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Sunday, 21 March 2021

Genitore uno e gen– I can’t even

Io… io non ce la faccio. I can’t. Davvero. I can’t even.

La filippica antivaccinista c’è stata, a colpi di “Adesso sperimenteranno sui bambini – capisci?! Vogliono usare i bambini come cavie!”, ma non è stata il piatto forte della telefonata. Il vero motivo per cui il Guasto voleva parlare con me più a lungo, con più calma e con una linea più stabile dell’internet mobile turco a bordo di un pullman era per chiedermi di raggiungerlo lì in Turchia perché vuole presentarmi un paio di ragazze.
Che di nuovo, pover’uomo, non è colpa sua, sono io che non ho le forze di affrontare la battaglia che sarebbe un coming out con lui e il resto della sua famigliola bacata (ho un cugino che è finito sui giornali per le sue esternazioni omotransfobiche, btw). E capisco che magari spera semplicemente di infilarmi a lavorare lì e sistemarmi così, ché l’età avanza e avrà paura di lasciarsi dietro un figlio che è un casino. Ma che visione distorta di me e/o del mondo deve avere se pensa che la Turchia possa offrirmi un futuro e una qualità della vita soddisfacenti?
Fra l’altro, anche tralasciando le differenze culturali che renderebbero il mio benessere psicologico in Turchia alquanto improbabile, mi urta che non mostri il minimo riguardo nemmeno per la mia salute fisica nel breve termine. Cioè, per andare lì dovrei fare almeno due scali, più tutti i trasporti pubblici di terra, con possibilità di contagio che, tampone o non tampone, si moltiplicano. E una volta lì, “Al massimo te ne stai in casa”, grazie tante, con lui che a quanto pare fa il pendolare in pullman e rischia di portarmi il virus.
Ma è scemo? È demenza senile? Semplicemente non si rende più conto di come si faccia a stare al mondo?

Alla fine, ho deragliato il discorso e chiuso la chiamata chiedendogli di mandarmi le foto di queste fantomatiche ragazze e di farmi un video in cui mi mostra il suo appartamento. Questo l’ha messo di buonumore perché ho finto di interessarmi alla sua vita lì e anche per quest’anno ce la siamo scansata.
Se non altro la costernazione comune mi ha fatto passare l’arrabbiatura con la Mater: perfino lei ha ammesso che, dei due, quello più sfortunato sono io, perché da un marito si può sempre divorziare, da un padre no.

Sunday, 31 January 2021

Pandemia e serietà

“Sai, stavo pensando…”, faccio io a cena, guardando il calendario.
“Sì?”, risponde la Mater.
“Oggi è domenica 31 gennaio. Praticamente è febbraio…”
Lei sogghigna: “Non è che, già che ci sei, rimani fino al mio compleanno?”
Ci guardiano e scoppiamo a ridere.

Questo del compleanno è un nostro inside joke: è proprio “rimanendo fino al compleanno di mamma” (ufficiosamente aspettando di vedere come si evolveva la situazione quando i primi casi sono arrivati in Nord Italia) che sono finito a stare ormai oltre un anno qui da lei invece che su da me, e francamente non è che me ne lamenti.
La battuta è poi diventata che, già che c’ero, potevo rimanere fino al mio compleanno a maggio, e infine che sono rimasto fino al compleanno dell’anno dopo. E non è nemmeno l’unico inside joke che abbiamo circa la pandemia – il più eclatante, quando si starnutisce invece che “salute“ ormai diciamo “Non ce n’è coviddi”. È quel meccanismo di difesa psicologico per cui si cerca di ridimensionare una situazione in qualcosa di risibile per non impazzire. Ma pur ridendoci sopra, prendiamo entrambi molto seriamente le norme di contenimento: usciamo il meno possibile, indossiamo sempre la mascherina (sopra il naso!), non viaggiamo, rispettiamo le norme igieniche (se già odiavo avere le mani sporche, ora provo un malessere fisico a non lavarmele dopo essere rincasato), non votiamo Renzi… facciamo la nostra parte per non finire ammalati e non aggravare ulteriormente la situazione collettiva.

In compenso, poco dopo lo scambio di cui sopra mi ha chiamato il Procreatore. “Ciao, Ale, sto andando in Turchia: non è che vuoi venire?”
E niente, fa già ridere così.
In sostanza, l’azienda per cui lavorava (e per conto della quale ha continuato a fare consulenze internazionali) sta aprendo una filiale da qualche parte lì e serviva che andasse un mio cugino addestrato dal Procreatore; il quale cugino ha subìto un intervento, così il proprietario, pur di non ritardare i lavori, ha deciso di andare lì trascinandosi dietro, in piena pandemia, un ottantenne con già problemi pregressi di sinusiti e malattie respiratorie.
Mi chiedo cosa direbbero i suoi Compagni dell’allora PCI, a sapere che ha messo a rischio la sua salute al servizio del capitalismo per beneficiare il padrone.
Per inciso, i due signori sono stati fermati all’imbarco dell’aereo per la Turchia, visto che sono partiti senza test sierologico, e si sono trovati costretti a prendere un albergo a Roma in attesa dei risultati di quello che hanno fatto lì sul posto. Complimenti, ulteriori occasioni di contagio. Che poi, il Procreatore è vecchio e tonto, posso capire, ma il padrone? Non si è informato sui documenti necessari per un viaggio internazionale, coi tempi che corrono? Non ce la posso fare.
Per non parlare del fatto che tempo qualche settimana e probabilmente l’avrebbero pure vaccinato, mannaggia a lui: che fretta c’era?

In tutto questo, nonostante le aspettative bassissime che ormai gli riservo sempre, il Procreatore mi ha deluso per l’ennesima volta. Vero, l’anno scorso a una certa ci siamo sentiti e ha iniziato a vomitare teorie del complotto sul 5G, i poteri forti e le cure nascoste, con me che, nella più totale disperazione, gli ho dato corda pur di chiudere la conversazione a suon di: “Sì, papà, ma è meglio non parlarne ora, sai… parliamone quando ci vediamo di persona senza telefoni, wink wink”. Ma qualche mese dopo, quando i casi hanno iniziato a diffondersi anche in Paese, aveva ricantato tutto e iniziato a prendere la situazione sul serio, e per un attimo ho sperato, ho sperato davvero che fosse rinsavito.
Poi a Natale ci siamo sentiti e mi ha detto che, quando fosse finita la zona rossa nazionale, ci saremmo visti “magari a pranzo in qualche ristorante”, ma ho ancora tentato di illudermi che fosse un tentativo goffo di organizzarsi per passare del tempo insieme, che per abitudine avesse pensato a un pranzo fuori. Invece no, evidentemente ha sempre continuato a non volersi rendere conto della gravità della situazione e non si meritava quel poco di credito che ero disposto a dargli.
Ecco, è questa la vera mancanza di serietà nell’affrontare una pandemia: non le battute, non gli scherzi, non le risate. È il viaggio non necessario di un uomo nella fascia più a rischio e con una storia di problemi respiratori. Andiamo bene.

Ps: quando mi sono rifiutato categoricamente di muovermi ora, lui ha parlato di “dopo la pandemia” in termini che mi hanno lasciato sottintendere un’idea di andare a vivere e lavorare lì. Nello Stato di Erdogan. Fra l’altro in Kurdistan, una zona che immagino essere assolutamente tranquilla e stabile. Ora, vero che, povero imbecille, era convinto che la Ciospa fosse la mia fidanzata e non sa di me, ma anche tralasciando il piccolo dettaglio che mi butterebbero giù da un tetto, pensa davvero che sarei disposto a rinunciare anche solo all’accesso a Internet e Netflix? Bitch, please.

Thursday, 14 January 2021

Quando il meme non fa più ridere

Ho appena letto un articolo su Elizabeth from Knoxville, Tennessee, in cui la chiamavano “la manifestante che brandiva una cipolla”.
Nonostante avessi guardato e riguardato il video perché per me era già il meme dell’anno, non ho colto subito il riferimento. Osservandolo meglio, mi sono accorto che quello che avevo pensato fosse un asciugamano bagnato con cui Elizabeth si tamponava la faccia perché, pora stella, le avevano spruzzato lo spray al peperoncino in faccia mentre tentava di fare la rivoluzioneh!, in realtà conteneva una cipolla.
In sostanza, mentre piagnucolava in camera che non le avevano lasciato fare quel che le pareva, si stava strofinando la cipolla sugli occhi per rendere credibile la storia di essere stata peperonata.

E niente, il meme non fa più ridere.
Perché il divertimento era tutto nell’incredulità di Elizabeth, nel fatto che sembrasse non capire perché mai le avessero spruzzato il peperoncino in faccia mentre compiva un reato federale, che fosse talmente entitled da pensare che fosse ok prendere d’assalto il Campidoglio solo perché non era d’accoro col risultato elettorale, e che fosse addirittura offesa che la legge non fosse dalla sua.
Ecco: se invece ha finto tutto, la musica cambia. Ciò che emerge non è più una ragazzina viziata che non capisce perché la maestra non la lascia uscire da scuola all’ora che vuole, ma una stronza che sa di potersi permettere di fingere che la polizia sia stata brutale perché, conscia del suo privilegio in quanto bianca, è sicura che non le capiterebbe mai per davvero.
Improvvisamente, l’intera situazione è diventata grottesca ma non in senso buffo. Elizabeth from Knoxville, Tennessee, non è più divertente, è disgustosa.

C’è poi anche lo Sciamano del Campidoglio e la copertura mediatica che la stampa nostrana gli ha riservato. Per i giornali americani è Jacob Chansley, mentre i giornali italiani si sono subito fiondati su “Jake Angeli”, calcando la mano sulla sua presunta ascendenza italiana, definendolo in alcuni casi italo-americano nonostante nelle fonti in inglese non abbia trovato nulla di simile. Tuttora non è chiaro e se “Angeli” sia un nome d’arte, quello della madre, del padre, del patrigno o cosa (le fonti sono in disaccordo), quindi forse un po’ di prudenza non sarebbe stata una cattiva idea.
Qualunque sia la verità, comunque, è vero che l’idea dell’imbecille italo-americano col costumino con le corna si presta bene alla battuta sul leghista confuso che, da Pontida, è finito a Washington DC a fangirlare Trump ancora agghindato a festa. Ma come ha giustamente fatto notare Katia, fa meno ridere quando a lanciare l’aggettivo “italiano” sul primo imbecille che spopola sul web sia la stessa gente che ancora fa finta che non siano italiani i figli di stranieri nati e cresciuti qui, che hanno frequentato le scuole qui e parlano con l’inflessione della regione in cui sono vissuti tutta la vita.

Forse però è meglio così. Forse il ceffone della falsità di Elizabeth from Knoxville, Tennessee, mi serviva per smettere di ridere come uno scemo e prendere sul serio la situazione penosa in cui versa la nostra società se è capace di produrre simili fenomeni. Anche perché non bisogna mai dimenticare, ad esempio, il fiasco di Io Sono Giorgia: nata come satira tagliente, ha finito col normalizzare la figura di quel mostro, renderla giocosa, quasi simpatica, trasformarsi in un jingle prontamente sfruttato da lei e il suo partito per aumentare la sua popolarità. Forse anche Elizabeth from Knoxville, Tennessee, e Jake Angeli dovrebbero rimanere nella coscienza collettiva per i mostri che sono, non come gli inoffensivi giullari che vorremmo che fossero.

Saturday, 29 August 2020

Adolescenza pre-social

Rimanendo sempre in tema nostalgia, per un piccolo concatenamento di eventi sono finito su WayBackMachine, l’archivio del web dove moltissimi siti web sono conservati in varie vecchie incarnazioni. In sostanza, su PlanetRomeo ho visto uno che mi ha ricordato una persona che odio (non era lui, per fortuna). Così, per tenere viva la fiamma, ho provato a cercare qualche sua traccia, tra cui controllare se su WayBackMachine ci fosse il suo vecchio blog per ricordarmi che razza di imbecille pretenzioso e sfasciafamiglie fosse.
Il suo blog alla fine non c’era, ma ho scoperto che non solo la vecchia incarnazione del mio è stata preservata fino più o meno al 2009, ma anche buona parte di quelli che seguivo erano ancora lì (tra cui, grazie agli Dei dell’Internet, L’Époque Noire). Sicuramente andrò a rileggermi qualcosa qua e là, e molti li ho anche linkati ai rispettivi autori per suscitare reazioni che sono andate dalla nostalgia al profondo cringe.

Fin qui, le reazioni più vivaci le ha avute Veronica, e ne abbiamo anche parlato un bel po’ via DM su Instagram (aiuto, questo clash di piattaforme mi confonde). Riflettendo sul fatto che certi momenti di cringe e pretenziosità siano tappe obbligatorie nel corso della crescita, siamo giunti alla conclusione comune che sia una vera fortuna averle superate prima dell’avvento dei social media.
Noi praticamente vivevamo su Internet, che però all’epoca era ancora per la maggior parte testuale o in chat privata perché le connessioni erano più lente e le risoluzioni più basse, ed è solo questo che ci ha permesso di non perdere ogni dignità in mondovisione. Niente Facebook o, peggio, Instagram da riempire di foto, e anche Netlog e MySpace sono arrivati piuttosto tardi per noi.
Al massimo avevamo DeviantArt, ma almeno aveva quell’aria un po’ più artsy e l’abbiamo usato per esprimerci artisticamente piuttosto che per spammare selfie quotidiani del tutto privi di merito (secondo Veronica perché eravamo degli insopportabili snob, ma almeno i risultati sono stati buoni).
Però è stato bello cogliere lo spunto dei blog per ripercorrere insieme alcuni tratti della memory lane.

Side note, per quanto riguarda il mio blog, l’avevo esportato prima della chiusura di Splinder e reimportato su Blogspot circa un anno dopo. Qui ho giusto tolto un paio di riferimenti imbarazzanti a cose che mi piacevano perché ero troppo stupido, qualche uscita che è invecchiata malissimo e qualche post fondamentalmente inutile, per il resto le differenze sono minime. Mi dispiace un po’ che WayBackMachine non visualizzi almeno una versione dell’elaboratissima e pacchianissima grafica che avevo creato, quella con Pescy o quella con Angel Sanctuary, piena di sticker di cantanti che seguivo e disegni di Kaori Yuki.
Ecco, quella è nostalgia a cui è facile cedere: non invidio affatto gli adolescenti di oggi che conserveranno, invece, prove visive inconfutabili dei loro momenti di cringe.

Wednesday, 1 January 2020

Roar


È assolutamente irrazionale, lo so, ma a questo gito sotto sotto sono un po’ entusiasta del Capodanno. L’unico motivo è che sono iniziati gli Anni Venti, e una qualche parte di me spera che, esteticamente e spiritualmente, possano riportarci ai veri Anni Venti. Quelli del secolo scorso, con le fingerwaves, i lustrini, le frange, il trucco pesante, le piume di struzzo e i turbanti. Gli Anni Venti di Agatha Christie, dei viaggi archeologici in Medioriente, della spensieratezza, del gin, del jazz, del charleston, del cinema muto, delle sedute spiritiche.

Che poi, di avvisaglie degli Anni Venti ne abbiamo avute ultimamente, specie qui in Italia, ma quelle sbagliate. Siamo al giro di boa, al centenario di ciò che ha innescato la pagina più buia della già difficile storia europea: abbiamo la possibilità di riportare indietro il glamour e la bellezza di quel periodo senza per forza ripeterne gli errori.
La situazione attuale non è rosea, ma oggi è Capodanno. Di più, è l’alba di una nuova decade: voglio essere positivo. Voglio crederci, voglio pensare che saranno dieci anni di flapper e progressi sociali. Così come gli Anni Dieci sono iniziati bene e sono crollati verso la metà, questi Anni Venti possono iniziare dal fondo e risalire.

Abbiamo solo bisogno di crederci, convincerci e agire. Magari finiremo ad amare questi Anni Venti quanto abbiamo amato gli scorsi.


Monday, 21 October 2019

Carta d’identità: l’epilogo

Ok, ‘sta storia della carta d’identità sta sfuggendo a ogni grazia di Dio, ma almeno si è conclusa più o meno bene.
A sorpresa, è arrivata oggi. Il biglietto di ritorno per Trieste l’avevo fatto per il 25 – il 29 parto già per Lucca ed era l’ultima data possibile per avere almeno il tempo di respirare – quindi, senza notizie, la Mater e io abbiamo deciso di cautelarci. Siamo andati alle poste per informarci su come farle la delega, l’impiegato allo sportello consulenze più imbecille nella storia dei raccomandati ci ha detto che avremmo dovuto parlare all’ufficio del piano di sopra… che è inaccessibile senza appuntamento, e il telefono ovviamente squillava a vuoto.
Fortunatamente, la sua collega allo sportello corrispondenza ha avuto pietà delle mie occhiaie, ha controllato e – sorpresa! – ha visto che la raccomandata non solo era partita, ma era in mano al postino, che l’avrebbe recapitata oggi stesso!
Da lì, cosa a perdifiato fino a casa controllando ogni singolo motorino per intercettarlo in caso fosse già in arrivo, perché se non l’avessi ritirata quel giorno, avrei potuto farlo all’ufficio postale solo a partire da venerdì stesso, cosa impossibile visto che ho il volo la mattina prestissimo. Per fortuna, arrivato a casa, non ho trovato l’avviso di giacenza, così ho aspettato nell’androne che la Mater tornasse in modo da cautelarmi in caso il postino avesse suonato proprio mentre ero in ascensore (a questo punto, ero pronto a veder andare storta qualsiasi cosa), poi sono tornato a casa, ho praticamente scavato i solchi in terrazzo a forza di uscire a controllare il traffico e, alla fine, sono corso al citofono come ho sentito il campanello e la tanto agognata tessera è nelle mie mani.

Per inciso, l’impiegato che l’ha imbustata doveva essere davvero ubriaco di mojito, perché ha spalmato l’adesivo per tenerla incollata al foglio di accompagnamento proprio sul codice a barre del retro. Come ho provato a metterla nella custodia, quasi non sono riuscito a tirarla fuori, ché si è prontamente incollata. Non oso immaginare alle schifezze che ci si attaccheranno sopra rendendo il codice illeggibile.
Grazie, uffici pubblici italiani: riuscite a rovinare anche le botte di fortuna come quella di oggi.

Monday, 22 July 2019

Che questo giorno sia già trascorso

E così oggi dovevo partire. Trieste-Bologna in treno, e poi Bologna-Alghero in aereo.
Oggi, 22 luglio 2019.
Well, joke’s on me.

Incredibile ma vero, la mia mattinata va liscia come l’olio. Telefono a MBE, sento che è aperto e posso spedire il pacco senza problemi (in caso, avevo chiesto a uno dei coinquilini di farlo al posto mio appena avesse avuto tempo), vado, l’ammazzo e torno. Approfitto della loro copisteria per stampare anche i biglietti e vado a fare la spesa per il viaggio. Il tempo di arrivare alla Coop e sorpresa: la Mater mi manda l’articolo sull’incendio alla cabina elettrica di Firenze e conseguente discesa nel caos dell’intera rete ferroviaria nazionale.
Salgo a casa a mollare la spesa (nel frigo attaccato alla nuova, sicurissima presa della corrente, yay) e corro dritto in stazione per saperne di più: quale scommessa, fra i regionali cronicamente in ritardo o l’alta velocità che avevo prenotato scontata senza possibilità di cambio o rimborso (i treni più colpiti dai ritardi essendo a lunga percorrenza), sarebbe stata più sicura? La vecchietta dell’assistenza clienti ne sa anche meno di me e mi tiene lì tre quarti d’ora buoni (facendomi perdere l’unica eventuale altra opzione per partire, visto che ovviamente sono andato in largo anticipo senza valigia o altro, convinto di ottenere informazioni facilmente) tentando di navigare il sito di Trenitalia su Internet Explorer, il browser in dotazione dei computer della rete ferroviaria nazionale. E niente, fa già ridere così. Le do la sufficienza solo perché ha provato in tutti i modi a rendersi utile, ma alla fine è una sua collega che arriva in mio soccorso e mi rassicura che i ritardi si sono attenuati e, probabilmente, il treno che ho prenotato non dovrebbe averne affatto. Il che mi da speranza in un ritardo di una mezz’ora, massimo tre quarti d’ora, ancora tempi utili per arrivare in aeroporto e arrivare al gate, visto che avevo prenotato in modo da essere in largo anticipo.
Il regionale Trieste-Mestre miracolosamente arriva spaccando il secondo. La Freccia da Mestre a Bologna parte con nove minuti di ritardo, ma non ne accumula altri lungo il viaggio. Arrivo a Bologna in tempi utili, riesco anche a prendere la navetta prima di quella che avevo preventivato… solo per scoprire che ha finito al carta per stampare i biglietti, quindi mi tocca aspettare per forza quella dopo. Poco male: arrivo presto in aeroporto, passo i controlli sicurezza senza che ci sia fila, mi accomodo in sala d’attesa per continuare a rimettermi in pari con Orange Is The New Black in previsione dell’ultima stagione e aspetto le 20:45, ora di decollo del volo con atterraggio previsto alle 22:05. Il peggio è passato, ora posso anche rilassarmi e non pretendere che, catturato l’anarchico presunto autore dell’incendio a Firenze, lo buttino dritto dritto in un rogo.
Surprise, bitch: il decollo effettivo è rinviato alle 22:05, la fucking ora di atterraggio, per un concatenarsi di ritardi del velivolo, in arrivo da Parigi.
Così eccomi qui, spiaggiato in aeroporto e con i nervi a fior di pelle: ho affrontato Trenitalia nel suo giorno di peggiore crisi, sono riuscito ad arrivare indenne e puntuale all’aeroporto nonostante tutt’intorno a me i treni venissero cancellati o rimandati di intere ore, solo per trovare il volo stesso in ritardo. Seriamente, chi devo assassinare? Anche perché, facendo due calcoli, atterrerò intorno alle 23:30, con l’ultimo autobus per Alghero centro che parte alle 23. Come diamine arriverò in città, a meno di non vendere un rene e prostituirmi per prendere un taxi?
(Edit: incredibilmente, l’ultimo autobus ci ha aspettati! Avrei dovuto avere più fiducia nelle doti precognitive di Katia, che ha pronosticato un avvenimento del genere. Per inciso, sul bus c’era un maledetto vecchio che ha fatto la battuta del secolo: “Eh, ma aspettandovi, ha tolto il pane di bocca ai tassisti!” Non essendo dell’umore per scherzare, gli ho rivolto un’occhiata assassina e ribattuto in tono gelido: “Col pane dei tassisti, io ci faccio la spesa per una settimana.”)

Se non altro, in questa situazione l’abulia con cui ho affrontato le ultime settimane ha ceduto il posto all’incazzatura. Almeno qualcosa riesco ancora a sentirlo.
Comunque, è in giornate come questa che mi ritrovo a recitare l’incantesimo Per Accelerare Il Tempo di Streghe:
Venti del Tempo, soffiate forte,
Datemi le ali per volare alto;
Affrettate, dunque, il mio percorso,
E che questo giorno sia già trascorso.

Saturday, 13 July 2019

Pettegole di città

Qual è la linea sottile che separa un’amicizia o conoscenza che si rende utile dallo stalking? Questo è il dilemma.

Oggi pomeriggio mi arriva un messaggio da una conoscente che abita nella mia stessa via: mi dice che, attaccato al mio citofono, c’è un avviso di giacenza per un pacco che non mi è stato consegnato. Pacco sul cui contenuto non ho la minima idea, visto che non ho ordinato nulla in questo periodo, ma non è questo il punto. Il punto è che questa persona, evidentemente, stava camminado per la via, è passata davanti al mio portone, ha visto il bigliettino attaccato al citofono e ha pensato bene di fermarsi per vedere cosa fosse e a chi era indirizzato. Una persona che non è una mia amica stretta e non frequento assiduamente. Una semplice conoscente con cui sono in rapporti amichevoli, con cui ci si è visti spesso, l’anno scorso, perché si ha un hobby in comune, ma null’altro.

Non so decidere bene a che grado nella scala della tragicommedia collocare questo avvenimento. Interpretarlo come segno di affetto e cura nei miei confronti perché metti che una folata di vento o la pioggia staccassero lo scotch e io, magari non uscendo fino al giorno dopo, perdessi la ricevuta? O come segno dello squilibrio mentale di una persona che, passando, controlla spasmodicamente tutti i portoni per vedere chi ha ricevuto la posta?
Probabilmente la verità sta nel mezzo: non l’ha fatto con cattive intenzioni, né perché ha a cuore la mia corrispondenza. Semplicemente, è una di quelle persone incapaci di farsi gli affari propri, che devono ficcanasare nella vita di tutti; e ha manie di protagonismo tali che ha sentito il bisogno di essere lei a darmi la notizia. Entrambe le motivazioni di questo suo comportamento mi irritano, perché non mi piace che una persona si senta in diritto di ficcare il naso nella mia vita a mia insaputa solo perché sa come mi chiamo e dove abito, anche se è una cosa tutto sommato innocente e anche potenzialmente utile. Con le pettegole di paese ho già abbondantemente dato da piccolo, non me ne servono di trapiantate in città.

Tuesday, 14 March 2017

Ciò che non è salvabile in Un Magico Natale

Lo ammetto: sono rimasto scioccato nello scoprire che esistono fan de La Bella e la Bestia: Un Magico Natale (ciao, Veronica, sto guardando te), o persone che addirittura dicono di aver visto quello più volte dell’originale (GASP!) e ricordano a memoria tutte le canzoni (ciao, Arrigo e Chiariel, sto guardando voi). I mean…


Io pensavo che il massimo sentimento positivo che si potesse avere per quella cosa fosse tolleranza, e pure a denti stretti. Ma visto che l’attesa per il live action de La Bella e la Bestia mi sta snervando, ho deciso di essere una persona orribile e smontare il film pezzo per pezzo per il solo gusto di rovinarvelo. Ed essermi svegliato a un orario improponibile stamattina mi fa desiderare che sia la vigila di Natale per rovinare anche un po’ lo spirito natalizio così, a caso. Di sicuro riproporrò questo post il prossimo dicembre per pura cattiveria.
E qui iniziano i problemi, perché se devo parlare male di questo film, francamente non so nemmeno da che parte cominciare perché è un tiro al bersaglio. Come ho già accennato, l’animazione è la pallida ombra di quella dell’originale – sebbene non sia orripilante come quella di moltissimi altri sequel Disney, primo fra tutti l’agghiacciante Mondo Incantato di Belle. La trama è stupida fino a essere imbarazzante ma, dovendo finire la storia nello stesso punto in cui l’hai iniziata – stesso motivo per cui, se si esclude l’analisi psicoanalitica, il villain è uno dei più stupidi e meno motivati dell’intera produzione animata Disney: l’unico conflitto che può esistere in un midquel ambientato in un castello isolato dal mondo deve essere interno,non c’è molto da poter inventare. Solo che questo, di midquel, fa davvero poco per provare ad attenuarli.

Andando più nel dettaglio, però, vogliamo parlare dei problemi di continuità col film precedente?
Quando? No, seriamente: quando dovrebbe aver luogo, ‘sta menata? L’ipotesi più probabile è dopo l’attacco dei lupi nella foresta, visto che Belle mostra segni di disgelo verso la Bestia, ma prima della libreria, visto che lui si comporta ancora da stronzo (il che è un problema di per sé, ma ci torneremo dopo). Eppure, ci sono mica segni di fasciature sul braccio della Bestia? No, e ciò è ridicolo, perché quando la Bestia e i servitori parlano di che regalo fare a Belle lui sta ancora guarendo. E il motivo per cui la Bestia le regala la libreria è che vuole “fare qualcosa – ma cosa?” per Belle: visto che Belle vuole a tutti i costi celebrare il Natale, quale modo migliore di accontentarla facilmente e senza sforzo, pur con tutto lo stress post-traumatico per l’anniversario della trasformazione? Cioè, questo segmento è totalmente incollocabile nella linea temporale del film originale perché non c’è nessun momento in cui Belle vuole avere a che fare con la Bestia prima che lui smetta di comportarsi da mostro.
Lumiere e Angelique. Lumiere x Spolverina è stata una delle mie OTP sin da quando avevo quattro anni. D’accordo che anche nell’originale è implicato che lui flirta con qualsiasi cosa si muova e abbia (o abbia avuto) due cromosomi X, ma il fatto che in questo film si dedichi unicamente ad Angelique (che non riceve neanche una menzione nell’originale) mentre Spolverina fa mezzo cameo fra le comparse di un numero musicale mi ha da sempre mandato in Bestia. Pun intended.
• La foresta nera. “Sembra pericolosa…”, dice Belle quando Forte le suggerisce di andarci a cercare un cavolo di abete. NON SAPREI, BELLE, mi pare che tu sia appena scampata a un attacco di lupi feroci proprio lì, dovresti ricordarti che È pericolosa. È un rischio troppo grosso per uno stupido albero di Natale, e tu sei una persona intellig… oh wait, allo stupro dei personaggi ci arriviamo con calma.
• Il castello semidistrutto. Capisco che, se non riesci a tirar fuori una trama interessante, per rimediare devi almeno creare un climax intenso, ma… è un midquel, per l’ammorh del cielo: alla fine del film devi tornare esattamente allo status quo precedente per mantenere la storia originale intatta. In questa pagliacciata, Forte distrugge una parte del castello (esatto, non spacca solo le vetrate dell’Ala Ovest, fa praticamente crollare la torre della prigione!), ma nel resto dell’originale non c’è traccia di nulla di tutto ciò. What gives?! Se crei un midquel dove succedono eventi che rischiano di stravolgere l’originale, forse l’hai fatta un po’ fuori dal vaso, eh!
La magia di Forte. Castello a parte, perché mai Forte ha dei poteri magici? L’Incantatrice vuole punire la Bestia e maledice lui; poi maledice anche gli abitanti del castello per dimostrargli che il suo egoismo ha conseguenza anche sugli altri. Se la trasformazione è una punizione, che senso ha dare a uno (e uno solo) dei cortigiani poteri magici potenzialmente letali che, oltretutto, migliorano la sua esistenza rispetto a quando era umano? I poteri di Forte contraddicono completamente la logica della storia. (E anche i toni, ma di quello parlo sotto.)
Che fine fanno i nuovi personaggi? Sempre il problema dei midquel che si svolgono in uno spazio chiuso, entro la fine di Un Magico Natale tutti i nuovi oggetti diventano BFF con quelli già noti. Ti aspetteresti che sia Fife a suonare per il ballo, o Angelique a decorare la sala, o salcazzo cosa; invece, ovviamente, essendo personaggi creati ex novo, non li si nomina più per tutto il resto della storia. Ne deduciamo che Angelique sia tornata in soffitta con i suoi amici addobbi alla fine del midquel? Beh, sono oggetti a tema natalizio: non ne sentiremmo la mancanza, se non aprissero un buco di continuità che spalancano.
Che fine fanno i nuovi personaggi, reprise. Forte costituisce di nuovo un grosso problema a parte: è BLOCCATO SU QUESTA PARETE!!! e quindi fisicamente giustificato per non essere apparso prima, ma resta pur sempre il più fidato consigliere della Bestia negli anni della maledizione. Eppure, non viene nominato mai nel corso del film originale: gli altri servi non lo nominano; la Bestia non corre a confidarsi con lui appena una ragazza mette piede nel castello, o dopo che l’invito a cena va malissimo; non gli chiede consiglio nemmeno per la questione del “voglio fare qualcosa – ma cosa?”; dopo la sua morte, la Bestia sembra riprendersi senza conseguenze, anche se ha scoperto di esser stato manipolato per anni, tradito e ha perso quello che era il suo unico amico nei momenti più neri. Di nuovo, il midquel non era previsto nel film originale, è logico. Ma, facendo il passo più lungo della gamba, apre l’ennesimo buco di trama.
• Il vestito dorato. E QUI MI PARTE IL BERSERK: IL FATTO CHE BELLE ABBIA INDOSSATO QUEL VESTITO PRIMA DEL BALLO CON LA BESTIA ROVINA COMPLETAMENTE QUELLA SCENA. Tutta la suspence, tutta la sorpresa di vedere come si è fatta bella per l’occasione, l’intensità di come la Bestia la accoglie sulla scalinata vedendola vestita da principessa… buttati via, perché indossa il vestito per vedere un cavolo di albero di Natale. NO. NO E POI NO. QUELLA SCENA NON È MAI ESISTITA, MI RIFIUTO!

Piccolo appunto sulla magia di Forte: fin da piccolo, l’ho sempre percepita come estremamente fuori posto rispetto ai toni del film, anche se non avevo ancora gli strumenti analitici per capire il perché. Ed è vero, a scatenare tutto l’intreccio è una maledizione che viene spezzata con tanto di fuochi d’artificio magici, e i sidekick sono oggetti animati. Ma, tolto questo, la trama del film è estremamente umana e “reale”. Gli ostacoli che Belle e la Bestia devono superare sono puramente psicologici: il peso delle aspettative della società, la perdita del senso di identità, il non sapersi rapportare con gli altri e con i propri sentimenti, il voler essere migliori per non deludere qualcuno a cui si tiene, la ricerca del proprio posto nel mondo e la sorpresa di trovarlo accanto a qualcun altro ostracizzato dalla società. Il cattivo, Gaston, è un semplice uomo, frutto dei suoi tempi e della sua società, senza incantesimi, poteri o magia: semplicemente, cede al peso del suo ego, cresciuto a dismisura per colpa dell’ambiente in cui vive, e ne rimane schiacciato.
Infilare in tutto ciò un enorme organo magico che attacca materializzando la sua musica sotto forma di pentagrammi annotati color verde fosforescente è giusto un tantino fuori luogo.

E poi c’è il grosso problema di come tutti, ma proprio TUTTI i vecchi personaggi siano clamorosamente out of character, chi più chi meno. Tranne, forse, Maurice, che fa mezzo cameo senza nemmeno dialogo all’inizio e alla fine del film. Ma gli altri sono un disastro.
Gli oggetti animati. Ora, è vero che, crescendo, ho rivalutato un po’ i sidekick della Bestia (a parte Mrs. Bric) e ho iniziato a vederli come un filino egoisti e petulanti sotto la patina di preoccupazione e affetto per Belle. Il che è giustificato (sono stati maledetti senza aver colpa e gradirebbero tornare umani, prova a biasimarli), ma quel vago senso che vedano in Belle poco più che un mezzo per arrivare a un fine un po’ mi pizzica. Beh, leviamo pure il “vago”, perché in Un Magico Natale non c’è nessuna sottigliezza nel loro voler forzare le cose fra Belle e la Bestia. Nel primo film, sebbene abbiano una certa urgenza, rispettano l’individualità di Belle e del Padrone, e al massimo aiutano lui a smussare gli angoli per essere in primis una persona migliore e, di conseguenza, conquistare Belle. Qui invece complottano a tutto spiano e si inventano piani stupidi e complicati per farli trovare da soli assieme anche se probabilmente lei non vuole avere nulla a che fare con lui e lui soffre tremendamente perché non si sente all’altezza di lei. Cioè, ma l’empatia? Dimenticata del tutto?
La Bestia. Lui è una caricatura, punto. D’accordo che nell’originale avevamo stabilito che “il Principe era viziato, egoista e cattivo”, ma in questo film sembra un marmocchio di cinque anni che fa i capricci per le cose più stupide! Perché lascia un’impronta amorfa sulla neve. Perché Belle vuole prendere un ciocco di legno per fare lo Yule Log. Per le decorazioni di Nat– no, ok, quelle danno ai nervi anche a me, but still! Nel film originale, Belle e la Bestia hanno i loro dissapori, ma almeno su cose sensate, non su stupidaggini. E soprattutto, Belle rimetteva la Bestia al suo posto e lui si dava una calmata, non continuava a borbottare in un angolo come una pentola sul fornello, pronto a esplodere per la successiva cazzata: c’è un limite di battibecchi che si possono mettere in una relazione prima che inizi a puzzare di abuso, sapete? Ci sarebbe anche da ridire sul suo continuo piangersi addosso e lagnarsi con Forte, che nel film originale era giusto un accenno mentre qui è esasperato, ma il rapporto della Bestia con Forte è, appunto, l’unica cosa che mi sento di salvare da questo pastrocchio, per cui sorvolerò.
Belle. Oh Belle. Da dove comincio per descrivere il massacro che hanno fatto al tuo personaggio? La mia argomentazione di punta contro la faccenda della sindrome di Stoccolma ne La Bella e la Bestia è che uno, quando la Bestia la lascia andare lei se ne va probabilmente per sempre, e due, soprattutto, Belle non intende aver nulla a che fare con lui finché lui non smette di comportarsi da coglione. Non un secondo prima. Finché lui non inizia a trattarla con rispetto, lei non tollera nessuno dei suoi capricci, non gli parla fuori dallo stretto necessario, gli risponde a tono quando si sente insultata, non lo frequenta, non si interessa a lui, non prova niente (di positivo, per lo meno) per lui. Men che meno cerca di cambiarlo o riparare il suo quorycinoh spezzatoh e tirarlo fuori dalla sua infelicità. Non è lei che cerca di cambiarlo, è lui che decide di cambiare il suo atteggiamento per piacere a lei e, nel farlo, si scopre migliore di quel che lui stesso riteneva.
Qui invece Belle, oltre a essere eternamente felice, gioiosa e ottimista mentre è ancora la prigioniera di un mostro che la tratta di merda, ruota totalmente intorno a lui, ai suoi capricci, alle sue crisi emo, a come renderlo felice, a come ripararlo, a come cambiarlo, a come far funzionare una relazione con un uomo abusivo e violento. Non c’è nulla ella Belle che rifiuta fermamente Gaston perché ha rispetto per se stessa, e sempre per quello non si lascia maltrattare perfino da un uomo in una posizione di potere rispetto a lei: qui vede la Bestia come un progetto, il povero uomo da riparare col suo ammoreh, e perde ogni dignità nel farlo. Cioè… NO. Quella lì non è Belle. È una crocerossina che fa il cosplay di Belle, ma NON È BELLE. Non è lo stesso personaggio, non ragiona nello stesso modo, non si comporta nello stesso modo, non ha gli stessi valori, non comunica lo stesso messaggio. E la cosa che mi manda del tutto in bestia è che hanno ridotto così la PRIMA Principessa Disney ad avere un carattere interessante, completo e separato da quello del suo uomo! PERCHÉ NESSUNO HA FERMATO QUESTO SCEMPIO, PERCHÉ?!

Io dopo dieci minuti di Belle in questo filmaccio.
E insomma, capisco che è un sequel direct-to-video e anche uno speciale di Natale, ma ciò non toglie nulla all’orrore che fa questo film. La Bella e la Bestia aveva un messaggio importantissimo sull’amore e il rispetto per se stessi come base per amare e rispettare il prossimo, sul non arrendersi e continuare a cercare il proprio posto nel mondo anche se il mondo sembra rifiutarti, che c’è speranza per tutti ma bisogna rimboccarsi le maniche e cambiare le cose. Questo invece è l’equivalente della logica per cui i ventidue alberi di Natale in Piazza Unità dimostrano che a Trieste va tutto bene e la crisi è passata perché hey, è Natale! È solo un mucchio di stupida, melensa superficialità natalizia, di finta speranza stagionale preconfezionata, di buonismo spensierato e perdono garantito senza riparare veramente le cose, e di vera sindrome di Stoccolma. E nemmeno ci prova, a dissimulare la sua assoluta mancanza di sostanza. Anzi, la ostenta schizzando tutto il fango che riesce sul materiale originale – e CHE materiale originale.
Odio. ODIO!
DISTRUGGETELO COL FUOCO!

La fine che questo filmaccio si merita.

Friday, 2 September 2016

Metti la testa a posto, Belle!

Lui: “Questo sarà il giorno in cui si avvereranno i tuoi sogni!
Lei: “E tu che cosa ne sai dei miei sogni, Gaston?
Lui: “So tutto! Senti, immaginati la scena: una rustica casina di caccia, la mia ultima preda che arrostisce sul fuoco, la mia mogliettina che mi massaggia i piedi… mentre i piccoli giocano sul pavimento con i cani – naturalmente, ne avremo sei o sette.
Lei: “Cani?
Lui: “No, Belle! Ragazzi robusti, come me!
Lei: “Immagina la scena…

No, non è l’ennesimo post in cui si analizza in maniera arguta e approfondita il rapporto diretto fra precarietà lavorativa, mancanza di servizi e bassa natalità: è un semplice sfogo, ché è tutto il giorno che ci macino sopra e ho solo bisogno di buttar fuori.
Ci sono tante di quelle cose che si potrebbero dire sul Ministero della Salute, oggi, che non so nemmeno da dove iniziare. Forse dal far notare che quattro mesi fa si faceva ostruzionismo su certi temi al grido: “No all’utero in affitto, il corpo è della donna!!!”, mentre oggi si è deciso che l’erogazione degli ovuli è un servizio pubblico comunitario? Con tanti saluti alla dignità della donna, che non era un’incubatrice su gambe da affittare?
In realtà, questo è stato un mio pensiero a posteriori. La reazione a caldo è stata: “Chi diamine ha messo Gaston come Ministro della Salute?”.

In cui il #FertilityDay è Gaston e il libro la dignità delle donne. O quella umana in generale.

No, sul serio: la presunzione di sapere che tutte le donne, o uomini, vogliano fare figli, e di dir loro quando e come farlo, e che emanciparsi culturalmente vada a detrimento della missione procreativa, sembra uscita direttamente dalla bocca di Gaston. E Gaston è una caricatura del sessismo più becero. Sul serio siamo governati da ‘sta gente?
Ci sarebbe da aprire uno studio per capire come la campagna promozionale del #FertilityDay sia riuscita a far incazzare tutti, ma proprio tutti i tessuti sociali italiani con precisione chirurgica. A partire dal nome, un anglicismo gratuito che ricorda il già indigesto Family Day. E poi gli slogan – tutti, chi più chi meno, vanno a pungere qualcuno sul vivo: donne in (precaria) carriera, giovani disoccupati che vorrebbero avere figli, coppie sterili… perfino me. E non perché ho consapevolmente deciso che non voglio fare figli: mi ha offeso in quanto figlio.

Ma il saluto romano / dito accusatore del fratellino mai nato?

Fatemi capire: avere un solo figlio è una sfortuna? Anzi, nemmeno una sfortuna, una punizione per non essersi mossi prima? Cavolo, avermi fatto figlio unico è una delle poche cose circa il mio concepimento di cui sono grato ai miei genitori, ora salta fuori che hanno fatto male? Che non è meglio fare un solo figlio e impegnarsi a dargli il meglio, bisogna farne il più possibile?
Mi verrebbe da pensare che siamo tornati ai tempi in cui i figli non erano esseri umani del cui concepimento, nascita e crescita si è responsabili, ma semplice forza-lavoro gratuita con cui portare soldi in famiglia; e, considerando che l’intera faccenda è un tentativo di ringiovanire la decrepita popolazione italiana per far entrare nuove tasse al sistema pensionistico, concettualmente non sono andato nemmeno troppo lontano.

Ma magari hanno ragione gli (sparuti) apologisti della campagna (io ne ho intravista una sola nella mia rete sociale). Magari l’intento è davvero solo “informare, prevenire le malattie che rendono sterili e spiegare al cittadino il funzionamento del suo corpo” (tralasciando che, però, l’educazione sessuale nelle scuole NO perché è gender). Magari il problema non è tanto l’hashtagFertilityDay ma gli slogan e le “cartoline” create da Mediaticamente, l’azienda grafica che ha vinto il bando per la campagna. Del resto, un’azienda ha un nome che sfrutta il cliché “è un’avverbio, ma descrive anche la nostra mente”, e voi vi fidate della loro creatività? Siete deficienti?
Ma forse tutto lo snark e le minacce velate e le frecciatine e la passivo-aggressività ce li hanno messi loro. Lasciamo stare cicogne e retorica e associazioni mentali sfortunate; andiamo a leggere semplicemente cosa dice il Piano Nazionale per la Fertilità del Ministero. Ok, c’è quel tremendo “facciamo più figli per la Patria” che fa tanto Ventennio, ma quanta iperreattività c’è stata, in effetti?

Beh, ci sono varie cose che fanno sembrare il documento una specie di propaganda non del tutto onesta a favore della Sacrosanta Famiglia Tradizionale. Ad esempio, c’è una certa propensione a fornire dati non incoraggianti sulle “forme di unione alternative al matrimonio” ma glissare (o non dire nulla) sulle controparti delle famiglie “tradizionali”, si sa mai che magari siano troppo simili. Ma i paragrafi più incriminati in assoluto sono il 2.3, sul “ruolo del livello di istruzione e della condizione professionale”, e il 2.4, in cui si analizza come “l’asimmetria dei ruoli porta al rinvio”. Che no, non è una constatazione del fatto che chi non ha un lavoro stabile ma ha un cervello in testa difficilmente si metterà a figliare, ma sostanzialmente dice che si stava meglio quando si stava peggio. Nello specifico, quando le donne stavano peggio. Tre stralci di testo, nero su bianco. Uno dal paragrafo 2.3:
L’analisi non può prescindere dal mettere in relazione la tematica più generale dell’istruzione con il ritardo nei tempi della maternità/paternità. La crescita del livello di istruzione per le donne ha avuto come effetto sia il ritardo nella formazione di nuovi nuclei familiari, sia un vero e proprio minore investimento psicologico nel rapporto di coppia.
E due dal paragrafo 2.4:
La maternità nei paesi occidentali, nel corso di un periodo relativamente breve, si è modificata. È divenuta una ricerca consapevole, non più subita, frutto di scelte e convenzioni appartenenti ad altri. La maternità non è più un destino biologico […].
Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità?
La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili.
Dopo avere valorizzato le caratteristiche di indipendenza e realizzazione di sé delle bambine e giovani donne, dopo aver fatto in modo che si tendesse ad una parità di genere, che ha portato alla conquista di un titolo di studio, spesso di secondo livello e un lavoro agognato, magari di responsabilità, la maternità appare improvvisamente alle donne come un preoccupante salto nel buio, un ostacolo ai progetti di affermazione personale.
Nel paese degli stereotipi di genere, quello “mammone”, dei “bamboccioni” e della pubblicità con il “mulino”, una donna su cinque non fa più figli.
In passato, l’orologio biologico delle donne era anche la vicina/parente impicciona che chiedeva insistentemente “novità” alla sposina. Oggi, in periodo di comunicazione politically correct, occorre spiegare, informare in modo capillare e continuativo, portare a conoscenza delle donne e degli uomini che la fertilità è una curva gaussiana che comincia a scendere molto prima che la donna consideri la questione come un’opportunità.
Cioè, in sostanza è un male che le donne abbiano scoperto che nella vita c’è di più che sgravare continuamente e rammendare montagne di calzini? È un male incoraggiare le bambine (ma anche i bambini, eh!) a seguire i loro sogni – che siano mettere su famiglia così come realizzarsi professionalmente? È un male che parenti e vicini si facciano gli affari loro? No, perché parafrasato e riassunto, il contenuto di queste citazioni è:

Tralasciando che metà delle virgole le ho aggiunte io per pietà; ma l’istruzione non serve.

Insomma, è già abbastanza fastidioso che lo Stato tenti di mettere becco sulla vita famigliare delle persone in qualsiasi modo non siano sovvenzioni, servizi e altre risorse messe a disposizione del cittadino. Sentirsi dire come gestire il proprio corpo, cosa fare del proprio tempo libero, del rapporto di coppia, della sessualità e, porca miseria, persino dello sperma e degli ovuli è piuttosto ansiogeno: sono campi talmente personali, intimi per definizione, che dà già fastidio quando vengono a ficcarci il naso i nostri genitori, figurarsi la Lorenzin e i suoi galoppini. Ma farlo in una maniera così prevaricatrice, utilizzando una campagna mediatica dalla forma supponente e condiscendente, spesso addirittura offensiva, e un testo dai contenuti così retrogradi e addirittura fascisti… beh, non c’è da sorprendersi se, tanto per cambiare, siamo la barzelletta del resto del mondo.
Che poi, io ci ho a che fare da tutta la vita, con una famiglia di nove tra fratelli e sorelle, ed è una delle cose più disfunzionali che abbia mai visto. Altro che forza nella tradizione. Personalmente, il giorno in cui uno dei galoppini della Lorenzin – nome a caso… Gaston! – verrà a casa mia a controllare dove, come, quando e a che scopo infilo il pisello… beh, la mia reazione sarà una soltanto:


Friday, 8 April 2016

It’s hard to be me all the time

Ultimamente sono in pieno revival primi Anni Duemila: mentre postproduco il milione di foto che mi hanno commissionato nelle ultime settimane preferisco avere un sottofondo discreto e poco impegnativo che mi tenga compagnia senza distrarmi. Così, ecco che ho ripescato tutta la musica-nostalgia-dei-miei-dodici-e-tredici-anni: Paola & Chiara, Shakira, Anastacia, Alizée e Avril Lavigne. Festival, Laundry Service, Anastacia, Mes Courents Electriques…, Let Go e Under My Skin sono tutti album che posseggo in formato CD, ho importato su iTunes e ogni tanto ascolto.
E no, non me ne vergogno affatto. Per quanto di solito preferisca musica con più spessore, non li considero nemmeno dei guilty pleasure: è semplicemente musica che mi piace e che rappresenta un periodo ben preciso della mia vita.
Ma siccome non si può postprodurre tutto il giorno, a una certa mi sono semplicemente sdraiato a letto, le gambe sollevate contro il muro e il computer accanto a me con Let Go in riproduzione. E ho pensato che, dovessi trovarmi un ragazzo, vorrei che ascoltasse Avril Lavigne.
Beh, vorrei che ascoltasse anche Avril Lavigne; o che l’avesse ascoltata da ragazzino e ogni tanto ci tornasse con nostalgia come faccio io.

Il fatto è questo: per citare Pescy in un’intervista di qualche anno fa, “è difficile essere me tutto il tempo”. Sì, ho degli standard culturali e ci tengo a essere circondato da persone intellettualmente stimolanti; ma quando si prendono troppo sul serio, la cosa diventa tremendamente stressante. Essere all’altezza di qualcuno perennemente impegnato a dimostrare al mondo la sua erudizione alla lunga stanca: dovessi avere un ragazzo accanto, vorrei che potessimo prenderci delle pause e avere poche pretese, ogni tanto, senza preoccuparci di quel che penserebbe la gente.
Anche perché bisogna darle credito, ad Avril: per quanto musicalmente Let Go sia “basic” per fargli un complimento, c’è un’enorme genuinità dietro. Musicalmente e, soprattutto, testualmente, è un album adolescenziale fino al midollo: piccoli drammi quotidiani, ribellione, battibecchi fra sottoculture convinte che il modo di vestire sia fondamentale per definire una persona e duri per sempre… dai, ci siamo passati tutti per quella fase. Se riusciamo a goderci senza problemi cartoni animati, film, videogiochi della nostra infanzia, perché non possiamo anche sorridere e pensare che siamo stati adolescenti negli Anni Duemila assieme ad Avril Lavigne?


Non dico che il periodo delle medie sia stato il peggiore della mia vita, ma poco ci manca. Mi sono ritrovato catapultato da essere uno dei bambini popolari alle elementari a essere il secchione bullizzato, ed è da lì che è nata la mia social awkwardness. Poi però arrivò la musica e, durante la ricreazione, avevo i miei dieci minuti di gloria in cui me ne stavo appollaiato su uno dei banchi ad ascoltarla con le ragazze, a commentare il look di questa o quella cantante, a tentare di decifrare i testi con il nostro inglese maccheronico, a cantare tutti insieme e lanciarci occhiatine maliziose quando coglievamo qualche doppio senso che non c’era ma, foneticamente, ci sembrava. “You fall and you crawl and you break and you take what you get and you turn it into…” e giù a muovere testa e mani a ritmo mentre ci squarciavamo la gola. Riascoltare Avril Lavigne fa ricordare momenti molto piacevoli che avevo dimenticato nella massa indistinta di quello che è stato un periodo difficile, ed è qualcosa che apprezzo molto.
Per cui sì: se mai dovessi trovare un ragazzo, mi piacerebbe che fosse uno che sa prendersi alla leggera il tanto da starcene sdraiati sul letto in versi opposti, i piedi poggiati sul muro, ad ascoltare Avril Lavigne sul mio computer e ridere mentre ci raccontiamo com’eravamo da adolescenti, dei piccoli momenti piacevoli che abbiamo trascorso allora grazie alle nostre passioni, e di come sotto sotto non siamo cresciuti tanto da dover essere seri e colti tutto il tempo.

Sunday, 3 April 2016

Warning’s fair, I don’t care very much

Ribadiamolo, ché non fa mai male: astrologia sì ma anche no. Adoro la simbologia che c’è dietro, mi piace giocarci, ma la prendo più come una pausa ricreativa in un percorso di autoanalisi più serio che non come la vera risposta a tutte le mie magagne.

Secondo il mio amico Stefano, ho una carenza di ossitocina che mi fa salire il bitch, please quando la gente inizia a fare la svenevole. Secondo il mio ingarbugliato tema natale, invece, non ho proprio un cuore. I Gemelli sono bipolari, cerebrali, facilmente distraibili e difficilmente impegnabili già di default, ma nel mio caso specifico ci sono tante di quelle posizioni e aspetti che suggeriscono che sono una persona sentimentalmente carente che, in pratica, secondo gli astri sono geneticamente programmato a essere l’Anticristo del romanticismo. Basti vedere come sono messe Venere e Lilith, che descrivono rispettivamente il lato sentimentale e quello sessuale delle persone.

Venere in Gemelli
Con Venere in Gemelli, il sentimento è curioso e in un certo senso intellettualizzato; si hanno modi di fare simpatici, gentili e accattivanti ma a volte si è volubili e si affrontano i sentimenti e le relazioni con disinvoltura. Alle origini di una storia d’amore deve esserci comunque una base intellettuale.

Lilith in Bilancia
Lilith in Bilancia caratterizza una persona molto attenta all’eleganza e al lato estetico della persona che gli sta a cuore. Non sempre però riuscite a conquistare e a legare a voi chi più ha colpito il vostro cuore a prima vista.
Siete inoltre molto passionali all’inizio, ma perdete questa intensità dei sentimenti abbastanza velocemente.

E già qui, fra Cerebral, Heartless Bitch Venus e Vain, Easily Bored Lilith, sono il poster child della superficialità sentimentale: sono cortese, mi piace dare corda, ma la cosa finisce lì. E il divertimento è solo all’inizio:

Venere in VI casa
L’amore viene associato con il lavoro, dove si svolgono attività piacevoli. Si seguono spontaneamente norme di vita equilibrate, fra affetti, lavoro e quotidiano, salute inclusa.
L’affetto si riversa anche verso il mondo della natura, con particolare attenzione verso gli animali domestici e le piante.

327 Congiunto Venere - Giove
Siete eccezionalmente generosi e amorevoli, ma richiedete in cambio molto affetto e molti stimoli a livello sociale. Spesso vi aspettate dal partner anche un sostegno materiale.
È un ottimo aspetto per quanto riguarda la vita affettiva e sociale. Vedete l’amore secondo i canoni tradizionali, ed il vostro matrimonio è fortunato, come, del resto, le vostre associazioni.

-129 Opposto Venere - Ascendente
Vi piace eccedere nella ricerca del piacere. Potete frequentare compagnie dubbie o comunque diverse. A volte mancate di buon gusto. Siete spendaccioni, e spendete in maniera superficiale. Cautela nelle amicizie: a volte sono più interessate che sinceri.

Fin qui ancora nulla di eccessivamente preoccupante: ecco il mio solito “voglio un ragazzo fotogenico per farci, come prima cosa, un mucchio di foto che non avrebbero profondità emotiva con un modello qualsiasi”, una certa esigenza in campo sentimentale e il fatto che non sono proprio capace di pormi dei limiti. Ma c’è dell’altro.

Marte in VII casa
Il temperamento può essere caratterizzato da una carica di tensione nei rapporti amorosi o con i collaboratori, poiché vi è la tendenza a voler dominare.
La vita di relazione è molto contrastata.

Saturno in I casa
Il carattere tende ad essere riservato, controllato, che non si scopre facilmente, molto sensibile alle responsabilità e al dovere.
Può essere indizio di una salute delicata soprattutto in età infantile.

 49 Congiunto Luna - Urano
Il vostro bisogno di libertà in campo sentimentale e familiare è così forte che resisterete a ogni legame e la cooperazione con il partner e i membri della vostra famiglia diventerà difficile. Avete bisogno di continui cambiamenti.
Il vostro modo di esprimere le emozioni è piuttosto superficiale e disinvolto, i veri sentimenti, troppo spesso da voi ignorati, finiscono con l’esplodere in un secondo momento. Avete molta vitalità e un grande dinamismo. Siete esuberanti e tenaci.

Insomma, l’unico aspetto che mi descrive come sentimentalmente abile è la congiunzione di Venere e Giove; a questa però si contrappongono praticamente tutti gli altri aspetti che influenzano il campo sentimentale. Per dire, Sugar Daddy Jupiter è ampiamente compensando da Control Freak Mars e Free Bitch Baby Uranus: non mi farei mai mantenere dal partner perché ciò mi metterebbe in una posizione di svantaggio nella coppia e andrebbe a limitare la mia libertà di prendere e farmi gli affari miei. Allo stesso modo, la generosità sentimentale è compensata (o, per lo meno, sepolta molto a fondo) da tutta quella massa di incapacità di vivere i sentimenti in profondità, carattere controllato e desiderio di indipendenza.
Riassumendo, al fatto che amo con la testa e scopo con gli occhi, che tendo a non moderarmi e ho un approccio molto superficiale ai sentimenti, si aggiunge che tengo sempre su la poker face, ho bisogno di mantenere il controllo, difendo ferocemente i miei spazi e la mia indipendenza e, quindi, come inizio a sentire puzza di gente troppo appicicaticcia, che corre troppo o non sa stare al suo posto, alzo i tacchi e tanti saluti proprio come regola.
In tutto ciò, buttiamoci dentro anche il mio Neurotic Wreck Neptune e non c’è da sorprendersi se a fare gli svenevoli con me non si arriva lontano.

So if you kiss me,
If we touch,
Warning’s fair:
I don’t care very much.

[ I Don’t Care Much – Emilie Autumn ]

Saturday, 9 May 2015

Come manda in confusione Gaston

Sto attraversando un momento di profondo drama e confusione interiore. Già da qualche settimana, in realtà, da quando i dettagli sul cast del live action de La Bella e la Bestia sono stati resi pubblici. In realtà, non appena Emma Watson è stata annunciata nel ruolo di Belle ho sparato i fuochi d’artificio: abbiamo già visto tutti che nel ruolo della bibliofila socialmente non accettata ma a cui non potrebbe fregare di meno se la cava perfettamente. Inoltre, il messaggio inviato da Belle, come personaggio, è perfettamente in linea con l’impegno femminista-ma-non-nazi di Emma. Infine, Emma è bella ma non scialba, proprio come Belle dovrebbe essere. Insomma, a meno che gli sceneggiatori non tirino fuori una boiata ai livelli di Maleficent, Emma dovrebbe essere memorabile in quel ruolo.

E poi hanno castato Gaston. E hanno scelto LUI.


No, davvero: LUI.


Luke Evans. Seriamente, Luke Evans. A fare Gaston.

Che sì, insomma: da una parte sono anche contento che finalmente vedrò qualcosa in cui recita perché mi interessa il film in sé, e non solo perché la sua nioccaggine mi distrae dalla assoluta mancanza di trama e significato di ciò che sta succedendo (ripeto, se non tirano fuori un altro Maleficent). Ma Gaston?!
Cioè, se mi chiedete di nominare una cosa in tutto l’universo che detesto, sceglierei Gaston! NESSUNO È ODIOSO COME GASTON! Cristo, se c’è qualcosa in un uomo che mi fa evaporare le mutande all’istante, è la fossetta sul mento; eppure, odio Gaston e pure la sua fossetta!
Il che è semplicemente naturale, considerando dove sono cresciuto: avete presente il paesino di Belle? Ecco, sostituite “Bonjour!” con “Ajò!”, eliminate del tutto la libreria e raddoppiate le pecore. E cavolo, se io ero Belle: trapiantato lì, leggevo tanto, avevo una mente creativa, la mamma additata come “la stran(ier)a”, avevo modi più raffinati, una mentalità più aperta, vestiti più stilosi e interessi più ampi del 95% della gente che mi circondava (il restante 5% erano la mia maestra Elena e l’altra famiglia “strana” del paese, quella della mia fidanzatina Vanessa).
Io per strada da piccolo.
Ero l’esatto opposto di ciò che ci si aspettava da un bambino di paese. Non ero forte, non ero bravo ad arrampicarmi, non mi piaceva correre, preferivo giocare in casa con i Lego, non sputavo, non ruttavo, non avevo un senso dell’umorismo grossolano, non gridavo a squarciagola, non mi azzuffavo, non mordevo. Cavolo, davo già un grosso dito medio agli stereotipi di genere perché mi piaceva Sailor Moon (e fidatevi, all’epoca era socialmente del tutto inaccettabile che a un maschietto piacesse Sailor Moon). E a scuola? La maestra ha voluto parlare con la Mater perché, in prima elementare, fra le frasi da scrivere come compiti per imparare la differenza fra “ha” e “a” ho tirato fuori “Saturno ha gli anelli” e “L’Atomium è a Buxelles”. “Ma non può scrivere cose semplici come ‘Il fiore ha cinque petali’, come fanno gli altri bambini?”, diceva lei. “Ma maestra, l’abbiamo già scritto in classe”, le rispondevo io, inutilmente.
Insomma, sono cresciuto in un mondo provinciale nel quale ci si aspettava che tutti, specie i maschietti, sguazzassero nella mediocrità e l’unico modo che avessero per distinguersi fosse fare a chi ce l’avesse più grosso. Un mondo in cui avrei dovuto farmi i muscoli perché sarei finito a lavorare in caseificio: del resto, a cosa sarebbe servito, lì, un cervello? Avere altri interessi non era la norma, quella rappresentata da Gaston. Per farla breve, lui è l’epitome di ciò che odio di più nell’immagine che la società occidentale, specie in provincia, ha del maschio, e che ho vissuto sulla mia pelle. Per questo sono spaventato alla prospettiva di ritrovarmi al cinema così:
Io in ogni scena in cui ci sarà Luke Evans.
Il fatto che probabilmente fangirlerò il simbolo di ciò contro cui ho combattuto tutta la vita perché adoro l’attore che lo interpreta mi fa sentire in colpa: gli ormoni sono ormoni, ma Gaston non solo è odioso, non solo è il villain nella mia storia preferita, ma la sua stessa esistenza è sbagliata. Anche se diciamocelo: la Bestia sarebbe lui, e la cosa non aiuta molto la causa.
Meh. Volete mettere?
L’unica speranza è che Emma Watson catalizzi l’attenzione con il messaggio de La Bella e la Bestia e rimetta tutto nella giusta prospettiva.

Sunday, 28 September 2014

Non è mai troppo tardi

Ad essere sincero, non sono mai stato un grandissimo videogiocatore. Voglio dire, sin da ragazzino ci passavo su le ore e mi ci diverto un mondo, ma non sono mai stato particolarmente bravo. Come un po’ in tutte le cose che faccio, svolazzo su un livello di dignitosa mediocrità che mi permette di riuscirci e anche divertirmi, ma rimanendo ben al di sotto della gente davvero brava – come ad esempio Roberto e Vasco, i miei migliori amici delle elementari che puntualmente finivano tutti i giochi prima di me.
Del resto, fatta eccezione per Luigi’s Mansion (dove c’è poco da non finire) e i Pokémon, dei quali, finché ho giocato, ho completato almeno un gioco per generazione (gli altri erano il serbatoio per completare quello), da bambino e adolescente non ho mai finito un videogioco. Ok, non so quanto si possano considerare Yoshi’s Story e Final Fantasy VIII: del primo ho sbloccato tutti i livelli, ma ho raccolto il punteggio massimo solo in pochi; il secondo l’ho finito in lungo e in largo, ho svolto tutte le trame e sottotrame, parlato con chiunque, visitato ogni location, ma non ho mai sconfitto l’Omega Weapon. Me l’ero lasciata sulla lista delle cose da fare quando ci giocavo su pc nel 2009-2010, ma poi il computer ha reso l’anima, quello successivo pure, ho tirato a campare finché ho potuto con loro che si bloccavano con nulla (figurati mettere su un gioco) e poi ho preso il Mac, su cui dei dischi per Windows risalenti agli Anni Novanta non girano proprio.

Ebbene, due anni fa, durante le vacanze, ho finito Super Mario 64 per la prima volta. Esatto, il Super Mario del 1996 (e ok, io l’ho avuto nel 1999, ma la sostanza non cambia): nel mio file storico, quello che iniziai da bambino, avevo sconfitto Bowser e tutto, ma ero bloccato a 119 stelle su 120, senza capire dove fosse l’ultima. Avevo iniziato altri salvataggi nel corso degli anni, ma li avevo sempre abbandonati dopo un po’, fino a che non ne ho iniziato e portato avanti uno con ordine e metodo – non andavo avanti ai mondi successivi fino a che non avevo fatto tutto in quello attuale – e ho scoperto casualmente la stella che mi mancava (e per “casualmente” intendo una caduta in cui pensavo di schiattare, e invece). Ammetto che il file A l’ho completato più per puntiglio che per altro: quel 119 mi ha sempre dato un fastidio immenso (ero convinto di aver saltato un Toad e che una volta sbloccato il livello successivo non mi desse più la stella), perché in quel salvataggio c’è molto di non mio: alcune delle stelle più difficili, che nei salvataggi successivi sono riuscito a prendere, le avevano ottenute Roberto e Vasco quando ci trovavamo per passare i pomeriggi tutti insieme incollati allo schermo e col controller in mano. Perché, appunto, erano troppo per il mediocre me-videogiocatore di dieci anni.

Fra ieri e oggi ho invece finito Super Mario Sunshine (questo qui dopo solo dieci anni). Qui lo ammetto: è stata una questione di pigrizia. Il file A l’avevo abbandonato a 112 soli custodi e ne avevo iniziati altri nel frattempo, ma per mancanza di ordine e metodo non sono mai andato fino in fondo. A inizio mese ho deciso di mettermi sotto e farmene uno da cima a fondo, stavolta con ordine e metodo. In realtà, nell’A dovevo prendere solo qualche sole custode segreto sparso qua e là e raccogliere tutte le monete blu, per cui, una volta finito il C ieri notte, oggi mi sono messo d’impegno e ho finito anche quello storico, sempre per non lasciare le cose in sospeso (e che lavoraccio ricordarmi quali monete blu avessi già preso e quali no in ogni livello dopo anni). Non che questo mi renda improvvisamente un videogiocatore di talento, ma sono piccole soddisfazioni che volevo togliermi da quando ero piccolo. E, forse, in fondo non è mai troppo tardi per farlo. Dovrei ricordarlo in molte altre cose che non riesco a finire per paura che ormai sia troppo tardi.

Tuesday, 20 May 2014

Nella mitica Shanghai, pardon, Efeso sono nati sai

Ricordate il Ragnarøk fail di questo febbraio? Beh, stavolta ci riprovano i biblisti, che nei segni post-parto sul corpo di due gemelli turchi neonati, figli di un ebreo e una testimone di geova, hanno individuato complicati simboli biblici e riferimenti al Libro delle Rivelazioni che, neanche a dirlo, ci danno i giorni contati: 1260 (ormai 1250, la nascita è avvenuta il 10 maggio), il che significa che il mondo finirà per l'ennesima volta il 21 ottobre 2017. Qui l'articolo completo e le foto della capocciata intrauterina (cit. Katia) che ha provocato tutto ‘sto scalpore.

Onestamente, non ho più l'età per sopravvivere continuamente alla fine del mondo (a maggior ragione fra due anni), ma se non altro si può sperare che per allora Tontemma abbia smesso di rovinare la vita alla povera Regina, Daenerys abbia messo le chiappe sul Trono di Spade, il cd solista di Santa Vibeke sia uscito, magari anche qualcosa di Nellina, e ovviamente io abbia portato a termine uno o magari tutti i miei progetti fotografici a lungo termine, specie gli Infernal Lords.

Ps: avete capito bene, mi sono gettato a capofitto nel tunnel di Game of Thrones / A Song of Fire and Ice, e sebbene sia un Tyrell inside, faccio un tifo sfegatato per Dany. E occasionalmente per i Lannister, con tanto di ultrà da curva nord uscito fuori durante la battaglia di Blackwater. Ecco, entro la fine del mondo dovrò anche fare un bel cosplay di Ser Loras, poi i Gemelli del Destino potranno fare del mondo il cavolo che gli pare.

Thursday, 20 February 2014

Doomsday

In caso vi fosse sfuggita la notizia, questo week end moriremo tutti. Pare infatti che alcuni studiosi della cultura vichinga abbiano interpretato dei segni assolutamente non circostanziali (fra cui, presumo, la chiusura per ferie della Grande Shanghai a Trieste) e calcolato che, secondo i nostri nerboruti metallari ante-litteram, il Ragnarøk, il crepuscolo degli dei, sia fissato per sabato 22 febbraio 2014. Già immagino celebrazioni in costumi storicamente accurati a casa Espenæs-Krull in vista dell’evento. Ma mentre aspettiamo che Fernir si liberi e ammazzi Odino, ecco un breve excursus sulle apocalissi a cui sono sopravvissuto negli ultimi dieci anni, che preferisco postare ora perché non so se nell’Yggdrasil, in cui andremo a rifugiarci, c’è il wi-fi.

Tralasciando i giorni del giudizio customizzati per le piccole sette (che potete trovare qui) e limitandomi a quelli con una risonanza mediatica più globale, credo che il conteggio si mantenga attualmente intorno ai nove, con il prossimo come decimo. Nell’ordine:

• Luglio 1994, con la cometa Shoemaker-Levy 9 che si schiantava su Giove. Ho seguito la vicenda perché ero già appassionato di astronomia, riguardando la videocassetta di Piero Angela sull’evento a più riprese perché le animazioni computerizzate dello scontro erano proprio fighe. E ho disegnato un sacco di volte la cometa. Deve essermi sfuggito che un evento a circa cinque unità astronomiche da noi potesse avere ripescussioni catastrofiche, e probabilmente è sfuggito anche alla Terra.
• Il 1999, profetizzato nientemeno che da Michel de Notredame, aka Nostradamus, noto per la sua affidabilità, specialmente sulle date precise. Nessun re del male è arrivato, il livello di inquinamento dei fiumi è rimasto quello di sempre e il millennio non ha fatto finire nulla. Beh, fortuna: avevo un viaggio in Austria da fare per vedere l’eclisse di sole ed ero impegnatissimo a portare la mia squadra di Pokémon al livello 100!
• Sempre il 1999 con il Grand Cross, l’allineamento dei pianeti nello stesso quadrante del del Sistema Solare. Questo me l’ero perso del tutto, ma Kaori Yuki l’ha infilato nella trama di Angel Sanctuary, per cui si merita una menzione.
• Il 2000, con un altro allineamento, stavolta di Mercurio, Venere, Giove e Saturno, e ovviamente col Millennium Bug. Inutile dirlo, nessun segno dai pianeti, né dai computer. E dire che io e il mio amichetto del cuore Roberto avevamo passato l’anno precedente impegnati in accesi dibattiti sulle conseguenze del Millennium Bug.
• Il 2001 è in realtà la versione 2.0 del 2000. C’era chi sosteneva che lo 0 non fosse un anno, ma un momento nel tempo, e che il primo millennio fosse iniziato con l’anno 1 (il che, in effetti, ha senso). Quindi il 2000 era l’ultimo anno del Secondo Millennio e il Terzo sarebbe effettivamente iniziato col 2001. Apocalisse rimandata di un anno, quindi, ma di nuovo nulla di fatto.
• Il 10 settembre 2008 e l’accensione dell’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra. I media nazionali hanno la brutta caratteristica di bagnarsi copiosamente le mutandine ogni volta che c’è da fare pseudo-scienza, per cui si sono buttati come ninfomani sulla notizia e hanno strombazzato ai quattro venti quanto il tutto fosse pericoloso. In quel periodo ero terribilmente depresso, quindi ammetto di averci sperato davvero, un po’. Che delusione, come tutte le volte.
• Nel 2011 ci sono state tante apocalissi che le si poteva mangiare col culo (colorita quanto efficace espressione russa), fra cui ricordo il 21 maggio. Quella burlona della Terra si è pure lasciata sfuggire una puzzetta sotto forma di eruzione vulcanica (cit.) in quel periodo, ma ha deciso che era troppo pigra per capovolgere i poli magnetici e poi esplodere.
• L’11/11/11, perché le date fighe sono il nuovo nero e si abbinano con qualsiasi apocalisse.
• Il 21 dicembre 2012, che ho trascorso facendo shopping natalizio con la Mater e riaprendo il blog, è stato una colossale delusione. Dai, con tutto il risalto mediatico che ha avuto, nemmeno un terremotino? Una meteorina che arriva a terra e sfonda una macchina? Un diluvietto? No, cavolo, era pure soleggiato e tiepido! Maya fail.

Per quanto riguarda l’imminente Ragnarøk, l’unica previsione che posso fare è che avrò i capelli sufficientemente sudici da potermi fare l’henné (mi hanno spiegato che devono essere sporchi perché così le scaglie sono tutte aperte e fa presa meglio). Per cui, se il mondo sopravvivrà avrò i capelli lucidi e splendenti (faccio quello neutro solo per rimpolparli un po’). In caso contrario, pazienza, ci spalmerò sopra la linfa dell’Yggdrasil sperando che abbia proprietà analoghe.

Oh, in tutto ciò sono più propenso a credere ai Nero, che indicano il 21 dicembre 2808 come Doomdsay. Dai, come può una canzone così figa non azzeccarci?

Thursday, 16 January 2014

No, ma chi, io?

Era tanto che non facevo qualche test online per cercare di capire quanto è bacata la mia testa. Questi sono i miei risultati secondo questo robo, fra un errore grammaticale e uno sintattico che mi sono premurato di correggere.

Pensatore – Analizzi i problemi in profondità con intelligenza.
Cerchi sempre una spiegazione logica alle cose di cui ti interessi. Ti piacciono i ragionamenti astratti e teorici. Hai maggiore interesse per i riconoscimenti che per l’interazione sociale. Sei calmo, controllato, flessibile e tollerante. Hai una grande attitudine per le ricerche approfondite. Sei particolarmente scettico, perciò analizzi sempre i problemi. Qualche volta sei un po’ troppo rigido e manchi di sensibilità*.

Nel dettaglio:

Introversione vs estroversione (avere energia da ciò su cui concentri la tua attenzione).
Introverso: Tendenza per la quale i cambiamenti dell’ambiente esterno influiscono su di te. Concentri la tua attenzione e le tue forze psicologiche sul tuo mondo interno, le tue esperienze personali, idee ed emozioni. Preferisci pensare indipendentemente e leggere*.
• Persone diverse da te – Estroverse: tendenza per la quale loro influenzano il mondo esterno. Concentrano le forze psicologiche e l’attenzione sulla comunicazione con le persone, amano gli incontri, discutere e parlare.

Percezione vs intuizione (cosa noti di più quando ricevi le informazioni dal mondo intorno). Fifty-fifty qui.
Intuizione: indica che ti piacciono le teorie e i principi astratti. Sei attento all’interezza delle cose e alla tendenza al cambiamento. Per te sono importanti l’ispirazione, l’immaginazione e la creatività*. Ti piacciono le implicazioni, le analogie, le connessioni, possibilità, le deduzioni e le previsioni.
Percezione: tendenza per la quale dai importanza alle informazioni dettagliate ottenute con la percezione dei sensi (le cose che vedi, senti, odori, gusti e tocchi). Ti accorgi più dei dettagli e delle descrizioni. Ti piace migliorare le abilità che hai già.

Pensare vs sentire (come prendi le decisioni).
Pensare: tendenza per la quale presti attenzione alle relazioni logiche tra le cose. Ti piace valutare e prendere decisioni attraverso analisi obiettive. Sei molto razionale, obiettivo e chiaro. Pensi che le regole siano più importanti che essere flessibile.
• Persone diverse da te – Sentire: tendenza per la quale danno più importanza ai sentimenti loro e delle altre persone. I valori e l’armonia sono i loro punti di riferimento per valutare. Sono empatici, gentili, amichevoli e pieni di tatto. Pensano sempre all’effetto del loro comportamento sui sentimenti degli altri.

Valutare vs percepire (come organizzi e progetti la vita).
Percepire: hai bisogno di raccogliere più informazioni prima di decidere. Poi cerchi di capire e adattarti. Ti concentri sui processi e cambi i tuoi obiettivi in base alle informazioni. Metti sempre in contro la possibilità di imprevisti nella vita di tutti i giorni*. Ti piace una vita libera e comoda, che potrebbe essere un po’ disorganizzata*.
• Persone diverse da te – Valutare: amano fare valutazioni, prendere decisioni e fare programmi. Vorrebbero gestire, controllare e guidare i risultati, e si focalizzano sulla realizzazione di un compito. Nella vita di tutti i giorni cercano una vita organizzata passo per passo e rispettano i tempi.

*No, ma chi, io? Parlate proprio di me? Sul serio?

Ps: secondo il test sull’età mentale sono ancora uno spensierato ventunenne. Andiamo bene.