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Wednesday, 16 February 2022

Adesso arriva l’elfo nero

Sono giorni che vedo volare stracci tra gli appassionati di Tolkien sui feed dei miei vari social media. Come polemica non mi coinvolge particolarmente perché è un fandom di cui faccio parte a piccole dosi e marginalmente, ma a forza di leggere opinioni diverse, argomentazioni e controargomentazioni, ho inevitabilmente finito per rimuginare sulla faccenda pure io. Ho alcune osservazioni.
 
1) Un’opera del passato, per (ri)vivere, ha bisogno di passare attraverso la lente e il filtro dell’epoca attuale. Vedasi la scena di Arwen Principessa Guerriera nel primo LOTR di Jackson, residuo di quando si pensava di unire i personaggi di Arwen e Eowyn per creare una protagonista femminile più proattiva in linea con i tempi. Poi si è deciso di lasciare separati i personaggi e quella scena di Arwen è rimasta un non-sequitur, ma il punto resta: cambiano i tempi, cambiano i valori, e un’opera che vuole riproporsi non può ignorare la cosa.
Per dire, pensate a Notre-Dame De Paris: oggi sarebbe assurdo immaginare quella storia priva dell’aspetto di riscatto sociale con cui la conosciamo, ma a Hugo fotteva letteralmente sega dei marginalizzati, il succo del romanzo era che bisognava restaurare la cattedrale perché è l’unica cosa che dura nel tempo. E non vedo nessun purista che grida al politicamente corretto e si lamenta del “brownwashing” di Esmeralda, perché le implicazioni di lei che era l’unica zingara buona perché in realtà era la figlia di una coppia cristiana ed era stata rapita dalla culla sarebbero un filo indigeste al giorno d’oggi.
 
2) Tokenism, blackwashing, brownwashing, eccetera: sì, è vero, sono fenomeni non sinceri che nascono dalla necessità di sfruttare il multiculturalismo per ampliare il marketing di un’opera, e sono quasi sempre fatti dai bianchi a uso e consumo del senso di colpa sociale di altri bianchi.
Ma sono il sintomo di un problema più largo, ovvero la disparità di trattamento tra le storie occidentali cosiddette “biancocentriche”* (asterisco, ci torniamo dopo) e quelle non occidentali di culture non bianche. Salvo eccezioni, le storie non “biancocentriche” hanno meno pubblico e ricevono pertanto meno fondi (con ciò che ne consegue per la qualità), meno promozione, meno visibilità, rendendo le “pari opportunità” di rappresentazione, di fatto, nulle. Fintanto che non si risolve questo problema a monte e opere come Black Panther o Hidden Figures non smettono di essere un’eccezione, il tokenism è, purtroppo, un male necessario per rappresentare la società multietnica in cui ormai viviamo.
 
3) È vero, c’è un doppio standard nell’applicare il “colour-blind casting”. Alle storie occidentali è praticamente imposto, mentre non ci si sognerebbe mai di applicarlo a opere di origine africana, asiatica, sudamericana, eccetera. Nessuno ha battuto ciglio perché sono mancate le “quote bianche” in Encanto, per dire. Di nuovo, però, il problema è alla radice nella disparità di numero e presenza mediatica tra le storie occidentali che permeano la nostra cultura di massa e quelle non occidentali. C’è una disparità di trattamento e un protezionismo a valle perché c’è una disparità di mezzi e possibilità a monte.
 
4) Dalla parte opposta della barricata, torniamo a quell’asterisco. Parlando di “media occidentali” e “biancocentrici”, c’è l’ulteriore problema dell’imperialismo socio-culturale degli Stati Uniti, che si considerano il centro del mondo e danno per scontato che le stesse dinamiche sociali ed etniche che ci sono da loro si applichino anche alla molto diversa (ed internamente eterogenea) società europea.
Questo è un problema che VA affrontato e la sensibilità che, negli ultimi anni, si è iniziata ad avere nel presentare con quanta più autenticità possibile le storie di culture non occidentali dovrebbe essere estesa a tutte le storie non americane. Per cui, America, se una storia europea non si conforma ai tuoi standard etno-sociali, è perché la società di quel paese europeo è diversa da quella statunitense tanto quanto lo è quella coreana, o giapponese, o indiana (Paesi le cui produzioni mediatiche sono altrettanto “monocromatiche”, ma la cosa non viene fatta notare).
Vero che questo discorso è complicato dal passato imperialista dell’Europa, i cui danni al resto del mondo sono sempre attuali, ma dopo quasi settant’anni in cui NOI abbiamo ricevuto l’imperialismo americano, direi che possiamo iniziare a sollevare il problema: è giusto che richiediamo per l’Iliade (se n’era parlato tempo fa), i romanzi della Austen o le fiabe di Andersen o dei Grimm lo stesso trattamento che è riservato ad altre culture mondiali; però “noi” continuiamo a essere sovraesposti in una società in cui non siamo l’unico gruppo culturale.
 
5) Il discorso del “Ma io mi riesco a immedesimare in chiunque senza bisogno che sia la mia copia carbone” è il motivo per cui si parla di MBEB, quindi… anche no, grazie. In primo luogo perché, nel complesso, semplicemente non è vero, o non ci sarebbero puntualmente le lagnanze ogni volta che il protagonista di un’uscita mainstream (penso, ad esempio, ai videogiochi) è nero, queer, donna, eccetera. E poi grazie al cazzo, Pierfrancesco, che riesci a immedesimarti quasi sempre senza problemi: è proprio perché quasi sempre hai davanti la tua copia carbone.
Poi, per dire, anche a me la mancanza di una vagina non impedisce di finire quasi puntualmente per immedesimarmi più in personaggi femminili che maschili, quindi cosa ci vuole? Poi però vai a vedere meglio e questi personaggi femminili affrontano temi che risuonano con le problematiche che affronto in quanto persona queer in un modo che i personaggi maschi non fanno. Quindi, anche se obliqua, la dinamica di minoranza vs rappresentazione nei media esiste anche in quel caso.
Per cui, essendo il discorso più complesso di “ma basta avere fantasia per immedesimarsi”, lasciamo che siano le minoranze a dire se e quanto si sentono rappresentate o meno: è la LORO esperienza di vita ed è valida.
 
Quindi, in conclusione, è vero, gli elfi e i nani neri in una storia di Tolkien non risolvono il problema del razzismo sistemico e sono una mossa commerciale per non far accusare di “biancocentrismo” l’adattamento di un’opera che nasce da un autore bianco del secolo scorso; è anche vero che, se si vuole continuare a vedere quest’opera riproposta, bisogna accettare di vederla adattarsi ai tempi. Lo stesso Regno Unito non è certo l’America, ma il suo tessuto sociale è molto diverso rispetto ai tempi di Tolkien.
Detto in soldoni, la scelta qui è tra relegare quell’opera al passato e lasciarla fossilizzare nella forma che conosciamo, o adattarla al contesto socio-culturale attuale se vogliamo vederla riproposta. Volete ancora opere ispirate a Tolkien? È così che va ora, pace.
Poi in un futuro utopico non ci sarà bisogno di fare tokenism e blackwashing eccetera perché, accanto alla serie culturalmente europea di ispirazione Tolkieniana, saremo abbastanza ricettivi da appassionarci anche all’adattamento di un’epica mitologica centrafricana in cui non ci saranno personaggi bianchi. Ma quei tempi ancora non sono qui, e le persone non-bianche, non-etero e non-cis non possono più essere ignorate e nascoste sotto il tappeto nei media che la nostra società eterogenea produce e consuma.

Tuesday, 30 November 2021

I miei due cent su Cingolani

Roberto Cingolani: (technically) right for the wrong reasons.
Se non conocete la notizia andatevela a googlare per i dettagli, ma il sunto è che Cingolani, Ministro della Transizione Ecologica, ha detto che è inutile studiare quattro volte le Guerre Puniche, la scuola dovrebbe fornire una “cultura tecnica” (lingue, informatica) propedeutica alle professioni del futuro.
E niente, iniziamo a spacchettare la cosa, perché ci sono due discorsi paralleli da tenere qui.

(Technically) right: è vero che il curriculum scolastico italiano, specie nelle materie di cultura generale come storia o geografia, è profondamente fallato. Cosa non sorprendente, visto che è tutt’ora basato su una riforma di novantotto anni fa promulgata sotto il fascismo. Cingolani non ha torto: ho studiato tre volte le Guerre Puniche ma mai come si deve il Novecento – un secolo un filino carico di avvenimenti le cui conseguenze si fanno ancora sentire, ma che viene sfiorato di corsa negli ultimi due mesi del grado scolastico di turno. Il che è fisiologico, visto che questo secolo bello denso di storia ancora non c’era, ai tempi di Gentile, ma penso che sia anche il residuo di un progetto deliberato del regime fascista: imprimere bene nella testa dei giovani la grandezza di Roma Antica in modo da fomentare la nostalgia per alimentare il nazionalismo, mantenendoli intanto ignoranti sugli sviluppi più recenti in modo da non dare loro i mezzi per comprende la situazione socio-politica e mantenerli il più manipolabili possibile.
Ma non è solo quello: da una parte, ho studiato tre volte Scipione e Annibale ma ho imparato qualcosa della storia della mia regione, la Sardegna, a trentadue anni suonati da Wikipedia nei due giorni in cui ero costretto a letto dopo la seconda dose di vaccino e non sapevo cosa fare; dall’altra, ho studiato tre volte il Risorgimento ma la Guerra dei Trent’Anni, uno degli avvenimenti chiave della storia europea, la conoscevo solo di nome e l’ho approfondita da solo sempre a trenta e passa anni su Wikipedia.
La falla del sistema, in questo caso, è ripetere per tre volte lo stesso curriculum verbatim (in maniera sempre meno approfondita, perché arrivi al liceo e la prof dice: “Ma tanto queste sono cose che già sapete”) invece che distribuirlo in base all’età degli studenti. Ai gradi inferiori si dovrebbe studiare la storia del proprio territorio e della regione – che è anche più facilmente comprensibile visto che i bambini possono trovare un riscontro immediato visitando i luoghi in questione – passare quindi alla storia antica e quella italiana, per poi approfondire quella mondiale e concentrarsi sul Novecento.
Così sì che si darebbe agli studenti un curriculum più bilanciato e comprensivo, e magari si imparerebbe qualcosa di più sul Novecento dall’istruzione pubblica invece che da The Crown su Netflix.
Poi, parallelamente a questo,  bisognerebbe rafforzare anche l’insegnamento di materie più pratiche, soprattutto le lingue, in modo da dare la formazione più completa possibile.

For the wrong reasons: il problema è che il discorso di Cingolani non era incentrato sul miglioramento del curriculum di storia della scuola pubblica italiana, quanto sulla solita lagna trita e ritrita, che le materie umanistiche sono inutili e bisogna concentrarsi solo su quelle tecniche che hanno un’applicazione pratica,
Che, onestamente, anche basta: è la più subdola forma di propaganda capitalista, che un’istruzione efficiente debba essere finalizzata non all’arricchimento della cultura della persona, ma solo della tasca del futuro padrone. Che tutto il tempo speso ad apprendere nozioni che non siano prontamente marketizzabili sia sprecato. Che quel che conta è solo la futura produttività dell’individuo anche a discapito (come in questo caso) della sua crescita personale.
Nel suo libro Bonsai (1995, uno dei miei libri formativi), Christine Nöstlinger definiva la scuola la “Macchina Normalizzatrice Statale”, il luogo dove, secondo il protagonista del libro, qualunque forma di creatività, individualità e pensiero fuori dagli schemi va a morire. La scuola capitalista, quella che Cingolani immagina, è proprio questo: una fattoria di piccoli e obbedienti ingranaggi spogliati di qualunque valore al di fuori di quanto produttivi possano essere nel piccolo impiego che viene assegnato loro per massimizzare i profitti degli imprenditori.
E questo è sbagliatissimo.

La scuola dovrebbe trovare il tempo – e le si dovrebbero allocare i fondi – per insegnare lingue, informatica, ma anche diritto ed economia, accanto a storia, geografia, filosofia, latino, storia dell’arte, musica. Le materie propedeutiche a navigare il mondo moderno e sì, anche il suo mercato del lavoro, non dovrebbero arrivare a discapito della cultura generale, e vice versa. E onestamente, parlare di sistema scolastico inadeguato dopo trent’anni di costanti tagliai fondi è abbastanza ridicolo.
E se proprio vogliamo parlare di stralci al curriculum attuale, strano come Cingolani non si sia lamentato di come studiamo tre volte di San Paolo e della sua folgorazione sulla via di Damasco. O di come almeno una volta per grado di studi mi sia infortunato gravemente sotto l’incompetenza del professore di diseducazione fisica di turno.

La lotta tra materie “concrete” e cultura “astratta” esiste solo nella mente del capitalismo, ma non dovrebbe avere posto nella scuola; tantomeno nella vita culturale di un Paese in cui, se proprio vogliamo mettere un codice a barre su qualunque cosa, le maggiori risorse sono proprio la storia, l’arte, la cultura, la musica.
Oltretutto, se proprio vogliamo parlare di logica capitalistica, forse, invece che trasformare la scuola in una fabbrica di ingranaggi già perfettamente competenti nel mondo del lavoro, sarebbe il caso di delegare almeno parte della responsabilità della formazione tecnica del personale alle aziende stesse. Così magari, dovendo pagare la formazione di tasca loro, inizierebbero a trattare i dipendenti come un investimento a lungo termine da tenersi stretto con gratifiche e condizioni di lavoro etiche, invece che come pezzi sostituibili non appena finisce il contratto di “apprendistato” in cui lavorano gratis.
Così, è solo un’idea.

Friday, 29 October 2021

Questioni di zucche

“È questo il mio costume: sono un maniaco omicida. Non si distinguono dagli altri.”
Ed è questa la mia battuta preferita da fare in questo periodo dell’anno, specie ora che, senza Lucca, non posso sfangarmela con la scusa di essere distrutto dalla fiera / il lavoro la sera del trentun ottobre.
Una o due volte ho provato a fare il pioniere di Halloween da piccolo, ispirato principalmente da Piccoli Brividi e, in particolare, Le Zucche della Vendetta. Mi sono mascherato, ho fatto un giro di trick or treating nei palazzi vicini, qualcuno è anche stato al gioco e mi ha dato dei dolciumi, ma la cosa è più o meno finita lì. Semplicemente, Halloween non appartiene alla mia identità nella maniera viscerale e istintiva in cui, ad esempio, Carnevale o il Natale ne facevano parte, e il tentativo di trapiantarlo non ha attecchito alla lunga. Cioè, se verso i dieci o undici anni mi ero già stufato di inventarmi un costume per Carnevale, figurarsi se avevo (o ho) voglia di inventarne anche uno per Halloween. (Su come sia finito il mio rapporto col Natale penso sia superfluo aggiungere qualcosa ora, avrò tempo a dicembre per trovare qualcosa di cui lamentarmi anche quest’anno).

D’altro canto, essendo Halloween un prodotto d’importazione (almeno nella mia vita e nella comunità in cui sono cresciuto, poi leggo che in Veneto invece ne esiste una variante come residuo della cultura celtica di sostrato), non mi suscita nemmeno la forte reazione avversa che l’onnipresenza di altre feste mi causa.
Per ora.
Perché ragazzi, seriamente, a me sta benissimo che voi vi ci divertiate, che abbracciate i costumi, i dolci, le decorazioni e tutto, li facciate vostri e li trasformiate in uno spunto di divertimento. Solo, magari evitiamo di trasformarla nell’ennesima festa comandata per non partecipare alla quale serve trovare una scusa socialmente accettabile?
Certo, sarà sempre meno urticante dei buoni sentimenti preconfezionati che si respirano in altri periodi dell’anno, e ha in più l’aspetto creativo dei costumi e quello iconoclastico di esporre i benpensanti a tutto un immaginario macabro; ma il calendario festivo italiano è già abbastanza fitto di occasioni da schivare, non me ne serve un’altra.
Quindi non iniziamo a chiedere: “Cosa fai a Halloween?” o “Da cosa ti mascheri?”, perché se no quello da maniaco omicida non sarà più solo un non-costume e una citazione a Mercoledì Addams, mhkay?

Thursday, 27 May 2021

Una lenta lettura

Ho appena finito di leggere The Red Flame, il libro di Karen Elson. Che mi avevano regalato per Natale ed era arrivato giusto in tempo per Capodanno. Oltre cinque mesi e mezzo fa. Duecentoventiquattro pagine di cui buona parte fotografie e le altre stampate in grande e con abbondante interlinea. Iniziato la sera stessa della consegna.
Oh boy.
E, onestamente, non so nemmeno quanto ciò abbia a che fare col fatto che dall’anno scorto ho un “blocco del lettore” – quel fenomeno per cui chi un tempo era un avido lettore non riesce più a leggere nulla. Di sicuro ha contribuito anche quello, ma la verità è che l’autobiografia di una supermodella non è poi la lettura leggera e disimpegnata che ci si potrebbe aspettare.

Il libro me lo sono fatto regalare per diversi motivi: perché nel corso della sua pluriventennale carriera Karen ha lavorato con tutti i miei fotografi preferiti, quindi le foto di accompagnamento ai testi sono fantastiche; perché sono una sua fangirl in generale (curiosamente a partire dalla sua musica, non dal suo lavoro come modella) e mi fa piacere contribuire al successo dell’iniziativa; e perché è una persona davvero fantastica, sempre in prima linea nel cercare di migliorare la società intorno a lei, a partire dal mondo della moda ma continuando anche con ingiustizie sociali più generali.
 
Perché, quindi, ci ho messo mesi per leggerlo tutto? In parte perché per me era diventato un rituale: trattandosi di stampe pregiate, mi assicuravo sempre di avere le mani impeccabilmente pulite e sgrassate in modo da non lasciare tracce mentre lo maneggiavo, e poi contemplavo ciascuna foto con devozione. In parte perché, come ho accennato, è stata una lettura tutt’altro che leggera.
Karen è una donna estremamente resiliente ma ne ha passate tante, a partire dall’essere una outsider a scuola – cosa assurda, perché seriamente, come ti permetti tu, anonima cavalla adolescente coi denti storti di Manchester, di bullizzare The Karen Elson? Dovevi saper già che sarebbe diventata qualcuno! – fino alle angherie che ha subito una volta entrata nel mondo della moda. Agli esordi e non.
Se il mondo della moda vive di oggettivizzazione delle persone, specie delle donne, le modelle sono quelle che subiscono maggiormente questa pressione. Hai letteralmente mezzo centimetro in più rispetto alla taglia sample che sta stretta anche ai manichini? Devi beccarti un disturbo alimentare per tornare “in linea”, altrimenti non puoi lavorare. Leggere di una stanza di pollicioni italiani di mezza età che la trattano come un pezzo di carne tagliato male al mercato è stato davvero snervante, così come apprendere di quante volte la sua sicurezza in viaggio o negli spostamenti sia stata derubricata a fattore di poco conto e lei se la sia dovuta cavare da sola.
Fra l’altro, parlando in generale, si tende ad avere pochissima empatia verso le persone del mondo dello spettacolo – a maggior ragione le modelle, che non solo sono donne, ma non hanno nessun valore oltre la bellezza. Se subiscono pressioni, angherie e maltrattamenti nel lavoro, quasi quasi se la sono cercata in cambio della fama che ne ricavano. E questo è sbagliatissimo, perché fa parte della stessa cultura capitalista di deumanizzazione e sfruttamento dei dipendenti che subisce chiunque, dalle fabbriche ai ristoranti, dagli alberghi ai trasporti, dagli uffici alle passerelle di moda e i set dei film. Scegliere un lavoro legato allo spettacolo o alla moda – lavoro il cui prodotto, diciamolo in chiaro, è l’unica consolazione che abbiamo nelle nostre orribili vite – non significa scegliere di essere abusati, né più né meno che scegliere un lavoro in fabbrica significa scegliere di rischiare di farsi stritolare da qualche macchinario non a norma. Basta con i doppi standard.
 
A parte questo, è stato stranissimo trovare così tante similitudini tra il mio vissuto e quello di una persona di successo che ammiro così tanto. Il bullismo, il body shaming, i dubbi, la sindrome dell’impostore…
Ed è una cosa che non solo mi ispira empatia e mi spinge a voler essere migliore e combattere alcuni pregiudizi internalizzati che ho, ma che mi dà anche un po’ di speranza che, nel mio piccolo, possa trovare la mia fiammella personale, magari verde, e raddrizzare un po’ la mia vita.
Grazie, Karen.

Thursday, 17 September 2020

Errata corrige

Rileggendo quest’anno di blog, mi trovo a chiedermi: quale dei miei post è invecchiato peggio?
Voglio dire, a parte quello in cui ero veramente euforico per l’inizio del 2020, che è la madre dei post invecchiati male.
Ho due candidati. C’è quello in cui definisco il coronavirus “una comune influenza”, prendo in giro il panico che si è scatenato al Nord e mi dichiaro più preoccupato dei disagi logistici in viaggio che della malattia in sé, a cui discolpa c’è però che al 23 di febbraio, stando ai dati a disposizione dell’OMS, il virus era davvero ritenuto molto contagioso ma poco pericoloso, non era solo propaganda trumpiana.
E poi c’è il post in cui invoco la morte dell’autore su JK Rowling perché la sua opera non dovrebbe soffrire del suo essere una stupida TERF. Ecco, nemmeno tre settimane dopo è arrivata Lindsay Ellis a farlo invecchiare malissimo con delle argomentazioni incontrovertibili. Lascio il video qua sotto, ma il succo è che la Rowling ha un controllo talmente ferreo della sua proprietà intellettuale che anche solo comprare i Funko Pop di Harry Potter le mette in tasca i soldi con cui finanzia le sue campagne transfobiche, e essere associata a qualsiasi grande azienda consolida il potere mediatico grazie al quale può diffondere i suoi messaggi d’odio.


Temo di essere del tutto d’accordo con Lindsay: non c’è un modo etico di consumare i prodotti della Rowling se si ha a cuore la comunità trans. O meglio, lo si può fare, ma limitatamente a fanart, fanfiction, merchandising non ufficiale prodotto da artigiani di talento; e si può continuare con tranquillità a prestare o noleggiare libri e film, o comprarli di seconda mano. Ma spendere soldi per qualsiasi cosa sia ufficiale significa accrescere il potere della Rowling e mostrare alle varie multinazionali che è ancora una fontana di soldi a cui dare ulteriore potere.

Il discorso oggi è spuntato fuori in riguardo al trailer del videogioco, e ho sentito molti pareri incorretti circa l’impatto che boicottare – o, quantomeno, piratare – il gioco avrebbe sulla casa di produzione. Che diciamolo, non è indie e si risolleverebbe senza problemi se dovesse floppare, così come i suoi dipendenti, che sono stati pagati, non verrebbero licenziati.
Trovo anche sciocco pararsi dietro l’idea che non abbia senso non espandere ulteriormente il mondo narrativo della Rowling, quando esistono già un numero di cui ho perso il conto di libri (i sette più quelli corollari), dieci film, lo spettacolo teatrale che si fa finta non esista, eccetera: anche se si riuscisse a boicottare la Rowling fino a non farle più pubblicare nulla di nuovo in alcun formato, la sua opera continuerebbe a esistere e si potrebbe tornare a fruirne in qualsiasi momento.
Ad essere brutalmente onesto, tutte queste sono scuse di persone che non vogliono ammettere che la serie ha per loro più valore dei diritti della comunità trans. Non voglio farne una colpa, ognuno si sceglie le proprie battaglie, ma forse ammetterlo porterebbe quantomeno un po’ di chiarezza.

Parlandone con altri fan, l’unico vero cruccio morale sarebbe relativo ad Animali Fantastici: come mi hanno fatto notare, è ingenuo da parte mia sperare che, se il film floppasse per colpa delle esternazioni della Rowling, Hollywood non se la prenderebbe invece con le persone direttamente coinvolte nella produzione. Vero, cast e crew sono pagati per il lavoro fisicamente svolto, non in base al botteghino, e difficilmente si farebbero fuori professionisti così. Ma le carriere di molti attori – e in particolare molte attrici – sono state stroncate da un flop dovuto a fattori del tutto indipendenti dalla loro performance, che è anzi stata spesso definita come uno dei punti di forza del film o della serie: un boicottaggio in quel frangente potrebbe davvero nuocere ad alcune persone senza portare, da solo, un beneficio tangibile alla causa.
 
Personalmente, comunque, sono pronto a mettere da parte l’universo potteriano almeno per un po’ e almeno pubblicamente. Rileggerò sicuramente i libri, continuerò a parlarne con i miei amici, ma ho tolto i riferimenti decontestualizzati dai miei profili online. Non vorrei mai, mai che qualche persona trans aprisse un mio profilo, fosse anche PlanetRomeo, leggesse che sono Ravenclaw e pensasse che per me è più importante del suo diritto a esistere ed essere se stess*.
Quanto alla Rowling, forse è davvero in buona fede, ma deve capire che l’attivismo non è un sostituto della terapia. La sua transfobia affonda le radici nell’odio per tutto ciò che ha (o ha avuto) un pene perché ha subito abusi domestici. Per questo ha la mia compassione incondizionata, ma non le dà comunque il diritto di rovinare la vita altrui nella sua crociata di vendetta. Perché lei, assieme Rose McGowan, Asia Argento e tante altre “attiviste”, agisce mossa dal rancore, non dal desiderio di migliorare le cose, ed è questo a renderla cieca ai danni collaterali che si lascia dietro.

Friday, 12 June 2020

Essere Corvonero nel Mese del Pride 2020

Cara JK,

Sono un Corvonero fatto, finito e pure orgoglioso. Lo metto in tutte le mie biografie online (perfino sulle app di dating) e, se mi presento a qualche potterhead, è una delle prime cose che dico su di me.
E sai che c’è? In un certo senso, l’ho scelto io. Al mio primo giro su Pottermore sono stato smistato in Serpeverde, solo al secondo in Corvonero. Mi si potrebbe definire uno hatstall, un testurbante, e mi definisco Corvonero perché mi ci identifico spontaneamente: ho scelto di essere Corvonero invece che Serpeverde.
Hai già capito dove sto andando a parare, vero?
 
Cioè, immagino che lo capisca anche se chiaramente tu un Corvonero non lo sei proprio: ci vorrebbe un minimo di cervello per capire che il Mese del Pride potrebbe non essere il momento migliore per sollevare una controversia sul diritto delle persone trans di identificarsi col genere che sentono loro – per non parlare delle persone non-binarie o agender, perché se non riesci a concepire l’esistenza delle persone trans, non ha senso sovraccaricare il tuo cervellino di mezza età con tutto il resto.
E sì, sto volutamente semplificando le tue affermazioni: chiaramente ammetti che le persone trans esistono fisicamente, semplicemente non pensi che la loro esperienza di vita sia valida, che abbiano diritto ad autodeterminarsi, o che la loro condizione abbia bisogno di protezione contro la discriminazione – il che è anche peggio.
Il punto è che ultimamente sto riflettendo se sia il caso di continuare a identificarmi cone Corvonero, pubblicamente e non. Un po’ da dicembre, molto negli ultimi giorni.
Non che abbia problemi con la Casata stessa, ci mancherebbe, ma ne ho nel continuare ad associarmi alla tua proprietà intellettuale.
Ma poi mi sono detto, perché dovrei rinunciare a qualcosa che mi ha aiutato a dar forma alla mia visione del mondo solo perché l’autrice è una TERF? Penso sia arrivato il momento di invocare la Morte dell’Autore.

Il che significa, Jo, che la tua opera è diventata più grande di te, chiaramente più della tua piccola mentalità. Sì, avresti potuto gestire meglio le questioni razziali vere e la rappresentazione nel testo vero e proprio è pressoché nulla al di fuori della stretta eteronormatività, ma hai anche scritto e pubblicato la serie tra i primi Anni Novanta e metà Duemila, sarebbe ingiusto applicarvi gli standard attuali. Ma il punto è che l’intera tua opera è un grido contro la discriminazione e la violenza sulla base dello stato di nascita di una persona. Mostra quanto grande sia l’effetto che la discriminazione ha sia sulla vita quotidiana delle persone, sia sulla vita pubblica e la comunità in generale, e che le istituzioni hanno il compito di non lasciare indietro nessuno. Mostra sia come gesti anche piccoli possano ferire chiunque in qualunque momento, sia come la discriminazione sistemica e istituzionalizzata finisca per far collassare il tessuto stesso della società.
E questo, Joanne, è più grande di te. Il tuo messaggio è cresciuto più di te e sopravvivrà tutto ciò che sei come persona: la tua visione del mondo, i limiti a quanto tu sia "progressista", perfino la sincerità del tuo intento – che a questo punto può essere messa in dubbio – quando hai incluso queste tematiche nei tuoi libri.
In sostanza, il tuo bimbo letterario è cresciuto e può vivere senza di te. Possiamo amarlo nonostante abbiamo perso ogni ragione per amare chiunque l’abbia scritto. E anzi, il fatto che un messaggio così positivo abbia permeato la tua opera nonostante tu stessa discrimini un particolare gruppo la dice lunga su quanto sia fondamentale e universale, perché nemmeno la tua piccola mentalità meschina può impedirgli di diffondersi.
 
Detto questo, da Corvonero orgoglioso ti inviterò sempre a passare un po’ di tempo da sola col tuo cervello (possibilmente via da Twitter) a esplorare le ragioni per cui ti comporti in un certo modo, istruirti sia sulle ragioni empiriche del backlash che hai subito sia sulle esperienze aneddotiche delle persone reali che soffrono a causa di una mentalità come la tua, riconoscere i limiti dei pregiudizi che hai e superarli.
E sottolineo che lo dico da Corvonero perché la base stessa della tua posizione è fortemente antiscientifica ed è quindi antitetica con ciò che secondo il Cappello Parlante è il mio valore fondamentale.

Ad esempio, il tuo ragionamento non è solo transfobico, ma ha anche profonde radici nella misandria, che è altrettanto ingiusta. L’intero motivo per cui vorresti escludere le donne trans dai safe space ha radici nell’idea che, per creare un luogo sicuro per le donne, tutto ciò che ha a che fare con gli uomini, per quanto alla lontana, debba essere escluso. Le implicazioni sono che a) tutti gli uomini sono intrinsecamente violenti e predatori, a prescindere dalle loro esperienze di vita, b) le donne trans sono intrinsecamente violente e predatrici a causa del cromosoma con cui sono nate, a prescindere dalle loro esperienze di vita e personalità, e c) non riconosci che anche le donne cisgender possono essere violente e predatrici, sia verso le altre donne che verso gli uomini.
Tutto questo, semplicemente, non è vero: è confutato dalla scienza stessa e, se continui a negarlo, fai prima ad ammettere che è frutto di un tuo pregiudizio, così possiamo metterci l’anima in pace.
E lasciami anche sottolineare un’ovvietà: nel fare ciò, discrimini le donne trans due volte, sia per chi sono (donne trans) sia per chi non sono (uomini). Pensi ch sia giusto? Pensi che qualsiasi causa tu creda di difendere ne valga la pena? Pensi di poterti definire progressista e socialmente consapevole? Non puoi, perché ciò per cui lotti è il riconoscimento dei tuoi pregiudizi, una parte dei quali coincide marginalmente con una causa progressista.
 
Proprio quest’anno, in cui il Mese del Pride è coinciso con Black Lives Matter e abbiamo visto come tutte le cause sociali siano interconnesse e vadano combattute in un fronte unitario, non c’è proprio spazio per te e il tuo tipo di “attivismo sociale”. Abbiamo bisogno di alleanza e unità, non esclusione ed elitismo. Non possiamo accettare qualcuno che pensa sia giusto lottare per una causa a discapito di un’altra.
Detto in soldoni, levati di mezzo, perché il femminismo starà meglio senza di te e le tue amiche TERF, mentre l’attivismo LGBTQ+ non ha bisogno di finire nel tuo fuoco incrociato, grazie.

Wednesday, 1 January 2020

Roar


È assolutamente irrazionale, lo so, ma a questo gito sotto sotto sono un po’ entusiasta del Capodanno. L’unico motivo è che sono iniziati gli Anni Venti, e una qualche parte di me spera che, esteticamente e spiritualmente, possano riportarci ai veri Anni Venti. Quelli del secolo scorso, con le fingerwaves, i lustrini, le frange, il trucco pesante, le piume di struzzo e i turbanti. Gli Anni Venti di Agatha Christie, dei viaggi archeologici in Medioriente, della spensieratezza, del gin, del jazz, del charleston, del cinema muto, delle sedute spiritiche.

Che poi, di avvisaglie degli Anni Venti ne abbiamo avute ultimamente, specie qui in Italia, ma quelle sbagliate. Siamo al giro di boa, al centenario di ciò che ha innescato la pagina più buia della già difficile storia europea: abbiamo la possibilità di riportare indietro il glamour e la bellezza di quel periodo senza per forza ripeterne gli errori.
La situazione attuale non è rosea, ma oggi è Capodanno. Di più, è l’alba di una nuova decade: voglio essere positivo. Voglio crederci, voglio pensare che saranno dieci anni di flapper e progressi sociali. Così come gli Anni Dieci sono iniziati bene e sono crollati verso la metà, questi Anni Venti possono iniziare dal fondo e risalire.

Abbiamo solo bisogno di crederci, convincerci e agire. Magari finiremo ad amare questi Anni Venti quanto abbiamo amato gli scorsi.


Sunday, 15 December 2019

Let it die

Ore 4:36.
Sono all’aeroporto di Bologna e, dopo una notte insonne che ha compreso il finale della prima stagione di Lost In Space con Katia via Netflix mobile e Discord, l’evoluzione di tutti i Pokémon con mossa esclusiva da community day su Pokémon Go, e cazzeggio sulle app di dating perché a una certa mi si è liquefatto il cervello e non sono riuscito a leggere i nuovi libri di Agatha Christie che ho comprato ieri notte alla Mondadori qui in aeroporto.
Per inciso, la commessa è una super fan come me e abbiamo passato una buona mezz’ora a parlare di Agatha mentre controllavamo sul catalogo quali fossero stati finalmente ristampati e quali ancora no.

Il motivo per cui scrivo queste annotazioni ora, comunque, è un altro: avrei ancora un’oretta a disposizione prima di dover fare il controllo sicurezza, visto che il gate mi chiude alle 6:20 (il decollo è previsto alle 6:50), ma sono stanco di stare nel limbo che è la lobby dell’aeroporto e vorrei accucciarmi su una qualche seggiola al gate fino all’ora di mettermi in fila per l’imbarco, con tutte le incombenze alle spalle.
Fatto quello, ovviamente, non potrò più uscire dall’aeroporto.

In inglese si dice che third time is the charm, la terza volta è quella buona. Non so nemmeno più se tecnicamente questa sia ancora la terza, o già la quarta? Voglio dire, l’estate scorsa c’è stata una parentesi che però non considero, visto che non ero affatto convinto, quindi tecnicamente il detto è ancora valido? Non lo so.
Il fatto sta che ho deciso che qualcosa deve morire con la vecchia decade, perché se non mi pongo un limite così perentorio non c’è via d’uscita, e il decesso è avvenuto alle ore 4:36 del mattino del 15 dicembre.
E sì, l’ennesimo post di cui probabilmente solo io coglierò il senso, ma sta qui giusto per ricordarmi quante ore, poi giorni, poi settimane, poi mesi saranno passati quando mi riguarderò indietro.

Saturday, 20 April 2019

Sospeso

Sono mesi che ho da editare delle foto di Lucca.
Sono mesi che cerco di leggere Alla Deriva di Agatha Christie.
Sono mesi che rimando quello e tante altre cose.

Per quanto riguarda le foto di Lucca, in realtà il motivo è semplice: non sono molto sicuro della qualità del mio lavoro, quindi mi lascio prendere dai dubbi e le crisi di coscienza e finisco per paralizzarmi sul posto. (D’altro canto, è uno degli unici shoot che ho fatto pro bono e quindi non c’è il fatto di esser stato pagato in anticipo a mettermi fretta). Prima o poi mi farò passare le paranoie e mi metterò a editare, ma quel giorno probabilmente non sarà oggi, né domani, né dopodomani.

Per quanto riguarda Alla Deriva, ho il vizio di ritardare i “premi” che do a me stesso fino a, uhm, data da destinarsi. Leggere è qualcosa che mi dà gioia, che sento ancora come speciale e che mi piace concedermi alla fine di un momento di produttività per rilassarmi e appagarmi. Naturalmente, non aver ancora finito le foto di Lucca significa che non sono stato produttivo, quindi non mi merito di leggere, quindi Alla Deriva resta lì a prendere la polvere sul comodino. Fossi almeno uno di quelli che non è produttivo perché troppo impegnato a godersi la vita, e invece neanche quello.

La cosa che mi stizzisce di più delle mie procrastinazioni, però, è che ho buttato all’aria l’occasione di celebrare il decennale del mio primo photoshoot con una reflex. Anche se coinvolgere Veronica sarebbe stato impossibile, avrei potuto organizzare qualcosa a Venezia, cercare di ripercorrere i luoghi che avevamo visitato, fare qualcosa che richiamasse il mood generale di quelle foto pur con l’evoluzione stilistica abissale che c’è stata nel frattempo.
Invece, mi sono trovato sospeso su una questione di una certa importanza e di cui non è ancora il caso di parlare qui, e questo mi ha privato dello spirito d’iniziativa su moltissime cose. Non tanto perché mi aspetto di essere chiamato da un momento all’altro – se quel giorno ho organizzato di essere a Venezia, dopo tre-quattro mesi di attesa posso benissimo dire “Senti, bello, se ne riparla dopo il week end” – quanto perché il fatto che non si muova nulla su quel fronte fa sì che abbia paura di muovermi su qualunque altro. Come se un solo fiato potesse sbilanciare una situazione congelata nel tempo e farla precipitare nella direzione sbagliata.

Il che è forse un po’ il motivo per cui non mi decido a fare quelle foto di Lucca: sono un collegamento col prima, e risolverlo significherebbe lasciarmi alle spalle quel momento senza la certezza che ciò che c’è stato dopo porti qualche risultato. Così posso fingere, invece, che non sia ancora passato tutto questo tempo e che il procrastinare altrui non inizi a essere sempre più preoccupante.

Monday, 19 February 2018

Special K

“Avrebbe potuto confidarsi almeno con me” disse Lenox, con una punta di amarezza.
“Sì” confermò Poirot con aria grave. “Avrebbe potuto fidarsi di voi. Ma mademoiselle ha passato tanta parte della sua vita ad ascoltare, e quelli che hanno tanto ascoltato hanno qualche difficoltà quando si tratta di parlare; si tengono dentro dispiaceri e gioie senza dir niente a nessuno.”
Il personaggio con cui mi identifico maggiormente in The Mystery of the Blue Train di Agatha Christie è Katherine Grey, dama di compagnia (leggi: badante) di un’anziana signora che, alla sua morte, è nominata erede universale e, con quei soldi, fa un viaggio che la coinvolge nell’avventura principale.
Ovviamente non per i soldi, ma perché Katherine “ascoltava solo a metà, ma intervenendo sempre a tono quando la signora s’interrompeva” e provava una “curiosa sensazione di sdoppiamento, cui era ormai abituata” anche mentre ascoltava altre persone chiacchierone.
Io di persone chiacchierone e che mi parlano sopra ne conosco molte.

Ultimamente sto postando molto, come non succedeva da anni (ora che l’ho detto, probabilmente, la magia finirà e non scriverò per i prossimi sette mesi). Precisamente da quando ancora ero abbastanza giovane e ingenuo da pensare fosse una buona idea spiattellare i miei piccoli drammi quotidiani su internet. Poi invecchiando (ormai non posso più dire “crescendo”) ho cambiato prospettiva, anche con l’arrivo dei social: i drammi quotidiani abbastanza stupidi da condividere trovavano posto su Facebook, quelli troppo pesanti per finire su Facebook era meglio tenerli per sé, e quando hanno chiuso Splinder ho perso l’abitudine a scrivere di me. Ed è così che, da quando mi sono spostato su Blogspot, ho preferito parlare di ciò che succede nel mondo, spesso lontano da me, piuttosto che di me stesso. Per quanto si tratti di film, libri, opere o avvenimenti politici che sento in qualche modo vicini, e che presento secondo la mia opinione e il mio vissuto, sono pur sempre un filtro fra me e il lettore, un modo di affrontare il mio mondo interiore più indiretto che scrivere “oggi mi è successo quello, mi sento così e penso questo”.

Ora il cerchio si chiude: sono tornato a condividere anche più del dovuto altenrando a faccende più globali. La Katherine Grey che è in me ha bisogno di essere ascoltata, ma non è molto brava a parlare: scrivere è un buon modo per fare ordine in faccende che confiderei a una sola persona al mondo (restando in tema “K”), assolvendo alla funzione comunicativa (e auto-comunicativa) senza pormi direttamente al centro dell’attenzione come sul feed di Facebook (perché siamo onesti: chi ci capita più, su un blog, se non inciampa su un link nei social?). Da questo punto di vista, sono contento di aver avuto la costanza di mantenere in vita un blog per tutti questi anni, anche se con periodi di magra: in momenti come questo, in cui ho bisogno di scrivere, posso farlo su uno spazio che documenta una parte della mia vita adulta e sento quindi come un prolungamento di me.
Del resto, forse da giovane non ero più stupido, ma meno rassegnato alla mia vita, con più forze per analizzare ciò che succede (anche se sotto forma di rant) per esorcizzarlo e capire come cambiarlo. Fissare i pensieri e, soprattutto, rileggerli è uno strumento davvero prezioso per chi è disabituato a far sentire la voce.

Sunday, 4 February 2018

Soupir d’automne (no name to call me by)

C’era qualcosa in quelle parole che tornarono alla mente di Katherine, dopo che era uscita dall’atelier, dandole un vago senso di malinconia.
“Soupir d’automne; oh sì, mademoiselle, pare fatto apposta per voi.” Era già autunno, per lei, senza che avesse mai conosciuto, e senza speranza di conoscere più, né primavera né estate. Tutto ciò era perso, per lei, e nessuno avrebbe potuto restituirglielo.
C’è una cosa in Call Me By Your Name che mi ha lasciato l’amaro in bocca più del finale: è stata la sensazione di quanto della mia vita mi sia scorso accanto senza che provassi ad afferrarlo e godermelo.
Call Me By Your Name è una storia piuttosto semplice, quasi banale: un adolescente si innamora di un uomo più grande, passano un estate insieme fra flirt e passione, e alla fine (spoiler) lui ci rimane scottato malamente. Questa semplicità, oltre a permettere di concentrarsi sullo stile, lascia molto spazio all’esplorazione dei sentimenti dei personaggi, il che va a suscitare un grande impatto emotivo.
Ed è stato proprio rendermi conto delle emozioni provate da questi personaggi che mi ha fatto sentire molto come Katherine Grey da The Mystery of the Blue Train di Agatha Christie nella citazione di sopra: ormai quasi sulla soglia dei trenta, io non le ho mai provate e, quasi certamente, non le proverò mai.

Ci vuole una certa innocenza per essere Elio Perlman. Certo, l’amore va e viene a qualsiasi età, non lo metto in dubbio. È possibilissimo che l’anno prossimo, a trent’anni fatti e compiuti, mi innamori di qualcuno e finisca per farmi trascinare in un vortice di emozioni, sentimenti, dubbi, flirt estivi, pesche e quant’altro. Ma non sarà mai la stessa cosa.
Non ho mai vissuto un vero e proprio amore adolescenziale e non ne vivrò mai uno con quell’intensità. Sono cresciuto, la vita è trascorsa, mi sono indurito, sono diventato cinico, scollegato dai miei stessi sentimenti, diffidente verso il prossimo e cauto nelle relazioni. Non devo rendere conto a nessuno della mia vita (sentimentale e non), quindi non vivrò mai un grande amore in segreto, cercando di non farmi beccare dai miei perché omg, chissà cosa diranno se lo scopriranno. Non ho più l’immaturità per credere ai grandi gesti romantici e con ogni probabilità, se qualcuno se ne uscisse dicendomi di chiamarci con i rispettivi nomi, gli riderei in faccia, perché sono a un punto della mia vita in cui da una relazione mi aspetto concretezza, non giochi spensierati.

Seguendo il dramma di Elio Perlman, mi sono sentito come se mi fosse mancata una parte fondamentale della mia vita. Ho passato l’adolescenza aspettando il momento in cui me ne sarei andato da Alghero e avrei iniziato davvero a vivere. Non ho mai legato davvero con i miei coetanei perché mi sentivo totalmente fuori posto. Le due storie d’amore che ho avuto sono state a distanza ed è mancato loro ogni risvolto fisico. Ho saltato quasi tutta la fase dei primi esperimenti sessuali, in cui è lecito essere goffi e inesperti: il primo ragazzo con cui sono stato non ha mai saputo di esserlo e a quel punto avevo un tale bagaglio di conoscenze teoriche che ho dato una performance impeccabile come se fossero anni che facevo sesso. Non ho mai vissuto nulla di tutto ciò con l’innocenza di un ragazzino, e non so dove ciò mi collochi ora.

Così eccomi qui, a guardare un film su una storia d’amore adolescenziale e provare nostalgia per qualcosa che non ho mai vissuto. Fantastico.

Saturday, 27 August 2016

Addio, ermo colle

La villetta dietro il mio palazzo, qui ad Alghero, era francamente davvero brutta. Aveva una pianta irregolare, il tetto piatto nella speranza (mai realizzata) di sopraelevarla di un piano, colonnine in finto marmo per sostenere una specie di porticato interno, un ex-vialetto per parcheggiare l’auto trasformato in una mezza veranda coperta alla ben’e meglio… solo il giardino, a parte gli orribili vialetti in cemento, era ben tenuto, pieno di rose e piante.
Giardino a parte, però, il motivo per cui tolleravo ben volentieri la bruttura di quella villetta era il suo essere di un solo piano (due, massimo tre se mai avessero ottenuto i permessi per sopraelevare). Il che lasciava, dal mio punto di vantaggio al quarto piano, un intero angolo di visuale libera di spaziare, attraverso un quartiere di palazzi relativamente bassi, fino alla campagna oltre la periferia algherese e, oltre, il “Monte” San Giuliano e le colline verso Villanova. La notte, andando in bagno, riuscivo a vedere tutte le stelle che sorgevano (grazie anche al continuo malfunzionamento dei lampioni in zona, ma quello è un altro discorso); il pomeriggio, il paesaggio era illuminato dai raggi del sole che tramontava; la mattina, fra maggio e luglio, i raggi del sole che sorgeva entravano dalla finestra del bagno o della cucina e illuminavano tutto di una luce caramellata. Insomma, non avevo da lamentarmi del panorama che si vedeva dal mio appartamento, specie perché dall’altra parte la visuale è bloccata da un palazzo ancora più alto del mio (e davvero brutto).

Sempre caro mi fu quest’ermo colle…?
Poi i proprietari della villetta sono morti di vecchiaia e, ovviamente, gli eredi l’hanno venduta. Tornando a casa per le vacanze, quest’anno, non l’ho più trovata: l’avevano già buttata giù e ora hanno passato il resto del mese a scavare un piano e mezzo sotto il livello stradale per gettare le fondamenta di un nuovo palazzo.
Ho sperato fino all’ultimo che, considerando che la maggior parte dei palazzi circostanti non vanno oltre i tre-quattro piani, si fermassero a quelli, ma no: il progetto esposto nel cantiere ha finalmente mostrato che sarà un mostro da sette piani. “Farewell, happy fields where joy forever dwells. Hail, horrors, hail”.

Tralasciamo che non colgo il bisogno di costruire un palazzone con almeno dodici nuovi appartamenti: la densitò abitativa di Alghero non richiede certo uno sviluppo verticale, specie in una zona in cui gli ultimi tre palazzi alti costruiti nei giro di cinque-sei anni sono ancora per metà sfitti e ce ne sono altri due in completamento; francamente, un palazzo come quello rosa pallido nella foto, che si troverà di fronte all’obbrobrio, sarebbe bastato e avanzato ai fini della domanda abitativa – ma anche una semplice soprelevazione della vecchia villetta. Con i prezzi che sparano (per appartamenti anche piccoli, come saranno probabilmente questi), la gente ha smesso di comprare qui e preferisce farlo a Olmedo, il paese vicino, che è anche a metà strada per la commercialmente molto più fornita Sassari; non penso che il mercato immobiliare algherese avesse bisogno di tutte queste unità abitative extra. Insomma, se ‘sti idioti ora vanno a togliermi la vista del Monte San Giuliano è chiaramente perché dagli Anni Settanta a questa parte non abbiamo imparato una mazza e ad Alghero la speculazione edilizia regna ancora sovrana, al diavolo le conseguenze urbanistiche, sociali ed economiche. Ok.
E no, in questi anni non ho passato ogni secondo del mio tempo libero a guardare l’ermo colle fuori dalla finestra, ma in questo momento mi trovo a dover elaborare il lutto. Forse proprio a livello concettuale, più che pratico: qualcosa nella mia casa, quello che dovrebbe essere il mio regno, sta per cambiare irrimediabilmente e in peggio per cause che sfuggono al mio controllo. Nel corso di tutti questi anni ho osservato la zona cambiare, ho visto nuovi palazzi sorgere ed espandere la città, e lo sviluppo urbano non mi sorprende di per sé; è proprio il pensiero che, stavolta, ne sarò tagliato fuori, non potrò più osservare la città crescere e l’ermo colle vegliare sulle case, che mi rattrista. E anche all’atto pratico, a parte che non avrò più il panorama da guardare mentre mi siedo sul water, ci sarà meno luce in casa e, probabilmente, anche meno silenzio e privacy.
Insomma, è un altro cambiamento non voluto, e a farmi incazzare è che sono stati motivi davvero ingiusti a causarlo. Non mi resta che elaborare il lutto e rassegnarmi alla perdita del panorama. Grazie, speculazione edilizia; grazie davvero.

Thursday, 28 July 2016

Postumi da Black Dahlia


È da stamattina alle cinque, quando ho finito di leggere The Black Dahlia di James Ellroy, che mi sento vuoto, generalmente infelice, a momenti quasi in punta di lacrime; amo e odio appassionarmi così tanto ai libri proprio perché so che più corro verso le ultime pagine, più cadrò di faccia e non saprò cosa fare della mia vita non appena avrò finito. Per dire, l’anno scorso la rilettura di Gatsby (divorato, come quest’anno Dahlia, per lo più all’ombra di San Lorenzo a Firenze sulla via per il Merilend) l’ho interrotta a tre capitoli dalla fine e ripresa solo dopo qualche settimana, cosa che non potevo fare con un noir poliziesco perché a) non l’avevo mai letto prima, e b) porca miseria chi ha ucciso Elizabeth? non poteva aspettare tanto. Così ho fatto tardissimo per terminare il libro e ora niente, non mi sentivo così da anni; mi viene in mente quando ho finito Narciso e Boccadoro di Hesse nel 2009.
Forse l’analogia non è casuale e la mia mente ha fatto il collegamento perché questi due libri hanno due caratteristiche in comune: entrambi sono venati di nichilismo e sta al lettore stabilire se il viaggio dei protagonisti ne sia valso la pena, e in entrambi il tema del cameratismo virile, dell’amicizia indissolubile fra due uomini come filo conduttore, è decisamente overplayed da quelli che l’hanno letto e lo consigliano rispetto alla sua reale portata nella narrazione – sì, c’è, ma non è su quello che si regge il libro. Da qui in poi, spoiler alert su tutto, siete avvisati.


In realtà, laddove ho grosse riserve sul Narciso, ho adorato completamente la Dahlia. Anzi, i punti deboli dell’opera di Hesse sono quelli forti di Ellroy. Prendiamo l’amicizia fra Bucky e Lee: non è appena accennata e poi dimenticata come in Hesse, qui il libro si prende tutto un prologo e sei interi capitoli che dedica specificamente a loro, a definire entrambi i personaggi sebbene il narratore sia solo Bucky, stabilire come si conoscono, quali momenti salienti li portano a diventare amici, che dinamiche si instaurano fra loro, come funziona il triangolo-non-triangolo fra loro due e Kay Lake, e gettare le basi per gli sviluppi successivi. È solo a quel punto che parte la trama e arriva la Dahlia e, sebbene il rapporto sfumi e finisca sullo sfondo, lo fa con naturalezza e costruisce la tensione per il successivo colpo di scena: la sparizione di Lee. E anche dopo che i due amici finiscono per essere divisi, il rapporto continua a influenzare Bucky: il ritrovamento del cadavere di Lee è una scena talmente potente che mi vengono gli occhi lucidi a ripensarci ancora il giorno dopo (vi avevo avvisati degli spoiler). Perfino nel post-mortem Lee è importante: scoprire i torbidi segreti del suo passato non fa che rendere ogni sua successiva menzione una stilettata al cuore per il contrasto con quanto l’amicizia era positiva a inizio libro, e la complessità del rapporto fra lui, Bucky e Kay rende credibile che Bucky, inizialmente distaccato ed esasperato dal caso della Dahlia, finisca per ossessionarsene più di tutti seguendo le orme di Lee.
E poi c’è il finale dal tono ambiguo. In realtà, già tutta la seconda metà del libro lascia intendere che non sarà lieto in senso stretto: la morte di Lee è il punto di non ritorno, il momento in cui sai che le cose non saranno mai come prima. Forse, lieto, lo si può considerare potenzialmente: Bucky e Kay stanno per riunirsi e tentare di iniziare una nuova vita. Ma tutto il resto è stato completamente distrutto dalla Dahlia; Kay lo dice proprio: “She disrupted our lives and we never even knew her”. Il triangolo-non-triangolo ha perso irreparabilmente un lato con Lee; anche il lato Bucky-Kay si è spezzato del tutto e non è detto che, dopo i trascorsi, le tensioni, le bugie, le omissioni, i tradimenti, si riesca a riparare; la bella casa Art Decò è in vendita, i mobili a pezzi; la promettente carriera da detective di Bucky è distrutta, terminata con disonore; perfino personaggi che detesti fanno una pessima fine per colpa di quel caso. E poi c’è lei, Elizabeth Short: torturata, mutilata, uccisa e tagliata in due, una fine talmente agghiacciante che nessuna giustizia o vendetta potrà mai porvi rimedio – specie perché alla fine il vero colpevole la farà franca. Anche alla luce di questo, come non chiedersi: ma ne è valsa la pena? Se mesi prima l’attenzione di una certa persona non fosse ricaduta su Elizabeth, innescando la catena di eventi che hanno portato alla sua morte, quante persone ora vivrebbero meglio (o vivrebbero ancora)? È una situazione paradossale, perché è terribile osservare pagina per pagina come la vicenda della Black Dahlia non faccia che peggiorare le cose per tanti personaggi a cui ti sei affezionato, senza che alla fine ne venga fuori nulla, nulla di buono, ed essere allo stesso tempo soddisfatto perché il finale è semplicemente perfetto in termini narrativi. Non è buttato lì tanto per finire prematuramente il libro su una nota mistica come in Narciso e Boccadoro: ogni filo spezzato viene riannodato, ogni storia si consuma e finisce, e ci si ritrova semplicemente a contemplare quanto tutto, nella vita concreta, quotidiana, sia ingiusto e sbagliato perfino in un libro, anche per i personaggi che impariamo ad amare. Alcuni ci mancheranno sempre, per altri spereremo, pur sapendo che le cose non saranno mai più facili.

E niente, eccomi qui, a pezzi per Lee Blanchard, per come la sua morte ha investito anche Bucky Bleichert e Kay Lake, per come anche la sua vita ha fatto del male a Bucky, per tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, come di fronte a una morte reale. E a proposito di “avrebbe potuto essere”, mi aspettavo di vedere Lee e Bucky scambiarsi idee durante le indagini, alternarsi al timone, discendere lentamente insieme nell’ossessione, e invece il romanzo ha aggirato le mie aspettative per darmi qualcosa di inaspettato e magnetico. Credo che già il fatto di aver tirato fuori un rant senza capo né coda in cui piango la morte e la vita di personaggi immaginari implichi che Ellroy ha fatto un gran bel lavoro e creato un universo a cui è facile affezionarsi e in cui è così bello perdersi.

Wednesday, 11 May 2016

I froci di Schrödinger, o combattere la tolleranza repressiva

È impossibile inquadrare il DDL Cirinnà, le sue conquiste, le sue perdite, il suo iter travagliato, le reazioni che ha suscitato e il confronto con altre realtà occidentali senza considerare il contesto storico dell’omosessualità in Italia. È un argomento vastissimo, per approfondire il quale raccomando le pubblicazioni di Giovanni dall’Orto, sia i saggi sul sito che il libro Tutta Un’Altra Storia, ma il sunto semplificato e banalizzato è: essere cittadini di serie B è importante e perfino utile. Essere discriminati legalmente e istituzionalmente, piuttosto che solo socialmente, è ciò che dà la spinta al cambiamento.
A differenza di molte nazioni europee, l’Italia unita non ha mai avuto una legge che criminalizzasse l’omosessualità; ad eccezione dello Stato Pontificio, gli stati regionali che ne avevano una l’hanno vista decadere con l’arrivo di Napoleone, tant’è che per tutto l’Ottocento l’Italia è stata una specie di paradiso del turismo (omo)sessuale europeo; mentre all’estero si finiva in carcere per sodomia, i tentativi parlamentari di criminalizzare l’omosessualità in Italia sono stati apertamente osteggiati e respinti a più riprese, perfino in epoca fascista. E se è vero che sotto il regime c’è stato il confino per sodomia, è stato un fenomeno estremamente limitato e portato avanti per lo più su iniziativa personale di alcuni ufficiali pubblici piuttosto che su scala statale. Tutto questo per dire: davvero storicamente l’Italia è stata addirittura più avanti del resto d’Europa sul tema dei diritti LGBT? Perfino sotto il fascismo?
In breve, la risposta è: NO. La mancanza di un intervento istituzionale, in questo caso negativo, sulla questione omosessuale in Italia non è stato dovuto tanto a progressismo, quanto a ciò che Giovanni dall’Orto chiama “tolleranza repressiva”; volendo, qui potremmo chiamala “i froci di Schrödinger”.
Detto in soldoni: fino a oggi pomeriggio, secondo lo stato italiano i froci si trovavano in uno stato quantistico per cui esistevano e non esistevano al tempo stesso. Esistevano, ma erano un problema delegato alla Chiesa Cattolica e alla sua azione di influenza sociale: ovvero, la Chiesa insegnava la repressione ed era la “giustizia popolare” a punirli sotto forma di ostracismo sociale, le (non tanto) occasionali botte, olio di ricino quando andava di moda e altri modi che non entravano mai in ambito giuridico. Ma non esistevano perché, così facendo, lo Stato se ne lavava le mani: non li puniva, ma nemmeno li tutelava o dava loro diritti; semplicemente, faceva come se non ci fossero. Un arresto pubblico con tanto di processo e copertura mediatica avrebbe significato attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, per quanto ostile, sull’esistenza della sodomia; così invece era tutto silenzioso e si poteva far finta che la “devianza dalla norma” fosse, al massimo, episodica, o comunque non un fenomeno degno di nota – anzi, questo è stato un punto particolarmente enfatizzato durante il fascismo, secondo il quale tutti i maschi italici erano virili e l’omosessualità semplicemente non esisteva, era roba da Inglesi e Francesi.
Alla lunga, come metodo si è rivelato molto più efficace del modello Centroeuropeo: uno Stato che riconosce i froci in senso negativo non può far finta che non esistano. Nel momento in cui c’è una persecuzione sistematica, in cui è anzi la legge stessa che persegue una fetta della popolazione, questa si sente più motivata a unirsi e fare lotta di classe per liberarsi. È per questo che nei paesi Centroeuropei i movimenti omosessuali sono nati prima, sono stati più incisivi, più organizzati, e hanno ottenuto risultati più in fretta: da una parte dovevano realmente salvarsi la pelle, dall’altra combattevano contro un obiettivo preciso (le istituzioni); inoltre, l’opinione pubblica, che nel tempo ha iniziato a mutare, era consapevole in maniera inequivocabile della loro presenza. Erano legalmente riconosciuti non come cittadini di serie B, proprio come cittadini di serie Z, ed è su questa base che hanno costruito la loro lotta: uno stato che prima ti riconosceva come criminale e si è reso conto di aver preso una cantonata non può far finta di non riconoscerti come cittadino quando gli chiedi diritti.
Al contrario, in Italia non c’è mai stata una motivazione forte come il rischio di finire in carcere a unire la comunità LGBT; lo Stato non ha mai riconosciuto l’esistenza del “fenomeno” gay, per cui anche tutelarlo in qualche modo era superfluo perché l’omofobia, così come la richiesta di diritti, poteva passare per un “episodio” isolato, piuttosto che il sintomo di un malessere diffuso; e l’opinione pubblica non ha mai considerato l’omosessuale oltre il ruolo di macchietta nei siparietti comici, non si è mai soffermata sul fatto che è una persona, non ha mai preso parte al dibattito rischiando di entrare in contatto con studi e dati scientifici che sfatassero il pregiudizio.

In sostanza, se solo oggi in Italia si è compiuto quello che per molti paesi è stato un primo passo avvenuto decenni fa sull’equiparazione dei diritti, in parte è per la spinta retriva di una Chiesa Cattolica molto più presente, in parte è proprio per l’eredità che la tolleranza repressiva ci ha lasciato tutt’ora: questi froci di Schrödinger che quando esistono danno tanto fastidio, ma in realtà non esistono e non c’è proprio bisogno di fare leggi per loro. In Europa sono stati sì cittadini di serie Z, ma pur sempre cittadini che, a forza di lotte, hanno risalito tutto l’alfabeto, conquistato sempre più alleati che si accorgevano dei problemi reali che la legge poneva loro, trovato nemici che si sono resi sempre più ridicoli e poco credibili, e col tempo sono diventati prima cittadini di serie B e infine di serie A. In Italia erano non-entità che, formalmente, non avevano nulla di cui lamentarsi. Nulla vietava loro di essere froci, cazzo volevano ancora? In quattro gatti sui tacchi, poi? E siamo sicuri che siano davvero froci e non sia tutto un capriccio?
Per questo sì, il DDL Cirinnà per come è arrivato al traguardo è probabilmente anacronistico rispetto al resto d’Europa; ma, nel resto d’Europa, il movimento omosessuale non è dovuto partire dalla non-esistenza. Nel momento in cui lo Stato ci ha riconosciuti come cittadini di serie B, siamo per lo meno diventati cittadini. L’opinione pubblica ha scoperto che esistiamo al di fuori del comic relief. La gente si è interessata alla nostra battaglia e ha capito che cose che loro danno per scontate noi non le abbiamo. Ci siamo fatti degli acerrimi detrattori che danno voce alla loro opinione in maniera talmente goffa e incoerente che quelli con un po’ di buon senso (che dai, non sono così pochi) finiranno per svegliarsi anche se non si interessano davvero a noi.
Per cui, il sunto è che sentirsi delusi e amareggiati è lecito, ma sintomo di una leggera miopia storica – di cui comunque non c’è da vergognarsi, non è un argomento su cui si trova molta letteratura. Dato il contesto storico dell’omosessualità in Italia (e, ripeto, ho solo scalfito la superficie della questione), forse semplicemente non era possibile pretendere di più. E sì, essere considerati “meno cittadini” di altri è fastidioso e insultante, ma è comunque meglio che non essere considerati proprio: abbiamo acquisito il grande risultato di avere un riconoscimento legale della nostra esistenza per la prima volta dall’Unità d’Italia. Prima o poi, una società fa il suo corso e un riconoscimento legale ingiusto viene emendato; con la velocità con cui la società evolve oggi, non solo la proposta di referendum abrogativo naufragherà miseramente in un facepalm collettivo, ma probabilmente non dovremo nemmeno aspettare altri centocinquant’anni prima di ottenere la priena parità.
Per cui, nella giusta prospettiva storica, questo DDL Cirinnà io lo accolgo con un certo ottimismo: abbiamo sconfitto la tolleranza repressiva e l’inesistenza istituzionale, i primi grandi mostri sociali di cui eravamo vittima. Ora sarà più difficile ignorarci.

Wednesday, 4 May 2016

Al gioco del trono o si perde o si perde.

Nel caso di Gionsnò, soprattutto, non c’è una terza possibilità.

Diciamolo sinceramente: un po’ Game of Thrones sta raccogliendo quello che ha seminato. La quinta stagione è stata un grosso pasticcio che ha deluso molti (troppi) spettatori; ricevere una vera seconda possibilità è difficile per una serie tv: quando lo spettatore si sente tradito, è disilluso e inizia ad aspettare lo show al varco, pronto a sottolineare tutti gli diferti su cui prima, con gli occhi a cuoricino, soprassedeva. Questa è e continuerà a essere la maledizione della sesta stagione, e molte delle idee che presenterà saranno accolte con lo scetticismo che un po’ di cura in più in passato avrebbe evitato.
C’è anche l’altro grosso problema: difficilmente ai lettori andrà davvero bene qualcosa. Qui non si tratta più di soddisfare aspttative nate in un anno di pausa della serie: buona parte degli eventi di quest’anno vanno a dare risposte ad almeno cinque anni, cinque, di domande, speculazioni, teorie, controteorie e analisi che girano da quando Martin ha pubblicato l’ultimo libro fitto di cliffhanger, A Dance With Dragons, nel 2011. Ora, più il tempo passa, più le aspettative crescono: mentre aspetti che la serie vada avanti, cosa ti resta se non cercare indizi su come andranno le cose perfino nella disposizione delle virgole?
Se fosse stato Martin stesso a spezzare l’attesa e dare le risposte, avrebbe avuto modo di ripagare l’attesa. La pagina scritta è uno strumento potentissimo che permette di indugiare su una scena, fornire dettagli, sviscerare le emozioni e i pensieri dei personaggi coinvolti, di riempire con qualcosa di sostanziale quel lasso di tempo in cui si procrastina un evento per far crescere la tensione. Lo schermo semplicemente non ha questo potere perché deve economizzare il tempo a sua disposizione: niente monologhi interiori che riempiono il build up, ed è più probabile che il grande momento sbatta la faccia per terra quando arriva.

Per questo, la resurrezione di Gionsnò non avrebbe mai, mai, MAI potuto essere soddisfacente nello show per chi la aspetta da anni sulla pagina. In primo luogo per i motivi di cui sopra. E poi perché diciamolo: non è un colpo di scena. Ce lo aspettavamo tutti, abbiamo avuto il tempo per abituarci all’idea e prevederla. In questi cinque anni, i lettori hanno teorizzato a lungo su come Melisandre avrebbe riportato indietro Gionsnò; o che non sarebbe stata lei, ma gli Altri, o il legame magico con Ghost, o il sangue Targaryen, o qualcos’altro. Qualsiasi teoria fosse stata concepita, o è stata confermata e quindi “la scena è stata prevedibile”, o, pur essendosi rivelata errata, ha avuto il tempo di far affezionare i lettori tanto da rendere qualsiasi alternativa scialba a confronto.
Per quanto riguarda la scenicità, forse una grande pira funebre con i poteri del Dio della Luce che fanno i fuochi d’artificio sarebbe stata più d’effetto, ma avrebbe avuto senso nel contesto dello show? Thoros di Myr ha riportato indietro Barric Dondarion con una preghiera e un gioco di mani proprio come ha fatto Melisandre, senza effetti speciali: abbiamo avuto tre stagioni per dimenticarcene, ma i fuochi pirotecnici avrebbero fatto storcere il naso a quelli che se ne ricordavano. Insomma, o da una parte o dall’altra non era proprio possibile accontentare il pubblico.
Anche dal punto di vista delle tempistiche la faccenda è perniciosa. La resurrezione di Gionsnò è stata improvvisa, sì, ma qual era l’alternativa? Altri cinque episodi con Kit Harrington sdraiato sul tavolo in rigor mortis, Melisandre con lo sguardo vacuo e Ser Cipolla che le fa pat pat sulla spalla per incoraggiarla? Cioè, cinque episodi non sono cinque capitoli di libro: quelli li divori, assieme a tutto ciò che c’è nel mezzo, in una, due sere, mentre cinque episodi sono cinque settimane di attesa e metà della stagione in cui non accade niente. In termini cinematografici, più che costruire la tensione sarebbe stato anticlimatico e avrebbe scatenato sbadigli. L’alternativa, quindi, era deluderci o annoiarci: lo show perde in ogni caso.

E non dico che sia privo di colpe, eh! È vero che la resurrezione di Gionsnò sta a questi due episodi come la walk of shame di Cersei sta alla scorsa stagione: quella è stata l’ennesima prevaricazione di una donna in una stagione che ne è stata piena, questo è l’ennesimo colpo di scena in due episodi con più plot twist di una soap opera. Insomma, si è persa un po’ nella freneticità degli eventi e non è spiccata abbastanza.
Ma resta il fatto che non possiamo giudicare lo show sulla base delle aspettative che la mancata uscita di The Winds Of Winter non ha soddisfatto: quelle domande che ci facciamo da anni non potranno essere soddisfatte con tanta profondità su schermo quanto lo sarebbero state su carta, vuoi per la differenza del mezzo comunicativo, vuoi per esigenze di adattamento, vuoi perché il tempo dello show è limitato in un modo in cui una mole di testo non lo è. Dobbiamo rassegnarci alla cosa e dare un po’ più di credito alla serie, se vogliamo continuare a guardarla. E criticarla dove davvero fa porcherie che non stanno né in cielo né in terra (sto guardando te, Dorne).
Tutto questo bisogna tenerlo a mente soprattutto la prossima settimana, specie se si segue i libri da tanto tempo: sono pronto a scommettere che avremo la conferma che R+L=J e stavolta gli anni di aspettativa per molti saranno venti. Non sarà mai come ce lo siamo immaginati, ma almeno la trama andrà avanti e avremo risposte certe: accontentiamoci.

Detto ciò, occupiamoci di personaggi di cui vale la pena occuparsi: FREE MARGAERY.

Wednesday, 20 May 2015

L’internet e il curioso caso di Sansa Stark

E niente, dopo Kim Kardashian, stavolta è Sansa Stark ad aver broken the internet. E per motivi tutto sommato simili: una la darebbe via come se non fosse nemmeno sua, l’altra (spoiler alert) l’ha preso senza volerlo davvero – perché è chiaro che l’internet si anima davvero solo quando c’è di mezzo il sesso. Fatto sta che i social network brulicano di stati e commenti in merito, i blog si sono spaccati fra pro e contro questa scelta narrativa, e perfino gente a cui fottesega ha avuto da dire la sua perché si è trovata tutte le dashboard invase.
Nel caso di Sansa in realtà c’è un po’ di più della sola questione sessuale: l’eterna faida fra i lettori dei libri di A Song of Ice and Fire e gli sceneggiatori di Game of Thrones che prendono la tangente e si inventano cose che nei libri non ci sono. Beh, se a questo giro anche io ci metto i miei due centesimi è perché quella scena ha disturbato anche me, e per vari motivi. Ho sempre più o meno difeso, o per lo meno tollerato, i cambiamenti apportati dalla serie tv perché maturando ho superato il mio complesso anti-cinematografico (beh, non su quel particolare film) e mi sono reso conto che certe scelte narrative su pellicola non funzionano bene quanto su carta. Ma qui mi è davvero sembrato che gli sceneggiatori abbiano passato il segno.

In sostanza, cosa è successo? (Spoiler alert, ovviamente).
Lord Baelish, nel suo ennesimo piano contorto, convince Sansa Stark, l’ultima erede (per quanto ne sanno tutti) di Winterfell, a sposare Ramsay Bolton, figlio del nuovo Comandante del Nord nonché sadico noto per scuoiare la gente viva, mutilarla e quant’altro. Bolton Padre ha tradito gli Stark, ha ucciso la madre e il fratello di Sansa e ha usurpato Winterfell, per cui immaginiamo che bella prospettiva matrimoniale per lei. Durante la prima notte di nozze, Ramsay strappa l’abito di Sansa, la piega sul letto e la violenta, costringendo Theon Greyjoy – praticamente un fratello acquisito di Sansa except it’s complicated, nonché torturato da Roose fino a essere ridotto alla più completa obbedienza – a guardare la scena.
La cosa è diversa dai libri in cui (spoiler alert):
Sansa è in incognito e al sicuro a The Eyrie sotto la protezione di Lord Baelish. A Winterfell, i Lannister inviano Jeyne Poole, un tempo migliore amica di Sansa ma caduta in disgrazia e addestrata come prostituta da Baelish, spacciandola per Arya Stark, la sorella minore di Sansa. È lei che Ramsay Bolton sposa in un matrimonio dinastico, violenta la prima notte di nozze e brutalizza nelle settimane successive, costringendo Theon a partecipare.
Ora, appurato che l’evento scabroso, lo stupro nuziale, c’è in entrambe le versioni, che di stupri nella serie tv ce ne sono stati come se piovesse e che lo show si è preso un mucchio di licenze, cosa ha turbato tanto l’internet per questa scelta narrativa? Beh, la cosa può essere interpretata sotto molti punti di vista.

• Dal punto di vista narrativo, è controproducente. Il personaggio di Sansa ha avuto una crescita lenta e difficoltosa nel corso della serie e solo dopo gli eventi della quarta stagione ha iniziato a prendere in mano la propria vita e opporsi alle forze che la fanno continuamente a pezzi. Come risultato, ha preso l’ennesima cantonata. Un personaggio che parte come ingenuo al punto della stupidità, diventa poi l’eterna vittima e, finalmente, impara a sfruttare le proprie abilità per salvaguardarsi è soddisfacente da guardare; vederlo tornare al punto di partenza dopo un viaggio così lungo e difficoltoso è davvero frustrante.

• Il personaggio in sé. Sansa Stark di secondo nome fa Mainagioia: fidanza con uno psicopatico che le decapita il padre dopo averle promesso indulgenza, costretta a guardare la testa impalata del padre e di tutti quelli che ha conosciuto per tutta la vita, tenuta come ostaggio politico per anni, picchiata, umiliata, abusata psicologicamente, la sorella è dispersa, si vede sfumare un matrimonio che potrebbe salvarla da tutto ciò, è costretta a sposare un uomo che non le piace, le ammazzano la madre e tutti i fratelli (per quel che sa lei), la accusano ingiustamente di regicidio, la zia tenta di ammazzarla per gelosia… Insomma, lo stupro è l’unica, e dico l’unica cosa le è stata risparmiata. L’unica che Joffrey (lo psicopatico di cui sopra) non le ha fatto. E invece gliel’ha fatta un altro psicopatico. Ora, non dico che mi sarebbe “dispiaciuto” (parliamo di personaggi fittizi) di meno per Jeyne Poole. Ma una cosa del genere fatta a un personaggio come Sansa, l’unica cosa che nei libri non le capita, è davvero gratuita. Si sono accaniti su un singolo personaggio più del necessario per shockare il pubblico, e questo mi disgusta.

• Parliamo dell’approccio al sesso della serie. A me le nazi-femen fanno incazzare: alla gente che vede “il patriarcato” ovunque si giri riderei in faccia. Per questo, ho sempre snobbato gli editoriali che tacciano Game of Thrones di misoginia e lo accusano di abusare e brutalizzare la figura femminile per vendere. Tanto per cominciare, scandalizzarsi per tette e sederi e non battere ciglio di fronte a battaglie, sangue e uccisioni più o meno cruente è da idioti e ipocriti. In secondo luogo, lo show e i libri descrivono una società medievale, quindi misogina per definizione. Per cui, sticavoli se non vi va bene.
Beh, ho cambiato idea in merito. Nella serie ci sono stati altri stupri non presenti nei libri. Drogo e Daenerys, ad esempio: nei libri, Drogo è molto gentile con Daenerys durante la prima notte di nozze e aspetta esplicitamente il suo consenso prima di iniziare, nella serie la prende senza se e senza ma. In quel caso, capisco che il non-consenso l’iniziale è servito ad alzare l’emotività della situazione, far empatizzare velocemente il pubblico con un personaggio che conosce ancora poco e sottolineare il suo percorso di crescita mostrando come ha trasformato una fonte di umiliazione e debolezza in un punto di forza. Ci sono stati poi Jaime e Cersei accanto al cadavere di Joffrey: nel libro Cersei all’inizio resiste flebilmente per paura di essere scoperta ma poi gli dà esplicitamente il via libera, nella serie lei continua a cercare di respingerlo verbalmente e fisicamente mentre lui se ne frega. Qui storco un po’ il naso, ma capisco che è un (brutto) modo di mostrare che perfino Cersei ha un lato umano e vulnerabile, che la fortuna la sta abbandonando e che la sua relazione col fratello è parecchio deviata. Prima di quello ci sono anche tutte le scene con le prostitute brutalizzate da Joffrey, difficili da stomacare. Come se lo show non ci avesse dato abbastanza spunti per capire che è uno psicopatico fatto e finito; nei libri spara frecce a paesani random, che è comunque orribile, ma non c’è menzione di pratiche sessuali violente con particolare enfasi nell’inquadrare grossi oggetti fallici.
Ed è in cima a tutto questo che arriva Sansa, della cui scena non capisco proprio il motivo: la conosciamo bene, l’emotività in ballo nella sua situazione è già alta, ha già avuto quattro stagioni di sfiga continua per formare un legame emotivo col pubblico (positivo o negativo che sia) e, piuttosto che di altri momenti di vulnerabilità, avrebbe bisogno di momenti di forza. E invece.

Forse è per questo che l’ennesima scena di stupro inventata dalla serie sembra così gratuita: forse avrà un particolare impatto sull’intreccio o lo sviluppo di Sansa-personaggio che l’ha resa necessaria, e per giudicare dovremmo vedere cosa succede dopo; ma, fin qui, non sembra né uno spunto di crescita, né un modo per mostrare nuovi aspetti del personaggio. In prospettiva, non fa fare una bella figura a uno show che si è già dilungato più del necessario sull’argomento: uno è comprensibile, due è tollerabile, tre inizia a far sembrare che stiano davvero sfruttando un argomento delicato più per il suo shock value che per altro. E questo spiega perché l’internet sia esploso così per Sansa Stark.

Ps: il fatto che ci si sia inalberati tanto per lo stupro di un personaggio fittizio non mi disturba. In primo luogo perché siamo franchi, i personaggi che seguiamo fanno più parte della nostra vita di quanto facciano perfetti sconosciuti. In secondo perché almeno i leoni da tastiera hanno qualcosa al loro stesso livello per cui indignarsi ed è più onesto che inalberarsi su internet per la vita reale ma non fare nulla a riguardo nel quotidiano.

Tuesday, 20 May 2014

Nella mitica Shanghai, pardon, Efeso sono nati sai

Ricordate il Ragnarøk fail di questo febbraio? Beh, stavolta ci riprovano i biblisti, che nei segni post-parto sul corpo di due gemelli turchi neonati, figli di un ebreo e una testimone di geova, hanno individuato complicati simboli biblici e riferimenti al Libro delle Rivelazioni che, neanche a dirlo, ci danno i giorni contati: 1260 (ormai 1250, la nascita è avvenuta il 10 maggio), il che significa che il mondo finirà per l'ennesima volta il 21 ottobre 2017. Qui l'articolo completo e le foto della capocciata intrauterina (cit. Katia) che ha provocato tutto ‘sto scalpore.

Onestamente, non ho più l'età per sopravvivere continuamente alla fine del mondo (a maggior ragione fra due anni), ma se non altro si può sperare che per allora Tontemma abbia smesso di rovinare la vita alla povera Regina, Daenerys abbia messo le chiappe sul Trono di Spade, il cd solista di Santa Vibeke sia uscito, magari anche qualcosa di Nellina, e ovviamente io abbia portato a termine uno o magari tutti i miei progetti fotografici a lungo termine, specie gli Infernal Lords.

Ps: avete capito bene, mi sono gettato a capofitto nel tunnel di Game of Thrones / A Song of Fire and Ice, e sebbene sia un Tyrell inside, faccio un tifo sfegatato per Dany. E occasionalmente per i Lannister, con tanto di ultrà da curva nord uscito fuori durante la battaglia di Blackwater. Ecco, entro la fine del mondo dovrò anche fare un bel cosplay di Ser Loras, poi i Gemelli del Destino potranno fare del mondo il cavolo che gli pare.

Saturday, 24 August 2013

Lost child

Dovrei seriamente lavorare per migliorare il mio modo di gestire le responsabilità. Ogni volta che mi si prospetta di avere a che fare con il mondo degli adulti, per qualsiasi motivo, inizio a svalvolare. Divento ansioso e, a meno che non riesca a distrarmi spegnendo in qualche modo il cervello, mi passano sia il sonno che l’appetito, mi ritrovo pieno di blocchi creativi, non riesco nemmeno più ad ascoltare serenamente la musica o a giocare di ruolo e divento (ancora più) taciturno e scorbutico con le persone. Oh, e ovviamente inizio a evitare con una cura capillare qualsiasi persona sia direttamente connessa alla faccenda, e sviare il discorso con quelle il cui collegamento è più indiretto.

Inutile dirlo, la prospettiva di dovermi buttare a capofitto nella ricerca di una casa ora che torno a Trieste mi ha avvelenato l’intera vacanza, ma ancora più intensamente questi ultimi giorni. Ho il culo parato mentre cerco, so già che mi sistemerò alla meno peggio con internet (la potenziale mancanza del quale, per quanto risolvibile, costituiva un’enorme fonte di stress già al mio primo trasferimento, e pure al secondo), so che una volta risolta la faccenda potrò dedicarmi alle foto e ad altre cose che mi piacciono, eppure il solo pensiero di tornare su mi chiude tanto lo stomaco che mi viene da vomitare. Letteralmente, sto scrivendo con i conati.

Ciò detto, mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d’acqua, e sebbene senta ancora urgente il bisogno di anestetizzare la mente (una rilettura di Harry Potter a due mesi e mezzo dalla fine della precedente mi tenta da morire) mi sento realmente meglio dopo averlo detto ad alta voce (beh, scritto sul blog, ma è la stessa cosa). Fra l’altro, so che basterebbe aprire la cartella e riguardarmi Once Upon A Time dalla 1x01 alla 2x21 per distrarmi, ma la nuova season premiere è il 29 settembre e, trattandosi di una data postuma al mio attuale “problema”, mi porta inevitabilmente ad angosciarmi preventivamente (poi so già che appena inizio non mi stacco più e sarò felice e contento, il problema è muovere il culo). Harry Potter, in quanto totalmente slegato al tempo contingente, è un’opzione al momento migliore, specie perché sto per finire The Gay Boy’s Guide to the Zodiac e, dalle parti di EFP, una delle mie scrittrici preferite si fa attendere (ciao, BlueSmoke, parlo proprio di te: nello stato attuale ho bisogno del nuovo capitolo, se no mi ridurrò a tornare a spulciare InSegreto per potermi addormentare la notte).

Ok, probabilmente sono un deficiente e avrei dovuto postare prima, visto che ora mi sento talmente alleggerito dal peso che sono anche in grado di aprire una chat di Facebook e scrivere apertamente che la ricerca della casa mi angoscia. Comunque mi sto convincendo di aver bisogno di fare due chiacchiere con un professionista, dato che ultimamente la mia testa è sempre più disfunzionale, a volte con esiti catastrofici. Il problema è, come al solito, iniziare. Come con qualsiasi cosa: una volta che mi metto in movimento ci prendo anche gusto, e probabilmente sarà così anche con la ricerca della casa, ma l’attimo in cui faccio forza sulla mia massa inerziale è sempre insopportabile.

Monday, 24 October 2011

Chiavi di ricerca - Ottobre

Questo mese, anticipo il post sulle chiavi di ricerca dato che domani parto per Milano e poi proseguo per Lucca e non avrò tempo di scrivere niente. Raccolto particolarmente fruttuoso, questo mese: raramente si vedono tante idiozie così divertenti conentrate nello stesso elenco, cosa che mi ha decisamente divertito. Fra le chiavi di ricerca serie, invece, ho notato varie volte i V-malice, e ciò mi ha indubbiamente fatto piacere. Ma dato il ben di dio che abbiamo qui, evito di proseguire con le autocelebrazioni e cedo la parola agli internauti e ai disastri che sanno causare.

nicholas chiron
Addirittura Nicholas, ora?
uomini con i capelli lunghi e tenebrosi
uomini tenebrosi foto

Ci piace questo elemento.
canzoni dei within temptation sugli angeli
Mah... non so se me ne vengono in mente. Tipo Angels, potrebbe essere?
amy lee chiesa cattolica
evanescence chiesa cattolica

Sì! Andate a chiederlo direttamente a lei, così le esplodono le coronarie per la christian thing!
emilie autumn è di religione cristiana cattolica?
Ma di sicuro, non si nota? (In tutto ciò cos’è, qualche oratorio cerca nuova musica per i bimbi?
emelie costa negozio minsk
I beg your pardon?
theo hutchcraft fidanzato
Con me! Oh sì, che lo sarà! E anche a breve!
efebo goth
Ora... Chi mi cerca e, soprattutto, perché?
come truccarsi da dorian gray
E da quando Dorian Gray si truccava?
cerco ludwig
E hai sbagliato blog.

ange auguri cartamodello
Mi sfugge di che tipo di vestito dovrebbe trattarsi...
come fare ad avere un bel fisico
Di certo troverai un sacco di consigli nel blog di uno che si scofana il cinese ogni volta che può ed è sistematicamente allergico a qualsiasi tipo di sport. Sempre sia lodato il mio metabolismo!
vortice linee di potenziale
Perché sento puzza di matematichese? E perché Google ha diretto la cosa da me?
compleanno anticristo
Oh carini, vogliono fargli la festa?
eastwick video sculetta
Sinéad meets Le Streghe di Eastwick.
enormi sopracciglia
I fan di Madonna continuano ad approdare al mio blog!
monociglio smile
Anche io sorriderei se fossi la figlia di Madonna!
la storia del dottor tomoe
Un pomeriggio di marzo di tre anni fa, feci una grossa bravata alla Bloempje e mi misi a ridere in maniera isterica come il Dottor Tomoe. Da allora porto quel nick su messenger. Soddisfatti?
dorian gray frocio
Questa mi ha lasciato un tantino perplesso. Se qualcuno è abbastanza colto da googlare Dorian Gray, poi perché ci accosta aggettivitipo “frocio”?

rotella rosa nel ramen
Per fortuna in quello che mangio io non ci sono rotelle rosa!
pseudo: the drag queen murders
Che cosa inquietante, ora c’è anche il serial killer di drag queen!
vasca antica con donna grassa dentro
Eww!
made in japan poços de caldas belial
Questa dovete proprio spiegarmela, mi ha lasciato speechless.


E per ultimi, ecco due piccoli capolavori di questo ottobre:

lady gaga fata turchina
Infatti è la madrina di tutti i P(h)inocchi! ♥
non lo apro. ne ho timòre
Io ho timòre della Prestigiacomo che ha timòre di aprire il mio blog...