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Friday, 15 November 2019

Primadonna Boys & Girls

Marina & The Diamonds è diventata meno relatable ultimamente. Al di là dell’insipidità musicale di Love + Fear, che comunque i suoi pregi li ha, il problema è proprio a livello di testi. I fan dello snark, dell’ironia e autoironia pungenti, della disfunzionalità sezionata, analizzata, spiegata ed esorcizzata, della critica sociale tagliente – insomma, i Diamonds – si sono improvvisamente trovati orfani. Gli outsider che trovavano conforto nel vedere una persona così brillante piena delle loro stesse insicurezze sono finiti nuovamente marginalizzati. Tutti i terrorizzati dei sentimenti sono finiti impantanati in una melassa amorosa che ha finito per farli impietrire. Un disastro.

Che poi, non è nemmeno colpa di Marina: lei è cresciuta, è andata avanti con la sua vita, ha trovato un partner, una sua dimensione nel mondo, un equilibrio. Noialtri, che non abbiamo neanche una frazione della sua stabilità socio-economica, figurarsi i mezzi per pagarci la lunga terapia di cui abbiamo bisogno, siamo rimasti indietro ai tempi di Electra Heart, massimo di Froot, e quest’improvvisa positività ci è risultata vuota e artificiosa.
Da fan, sono genuinamente contento che Marina stia bene con se stessa e stia attraversando un momento felice, ma mentirei se negassi che è stata una clip di Bubblegum Bitch postata su Instagram a convincermi a prendere il biglietto: Marina è un po’ un’aliena per me, un po’ come un millennial felice e sano di mente è un ossimoro; sono andato lì per Marina & The Diamonds.

Fatta questa doverosa premessa, il giorno dopo e già sul treno di ritorno, sono contento di essere andato a vederla dal vivo. In primo luogo perché è stata la sua prima volta in Italia da headliner, era visibilmente elettrizzata all’idea e ha dato il massimo. In secondo luogo perché non ha trascurato il passato e ci ha accontentati con tutti i cavalli di battaglia storici – del resto, è evidente che conosca i suoi polli, visto che una canzone l’ha dedicata a “all the primadonna boys and girls”. Così come sa che, tolti i buttafuori, gli etero lì dentro scarseggiavano ed erano lì solo per accompagnare le morose, probabilmente sa anche che non tutti abbiamo raggiunto il suo grado di soddisfazione nella vita.
Il fatto è che la Marina che sento “mia”, quella che “mi ha messo i microfoni in camera e ha scritto una canzone su di me”, era lì sul palco assieme alla nuova, ed è stata un’esperienza a cui non avrei rinunciato per nulla al mondo.

L’altro highlight della mia breve gita milanese è stato che ho passato buona parte del pomeriggio con Stefano e siamo andati a fare foto al Parco di Villa Reale a Monza. Niente di studiato a tavolino, cambio di programma repentino come ci siamo accorti che non avrebbe piovuto, giusto il suo nuovo cappotto come base per imbastire un mood generale, e siamo partiti all’avventura fra gli alberi.
Ed è stato bello. È stato liberatorio. Mi ha ricordato il divertimento di fare foto senza preoccuparmi di far quadrare i conti, di accontentare un committente, di mostrarmi professionale e impeccabile, di far finta a tutti i costi di essere perfettamente in controllo. Per quanto ami concentrarmi su foto che ho progettato da tempo immemore, è bellissimo anche uscire semplicemente con uno dei miei più cari amici, cogliere l’ispirazione del momento, sperimentare sapendo che, male che vada, cestino tutto, e divertirci assieme.

È bello non sentirsi giudicati nel fare qualcosa che si ama. Così come è bello scoprire che qualcun altro può creare qualcosa di bellissimo dalle stesse brutte emozioni che sentiamo anche noi.

Sunday, 30 November 2014

Emilie Simon @ Rocher de Palmer


Il gioco della serata si chiama “Trova il Narcissus”. Indizio: sono quello che sorride al punto di emanare arcobaleni che perforano lo schermo. Del resto, il centro esatto della prima fila a un concerto memorabile come quello di Emilie Simon a Bordeaux questo mercoledì è un ottimo motivo per essere felici.
Ho parlato a grandi linee della mia visita a Bordeaux tenendo il giorno dell’evento clou per un post a parte: mercoledì mi sono svegliato di buonora, ho fatto colazione, tirato fuori il biglietto, preparato i booklet e il pennarello nella speranza di eventuali autografi e scritto due righe per accompagnare il mio piccolo regalo per Emilie, una selezione di stampe di mie foto ispirate alle sue canzoni.


Armato de La Domatrice di Agatha Christie, mi sono quindi recato al Rocher de Palmer in anticipo di svariate ore, pronto ad aspettare l’apertura dei cancelli incurante di freddo e pioviggine. Ora, so che la coda è chilometrica già svariate ore prima del concerto solo in Italia – lì infatti non è arrivato nessuno fino a un’oretta e mezza prima dell’apertura – ma non volevo correre rischi. In fondo, avevo il mio libro, la giacca pesante, il chioschetto degli hot dog all’angolo del piazzale… insomma, tutto ciò che serviva.
Essendo il Rocher de Palmer un centro multisala aperto anche per attività pomeridiane, passata l’ora di pranzo è arrivata gente e ho chiesto alla gentilissima receptionist se potevo passare il pomeriggio nella lobby del locale. Nessun problema: avrei dovuto uscire un’oretta prima dell’apertura ufficiale per il concerto e fare la fila, ma fino ad allora il divanetto era tutto mio. Così, alla fine, non ho nemmeno patito il freddo e l’umido. Quando sono uscito di nuovo c’erano solo una ragazza di Bordeaux e un’allegra e simpatica signora parigina che segue Emilie in quante più date possibile, così ho fatto amicizia e sono potuto andare a prendere un altro hot dog sapendo che, se fosse arrivata altra gente, non avrei perso il posto in fila. L’unico incidente spiacevole è stato l’arrivo di un ubriacone che sbraitava non so cosa alla piccola folla che si era radunata ordinatamente all’ingresso, ma per il resto la coda è stata scorrevole, non c’è stato l’assalto al posto come capita da noi e ho potuto conquistarmi un’ottima postazione in tutta calma.
Come gruppi di spalla, Emilie ha deciso di ingaggiare ogni sera qualche artista locale; a noi sono capitate Le A, una band post-rock molto piacevole composta da tre ragazze e un batterista, che hanno intrattenuto il pubblico con un’ottima prova e mi hanno fatto venire voglia di approfondire la loro discografia appena avrò tempo. Terminato loro e rimontato celermente il palco, finalmente le luci si sono abbassate e, sulle prime note di Perdue Dans Tes Bras, la silhouette di Emilie si è stagliata contro il paravento in fondo al palco.

1. Perdue Dans Tes Bras
2. Des Larmes
3. Graines D’Étoiles
4. Rose Hybride De Thé
5. Paris J’Ai Pris Perpète
6. Fleur De Saison
7. The Eye Of The Moon
8. Désert
9. Menteur
10. I Call It Love
11. To The Dancers In The Rain
12. Opium
13. Dreamland
14. Rainbow
15. I Wanna Be Your Dog

16. Flowers
17. Wicked Game
18. Quand Vient Le Jour
19. Les Étoiles De Paris
Ovviamente, fatta la foto commemorativa ho subito messo via il telefono per godermi appieno l’esperienza live, e per ottimi motivi.
Tanto per cominciare, il suono era pressoché cristallino: un dettaglio semplice ma fondamentale per chi, come Emilie, fa dell’atmosfera uno dei cavalli di battaglia della sua musica. In secondo luogo, la scaletta è stata pressoché perfetta: Emilie ha suonato tutto Mue compresa Wicked Game, alcuni cavagli di battaglia storici come Désert, Flowers, Rainbow o Fleur De Saison, ma anche la mia preferita, Graines D’Étoiles.
Come album, The Big Machine e Franky Knight sono stati un po’ trascurati con, rispettivamente, due e una sola canzone estratte, ma c’era da aspettarselo: il primo perché, purtroppo, non è un fan favourite, il secondo perché è molto personale ed era ancora troppo presto per rispolverarlo. L’unico pelo nell’uovo che potrei trovare sarebbe la mancanza di Swimming, l’altra mia canzone preferita di Emilie, ma è una cosa strettamente personale.

L’allestimento del palco era piuttosto minimalista, dominato da luci calde e per lo più naturali che ben hanno accompagnato la vena cantautorale che fa da base a Mue; tuttavia, non sono mancati effetti speciali, come i giochi di luci e ombre sui paraventi che facevano da sfondo, la luce blu che ha completato l’atmosfera notturna e onirica di Eye Of The Moon, il rapido scorrere dei colori dell’iride su Rainbow, i colori psichedelici di Dreamland o le piccole chiazze di luce proiettate sullo sfondo per richiamare il titolo di Les Étoiles De Paris. L’insieme è stato molto appropriato all’atmosfera delle canzoni, ora intimo e accogliente, ora energico e colorato, ora misterioso e sognante.

La performance è stata ineccepibile, con Emilie che si è destreggiata con grande agilità fra le line vocali, spesso accompagnandosi con gli strumenti per dare a ogni canzone la veste sonora più adatta per rendere al meglio: dal piglio un po’ più rock per dare energia al pubblico, a quello più acustico e low key per lasciar posto alle emozioni, fino a qualche momento deliziosamente sperimentale. C’è stato il suo ormai iconico set di filtri e riverberi vocali da braccio, che ha effettato dal vivo la voce sui brani storici trip-hop ed elettronici come Désert, Rainbow e Dreamland; ha imbracciato la chitarra per canzoni come Fleur De Saison, Des Larmes, I Wanna Be Your Dog e Quand Vient Le Jour; e non ha mancato di sedersi alla tastiera, armata del suo metronomo touchscreen su cui variare i beat, per proporre una versione sperimentale e minimalista di Opium.
La squadra di musicisti che la accompagnano in tour è ormai ben rodata e ha reso al meglio, senza far sparire le rispettive doti sullo sfondo né rubare la scena alla vera protagonista.

Quando il concerto è terminato, ero semplicemente in estasi. Purtroppo non ho avuto tempo di aspettare che Emilie uscisse dai camerini perché dovevo correre a prendere il tram per acchiappare l’ultima coincidenza col bus e tornare in albergo, ma ciò non ha reso la serata meno memorabile. Emilie Simon è un’ottima autrice, una vocalist di enorme talento e una performer impeccabile. Per quanto ami la sua musica su disco e già solo ascoltare quelle canzoni sarebbe valso il viaggio a Bordeaux, la sua resa dal vivo è stata talmente spettacolare da superare ogni mia previsione e farmi tornare a casa arricchito e contento di aver fatto quest’esperienza.

Thursday, 27 October 2011

Hurts live @ Alcatraz, Milan

Credo di poterlo dire senza problemi: adesso sì che posso morire felice. Dopo il concerto degli Hurts di ieri sera credo di essere davvero arrivato al nirvana, e ora sono in un tale stato di beatitudine che se mi cadesse un meteorite in testa non mi lamenterei nemmeno per la sfortuna cosmica.
Quelli che hanno seguito da vicino le mie vicende artistiche degli ultimi mesi avranno certamente notato che questo concerto l’ho aspettato con molta trepidazione e mi ci sono preparato a dovere: rimasto vedovo dei Theatre of Tragedy, infatti, senza nemmeno accorgermene mi sono totalmente innamorato di questo duo, eleggendoli a fonte d’ispirazione primaria, tanto da ritrovarmi in breve tempo con un numero sufficiente di foto da poterci stampare un book. Detto fatto, ecco che Inspiration Hurts, il mio primo photobook in assoluto, ha visto la luce, composto dalle undici foto a tema che sono riuscito a scattare prima della fatidica data. Aggiungendo poi il fatto che Theo Hutchcraft è uno dei miei sogni erotici ricorrenti, nonché la qualità della proposta musicale dei nostri, non c’è da meravigliarsi se ho cominciato a dare di matto con largo anticipo, per poi partire letteralmente per la tangente quando il gran giorno è arrivato.

Stavolta, niente incidenti onirici che mi hanno salvato per il rotto della cuffia dal perdere il treno: per evitare qualsiasi problema sono infatti arrivato a Milano il giorno prima, gentilmente ospitato da Daniela, e ho trascorso la mattinata in giro per Corso Buenos Aires con Deborah Luna, fra vetrine, ristorante cinese e l’immancabile Grom. Il progetto originale prevedeva di piantarmi davanti all’Alcatraz dalla mattina, elegantemente vestito con la mia giacca in velluto blu di H&M e la sciarpa damascata al collo, abbinate a jeans neri e alle mie scarpe eleganti nuove, ma dopo aver programmato anche l’uscita con Deborah ho deciso di rinviare l’accampamento a subito dopo pranzo; tuttavia, il giro di vetrine mi ha tentato troppo e ho ritardato fino a poco dopo le tre, quando, armato di photobook, booklet di Happiness e cardsleeve dei singoli, mi sono diretto all’Alcatraz, pronto a fare le mie quattro ore di fila prima dell’apertura dei cancelli. Inutile dire che sono rimasto alquanto sorpreso (ed infastidito) nel trovare già una coda chilometrica, dato che, facendo gli Hurts musica di classe, non mi aspettavo che avessero tanto pubblico in Italia. Alla fine, mi sono semplicemente rassegnato alla mia sorte e mi sono messo in fila, inizialmente con Deborah che mi faceva compagnia; quando poi lei è andata via, mi sono dedicato all’attività primaria di quel pomeriggio, ovvero la mia personale scalata al successo alle prime file. Così, mentre analizzavo il variegato campionario di umanità che gli Hurts sono stati capaci di mettere assieme - altri Goth come me o ex tali, ragazzine di buona famiglia, qualche tamarro, gli ormai immancabili hipster, altra gente orribilmente sciatta che avrebbe fatto rischiare il collasso a Theo, fino ad arrivare a tre ragazze che facevano il cosplay delle ballerine del video di Wonderful Life - compivo continuamente passetti di mezzo centimetro, approfittando di chiunque fosse così ingenuo da voltarmi la schiena per infilare uno dei miei piedini eleganti nel primo spazio libero e guadagnare così, con molta nonchalance, posizioni su posizioni. Tutto questo finché non è arrivato un pulmino con i vetri oscurati: lì si è scatenata un’ondata di fangirlismo (ingiustificato, perché non erano Theo e Adam), di cui ho prontamente approfittato per sgusciare a faccia tosta fino a poche persone dalla porta dell’Alcatraz. Il pià era fatto, non restava che aspettare l’apertura dei cancelli alle sette per approfittare di disordine, gente che andava al bagno, al guardaroba e a bere, varie, eventuali e variabili per guadagnarmi un posto dignitiso. E così è puntualmente stato, tant’è che senza particolari sforzi sono riuscito ad arrivare in seconda fila, leggermente spostato a destra rispetto al centro. Giro di sms di trionfo, chiacchiere con le ragazze davanti a me, spogliarello per rivelare l’outfit da concerto (camicia bianca e bretelle), ed è iniziata la paziente attesa per la performance.

Il gruppo spalla, tali The Heartbreaks, era un quartetto di hipster dal look piuttosto discutibile (a partire dal cespuglio in testa al cantante), ma dalla proposta musicale più che accettabile, un rock orecchiabile e accattivante accompagnato da una discreta presenza scenica, per cui non sono stati una tragedia. Certo, pensare che in passato gli Hurts avessero avuto come spalla Clare Maguire non ha aiutato molto, ma data la lunga esperienza di supporters veramente discutibili che ho alle spalle (qualcuno ha nominato i Pythia e gli Amberian Dawn?) non ho avuto di che lamentarmi (ad eccezione dei calzini color salmone del cantante). Terminato il loro numero, i quattro ragazzi hanno salutato e il palco è stato celermente (ma non troppo) sbaraccato ed allestito per gli Hurts: sfondo a finestroni, batteria dietro a sinistra, sintetizzatore sulla destra, postazione per la chitarra più avanti a sinistra, allestimento di violini, sassofono, violoncello e arpa sulla destra (quest’ultima combinazione mi ha quasi fatto partire l’epistassi, dato l’amore che nutro verso questi strumenti). E davanti a tutto, accanto ai due ventilatori, il synth con supporto trasparente e rose bianche di Adam e l’asta (del microfono) di Theo.

Hurts live @ Alcatraz, Milan

Con un leggero ritardo sulla scaletta, finalmente le luci si sono spente, si sono accesi i ventilatori, è partita l’intro, Adam e Theo sono saliti sul palco ed è iniziata la magia.

1. Silver Lining
2. Wonderful Life
3. Happiness
4. Blood, Tears & Gold
5. Evelyn
6. Sunday
7. Gloomy Sunday
8. Verona
9. Mother Nature
10. Unspoken
11. Devotion
12. The Water / Confide in Me
13. Affair
14. Illuminated
15. Stay

16. The Water
17. Better Than Love

Senza girarci tanto intorno, è stato il miglior concerto a cui abbia assistito subito dopo i Theatre of Tragedy a Stavanger (il che, in soldoni, significa la miglior performance che chiunque non sia i Theatre of Tragedy mi potesse dare). Fra i giochi di luce abilmente calibrati, le proiezioni sullo sfondo presenti ma mai distraenti, le coreografie delle ballerine, un uso parsimonioso delle basi preregistrate grazie anche al quartetto d’archi con seconde voci dal vivo (a differenza di certi multimilionari di nostra conoscenza, ed ogni riferimento a rAmynescence e Naituiss è puramente casuale), una presenza scenica a dir poco iconica di Theo e una setlist magistrale che è andata a toccare non solo l’intero album ma anche tutte le bonus track originali e una delle cover note (con due piccole sorprese), si è potuta benissimo perdonare l’acustica non propriamente perfetta (d’altro canto è pur sempre l’Alcatraz, cosa si può pretendere?). La resa di molte canzoni si è dimostrata addirittura migliore che su disco (Blood, Tears & Gold, Stay e Sunday in testa), e più o meno tutte hanno riservato sorprese, variazioni ed abbellimenti che me le hanno fatte riscoprire anche dopo più di quaranta ascolti ossessivo-compulsivi a testa.
L’opener Silver Lining, preceduta dall’intro su cui si muovevano due figure incappucciate con bandiere nere, ha saturato immediatamente l’atmosfera, scaldando il pubblico che si è messo a cantare appresso a Theo senza esitazioni, e presentandoci sia i nostri, sia la band di supporto subito in perfetta forma, carichi e impeccabili nella poshness dei loro abiti; lodevole il pattern della batteria sul ritornello che, sebbene meno ancheggiabile di quello dell’album, ha infuso un’incredibile energia al brano, specie sul climax. A questo proposito, inutile dire che le mie sinapsi hanno avuto il primo collasso quando sono partiti i cori del finale, dato l’amore viscerale che nutro per la canzone in generale e per quella parte in particolare, ed è stato un piacere vedere che il resto del concerto si è mantenuto sulla stessa linea. Wonderful Life ha infatti fatto esplodere il pubblico (ovvio, è uno dei singoli più noti), con tanto di ballerine che danzavano a lato palco riprodotte dalle silhouette proiettate sullo sfondo (e Cristo, voglio imparare quella coreografia!) e assolo di sassofono sul bridge.
Happiness, la terza canzone, ha visto Theo interagire ampiamente col pubblico, dirigendo i coretti di “happiness!” sulle strofe, supportate da una batteria quasi martellante che ha dato un tocco notevolmente più rock al brano. Dopo il momento up-tempo, Blood, Tears & Gold ha riportato un momento di calma con una graziosa nevicata proiettata sullo sfondo, facendosi apprezzare e, al tempo stesso, spianando la strada a uno dei pezzi da novanta del concerto. Ogni cosa in Evelyn rappresenta infatti uno dei climax emotivi del concerto (a prescindere dal fatto che è una delle mie canzoni preferite in assoluto), dalla sofferta interpretazione di Theo alla foga con cui Adam, momentaneamente abbandonato il synth, graffia le corde della chitarra (e i due ci hanno regalato anche un tête-à-tête yaoieggiante, en passant). Trattandosi di una canzone che entra sotto la pelle e fa male, non c’è da sorprendersi se Theo finisce puntualmente per massacrare l’asta del microfono, cosa che ha ovviamente fatto anche davanti ai nostri occhi; menzione particolare per l’arpa, che ha impreziosito i momenti più calmi ed il finale della canzone mandandomi definitivamente in orbita.
Passata la tempesta, i nostri ci hanno portati tutti a saltare (o, nel mio caso, a ballare) con l’energica Sunday; come accennato, dal vivo questa canzone ha una resa esponenzialmente migliore che sull’album, e si è fatta apprezzare tantissimo al naturale nonostante personalmente abbia sviluppato nel tempo una forte predilezione per il Glam As You Radio Mix. Il pubblico ha risposto calorosamente scatenandosi, e non avrebbe potuto essere diversamente, considerando la carica di energia del brano. Non sorprende, dunque, che per calmare le acque i nostri si siano concessi un piccolo momento di riposo su Gloomy Sunday, uno stacchetto strumentale che vede protagoniste le signorine agli archi e due ballerine con tutù nero e nastri rossi (e un trucco fortemente reminescente di Black Swan) che hanno eseguito una deliziosa coreografia dal sapore clasicheggiante. Ed il mood è rimasto sul classico andante mentre il pianoforte introduceva la placida Verona, inevitabilmente accolta con entusiasmo dal pubblico italiano (specie dopo che Theo ha annunciato che il progetto Hurts è nato durante una vacanza in quella città), e i violini avvolgevano la bellissima ed intensa Mother Nature, che ha guadagnato numerosissimi punti grazie al quartetto d’archi dal vivo (band symphonic, prendete nota).
A questo punto, Theo ha annunciato la successiva traccia, la prima composta come “Hurts”, ovvero Unspoken, che ha visto nuovamente il bel cantante alle prese con il pubblico mentre dirigevao qualche coretto; la successiva Devotion è stata ovviamente cantata interamente da Theo, incluse le parti della Zia Kylie
, senza che per questo il pathos ne risentisse (anzi, con tutto l’ammoreh per la Zia, forse ci ha anche guadagnato, sebbene non mi sarebbe dispiaciuto se Theo avesse qualche sussurro sexy à la Kylie). E sempre per rimanere in casa Minogue, le nostre fanciulle hanno eseguito una bellissima versione strumentale di The Water come intro per la cover di Confide In Me; rispetto alla versione semiacustica pubblicata come b-side del singolo di Stay, la canzone ha acquistato sul palco una vita tutta nuova, sostenuta e resa più intensa da chitarra e batteria, con un ritmo bello ballabile che ha invogliato ad ancheggiare un po’ stile Zia Kylie.
A questo punto, è arrivata una piccola chicca totalmente inaspettata, ovvero una bellissima e praticamente inedita versione acustica di Affair che ha visto come unici protagonisti Theo al microfono e Adam alla chitarra e ha dato i brividi al pubblico. Considerando che hanno iniziato a suonarla dal vivo relativamente da poco (setlist.fm sostiene che l’hanno suonata solo una decina di volte), la sorpresa è stata decisamente gradita sia dai fan digiuni di video live del duo, sia dagli incalliti frequentatori di YouTube. Quale modo migliore, dunque, di spianare la strada a quello che, almeno per me personalmente, è stato il massimo picco emotivo della serata? Pensavo che dopo aver resistito a Evelyn sarei stato a posto per tutto il live, e invece le lacrime sono arrivate su Illuminated, intensa come poche altre cose al mondo; la partecipazione del pubblico è stata nuovamente enorme, specie nei momenti in cui Theo dirigeva il coro (un po’ a convenienza, direi, visto che ci ha fatti cantare sulle parti più alte). Date le premesse, è stato sorprendente che l’ultima canzone della serata non sia passata in cavalleria a causa dell’afterglow della precedente; e invece, Stay è stata estremamente coinvolgente, anche lei con una resa notevolmente migliore rispetto al cd, e con un Theo più che visibilmente coinvolto nel cantare e interagire col pubblico, specie chiedendoci di cantare gli “stay” del ritornello. Inutile dire che quando lui e Adam hanno abbandonato il palco il pubblico non voleva saperne di lasciarli andare, e sono così partiti i coretti per riaverli indietro. Anche perché di lasciarli sbaraccare senza aver suonato Better Than Love non se ne parlava nemmeno, ben chiaro.
Quando finalmente i nostri sono tornati sul palco, era quella che ci aspettavamo; quale sorpresa, quindi, nel sentire The Water, stavolta intera, cantata da un Theo visibilmente commosso e col pianoforte che accompagnava gli archi (una delle violiniste ha anche riprodotto quel delizioso stridio di corde che si sente a metà della seconda strofa. Finita la bella ballata, è arrivato quindi il momento di ballare (e voglio dire, ballare) con Better Than Love, degna conclusione della serata. Introdotta da un pulsare di grancassa e un loop di percussioni elettroniche, ha travolto il pubblico con il suo ritmo irresistibile e la sua energia, con l’ovvia conseguenza che ho sculettato come una spogliarellista (cit. Stefano). Anche questa canzone ha riservato una sorpresa, dato che è risultata leggermente più lunga verso la fine (ha praticamente ripreso la versione dei Daggers, ma con il verso in più che si sente nel Freemason Mix), e con la sua endovena di elettronica ha posto fine al concerto.
Tirando le somme, a parte i sopraccitati problemini audio dipendenti dalla notoria pessima acustica del locale, non ci sono state vistose pecche. L’osservato speciale si è comportato magnificamente (alcuni live un tantino vecchiotti che avevano sentito mi avevano fatto inarcare le sopracciglia a più riprese), con una performance vocale magari non impeccabile ma sicuramente d’effetto, senza che le imprecisioni pregiudicassero l’espressività, come è giusto che sia (d
altro canto, che te ne fai della tecnica impeccabile e dei megavibrati se trasmetti meno emozioni di un frullatore che gira a vuoto?). La sua presenza scenica è stata davvero iconica, Theo ha saputo tenere perfettamente il pubblico sia quando interagiva che quando si occupava di cantare e muovere le, mmmh, mani guantate, spaccare le aste dei microfoni, yaoieggiare con Adam (troppo poco, purtroppo) e tutto il resto. Fra l’altro, non ho potuto fare a meno di notare che dal vivo sul palco è molto più virile di quanto appaia in foto e nei video, elemento che, mmmh, ci piace.
L’impianto scenografico ha fatto la sua parte senza mai distrarre l’attenzione dal piatto forte, amalgamando armoniosamente i vari elementi (luci, scenografia, ballerine) in modo da dare ad ogni cosa il giusto spazio. Come scritto sopra, la setlist è stata assolutamente lodevole e completa, mancavano all’appello solo All I Want For Christmas Is New Year’s Day (che sarebbe stata atrocemente fuori stagione), la cover di Live Like Horses (che ha fatto bene a restarsene dove stava), quella di Once (che, chissà, magari con tutta la band ci avrebbe guadagnato come Confide In Me) e quella di Jeanny (per niente indispensabile). Un piccolo rimpianto è che durante il concerto Theo lanciava rose bianche sul pubblico e non ne ha mai lanciata una nella mia direzione, ma forse è un bene, dato che mi sarei accapigliato con chiunque pur di acciuffarla. Insomma, pace.

A concerto concluso, i soliti, simpatici individui dell’Alcatraz ci hanno dato giusto il tempo di evitare la disidratazione e dare uno sguardino al banco del merchandising (dove ho comprato un poster dei due bei fanciulli) prima di sbatterci fuori come al solito alla velocità della luce. A quel punto, i programmi della serata prevedevano rimanere inchiodati lì ad aspettare che i ragazzi uscissero per assalirli (nel mio caso la cosa era abbastanza tassativa, dato che dovevo dare loro il regalo), anche a costo di aspettare anche fino alle due di notte come ci prospettavano gli addetti del locale (e noi ci abbiamo creduto, seeeeh). È stato a questo punto che ho avuto a che fare per la prima volta con due ostacoli che, nel rapporto con gli artisti, non avevo mai affrontato prima: una folla molto numerosa e le groupie. Essendo abituato ad andare a vedere band che, in media, si filano dai quattro ai dieci gatti (undici se gira bene), tanto da finire a sbevazzare birra nel pub accanto, chiacchierare davnti al tourbus o chattare su Facebook con la cantante (come con i Theatre of Tragedy), farmi dedicare le canzoni perché mi sono fatto notare prima del concerto per quanto sono un ammoreh (come con i The Gathering) o improvvisare photoshoot tramite la fidanzata del bassista (come con gli Autumn), ritrovarmi ad essere davvero un viso fra i tanti era una cosa che non sapevo bene come gestire. Con i Nightwish e i Within Temptation semplicemente non avevo urgenza di affrontare la cosa, mentre qui il discorso era diverso. Così, per ritagliarmi almeno un po’ di vantaggio, mi sono fatto strada fino ad appostarmi subito accanto all’uscita, pronto a fiondarmi su chiunque uscisse. Per le groupie, beh, c’era poco da fare: hanno misteriosamente fatto breccia nel cuore dei buttafuori grazie a... mmmh... al loro bel sorriso, così sono entrate a farsi i loro comodi, ma tant’è, evidentemente hanno dato mostra di particolari meriti (ho mica sentito qualcuno cantare Government Hooker?) ... (sì, la mia è tutta invidia, lo ammetto; le tette non tornano utili solo agli esami di Economia degli Scambi, a quanto pare). Fatto sta che, sgambettate via le groupie sui tacchi su cui non sapevano camminare (gnè!), passati avanti e indietro i quattro hipster malvestiti (che hanno tuttavia rimediato un po’ di ammoreh dai fan), uscite le violiniste, il chitarrista, il batterista, il tastierista, arrivate le pizze, passata gente varia ed eventuale avanti e indietro, e sfollata almeno un minimo la gente, ecco intorno all’una di notte i nostri due figoni uscire dal locale. In realtà, da brava fangirl io puntavo a Theo (non si era capito?), ma dato che si stava lanciando sul tourbus praticamente con la rincorsa, ho deciso che l’urgenza della missione aveva la precedenza sull’ormone e ho scelto la strada di minor resistenza, fiondandomi su Adam come una faina e fermandolo col mio pacchetto in mano. A quel punto, la scena è stata tragicomica.
Adam!”, lo chiamo io, sgomitandogli vicino ed esibendo un sorriso con occhi luccicanti. “You got a second? I made a present for you and Theo.
Lui mi guarda con sospetto. “What is it?”, e anche la voce è piuttosto sospettosa.
Rabbrividisco sotto la sua occhiata torva, ma non mi perdo d’animo. “It is a... a photobook. A book of photos I have taken, which are inspired by your songs.
Lui batte le palpebre, realizza la cosa e BAM!, si illumina di colpo, viso e voce. “Oh. Wow! That’s amazing! Really! Thank you so much!
Interdetto da tanto entusiasmo così improvviso, allargo il sorriso come un deficiente e me lo lascio quasi scappare, prima di realizzare che: “You’re welcome, it’s... well... oh, and by the way, have you got the time for a couple of autographs?
Tiro fuori l’armamentario, lui mi chiede se ho la penna, prendo il pennarello argentato, gli dico dove voglio le firme, un paio di prove tecniche per far uscire l
inchiostro ed è fatta. A quel punto tento di farmi largo verso il tourbus, dove Theo sta facendo la corsa ad ostacoli, ma lo manco di mezzo secondo prima che salga. L’idea era di spalmargli almeno il booklet di Happiness in faccia e approfittarne per accennare al regalo, ma dato che il book era in doppia copia ho fatto affidamento all’ovvietà dell’ovvio e al fatto che difficilmente ad Adam sarebbe interessato tenersene due. Missione compiuta, ultima metropolitana persa, ritorno a casa a pedibus col Google Maps dell’iPhone di una delle ragazze conosciute lì, e finalmente collasso indiscriminato sul letto dopo aver spazzolato metà vasetto di nutella di Daniela.

Ora, stranamente il fatto che l’incontro in cui speravo tanto con i ragazzi (con il ragazzo, in realtà, e fra l’altro Adam dal vivo è molto più gnocco che in foto) sia stato molto in volata non mi ha deluso: dopo un concerto del genere sarebbe stato abbastanza difficile rimanerci male, e mi rendo conto che uscire all’una di notte con mezzo Alcatraz ancora lì non è proprio il massimo. Avere a che fare con Nell mi ha insegnato che anche gli artisti sono esseri umani (a parte me, quel lato lo sto sopprimendo con cura), e non si può pretendere di ingabbiarli nel loro personaggio pubblico costantemente. Avrò comunque occasione per rifarmi col prossimo album e tour, questo è poco ma sicuro. E poi, chissà che la percentuale di autospam contenuta nell’operazione regalo non dia i suoi frutti, prima o poi. Never say never...

Wednesday, 19 October 2011

Within Temptation live @ Alcatraz, Milan

Ho menzionato un paio di post fa che erano circa sei anni che morivo dalla voglia di vedere i Within Temptation live, ovvero da quando ho visto il dvd di The Silent Force Tour e ho avuto modo di constatare che, oltre ad essere spettacolari a livello visivo, la resa delle loro canzoni dal vivo è semplicemente sensazionale. Poi Sharon, che live è giù brava di suo, mi era sembrata una vera dea, dato che come metro di paragone avevo quelle ciofeche di Pescy e della Tamj, rispettivamente in Anywhere But Home e From Wishes To Eternity (che già allora mi lasciavano alquanto a desiderare, specie il secondo). Il concerto di Bologna per il The Heart Of Everything Tour nel 2008 lo persi perché vivevo ancora in Africa e, molto stupidamente, avevo prenotato tutto per i Nightwish prima ancora di sapere che anche i Within Temptation avrebbero suonato in Italia, così sono rimasto a bocca asciutta fino a l’altro ieri.

Se la giornata era iniziata in maniera lol (e ho dimenticato di menzionare il flirt random con il barista al bancone di uno dei bar di Centrale), è continuata ancora più delirante, specie quando ho incontrato tutta la truppa, nell’ordine Luisa, Wretchie, Klaus e Claudio-Gaga con amico-Luigi al seguito. Baci, abbracci, akoalamenti (specie su Wretchie), bagagli mollati in albergo, e ci siamo subito diretti verso il centro per un po di shopping musicale nei soliti negozi ben noti (fra l’altro, sotto Piazza Duomo c’è un vero labirinto, trovare la Mariposa è stata una vera impresa).
Inutile dire che, come da lungo tempo profetizzato, io e Gaga ci siamo coalizzati per molestare il povero Wretchie, trasformandolo praticamente nel nostro toy-boy da scarrozzarci a braccetto per le vie del centro, sbaciucchiare a piacimento, palpeggiare a tradimento con rocambolesche rincorse (perché fuggiva, la tacchina!), e con cui cantare la Bjorka in metropolitana. Dopo un pranzo da Panino Giusto, siamo tornati in Piazza Duomo per incontrare l’alta fanciullA secsi della giornata, ovvero il buon Jonah, che ha fatto giusto un cameo prima di fuggire abbandonandoci crudelmente all’entrata della metropolitana. Cattivo, Jonah, cattivo!
Ovviamente, arrivati all’Alcatraz (con una fila già spropositata dato il sold out, come annunciato
), la sfrantness è continuata a livelli disastrosamente alti, dato che mettere me e Gaga nella fila dello stesso concerto significa trasformare il pomeriggio in un gay pride in mezzo ai metallari. Senza scendere nei dettagli, abbiamo passato il tempo in coda a blastare allegramente la Pescivendola e certi altri soprani ben noti che se la tirano, cantare le canzoni di Gaga (praticamente tutte quelle di The Fame Monster e Born This Way, per la serie “cose da fare in mezzo ai metallari”), sparare idiozie assolutamente random e, qualcuno (ma non diciamo chi), limonare praticamente da quando abbiamo iniziato a fare la fila a dopo che siamo scesi dal metrò a Centrale di ritorno al concerto. Beh, bata gioventù.
L’apertura dei cancelli ha ovviamente visto il solito casino di gente che tentava di travolgersi superarsi, e noi ci siamo buttiati nella mischia fiondandoci verso il palco e prendendo una dignitosa settima fila per poi fare i turni per bagno e guardaroba. Inutile dire che, con la mia abilità combinata con la faccia di bronzo e la magrezza, in breve tempo la settima fila è diventata una quarta con centro perfetto del palco, il tutto nel tempo compreso fra l’attesa per l’allestimento e la performance del gruppo di spalla.

Ora, sul detto gruppo di spalla, tali TriggerFinger, non so tutt’ora cosa pensare. Belgi, rock alternativo a tinte blues con sprazzi ballabili, e fin qui nulla da ridire. Solo che, appena saliti sul palco, la prima cosa che si è notata è che avevano ciascuno quarant’anni a gamba; in tre come minimo totalizzavano un’età di molto superiore a tutti e sei i Within Temptation. Il cantante/chitarrista, Ruben Block, è praticamente Theo Hutchcraft degli Hurts andato a male e in versione (ancora più) frocia; il bassista, Paul Van Bruystegem, sembra un usuraio mafioso di quelli proprio cattivi, e non si è tolto gli occhiali da sole nemmeno un secondo; il batterista, Mario Goossens, (che, avendo un nome italiano, ha ovviamente mandato in brodo di giuggiole lo stupidame ivi riunito) indossava un improbabilissimo completo a righe rosse e bianche larghe almeno cinque centimetri ciascuna. Insomma, l’impressione iniziale è stata un bitch, please bello è buono.
La performance in sé ha più o meno risollevato le sorti di questi tre arzilli signori, specie quando il Ruben, che sa indubbiamente tenere palco e pubblico, scheccava e sculettava nel suo completo elegante, dimostrando anche un sex appeal per niente arruginito (roba che, se avesse avuto trent’anni in meno, ci avrei fatto un pensierino volentieri; tanto è sicuramente una passiva). Le canzoni non posso nemmeno giudicarle adeguatamente, trattandosi di un genere con cui non ho nessuna familiarità, ma come intermezzo in attesa di un concerto sono state molto più piacevoli di quelle di altri supporter che ho dovuto subire nel corso degli anni.

Terminata la performance dei nostri vecchietti, è iniziato l’allestimento del monumentale palco dei Within Temptation, che ha previsto, oltre agli strumenti, due livelli collegati da scale, un sipario scorrevole che, unito al bordo del secondo livello, recava il logo dei Within Temptation ri-stilizzato a fenice come su The Unforgiving, un megaschermo alle spalle del tutto e un impianto di luci davvero faraonico, specie per gli standard dell’Alcatraz; nonostante il dispiego di forze tecnologiche, però, non ci sono state particolari sbavature o esagerazioni: a casa gli angeli di cartapesta, l’edera finta, le colonne con scritte in elfico, i troni e gli altri pezzi scenografici da imnaginario tipicamente Symphonic che nel 2011 sarebbero risultati pacchiani e anacronistici, indice di una maturazione della band avvenuta anche a livello estetico (diciamo “quasi”, ma questo punto lo spiegherò più avanti).
Con puntualità svizzera, alle 21 si sono spente le luci, il megaschermo si è illuminato dietro il sipario facendo risplendere la metà superiore della fenice, il sipario si è aperto, e l’inquietante Mother Maiden è comparsa sul megaschermo per raccontarci la stua storia e introdurre così il concerto, lasciando posto all’opener.

1. Shot In The Dark
2. In The Middle Of The Night
3. Faster
4. Fire And Ice
5. Ice Queen
6. The Howling
7. Our Solemn Hour
8. Stand My Ground
9. Sinéad
10. What Have You Done?
11. Iron
12. Angels
13. Memories
14. Deceiver Of Fools
15. Mother Earth

16. Stairway To The Skies

Lo show si è aperto con l’arrivo dei musicisti, che hanno preceduto una Sharon che, con la sua presenza, ha illuminato il palco ancora più dell’impressionante gioco di faretti. Con addosso il corpetto della copertina del singolo di Fater impreziosito da una cintura con fibbia in strass e pantaloni in pelle (inizialmente anche la giacchetta tamarra del video di Sinéad, ma per fortuna senza il famoso cannolo in testa), ha ingranato da subito fugando il timore suscitato dalle performance estive (discutibili per usare un eufemismo), dimostrandosi a proprio agio sia nella conduzione del palco che sulle linee vocali, senza strafare in nessuno dei due casi. Il terzetto d’apertura, tratto interamente da The Unforgiving, ha confermato l’impressione ricavata dall’ascolto dell’album, e cioè che si tratta di canzoni progettate per essere strepitose dal vivo, ognuna a modo suo. Se Shot In The Dark ha infatti immediatamente scaldato il pubblico con i suoi riff catchy e In The Middle Of The Night ha fatto esplodere il lato più metallico (headbanging, salti, corna agitate in aria), su Fater io e Luisa ci siamo immediatamente scatenati per muovere un po’ i bacini a ritmo di musica (un po’ di sana disco-dance sotto il palco dei Within Temptation l’avevamo in progetto sin dall’uscita del singolo). Sempre dall’ultimo album è tratta la prima ballad dello show, una Fire And Ice che dal vivo è scensa dritta al cuore (peccato che qualcuno avesse su la segreteria telefonica). Anche su questa canzone il riscontro del pubblico è stato notevole, ma è stato quando la band ha tirato fuori uno dei classici evergreen, l’ormai undicenne Ice Queen, che c’è stata una vera esplosione di coretti, salti e mani inaria, sicuramente incentivati da una Sharon in formissima che ha regalato una performance migliore anche delle varie registrazioni pubblicate nel corso degli anni, indice della maturità vocale che ha raggiunto. Sempre in retrospettiva le tre successive tracce, che hanno riproposto al pubblico il sinfonico a tinte dark del precedente full length con The Howling e Our Solemn Hour - la prima carica di energia e la seconda che, introdotta dal discorso di Churchill, ha permesso alla band di fare una breve pausa, con Sharon che è tornata sul palco con una specie di robo a metà fra una palandrana e vestaglia di dubbio gusto sopra l’outfit - e più classico con una intramontabile Stand My Ground, particolarmente apprezzata dal pubblico. È arrivato dunque il momento della seconda pausa, occupata dal cortometraggio di Sinéad, che ha introdotto la relativa canzone. Ora, una delle mie cose da fare assolutamente nella vita era ballare su questa canzone con Luisa al concerto, e considerando il ritmo martellante ed accattivante che ha assunto dal palco, la cosa è stata fatta con sommo piacere; dire che ci siamo scatenati e abbiamo sculettato come su una dancefloor è un eufemismo (fra l’altro Luisa balla davvero bene, dobbiamo fare una serata di discoteca casalinga con le nostre canzoni la prossima volta che ci troviamo anche con gli altri). Subito dopo, però, c’è stato uno degli episodi forse evitabili della serata, una What Have You Done? (con Keith Caputo ancora uomo registrato sia in audio che in video) indubbiamente ben eseguita ma che, a fronte di una cinquantina di canzoni all’attivo, avrebbe potuto benissimo cedere il posto a qualche titolo più interessante. Se non altro, noi perfide tacchine abbiamo ridacchaito un po’ alla faccia della cara Keith Mina, e io ho avuto modo di riprendermi per la successiva Iron, che si è confermata la Canzone Live Definitiva dei Within Temptation. Ho saltato, ho headbangato, ho agitato mani, corna, braccia e tutto il corpo, ho sudato tanto da dovermi sbottonare la camicia per non soffocare dal caldo e ho cantato a squarciagola. Peccato che, incomprensibilmente, il resto del pubblico non sembrasse aver gradito altrettanto: tolti noi pochi, sembrava di essere al Museo delle Cere di Madame Tussaud, cosa assolutamente assurda data la portata della canzone che, dal vivo, si è rivelata in tutta la sua magnificenza. Ancora più avvilente vedere i morti risvegliarsi con la successiva Angels che, per quanto singolo famoso e, nuovamente, ben eseguito, presenta gli stessi dubbi di What Have You Done? (The Silent Force ha canzoni ben più interessanti da offrire). Anche Memories, secondo lento della setata, avrebbe potuto essere sostituita con qualcosa di più fresco, ma grazie alla bellissima performance di Sharon, ha dimostrato di aver saputo resistere bene all’usura degli anni.
Altra pausa per la band, stavolta riempita dall’intro di un’altro dei classici, ovvero Deceiver Of Fools. Per l’occasione, Sharon ha rispolverato il suo timbro acido e cattivo per la gioia di molti (me compreso), riproponendo con freschezza e passione questo brano ormai decennale. Ma è stato con la canzone successiva, l’iconica e sempreverde Mother Earth (altra canzone da sentire assolutamente live prima di morire, per me), che lo show ha raggiunto il culmine, con Sharon che, alla sua solita danza con le mani, ha aggiunto anche degli ancheggiamenti sexy da epitassi (la parentesi con Armin van Buuren deve averle fatto davvero bene, a quanto pare). E brava la Sharona Milfona! Su questo finale di tutto rispetto, la band ha salutato il pubblico, tutt’altro che intenzionato a lasciarli andare tanto presto. Infatti, dopo una congrua dose di coretti, ecco partire la conclusione più degna alla serata, ovvero Stairway To The Skies. Tralasciando che ci vuole tutta la classe di Sharona Milfona per inciampare sui gradini mentre canta una canzone con questo titolo (fortuna che non ha fatto il capitombolo), oltre ad essere il perfetto finale per l’album da cui è tratta si è dimostrata anche il perfetto culmine emotivo per la performance, che non ha minimamente fatto rimpiangere la retrocessione di Ice Queen a inizio show. Ancora una volta, l’espressività di Sharon, genuina ma mai esagerata, ha fatto la differenza in un brano che fa dell’essere commovente in maniera sobria il suo punto di forza.

Tirando le somme, buona parte della magia dello show si è basata sulla performance di Sharon, sia come vocalist che come intrattenitrice. La gravidanza deve averle fatto davvero bene perché, sebbene il corpetto abbia ancora un buon margine di restringimento, di viso era semplicemente luminosa. Nonostante sia sulla soglia dei quaranta, si è mantenuta una donna di rara bellezza (non a caso è Sharona Milfona!) e, cosa ancora pià importante, né l’età, né le tre gravidanze hanno intaccato la sua voce, il punto su cui serpeggiava maggiore preoccupazione: ottima nel registro basso, in falsetto e anche col timbro cattivo. Gli altri musicisti hanno svolto il loro compito un po’ nelle retrovie, ma la cosa è abbastanza normale, considerando che la lunga assenza dalle scene della band avrebbe sicuramente catalizzato comunque lattenzione sulla frontwoman.
Come accennato sopra, la setlist è stata generalmente soddisfacente, ben bilanciata fra i vari album (considerando che ormai per Enter ci abbiamo perso le speranze) e con solo due episodi (e mezzo, con Memories) che avrebbero potuto essere sostituiti con qualcosa di migliore. Poi vabbè, personalmente avrei gradito The Promise al posto di Deceiver Of Fools, ma lì è una semplice questione di gusti.
Un punto che non ho invece apprezzato più di tanto è stato il megaschermo. Indubbiamente ottimo per la presentazione dei cortometraggi e per il cameo di Keith (Mina) Kaputo, l’ho trovato invece un elemento di disturbo durante le performance; se alcuni video erano semplicemente i clip delle canzoni (Sinéad, Angels, The Howling che ha fatto un mischione fra le due versioni) ed altri ne riprendevano blandamente il tema (Ice Queen con le montagne innevate, Our Solemn Hour con scene belliche, Mother Earth con vari panorami, Stand My Ground la pioggia davanti ai grattacieli, Memories con le foglie che cadono, i candelieri al soffitto e Sharon che vaga stile fantasma), altri erano piccoli cortometraggi inediti che tendevano a distrarre da ciò che stava succedendo nel palco, spesso anche con effetti speciali di dubbia efficacia (il video per Stairway To The Skies è stato abbastanza atroce). Ma come pecca non è nemmeno madornale, alla fine sta allo spettatore decidere dove dirigere l’attenzione, e Sharon si destreggia più che bene nel non faarsi rubare la scena dalle animazioni. In questo sta il famoso “quasi” riferito alla maturità visiva della band, visto che in questo ambito si è ancora un po’ strafatto.

In definitiva, comunque, la lunga attesa per questo concerto dei Within Temptation è stata più che ripagata. Una delle band più importanti della mia vita e che volevo assolutamente vedere in concerto mi ha regalato una performance assolutamente soddisfacente (top 5 assicurata), e spero vivamente in qualche altra data accessibile nel corso del tour (dovesse anche essere Londra, per dire). Bravi, Within Temptation, e a presto rivederci!

Sunday, 3 October 2010

Theatre of Tragedy: The Last Concert... Ever

Alla fine di una notte per molti insonne, per me stranamente immersa in un sonno di piombo, la giornata non inizia proprio al meglio: dopo due giorni soleggiati, il cielo di Stavanger è nuvoloso e minaccia pioggia da un momento all’altro. Se non altro, il tempo è intonato al mio umore e decisamente adatto ad un evento come quello che ci aspetta in serata. Mentre mi trucco e mi vesto ho la distinta impressione di prepararmi per un funerale, il che non è poi così lontano dalla verità. Quando poi, dopo pranzo, io e Simon incontriamo Eva e Andreas, il tenore emotivo della giornata precipita ulteriormente: Mommy e Daddy sono perfino più tristi che in The Breaking, i Theatre of Tragedy hanno concretamente cambiato la loro vita e posso solo immaginare come debbano sentirsi. Eva ed io sembriamo davvero madre e figlio: lei indossa un cappottino damascato sopra un corsetto blu abbinato ad una camicetta interamente in tulle ricamato con maniche a sbuffo, una gonna lunga ed un cappellino con veletta, mentre io sono vestito come a Londra, col paltò in broccato nero a rose sopra camicia bianca, cravatta sottile nera, jeans attillati e anfibi. Inizialmente ci rechiamo tutti e quattro al Folken, Andreas ed Eva che vanno nel backstage con la band ed io e Simon che aspettiamo Xavier ed altri del forum per un caffè. Alla fine loro non arrivano, mentre Mommy e Daddy escono dal locale perché i ragazzi sono decisamente impegnati con gli ultimi preparativi per il dvd e piuttosto nervosi. Così torniamo in albergo e cerchiamo un modo di ammazzare il tempo, anche perché nel frattempo inizia a piovere. Alla fine, Xavier ci raggiunge nella hall e riesce a tirarci un po’ su di morale, ed è con lui e un altro membro del forum che ci avviamo al Folken. Con mio grande disappunto noto che è già aperto e c’è gente dentro, ma la sala del concerto è ancora chiusa, per cui c’è ancora speranza per la prima fila.
In mezzo alla gente che affolla il bar del pianterreno troviamo anche Raymond, che si ferma a chiacchierare un po’ con noi. Quando gli chiedo se c’è un guardaroba dove posso lasciare il cappotto, lui si propone di accompagnarmi a lasciarlo nel backstage, e io ovviamente accetto. Saliamo le scale e io posso dare uno sguardo al palco, ormai allestito, individuare la posizione dei microfoni e prepararmi alla lotta per la conquista della prima fila. Dopo aver lasciato il cappotto su una gruccia, colgo l’occasione per salutare gli altri ragazzi e augurare loro buona fortuna, e noto che Nell ha i capelli mossi e tirati indietro (ha ingaggiato una parrucchiera professionista per il DVD), quindi torno giù dagli altri e mi lancio nell’operazione “Regalo d’Addio”.
Fra le facce note che affollano il bar, oltre ai numerosi membri della board vediamo anche Tommy Olsson, ex-chitarrista nonché principale mente dietro Aégis. Scambio due chiacchiere anche con lui e vengo a sapere che purtroppo è lì solo come supporter e non farà apparizioni sul palco. Ma d’altro canto è meglio così, i Theatre of Tragedy sono sempre stati una band con lo sguardo rivolto al futuro ed è giusto che a suonare sia l’attuale line-up. A questo proposito, sia tra le sue fangirl che tra chi le torcerebbe volentieri il collo serpeggia la curiosità su Liv Kristine: se si farà viva o no? Gira voce che sua madre dovrebbe fare una capatina per via del mancato genero Raymond (che, per assurdo, è il membro della band che serba meno rancore verso l’ex cantante, a parte Nell che si tiene saggiamente fuori dalla vicenda) e forse anche Carmen Elise potrebbe unirsi, ma alla fine non ho idea se la cosa fosse vera o meno. Ad ogni modo, alla fine Liv Kristine non si è fatta viva, il che non mi è certo dispiaciuto.
L’ora X si avvicina, ed io e i miei amici ci pariamo minacciosi davanti alla porta che dà sulle scale, in un crescendo d’impazienza. Appena lo staff del Folken dà il via libera, sono il primo a mostrare biglietto e tessera studentesca, dopo di che corro letteralmente su per le scale e poi attraverso la sala. Missione compiuta: il centro esatto della prima fila è mio. Gli altri mi raggiungono presto, e formiamo un fronte compatto di fan pronti a supportare i Nostri, oltre che scoppiare a piangere da un momento all’altro. Ma per fortuna è ancora l’entusiasmo per il concerto ad avere la meglio, per cui riusciamo anche a chiacchierare e scherzare allegramente.
Fra le varie persone che si avvicinano c’è anche Kristian Sigland, il marito di Nell nonché chitarrista e principale compositore dei The Crest, che purtroppo ci conferma la notizia del loro scioglimento, promettendoci però nuova musica in cambio. Dopo una breve chiacchierata con lui, torniamo a voltarci verso il sipario nero che nasconde il palco, in trepidante attesa.
Ancora non possiamo immaginarlo, ma ciò che ci aspetta dietro la tenda è un concerto davvero memorabile che merita in tutto e per tutto di finire su un DVD. Il suono è cristallino e si possono distinguere chiaramente tutti gli strumenti, a partire dagli accordi delle chitarre fino ad ogni singola sillaba cantata da Raymond e Nell, con solo il minimo strettamente indispensabile di seconde voci preregistrate in sottofondo. Niente ingombranti costumi di scena, niente scenografie pacchiane, niente giochi pirotecnici o megaschermi, niente orpelli inutili: solo un drappo nero con il logo come sfondo e la musica a dire le ultime parole di una band matura e sobria che non ha bisogno di contorni ridondanti:
1. Hide And Seek
2. Bring Forth Ye Shadows
3. Lorelei
4. Frozen
5. Ashes And Dreams
6. A Rose For The Dead
7. Fragment
8. And When He Falleth
9. Venus
10. Hollow
11. Storm
12. Image
13. Cassandra
14. A Hamlet For A Slothful Vassal
15. Fade

Encore 1:
16. Machine
17. Der Tanz Der Schatten

Encore 2:
18. Forever Is The World
Il sipario si apre sulle primissime note di Hide And Seek, e troviamo tutti i membri eccetto i due cantanti ai loro posti sul palco: Hein e Lorentz dietro, rispettivamente a destra con la batteria e a sinistra con la tastiera; Erik, il bassista che si è unito alla band per il tour, fra di loro; Vegard e Frank con le rispettive chitarre a destra e a sinistra. Il pubblico li accoglie con un applauso, che esplode in un ruggito appena Raymond esce sul palco e inizia a cantare: lo troviamo entusiasta ed in forma più che eccellente, e a dispetto della sua ormai leggendaria timidezza (che sul palco riesce a vincere solo a suon di alcool) non solo tira fuori un growl corposo e potente, ma interagisce riccamente col pubblico. Presto a lui si unisce la preziosa Rosa del sestetto, Nell, che indossa un paio di jeans attillati abbinati ad anfibi ed un bel corsetto rosso. Con voce sicura, la bella cantante subentra a Raymond per il ritornello della canzone, alternandosi a lui sulle linee vocali fino alla risoluzione finale.
Segue Bring Forth Ye Shadow, classico del primo periodo della band che infiamma subito il pubblico. È il primo vero banco di valutazione per la bella Nell da parte di chi non l’ha ancora mai sentita live, ma le aspettative non sono deluse e la ragazza si dimostra perfettamente a suo agio con le linee vocali. Purtroppo a questo punto i fotografi entrano in azione e si appropriano momentaneamente dello spazio fra le transenne e il palco, immortalando i frequenti momenti di vicinanza fra i due cantanti che interagiscono con naturalezza durante i duetti della canzone. La performance di Nell non è impeccabile in uno dei versi della parte centrale (ma almeno certe fangirl non potranno accusarla di playback), ma gli acuti finali vi pongono riparo dimostrando un sapiente uso del falsetto.
È dunque il turno di un altro dei classici della band, Lorelei, riproposta in una versione decisamente più martellante grazie all’instancabile batteria di Hein. Il pubblico risponde con calore, gridando il nome che dà il titolo della canzone appresso a Raymond sui ritornelli. Ancora una volta Nell dimostra una notevole padronanza delle note più acute, che escono fuori sicure e corpose, a dimostrare quella voce che, purtroppo, la produzione degli album ha troppo spesso nascosto dietro ai filtri.
Finita la canzone, i riflettori rossi che fino ad allora avevano dominato la scena cedono il posto a quelli blu. È l’inizio di una melodia gelida e delicata come il ghiaccio, l’intro della bella Frozen, dall’ultimo full length della band. Nell riserva una nuova sorpresa al pubblico che ancora non la conosceva dal vivo esibendosi sulle sue note più basse, che escono fuori corpose e piene (e credetemi, sono rimasto sorpreso anche io che l’avevo già sentita a Londra), dimostrando la reale ampiezza del suo registro. Raymond interviene solo fra una strofa e l’altra, lasciando la direzione del palco alla bella frontwoman e alla sua gestualità che descrive le parole della canzone.
Ma il cantante torna presto prominente sul palco non appena le note della moderna Ashes And Dreams seguono lo spegnersi della malinconica Frozen. I due vocalist si alternano sul fronte del palco fino all’inizio del ritornello, quando Nell riprende in mano la situazione. “Someone grew stronger, while some other pass” è enfaticamente mimato oltre che cantato, offrendo un motivo per tenere gli occhi incollati alla scena, oltre che le orecchie ben aperte.
Dopo due canzoni tratte dagli ultimi lavori della band, torniamo quindi ad uno dei classici storici, A Rose For The Dead dall’omonimo EP. Questa canzone può essere facilmente definita il cavallo di battaglia della nuova cantante fra i vecchi successi: non volendo togliere nulla né a chi l’ha preceduta, né al suo lavoro impeccabile di allora, la voce di Nell calza come un guanto sulle linee vocali, facendole proprie e infondendole di nuova emozione. Ancora una volta troviamo i due vocalist faccia a faccia (letteralmente) sul duetto centrale, offrendo un altro spettacolo visivo oltre che sonoro.
Finito questo classico, assistiamo ad un radicale cambiamento: dal loro periodo più oscuro ed estetizzante, i Theatre of Tragedy passano dritti a quello più industriale ed elettronico. È infatti il momento di Fragment, dal controverso album Musique, che colpisce il pubblico col suo beat inarrestabile. La band si scatena letteralmente, con Nell che ancheggia sensuale mentre Raymond canta e gesticola, e perfino il timido Vegard finalmente si anima. Il ritornello è una vera meraviglia, con Hein che scuote letteralmente il palco con il ritmo selvaggio della sua batteria invogliando il pubblico quasi a ballare. La canzone termina con il suo caratteristico muto, a cui Nell da tutta la potenza necessaria perché si senta e sia corposo, ed abbiamo dunque una piccola pausa nel concerto (per cambiare i nastri delle videocamere), che Lorentz riempie con un assolo alla tastiera.
Per gli ascoltatori più attenti non è difficile indovinare a che brano questa improvvisazione ammicca, e infatti, puntuale, ad operazione ultimata ecco arrivare And When He Falleth. Ancora una volta la band si dimostra all’altezza del suo glorioso passato, regalando una performance impeccabile di questa canzone che compie ormai quattordici anni. Le luci si spengono durante l’intermezzo che contiene il dialogo tratto dal film The Masque of the Red Death, a sottofondo del quale i ragazzi continuano a suonare. “Famine, Pestilence, War, Disease and Death: they rule this world”, il pubblico esclama appresso alla voce di Vincent Price, riprendendo la parte più celebre di questo intermezzo, fino a che i due cantanti non riprendono possesso del palco accompagnando la canzone alla sua fine.
A seguire è qualcosa che sembra quasi inedito, un’introduzione di tastiera e chitarra per la canzone successiva che inizialmente non si lascia riconoscere ed è una vera sorpresa per il pubblico europeo, visto che nel Vecchio Continente non è mai stata suonata durante il tour per l’ultimo album: è la celebre e beneamata Venus, una delle punte di diamante della discografia dei Nostri, nonché la canzone che, registrata alla meno peggio dal concerto di Mosca del 15 ottobre 2007, ha fatto innamorare perdutamente il sottoscritto di Nell e decidere di sentirla assolutamente dal vivo. E le mie aspettative non sono certo state deluse, con una performance emozionante di quella che è la mia seconda canzone preferita di questa band. Purtroppo la versione è la stessa dell’album live registrato con la precedente vocalist, quindi ha il finale accorciato, ma ciò non guasta la bellezza della canzone, finita la quale Nell si profonde in ringraziamenti al pubblico internazionale accorso per quell’ultima serata.
È dunque il momento di Hollow, un’altra delle highlights dell’ultimo lavoro dei Nostri. “I’ve come to realize this is gone tomorow” questa sera non è purtroppo solo un verso della canzone, ma la più triste delle verità: non c’è da sorprendersi, dunque, se io stesso debba aspettare l’uscita del DVD per sapere cosa succedeva sul palco, visto che a quel punto mi sono trovato costretto a cercare un fazzoletto per evitare di trovarmi tutto il trucco sul mento. Posso solo dire che musicalmente la performance è stata ancora una volta ottima, con Nell si è destreggiata perfettamente sia sulle note più basse che su quelle più alte della canzone. Il finale dal vivo ha un’energia straordinaria, di cui ho approfittato per scuotermi con un po’ di sano headbanging fino a ricacciare indietro le lacrime, pronto per la canzone successiva.
Storm, l’energico opener e unico singolo dell’omonimo album, irrompe quindi dagli amplificatori, e la band si scatena nuovamente, coinvolgendo il pubblico ed invitandolo a cantare appresso al ritornello. Nell si concede dei vocalizzi a piacere mentre Raymond canta il bridge, per poi concludere la canzone con l’ultimo ritornello.
Sulla stessa linea è la canzone successiva: i riflettori si spengo e, illuminata dalla luce arancione lampeggiante di due barre luminose montate sugli altoparlanti ai lati del palco, la travolgente Image fa letteralmente esplodere il pubblico, che inizia a saltare tanto da far tremare le transenne. Per la prima volta nella serata Nell è l’unica padrona del palco, che calca con grinta ancheggiando sensuale, salendo sugli altoparlanti di ritorno per cantare il ritornello e invitando il pubblico a scatenarsi ancora più di quanto non sia già.
È quasi irreale vedere come poi gli animi della band e dei fan si calmano per entrare nel mood della sofisticata Cassandra, durante la quale è invece Raymond a fare da padrone sul palco. Purtroppo la versione suonata è la Cheap Wine Edit, quella più breve che la band propone da sempre nei live, ma anche stavolta la performance riesce a rimediare e rendere la canzone comunque godibile.
Segue un altro classico storico, A Hamlet For A Slothful Vassal, l’opener dell’album di debutto. L’interazione fra Nell e Raymond è in perfetta sincronia con quella delle loro due voci, con lui che addirittura le sfiora più volte la schiena (Kristian, dal pubblico, ringrazia). Anche in questa canzone Nell dà il meglio di sé, rivelando per l’ennesima volta l’infondatezza dei pregiudizi delle fangirl di chi l’ha preceduta. Fra le cose divertenti accadute durante la canzone abbiamo Lorentz che abbandona la sua posizione dietro la tastiera per tutto il bridge, andando ad incitare il pubblico accanto a Raymond che canta. Alla fine del brano, Nell annuncia che la successiva sarebbe stata l’ultima dello show.
Ed ecco infine l’emozionante Fade, la ballata di punta di Storm. Spogliata dell’ingombrante e pessima produzione che ha subito nell’album, la voce di Nell in questo brano è più emozionante che mai, tanto da provocare non solo a me un ritorno delle lacrime. La canzone è proposta con un arrangiamento che si avvicina maggiormente alla versione demo, con la batteria che parte quasi subito accompagnando il pianoforte e delle chitarre decisamente meglio distribuite. E nonostante le lacrime, è impossibile perdersi uno dei culmini emotivi dello show: durante la parte strumentale precedente all’ultimo ritornello, non solo Raymond abbraccia Nell, ma le regala addirittura un bacio sulle labbra (a stampo, per la tranquillità del povero Kristian), una sorta di addio dopo quei sette anni trascorsi lavorando insieme. “End of the road, we all wait for this day”: come nelle lyrics della canzone, la fine arriva, e la band abbandona il palco, ancora acclamata dal suo pubblico.
In realtà, lo show non è ancora finito: tempo qualche minuto (per dare la possibilità a noi vedove di smettere di piangere) e le barre luminose riprendono a lampeggiare, e mentre suoni elettronici si insinuano fra le grida dei fan, i ragazzi tornano sul palco per altre due canzoni. La prima è l’energica Machine, singolo di punta di Musique. L’atmosfera si fa subito decisamente allegra, con la band che dà il meglio di sé in quanto a dinamicità e presenza scenica, compresi Vegard e Frank che sono notoriamente poco attivi. La fine si discosta dalla versione dell'album, con Nell che offre vocalizzi con la sua voce eterea prima del “I'm cheap to rent” finale.
È sempre su questa scia che l’encore continua con Der Tanz Der Schatten, altro classico intramontabile del secondo full length della band. Oltre a non incontrare particolari difficoltà nelle melodie, Nell si dimostra discreta anche con le lyrics in tedesco. Dopo aver interagito con Raymond quando le loro linee vocali si intrecciano, la bella cantante si rivolge al pubblico per dedicarci gli “Ich liebe dich” finali. La canzone è decisamente troppo movimentata per cedere il passo alla malinconia, così, quando la band esce, stavolta dal pubblico non piovono lacrime. Tuttavia, nessuno ha intenzione di tacere, e dalla sala si levano richieste per un’altra canzone.
Stavolta sono solo Nell e Lorentz ad uscire. Inizialmente, la cantante sembra volersi limitare a ringraziarci ancora una volta, ma infine annuncia quella che sarà l’ultima canzone dei Theatre of Tragedy: Forever Is The World, l’emozionante ballata conclusiva dell’omonimo, ultimo album della band. L’arrangiamento proposto è una versione semiacustica dal sapore delicato ed intimo, che vede la voce di Nell e la tastiera di Lorentz come uniche protagoniste per buona parte della sua durata. È in questa canzone che Nell dà prova di incredibile professionalità, cantando intonata nonostante lottasse contro le lacrime negli occhi e la gola che cercava di chiudersi. Purtroppo mi sono perso il momento esatto in cui il resto della band, eccetto Raymond, è tornato sul palco (sempre per questioni di pianto), ma sull’ultima strofa sono entrate anche batteria, chitarre e basso. È con questo superbo addio che la band conclude la setlist: Raymond raggiunge i suoi compagni e tutti assieme, compreso Erik, il bassista, fanno l’inchino. È questo il definitivo addio dei Theatre of Tragedy al loro pubblico.
Dieci minuti di lutto generale fra gli utenti del forum, durante i quali ci scambiamo abbracci e condividiamo singhiozzi e lacrime in particolare con Eva e Peggy, “clutching at straws, keep each other awake”. Nel frattempo, gli ormai ex Theatre of Tragedy hanno il tempo di rinfrescarsi e cambiarsi, e raggiungono il pubblico per concludere degnamente la serata e la loro carriera. Eva ed Andreas consegnano quindi il regalo d’addio a Hein, che è il primo ad uscire: una corona funebre di rose bianche con due drappi neri attaccati, uno con la scritta “In loving memory” e l’altro con la dedica “Your fans” e le firme di tutti gli utenti del forum che sono venuti a Stavanger. Dopo qualche parola con un Hein visibilmente commosso, individuo Lorentz vicino alla porta del backstage e gli chiedo di accompagnarmi a recuperare la giacca, dove ho alcune cose da farmi autografare. Quindi raggiungo Kristian (che, devo dirlo, dal vivo è un gran bell’uomo: fortunata Nell!), gli faccio firmare il booklet di Letters From Fire dei The Crest e commento il concerto con lui. Parliamo anche dei The Crest, e alla fine riesco a farmi promettere i demo della band appena lo pesco sul Male e gli passo il mio indirizzo email. A quel punto, scatta l’operazione “Troviamo Tommy Olsson”, che mi conduce al piano inferiore, dove il mastermind beve al bancone. Mi faccio firmare Aégis e Cassandra, lo saluto e torno su dagli altri. Nell è nel frattempo uscita dal backstage con addosso un magnifico vestito in stile impero in satin rosso scuro a pieghe ed una magnifica collana a rose, e la raggiungo. Ci abbracciamo, probabilmente qualche lacrima sfugge ad entrambi, e poi chiacchieriamo un po’.
La serata va avanti così, con qualche parola scambiata un po’ con tutti, Raymond che mi parla dei suoi ascendenti per un ottavo italiani dopo che Eva l’ha rimproverato per la cerniera dei pantaloni abbassata durante tutto lo show, Vegard che cerca di consolare lei e me, Andreas visibilmente in lutto, Lorentz che scarrozza in giro per la sala la corona di fiori e Hein che regala ad Andreas ed Eva la ormai diciassettenne pelle frontale della grancassa con il logo della band.
Ad una certa, fra i fan intravedo un viso noto: è Ailyn dei Sirenia, in compagnia di quella che mi viene indicata da Hein come la signora Veland. Mi avvicino anche a loro, scambio due parole con la bella cantante (sì, dal vivo è davvero molto bella, e per inciso non è vero che non sa parlare in inglese) e vengo così a sapere che le registrazioni per il prossimo album dei Sirenia inizieranno fra un paio di settimane (il che è una magrissima consolazione dopo lo split epocale di questa sera, ma per non deluderla sorrido e tengo la cosa per me), e quando lei si avvicina a parlare con Nell, Hein mi infila pure a fare una foto con loro due (che devo recuperare da qualche parte nel web, e nella quale sembrerò un panda perché ormai matita e mascara erano colati completamente).
Quando poi la folla di fan si dirada notevolmente, i ragazzi ci invitano nel backstage a sbevazzare un po’. Lì ho modo di conoscere la ragazza di Raymond, che individuo al volo dalla descrizione che me n’era stata fatta: “She’s got long hair, believe me”; Raperonzolo avrebbe di che invidiarla, dato che il long hair in questione le arriva sotto al sedere ed è in condizioni invidiabili; inutile dire che il discorso finisce dritto sui capelli, ma oltre a quelli la mia attenzione è catturata anche dal suo pendente in argento con il logo di A Rose For The Dead (il gioielliere che l’ha fatto è un vero artista). Purtroppo però arriva lo staff del Folken a rovinarci la festa e buttarci fuori, e così inizia il giro di saluti, fortunatamente non lacrimosi (presumibilmente perché avevamo già pianto prima tutte le lacrime disponibili). Con Lorentz e Vegard ho idea si tratti di un addio, visto che il primo ha ormai messo radici in Australia e il secondo è tutt’altro che interessato a suonare ancora, mentre con gli altri, in particolare Nell, è un arrivederci. Scendiamo le scale, e tutti vanno via eccetto Raymond, la sua ragazza, Eva, Simon, Andreas, Xavier, me e un paio d’altri. È così che la giornata più lunga finisce ormai alle quattro del mattino sotto una pioggia sottile in compagnia di colui da cui tutto era iniziato.
Ed ora non resta che elaborare il lutto ed aspettare speranzosi. Aspettare i progetti che nasceranno alle ceneri del Teatro, ma magari anche una reunion, forse, un giorno. Ed onorare l’incredibile e multiforme eredità che in diciassette anni di attività questa band ha lasciato non solo a noi, ma all’intero mondo della musica.
 
Thank you, Theatre of Tragedy, truly.
You’ll always be held dear deep within my heart.

Saturday, 2 October 2010

Theatre of Tragedy: Meet & Greet

Il primo vero giorno a Stavanger comincia con una colazione di buon’ora nel bed and breakfast dove io e Simon alloggiamo. Dato che il cibo in giro è piuttosto costoso, ne approfittiamo per fare il pieno ora che è tutto compreso nel prezzo. Per la mia gioia, fra le bustine di tè proposte c’è anche l’Earl Grey: la giornata è salva e posso aspettarmi che tutto vada per il meglio.
Finita la colazione, ci prepariamo e andiamo a fare un giro per Stavanger sotto un cielo soleggiato. La città è abbastanza piccola ed è molto facile muoversi anche a piedi, e sebbene le vie sembrino un po’ tutte uguali, non ci si può perdere nemmeno volendo. L’idea principale è quella di trovare un supermarket dove il cibo non costi uno sproposito, un negozio di musica dove ficcanasare e possibilmente qualche ristorante economico. Alla fine del lungo giro, ciò che troviamo è ben altro: attaccato ad una cabina elettrica c’è infatti un poster che annuncia il concerto dei Theatre of Tragedy; è vecchio, tuttavia, dell’era di Storm, con questa bella foto stampata sopra:

 
Inutile dire che, sebbene Simon non sia d’accordo, mi precipito a staccarlo e arrotolarlo: una simile rarità non me la lascio sfuggire per nulla al mondo. Dopo questo episodio di vandalismo gratuito facciamo il giro del porto e ci addentriamo nel centro storico della città. Le casette in tipico stile norvegese, in legno dipinto di bianco, rendono questa parte di Stavanger irreale, quasi fosse il set nemmeno di un film, ma addirittura di un cartone animato. È mentre guardo tutto questo con gli occhi che brillano che rimpiango ancora una volta che la mia cara Ayl non sia con me: vista così la città offre spunti solo per foto turistiche, ma contestualizzandovi una modella sarebbe potuto uscire qualcosa di sensazionale.
Dopo aver girato a sufficienza e aver lasciato il poster in albergo, ci addentriamo di nuovo nel cuore della Stavanger commerciale è troviamo non solo il supermercato, ma anche un ristorante cinese abbastanza economico e il tanto agognato negozio di cd. Purtroppo, in questo la patria dei Theatre of Tragedy non si è rivelata all’altezza delle mie aspettative: niente Kari Rueslåtten, che speravo davvero di trovare (ma in compenso c’è Tiziano Ferro!), e nella sezione metal ci sono solo cose che avevo già, a parte Rubicon. A questo proposito, in Norvegia i cd non sono incellofanati, così ho avuto modo di dare uno sguardo al suo interno, con l’ovvia conseguenza che ho deciso che, dovesse anche piacermi se e quando l’ascolterò, quel robo mi rifiuto di comprarlo. Davvero, il booklet è un’oscenità, come grafico amatoriale non posso permettermi di sprecare soldi su una cosa del genere! (Poi il fatto che Meri sia indecente a livello visivo non aiuta, ma nemmeno Vibeke avrebbe salvato quella roba dal cestino).
Appena usciti, ci accorgiamo di una cosa abbastanza ironica: poco lontano ci sono due ragazze che distribuiscono pacchetti gratuiti di fazzoletti Cleanex ai passanti. La domanda sorge spontanea: si sarà mica sparsa la voce di ciò che succederà l’indomani e gli abitanti di Stavanger stanno correndo ai ripari? Molto probabile, e noi accettiamo di buon grado il regalo, dato che ne avremo sicuramente bisogno.
Dopo aver pranzato nel ristorantino, che si rivela essere piuttosto buono, io e Simon incontriamo Eva e Andreas (aka Mommy e Daddy), i quali ci annunciano che Hein, il batterista dei Theatre of Tragedy, si sarebbe presto unito a noi per un caffè. Mentre lo aspettiamo, Andreas fa una capatina in hotel a prendere la birra ultra-speciale che ha comprato per lui, mentre noi tre visitiamo l’interno della bella chiesa in stile Neogotico davanti alla quale ci troveremo con Hein. Il musicista arriva puntuale con appresso la figlioletta nel passeggino, e dopo il momento dei saluti, ci accompagna in un delizioso localino dalle estetiche di palese ispirazione Art Nouveau, con tanto di candele sui tavoli (candele, eh, non lumicini). Mentre gli altri quattro prendono il loro caffè, io prendo ovviamente una tazza di Earl Grey, e nel frattempo partono le chiacchiere libere con Hein.
Veniamo così a sapere che una volta che tutte le questioni riguardanti il DVD saranno concluse, inizierà a lavorare ad un progetto in cui ha già le mani in pasta che comprenderà l’ex-chitarrista dei Theatre of Tragedy Tommy Olsson, quello attuale Frank e vedrà Nell alla voce; purtroppo ci annuncia anche che Kristian Sigland e Nell hanno deciso di porre fine ai The Crest (per lasciarsi alle spalle la scomoda label), ma hanno già in cantiere un nuovo progetto, che vedrà ugualmente la sua partecipazione, come guest, o chissà, magari in via definitiva. Inoltre, Nell ha collaborato nuovamente con i Dark Tranquillity registrando delle parti vocali accompagnate da un video che verranno utilizzate nel tour della band (anche se non ho capito se per Insanity’s Crescendo o per un’altra canzone). Insomma, nonostante nel giro di quarantott’ore i Theatre of Tragedy non esisteranno più, non si può certo dire che lasceranno un vuoto assoluto dietro di loro. Sul concerto, il batterista ci conferma che suoneranno tre tracce in più rispetto alla setlist londinese, e ci racconta divertito che avevano anche provato qualche volta una cover di Toxic di Britney Spears, sebbene alla fine ci avessero ripensato (peccato, ci sarebbe stato da ridere!). Finite le nostre bevande, andiamo a prepararci per l’evento del giorno: il meet & greet in sala prove fra la band e gli utenti del forum. La serata si preannuncia lunga e ricca di sorprese.
Recuperato tutto l’autografabile in albergo, io e Simon raggiungiamo Eva ed Andreas, e prendiamo con loro un tassì per la sala prove. L’autista è un inetto di proporzioni ciclopiche (non a caso ci appesta con la sua stupida musica hip-hop), e riesce a portarci esattamente nella direzione opposta a quella giusta, perdendosi quattro volte anche quando finalmente si decide ad accendere il benedetto navigatore satellitare (nonostante tutti e quattro gli indicassimo la strada). Alla fine, comunque, riusciamo ad arrivare a destinazione tutti interi, paghiamo un forfait per la corsa (e ancora mi chiedo perché) e troviamo ad accoglierci Hein, che ci accompagna giù, dove gli altri ci aspettano. La sala prove è la stessa utilizzata dai Tristania, quindi accanto ai poster con i Theatre of Tragedy sono costretto a vedere anche la faccia di Meri, ma sinceramente m’interessa poco: Nell sarà lì da qualche parte, e il mio cuore è tutto suo. Beh, di certo arriverà a momenti, visto che nella sala, oltre agli altri strumentisti della band ci sono solo alcuni altri membri del forum. Saluto Lorentz, Vegard e Frank (che si ricordano di me da Londra), conosco finalmente di persona con i ragazzi con cui ho interagito per via testuale e, voltandomi verso la porta, finalmente vedo la bella cantante, vestita tutta in nero con un maglioncino a maniche lunghe, una minigonna pieghettata in ecopelle, collant, scaldamuscoli e stivaletti. Ci salutiamo con un abbraccio entusiasta, poi mi accorgo anche di Raymond e mi dedico un po’ a lui.
Mi vado a sedere su uno dei divanetti e aspetto che la festicciola entri nel vivo, visto che per ora siamo tutti un po’ timidi e ognuno sulle sue. Fortunatamente, Hein torna a salvare la situazione portando cinque grandi pizze e mostrandoci le birre. Gli stomaci si riempiono, l’alcool inizia a circolare nelle vene e finalmente il party può decollare. Saluto gli utenti di Pages of Tragedy man mano che arrivano, parlo un po’ con i due chitarristi e poi, vedendo che il posto accanto a lei si è liberato, finalmente raccolgo il coraggio e mi avvicino a Nell. È un po’ come a Londra: nonostante la mia timidezza lei riesce subito a mettermi a mio agio, e iniziamo a chiacchierare del più e del meno, a partire dal fatto che la sua caratteristica pettinatura è frutto più o meno del caso e di tante forcine e lacca, che per l’indomani ha ingaggiato una truccatrice e parrucchiera professioniste vista l’occasione del DVD e che indosserà vestiti sobri, continuando con la conferma dello scioglimento dei The Crest, la sua nuova collaborazione con i Dark Tranquillity e la verità dietro quella con gli Alight. A quel punto, Hein porta un po’ di regalini per noi: alcuni poster e le sue bacchette e le pelli di tamburo usate (e sì, parlando di pelli qualche battuta su certe rughe è volata). È dunque l’inizio della signing session, e io vado a recuperare il mio materiale. A fine serata mi trovo con i booklet di Letters From Fire, Cassandra e Der Tanz Der Schatten, quello di Forever Is The World di Fra, il mio vinile, i due poster, la pelle di tamburo, la bacchetta e una foto autografati (sulla pelle di tamburo Frank ha disegnato anche la sua celeberrima Metal Cow, un pezzo immancabile per la mia collezione!). Nel frattempo parlo un po’ anche con Xavier e Peggy, due utenti storici della board, ed altri arrivano portando regali. È meraviglioso vedere quante persone di quanti Paesi diversi si siano riunite in quella sala guidate da una passione comune: come il giornalista del quotidiano di Stavanger presente all’incontro scriverà poi nell’articolo, Brasile, Messico, Germania, Italia, Danimarca, Svezia, Russia sono solo alcuni dei Paesi da cui proveniamo.
Quando poi le missioni cibo, alcool, autografi e regali sono state completate, it’s show time: la band raggiunge gli strumenti e improvvisa un mini-live per noi. Le canzoni che suonano, fra una risata e l’altra, sono A Rose For The Dead, Hide And Seek, Ashes And Dreams, And When He Falleth e Hollow. Purtroppo niente cover di Toxic (anche se Nell ridacchia quando la propongo), ma il mini-live è più che soddisfacente.
Fra una chiacchiera e l’altra si fa tardi: la mezzanotte è ormai vicina, e siamo tutti ben consci del fatto che i ragazzi saranno super-impegnati l’indomani. È Frank ad annunciarci che è ora di ritirarci, ma lo fa in un modo del tutto inaspettato, ovvero imitando Günther. Hein gli fornisce “ze biit”, Lorentz improvvisa una melodia techno alla tastiera e il bel chitarrista canta Ze Fisch, ovvero essenzialmente che dobbiamo toglierci dalle scatole, impreziosendo il tutto con un “Isch liebe disch, oh oh oh oh” in falsetto di più che palese ispirazione. Riusciamo a guadagnare un altro po’ di tempo con una foto di gruppo, ma inevitabilmente arriva il momento dei saluti.
È troppo per me: la consapevolezza che la band ha poco più di ventiquattr’ore di esistenza prende il sopravvento a tradimento mentre sto salutando Nell, e le prime lacrime di quella che so essere una lunga serie iniziano a scendere. Nell mi spupazza un po’ per consolarmi, cercando di trattenersi a sua volta (al che le do l’utile suggerimento di usare del make up waterproof il giorno dopo, e lei si ricorda di doverlo ancora comprare: Alessandro saved the day), dopo di che passo a salutare gli altri (riuscendo fortunatamente a moderare l’attacco di pianto), fino a quando non usciamo dalla sala prove e andiamo in cerca di un mezzo di trasporto affidabile per tornare in città.
Salutiamo per l’ennesima volta la band, e solo Vegard resta a farci compagnia, dato che è visibilmente alticcio e ha saggiamente deciso di farsi venire a prendere dalla fidanzata. Nel vedermi ancora sull’orlo dei singhiozzi, decide di consolarmi a modo suo e mi affibbia un bacio (a stampo) sulle labbra, salvando definitivamente la serata (I kissed Vegard and I liked it, hope his girlfriend won’t mind it). Alla fine, sua moglie arriva e dà un passaggio anche a Eva, Andreas, Simon e Me, tutti stipati sui sedili posteriori. Eva ed Andreas pianificano di sequestrare Vegard e ricattare la band minacciando di rispedirlo indietro pezzo per pezzo se non ci ripensano sullo split, ma quando la macchina ferma davanti al loro albergo e il povero chitarrista apre lo sportello per sboccare decidono saggiamente che forse è meglio spedirlo dritto a nanna. Salutiamo tutti e andiamo a cazzeggiare un altro po’ assieme, prima che io e Simon decidiamo di ritirarci in cerca di riposo. È questa la conclusione di una giornata all’insegna dell’allegria e della spensieratezza, la calma prima della tempesta. Mai come oggi ho vissuto il presente cercando di cacciare il pensiero del futuro il più in fondo possibile nella mia mente, e devo ammettere che alla fine ho trascorso un momento di beatitudine perfetta.