. Appuntamenti che, dal pomeriggio, sono slittati alla mattina a chi prima arriva, con i numerini distribuiti tipo salumeria. E, da quel che si sente, il personale rimasto che è allo stremo delle forze.

E in tutto ciò ci sono io, privato cittadino, che fra poco più di ventiquattr’ore dovrò andare ad affrontare tutto quello, mi sento completamente abbandonato dalle mie istituzioni locali. In un momento di stress già enorme, ecco che vanno ad aggiungerne dell’altro per mancanza di organizzazione e soldi, ma intanto marciano in tv e sui giornali locali a raccontare di come, dopo un “fisiologico” periodo di adattamento, le cose ora siano supercalifragilistichespiralidose.
Ma finché la faccia è salva, chissenefrega di quello che le persone passano realmente, chissenefrega che il sistema non sia più efficiente come era prima, o che buttando tutti assieme così come in fila dal macellaio il rischio di immunizzarsi non col vaccino ms beccandosi il virus in mezzo agli Hunger Games cresca esponenzialmente.

Friday, 9 April 2021

Oblio

Oggi mi è capitata una cosa che mi ha fatto rimanere male: per la prima volta in vita mia, una mia ex professoressa non aveva la minima idea di chi io fossi. L’ho incontrata, l’ho salutata con un sorriso chiaramente intuibile sotto la mascherina e lei ha continuato a guardarmi con la faccia da Errore 404 anche dopo che ho provato a ricordarle in che classe fossi, chi fossero i miei compagni, in che anno avesse insegnato da noi, eccetera. Ironicamente, si è trattato della prof di filosofia e storia.
E no, non Monica, la prof giovane del quinto anno che adoravo. No, era quella prima, quella che ho avuto in terza e quarta e che mi ha lasciato con buchi enormi in tutto ciò che è successo prima di Kant.
 
In realtà non è sorprendente che non si ricordasse di me o dei miei compagni: la mia classe è stata per lei una specie di afterthought, un’ultima cosa fatta male e controvoglia prima di andare in pensione. Ho il vago ricordo che dovesse andarci già alla fine del nostro terzo anno ma, per qualche motivo, ne avesse aspettato ancora uno prima di farlo – e boy, quanto si vedeva che non ne aveva più voglia!
Il quarto è stato forse l’anno in cui ho avuto la media genrale più alta, tutto grazie ai dieci fiammanti in storia e filosofia. Dieci, proprio in pagella. In pratica, quella prof lì non ne aveva talmente voglia che le interrogazioni – che già erano calendarizzate – consistevano nel presentarsi alla cattedra con gli appunti il più in ordine e colorati possibile, farle dare uno sguardo, iniziare a parlare vagamente dell’argomento, droppare un riferimento più o meno forzato a Berlusconi, Ratzinger o simili, sedersi comodi e godersi lei che andava in berserk e faceva un’ora di comizio sui mali della Destra italiana o della Chiesa cattolica. “Bravissimi, si vede che siete preparati: dieci a tutti e tre!”, concludeva ogni volta (le interrogazioni di storia e filosofia di quell’anno erano gli unici momenti in cui ero in lega con due della sezione scansafatiche di classe mia, visto che ogni volta che andavamo tutti e tre assieme scattavano le scintille).
È facile, quindi, immaginare perché non si ricordi di me e della mia classe: non aveva voglia di insegnarci, non aveva voglia di interrogarci, non aveva voglia di stare a scuola, a maggior ragione non si sarà scomodata a memorizzare le nostre facce. Sarò stato uno di quei mascalzoncelli che, quindici anni fa, non vedeva lora di sbolognare per andarsene a godersi la pensione in santa pace.
 
Però ci sono rimasto lo stesso male. Non mi era mai capitato di non aver lasciato un’impressione su qualche mio ex insegnante. Perfino il professore di educazione fisica delle medie, quello che mi aveva lasciato lì col pollice fratturato dalla pallonata del mio compagno senza nemmeno degnarsi di controllare, mi ricorda sempre con rispetto e mi manda i saluti tramite la Mater quando la incontra. Sono sicuro che perfino la supplente di musica di quell’anno, che non poteva vedermi, si ricorderà di me se le dico: “Sono quello che aveva costretto a suonare il flauto col pollice fratturato dicendo che mentiva su dolore e gonfiore; oh, e a proposito, quando è tornata la titolare di cattedra ha provato il flauto e si è accorta che stonava per un difetto di fabbrica – non che lei se ne sarebbe mai potuta accorgere, visto che al massimo mimava i movimenti con la matita in aula”. (Sempre per la serie: “Un rancore è per sempre, DeBeers spostati”.)
Divago. Dicevo: essere un bravo studente che impressiona gli insegnanti è stata una parte fondamentale della mia identità per tanti di quegli anni che esser stato dimenticato da uno di loro, per quanto ci siano motivi validi, mi ha lasciato un brutto sapore in bocca. È come se mi avessero tolto quelle poche glorie che ero riuscito a conquistarmi e nel cui ricordo posso crogiolarmi in mancanza di materiale più recente.
Ed è ironico perché questa in particolare non è un’insegnante di cui ho particolare stima: era uno strumento per tirare su facilmente la media, non ricordo nulla di quel poco che ci ha insegnato, e mi rendevo conto che non meritavo nessuno dei voti che mi metteva. Del resto, se non ricorda nemmeno uno studente con la presunta media del dieci, dubito che, anche impegnandomi davvero, avrei fatto la differenza. Cioè, i voti li metteva a casaccio quindi non le sono rimasti impressi, ma almeno in consiglio di classe le avranno dovuto pur dire: “Ah, ma che bravo questo studente!”.
Che poi, probabilmente mi ferirebbe molto di più se Monica non si ricordasse di me: con lei mi sono davvero impegnato e, per quanto abbia ancora delle lacune vistose (lei si era messa le mani nei capelli quando aveva visto quanto poco la sua collega avesse coperto), ricordo tutto (beh, a parte Hegel, di lui ricordo solo che era un imbecille) e ho ancora grandissima stima di lei.

Quindi? Boh, sono talmente demoralizzato che mi dispiace che una persona che non stimo non si ricordi di me dopo quindici anni perché essere un ex studente brillante è uno dei pochi vanti che posso ancora permettermi. Yay.

Sunday, 21 March 2021

Genitore uno e gen– I can’t even

Io… io non ce la faccio. I can’t. Davvero. I can’t even.

La filippica antivaccinista c’è stata, a colpi di “Adesso sperimenteranno sui bambini – capisci?! Vogliono usare i bambini come cavie!”, ma non è stata il piatto forte della telefonata. Il vero motivo per cui il Guasto voleva parlare con me più a lungo, con più calma e con una linea più stabile dell’internet mobile turco a bordo di un pullman era per chiedermi di raggiungerlo lì in Turchia perché vuole presentarmi un paio di ragazze.
Che di nuovo, pover’uomo, non è colpa sua, sono io che non ho le forze di affrontare la battaglia che sarebbe un coming out con lui e il resto della sua famigliola bacata (ho un cugino che è finito sui giornali per le sue esternazioni omotransfobiche, btw). E capisco che magari spera semplicemente di infilarmi a lavorare lì e sistemarmi così, ché l’età avanza e avrà paura di lasciarsi dietro un figlio che è un casino. Ma che visione distorta di me e/o del mondo deve avere se pensa che la Turchia possa offrirmi un futuro e una qualità della vita soddisfacenti?
Fra l’altro, anche tralasciando le differenze culturali che renderebbero il mio benessere psicologico in Turchia alquanto improbabile, mi urta che non mostri il minimo riguardo nemmeno per la mia salute fisica nel breve termine. Cioè, per andare lì dovrei fare almeno due scali, più tutti i trasporti pubblici di terra, con possibilità di contagio che, tampone o non tampone, si moltiplicano. E una volta lì, “Al massimo te ne stai in casa”, grazie tante, con lui che a quanto pare fa il pendolare in pullman e rischia di portarmi il virus.
Ma è scemo? È demenza senile? Semplicemente non si rende più conto di come si faccia a stare al mondo?

Alla fine, ho deragliato il discorso e chiuso la chiamata chiedendogli di mandarmi le foto di queste fantomatiche ragazze e di farmi un video in cui mi mostra il suo appartamento. Questo l’ha messo di buonumore perché ho finto di interessarmi alla sua vita lì e anche per quest’anno ce la siamo scansata.
Se non altro la costernazione comune mi ha fatto passare l’arrabbiatura con la Mater: perfino lei ha ammesso che, dei due, quello più sfortunato sono io, perché da un marito si può sempre divorziare, da un padre no.

Friday, 19 March 2021

Il Guasto

Secondo un detto russo dell’epoca pre-cellulari, “Gli uomini sono come i telefoni pubblici: o occupati, o guasti”. Quando un’amica della Mater litigava con suo marito, prendeva ispirazione da questo detto ed esordiva le chiamate strillando: “Tutti guasti!”. Da lì, il passo successivo è che il soprannome coniato per il Procreatore dalla Mater e la sua amica è “Il Guasto”. Proprio per antonomasia. E considerando i numeri che ha tirato per tutti gli anni della separazione e del divorzio, era pienamente meritato.
D’altro canto, se non fosse stato guasto, la Mater non avrebbe divorziato da lui, giusto?
 
Ed è proprio la Mater, che i cavoli suoi non se li sa fare, ad avermi infilato nell’ennesima brutta situazione. Stavolta non perché ho dovuto fare da cuscinettro tra loro, ma perché ha letto la notizia che il paese del Guasto aveva pubblicato il calendario per le vaccinazioni degli anziani e mi ha suggerito di approfittare della telefonata d’obbligo per la festa del papà e avvisarlo, così da permettergli di tornare in tempo per fare tutto.
“Grande errore. Grande. Enorme.”

Gif obbligatoria perché l’amore per Giulia Roberts è l’unica cosa che io e il Guasto abbiano in comune.

Se la sua partenza per l’estero coi tempi che corrono me ne aveva dato il sospetto, la lunga filippica antivaccinista che ha attaccato me l’ha confermato: è del tutto partito di capoccia sulla faccenda del covid. E lo è, fra l’altro, a correnti alternate: il momento prima il virus è tutta una montatura e nei vaccini c’è soluzione fisiologica, quello dopo i vaccini sono pieni di veleno che non funziona contro la malattia ma causa la morte nel sessanta percento dei casi.
Ora, avendo due genitori anziani ho imparato da tempo che non vale la pena di sprecare energie nel far cambiar loro idea, specie lui, che è molto ignorante. Ma alcune delle sparate che ha fatto erano talmente oltraggiose che non ce l’ho fatta, a trattenermi, e ho tentato discretamente di controbattere, solo per sentirmi rimandare a video pubblicati su “Faccebùc” da luminari di cui “i giornali non parlano”. Cioè, davvero, uno ad uno tutti gli argomenti del complottista medio, sono sconvolto.
Così, quella che doveva essere una rapida telefonata di finti auguri è diventata un’incubo che non finiva mai e che ha confermato che non importa quanto basse siano le mie aspettative, lui riuscirà sempre a deludermi.

Riattaccato il telefono, il male di vivere e lo spirito autolesionista erano tali che ho di nuovo dato ascolto alla Mater e ho chiamato la Ziaccia per avvisare lei sulle date. Trovandola inaspettatamente cooperativa, ho dato sfogo alla mia frustrazione circa il suo signor fratello (mascherandola da preoccupazione) e ho scoperto di sfondare una porta aperta, con lei esasperata da mesi per le sue sparate antiscientifiche, assolutamente contraria al viaggio in Turchia, rassegnata perché, giustamente, “Ma cosa potevo fare, legarlo al letto?”, e alquanto seccata dalle serate brave di lui a bere vino fatto in casa in cantina con gli amici e rigorosamente senza mascherina. Se non altro, comunque, non sapeva che fossero uscite le date e mi ha ringraziato tanto per averla avvisata perché non vede l’ora di vaccinarsi: magari con questo stunt mi sono guadagnato un po’ di punti testamento.

E niente, al momento sono ancora frastornato. Dalla stupidità del Guasto, dal fatto che perfino la Ziaccia, campionessa di scemenze catto-integraliste, stia dimostrando più buonsenso di lui, dall’aver trovato comprensione in un membro di quella famiglia. Per quanto sia contorto, sentirmi dire dalla Ziaccia che capisce la mia preoccupazione e frustrazione mi è stato in qualche modo di conforto: se persino lei è d’accordo, quello sbagliato è davvero lui. Non che cercassi più alcuna validazione in quella famiglia, dopo che non ricordo chi di loro aveva detto (con ironia involontaria, vista la valenza che la parola ha assunto per me): “Ormai è guasto anche lui, che se lo tenga” di me e della Mater dopo che tutte le battaglie legali erano fallite. Ma perché non godersi quel breve momento in cui non sono io quello sbagliato? Tanto durerà poco, perché so già cosa succederà.
Eh già, perché quel che è peggio è che non posso nemmeno dirmi: “Vabbè, tanto la festa del papà capita una sola volta l’anno, sono a posto per altri trecentosessantacinque giorni”. No, perché il compleanno del Guasto cade fra due giorni, quindi dovrò sentirlo di nuovo a breve. E sicuramente per allora avrà sentito la Ziaccia, che gli avrà riferito delle mie preoccupazioni, caricandolo a molla per una filippica antivaccinista.
Potevo farmeli, gli affari miei, no?

Monday, 1 March 2021

More Macbook Blues

Se tutto va bene, domani (tecnicamente oggi) dovrebbe concludersi l’epopea del Macbook: mercoledì scorso ho chiamato il laboratorio tecnico (sempre perché tenermi informato è il loro forte) e mi è stato detto che la batteria sarebbe arrivata con la consegna del 1 marzo.
A differenza delle altre volte, non sono ans non sono così ansioso. Montare la batteria dovrebbe richiedere mezz’ora al massimo quindi non mi priverò del computer chissà quanto a lungo. Probabilmente ho solo raggiunto il punto di saturazione e ormai sono rassegnato a qualunque imprevisto.
Il primo è che ‘sta benedetta batteria tardi (l’alimentatore lo aspettiamo da novembre) e l’intervento sia rimandato; a parte la voglia di giocare a The Sims che sta per trasformarsi in smania perché, naturalmente, se non puoi fare qualcosa te ne viene tutta la voglia di questo mondo, onestamente la situazione attuale non mi pesa troppo. Certo, il fatto che un po’ tutto vada a rilento è seccante, ma da quando il Mac ha smesso di andare in standby ogni tre per due i miei livelli di stress sono diminuiti sensibilmente.
Il secondo possibile imprevisto è che mi arrivi un’altra batteria difettosa. Quali sono le probabilità che ricapiti? Beh, a gennaio dell’anno scorso mi hanno sostituito lo schermo del telefono con uno difettoso che non reagiva al tocco: ho poi riportato il telefono e ne hanno messo uno funzionante, ma la percentuale di ricambi difettosi che mi sono capitati nel giro di pochi mesi è del 66% e non è incoraggiante. Beh, tecnicamente del 75%, se contiamo il primo alimentatore che non ha funzionato: a quanto pare, dopo che l’ho restituito l’hanno rivenduto e non dà problemi, ma sul mio Macbook, per motivi non meglio spiegabili, faceva andare il puntatore del mouse estremamente a rilento. Come le due cose fossero collegate non mi è chiaro, ma il problema non si presentava né col vecchio alimentatore (originale Apple) né a batteria, quindi era per forza l’alimentatore farlocco.
Il terzo imprevisto è che il problema sia proprio la marca di batteria che hanno scelto, che non sia un malfunzionamento ma un’incompatibilità. In quel caso, non me ne frega se mi dicono che è assurdo come per l’alimentatore, mi dovranno risolvere il problema sostituendo del tutto il pezzo. In realtà, la mia paura è proprio che ci sia qualcosa che non va in me nel mio Macbook, qualche anomalia di fondo che fa sì che solo con lui questi pezzi si comportino così e non ci sia rimedio. A questo punto non mi sorprenderebbe nemmeno questo.

In tutto ciò, un po’ mi mangio le mani per non aver sostituito la batteria quando erano spuntati i primi problemi nel 2019. Avrei potuto far tutto dal centro Apple con i pezzi originali e in mani fidate, e nulla di tutto ciò sarebbe successo (beh, magari avrei comunque sostituito il disco con uno più veloce, quello ha aiutato molto). Ma no, finché non c’è un’emergenza io non mi decido ad agire. Potrei essere un perfetto politico italiano.

Monday, 15 February 2021

Congelare l’oggi

In questo momento fuori ci sono 2°; anche in casa fa un freddo cane. E io sto qui, che vorrei approfittare delle temperature per congelare l’oggi (che per me è ancora ieri) perché tra qualche ora (che è ancora domani) dovrò affrontare una cosa spiacevole.

Piccola premessa: giovedì ero fuori dalla Grazia del Signore. Alla Mater è finito il toner della stampante, così ne ho approfittato per affrontare i miei first world problems, accompagnarla al famoso laboratorio informatico e chiedere notizie dal centro assistenza della batteria. Il tecnico ha almeno avuto il buonsenso di sprofondare dall’imbarazzo quando ha ammesso di essersi “dimenticato” di richiamarmi e informarmi che dal centro assistenza gli hanno detto che probabilmente è difettosa e va sostituita.
E niente, non l’ho sgozzato a mani nude solo perché non riuscivo a decidere per cosa fossi più arrabbiato: se perché si era dimenticato di chiamarmi o perché avevo ragione fin dall’inizio a dire che il problema era la batteria e, se mi avesse dato ascolto e avesse quantomeno provato a chiamare mentre aspettavamo il dannato alimentatore, l’avremmo potuta risolvere già allora e mi sarei risparmiato tre mesi e mezzo di stress costante e micro-attacchi d’ansia quotidiani. In ogni caso, professionalità alle stelle.

Ecco, la cosa spiacevole è che domattina dovranno testare se il mio Macbook può funzionare del tutto senza batteria. Il motivo? La batteria, che è in garanzia, me la sostituiscono senza costi aggiuntivi, ma per spedirla devono prima ricevere quella fallata.
No, sul serio: e io cosa dovrei fare nel mentre, se il Mac non funziona senza?
 
È questo il dubbio che dovrò affrontare domattina (in realtà manderò la Mater, così almeno dormirò mentre il computer non è qui con me). Quello di non decidermi ad andare a dormire quando ho incombenze spiacevoli il giorno dopo è un pattern che ho riconosciuto già da tempo. In realtà sono anche parecchio stanco, ma non riesco a staccarmi dalla parvenza di stabilità che l’oggi ancora è capace di darmi. E come nel 2016, scrivo proprio per svuotare la testa e lasciare che sia il sonno a costringermi ad affrontare il futuro con i miei problemi da Primo Mondo.
Per inciso, vorrei far finta di essere sorpreso per la batteria fallata ma l’anno scorso, quando ruppi lo schermo del telefono, me lo sostituirono con uno originale ma con un difetto di fabbrica, tanto che il telefono era quasi inutilizzabile e dovettero sostituire lo schermo di nuovo: conosco la mia fortuna, per cui santa pazienza e via, si affronta questo ennesimo contrattempo.

Monday, 8 February 2021

First World problems

Oggi è stata una di quelle giornate in cui mi è mancata del tutto la motivazione per uscire dal letto. La Mater mi ha svegliato, mi ha preso il telefono per correre a catturare un Froakie vicino a casa e intanto io me ne sono rimasto sotto piumone, coperta e plaid a stringere il cuscino e tentare di rimmergermi nel dormiveglia per non affrontare la giornata di fronte a me, finché poi non è tornata lei e ha messo le lasagne a scaldare al microonde.
Per una volta non è una questione di impegni – c’è l’ora leggendaria di Suicune e, poco prima, ho organizzato un raduno per buttare due esche e aiutare tutti i livelli 41 a evolvere Leafeon e Glaceon per la missione del 42; a tutti sono andati benissimo giorno, ora e luogo di ritrovo.
No, il problema è che, una volta del tutto sveglio, sapevo che avrei dovuto affrontare l’ansia per il lento ma costante deterioramento del Macbook.

Chiariamoci: come deterioramento è fisiologico. Ho sempre una specie di pudore a parlare dei problemi del mio Macbook perché posso già immaginare la reazione dell’utonto medio di Windows: “I mAc SoNo SpAzZaTuRa, HaI pAgAtO sOlO iL mArChIo!”. La realtà è che ho comprato questo computer a fine settembre 2012, quindi sarebbe assurdo pretendere che non avesse nessun acciacco, specie considerando che ha visto un laboratorio tecnico un gran totale di due volte (di cui una per una mia svista), più altre due visite talmente rapide che hanno risolto il “problema” direttamente al bancone dell’Apple Store senza nemmeno prenderlo in consegna.
E per inciso, a livello di prestazioni non solo non ha alcun problema a reggermi Photoshop più plug-in, Lightroom, Firefox e iTunes tutti assieme, ma fino a un paio di giorni fa teneva botta perfettamente perfino quando aprivo The Sims 4 con quasi tutte le espansioni assieme a iTunes, Telegram, l’editor testi che non chiudo mai per pigrizia e un paio di altre app di servizio. Sfido qualsiasi portatile non-Apple a fornire simili prestazioni sulla soglia dei nove anni dall’acquisto.
 
Chiarito quindi che le prestazioni del mio Macbook sono eccezionali per una macchina della sua età, il problema è che l’altro ieri a una certa, mentre giocavo a The Sims, il computer si è freezato e riavviato con tanto di messaggio di errore prima della schermata di caricamento. Ed è lì che mi è affondato il cuore, specie perché è successo dopo tre mesi di più o meno costante stress per me.
A fine ottobre, il Mac aveva infatti iniziato, semplicemente, a spegnersi ogni tot, specie con la CPU sotto sforzo; non solo: le ventole erano da mesi in costante stato di sforzo e all’improvviso non le sentivo più. Preferendo non impelagarmi sui mezzi pubblici per portarlo al Centro Apple, l’ho portato a un laboratorio qui vicino per una pulizia, immaginando che anni di polvere non aiutassero la performance. Una volta aperto, i tecnici non solo ci hanno trovato i gatti di polvere, ma anche una batteria talmente andata da essersi gonfiata (infatti premeva contro il touchpad rendendo l’utilizzo più ostico); già che c’era da cambiarla, mi hanno proposto un upgrade della scheda SD con una più moderna e veloce. Accetto l’intervento, ci mettiamo d’accordo per una batteria compatibile perché l’originale è di difficile reperimento, lo porto appena arriva il pezzo di ricambio e sembra andare tutto bene. La rimozione della polvere più la nuova SD rendono il computer performante quasi come quando era da nuovo… ma la batteria ha evidenti problemi di compatibilità e mi manda la macchina in standby a intervalli irregolari. Lo fa in maniera del tutto casuale ma sempre alle stesse percentuali di carica: inizialmente sembrava fosse solo al 100%, motivo per cui ho iniziato a staccarla per poi tenerla in carica; ma niente, anche all’85, 92, 96 e 98% ogni tanto si spegne, e quando lo fa, puntualmente la lucetta del cavetto passa da arancione (in carica) a verde (carica).
Fortunatamente, basta aspettare che il processo di standby si completi per premere il pulsante e far ripartire il computer esattamente da dov’era, niente riavvio o altro. Il problema è che diventa tremendamente frustrante quando cerco di guardare qualcosa, specie se sono con Katia e siamo sincronizzati, o se voglio ascoltare un album musicale per intero – e essere interrotto è una delle cose che mi infastidiscono di più.
Stranamente, questo problema sembra non presentarsi quando la CPU è sotto sforzo, quindi per ascoltare indisturbato la musica basta che metta su The Sims e giochi; questa nuova bizza, però, mi toglie anche quello. E onestamente, già la mia salute mentale è appesa un filo: da quando anche il computer, la mia unica fonte di sollievo, è diventato una fonte di stress, è peggiorata notevolmente. Ora non posso né giocare in santa pace, né sfruttare quel modo per ascoltare musica senza interruzione, e la prospettiva mi agita ulteriormente.
E fottesega se sono problemi da Primo Mondo: con i tempi che corrono, non è che le opzioni di svago siano poi molte, e anche quello è fondamentale per non implodere del tutto di fronte a una situazione sociale disastrosa.

Per inciso, quando la sera stessa in cui mi avevano riconsegnato il computer, ai primi di novembre, sono tornato al laboratorio per descriver il problema, loro hanno tentato di attribuirlo all’alimentatore. Ne hanno ordinato uno compatibile che si è rivelato ancora più problematico, per cui hanno cercato il pezzo originale che, a causa di ritardi che coinvolgono l’intero comparto informatico, non è ancora stato consegnato, Nel frattempo, tutto è rimasto fermo perché volevano escludere quella causa prima di cercarne altre. A gennaio sono finalmente riuscito a convincerli che forse, considerato che succede sempre sulle stesse percentuali e, a volte, anche quando il computer è staccato dalla corrente, forse il problema era la batteria stessa. Hanno promesso di chiamare il centro assistenza e farmi sapere ma oggi, tre settimane dopo, ancora non mi hanno richiamato. Considerando che a quanto pare la professionalità non sanno nemmeno dove sta di casa, non so nemmeno quanto abbia senso che descriva loro questo nuovo problema. Ci manca solo che il responso sia un blando: “Il computer è vecchio, abituatici” e non alzino un dito per aiutarmi concretamente.
In ogni caso, se il mio Macbook è davvero alla frutta, dovrò correre ai ripari. E checché ne dicano i detrattori, rimarrò fedele alla Apple.

Friday, 1 January 2021

Cominciamo bene

Prendendo esempio dal 2013, l’anno che ci portò la malattia di Murka e si concluse con un cotechino avariato per cenone, anche il 2020 ha deciso di regalarci un colpo di coda leggermente sgradevole sotto forma di rollata che non era una rollata, era un pezzo intero di muscolo con tanto di tessuto connettivo e tendini, che la Mater si è dovuta fare in quattro per ripulire e preparare per cena. Venduto come rollata, infilato nella retina, fortuna che la Mater disfa sempre per metterci uno strato di mortadella e qualche spezia, se no avremmo cotto ‘sto mattonazzo senza accorgerci di nulla. A parte la coda spugnosissima, però, alla fine questa… non rollata, questa intricata è stata saporita e tenera, anche perché la Mater l’ha innaffiata con più vino di quello che si scolava zia Anna, la sua amica alcolizzata.

Una cosa che non ho mai raccontato a nessuno per scaramanzia, per paura che poi diventasse vera, è che dopo il post tutto lustrini e fuochi d’artificio con cui accoglievo la nuova decade, la dura realtà è stata che, girando per giocare a Pokémon, lo scorso Capodanno ho schiacciato una cacca di cane. “Fantastico”, ho pensato mentre strofinavo furiosamente la suola contro il primo ciuffo d’erba a disposizione, “adesso tutto l’anno sarà una merda”; a quanto pare, ci avevo azzeccato.
Forse per compensare, ho cercato quantomeno di concludere il 2020 con dignità: alle 23:45 e 46 secondi ho fatto partire Goodbye di Apparat, che è stata la colonna sonora degli ultimi mesi, in modo che terminasse giusta giusta a mezzanotte e cedesse il posto a Forever Is The World, con cui tradizionalmente inizio l’anno nuovo. Che fra l’altro, come canzone è alquanto azzeccata: “I know, by now, every night has its dawn – be aware and see”, le parole di cui un po’ tutti sentiamo il bisogno in questo momento.

Dato che oggi non ho in programma di uscire, posso stare sicuro che non calpesterò nulla; in compenso, non ho nemmeno fatto in tempo a terminare Forever Is The World che già la Mater mi chiamava per una delle sue idiozie, e poi un’altra, e poi una terza perfino quando le ho dato la buona notte e ho tentato di chiamare un po’ Katia, e “Ma non puoi essere arrabbiato già i primi secondi dell’anno!”, quando chiaramente it’s not me who needs to manage my anger, it’s everybody else who needs to manage not to piss me off, goddamnit. (In inglese perché in italiano non rende).
Per cui sì, non sono ancora nemmeno le quattro del nuovo anno e io sono già esasperato e non ne posso più. Andiamo bene.
C’è solo da sperare che la traiettoria sia inversa rispetto al 2020, che all’inizio poco entusiastico corrisponda un proseguimento quantomeno accettabile.

Thursday, 31 December 2020

Unpopular opinion

Il 2020 non è stato il mio anno peggiore a livello personale. Quel titolo spetta ancora di diritto al 2015, e sebbene il 2019 non sia sceso altrettanto in basso, poco ci è mancato.
Del resto, il 2015 è stato l’anno della Minus Habens, mentre il 2019 è stato l’anno post-Ciospa e in cui sono stato ad aspettare come uno scemo di firmare un contratto di lavoro vantaggiosissimo solo per poi ritrovarmi ghostato dal futuro capo (non sto esagerando, mi ha fatto letteralmente ghosting, non ha nemmeno avuto il coraggio di dirmi che non se ne faceva niente). 
 
Il 2020 invece, nonostante il delirio globale, è stato un anno estremamente privo di eventi per me, il che non è un male. Non posso dire di stare bene: il mio stato mentale è più precario che mai e francamente non vedo una via d’uscita, nemmeno sotto forma del tanto agognato vaccino. Non riesco a immaginare un mondo post-covid, in cui si torna a uscire liberamente, non si rispetta la distanza, non si attraversa la strada quando si vede qualcuno di fronte (onestamente, queste cose mi mancheranno). Una parte di me pensa che forse mi preoccupo per niente, che terminata del tutto l’emergenza ogni cosa tornerà alla normalità visto che molta gente ha continuato a comportarsi come nulla fosse; l’altra si domanda quanto profonde saranno le cicatrici di tutto questo casino nella nostra psiche collettiva.
Il punto, comunque, è che non riesco a immaginare come sarà la mia vita post-covid, quando non avrò più la scusa perfetta per tenere tutto quanto in stasi criogenica come ho fatto quest’anno.
C’è poi il fatto che in questo 2020 ho fatto un sacco di soul-searching, visto che non avevo molte voci esterne che annegassero la mia interiore che over-analizza ogni piccola cosa. Il problema è che, anche qui, non sento di aver fatto nessun progresso: ho avuto numerose epifanie ma non so che farne, né a chi rivolgermi per capirlo.

Forse è proprio questo che innesca la dissonanza cognitiva: a differenza del pozzo di disperazione che è stato il 2015, o della cantonata sui denti del 2019, il 2020 è riuscito a farmi sentire contemporaneamente protetto e accoccolato in un bozzolo e completamente perso, privo di direzione in mezzo alla nebbia. Per una volta, però, non mi sento in colpa per questa mancanza di direzione, perché tutti siamo spaesati in questo momento per qualcosa di molto più grande di noi. Egoisticamente, ho quasi paura di dover dire addio alla sensazione di non avere colpa. E forse è proprio così che ricorderò il 2020, come l’anno senza colpa.

In tutto ciò, comunque, quest’anno è stato inaspettatamente produttivo per quanto riguarda la fotografia. Naturalmente ho fatto quasi solo autoritratti e ho dovuto rimandare decine di progetti, ma le foto che ho fatto sono state tutte altamente concentrate e ho raggiunto livelli di sofisticazione che non mi sarei mai aspettato – del resto, avere a disposizione solo la luce naturale di casa e un muro monocolore significa doversi spremere le meningi per mantenere alta la creatività.
Per ovvi motivi, è anche stato l’anno in cui ho ascoltato più musica in assoluto, superando i 45.000 scrobble su last.fm, oltre 900 in più del 2013, il mio precedente record personale. Fra l’altro, tolti i primi anni in cui scrobblavo a macchia di leopardo o di cui ho dovuto cancellare ascolti taggati incorrettamente, gli anni in cui ho ascoltato meno musica sono stati, indovinate un po’, il 2015 e il 2019 – quest’ultimo in particolare perché mi aspettavo di dover cambiare radicalmente le mie abitudini di vita e non avere più tutto questo tempo da dedicare alla musica una volta che avessi iniziato a lavorare seriamente, quindi mi passava la voglia di ascoltarla mentre stavo lì, sospeso nel vuoto, ad aspettare. Musicalmente, questo è stato un anno ottimo e, naturalmente, domani pubblicherò la classifica annuale con tutti gli artisti che hanno tenuto insieme i cocci della mia psiche durante l’assurdità che è stato questo 2020.

E niente. Negli ultmi otto anni ho fatto un bilancio di fine anno solo nel 2018 perché l’offerta di lavoro mi aveva aperto una piccola speranza. A questo giro, l’ho fatto perché il 2020 è stato del tutto fuori dall’ordinario e non potevo ignorarlo. Se non altro, a questo giro non ho aspettative né speranze: solo l’orrore al pensiero che nel 2021 torneranno di moda gli orribili pantaloni a vita bassa che hanno piagato la mia adolescenza. Ma insomma, nemmeno quelli sono peggio di una pandemia globale… forse.

Sunday, 16 August 2020

For neither ever, nor never

Oggi ho avuto un piccolo attacco d’ansia mentre sfogliavo Tumblr: mi sono accorto che alla mia coda di pubblicazione rimanevano non più di una decina di foto e presto si sarebbe esaurita. Ben poca cosa se paragonata all’oltre centinaio di foto in coda nei mesi scorsi (il volume dei contenuti dai blog che seguo è calato vistosamente negli ultimi mesi), ma non è quello ad avermi messo ansia.
Il fatto è che mi erano rimaste solo due foto di Florianino: una per questa settimana e una per la prossima.
 
Sono immediatamente corso ai ripari: ho scandagliato internet per ritrovare uno shoot bellissimo ma che è sempre solo circolato a qualità bassa pur di prolungare ancora la cosa. In tutti questi anni ho sempre sperato che quelle foto emergessero in qualità migliore ma, non essendo stato così, ho deciso di accontentarmi pur di aggrapparmi ancora un po’ a… qualunque cosa questa sia.

È più facile così. Non mi sento pronto ad affrontare che lui abbia mollato il mondo della fotografia, che quelle foto siano di sei anni fa, che io abbia perso l’opportunità di ritrarlo e, a proposito, in questi ultimi anni abbia dormito e non abbia realizzato nessuno dei miei sogni.
 
Comunque, nel frattempo ho già aggiunto un altro paio di settimane di foto includendo le prime dello shoot che ho ritrovato. Devo iniziare ad abituarmi al fatto che il blog andrà avanti senza di lui e dovrò dirgli addio.
Ma non ancora. È come quando fai bene i calcoli e decidi che puoi postporre la sveglia e restare ancora un po’ al caldo, sotto le coperte, in quel dormiveglia che non è più davvero riposante, ma in cui puoi ancora immergerti in qualcosa a metà tra un sogno e una fantasia a occhi aperti.
Non voglio ancora scoprire di essere stato solo un brutto sogno.

Thursday, 30 July 2020

La tempesta prima della calma

Una cosa che non apprezzo molto di me è che, passata la tempesta, mi guardo indietro e penso con fastidio che le mie reazioni siano state eccessivamente drammatiche. Il che non è scorretto, ok, ma credo che rientri nel pattern negativo di delegittimare le mie emozioni e non considerarle abbastanza importanti o valide da esistere.
Nelle scorse settimane ho toccato il fondo della nevrosi come non mi capitava da anni. Mi sono sentito genuinamente in trappola in una vita nella quale non c’è una cosa, grande o piccola, che vada come si deve, in cui anche fare qualcosa di semplice è una lotta estenuante. Ho avuto un desiderio strisciante che tutto finisse (pur, per fortuna, non sentendo di voler istigare direttamente questa fantomatica fine) perché davvero, esistere mi pesava troppo.
Il trigger di questo meltdown è stata la spedizione del pacco di roba estiva da Trieste: già aver dovuto disturbare Giulia mi ha messo ansia nonostante fosse stata lei a proporre di mandarle la chiave di camera mia così che potesse preparare e spedire tutto. Ma beh, da una parte QUALCUNO ha riaperto le ferite lasciate da Quella Luana e ancora non mi sono del tutto ripreso, dall’altra sapevo di aver lasciato camera in uno stato imbarazzante e che col passare dei mesi la situazione sarebbe stata solo peggiore. È per questo che ho procrastinato moltissimo la spedizione della chiave, così alla fine ho beccato proprio il periodo in cui TNT era in subbuglio: focolaio di covid, sindacati inferociti, spedizioni bloccate ad oltranza e poi difficoltà a smaltire tutto l’accumulo.

Il fatto è che io volevo la mia roba, dannazione. Volevo riceverla nei tempi indicati dal servizio per cui ho pagato, senza dovermi sbracciare con mille telefonate, entrare in ansia al pensiero che si perdesse, o temere che Giulia pensasse che la ritenevo in qualche modo responsabile della situazione o che non apprezzassi il tempo e le energie che aveva speso a fare la spedizione. Oh, e come intuibile da ciò che ho scritto nello scorso paragrafo, ovviamente pensavo che fosse colpa mia per aver aspettato tanto a mandare la chiave.

Davvero, tutto questo macello ha causato una reazione a catena nella mia testa a causa della quale sono stato male come nemmeno ricordavo fosse possibile, tanto che ho perfino snappato male a Katia quando ha cercato di scuotermi facendomi notare che stavo cercando deliberatamente un pattern di negatività in qualunque situazione e nutrendo ulteriormente il mio malessere.

Comunque, alla fine il pacco è arrivato (ieri, con due settimane di ritardo) e il peggio è passato. Anzi, gli impiegati degli hub del Nord Sardegna sono stati di un’umanità e professionalità incredibile nel tentare di rintracciare il pacco (che si è scoperto essere rimasto bloccato a Padova perché quegli imbecilli erano riusciti a staccare l’etichetta con l’indirizzo), mettere fretta ai colleghi per farlo recapitare, tenermi aggiornato a ogni passo e perfino darmi i loro contatti personali in modo da essere sicuri di trovarmi a casa per la consegna. Di quello sono genuinamente grato, anche senza il “something something. ogni situazione ha i suoi risvolti positivi e ogni periodo buio ha un aiuto inaspettato” o altre perle di positività tossica.
In realtà non me ne frega nulla, di aver imparato qualcosa da quest’esperienza o meno, di esserne cresciuto o meno, di aver resistito eccetera: mi sento liberato di un enorme peso sono solo contento che la tempesta sia passata e di potermi godere un briciolo di calma finalmente.

Thursday, 18 June 2020

Pareti vuote

Forse dipende dal fatto che negli ultimi tre mesi tutto ciò che avuto è stata la mia routine in casa senza possibilità di variazione, ma essere sradicato da camera mia mi ha causato un piccolo attacco d’ansia nei giorni scorsi.
Nei mesi scorsi ho avuto un paio di momenti ipocondriaci in cui mi si chiudevano gola e naso e, immediatamente, una parte di me temeva il covid; l’altra parte, perfettamente consapevole di quanto fosse irrazionale visto che ero chiuso in casa, sapeva che si trattava solo di allergia da muffa.
Quest’anno è stato parecchio umido ed è uscita qualche macchietta un po’ ovunque in casa: in camera mia c’erano diversi focolai, addirittura ho trovato due volte di fila la mia cintura di cuoio (appesa per mesi all’attaccapanni perché chi usciva dove?) del tutto ammuffita. Ora che è arrivato il bel tempo, sanificare e imbiancare casa è imperativo.

Solo che mentre lavoriamo mi tocca dormire in un’altra stanza e la cosa mi ha destabilizzato. La prima sera, quando mi sono trasferito per permettere alla Mater di entrare in mattinata e svuotare armadio e comò del contenuto più leggero senza svegliarmi, ero perfino paralizzato all’idea di accendere il computer in quel setting nuovo, cosa che ho aggirato accendendolo in cucina per guardare qualcosa a cena. Poi pian piano tutto è rientrato, ho ascoltato la mia musica nuova e vecchia (ho iniziato a esplorare Fever Ray, è finalmente uscito l’ottimo primo album di Blanche e ho recuperato Ala.ni, Loïc Nottet e Gaga), ho fatto le mie partite a The Sims 4 e ho sentito Katia la sera per guardare qualcosa insieme, tutto regolare.

Però ecco, aver perso il mio rifugio, anche se solo per pochi giorni, mi ha mandato in confusione e dato qualche momento d’ansia di cui avrei fatto volentieri a meno. Il lato positivo è che, a quanto pare, ho un vero talento per l’imbiancatura e i lavori procedono spediti: il più è stato lavare prima le pareti e poi i mobili con la varechina (ne abbiamo respirata tanta che se starnutiamo igienizziamo il reparto covid di qualche ospedale), mentre oggi la Mater si è occupata di fare gli angoli delle pareti e del soffitto con la pennellessa e io sono intervenuto col rullo su tutto il resto; poi abbiamo pulito tutto in tandem e voilà, c’è solo da aspettare che la tinta si asciughi prima di rimettere i mobili al loro posto e riempirli di tutta la roba, accuratamente lavata e igienizzata a parte.

Quindi niente, riavrò tutta la mia quotidianità quanto prima, ma ciò non mi ha impedito di sentirne tremendamente la mancanza. Come fanno le persone normali a funzionare senza tutti questi intoppi?

Wednesday, 6 May 2020

Rehoboam


Ho giusto due righe conclusive su Westworld e Clementine:
NO SCUSA, HBO, IN CHE SENSO AVEVI ANGELA SARAFYAN IN COSTUME SUL SET DEL SEASON FINALE E NON SI SONO VISTE SCENE CON LEI?! CHI HA DECISO DI TAGLIARLA VIA DALL’EPISODIO?!
Detto questo, la mia fiducia nel payoff dello storyline di Maeve è stata ben riposta, a ‘sto giro, perché sono riusciti a darle una degna conclusione, e anche Dolores ha avuto una fine soddisfacente. Senza fare spoiler, inizio a chiedermi se la ricomparsa randomica di Clementine non fosse del foreshadowing e non acquisti senso nella prossima stagione in relazione a un certo avvenimento, ma non ci spero più di tanto: probabilmente rimarrà un’incongruenza nella continuità dello show perché a nessuno frega di Clementine dalle parti degli sceneggiatori.

Cambiando discorso (ma non troppo), un po’ mi scoccia aver trascurato il blog in questi due mesi: da qualche anno avevo preso la buona abitudine di postare almeno qualcosa ogni mese. Certo, ci sono stati dei momenti in cui ho scritto meno, ma di solito ho sempre lasciato almeno un post abbozzato o qualche annotazione registrata sulla data in cui mi era venuta in mente, così da poi potermi rimmergere in quei pensieri per completare e pubblicare il post quando fossi stato più ispirato nello scrivere.
A questo giro, però, non ho avuto nulla da dire né da annotare per tempi migliori, così il blog è rimasto in silenzio. Il che forse, tutto sommato, ha un valore simbolico: il buco di due mesi nel blog rispecchia quello nella nostra vita collettiva.

Non che io mi possa lamentare più di tanto, eh: così come, per coincidenza, mi sono trovato in Sardegna e ho potuto godermi le attenzioni della Mater e una zona relativamente meno pericolosa in quanto a contagi, mi ero anche iscritto a un corso online di fotografia organizzato dalla curatrice del MoMA che mi ha impegnato con lo studio sei settimane di quarantena, dando un senso a quel periodo. Corso che, per inciso, ho concluso con un voto di 98 su 100, come il diploma della maturità. Ma il punto è che mi sono passato la quarantena meglio di tanti altri, senza la frustrazione di non poter uscire e vedere gente, senza dovermi scontrare con una quotidianità spezzata o giornate improvvisamente vuote e troppo lunghe: ho avuto qualcosa con cui impegnare il tempo in un momento in cui la mia quotidianità era comunque in un limbo, per cui sono andato avanti un po’ come sempre. L’unica cosa di cui ho sofferto è stata l’ansia per la situazione generale, sia italiana sia internazionale.

Per questo, per molti versi è stato strano guardare questa stagione di Westworld, incentrata sull’impatto negativo che algoritmi e tecnologie di previsione comportamentale hanno sull’umanità, mentre nel mondo reale regna il caos.
Perfino fuori dal parco, il mondo di Westworld è molto ingiusto, con un profondo divario fra ricchi e poveri, una pace e un ordine sociale fragilissimi tenuti su a sputo tarpando le ali della maggior parte delle persone. Nel mondo concepito dal supercomputer Rehoboam, gli esseri umani non hanno più possibilità di scelta o di essere felici degli Host nel parco – per certi versi, è una distopia ancora peggiore perché non c’è un tasto di reset alla fine del ciclo narrativo, quelle vite sono sprecate e distrutte per davvero.
Però, nonostante il framing cerchi di essere il meno ambiguo possibile nel descrivere questo sistema come oppressivo, non posso fare a meno di domandarmi se non sia, dopo tutto, il male minore, visto che è esplicitamente mostrato che l’alternativa è il collasso della civilizzazione umana.

Ecco, guardare uno show che esplora il fallimento delle tecnologie come ausilio nel preservare la nostra società e correggere i nostri impulsi autodistruttivi è piuttosto angosciante in un momento in cui qualcosa di low-key apocalittico sta accadendo davvero sotto i nostri occhi senza quelle tecnologie. Lo scenario ipotetico in cui un supercomputer influenza le sorti dell’umanità causando estreme difficoltà sociali su scala mondiale si scontra con una realtà in cui queste estreme difficoltà sociali ce le siamo create da soli. La sensazione è che non importa cosa facciamo, quali soluzioni tentiamo di adottare, siamo comunque spacciati.

Ultimamente mi trovo spesso a commentare scherzosamente: “Quanto si vede che questo film / show è stato fatto prima del covid”. Di solito la battuta riguarda piccolezze igieniche, di prossimità delle persone, di leggerezza nei controlli su cui però verte la trama e che oggi, con la consapevolezza di aver sbattuto la faccia su come un virus si diffonde, sarebbero inconcepibili.
Ecco, anche la terza stagione di Westworld, si vede che è stata fatta prima del covid, ma per un motivo ben diverso: un messaggio potente, che l’umanità è autosufficiente e ha in sé i mezzi e l’arbitrio per salvarsi, diventa irreale in un momento in cui, lasciati a noi stessi, siamo allo sbaraglio completo e non riusciamo nemmeno più a immaginare come sarà il mondo fra due settimane.
A volte ho genuinamente il terrore che il mondo che ho conosciuto fino ai trent’anni sia scomparso per sempre e ad attendermi, per il resto della mia vita, ci sia qualcosa di sconosciuto e ancora più difficile da affrontare.

Friday, 28 February 2020

Vanitas vanitatum et omnia vanitas

Fra i 101 modi di rovinare la giornata ad Alessandro figura sicuramente una macchia arrossata e leggermente gonfia che spunta in viso, proprio sul limite dell’occhiaia. Non prude, non fa male, semplicemente sta lì, leggermente gonfia e leggermente arrossata. Non sapendo cosa l’abbia provocata, se si tratti di una puntura d’insetto o cosa, ora ho il terrore: e se non passa presto? E se mi lascia una macchia scura? E se mi sfigura permanentemente?
Ma già il fatto di essere sfigurato temporaneamente mi manda ai pazzi. L’anno scorso ho fatto praticamente un mese di clausura per colpa di un brufolo particolarmente grosso e ostico ad mandare via: ci manca solo un eczema di origine sconosciuta, o cosa cavolo è.

Sembra una scemenza, ma la mia auto-percezione è già disastrosa, quindi perdere anche solo temporaneamente quello che considero il mio unico assetto, il mio bel viso, è destabilizzante. Un po’ come quando mi avevano fatto quel tremendo taglio di capelli e la cosa mi aveva devastato per due pomeriggi di fila nonostante cercassi di ripetermi che волосы не зубы, “i capelli non sono denti” (nel senso che ricrescono). Katia, che come al solito mi ha raccolto col cucchiaino, ha dovuto prendermi da parte e spiegarmi che la cosa ha avuto un impatto così brutto su di me perché sono i capelli che danno forma al mio viso e influiscono su ciò che vedo ogni giorno allo specchio.

Ecco, qui è la stessa cosa: guardare allo specchio e vedere quella macchia arrossata mi agita. Continuo a controllare nella speranza che si stia già sgonfiando almeno un po’, mi viene una punta d’ansia ogni volta che, senza pensarci, sollevo la mano verso il viso, sia mai che sfregando anche solo per sbaglio la cosa peggiori, e lo stomaco mi si annoda ogni singola volta che me ne ricordo. È un incubo.
E intanto che aspetto che aprano le farmacie per andare a comprare qualche pomata, la giornata è rovinata.

Saturday, 1 February 2020

Non ho bocca, e devo urlare

Tolte le brevi uscite a Lucca e Milano, sono stato via da Trieste tre volte da quando è successo Il Fattaccio.
La prima volta sono tornato in tempi utili perché avrei dovuto iniziare. La seconda e, adesso, la terza, not so much. È febbraio e ancora non ho nemmeno guardato i biglietti per tornare da Alghero, figurarsi stabilire una data o entrare nella forma mentis della partenza.

La verità è che non solo non ho fretta, ma non ho affatto voglia di tornare a Trieste e trascinarmi giorno dopo giorno. A che pro andare lì, inventarmi qualcosa da mangiare a pranzo, poi a cena, arrivare al giorno dopo solo per poi svegliarmi di nuovo e ricominciare daccapo? Qui almeno posso abdicare alcune responsabilità: trovare il cibo già pronto, i piatti lavati, il bucato fatto, la spesa sistemata e pagata. Posso involvere completamente nell’adolescente che sono ancora dentro, invece che occuparmi di me stesso e di che direzione prendere nella mia vita alla mia età.

Del resto, i miei esperimenti di autonomia qui sono stati puntualmente fallimentari: la domenica, quando la Mater è al lavoro e devo svegliarmi e pranzare da solo, non riesco a rotolare fuori dal letto prima delle tre del pomeriggio e mettere il pranzo in tavola prima delle quattro. Semplicemente, mi sveglio e non ho le forze o la motivazione di muovermi, spostare le coperte, vestirmi, metter i piedi sul pavimento e alzare l’avvolgibile per far entrare la luce. La sveglia suona all’una, poi alle due, ma non ce la faccio proprio, continuo a starmene rannicchiato al caldo e al buio.
Ecco, l’idea di dover affrontare questa tortura ogni giorno senza che sia il pranzo già pronto a costringermi ad alzarmi non è particolarmente attraente. Non ricordo nemmeno più se sono capace di cucinare, di fare le cose, di vivere. Mi sento un blob gelatinoso. Non ho bocca, e devo urlare.

Tuesday, 24 December 2019

Let it fall

Oggi pomeriggio la Mater mi ha incastrato a fare l’albero di Natale.
Con un po’ di magheggi ben piazzati, sono riuscito a farle aprire i rami da sola e, alla fine, il mio contributo è stato sedermi accanto alla scatola e passarle gli addobbi, che lei si ingegnava ad appendere al nuovo abete finto.
Mentre tiravo fuori l’ultima pallina trasparente superstite, mi è caduta e, essendo di plastica fragile, si è rotta. Era dentro una scatolina rigida, lottare con la linguetta del coperchio e farsela scivolare di mano è un attimo. Tutto estremamente plausibile.
Eccetto che l’ho fatta cadere apposta.

Non so. Forse è il gatto che è in me. Forse era curiosità di vedere se bastasse così poco per romperla. Forse perché, delle tre palline fragili, è sempre stata quella che mi piaceva di meno e mi seccava che fosse proprio lei la superstite. Forse era un po’ di iconoclastia.
Ricordo anche quando l’ho comprata, nel 1999 all’ex Standa, con mio padre. A conti fatti, ricordo quando, dove e come ho comprato più o meno tutti gli addobbi, eccetto quelli più vecchi di me. Il festone di perline e campanelle all’Upim di Sassari nel 1994, quel giorno c’era anche la Ziaccia e la Mater mi aveva comprato anche un mini-set di Lego Paradisa. Delle palline del 1995 ne è rimasta una sola, ché all’altra già da anni si era crepato il rivestimento e si vedeva più polistirolo che colore. Quelle un po’ anonime che ci sbolognarono dei conoscenti di famiglia che dovevano traslocare sono facili da riconoscere: sono arrivate dopo che avevo comprato il gel glitter per decorare le più semplici che già avevamo. E non parliamo dei nastrini.

A una certa, la Mater ha fatto un’osservazione strana. All’ennesimo mugugno disinteressato con cui ho risposto al suo cinguettare su quanto fosse venuto bene l’albero, ha detto: “Non ti sei affezionato a quest’albero di Natale. Ti manca il vecchio”. Osservazione probabilmente aiutata dal fatto che sono cascato dal pero quando mi ha fatto notare che l’aveva già tirato fuori e addobbato l’anno scorso, cosa che avevo totalmente rimosso.
Solo che no, non mi manca il vecchio, quello che avevamo avuto fin da quando ero bambino, finché i rami non hanno iniziato a staccarsi, con ancora il ramo di fico intagliato e posizionato sulla punta del tronco dal Procreatore per mettere il puntale perché Maremma Maiala, mai che facciano un albero su cui sia davvero possibile infilarlo.
Non mi manca, dicevo, e ho anzi tirato un sospiro di sollievo quando la Mater l’ha buttato. Gli ultimi due anni l’abbiamo addobbato ed è rimasto lì spento, dimenticato in salotto finché è arrivato il momento di disfarlo.
E poi sono riuscito a ritardare di due-tre anni l’acquisto del nuovo, con una scusa o l’altra (finché è bruciato il negozio dove volevamo andare, non sto scherzando!), perché averci a che fare non fa che peggiorare il mio umore.

Ma la cosa peggiore è che un po’ mi dispiace. C’è una parte di me a cui sotto sotto mancano i tempi in cui tutta la faccenda natalizia mi entusiasmava tanto da memorizzare quando e dove ho preso quali addobbi, e ricordare in che ordine andassero messi sull’albero con la stessa facilità con cui saprei ricostruire il Faro dell’Isola Paradisa a distanza di vent’anni. Mi sembra di ritrovarmi privo di una facile valvola di sfogo e occasione per essere di buonumore che invece altre persone trovano con grande facilità. Non per la religione, non per le menate sulla famiglia – ché per la Mater almeno un’oretta al telefono la dedico quasi ogni giorno per tutto l’anno, mentre se alcuni parenti non li sento mai di sicuro c’è un buon motivo che non sparisce a Natale – quanto per me personalmente, per avere un paio di settimane di allegria, per quanto superficiale e stupida, piuttosto che aggravare ulteriormente il mio stato mentale.

Voglio chiudere con una nota un po’ più positiva: quest’anno ho partecipato alle feste giocando al Whamageddon e a meno di otto ore dal traguardo non sono ancora finito nel Whamhalla. Speriamo bene.
Oh, e oltre a godermi, come sempre, l’ottima cover di Santa Baby (aka l’unica canzone natalizia davvero onesta) di Emilie Simon che ci illustra l’unico vero significato del Natale, mi sono improvvisato singer-songwriter e ho riscritto il classico di Mariah Carey:

Every single fucking Christmas
There’s the present-buyng craze,
Boring songs about fake feelings
Saccharine as diabetes.

Fuck the toy electric trains,
And fuck the carols and refrains.
Also, fuck the candy canes:
All I want for Christmas…
…is Colton Haynes!