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Saturday, 17 July 2021

Una notte con Miss Rona

Alla fine, gli Hunger Games di ieri mattina sono stati miracolosamente resi sopportabili da un’inaspettata copertura nuvolosa che ha portato un gestibile fresco sulla città. Allo hub del Mariotti la disorganizzazione regnava sovrana e ho impiegato oltre un’ora per entrare – parte della quale ho trascorso seduto sotto il tendone, parte sotto quello che, in un’altra giornata, sarebbe stato il sole cocente perché a una certa il personale non si è coordinato bene e c’era più gente pronta a entrare di quanta potesse stare dentro la palestra e ci hanno tenuti in standby sugli spalti di cemento.
Oh, e in tutto questo mi era anche venuta una colite dal nervoso e quindi stavo scoppiando; quello sicuramente non era colpa della disorganizzazione, ma i rallentamenti non hanno sicuramente aiutato.
 
Il peggio, comunque, è arrivato molto, molto dopo. Se il pomeriggio me la sono cavata relativamente a buon mercato, dormicchiando un po’ e leggiucchiando su Wikipedia per il resto del tempo. Ho fatto giusto in tempo a terminare l’articolo sul Castello di Asburgo in cui ero finito seguendo il rabbit hole, che verso mezzanotte, puntuale come un orologio, è arrivato il malessere. Ma roba che letteralmente tremavo per i brividi e sono dovuto andare a ripescare il pigiama pesante e il plaid dall’armadio nonostante le temperature estive tipiche del Merilend.
La tachipirina che ho preso è durata sì e no un’oretta, il tempo di fare qualche storia su Instagram, che il tremore è subito ricominciato.
Della notte in sé ricordo poco se non il carosello di freddo che nemmeno Snowpiercer e caldo infernale, brividi fortissimi e sudori incontrollati. Ma, soprattutto, il mio cuscino: a una certa, la febbre mi è salita oltre i trentotto e ho iniziato a delirare, convinto che il mio spostarmi da un punto all’altro del cuscino in cerca di fresco fossi io che andavo da una torre all’altra del Castello di Asburgo, con tanto di mappa che avevo visto su Wikipedia.
Giuro, ho questo ricordo distinto, della mappa e di me che spostavo la testa da una torre all’altra.
 
E da qui, ho avuto con orrore la conferma di ciò che avevo già pensato: se già solo il vaccino mi fa stare così male, non oso immaginare la malattia in sé. Almeno ho la speranza che massimo domani sarà tutto passato, mentre stare settimane e settimane peggio di così sarebbe orribile. E su questo che, raccontando i sintomi, ho martellato nelle storie di Instagram: stare così male per qualche ora è un piccolo prezzo da pagare per non prolungare quest’agonia chissà per quanto.

Oggi sono per lo più spossato e nauseato; ho mangiato poco e a fatica, e ora, dopo un pomeriggio piuttosto vegetativo, ho abbastanza presenza intellettuale da buttare giù questo resoconto della mia notte di passione folle con Miss Rona fra le stanze del Castello di Asburgo.
Delirare è stranissimo.
Speriamo che passi entro breve.

Friday, 18 December 2020

Suona la sveglia

Ho sognato di avere trentanove anni.
Non ricordo nient’altro, se non l’età che avevo, di essermene accorto all’improvviso ed essere entrato nel panico.
Non so se avessi sbagliato a contare, se avessi dormito per nove anni e mi fossi svegliato solo in quel momento, se la quarantena fosse durata tanto, se semplicemente il tempo fosse trascorso monotono e indistinguibile fino a quella data. Fatto sta che all’improvviso mi accorgevo di avere trentanove anni quando avrei dovuto averne meno. Ero sulla soglia dei quaranta e non solo la mia vita non aveva direzione alcuna, ma non avevo fatto nulla di rilevante in questo tempo, non avevo assaporato niente, non me l’ero goduta.
È stata una delle poche volte in cui svegliarmi è stato un sollievo.

Che poi, è un panico stupido: quest’idea che la vita termini poco dopo i trenta potevo avercela a vent’anni, ma ora molte persone che ammiro, compresa la mia migliore amica, sono intorno ai quaranta o li hanno superati. Certo, “un tempo per ogni cosa e per ogni cosa uno spazio”, se mi perdo qualcosa a un’età diventa un po’ sciocco sperare di recuperarla quando è passata, ma non è quello il punto. Forse il numero è stato arbitrario e il mio cervello ha semplicemente processato il fatto che ho trascorso un anno in letargo forzato dopo una buona mezza decade in letargo autoindotto.

A questo punto, presumo che dovrei scrivere qualcosa di positivo e ispirante, tipo che mi è suonata la sveglia ed è tempo di impegnarmi per non avere il timore o dubbio o rimpianto di non aver vissuto al massimo, ma sinceramente non me ne frega nulla e un po’ penso che sia troppo tardi. Otto anni troppo tardi. E comunque, non che il futuro offra queste grandi prospettive in generale, men che meno a me.
Al diavolo: la sveglia è fatta per essere ammazzata.

Monday, 14 December 2020

Una frustrante passeggiata al sole

Oggi è la prima giornata di bel tempo da settimane a questa parte: fa tiepido, è soleggiato, non c’è vento, è estremamente gradevole. La Niantic ha deciso di organizzare l’ennesimo evento in Pokémon Go, così io e la Mater abbiamo pensato di fare un breve giro per raidare, metterci in palestra e portare avanti la missione speciale. Fra l’altro, nei giorni scorsi avevo un colossale brufolo sulla punta del naso, di quelli sottocutanei cattivissimi, che si gonfiano, fanno male ma non riescono a spurgare in nessuna maniera: l’ho dovuto trattare con una pomata sovietica dalla formula segreta (teorizzo sia a base di muffe radioattive dal sarcofago del reattore di Chernobyl) che l’ha fatto sgonfiare e maturare in tempi record, ma prima avevo l’intera punta del naso gonfia e rossa, proprio a mo’ di pagliaccio, e la mia autostima era sotto le scarpe. Il fatto che oggi per la prima volta mi sia visto anche senza alone rosso ha fatto miracoli per la mia autostima e mi ha convinto a uscire.
Non che facesse chissà che differenza, comunque: il naso non si vedeva perché quando esco indosso sempre la maschera.
IO.

Come passeggiata è molto frustrante perché ho constatato che, andando verso il Balaguer, più della metà delle persone non indossava la mascherina. Qualcuno la “indossava” sul mento, ma molta più gente non l’aveva proprio in faccia, nemmeno per far finta di tirarla su quando incrociano qualcuno.
Beh, ho deciso di lasciare la passivo-aggressività libera, commentando più volte ad alta voce alla Mater che, a quanto pare, il lockdown ce lo meritiamo davvero, o che quei coglioni sono gli stessi che poi si lagnano senza fine quando finiscono rinchiusi in casa. La Mater ci è andata ancora meno per il sottile: “Poi si ammalano, si aggravano, crepano e la famiglia fa causa all’ospedale per negligenza, quando se la sono semplicemente cercata”. Uno sportello sbattuto con forza alle nostre spalle ha annunciato che dopo il nostro passaggio la signora seduta sulla panchina con la madre anziana è andata in macchina a recuperare le mascherine e indossarle. Evidentemente, per quanto stizzita, si è resa conto che non avevamo tutti i torti.
 
La cosa mi ha urtato non poco. Ormai sono abituato a portare la mascherina e, per la maggior parte, quasi non ci faccio caso, ma ciò non significa che sia gradevole, facile o comodo; se posso farlo io, può farlo chiunque.
Fra l’altro, ricordate il sogno in cui avevo dimenticato la mascherina? È diventato il mio nuovo incubo ricorrente: sto andando da qualche parte, a metà strada mi accorgo di non averla, ma a quel punto è troppo tardi per tornare a casa a metterla, quindi non so che fare. Lo scenadio è di volta in volta sempre leggermente diverso, ma sono già sei o sette volte che ricordo di aver fatto qusto sogno.
E sì, probabilmente sentire la responsabilità di non peggiorare la situazione perfino in sogno è un po’ eccessivo, ma mi rende ancora più indigesta la gente che invece ignora la propria.
 
On a side note, oggi mi sono reso conto di quanto io non sia pronto al vaccino. Non sono pronto a sentire le lagne di chi vorrebbe che questa situazione finisse ma “nOn SaPpIaMo CoSa Ci MeTtOnO dEnTrO”, chi non vorrà farlo per puro spirito di contraddizione, per sentirsi il più furbo e intelligente di tutti perché ha scoperto il complotto, perché è più facile lagnarsi che impegnarsi a contribuire alla soluzione. Prevedo mesi di blast attivo ovunque, perché c’è un limite a quanto disprezzo si può provare prima che tracimi.

Wednesday, 28 October 2020

Passi avanti

Del sogno che ho fatto stanotte ricordo solo la parte finale. Sono certo che fosse successa molta altra roba prima, ma al punto in questione ero a Vinci e c’era qualcuna delle mie amiche del giro cosplay, sebbene non ricordi chi nello specifico. Questa mia amica aveva addosso il vestito rosso della Ciospa, quello che aveva cucito apposta per il nostro shoot. Non appena lo notavo, le proponevo uno shoot al più presto. E sì, una parte di me lo faceva semplicemente perché il vestito le stava proprio bene, un’altra invece per lanciare l’ennesima frecciata alla Ciospa e mostrarle che era perfettamente sostituibile.
In effetti, nei miei piani c’era di usare dei tempi molto veloci e approfittare della brezza per scattare in controluce al tramonto una specie di danza, catturando ogni movimento e drappeggio della stoffa per creare una serie ispirata a Shake It Out di Florence + The Machine molto migliore di quella che avevamo fatto con la Ciospa (che in real life è la foto che meno mi soddisfa di quel set).
Io e la mia amica ci facevamo una passeggiata per stabilire i dettagli e arrivavamo in punta al Molo Audace a Trieste (dove avevo effettivamente fatto quelle foto con la Ciospa) e ci sedevamo a parlare lì. Solo che a un certo punto il mare s’ingrossava: la prima onda s’infrangeva senza problemi davanti al molo, mentre la seconda saliva sopra e rischiava di bagnarci. Allora io all’inizio sollevavo semplicemente il bacino per non rischiare di bagnare il telefono, ma poi mi accorgevo che non bastava e iniziavo a indietreggiare a gattoni cercando di restare dove l’acqua era più bassa. E sì, alla fine ci riuscivo e salvavo il telefono.
Poi mi sono svegliato.

Credo che questo sogno sia stato il riflesso di almeno un paio di cose: Lucca che quest’anno salta, con la mia nostalgia per gli amici di fiera, e il secondo dei revenge shoot per il progetto sugli Hurts, che sto pianificando in un punto in cui ho scattato con la Ciospa qui ma che è molto esposto alle onde quando tira vento (ci sono passato vicino ieri o l’altro ieri e ho proprio notato quanto in su salissero gli spruzzi).
È interessante, però, che anche in sogno stia iniziando a sostituirla del tutto. Nell’ultimo paio d’anni ho sognato diverse volte lei che si comportava fingendo che non fosse successo nulla mentre io non volevo averci a che fare; poi ho sognato che era diventata ostile ed era a sua volta arrabbiata per come avevamo lasciato le cose, ma almeno riconosceva l’accaduto. Adesso finalmente non è comparsa affatto e, anzi, ho iniziato a fare piani sostituendola.
Questo, unito al fatto che mi sono trovato in difficoltà ma sono riuscito a cavarmene fuori sul finale del sogno, spero significhi che sto facendo dei passi avanti nel riportare quantomeno il rancore a livelli gestibili.

A proposito di passi avanti, oggi parlando con un amico sono riuscito a fare un’importante ammissione: il vero motivo per cui non sono più andato in terapia negli ultimi due anni e mezzo è che la mia fiducia verso il mio terapista è venuta meno.
Se qualcuno ricorda le mille paturnie che mi ero fatto per organizzare il viaggio a Roma / Napoli per scattare Belial, il penultimo Infernal Lord, beh, è quello. Non ricordo nemmeno di preciso la sequenza degli eventi, a quanto avevo accennato prima di partire, ma sono piuttosto sicuro che il dramma si sia consumato dopo che ero tornato trionfante. Gli ho parlato di come la mia ansia si fosse rivelata infondata, ho accennato al tema dello shoot e del progetto in generale, e lui ha praticamente smattato che i demoni sono cose con cui non si deve giocare e che avrei dovuto lasciar perdere tutto.
Ecco, in quel momento mi sono sentito personalmente attaccato (di solito lo dico ironicamente, “I feel personally attacked by this”, ma stavolta dico sul serio) e la cosa ha frantumato la mia fiducia. Non mi sono più sentito in uno spazio sicuro in cui potermi aprire senza temere un giudizio, che è la cosa peggiore che può capitare durante una terapia. Ho fatto ancora qualche sessione prima di partire, ricordo di non aver avuto particolari problemi di cui discutere visto che, tolti un paio di inconvenienti, ero più che altro euforico per i progetti post-Vinci che avevo con la Ciospa (povero stronzo), ma poi non sono più tornato nonostante a fine 2018 avessi da gestire la delusione estiva e nel 2019 fosse successo quello che è successo.
Mi sono detto che era per una questione di tempistiche, che tanto tra Lucca e le vacanze natalizie in Sardegna c’erano poche settimane, che poi stavo troppo male e non riuscivo ad andare a chiedere aiuto, ma la realtà è che non sono più tornato perché non riuscivo più a fidarmi di lui, perché l’idea di riprovare ad aprirmi con lui era assurda.
Ecco, ora l’ho detto.
Un’epifania che ho cercato d’ignorare per oltre due anni ma che mi è finalmente salita a galla.
Magari anche questo è un passo avanti e finalmente mi permetterà di cercare altrove e riprendere un percorso di cui ora più che mai sento di aver bisogno.

Thursday, 8 October 2020

Polvere addosso

Ho sognato che ero in giro con la Mater.
Era più o meno l’ora del crepuscolo, il cielo era di quell’azzurro scuro e desaturato che assume dopo che il sole è tramontato ma c’è ancora luce, e il Centro Storico era già illuminato dalle lampade al sodio ma non aveva perso ancora i colori, così che le chiazze di luce dorata sfumavano in un alone lilla prima di perdersi nell’azzurrino della luce ambientale.
Io e la Mater eravamo in via Carlo Alberto all’altezza di Piazza dello Sventramento, il selciato era umido e rifletteva le luci dei lampioni. Era inverno e alcuni negozi avevano già le decorazioni natalizie, compresi i tappeti rossi davanti agli ingressi, fradici e sporchi.

Eravamo diretti da qualche parte e, mentre passavamo, una negoziante si mette a spazzare per strada in modo da gettarci addosso la polvere. Io mi innervosisco, le dico di fare più attenzione, e quella inizia a fare la vittima dicendo che la stiamo disturbando. Mentre ci allontaniamo si lagna che è una negoziante temporanea solo per il periodo natalizio come se questo la giustificasse nel buttarci addosso la polvere. Dopo diversi metri, mi volto di colpo e le urlo qualche insulto, dopo di che proseguo meditando vendetta.

Arriviamo in un palazzo del centro storico in un’aula illuminata da quei neon biancastri con la sfumatura quasi verdognola. Siamo lì per un corso d’inglese (nota dolente per la Mater anche IRL) e prendiamo subito posto ai nostri banchi. A una certa, Sharon Den Adel (sì, a quanto pare continuo a sognare cantanti a caso) mi fa notare che non ho la mascherina, e lo dice lasciando capire di essere molto delusa per la mia dimenticanza e negligenza. La lezione sta per iniziare, non avrei tempo di tornare a casa a recuperarla, ma mi accorgo che sotto il banco ce n’è na di quelle farlocchissime senza nemmeno i ferretti; è lì da tanto tempo ed è piena di polvere, ma la indosso comunque per non deludere ulteriormente Sharon. A causa della polvere mi si tappa il naso, ma faccio finta di nulla per non sembrare malato.

Inizia la lezione (Sharon non è la professoressa, è lì per seguire il corso) e la Mater alza la mano per fare una domanda su una cosa che non le è chiara. Una tizia a caso fra gli studenti, però, la interrompe con aria di sufficienza, come se desse per scontato che non sapere quel dettaglio fosse da ignoranti, e la prof inizia a dare corda a lei invece che rispondere alla domanda della Mater.
La cosa mi irrita e quindi le dico di starsene zitta perché qualcuno aveva fatto una domanda prima di lei; quella in tutta risposta sposta il banco a destra del mio e mi risponde accavallando la gamba destra sulla sinistra e dondolandola in modo che la suola della scarpa tocchi i miei pantaloni neri e lasci delle strisciate di polvere grigio chiaro. Io le dico di smetterla e non provarci più, lei mi ignora, al che io la spintono e la faccio cadere di lato con tutto il banco.
La prof si china ad aiutarla a rialzarsi e la fa spostare, ma io non lascio correre perché nel frattempo la Mater, offesa per essere stata ignorata, ha iniziato a raccogliere le sue cose per andarsene. Minaccio di andarmene anch’io (so che, per qualche motivo, la mia presenza lì dà lustro al corso) e insisto che sia ingiusto che la prof non sia inetrvenuta a riprendere la maleducata che ha interrotto la domanda di un’altra studentessa e mi ha pure sporcato apposta i pantaloni.
A quel punto mi sveglio.

Dopo l’ultimo post taggato “cripta onirica”, ho deciso che, se quando mi sveglio ricordo il sogno e mi ha colpito particolarmente, lo annoterò e lo riporterò sul blog così da poterlo rileggere, ricordarlo e magari interpretarlo.
Anche perché sarò sincero: non ho idea di perché i temi ricorrenti di questo sogno siano stati la gente che fa di tutto per irritarmi e la polvere che mi finisce addosso, né tanto meno di perché la Mater sia stata una presenza costante e così importante.
Il mio subconscio funziona in modi misteriosi.

Sunday, 6 September 2020

Running up that silicone veil

Wow: noto che l’ultima volta che ho taggato un post con “cripta onirica” è stato nel 2014.
Non che non abbia sognato negli ultimi sei anni. Solo che ci sono interi periodi in cui non ricordo nulla di quel che vedo, e quelle poche volte in cui ciò avviene il sogno è talmente frammentato e contorto che non vale nemmeno la pena di tentare di ricordarlo.
Stanotte, invece, ho fatto un sogno piuttosto coerente, per quanto bizzarro, e che ricordo perché coinvolgeva persone che conosco, a cui ho subito scritto per raccontarlo.

L’ambientazione è quella del mio ex-incubo ricorrente (“ex” perché quello sì che non lo faccio più da anni, yay), ovvero la mia aula del liceo in cui mi trovo per fare un’integrazione postuma dei miei studi. Però a questo giro non solo è sera e non mattina, ma la materia non è la temutissima matematica, bensì musica! E in cattedra non c’è la Lorettu, ma Barbara dei Dama! Accanto a me c’è Michele, anche lui deve fare questo corso / esame integrativo.
Ovviamente, con Barbara iniziamo subito a chiacchierare amichevolmente e pian piano mi accorgo che è una sua tecnica per mettere me e il resto della classe a nostro agio per cantare meglio. Mentre parla, prende un oggetto che sembra una specie di vaso ma che so essere una cassa di risonanza e lo usa per cantare prima una nuova canzone dei Dama e poi un’aria lirica. Dopo di che lancia il vaso verso un banco, in modo che chi lo afferra sia il prossimo a cantare almeno una strofa o un ritornello di una canzone a piacere. Lo prende una ragazza dietro di me e la sento intonare The Silicone Veil con una tecnica impeccabile e perfino un timbro uguale a quello di Susanne Sundfør, così mi volto e scopro che in effetti è Susanne Sundfør.
Susanne sorride implicando che quella piccola performance non è stata faticosa per lei e lancia il vaso verso di me. Lo afferro e rimango per qualche secondo paralizzato perché la mia mente si svuota: non ho la minima idea di cosa cantare. Finché, all’inizio con qualche incertezza e poi con più sicurezza, accenno la prima strofa di Running Up That Hill e, finito il mio turno, passo il vaso a Michele e mi volto verso Meg Myers, seduta accanto a Susanne, per sussurrarle: “By the way, I adore your cover.”
Alla fine, mentre cercavo il telefono per twittare qualcosa su quanto fosse bello avere Barbara come insegnante e Susanne e Meg come compagne di corso, mi sono svegliato prima di sentire cos’avrebbe cantato Michele e non ho idea di come sarebbe proseguita la faccenda.

La cosa più interessante è questo inaspettato upgrade del mio ex-incubo ricorrente, di cui non riesco proprio a spiegarmi il significato.
Suppongo che l’incubo fosse una manifestazione del senso di colpa per lo stato pietoso in cui versava la mia carriera universitaria all’epoca, per questo ho smesso di farlo una volta accantonato definitivamente quel periodo della mia vita. Perché quindi è tornato ora, ma stravolto completamente, addirittura trasformato in un bel sogno? E ok, Barbara fa anche la vocal coach, ma perché gli altri? Michele dice che fra me, lui e Susanne facciamo una bella combo di depressi, e Meg non so quanto sia messa meglio, ma a parte questo, c’è qualche significato recondito?

Friday, 11 July 2014

Morti in sogno

Facciamo una piccola premessa. Ieri notte ho fatto le seguenti cose:
1) Un test di personalità molto dettagliato col mio amico norvegese;
2) Giocato su un GdR urban fantasy dove il mio pg confessava al suo non-ragazzo di essere una Strega per dimostrargli che è possibile che lui (il non-ragazzo) abbia invece il potere di comuncare con i morti;
3) Smontato e rimontato una bara in photoshop per una foto ispirata a una canzone di Phildel;
4) Guardato un paio di puntate di Supernatural subito prima di andare a dormire.

Ebbene, una volta andato a dormire, ho fatto un sogno che, per una serie di notivi, mi ha turbato molto. Una prima parte, molto confusa, mi vedeva di ritorno in aereo da un punto dell’Europa a caso; una volta nell’aeroporto, dovevo sbrigarmi a raggiungere la stazione dei treni per tornare a casa, ma il luogo era pieno di persone del mio passato e amici presenti, per lo più compagni di liceo e qualcuno delle medie. Non riuscendo a prendere il treno, sostanzialmente spicco il volo e atterro a destinazione, che non è Trieste, bensì una grande villa in legno ai margini di una pineta che so essere situata in un luogo dove sono andato in colonia da piccolo.
A questo punto, similmente a quanto è successo nell’ultimo sogno che ho trascritto, inizia una puntata di Supernatural della quale presto mi ritrovo a far parte. La colonna sonora è affidata a Phildel, che interpreta anche uno dei personaggi, lo spirito di una ragazza rimasta legata al mondo dei vivi. E infatti, io (protagonista) trovo un foglio in cui questo personaggio ha scritto e disegnato delle cose che sono ciò che le impediscono di andare avanti e che devo decifrare. A quel punto c’è la sigla, ma quando parte la musica dei titoli di testa, la prima cosa che noto è che quella che canta non è Phildel. E anche la canzone, per quanto bella, non è sua.
Questa parte del sogno la ricordo in maniera un po’ confusa, ma c’è una donna anziana, probabilmente la nonna della ragazza, che mi parla di lei e cerca di far rimanere soli me e il suo spirito. A questo proposito, ci manda a fare una passeggiata su una strada bianca che si snoda fra la pineta e una specie di laguna salmastra. Lei mi parla fingendosi Phildel, al che io le dico che so che non è lei, c’è un errore nei credits di apertura. Allora, mentre camminiamo, ad una certa mi accorgo che è notte e siamo bambini, come se fossimo in un ricordo d’infanzia che codividiamo – e che a me non risulta. Anche se sospetto che, non essendo riuscita a spacciarsi per Phildel, voglia ora convincermi che ci siamo voluti bene da piccoli, inizia a farmi sempre più tenerezza. Continuando a camminare, torniamo piano piano alla nostra età vera (lei a quella in cui è morta), la notte diventa una mattinata nuvolosa, e ci scambiamo un abbraccio.
Dopo un po’ arriviamo a una specie di mercato allestito in alcune tende in uno spiazzo della pineta verso la spiaggia, e lì parte il drama. Lei vuole prendere verdure, io invece vedo due hamburger con sopra la mozzarella pronti da cucinare e opto per quelli. Lei è molto infastidita da ciò, per cui tornando verso casa (da una strada diversa, più inoltrata nella pineta) battibecchiamo di continuo. Lei ha assunto un aspetto molto più vivo (come il Tom Riddle del diario) e io mi dimentico che è morta. Ad un certo punto, lei mi fa: “La nonna ha una salute molto delicata. Se muore di infarto, la polizia cercherà nella mia spazzatura, scoprirà che le ho dato della carne e sospetterà di me.” Al che io le rispondo: “Guarda, la mangio io, non è un problema, a tua nonna fai le verdure. Poi vado a buttare la carta sporca nel bidone di qualche vicino.” Lei sembra alterarsi al pensiero che me ne vada per conto mio a buttare la spazzatura e risponde qualcosa di passivo-aggressivo tipo: “No, preferisco morire io piuttosto che altri esseri”, riferito al fatto che quella spazzatura avrebbe inquinato. Nel frattempo, arriviamo a casa sua ed entriamo. È improvvisamente notte e lei mi dice che deve uscire un attimo mentre io devo rimanere assolutamente a casa, magari di iniziare a cucinarmi la cena senza aspettarla.
Non ricordo quando di preciso, ma più o meno a questo punto, prima che la ragazza esca, arriva Murka; e io, sapendo che è morta, ho la consapevolezza che anche lei è uno spirito o, comunque, qualcosa appartenente al passato, e le dico che non può restare con me, appartiene a un’altra vita. Mi metto a piangere perché mi manca, e la ragazza inizia a consolarmi, ma noto che in realtà è molto infastidita dalla presenza di Murka, che continua a miagolare per attirare la mia attenzione. Dopo un po’, visto che la ragazza morta sembra avercela davvero con lei, se ne va e non la sento più.
La ragazza fa quindi per uscire, e questa scena si svolge nel corridoio della casa della Ziaccia, che per anni è stata un luogo ricorrente nei miei incubi. Dopo che la ragazza è uscita, Murka torna, anche se in un punto del corridoio che non riesco a vedere. Si mette a miagolare in maniera sofferente, come faceva l’ultimo periodo, quando stava proprio male. Io mi preoccupo tantissimo e, non vedendola in casa, apro il portone per cercarla fuori. Lei, che invece era nascosta dietro un portaombrelli, sbuca tutta pimpante e con la coda in su, come quando stava bene, e si dirige fuori. Quando la seguo per assicurarmi che stia bene, lei si volta verso di me, miagola una volta col suo tono dolce di quando stava bene, e a quel punto mi sveglio di colpo. Come se per tutto il tempo Murka avesse cercato di portarmi fuori dal luogo (e dal sogno) dove la ragazza morta voleva farmi rimanere.

A dirla tutta, per qualche minuto ho provato anche a riaddormentarmi, ma non ce l’ho fatta; e non perché fossi scosso dal sogno, quanto perché stavo letteralmente gelando. Davvero, all’undici di luglio avevo proprio freddo. Ammetto di essermi impressionato molto e, quando mi sono alzato, mi sono detto che un po’ di superstizione di sicuro non avrebbe fatto male. Così ho preso un bastoncino di incenso alla lavanda (una pianta considerata purificatrice) e l’ho acceso. Cioè, se non altro mi profumava la camera. Il tempo di andare in bagno che torno e lo trovo spento; quando provo a riaccenderlo non vuole proprio saperne.

E lo so, mi sento un po’ un cretino per essermi inquietato per queste cose. Ma negli ultimi mesi ho sognato Murka solo due volte: la notte che si è sentita male per la prima volta ad ottobre, e quella prima che smettesse di mangiare e si lasciasse andare a gennaio – la prima volta ho sognato che tornava indietro dai Campi Elisi e la seconda volta che smetteva di lottare, entrambe ricevendo notizie dalla Mater solo la mattina dopo. Per cui, il fatto di aver sognato che mi guidava fuori da quel sogno e lontano dalla presenza della ragazza morta, assieme al risveglio al freddo, mi ha impressionato. Magari per non pensarci più provo a farmi lo spread di tarocchi ad albero, che si fa per conoscere le presenze che tentano di avere a che fare con noi, e vedo se la ragazza è “qualcuno” da cui Murka mi ha davvero protetto.
Non che ci creda davvero: devo solo lasciarmi i brividi del sogno alle spalle, e maneggiare le carte è un modo carino di farlo.

Monday, 19 May 2014

Il ritorno dei sogni creepy

È parecchio tempo ormai che non faccio sogni abbastanza articolati e interessanti da farmi venire voglia di annotarli per ricordarli dopo che mi sveglio. Stanotte ne ho fatto uno lungo e che ricordo molto dettagliatamente, dato che continuavo a svegliarmi e riaddormentarmi con la mente ancora focalizzata su di esso, così che mi sono rimasti impressi molti punti prima dei risvegli, ma la storia è andata avanti più o meno coesa. E, tanto per cambiare, c’era di mezzo una delle mie artiste preferite, ma quello ormai è un classico.

Era ambientato in un palazzo di epoca teresiana con un grande giardino situato nella periferia di Trieste, e sulle prime si trattava di un film che avevo già visto ma non ricordavo molto bene. Ovviamente, come capita in questi casi, mi sono trovato io stesso nel film e della storia, conoscendo alcuni degli avvenimenti futuri perché, appunto, l’avevo già visto, ma senza ricordare tutto.
Ebbene, mi ritrovo nel giardino della villa e, camminando, passo vicino a un albero piuttosto vecchio ma apparentemente normale; solo che, dalla visione del film, ricordavo che in realtà maledice le persone e le fa scomparire. E in modo creepy: penetra nei loro incubi e le costringe a sognare di scomparire; se il sogno si ripete per tre volte, la mattina i letti vengono trovati vuoti, le persone scomparse. Alcuni degli ospiti della villa (che, presumibilmente, avevano passeggiato vicino all’albero) sono già scomparsi, e io ricordavo dal film che alla risoluzione del mistero, l’ultima vittima viene ritrovata dentro il tronco ancora mezza viva, in un’agonia orribile, attorcigliata fra le schegge di legno e sanguinante, mentre l’albero consuma lentamente la sua vita. Ovviamente, voglio evitare a tutti i costi di fare una fine simile, per cui, dopo le prime due notti in cui sogno (dentro il sogno) di scomparire, la terza riesco a svegliarmi in tempo, prima di sparire, e riesco così a sfuggire momentaneamente alla maledizione.

Nella scena successiva, l’albero ha bisogno di assorbire più energia dalle persone in modo da potermi sopraffare e mantenermi addormentato fino al momento della sparizione; altre persone in città iniziano a fare gli incubi e sparire nei letti, e io decido di indagare. Sul bus che scende in centro, vedo che alcuni passeggeri schiacciano un pisolino e ogni volta che mi volto vedo che i sedili vuoti aumentano. Ricordando dal film che su quel bus c’era un pericolo, prenoto la fermata e mi precipito verso la porta per non addormentarmi anche io. Ci riesco, ma per farlo passo accanto a una bambina che tiene in mano un vaso con dentro un bonsai. Lei cerca di seguirmi, ma le porte si chiudono davanti a lei: io, ricordando che è lei la causa delle sparizioni in città perché il bonsai è un pollone dell’albero, le faccio un gestaccio di vittoria, e lei mi fissa con occhi vitrei e assenti. E questo è stato uno dei momenti più creepy dell’incubo, di cui ricordo ogni dettaglio: capelli neri con la frangetta, pelle bianca con le lentiggini, un vestitino bianco a fiorellini rossi, un nastro fra i capelli, e quegli occhi, le cui pupille erano dello stesso azzurro intenso e lattiginoso delle iridi.

A quel punto, mi ritrovo nel palazzo e scopro che anche Leandra, la cantante bielorussa, è stata maledetta dall’albero e si è appena svegliata di soprassalto dal terzo sogno, prima della sparizione. Ci consultiamo, ma io non so cosa fare perché non ricordo la fine del film: so che per qualche motivo l’albero ci vuole in particolar modo e non mollerà la presa, ma non ricordo cosa fare per evitarlo. A peggiorare le cose, entrambi non dormiamo ormai da troppo (per non sognare di scomparire), e iniziamo ad averne davvero bisogno, mentre la ragazzina continua a cercarci per farci addormentare maledicendoci di nuovo con il bonsai. Non ci resta che andare a cercare il proprietario della villa, che so essere implicato nella faccenda: visto che lui si rifiuta di dirci qualcosa, Leandra lo tortura soffocandolo e sbattendogli ripetutamente la testa contro la scrivania con la telecinesi. A quel punto è chiaro: siamo due ESPer. Leandra è una telecineta e io sono un veggente (il motivo per cui “ricordo” le cose come in un film è che in realtà intuisco il futuro), e l’albero ci vuole perché, in quanto ESPer, gli forniremmo energia più a lungo.
A quel punto, mi telefona la Mater con una soluzione temporanea per recuperare il sonno: dobbiamo cogliere dei rami di betulla, intrecciarli e metterli intorno al cuscino. La betulla è infatti l’albero nazionale della Bielorussia, e non lascerebbe mai che accadesse del male a qualcuno di sangue bielorusso: i suoi rami farebbero da barriera all’altro albero. Leandra ed io riusciamo a procurarci i rami e, per un soffio, a non farci vedere dalla ragazzina creepy. Ci chiudiamo in una camera, spranghiamo porte e finestre in caso ci abbia seguiti, tiriamo le tende e iniziamo a intrecciare i rami per poter dormire un po’ prima di capire come rompere la maledizione.

A quel punto, ovviamente, mi sono svegliato. E sinceramente, con gli occhi di vetro della ragazzina puntati addosso, non avevo più tanta voglia di riaddormentarmi per l’ultima puntata.
Non so bene cosa fare di tutto ciò. Il sogno l’ho per prima cosa trascritto in inglese e lo manderò via messaggio privato su Facebook a Leandra: chissà che non le ispiri un po’ di musica. A ripensarci, sarebbe interessante scrivere un racconto sfruttando proprio la tecnica del “ho visto il film” che poi si scopre essere precognizione, ma dovrei decidere come finire la soria e, soprattutto, capire come far funzionare la narrazione in modo da anticipare solo quanto basta senza svelare subito tutta la trama. L’albero deve nascondere qualche segreto più particolare per essere interessante. Oppure posso fare come con Rose Red: si sa che la casa è malvagia, sono gli eventi successivi a mantenere col fiato sospeso. Chissà. Ci penserò.

Wednesday, 20 November 2013

Incubi ricorrenti

Ultimamente mi sono reso conto di avere due incubi ricorrenti.

Il primo non è proprio un incubo, quanto un luogo ricorrente: è la casa della Ziaccia. Di volta in volta succedono cose diverse, come la gravidanza di Veronica o il cavolo che stava succedendo qui, o molte altre. Ma c’è una costante: non c’è mai via di fuga. Tutte le porte sono chiuse, tutte le finestre sono sbarrate, con gli scuri chiusi o le tapparelle abbassate. Da fuori non proviene mai nessuna luce, che è sempre affidata al lampadario del soggiorno, con uno di quei neon dal colore vagamente verdastro. Di solito anche il corridoio è buio e illuminato solo dalla luce che proviene dall’altra stanza.
Questo sogno è tutto sommato poco sorprendente: il brutto neon freddo è l’illuminazione che la casa ha nella realtà, mentre il fatto che sogni di essere praticamente intrappolato lì dipende dal fatto che ogni volta ci sto controvoglia e non vedo l’ora di andarmene al più presto. Ho dei ricordi molto brutti associati a quel posto, quindi penso sia normale che nei miei sogni è oscuro e senza via d’uscita. Chissà che un giorno sogni di trovare una chiave o di aprire quel portone.

Il secondo dei miei incubi ricorrenti è, per certi versi, molto più angosciante. È illuminatissimo, le finestre sono tutte aperte, ma il senso d’oppressione è perfino più intenso.
Mi trovo, infatti, nell’aula dove ho fatto gli ultimi anni del liceo nonostante sappia benissimo di essermi diplomato anni fa. Davanti a me c’è la professoressa di matematica che mi annuncia la bella notizia: una nuova circolare ministeriale retroattiva ha fatto sì che tutti i voti fossero ricalcolati con media matematica e, di conseguenza, mi sono ritrovato il debito in matematica al secondo anno (l’ho davvero rischiato, sono uscito con una sufficienza tiratissima). Sempre secondo la stessa circolare ministeriale, devo passare un esame riparativo il giorno stesso, altrimenti mi verrà revocato il diploma e dovrò rifare il liceo a partire dal secondo anno. E ovviamente, visto che sono passati anni, io non ricordo nulla. Non so nulla, è da troppo che non studio quelle cose e non vado a scuola!
E per quanto la implori, per quanto le dica che può anche abbuonarmi uno di quei vecchi compiti in classe perché sono passati tanti anni e comunque non studio nulla di matematico all’università, non la metterò mai in imbarazzo, lei resta irremovibile, o al massimo mi dice con compassione che non può farci nulla: devo fare l’esame.
Di solito ci sono anche vari miei compagni, e non so mai se anche loro devono fare l’esame o se sono lì solo per assistere alla mia umiliazione. Una volta dovevano sì fare l’esame, ma solo per colpa mia, perché tutti avevano passato l’anno senza debiti. Di solito, le uniche assenti sono Beatrice e Federica, gli unici volti amichevoli in quel viperaio.
Una piccola, occasionale variazione sul tema è che, semplicemente, torno a scuola dopo mesi di assenza e non ricordo più nulla: non so fin dove siano arrivati nel frattempo i miei compagni, cosa ci fosse da studiare per quel giorno, che compiti ci fossero da fare, e non posso nemmeno giustificarmi perché so che non c’era nulla che mi trattenesse dal frequentare e sono io che non mi sono preoccupato di mettermi in pari almeno per le lezioni di quel giorno.

Ora, chiaramente non mi sono ancora lasciato alle spalle il trauma del liceo, specie il rapporto non proprio ottimo con i miei compagni di classe. Ma continuare a sognare a distanza di cinque anni quella dannata stanza, quelle piastrelle bianche con finto motivo graffiato color avorio che le faceva sembrare perennemente sporche, quei muri di cartongesso, quei finestroni con i telai rossi che surriscaldavano la stanza… beh, inizia a essere ridicolo! Non che mi capiti ogni notte, ma di tanto in tanto il sogno torna, e ogni volta non riesco a rendermi conto del déjà-vu, di esser in un sogno per cambiare rotta.
Vorrei capire come lasciarmi questi dannati incubi alle spalle una volta per tutte.

Friday, 21 October 2011

Almost love

Oggi, quando mi sono svegliato, non avevo assolutamente voglia di uscire dal letto, così ho tenuto l’avvolgibile abbassata, mi sono allungato verso il comodino per afferrare l’iPod e ho deciso di rimanere al caldo sotto le coperte e ascoltare Falling Deeper degli Anathema senza occuparmi di nient’altro. Dire che è stata un’esperienza quasi fisica non è un’esagerazione: per tutti e 38 i minuti di quel piccolo capolavoro, il mio corpo è stato attraversato da brividi e una miriade di sensazioni spettacolari, che si condensavano nel mio cervello regalandomi nitide immagini. Mentre ascoltavo il magnifico quartetto d’apertura composto da Crestfallen, Sleep In Sanity, Kingdom e They Die, mi sentivo come galleggiare sull’oceano, un oceano tiepido e sereno che mi abbracciava con una dolcezza commovente. Su Everwake mi sono invece trovato improvvisamente disteso in un campo di papaveri di notte, ad osservare le stelle mentre la brezza mi accarezzava; J’Ai Fait Une Promesse mi ha invece trasportato in una piccola rue parigina dal selciato umido di pioggia, con una malinconia tutta bohèmienne che si è dissolta quando ...Alone fa fatto comparire una foresta autunnale ai piedi di rocce scoscese, sotto la pioggia battente assieme dal sapore tutto amaro di un abbandono. We, The Gods mi ha invece sollevato fino alla cima di una montagna, adagiandomi sulla neve colorata dalla luce del sole morente nella vallata brumosa. E infine, Sunset Of Age mi ha riportato all’oceano dell’inizio, ma sulla riva, lambito appena dalle onde che, col progredire della canzone, si sono gonfiate sempre di più fino all’irrompere di quello che credo sia l’assolo di chitarra più bello che abbia mai sentito, talmente progressivamente intenso da non avere nulla da invidiare a un orgasmo.
Ed è così che, finito l’album, mi sono reso conto di averci praticamente fatto l’amore. Stessa soddisfazione, stessa vaga euforia, stesso momento di quiete dopo

Il che mi ha fatto venire voglia, dopo, di provare a farlo anche con Forever Is The World dei Theatre of Tragedy, ma questa è un’altra storia per un altro post. Che scriverò, tipo, ora.

Monday, 17 October 2011

I don’t speak German, but I can if you like, awaah!

Il viaggio di stamattina alla volta di Milano per il concerto dei Within Temptation verrà sicuramente appuntato con menzione d’onore negli annali del LOL. È iniziato in maniera comica ed è continuato in maniera tragicomica, anche se, per fortuna, si è almeno concluso in maniera abbastanza normale.

Tanto per cominciare, stamattina ho fatto un sogno. Ho sognato che parlavo con Sharon den Adel del più e del meno e che, ad una certa, decidevamo di andare verso casa. Lungo la strada (di notte), ci troviamo ad attraversare un tunnel completamente buio, da non vedere a un palmo dal naso, così Sharon tira fuori un accendino (!) per fare luce, e io, per ridere un po’, mi metto a cantare un pezzo attinente di Deceiver Of Fools (“In my heart there is a place, in my heart there is a trace of a small fire burning”). Lei ride, riprendiamo a chiacchierare un po’, ed ecco che usciamo dal tunnel. A quel punto, stranamente è il tramonto (a rigor di logica potrebbe essere stata l’alba, ma per qualche strano motivo so che è il tramonto), e lo scenario è piuttosto diverso: siamo sul mare, con il lato di una falesia da una parte e una spiaggetta subito sotto, e noi percorriamo una specie di pontile in legno sollevato di una ventina di metri rispetto alla spiaggetta, che conduce a un altro tunnel sul lato della falesia. Ci sono anche altri pontili e piattaforme rialzate rispetto all’acqua, alcuni più bassi del nostro, altri alla stessa altezza, e sono gremiti, come la spiaggia, di bagnanti. Noi non ci facciamo particolarmente caso fino a che arriviamo ad un punto in cui il pontile piega a gomito per andare verso l’altro tunnel: lì vicino c’è infatti una piattaforma piena di persone travestite da vampiro (so che sono costumi perché stanno tranquillamente al sole; e non luccicano). A quel punto, indico una ragazza e dico a Sharon: “Guarda, c’è un cosplay di Sailor Mercury in versione vampiro, che figata!”. Lei commenta che il costume e il trucco sono ben fatti, e a quel punto io noto un ragazzo lì vicino. Mi sembra bello, ma non riesco a definirlo con precisione, così mi fermo ad osservarlo con interesse. Solo che Sharon mi fa: “Ale, non possiamo assolutamente fermarci. Siamo in ritardo, dobbiamo andare adesso”, e a quel punto mi sveglio. Fuori è buio, la luce non filtra ancora dalla tapparella, ma guardo comunque il cellulare per controllare l’ora. Le 6:24. Il mio treno è alle 7:04. La sveglia del cellulare, ancora impostata, non ha suonato.
Così, la giornata è iniziata con me che balzavo in piedi con un “Scheiße!” imprecato a mezza voce per non svegliare mezza casa.
Ad ogni modo, devo ringraziare Sharon, che era evidentemente impaziente di vedermi e ha quindi pensato di comparire in sogno per svegliarmi dicendomi che era tardi, perché pur saltando la colazione e non riuscendo a radermi la barba, il treno l’ho riacciuffato per un pelo.

Essendo la giornata cominciata con un “Scheiße!”, mentre andavo in stazione ho trovato appropriato mettere su Mamma Mostro, non sapendo che la cosa avrebbe portato a ulteriori sviluppi comici. La mia carrozza era infatti la numero 8, naturalmente in coda al treno. Mentre mi affrettavo a lato binario, arrivato al vagone 7 ho dato uno sguardo per accertarmi che non ci fossero controllori che facevano cenni di partenza, e sono arrivato al vagone 9, con la porta del precedente che non aveva il numero. Così, dato che la logica vuole che fra il 7 e il 9 ci sia l’8, sono salito anche se con la sensazione che qualcosa non andava. Ora, io ho il vizio di ascoltare la musica a volume tale che, quando cè silenzio (ma neanche troppo), si sente praticamente tutto nel raggio di dieci metri. Così, mentre irrompevo trafelato nello scomparto e trovavo una suora seduta tranquilla al mio posto, l’aria si riempiva gaiamente di “Judas, Juda-a-a. Judas, Juda-a-a, Judas Gagaaaa!”, con conseguente occhiata perplessa della suora e mio sorrisetto a metà fra l’imbarazzato e il trollface dell’ultimo secondo. Poi, dato che il mio posto era occupato, ho avuto l’illuminazione, sono andato a controllare l’altra porta del vagone, e ho scoperto che era effettivamente il 7, col controllore che mi ha gentilmente spiegato che la carrozza 8 era stata attaccata dopo la 9 per motivi non meglio specificati. Beh, meno male, ci mancava solo mettere assieme per un viaggio un ragazzo con le trecce nascoste sotto il cappello, Lady Gaga e Suor Babila (nome d’arte).

Si è parlato di trecce: volevo infatti farmi i capelli mossi, così li ho intrecciati ancora umidicci la sera prima per raggiungere il risultato. Ovviamente non ho avuto tempo di sistemarli prima di uscire, così ho espletato l’operazione nel bagno del secondo treno che ho preso... per un pelo. Infatti, l’intercity che sono quasi morto per prendere è partito in clamoroso ritardo, e sebbene abbia recuperato un po’ lungo la strada, ho acciuffato la coincidenza unicamente perché partiva dal binario accanto. È abbastanza evidente, a questo punto, che Santa Sharon mi vuole proprio nel pubblico, stasera. Il che è cosa buona e giusta, dato che è dal 2005 che smanio per vedere i Within Temptation live senza possibilità di farlo. Spero solo che stasera propongano una buona setlist, dato che vedere una band live per la prima volta al quinto album non dà molte sicurezze, in questo senso...

Monday, 22 August 2011

Sicker!, quoth Cassandro

Stamattina ho sognato Chris e Ripper de L’Époque Noire. Situazione molto reale (a parte loto, presumo, che ho evidentemente renderizzato basandomi su ciò che ho letto sul blog, ma della cui accuratezza non posso garantire), con loro che a stento si parlavano, ma in compenso si parlava abbondantemente di musica mentre sorseggiavamo alcool; di tanta musica, di quella che ascoltano loro, di quella che ascolto io, di quella in comune. Ad una certa è volato pure un “gallina padovana”, giusto per aggiungere realismo alla scena. Tutto questo per evitare l’argomento più spinoso, che aleggiava nell’aria come una nebbiolina gelida. E poi, per qualche motivo, eravamo tutti (assieme ad altre persone che sapevo essere gli amici di cui parlano, ed altri che sapevo essere i lettori abituali del loro blog) in una specie di bazaar caotico in un posto esotico in cui Chris (e solo Chris) era in vacanza, e lui, di fronte alla proposta di andare stabilmente a vivere nell’albergo in cui stava, ha declinato dicendo che per un breve periodo se lo poteva permettere, ma che alla lunga sarebbe stato troppo dispendioso. Il sogno è finito con me che mi defilavo mentre Chris e Ripper parlavano con aria di riconciliazione in una specie di privé ricavato da alcune tende e due tappeti persiani appesi, e io andavo a guardare degli organi polverosi e a cui mancava qualche tasto (?) al bazaar pensando che in non ricordo che canzone c’era un organo che suonava in un modo, mentre su un’altra suonava diversamente, e che pazienza se non erano messi tanto bene, si potevano riparare.

Il perché abbia sognato Chris e Ripper mi è ignoto; perché poi abbia sognato una situazione che è (stata) così aderente alla realtà, pur in salsa metaforica (specie verso il finire), lo capisco ancor meno. Sta di fatto che io, Alessandro, fra i vari soprannomi ho quello di Cassandro, perché sogno o penso le cose, e queste si avverano. Quindi, anche se quando mi sono svegliato avevo il cuore così gonfio e gli occhi così umidi che non ho più avuto voglia di riaddormentarmi (ho addirittura fatto colazione con la Mater, che doveva andare al lavoro), penso che il sogno abbia una valenza positiva. Magari è pure arrivato in ritardo, chi lo sa?
Anche perché vieto tassativamente a Chris e Ripper di compiere gesti affettivamente irreparabili, visto che sono l’unico, e dico l’unico, motivo che mi resta per credere nell’esistenza dell’ammoreh anche nella vita reale.

Monday, 5 July 2010

Uno spaccato di vita vissuta 3

Per chi è interessato, le puntate uno e due.
♠ Meno dieci giorni all’uscita di Angel Sanctuary 16. Credo che domani mi arrampicherò al soffitto dall’impazienza.
♠ Ieri notte ho sognato Nell Sigland. Stava rimuginando su alcune canzoni per il nuovo album dei The Crest e nel frattempo mi dava una mano a tradurre alcuni testi delle canzoni di Forever Is The World (e per qualche strano motivo conosceva qualche frase in italiano). Dopo di che mi sono svegliato, e quando mi sono riaddormentato ho sognato di essere ad una conferenza dove Liv Kristine, con indosso il Red Dress, presentava il suo nuovo album e si inviperiva ogni volta che qualcuno parlava disturbandola. Per qualche strano motivo c’erano che Mommy e Daddy (presumo per darle il colpo di grazia).
♠ L’ARCI-nonsoché ha allestito due gazebo nel parcheggio-adibito-a-campo-da-basket dell’ERdiSU, uno dei quali con postazione dj, il tutto a venti metri circa dalla mia finestra. L’altro ieri hanno plissettato i miei attributi da subito dopo pranzo fino a mezzanotte meno venti con dance e hip-hop, ieri solo la sera. Se anche oggi continuano credo che mi introdurrò nella stanza di uno dei miei vicini talebani, ruberò le sue bombe e farò un attentato.
♠ In aggiunta a ciò, non credo di aver mai sperimentato un’afa paragonabile a quella di questi giorni. Davvero, passo più tempo in doccia che a fare altro. Di conseguenza, la finestra doveva restare obbligatoriamente aperta. Mi chiedo dove siano i diluvi quando servono.
♠ Mi sono accorto che io non mangio mai per fame. Io mangio per dare piacere al mio gusto. Anche se sono affamato, se ciò che ho nel piatto non mi piace non lo riesco proprio a mandarlo giù, è più forte di me. Il trionfo dell’edonismo sulla natura.
♠ Sempre a questo proposito, nonostante di fatto io stia mangiando regolarmente e abbondantemente, ho sempre fame. Ma proprio perennemente. Solo che nutro una certa diffidenza nei confronti del takeaway cinese sotto casa: l’odore che sento passandoci davanti non è dei migliori. Che fare, dunque?
♠ A proposito di indecisione cronica, ultimamente sto incontrando il potenziale Beelzy praticamente ovunque, incluse fermate degli autobus, bar dell’edificio interfacoltà, le scale dell’ERdiSU... Ebbasta! Che sia un segno sul fatto che dovrei muovermi e proporgli di posare?

Thursday, 24 June 2010

Sogni, Madonne, gravidanze e preti

Di sogni assurdi, si sa, io ne faccio molti. Era da un po’ che non ricordavo più cosa sognavo (probabilmente a causa del mio ritmo sonno-veglia estremamente irregolare), ma dopo una tirata di quattordici ore dalle sette di sera alle nove del mattino mi ricordo tutta la serie di situazioni assurde in cui mi sono trovato.
Il primo sogno, dal quale mi sono svegliato brevemente, giusto il tempo per andare in bagno e scrivere un sms alla diretta interessata, non lo ricordo per intero, se non qualche vaga reminescenza della presenza di Ayl e di altri miei amici dell’ambito artistico. Quello che mi ricordo è che nella seconda parte c’erano Veronica e l’Uomo, e Veronica era diventata notevolmente più alta di me (cosa che mi irritava oltremodo, ho un forte complesso per la mia bassezza). In ogni caso, eravamo in una specie di centro commerciale, e siamo andati in un reparto dove vendevano culle: lì Veronica e l’Uomo ne stavano scegliendo una per il bambino che lei portava in grembo, rigorosamente sotto il corsetto in broccato cinese (estremamente terapeutico per una gravidanza). E mentre lei accarezzava la copertina a forma di orsetto della culla pensando a quanto sarebbe piaciuta al piccolo, io mi sono allontanato, giusto in tempo per scoprire dal Procreatore che la Ziaccia stava per servire la pasta al forno e che dovevo chiamare Veronica e l’Uomo a tavola (a questo punto, il negozio di culle era nella stanza dove dormo io di solito quando vado a trovarli e io ero andato in soggiorno).
Il secondo sogno è ancora più assurdo del primo, se possibile: l’incipit era il
quarto episodio della terza stagione di Streghe, quando le Halliwell vanno indietro nel tempo per salvare la loro progenitrice Melinda Warren, salvo che, come mi capita sempre in questo genere di situazioni, ad una certa entro dentro ciò che sto guardando e prendo il posto delle protagoniste. È giusto la fine dell’episodio e tutto è andato per il meglio, ma differentemente dalla trama originale mi trovo a dover impartire una benedizione sugli spiriti che si incarneranno nelle streghe Warren in futuro in quanto io stesso sono una delle Streghe più potenti di tutti i tempi. A questo punto, da che eravamo nella grotta dell’episodio, la scena cambia e io mi trovo a dover lasciar fluire i miei poteri sugli spiriti, che sono vestiti da suore, in quella che so essere la chiesa dove mio cugino ha officiato la sua prima messa, anche se l’aspetto è mischiato con quella moderna sotto casa dove andavo da piccolo. Anche lì sono trattato con deferenza come una creatura potente, tant’è che posso permettermi, fra un’abluzione di potere e l’altra, di gettare le braccia intorno al collo di un bel tipo vestito da novizio nonostante il parroco e il diacono mi guardino male. In tutto ciò arriva il Procreatore che, nonostante nella vita reale sia privo di qualsiasi gusto estetico o artistico, inizia a lodare il bell’altare barocco scolpito con tanto di pilastri in legno dorato con intarsi floreali che trova molto belli nonostante la chiesa in stile moderno-obbrobrioso. Io, invece, noto con fastidio che gli imbecilli che hanno tinteggiato il soffitto non hanno coperto le sculture, che sono tutte chiazzate di pittura bianca. E a quel punto mi sveglio.
Ora, tralasciando la gravidanza di Veronica, il sogno nella chiesa mi ha fatto venire in mente una cosa che mi disse una volta la Ziaccia: una volta aveva sognato che la Madonna le aveva detto che io e/o quel mio cugino saremmo diventati preti.
In realtà, e chi mi conosce rimarrà sconvolto da questa mia affermazione, secondo me la sua Madonna ci ha azzeccato non solo a metà, ma tout court. So che detto così fa impressione, ma di fatto la sua previsione in un certo senso si è avverata, sebbene il suo sogno non abbia tenuto conto della variabile impazzita, in questo caso la Mater. L’intera mia educazione sessuale, molto aperta, schietta e priva di sensi di colpa, e infatti merito suo: quando avevo quattro anni mi regalò un libro su come nascono le piantine, i girini, i gattini e i bambini, per cui non ho mai creduto in cicogne e cavolfiori; quando ne avevo dieci, mi comprò “Il mio primo manuale di Educazione Sessuale”; sempre in quel periodo mi regalò Bonsai di Christine Nöstlinger, che parlava appunto del viaggio di esplorazione della sessualità da parte di un adolescente, con interrogativi circa l’orientamento ma presi anche lì con molta tranquillità; e infine, per il compleanno dei 13 anni ecco arrivare Il Sesso dei Tuoi Sogni – Come Farlo e Rifarlo di Tracey Cox, che spiegava nel dettaglio tutto, dalla prima masturbazione a come ravvivare un rapporto di coppia stantio, passando anche per l’orientamento sessuale. Quest’ultimo libro in particolare ha presentato il tutto come la cosa normale che in effetti è, eliminando con tre anni d’anticipo tutte le menate di autoaccettazione, rifiuto, negazione, repressione e altre idiozie che si leggono comunemente nelle storie dei gay stereotipici.
Ora, come si ricollega questa ampia parentesi col sogno della Ziaccia? Beh, in tutte le epoche, accanto ad una percentuale (esigua, direi) di uomini che decidevano di darsi ad una vita di astinenza e tutte le altre scomodità rappresentate dal sacerdozio per una sincera vocazione, se ne sono sempre aggiunti altri che lo facevano per ragioni diverse, come l’entrare in una classe fortemente privilegiata, mirare ad un potere che senza uno scudo nobiliare sarebbe stato precluso, levare una bocca da sfamare dal groppone della famiglia e così via. Oggi, nel ventunesimo secolo, quando queste ragioni sono decadute, per quale motivo una persona dovrebbe invece aspirare ad una vita di castità ed automortificazione? Semplice: per cavare via l’erotismo dalla propria vita e rimuovere così il problema di un “orientamento sessuale non convenzionale” (locuzione gentilmente presa in prestito dal Russo politically correct. Non suona terribilmente stupida, come potrebbe essere, per dire, “diversamente etero”?). Il che spiega perché, arrivati ad un certo punto, il problema esplode e spuntano fuori i vari casi di abusi sessuali più o meno perversi nelle file della Chiesa.
Ergo, se la Mater non mi avesse impartito una sana educazione sessuale, tale da farmi trovare l’intera questione di “mi piacciono i ragazzi” tanto normale da ritenere perfino stupida un’etichetta come “omosessuale” (per me è una semplice questione di gusti, “omosessuale” ha tanto diritto di essere un lessema quanto “capellolungosessuale” o “occhichiarisessuale”), se avessi vissuto in un clima bigotto e chiuso come quello della famiglia della Ziaccia, probabilmente sarei davvero finito con addosso un abito talare per rimuovere il problema.
Beh, complimenti alla Ziaccia che sa di avere un nipote “diversamente etero” ma non se n’è mai accorta. Beh, probabilmente due, anche il cugino prete l’impressione di essere una persa me l’ha data, eccome. Ma lui non aveva la Mater alle spalle, per cui è rimasto fregato. Oh well, è troppo brutto e grasso per pensare di riportarlo indietro, si arrangi.

Saturday, 1 May 2010

Whispers


Thorns by ~Veleda
Can you stop the fire?                                                                                    Please, please... 
Can you stand to fight her?
You can't stop the fire.
                                                                                    Please, please... 

You won't say the words.
Can you stop the fire?                                                                                    Please, please... 

Can you stand to fight her?
You can't stop the fire.                                                                                                                Please... 

You won't say the words.
Can you stop the fire?                                                                                    Please, please... 
Can you stand to fight her?
You can't stop the fire.
                                                                                    Please, please... 

You won't say the words.
Can you stop the fire?                                                                                    Please, please... 

Can you stand to fight her?
You can't stop the fire.                                                                                                                Please... 

You won't say the words.
Please
ah
ah

Monday, 15 March 2010

Theatre of Tragedy live in London

Lo dico chiaro e tondo: se non posso morire felice dopo ieri sera è unicamente perché ho promesso a Nell e gli altri di essere a Stavanger il 2 ottobre per il loro ultimo concerto. Ma non fosse per questo piccolo dettaglio, se un double decker bus mi avesse messo sotto ieri notte sarei morto nella più assoluta beatitudine.
No. Bugia! Ancora non avevo ascoltato Addenda. Ok, rewind: ma non fosse stato per questo piccolo dettaglio, se oggi il mio aereo si fosse schiantato sulle Alpi svizzere sarei morto nella più assoluta beatitudine (oltre che nel sonno più profondo, dato che ero esausto). La giornata di ieri è stata qualcosa che avrei immaginato possibile solo in sogno.

Dopo una mattinata passata a dormire per ricaricare le batterie (ad eccezione della mezz’oretta in cui sono sceso a fare colazione e ho chiacchierato in russo con le cuoche dell’albergo) ed un lauto pasto alla stessa bancarella polacca dell’altro ieri a Camden Town, dove ho trascorso il primo pomeriggio girando per negozi, mi sono infatti diretto con largo anticipo ai cancelli dell’Underworld, il club dove si sarebbe tenuto il concerto dei ToT. Nonostante mancassero ancora due ore abbondanti all’apertura dei cancelli, c’era già un uomo ad aspettare, col quale ho chiacchierato un po’ per passare il tempo. Tutto ciò fino a che non sono arrivati Mommy e Daddy. Pochi minuti dopo è infatti comparso Hein, e ci siamo immediatamente avvicinati per scambiare due chiacchiere. Quando poi gli ho mostrato i booklet da autografare, visto che la cosa si sarebbe fatta lunga ha suggerito che entrassimo tutti nel pub lì vicino, e così è iniziata la magia.


Fra un autografo e l’altro, Mommy e Daddy chiacchieravano con Hein, mentre io più che altro seguivo la conversazione e ridevo, perché non avrei saputo bene di cosa parlare con lui (di certo non di batteria, dato che non me ne intendo nemmeno alla lontana). Il tutto fino a che non è passata lei. I capelli lisci e sciolti, occhiali da sole in testa, scaldamuscoli e collant neri, gonna corta, giacca e niente trucco: Nell che cercava le scale per scendere nel camerino a sistemarsi. Io stavo lì con gli occhi sgranati e la bocca aperta incapace di muovermi, e allora Hein l’ha chiamata. Dopo i saluti, Mommy e Daddy mi hanno presentato a lei, e io ho tirato fuori i booklet per gli autografi, scusandomi per il fatto di aver dimenticato quello di Letters From Fire dei The Crest a casa (perché sono un deficiente, tanto tanto deficiente). Al che lei ha inarcato le sopracciglia, sorpresa del fatto che avessi anche quello, ed io le ho detto che adoro la sua vecchia band. Abbiamo parlato un po’ di questo, e quando le ho chiesto se potevamo fare una foto assieme lei mi ha chiesto se poteva andare a truccarsi prima (anche se giuro, è bellissima pure struccata), promettendomi che sarebbe tornata presto. A quel punto, Hein, Mommy e Daddy l’hanno accompagnata in camerino (al quale si accedeva dalla cucina del pub) ed io mi sono seduto su una panca ad aspettare.

Ebbene, oltre che gentilissima nel promettermi di tornare, Nell è stata anche di parola: appena uscita dalla cucina si è infatti avvicinata, e dopo i complimenti per il rispettivo trucco si è seduta accanto a me ed abbiamo iniziato a chiacchierare. Le ho chiesto se fosse vero che i ragazzi dei Theatre of Tragedy l’avevano scoperta ad un concerto dei The Crest ed abbiamo parlato un po’ di quello fino a che non l’hanno chiamata per un’intervista. A quel punto mi ha fatto: “Scusa, devo andare. Dopo ci sei ancora, che continuiamo a parlare?”, ed io ovviamente lì con gli occhi a cuoricino, e quando è tornata si è perfino scusata per avermi fatto attendere. Abbiamo continuato a chiacchierare sul suo ingresso nei Theatre of Tragedy, dei The Crest, delle sue collaborazioni con Gothminister e i Dark Tranquillity, fino a che non è stata ora per lei di tornare in camerino e per me di andare a fare la coda per entrare. Coda che nel frattempo era cresciuta tanto da fare il giro dell’angolo del locale.

Nonostante ciò, però, sono riuscito comunque ad arrivare in prima fila, complice anche il fatto che prima dei ToT avrebbero suonato ben quattro band di supporto, rigorosamente female fronted, e non tutti erano sufficientemente determinati da farsi l’intera maratona da sotto il palco... al quale ero letteralmente attaccato, senza nemmeno i trenta centimetri di distanza del concerto di Emilie. Prima dei Theatre si sono esibiti, in ordine: The Mariana Hollow, Pythia, To-Mera, Where Angels Fall. I primi sono una formazione tutto sommato accettabile di hard rockers, anche se la cantante, a parte avere delle sopracciglia assolutamente improbabili, cantava di gola e doveva scolarsi mezzo bicchiere d’acqua dopo ogni canzone. I terzi sono una band Prog metal tutto sommato piacevole, sebbene in alcuni punti fossero talmente progressivi da capirsi da soli e abbiano suonato tre canzoni da una decina di minuti ciascuna che per un primo impatto erano abbastanza pesantucce da digerire. I quarti, supporters ufficiali del tour, sono il solito combo Gothic Metal di seconda scelta, carino ma privo di sufficiente mordente da farti pensare anche solo di scaricare l’album, figurarsi comprarlo; peraltro, della cantante posso dire soltanto che di viso è un incrocio fra la vocalist dei Luna Obscura ed Amy Lee (il che significa che è la quarta gemella assieme alla Calry Smithson) e che disapprovo totalmente il suo completino in PVC con inserti in pizzo ed ali finte sulla schiena, dato che la sua performance era impossibile da valutare a causa del volume inesistente del suo microfono che la faceva sentire solo sugli acuti (ma almeno quelli li prendeva bene).
I secondi, tali Pythia, li ho lasciati per ultimi non a caso: sono stati sconvolgenti. Sul serio, credevo fosse impossibile che esiste una versione ancora più scadente degli Amberian Dawn! Power Metal (al quale sono già di norma allergico) dei più scontati e cliché suonato dai soliti vichingoni sudati che facevano smorfie cattive (o forse da mal di orecchie?), con la cantante che indossava una palandrana in velluto viola ricamata col logo della band in cui non c’era un solo pezzo in asse col resto, abbinata a vari strascichi in tulle e stivali in scamosciato viola con tacco dodici sui quali la ragazza si muoveva con evidente disagio. A coronare il tutto, tralasciando i titoli triti e ritriti da band pauerona con velleità mitologiche come Eternal Darkness, Army Of The Damned, Sarah (Bury Her), Tristan ecc (che ho avuto modo di memorizzare perché buttavo ogni due secondi uno sguardo alla setlist incollata al palco per vedere quante ne rimanevano), il calice. La cantante ad una certa si è infatti allontanata verso il retro del palco per bere da un tamarrissimo calice in ceramica viola: la prova definitiva che si tratta di quello che definisco Metal in Maschera. Tutto questo senza contare che se ha azzeccato due note su tutta la performance è già troppo, tanto che la mia impressione è stata che in realtà ne azzeccasse molte di più ma in una tonalità diversa rispetto ai musicisti. Oh well, la cosa importante è che la loro esibizione sia finita (ma poi, porca miseria, non puoi propinare del pauer a gente che è andata lì a sentire i padrini del Gothic Metal, ovvio che poi ci sanguinano le orecchie!), anche se scoprire a posteriori che la ragazza è una delle Mediæval Bæbes è stato in brutto colpo (io l’avrei cacciata a pedate dall’ensemble per aver fondato un gruppo del genere).
E insomma, dopo il soundcheck, durante il quale Mommy e Daddy mi hanno raggiunto, finalmente si sono spente le luci, i ToT sono saliti sul palco e hanno dato fuoco alle micce. Ecco la setlist (riportata da quella che ho imboscato a fine concerto):

1. Hide And Seek
2. Bring Forth Ye Shadow
3. Lorelei
4. Frozen
5. Ashes And Dreams
6. A Rose For The Dead
7. Fragment
8. And When He Falleth
9. Hollow
10. Storm
11. Cassandra
12. A Hamlet For A Slothful Vassal
13. Fade

14. Machine
15. Der Tanz Der Schatten

Non esagero se lo definisco il miglior concerto che abbia mai visto. Non esagero nemmeno se dico che questa band dal vivo ha una resa incredibile. Nonostante i piccoli inconvenienti tecnici tipo il microfono di Nell a cui si staccava il cavo (e che ha dovuto riparare col nastro adesivo già sul finire di Hide And Seek, sebbene si sia staccato nuovamente su Lorelei e A Rose For The Dead) la performance è stata ineccepibile per tutti, incluso il bassista (che è un session member). Anche Raymond, sul quale avevo sentito dire peste e corna se l’è cavata egregiamente, sia sul pulito che sul growl, ma il top è stata Nell: la sua resa sulle vecchie canzoni è stata magnifica, oltre ogni mia aspettativa, ed è stata grande anche sulle nuove. Magnifica sugli acuti finali di Bring Forth Ye Shadow e quelli intermedi di Der Tanz Der Schatten, sul dialogo di Hamlet, sulle melodie dolci di And When He Falleth, letteralmente commovente su Fade. Senza contare che è un’ottima presenza sul palco, che sa muoversi ora in maniera sensuale (ma mai volgare), ora energica, ora delicata.
Ma in generale, gli arrangiamenti sono stati molto interessanti, sia per le canzoni del periodo pre-Aégis, che sono diventate più cadenzate e vivaci, sia per quelle del periodo di Musique, finalmente più metalliche (da notare che da Assembly non hanno suonato nulla... chissà come mai). Notevole Lorelei, che ha sfiorato un ritmo ballabile ma senza alcun accenno di elettronica, solo con chitarre e batteria, le rivisitazioni leggermente più pesanti delle stesse Hollow e Frozen, che hanno conservato comunque tutta la loro magia, e perfino Ashes And Dreams, che mentre su cd non mi ha mai detto nulla in sede live mi ha coinvolto tantissimo. Su Storm si è scatenato il delirio del pubblico, mentre Cassandra ha visto un Raymond particolarmente attivo. A questo proposito, c’è da notare che sebbene notoriamente lui fosse uno che non vedeva l’ora di finire lo show e nascondersi in camerino, ha perfino interagito col pubblico e dava mostra di divertirsi un sacco sul palco. Peraltro, probabilmente perché ha visto che ero con Mommy e Daddy e cantavo appresso perfino alle sue astruserie in Early Modern English, di tanto in tanto l’ho visto che cantava direttamente a me, in particolare su Cassandra e Machine (con scambio di corna su ‘the metal man is here to stay’). Anche Nell ha rivolto di tanto in tanto qualche sguardo nella nostra direzione e ha cantato per noi.
L’unica cosa dello show che mi ha lasciato un po’ spiazzato è stato il susseguirsi di Fade e Machine, sebbene con la piccola pausa in mezzo, dato che passare da piangere commosso per la prima a sculettare allegro sulla seconda nel giro di due minuti non è stato molto facile (ma la musica dei Theatre of Tragedy è talmente coinvolgente che la cosa è stata comunque fattibile), ma per il resto non ho rimpianto nemmeno il fatto che non abbiano suonato le mie preferite in assoluto.

Contro ogni aspettativa, però, la serata non si è esaurita con la fine dello show. Mommy e Daddy mi hanno infatti riferito che mentre erano nel backstage prima del concerto avevano parlato ai ragazzi dei miei infiniti booklet da autografare, e loro mi avevano invitato a fare due chiacchiere accanto al tourbus mentre firmavano. Beh, le cose non sono andate proprio così, perché gli autografi li ho fatti ancora dentro l’Underworld appena la folla di fan si è dispersa leggermente, e ho avuto modo di scambiare due chiacchiere anche con Frank, Vegard e Lorentz (il quale è rimasto compiaciuto del fatto che la mia canzone preferita di Velvet Darkness fosse The Masquerader And Phoenix, dato che è principalmente opera sua) e vedere che Raymond da ubriaco è davvero adorabile: sembra davvero un Orsetto del Reame di Ayl (uno che fa i growl, ma dettagli). E quando hanno iniziato praticamente a buttarci fuori, Mommy, Daddy ed io siamo andati a sederci sui gradini davanti al tourbus in attesa che i ragazzi si dessero una sistemata e ci raggiungessero.
Alla fine, Nell è arrivata e si è messa a chiacchierare un po’ con me e Mommy, mentre Daddy parlava con Hein. Ovviamente ho esordito coprendola di complimenti per lo show, ed abbiamo successivamente toccato praticamente tutti gli argomenti che avevamo prima tralasciato, ovvero le sue canzoni preferite dei Theatre e dei Crest, le mie, quelle di Mommy, quelle che ci piacciono di meno, come sono nati alcuni testi come Fade e Forever Is The World (e riguardo quest’ultima Nell ha apprezzato la mia idea per l’interpretazione fotografica), di come sono nate Transition e Revolution, di Empty che è stata registrata ben dodici volte, di tutta la storia che c’è dietro il ‘motherfucker’ che Raymond ha infilato a tutti i costi su Hide And Seek con tutte le conseguenze del caso (e devo dire che Nell che lo imita è spettacolare) e tantissime altre cose. Fra le quali la mia promessa solenne di non mancare all’ultimo concerto a Stavanger (il che significa che ora devo andarci per forza). Ridendo e scherzando, abbiamo sforato l’una, con la conseguenza che io e i miei Parents abbiamo perso l’ultima corsa della metropolitana e ci siamo successivamente dovuti arrangiare con gli autobus, ma ne è valsa decisamente la pena: Nell si è dimostrata dolcissima e molto alla mano, e genuinamente grata per il fatto che fossi venuto dall’Italia pur di vedere il concerto.

Fino all’altro ieri avrei pensato che parlare così amichevolmente con una delle mie cantanti preferite fosse possibile solo in sogno (e infatti le ho anche raccontato di quello che ho descritto nella seconda metà di questo post, dove peraltro ho anche predetto che sarei finito a sentirli a Stavanger), e per aver portato tutto ciò nella realtà devo ringraziare Mommy e Daddy: non sarebbe stato possibile senza di loro, in alcun modo. Ma un grazie ancora più speciale va i ragazzi della band, per la loro magnifica musica, per aver creato il mio genere preferito, per essere magnifici.
Thank you, from deep within my heart.

Monday, 28 December 2009

Sogni harmony yaoi!

Non so. Sarà il clima di repressione che si respira in questo villaggio ai margini della civiltà; sarà il non potersi dare a quel po’ di sano autoerotismo quotidiano causa scarsità di privacy (sommate il sonno leggero dei vecchi, le loro porte perennemente spalancate, il vizio di ficcare il naso per vedere se mi sono addormentato, questo sconosciuto del verbo bussare che non esiste nemmeno a titolo formale, e lo sguardo vigile di Padre Pio che farebbe ammosciare anche Pavel Novotny); sarà che se non devi pensare a qualcosa per evitare di fare un’uscita gaia davanti ai parenti automaticamente non pensi ad altro… Il fatto sta che stanotte sono riuscito a fare non uno, ma ben tre sogni a sfondo omosessuale di fila. E non sogni qualsiasi, ma tutti rigorosamente ambientati nelle epoche storiche più disparate e fra l’altro a sfondo romantico più che sessuale. Insomma, una specie di Harmony yaoi!

Nel primo ero una specie di libertino del 1500 che capeggiava orge gaie in una specie di torre. Il mio amante era una specie di alto ufficiale delle milizie ducali, e ad una certa faceva irruzione con alcuni membri della Santa Inquisizione per arrestarci, forse per vendicarsi del fatto che nonostante lui fosse il mio uomo io mi dilettavo in situazioni del genere, forse perché mi amava e voleva salvare la mia anima peccatrice. Il fatto sta che per non essere catturato e torturato mi suicidavo, e rimanevo sotto forma di fantasma a cercare la mia vendetta, tentando di rovesciargli addosso tutto ciò che mi capitava a tiro (e questa è, fra le tante, l’unica volta che ricordo in cui ho davvero sognato di morire e non mi sono svegliato un istante prima).

Nel secondo sogno mi trovavo invece in un’enorme maniero vittoriano, ed ero nientemeno che Dorian Gray (quello biondo) in persona. C’era un grande ricevimento, e io avevo Lord Henry accanto. Ad ogni buona occasione tentavamo di imboscarci da qualche parte a pomiciare, ma c’era sempre qualcuno che ci disturbava. Non vedevamo l’ora che l’intera menata finisse per ritirarci nelle rispettive camere e approfittare della porticina che le metteva in comunicazione, ma niente, la festa andava avanti ad oltranza e per noi non c’era pace né nel sottoscala, né nella serra, né dietro le tende. È stato un sogno estremamente frustrante.

Il terzo ed ultimo è quello che ricordo meglio: ero un cortigiano di Versailles ai tempi di Luigi XVI. Non solo, ma ero addirittura l’amante del re. Per mia fortuna, però, al posto di quel simpatico omone pingue con la parrucca incipriata c’era il bel principe Marth di qualche post fa, sebbene fosse comunque Re di Francia, sposato con Maria Antonietta, inguaiato col popolo e tutto il resto. Ebbene, il ricordo più vivido di questo sogno era proprio l’emozione che provavo standogli accanto. Lo amavo. Lo amavo visceralmente, avrei ucciso per lui e averlo accanto era quanto di più bello potesse capitarmi. Ora, il bel sovrano e io ci ritroviamo ad amoreggiare in un luogo appartato contro una delle mura esterne della reggia, salvo che Maria Antonietta passa da lì e rischia di scoprirci. Allora il re suggerisce di appartarci in una specie di scantinato poco lontano in cui avvenivano dei furti di gioielli (non ricordo bene se connessi a lui stesso o meno). Quando ci avviciniamo, scopriamo che quella è una “notte delle Grazie”, ovvero una notte in cui le giovani e nobili debuttanti, ipnotizzate e vestite di bianco, andavano a danzare come le Grazie nel giardino e venivano derubate dei gioielli senza che se ne accorgessero. Il re si allontana in direzione dello scantinato, mentre io resto lì, sul piazzale ghiaioso, e noto che c’è una famiglia di nobili decaduti adagiati su una sporgenza del muro di una specie di tempietto barocco. Chiedo loro se hanno visto qualche Grazia, e loro mi rispondono di no, che c’è Lucia (e questa devo averla presa direttamente dalla giocata fatta poco prima con la Bloempje). Se non che, capisco che hanno intuito che il re è invischiato nell’affare e conosce la cantina, e dico loro che vado a recuperarlo. Scendo nella cantina per cercarlo, e qualcuno ci chiude dentro. La cassaforte dove venivano nascosti i gioielli è vuota e noi non sappiamo come uscire. A quel punto sentiamo un rumore, e guardando dalla serratura vedo che una famiglia di cinesi (??), che so essere i proprietari dello scantinato si sta avvicinando. Il re è terrorizzato all’idea che ci scoprano lì, sia per la nostra tresca che per l’affare dei gioielli, e a quel punto – e giuro, dopo questa al risveglio ho trovato guance, capelli e cuscino umidi – gli dico di non preoccuparsi, lo spingo contro il muro, gli prendo il volto fra le mani, lo bacio in maniera struggente come fosse l’ultima volta, e mentre la porta si apre mi allontano, gli prendo la mano e inizio a lamentarmi di avere dolore alla testa e che i nobili decaduti di cui prima ci avevano derubati e rinchiusi lì dentro, che erano loro gli autori delle Notti delle Grazie e il re li aveva scoperti ed ero andato a salvarlo. (In tutto ciò, per qualche strano motivo immaginavo che erano davvero immischiati). Arrivano i soccorsi e lì mi sveglio nelle condizioni di cui sopra.

Harmony yaoi, come avevo detto! Mi chiedo da dove cavolo la mia mente le tiri fuori, queste uscite, perché da sveglio mi rifiuterei anche solo di pensarle. Ah, secondo me la zia mette qualcosa di strano nel ripieno delle seadas!

Wednesday, 7 October 2009

The Soil Where Shadows Bloom

Torno ancora a insistere col sogno di ieri perché l’ultima parte mi ha colpito in modo particolare. A questo riguardo, non ho potuto fare a meno di notare un paio di simbologie legate alla mitologia classica e alle canzoni dei Draconian, ovvero:

• I cespugli di mirto attraverso cui Lisa mi guida trovano una corrispondenza in The Amaranth: in quella canzone, infatti, Lisa interpreta la Voce di Venere, e il mirto era anticamente considerato una pianta sacra alla dea.
• Il fatto che i mirti siano scemati lentamente per lasciar posto ai cipressi rimanda a un’altra divinità greca, ovvero Apollo: prescindendo dal suo essere dio del Sole (titolo che ha in comune con Elios), è anche il dio della Musica, cosa che in questo momento Anders rappresenta per me. Orbene, i cipressi si legano ad Apollo nel mito di Ciparisso, un avvenente giovane del quale Apollo si era innamorato, ma che era straziato da un tale dolore che il dio, memore del cordoglio per la perdita dell’amato Giacinto, decise di trasformare in cipresso ed eternare in esso il simbolo del lutto.
Ebbene, questo passaggio dal mirto di Venere al cipresso dell’omosessuale Apollo potrebbe essere un riflesso della conversazione avuta quella sera a cena circa i miei altalenanti gusti sessuali. Ad ogni modo, quella parte di sogno mi è rimasta talmente impressa (non tanto per la simbologia, quanto per l’epica pomiciata con Anders) che ho deciso di cercare di fissare da qualche parte l’immagine oltre che il ricordo. Ed è così che è nata questa photomanipulation, che riproduce suppergiù il piccolo cimitero dove mi ero infrattato col mio bel cantante. Ho preferito non mettere nessuno, su quella tomba: mi avrebbe scocciato sostituire Anders con qualche sconosciuto pescato a caso su deviantART soltanto perché la sua posa era adatta.
The Soil Where Shadows Bloom by GothicNarcissusDetto ciò, ovviamente non ci si poteva aspettare che il mio subconscio iniziasse a girare per il verso giusto, ed ecco che mi ritrovo ad avere a che fare con un’altra band e un’altra voce: stavolta si tratta dei Theatre of Tragedy e della bella e bravissima Nell Sigland. Ebbene, nel mio sogno i Theatre of Tragedy suonavano in una specie di pub di infimo ordine qui in Italia, dove a una certa erano saltate pure le luci, e io ero ovviamente in primissima fila. Insomma, a causa del pessimo locale, erano riusciti a suonare soltanto Hide And Seek (con Rymond che cantava in disparte al bancone, per la serie: disinteresse totale!), dopo di che, per tranquillizzare Nell che si era incavolata, la invitavo a bere qualcosa. E lì rimanevamo a parlare un po’, del nuovo album, della band, di quanto la ammiro come cantante e songwriter. Lei rimaneva sorpresa quando le dicevo che ero un grandissimo fan anche dell’altra sua band, i The Crest, e poi le dicevo che sin dalla prima volta in cui avevo sentito Revolution avevo indovinato che l’aveva scritta lei, dato che è un incontro fa Aégis dei Theatre e Letters From Fire dei Crest. Il sogno si è spento così, mentre parlavamo del suo songwriting.
A questo proposito, ci terrei a chiarire un piccolo passaggio: molti dettagli del sogno in questione, compreso il fatto che il locale era scadente, derivano dal fatto che la label dei Theatre of Tragedy non intende finanziare loro un tour europeo. Ebbene, alla luce di ciò ho preso una decisione: se la band farà almeno un tour nazionale in Norvegia, io prenderò il primo RyanAir utile da Bergamo a Oslo e li andrò a sentire lì. Anche a costo di doverli rincorrere fino a Stavanger.