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Tuesday, 12 October 2021

Stacked Smoke

La cosa più vicina a un incendio che io abbia mai vissuto è stata la Notte dei Lunghi Allarmi nella casa dello studente a Trieste. Ovvero, un prolungato quanto falso allarme dovuto a cause non meglio precisate che con gli incendi veri e propri non aveva nulla a che fare.
Almeno fino a stasera. Ieri sera, tecnicamente. Insomma, poche ore fa.
 


Sono le undici meno spicci di sera. Vado in bagno, sento odore di bruciato e, contrariamente al solito, scrollo le spalle e me ne frego. Dico “contrariamente al solito” perché al secondo piano abbiamo un tossicodipendente che vive da solo e io, essendo ansioso, ho sempre paura che metta la roba sui fornelli, si faccia di qualcosa e lasci che tutto bruci, quindi di solito mi affaccio a vedere se c’è fumo da lui.
Oggi, dicevo, decido di fregarmene e, tempo le undici, qualcuno ci suona il campanello: sono le vicine del piano di sopra che ci avvisano che c’è un incendio e dobbiamo scappare.
No, sul serio: c’è un incendio e dobbiamo scappare. Il pianerottolo è pieno di fumo, ci entra pure in casa.

Onestamente, non so tutt’ora come mi sia sentito in quel momento. Ho afferrato il telefono e chiamato il 118, dicendo con una voce incerta e incredula che c’era un incendio al mio indirizzo. E sottolineo, incredulo, perché queste cose di solito capitano o nei film, o agli altri.
Onestamente, mi fa strano ritrovarmi ora sotto shock perché, lì per lì, non credo di aver avuto paura. Non c’erano fiamme in vista e non penso che il cretino fosse riuscito a dar fuoco a chissà cosa – stupidamente non mi passa per la testa che le fiamme potrebbero raggiungere la bombola del gas, ma dettagli. Mi infilo un paio di pantaloni con le tasche, ci butto dentro l’iPod perché col cavolo che lo lascio bruciare se qualcosa va storto, poi il telefono e il borsellino con carte e documenti; infilo il computer nella borsa e prendo quello, la fotocamera e il teleobiettivo; la Mater nel frattempo ha afferrato un borsone e ci ha buttato dentro tutte le cartelle di documenti nostri, della casa e di chi più ne ha più ne metta.
Le vicine di sopra hanno già raccattato la loro roba, infilato il gatto nel trasportino e stanno scendendo. Noi ci accodiamo – rigorosamente per le scale, mai ascensore in queste situazioni – facendo il secondo giro di scampanellate a tutti.
Il grosso del fumo è nel terzo piano, il che significa che sta salendo, indovinate un po’, dal secondo, dalla casa del tossico. What a surprise. Dirimpetto a lui, la vedova (del tutto sola) è già da qualche mese che dà i numeri e mostra segni di senilità, e si rifiuta di uscire e mettersi in salvo. Io e la Mater la incoraggiamo, e quella chiude il portone. Ok.
Al piano di sotto, aiutiamo l’altra vedova, quella pluri-novantenne e super acciaccata (e anche lei del tutto sola), a scendere le scale. Ci troviamo sul marciapiede con i vigili del fuoco già sul posto e iniziamo a fare la conta: manca solo quella del secondo piano. Dal pian terreno portano un paio di sedie per far accomodare le più anziane. La Mater resta con la vedova del primo piano, tenendole le mani sulle spalle per tranquillizzarla; io afferro il telefono e chiamo Katia per avvisarla che potrei tardare un po’ al nostro appuntamento serale di visione di serie tv e roba su YouTube. La prima cosa che mi esce è una risata isterica che fa agghiacciare anche me. Giro l’angolo mentre le racconto in breve cosa succede perché improvvisamente sono fuori dalla grazia del Signore. Con tutto che non ho avuto paura sul momento e non sembra esserci nulla di davvero pericoloso.
Riattacco, mi assicuro che la Mater e la vedova stiano bene, mi avvicino ai canadesi del terzo piano perché, in tutto quel casino, col cavolo che mi lascio sfuggire l’occasione di parlare (e snarkare) in inglese. E perché, essendo i penultimi arrivati, si trovano in disparte e la cosa mi dispiace. Gli ultimi arrivati del palazzo sono quelli del pianterreno e hanno fornito le sedie, quindi almeno non sono esclusi.

Il nostro tossico ovviamente importuna i passanti curiosi che casualmente hanno da portare a spasso i cani proprio qui, chiedendo loro se hanno sigarette. Quando quello del terzo piano commenta che sente di nuovo odore di bruciato, io ribatto: “Yeah, well, somebody’s smoking. The irony. And the nerve.” facendo ridacchiare la moglie. Mi becco volentieri i complimenti per il mio inglese, ripercorriamo la mia carriera scolastica, scopro che lei aveva considerato di studiare a Trieste alla mia stessa facoltà, e intanto chiedo conferma ai pompieri che quella del secondo piano stia bene. Sì, per fortuna.
Ogni tanto mi avvicino anche alla Mater e alla vedova per vedere come stanno. La vedova ha freddo. Io poggio le borse, mi levo la giacca e gliela poggio sulle gambe, un po’ già pregustandomi i complimenti.
Si fa circa mezzanotte quando ci danno il via libera per tornare a casa; per fortuna la Mater si è fermata a fare pipì prima di uscire, e onestamente non l’ho nemmeno sgridata per quello perché immaginavo ne avremmo avuto per un po’.
 
Ringraziamo i pompieri, riaccompagniamo la vedova al primo piano, disseminiamo “buonanotte” ai vicini intorno a noi, torniamo a casa, spalanchiamo tutte le finestre, la vedova chiama e ringrazia tantissimo sia la Mater sia me: ecco i tanto agognati complimenti. Mi sento generoso e mando un WhatsApp al Guasto per dargli io la notizia e rassicurarlo sul fatto che noi stiamo tutti bene e la casa non ha subito danni, non si sa mai che finiamo sulla Nuova e lui legga. Chiamo Katia, le racconto e mi accorgo che inizio a tremare e sentirmi esausto: l’adrenalina è calata e sta subentrando lo shock.
Shock per cosa non lo so, visto che non ho visto le fiamme ed ero sempre consapevole che il pericolo fosse relativamente basso. Ma mi guardo intorno, vedo i miei pupazzi, i CD, i libri, l’armadio con i vestiti, tutte le cose che avrei perso se l’incendio si fosse propagato. Forse è la puzza pervasiva di bruciato, che si attacca a tutto e non lascia tregua anche ora che l’aria è tornata tecnicamente respirabile.
Forse, concludo, anche se è stato piccolo, è pur sempre stato un incendio, e gli incendi sono eventi intrinsecamente traumatici. E poi io sono un Tyrell: sono piuttosto suscettibile alle fiamme.
La battuta migliore, però, l’ha fatta Katia quando le ho detto che tutto è partito dal tossico che cucinava.
 
“Ma stava cucinando cibo o crack?”

Ha poi concluso che, visto che come inspiravo i fumi scoppiavo a ridere, probabilmente era la seconda. E, in tutto ciò, io rosicavo perché l’unica volta che avrei avuto ragione a insospettirmi per la puzza di bruciato non l’ho fatto. Mannaggia.
 
In questo momento sono esausto. Fisicamente esausto. Anche mentalmente: non ho avuto problemi a guardare Midnight Mass, ma ora non riuscirei, ad esempio, ad ascoltare musica o leggere o giocare a The Sims 4. Sto scrivendo più che altro per buttare fuori questo groppo di emozioni la cui natura non ho nemmeno compreso io stesso, e che si sono affastellate rapidamente quanto in sordina per tutta la sera.
Però adesso posso dire di essere sopravvissuto a un incendio. Non male, per un Tyrell.

Monday, 2 August 2021

Questione di fisica

Sorprendentemente, a me il fai da te piace. È una di quelle attività che sono estremamente riluttante a iniziare e rimando, rimando, rimando a più non posso, ma quando finalmente mi decido non solo ottengo buoni risultati, ma mi ci diverto pure. Trapano, martello, cacciavite, pinza sono tutti strumenti che so tenere in mano e usare senza problemi. E ne vado pure orgoglioso, probabilmente perché Il Guasto non è invece particolarmente bravo in questo, e saper fare meglio di lui qualcosa che, stereotipicamente, sarebbe più nelle sue corde mi dà soddisfazione a prescindere.
E poi c'è anche l'orgoglio di quando si presenta un qualche problema e io mi scopro in grado di risolverlo ragionandoci sopra e applicando le conoscenze apparentemente randomiche che ho in testa.

Case in point: oggi ho preso in mano il trapano per appendere diversi oggetti in giro per casa: attaccapanni in corridoio e in bagno, una mensolina in plastica nella doccia per tenere su shampoo e saponi vari, e poi la sbarra con i ganci per appendere gli utensili da cucina più grossi (mestoli, schiumarole eccetera). Nulla di particolarmente impegnativo, tranne che per l'intervento in cucina, visto che era sulle piastrelle. Tecnicamente lo era anche quello nella doccia, ma lì ho potuto trapanare sulla fuga e cavarmela così.
In cucina, invece, sulle prime ho avuto difficoltà a lavorare perché, in primo luogo, per uno dei buchi ero proprio all'angolo con le conseguenti difficoltà di manovra, e poi perché la mattonella è scivolosa e dura da scalfire.
Quando poi ho postato su Instagram in molti mi hanno suggerito la soluzione in questi casi: un pezzetto di nastro isolante che fa attrito e tiene la punta ferma, e passa la paura. Non avendoci pensato, invece, ho ripescato le mie conoscenze di fisica dal liceo: a parità di lavoro, minore è la superficie su cui ci si concentra e maggiore è la forza che vi si applica. Quindi ho sostituito la punta del trapano con una più piccola che, senza difficoltà, ha prima sbeccato e poi forato la piastrella, dandomi la traccia per intervenire con la punta delle dimensioni adatte alle viti. E voilà, in men che non si dica i tasselli sono entrati nel muro, ho avvitato la barra al suo posto e la cucina è diventata ancora più funzionale.

Sono cose sciocche di cui inorgoglirsi? Forse, anche perché parte di me si sente così in risposta agli stereotipi che solitamente si hanno dei gay (quando cerco di avere un rapporto neutro nei loro confronti: è valido sia distaccarsene, sia abbracciarli, sia zigzagare la cosa). Forse perché, mentre Il Guasto lasciava i quadri appoggiati a terra per mesi prima di prendere in mano il martello (e la Mater non lo faceva lei stessa per pura testardaggine), mi fa sempre piacere one-upparlo. Forse perché prendere il trapano e bucare il muro (a maggior ragione le piastrelle!) è una sfida alla mia ansia paralizzante da perfezionismo, perché sembra qualcosa di irreparabile che se a storto è un casino, mentre poi ho le abilità per mettere i tasselli perfettamente dritti e ricordarmelo a lavoro fatto è una bella sensazione.
Però è bello riuscire a fare queste cose, specie quando si applicano le proprie conoscenze teoriche che, nel sentire comune, sono spesso contrapposte alla manualità.

Friday, 4 June 2021

Vaccinando

E niente, da oggi sono effettivamente vaccinando. Sono aperte le prenotazioni qui in Sardegna e sono riuscito a districarmi per il vaccino. Il pomeriggio del dieci giugno dovrei ricevere la prima dose di… boh, da noi non lasciano scegliere perché siamo una regione pezzente, ma avrò la prima dose.
In teoria se ne parlava già da ieri, tant’è che ho ripetutamente tentato di accedere al sito e compilare tutto, solo per trovarmi ogni volta il messaggio che non rientravo in una fascia avente diritto. Ieri sera ho anche provato tramite l’ATM delle poste ma né io, né una ragazza trentaquattrenne che era lì a smanettare allo sportello siamo riusciti a cavarne un ragno dal buco. Oggi a pranzo è passato il postino (che suona sempre due volte da noi perché la Mater è l’unica che gli apre senza insultarlo) e ho tentato tramite lui, ma mi ha confermato che il sistema non era ancora stato aggiornato e lo sarebbe stato verso le sei del pomeriggio.
Poi in realtà la Mater è riuscita a infilare i miei dati poco dopo pranzo, ma non mi è arrivata nessuna conferma. Così, dopo un po’ di incertezza e scambio di idee con un conoscente su Instagram, ho riprovato non appena Beatrice mi ha detto di esserci riuscita (alle sei meno un quarto) e ta-dah, data fissata.

È da quando ho cliccato e ricevuto la conferma via SMS che continuo a zompettare su e giù per casa. Ho addirittura chiamato Katia perché avevo bisogno di parlarne un po’ e sono riuscito a calmarmi solo allora. Credo sia la prospettiva di smettere di essere un potenziale pericolo per me stesso e per gli altri ogni volta che esco di casa a essere così entusiasmante. Del resto, da quando la Mater ha ricevuto la prima dose ho iniziato ad provare un po’ di sollievo, misto sempre all’impazienza per quando riceverà la seconda dose e trascorreranno le due settimane di precauzione perché l’immunizzazione sia completa, così non dovrò preoccuparmi più per lei (e magari non dovrò nemmeno più temere scenate come quella dello scorso aprile). Anche se tutto il corollario continuerà a essere un casino, sapere che le probabilità di ammalarsi, specie in maniera grave, sono notevolmente ridotte è una grande consolazione.

In tutto ciò, non mi sfugge l’ironia del fatto che avrò la prima dose il giorno dopo che la Mater avrà la sua seconda, né tanto che, di questo passo, sia io, sia lei, che è più giovane di lui di otto anni, saremo immunizzati prima di mio padre. La prima è una questione di disorganizzazione della regione quando si vaccinavano i più anziani, l’altra è lui che è… beh, Il Guasto. Per inciso, doveva tornare dalla Turchia in questi giorni ma non ho la minima idea di quando, precisamente, se lo stato dei trasporti pubblici gli permetta di farlo, o se abbia intenzione di vaccinarsi o meno una volta qui.
Beh, sono problemi suoi. Uno dei motivi per cui avevo vissuto il suo viaggio e la sua testardaggine come un insulto personale era proprio che lui fosse uno di quelli a cui stavano offrendo il vaccino e le sicurezze che comporta su un piatto d’argento e li avesse rifiutati così, mentre io avrei dovuto aspettare chissà quanto. Ora che sono ufficialmente vaccinando, lui può fare quel che vuole.

Thursday, 13 May 2021

La rivalsa

Oggi ho incontrato la mia professoressa di italiano e latino del biennio proprio sotto casa mia. Ci ho impiegato un attimo a riconoscerla con la mascherina, mentre lei, una volta che l’ho salutata, è andata a colpo sicuro: nome e cognome, sezione, anno in cui è stata la mia insegnante. Che, detto francamente, è stata una grande rivalsa dopo l’incidente del mese scorso.
E a dirla tutta, mi ha fatto piacere che non solo si ricordasse di me, ma che il ricordo fosse buono. Del resto, tolta la primissima versione, sono sempre stato uno studente da nove e dieci in latino. E sono anche un po’ sorpreso del fatto che pure io la ricordi con affetto, nonostante di primo acchito non mi venga molto di buono da dire sul corpo docente del liceo. Certo, un po’ mi brucerà sempre quell’8- alla prima versione di latino, specie il meno dovuto a un errore che non avevo fatto, spesso faceva delle freddure agghiaccianti, e oggettivamente era un po’ noiosa quando leggeva i Promessi Sposi, ma ha avuto anche tanti bei momenti con noi. Come dimenticare il suo ritornello, “Come si fa a capire con quale dei significati tradurre una parola? Dal connnnnntesto”, con tanto di mani parate davanti? O ancora, l’intramontabile: “Vis. Roboris. Robori. VIM, come il detersivo per pavimenti”.
E comunque, è stata una professoressa severa, sì, con la manica strettissima per i voti, ma che non si è mai tirata indietro dal riconoscere il valore di uno studente.
A parte quell’8- alla prima versione che… ugh.

No, allora, la frase era qualcosa tipo: “La Grecia non è una terra molto feconda, ma è bellissima per…” e lì c’era “clarae memoriae”, che io ho tradotto come “famosi monumenti” perché il quarto o quinto significato di “memoria, memoriae” era proprio “monumento”. Ma no, secondo la prof, la Grecia è una terra bellissima per le famose memorie. Come fa una memoria a essere famosa? “Monumento” era una traduzione corretta e pure più appropriata dato il suo adorato connnnnntesto.
 
Vabbè. Anche se questo rancore non mi abbandonerà mai come tutti gli altri, è piccolo (specie paragonato a quello che nutro per altri insegnanti) e non preclude i buoni ricordi che ho di lei. Ed è bello vedere che la parte positiva è ricambiata.
 
Per inciso, sono diventato molto bravo a mentire sui motivi della mia situazione occupazionale: è bastato ritoccare un po’ la timeline e fare finta che la vantaggiosissima offerta fosse sfumata a causa del covid e non perché il capo mi ha letteralmente ghostato e da allora sono troppo ansioso per riprovare a mettermi in gioco. Ma francamente, mi occuperò in un altro momento del disagio che mi dà parlare della mia vita attuale alla gente che mi aveva conosciuto fresco e promettente: per ora preferisco crogiolarmi nel fatto che la babbiona di storia e filosofia sia stata un’eccezione, non la regola.

Monday, 3 May 2021

Resurrezione

Da oggi siamo in zona arancione; dopo tanti mesi in cui ho messo il naso fuori casa il meno possibile, solo quando costretto e con l’ansia sempre in agguato, questo pomeriggio sono uscito in tutta tranquillità per un totale di un’ora e dieci più quarantaquattro minuti più cinquantacinque minuti, ovvero il tempo di dare l’ascolto divisibile per cinque, quello durante il quale non voglio essere disturbato o interrotto, a tutte le playlist che sto sentendo in questo periodo.
 
Mentre ero fuori, mi sono reso conto che la vera differenza, il motivo per cui sono stato così tanto fuori casa, non è però il colore della zona, quanto il fatto che il papà di Giulia mi ha riparato l’iPod. Di nuovo.
Facendo una rapida ricerca tra i post più recenti mi sono accorto che, a differenza della volta che me l’aveva ammazzato la tempesta tropicale, stavolta non avevo scritto nulla a riguardo: questo perché la morte era avvenuta di vecchiaia l’anno scorso durante il silenzio stampa dovuto al primo lockdown. Che è poi il motivo per cui non mi sono attivato prima a spedirlo e farlo riparare: logistica nel caos più completo, quindi chissà quando sarebbe arrivato lì, e quando sarebbero arrivati i pezzi di ricambio, e quando sarebbe tornato da me, e comunque non dovendo uscire non era una situazione così urgente.
Poi le cose si sono complicate, è vero, e quando il lockdown è finito più che non aver bisogno dell’iPod perché tanto non uscivo avevo iniziato a non uscire perché avevo bisogno dell’iPod, ma c’è stato il gran casino delle spedizioni di cui anche il mio pacco è stato vittima, poi non sapevo se magari sarei tornato a Trieste a breve, poi sono iniziati i problemi del Mac e onestamente non avevo testa di preoccuparmi anche d’altro, e siamo arrivati a ora. Tra spedirlo, aspettare giustamente che la coda di lavoro del papà di Giulia si smaltisse, poi l’arrivo dei pezzi di ricambio, poi la spedizione, l’iPod è tornato redivivo a casa lo scorso giovedì, giusto in tempo per il ritorno della zona arancione.

Altro motivo per cui non avevo scritto nulla è che a questo giro non ho avuto un attacco d’ansia come la volta della tempesta perché la causa della morte era palese, ovvero la batteria stravecchia. Negli ultimi tempi durava una mezz’ora se andava bene, il logico passo successivo era smettere di funzionare del tutto. A ben vedere, l’iPod non era nemmeno morto, era semplicemente in coma, e una volta stabilito che la batteria era rintracciabile, ero piuttosto ottimista che sarebbe stato possibile resuscitarlo. In effetti, quando è arrivato aveva ancora tutte le mie canzoni dentro e perfino in memoria gli ultimi ascolti fatti prima che svenisse. Ciò non significa che non avessi oltre tre migliaia e mezza di tracce da sincronizzare, tra aggiunte, copertine aggiornate, discografie riorganizzate e tutto ciò che intercorre nel giro di un anno in una libreria musicale maniacalmente tenuta in ordine come la mia.
(Per inciso, sì, a quanto pare tutti i miei prodotti Apple scivolano sulle batterie… dopo circa un decennio. Il resto funziona senza problemi.)

Comunque, la resurrezione non è stata solo dell’iPod, ma anche mia. Per la prima volta da tanto tempo sono uscito volentieri, senza ansia, senza correre per tornare il prima possibile a casa, senza odiare tutto il mondo intorno a me. Avevo una missione ben precisa – riempire la borsa della Mater su Pokémon Go con i Pokéstop del centro, visto che era rimasta con numeri a una cifra di pokéball e megaball – e l’ho svolta volentieri e con efficienza, approfittando anche di non avere lei fra i piedi che mi interrompe o mi parla sopra la musica ogni cinque secondi per svolgere il mio rituale (ultimamente mi ero ridotto a fare gli ascolti “importanti” alle due di notte dopo che lei va a dormire). Uscire un po’ così, in tranquillità, mi era mancato e ora sono di ottimo umore.
Per inciso, è stata una coincidenza perché era in playlist, ma anche oggi ho ascoltato Coming Up For Air di Siobhán Donaghy come quel pomeriggio di tre anni fa al Parco di Miramare a Trieste. E, proprio come quella volta, sento di aver ripreso a respirare dopo una lunghissima apnea. La lunga apnea di non avere il mio iPod con me.

Thursday, 31 December 2020

Classifica musicale annuale – 2020

Nelle puntate precedenti:

• 2017;
• 2018;
• 2019.

Classifiche generali (1-50):
• 2016;
• 2017;
• 2018;
• 2019;
• 2020.

Classifiche generali (51-100):
• 2018;
• 2019;
• 2020.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (Ala.ni)
• Grazie al mio amico Claudio. Un altro Claudio. Sembra che un po’ tutti i Claudi diano buoni consigli musicali.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Sleepthief)
• La ricordo benissimo: Rainy World, il pomeriggio in cui Luisa venne a trovarmi a Trieste!
3. Testo preferito della numero 33? (Autumn)
• Synchro-Minds, e ricorderò sempre quando la band confermò la mia teoria che il “third eye” con cui il protagonista visualizzava l’interlocutore fosse la webcam!
4. Album preferito della numero 49? (Nick Cave & The Bad Seeds)
• Murder Ballads, duh.
5. Canzone preferita della numero 13? (Fever Ray)
• Keep The Streets Empty For Me. Questi sono i danni che ha fatto Dark.
6. Album peggiore della numero 50? (Placebo)
• L’album che mi piace di meno è il self-titled ma, oggettivamente, è iconico, a differenza del derivativo, compitino-ben-fatto Loud Like Love.
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Anneke Van Giersbergen)
• Lost And Found. Ho iniziato a chiedermi se Anneke non l’abbia scritta per un terapista.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Marina & The Diamonds)
• Il concerto del 2019, specialmente per la bella giornata che ho passato con Stefanino.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (We Are The Fallen)
• Ai tempi comprai Tear The World Down principalmente come atto di protesta verso Pescy; non me ne pento, è comunque un album molto gradevole.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Evanescence)
• Ok, sembra una brutta battuta, ma ce ne sono; ci sono quelle catartiche che poi mi fanno stare meglio, e quelle che mi mettono proprio di buonumore tipo… Gùd Inàf, che è lA pRiMa CaNzOnE fElIcE dEgLi EvAnEsCeNcE! Ovviamente scherzo, quella è da latte alle ginocchia: Anywhere è nettamente superiore.
11. Canzone preferita della numero 40? (Billie Eilish)
• When I Was Older. Fra l’altro, mi pento di averla bollata come ennesima ragazzina triste di passaggio, all’inizio: ha molto più spessore di quel che potrebbe sembrare!
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Panic! At The Disco)
• Tolti le varie intro / interludi / cavolate da mezzo minuto, From A Mountain In The Middle Of The Cabins.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Rose Chronicles)
• Li ascoltavo in treno durante un viaggio a Torino quasi dieci anni fa; una volta arrivato, poi, nel mezzo dello shoot mi accorsi che lo specchietto della reflex si era sporcato e, scattando a caso per vedere se il sensore era a posto, mi uscì questa foto, che intitolai come una loro canzone e che adoro ancora oggi.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (Tactile Gemma)
• Stavo ascoltando Creepy-Crowlies una volta a giugno 2009 mentre mangiavo un cono grande col gusto del mese di Grom, che era fior di latte con amarene candite. Quando la ascolto, tutti quei vibrafoni mi fanno ancora sentire quel saporino di amarena che… mmh!
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Hurts)
• Illuminated. Ma una menzione d’onore va a Liar che, per ironia, nel ritornello riporta parola per parola la conclusione della mia missiva alla Ciospa.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (Florence + The Machine)
• Una volta durante il tour di Ceremonials: è stata incredibile!
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Allie X)
• Bitch, sentita in concerto quando ha aperto per Marina a Milano. Onestamente però non so se mi avrebbe colpito altrettanto se l’avessi sentita prima su disco: Allie rende molto meglio dal vivo che in studio!
18. Album preferito della numero 11? (Loïc Nottet)
• Selfocracy è notevolmente superiore rispetto al secondo.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (Blanche)
• City Lights, duh. Chiunque dica che all’Eurovision non c’è buona musica è un ignorante che conosce solo Salvador Sobral e Mahmood.
20. Canzone preferita della numero 27? (Emmelie De Forest)
• Let It Fall, e comunque con Emmelie vale lo stesso discorso di prima sull’Eurovision.
21. Album preferito della numero 16? (Nemesea)
• The Quiet Resistance resta insuperato.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Lady Gaga)
• Eh. Questa sì che è una bella domanda. Sicuramente avrò sentito qualcosa da The Fame a qualche serata gaia (era proprio il periodo in cui ci andavo), ma non me la filavo e, anzi, ero attivamente opposto alla sua esistenza. La prima che ricordo di aver ascoltato è Bad Romance per curiosità dopo che i ReVamp l’avevano coverizzata dal vivo (e c’è un motivo se è l’unica canzone buona che abbiano mai suonato).
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Diablo Swing Orchestra)
• Justice For Saint Mary. La parte finale simil-dubstep è la catarsi fatta musica.
24. Come hai scoperto la numero 21? (Elusive)
• Me li consigliarono gli admin del forum dei Theatre of Tragedy visto che erano un progetto di Tommy Olsson.
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (The Bryan Ferry Orchestra)
• Young And Beautiful, ennesima riprova del fatto che sarebbe stata una signora canzone se non per Laña del Rey.
26. Canzone preferita della numero 3? (Delain)
• Pristine, anche se quest’anno dovrei dire The Greatest Escape.
27. Album preferito della numero 2? (The Gathering)
• Butto lì Souvenirs dal periodo di Anneke e Disclosure da quello di Silje, ma è una scelta pressoché impossibile.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (Eivør)
• Non è una classifica musicale se non menziono Luisa almeno due volte: è lei che mi ha fatto ascoltare True Love.
29. Testo preferito della numero 8? (Anathema)
• “And when I dream, I dream of you; then I wake – tell me, what could I do?”
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Phildel)
• Mai, ma è nella mia bucket list!
31. Come hai scoperto la numero 44? (Paolo Buonvino)
• Ho iniziato a guardare I Medici per Daniel Sharman nudo; ho continuato per quello, Contessina e la fantastica colonna sonora.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Siobhán Donaghy)
• L’intera sua discografia è sottovalutata per il semplice fatto di non essere stata in cima a qualsiasi classifica ai tempi, ma Ghost è uno degli album pop migliori degli Anni Duemila e lo conosciamo io, Siobhán e, forse, i suoi genitori.
33. Canzone peggiore della numero 29? (Susanne Sundfør)
• Prima del Live At The Barbican avrei detto Mantra, ma dal vivo è riuscita a diventare fantastica perfino lei. Dico la title track di Music For People In Trouble perché fondamentalmente è un interludio (rispetto all’anno scorso ho fatto pace con Live At Salle Pleyelle).
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Karen Elson)
• 100 Years From Now, usata come sottofondo di The Midnight Hour su Paranormal Zone. Ps: KAREN ELSON MI HA RINGRAZIATO NELLE SUE STORIE INSTAGRAM PER AVER COMPRATO IL SUO LIBRO.
35. Album preferito della numero 28? (Portishead)
• Dummy.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (Aurora)
• Quest’anno stiamo proprio rigirando il coltello nella piaga degli artisti che non ho mai visto live ma vorrei da matti.
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Rose McGowan)
• Considerando il personaggio, il fatto stesso di ascoltare Rose McGowan è borderline un guilty pleasure di questi tempi.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Soap&Skin)
• Allora, qui Dark ha davvero fatto danni: non solo ha messo due canzoni negli episodi, ma la sigla, Goodbye di Apparat con Soap&Skin, è la mia canzone più ascoltata dell’anno con oltre 230 ascolti. Non uscirò mai più da questo tunnel!
39. Album preferito della numero 7? (Loreen)
• Ride, quello di cui nessuno conosce l’esistenza perché un po’ tutti hanno smesso di filarsela post-Eurovision.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (Kari Rueslåtten)
• Other People’s Stories mi ricorda lo shoot con Luisa a Venezia!
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Morning Parade)
• Seasick e Close To Your Heart.
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Delerium)
• Troppi per elencarli tutti, visto che per la maggior parte hanno testi bellissimi; così su due piedi mi viene da dire Stay.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (Dejafuse)
• Il fatto che la loro musica sia emozionante quanto la lavatrice ai risciacqui è probabilmente il motivo per cui sono durati così poco. Sorry, Nienke.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Luk Evans)
• Quando inquadrano il suo culo ignudo nella seconda stagione di The Alienist! Ah, come? Dicevate canzone, non scena? Uhm… At Last, credo?
45. Canzone preferita della numero 9? (Goldfrapp)
• Stranger, che è anche una perfetta descrizione della mia vita affettiva.
46. Primo album ascoltato della numero 37? (L’Âme Immortelle)
• Sono piuttosto sicuro di aver ascoltato ...In Einer Zukunft Aus Tränen Und Stahl per intero perché adoravo Will You?, ma a diciassette-diciott’anni non ero ancora pronto a quella quantità di elettronica.
47. Membro preferito della numero 4? (Emilie Simon)
• Emilina sarebbe la mia preferita anche se fosse un ensamble di cento musicisti!
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (Amaranthe)
• Questa la ricordo: Drop Dead Cynical.
49. Album che possiedi della numero 20? (Theatre Of Tragedy)
• Tutto quello che hanno fatto in almeno un’edizione. “Almeno” perché di Forever Is The World ho la deluxe, la tour edition con Addenda, l’edizione giapponese che mi ha regalato di Hein e addirittura il vinile.
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Within Temptation)
• Nonostante la magnificenza del concerto ad Anversa, ricordo con più affetto il concerto a Milano nel 2011: eravamo quasi tutti lì e ancora tutti amici. Che bei tempi.

Unpopular opinion

Il 2020 non è stato il mio anno peggiore a livello personale. Quel titolo spetta ancora di diritto al 2015, e sebbene il 2019 non sia sceso altrettanto in basso, poco ci è mancato.
Del resto, il 2015 è stato l’anno della Minus Habens, mentre il 2019 è stato l’anno post-Ciospa e in cui sono stato ad aspettare come uno scemo di firmare un contratto di lavoro vantaggiosissimo solo per poi ritrovarmi ghostato dal futuro capo (non sto esagerando, mi ha fatto letteralmente ghosting, non ha nemmeno avuto il coraggio di dirmi che non se ne faceva niente). 
 
Il 2020 invece, nonostante il delirio globale, è stato un anno estremamente privo di eventi per me, il che non è un male. Non posso dire di stare bene: il mio stato mentale è più precario che mai e francamente non vedo una via d’uscita, nemmeno sotto forma del tanto agognato vaccino. Non riesco a immaginare un mondo post-covid, in cui si torna a uscire liberamente, non si rispetta la distanza, non si attraversa la strada quando si vede qualcuno di fronte (onestamente, queste cose mi mancheranno). Una parte di me pensa che forse mi preoccupo per niente, che terminata del tutto l’emergenza ogni cosa tornerà alla normalità visto che molta gente ha continuato a comportarsi come nulla fosse; l’altra si domanda quanto profonde saranno le cicatrici di tutto questo casino nella nostra psiche collettiva.
Il punto, comunque, è che non riesco a immaginare come sarà la mia vita post-covid, quando non avrò più la scusa perfetta per tenere tutto quanto in stasi criogenica come ho fatto quest’anno.
C’è poi il fatto che in questo 2020 ho fatto un sacco di soul-searching, visto che non avevo molte voci esterne che annegassero la mia interiore che over-analizza ogni piccola cosa. Il problema è che, anche qui, non sento di aver fatto nessun progresso: ho avuto numerose epifanie ma non so che farne, né a chi rivolgermi per capirlo.

Forse è proprio questo che innesca la dissonanza cognitiva: a differenza del pozzo di disperazione che è stato il 2015, o della cantonata sui denti del 2019, il 2020 è riuscito a farmi sentire contemporaneamente protetto e accoccolato in un bozzolo e completamente perso, privo di direzione in mezzo alla nebbia. Per una volta, però, non mi sento in colpa per questa mancanza di direzione, perché tutti siamo spaesati in questo momento per qualcosa di molto più grande di noi. Egoisticamente, ho quasi paura di dover dire addio alla sensazione di non avere colpa. E forse è proprio così che ricorderò il 2020, come l’anno senza colpa.

In tutto ciò, comunque, quest’anno è stato inaspettatamente produttivo per quanto riguarda la fotografia. Naturalmente ho fatto quasi solo autoritratti e ho dovuto rimandare decine di progetti, ma le foto che ho fatto sono state tutte altamente concentrate e ho raggiunto livelli di sofisticazione che non mi sarei mai aspettato – del resto, avere a disposizione solo la luce naturale di casa e un muro monocolore significa doversi spremere le meningi per mantenere alta la creatività.
Per ovvi motivi, è anche stato l’anno in cui ho ascoltato più musica in assoluto, superando i 45.000 scrobble su last.fm, oltre 900 in più del 2013, il mio precedente record personale. Fra l’altro, tolti i primi anni in cui scrobblavo a macchia di leopardo o di cui ho dovuto cancellare ascolti taggati incorrettamente, gli anni in cui ho ascoltato meno musica sono stati, indovinate un po’, il 2015 e il 2019 – quest’ultimo in particolare perché mi aspettavo di dover cambiare radicalmente le mie abitudini di vita e non avere più tutto questo tempo da dedicare alla musica una volta che avessi iniziato a lavorare seriamente, quindi mi passava la voglia di ascoltarla mentre stavo lì, sospeso nel vuoto, ad aspettare. Musicalmente, questo è stato un anno ottimo e, naturalmente, domani pubblicherò la classifica annuale con tutti gli artisti che hanno tenuto insieme i cocci della mia psiche durante l’assurdità che è stato questo 2020.

E niente. Negli ultmi otto anni ho fatto un bilancio di fine anno solo nel 2018 perché l’offerta di lavoro mi aveva aperto una piccola speranza. A questo giro, l’ho fatto perché il 2020 è stato del tutto fuori dall’ordinario e non potevo ignorarlo. Se non altro, a questo giro non ho aspettative né speranze: solo l’orrore al pensiero che nel 2021 torneranno di moda gli orribili pantaloni a vita bassa che hanno piagato la mia adolescenza. Ma insomma, nemmeno quelli sono peggio di una pandemia globale… forse.

Tuesday, 15 December 2020

L’anno che mai fu(mai)

Alle ore 4:36 di questo stesso giorno, un anno fa, spegnevo la mia ultima sigaretta prima di fare il controllo sicurezza all’aeroporto di Bologna.
Dopo due tentativi falliti, mi ero posto la fine del 2019 come termine ultimo per smettere di fumare, così da non inquinare la nuova decade. In realtà avevo anche provato a smettere prima del mio trentesimo compleanno, così da non inquinare la mia nuova decade, ma il 2019 non era stato particolarmente clemente con me e non avevo avuto la forza per farlo davvero.
Ma dato che la Mater mi avrebbe ucciso se l’avesse scoperto (e probabilmente mi ucciderebbe anche se leggesse questo post), tanto valeva approfittare della vacanza “di qualche settimana” (lol!) da lei, in cui fumare sarebbe stato logisticamente difficilissimo e ancora più stressante dell’effimero sollievo che mi dava, per affrontare i primi, difficili tempi in cui il corpo va in astinenza mentre si disintossica (per inciso, anche le volte precedenti avevo smesso cold turkey ed ero durato mesi, segno che, all’occorrenza, la forza di volontà ce l’ho). In più, un completo stravolgimento di quella che era la mia routine a Trieste sicuramente avrebbe aiutato, visto che non avrei più avuto i momenti fissi della giornata in cui affacciarmi alla finestra per “prendere una boccata d’aria”.

Ed eccomi qui, “sobrio” da dodici mesi da che il mio record precedente era stato sette mesi e mezzo. Come ho scritto in quell’occasione, mi preoccupa solo che quest’anno sia stato così fuori dall’ordinario: facile stare pulito un anno intero quando a fare la differenza sono la convivenza forzata con la Mater, lo stravolgimento ulteriore della mia routine e la mancanza di occasioni sociali che mi potessero indurre in tentazione (che è stato ciò che mi ha fatto fallire le altre due volte). La paura è che, una volta finito tutto e tornato a Trieste, privo di una direzione nella vita se non morire un poco ogni giorno, la tentazione che ora non sento nemmeno più torni prepotente. Che tornino le giornate in cui l’unica motivazione che avevo di vestirmi e alzarmi dal letto era affacciarmi alla finestra per la prima sigaretta del giorno. O quelle in cui a farmi uscire di casa era il richiamo da sirena del tabacchi sotto casa perché avevo finito il pacchetto.
Ci sono state notti in cui ho sognato di fumare. Non sognato nel senso di “che nostalgia, o mio dio, quanto vorrei farlo”, ma in cui semplicemente fumavo, salvo poi, come nel caso dei sogni sulla mascherina, rendermi conto che era già il 2020, la nuova decade, e stavo di nuovo rovinando il mio proposito. E come nei sogni sulla mascherina (o quelli in cui rompo il telefono), svegliarmi e scoprire che va tutto bene, che non ho fatto un passo falso, che tengo ancora fede al mio impegno è un sollievo.

Poi però, quando mi capita di sentire l’odore, lo trovo estremamente fastidioso. Non mi manca arrivare la sera senza energie perché ho meno ossigeno in circolo, né svegliarmi nel cuore della notte con la voglia e non riuscire a riaddormentarmi finché non la soddisfo. Non mi manca avere l’alito perennemente pesante, e amo che la mia pelle sia più brillante e salubre di quanto sia mai stata mentre fumavo.
Ecco, spero che tutto questo abbia un peso che controbilanci il mio istinto di autodistruggermi, di regalarmi una gratificazione che percepivo anche come auto-punizione per essere un fallimento come persona.

Onestamente non sono sicuro di cosa mi abbia spinto a scrivere per la prima volta in chiaro che ho un passato da tabagista qui sul blog. Nei progetti iniziali, questo post (che per sicurezza terrò nelle bozze e pubblicherò solo quando sarà in seconda pagina, non si sa mai, ciao Mater) doveva contenere un vago riferimento alla cosa e concentrarsi più sulla mia permanenza Giù™, ma scrivere quella prima frase così esplicitamente è stato liberatorio. Forse è l’orgoglio di aver tagliato un traguardo arbitrario ma importante come quello dell’anno. Forse, sotto sotto, sento di aver superato la dipendenza e poterne parlare perché non mi appartiene più.
In ogni caso, ho smesso di fumare da un anno. Con l’aiuto delle circostanze, ma è pur sempre un anno. Bravo me.

Saturday, 5 December 2020

La costanza dell’incostanza

Da qualche settimana ho ripreso in mano, dopo svariati anni, il pianoforte. L’ultima volta che mi ci ero dedicato era stata intorno al 2018 per tentare (senza successo) di imparare la sigla di Westworld. Prima di allora, avevo tentato con Light Of The Seven da Game of Thrones nel 2016, e Father Father di Susanne Sundfør nel 2015 (avevo ancora i capelli lunghi, gasp). Entrambe abbandonate dopo un po’ perché erano troppo oltre le mie già non stellari e a lungo trascurate capacità di pianista.
Quest’anno ci sono ricascato di nuovo con Goodbye di Apparat e Soap&Skin. L’idea mi allettava già da qualche mese, così ho trovato lo spartito di una riduzione per pianoforte e ho iniziato a impararla.

Stranamente, a questo giro sto procedendo molto più spedito che le ultime volte che ho tentato di imparare qualche brano da autodidatta – in buona parte perché finalmente mi sono imbarcato in un’impresa alla mia portata. Ho sempre pensato che, non andando più a lezione, mi mancasse il fiato sul collo dell’insegnante a motivarmi e darmi disciplina, ma forse non si tratta di quello. Forse l’insegnante serviva più che altro a darmi metodo, era il parere esperto che stabiliva su quante battute fosse il caso di esercitarmi prima di proseguire con lo spartito, a che punto fossero arrivati i miei progressi e se fosse il caso di provare o meno ad assemblare le due mani, e così via.
Per quanto riguarda il fiato sul collo, invece, ad aiutarmi con l’apprendimento è proprio il fatto che a questo giro non sto pretendendo nulla da me stesso. Non mi sono imposto di esercitarmi tot minuti al giorno, né tutti i giorni: quando ho voglia, quando ho ascoltato la canzone e ne ho l’anima talmente piena che tracima dalle dita, quando sono curioso di vedere come suonerebbe quella battuta a cui non sono ancora arrivato, quando voglio provare a sentire le due mani assieme. Ecco, allora mi siedo sullo sgabello, scopro i tasti e inizio a esercitarmi. Anche più volte al giorno, se mi va. O non lo faccio se non mi va. Ed è proprio questa libertà, che mai avevo provato suonando, che mi mantiene motivato e curioso.
Ho scoperto la costanza dell’incostanza.

Ps: ma ci credete che in otto anni di pianoforte nessuno mi aveva mai insegnato a usare i pedali? Ho dovuto andare a tentoni e, con grande orgoglio, penso di essermi districato. Yay for me!

Tuesday, 10 November 2020

No holds barred

“Possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma essere un gay di destra significa che il tuo odio per gli altri è più forte del tuo amore per te stesso.”
Come da post precedente, la vittoria di Biden alle elezioni americane mi ha ringalluzzito parecchio e in questi giorni non la sto mandando a dire agli scagnozzi di destra che mi capitano a tiro. Questo è un commento che ho fatto su un articolo in cui si parlava di alcune povere vittime di Sindrome di Stoccolma gay storicamente conservatori, e la risposta non è tardata (capitalizzazione e punteggiatura liberamente corrette da me).
“Ma non è vero! Voi continuate a confondere ‘essere gay e pensarla su temi geopolitici, di interesse nazionale ecc’ come la destra con ‘essere un gay che la pensa come la destra italiana attuale sui temi gay’!”
Ora, avrei potuto limitarmi a far notare in maniera concisa che poco importa se sei in disaccordo con le politiche della destra circa la comunità LGBTQ+, se continui a votarli a) dai loro il potere di attuarle e b) dimostri che quella questione, che pure ti riguarda da vicino, è per te meno importante di altre politiche che, essendo di destra, sono esclusive e non inclusive.
Ma dato che ero in vena d’infierire, ho deciso di sviscerare il discorso molto più nel dettaglio, no holds barred.
“No, Tizio, quello che ho detto è un’altra cosa: essere un gay di destra significa odiare talmente tanto qualcun altro (partiamo dagli immigrati, soprattutto quelli non bianchi, ma pian piano scaliamo la lista fino agli Ebrei, poi gli Europei dell’Est, il vicino d’Oltralpe e, spesso e volentieri, anche quello della regione accanto) da essere disposti a privarsi di alcuni diritti fondamentali, in quanto gay, pur di far sì di toglierli a loro. 
Significa essere talmente terrorizzati dal cambiamento e insicuri del proprio valore sociale che la sola idea di dare un punto di partenza equo agli altri diventa ripugnante, sia mai che, con le stesse possibilità, si dimostrino più capaci di noi. 
Significa essere talmente persi di fronte all’idea di un mondo in cambiamento, sempre più interconnesso, da aggrapparsi a quest’idea anacronistica di un’Italia (Francia, Austria, Germania, Polonia, Ungheria) forte, autosifficiente e pronta a tornare ai fasti del passato quando in realtà ciascuna nazione europea, presa da sola, conta talmente poco che con l’alzarsi delle tariffe statunitensi alcuni farmaci sono stati ritirati dalla sanità pubblica perché costavano troppo. Questo di fronte a un’azienda privata, figurarsi di fronte alle vere potenze mondiali. 
 
No, non ho mai detto che un gay di destra odia gli altri gay. È solo che la felicità e la possibilità di autodeterminazione di se stesso e degli altri gay diventano danno collaterale, il prezzo da pagare pur di negare i diritti ad altri gruppi sociali e continuare ad aggrapparsi a questa fantasia di grandezza perduta da riconquistare. 
Vivere così, cedendo alla paura e cercando il male altrui anche a discapito del proprio benessere, è davvero triste.”
Questa risposta mi è valsa un “comunista vecchio stampo, proprio da Festa dell’Unità” da parte di un altro utonto di passaggio (e pensa se avessi parlato di redistribuzione del reddito tramite tassazione spietata dei patrimoni personali sopra una certa cifra).
Onestamente, io non mi vergogno di essere di sinistra. Anzi, è tempo di rimettere le cose nella giusta prospettiva e ricominciare a far vergognare la destra di essere la cloaca che è.

Sunday, 6 September 2020

Guerre silenziose

Oggi posso dirlo con certezza: ho battuto il mio precedente record di sette mesi e due settimane tra il post volutamente fumoso e una rovinosa caduta dal vagone dovuta a una compagnia molto piacevole e il troppo gin che mi ha fatto rendere conto del danno solo in media res (giuro, ho un black out completo riguardo a quel momento specifico). La data la ricordo perché è successo la notte prima che andassi a farmi il piercing all’orecchio (tant’è che ci sono andato con un hangover mostruoso), quindi è facile ricostruire tempistiche e robe varie. Poi da lì è passato più di un anno di disastro a varie riprese fino alla decisione finale.
 
Beh, a questo giro la data del 6 settembre ha avuto quasi un mese e due settimane di vantaggio, per cui posso dire ufficialmente di aver superato entrambi i tentativi precedenti. Certo, la situazione è completamente diversa e anche quello aiuta: sono qui dove la quotidianità non è stata avvelenata in maniera pervasiva come su, non ho modo di stare un granché per conto mio, le occasioni di socializzazione le ho ridotte al minimo, sarebbe più una fonte d’ansia che altro ed è l’ultima cosa di cui avrei bisogno.
Ma è anche vero che ora ho più spazio di manovra e ho anche avuto un’occasione di tentazione… in cui la tentazione non c’è proprio stata. Consciamente il pensiero mi ha attraversato la mente, ma non mi ha provocato desiderio, né nostalgia, né altro se non pura indifferenza. Il che è un sollievo, specie in previsione del fatto che prima o poi dovrò tornare alla mia vita.

E niente, questo è uno di quei post vaghi che scrivo solo per me, stavolta per darmi una pacca sulla spalla e dirmi “bravo” da solo. Una battaglia è vinta. Non so quando potrò considerare vinta anche la guerra, visto che ho notato fin troppo bene quanto basti un solo passo fuori posto per far esplodere a catena un intero campo minato; ma magari un giorno sarà davvero vinta e potrò anche far brillare qualche bomba inesplosa ogni tanto, o scoprirò addirittura che non ci sono affatto residui bellici. Solo il tempo lo dirà.

Sunday, 23 August 2020

A volte le lusinghe ritornano

Erano tanti anni che non ripensavo all’Uomo Lusingato. Un po’ perché in generale non ripenso con piacere alle cose collegate alla mia sfortunata carriera universitaria, un po’ perché semplicemente mi era sfuggita di mente la sua esistenza. Forse a una certa avevo anche provato a cercarlo su Facebook per sbirciare la sua vita con lo stesso sguardo colmo di fascino per l’orrido che ogni tanto rivolgo ai compagni del liceo di cui ancora ricordo il nome (e verso cui nutro ancora rancore – shock, lo so) ma, non avendolo mai trovato, è lentamente scivolato nell’oblio.

Comunque ai tempi ne scrissi parecchio: di come ci provai e mi rispose di essere “lusingato ma impegnato” mentre troieggiava con chiunque altro mettendo le corna al ragazzo con cui mi aveva detto poche ore prima di essere “solo amici”, di come nonostante ciò io avessi continuato a sbavargli dietro, addirittura sognando di limonarci, assistendo alla disfunzionalità della sua relazione perché facevamo parte dello stesso giro di colleghi finché non ho iniziato a disilludermi, trovarlo repellente prima mentalmente e poi anche fisicamente, e arrivare alla conclusione che fosse stata una gran fortuna aver potuto spacciare quell’unico approccio come cazzata alcolica, perché almeno avevo salvato la faccia e non gli avevo dato modo di lusingarsi ulteriormente. Da lì il mio fantastico pattern di negazione dei sentimenti romantici, a me stesso in primis, per evitare di restarci ancora male, ed eccoci al mio essere un trainwreck.

Comunque, ieri all’improvviso me lo sono trovato su Grindr. In vacanza qui, di tutti i posti. E mi pare di capire anche in compagnia, perché evidentemente certe cose non cambiano mai e quando uno è troia lo resta anche dopo dieci anni. Lì per lì non l’ho nemmeno riconosciuto subito, se non identificandolo come “bel ragazzo”, perché oggettivamente lo è (ha perfino ancora tutti i capelli in testa, e io pensavo che sarebbe stempiato presto). Ha esordito con “Long time!”, abbiamo anche scambiato un paio di battute piuttosto generiche su com’è che fossimo entrambi qui, ma la cosa è morta sul posto. Ci ho fatto un mezzo pensierino, sull’uscirci a prendere un drinketto, ma ricordo ancora bene la lezione che ho imparato con lui e non ho minimamente accennato a vederci. Lui mi ha buttato lì che stava andando alle giostre, ma ho lasciato correre e cambiato argomento, perché di raggiungerlo non avevo sicuramente voglia.
Oggi non l’ho nemmeno cercato. Domani riparte e, francamente, good riddance: considerando che l’intera faccenda è stata unilaterale, non avrebbe nemmeno senso riparlarne.
In compenso, oggi come allora, sono orgoglioso di non avergli dato altri appigli per sentirsi lusingato. È l’unica chiusura che questo vecchio discorso riemerso inaspettatamente merita.

Monday, 17 August 2020

Maremma Louise Ciccone

Unpopular opinion: non sono un fan di Madonna. Le riconosco tutti i meriti del caso, ho comprato un suo CD e ci sono molte sue canzoni che mi piacciono, ma non sono uno di quei gay che venerano il pavimento su cui ha camminato. E non necessariamente perché sono invece un fan sfegatato a priori di Gaga (sto ancora aspettando che sforni qualcosa all’altezza di Born This Way, avendo rivalutato a ribasso Artpop, fondamentalmente dimenticato Joanne, e trovando Chromatica assai deludente), sebbene nella faida io stia dalla parte di Stefani. Il fatto è che Madonna ha avuto il suo picco prima che iniziassi ad ascoltare musica contemporanea e, quando l’ho conosciuta, era in quella fase di movimento per inerzia prima dell’inizio del declino.
E mi spiace per i suoi fan, ma il declino c’è stato eccome per scelta di Madona stessa. Era una di quelle cantanti che avrebbe potuto davvero essere grande dall’inizio alla fine, ma verso una certa si è persa. E il motivo è lo spunto di una riflessione che ho fatto in un commento che mi è valso il follow si Katie Noonan su Instagram.

Katie si è trovata nell’occhio del ciclone per aver osato criticare in due post il pessimo lavoro di chirurgia plastica con cui Madonna ha sostituito la sua faccia. È stata subito attaccata per questo e non necessariamente da madonnari incalliti, quanto da gente che è convinta che muovere una critica significhi automaticamente non essere solidale come donna (se non addirittura misogina), o altre scemenze del genere.
Le mie due riflessioni, rispettivamente sotto il post originale e sotto la risposta alle critiche, sono state queste:

La triste verità è che la società mette una tale pressione su ciascuno di noi che tutti finiamo per interiorizzare almeno una piccola parte ei pregiudizi contro cui lottiamo. Anzi, sono giunto alla concluzione che parte di quella lotta sia alimentata dal nostro bisogno di liberare noi stessi da quei pregiudizi latenti. E mentre inneschiamo un cambiamento intorno a noi (su vari livelli, a seconda della grandezza della nostra piattaforma pubblica), non significa automaticamente che abbiamo vinto la lotta contro noi stessi.
Madonna ha lottato come poche altre cantanti per affermare la forza delle donne e la loro liberazione da costrutti sociali oppressivi, e ha raggiunto l’impossibile. Ma temo che abbia interiorizzato il pregiudizio che le donne giovani sono forti, e nell’ultimo decennio e più si è sbracciata per dimostrare che è ancora giovane e figa, sia a livello d’immagine che musicalmente, invece di accettare il nuovo potere che arriva con l’età.
Sono d’accordo, l’industria dei media discrimina senza pietà in base all’età, specialmente le donne, ma far finta che il tempo non stia passando è il contrario di una lotta contro questo sistema, significa abbracciarlo e ottenerne in cambio un ginocchio rotto e una faccia irriconoscibile.
 
Onestamente, criticare non equivale a odiare. Quindi no, esprimere perplessità per la faccia alterata di Madonna non significa essere misogini.
Tutti hanno il diritto ad autorealizzarsi, e questo include la chirurgia estetica, se ce n’è bisogno. Ma nel caso specifico di Madonna, fingere che sia questo che sta succedendo, che la sua “nuova faccia” sia nata da un luogo di empowerment e di cura di sé è ingenuo, se non sleale. È la punta di un iceberg decennale di negazione del suo invecchiamento che ha avuto conseguenze sulla sua vita artistica, con album che seguono la moda per cercare di essere giovani e hip a tutti i costi, e sulla sua salute. Stiamo parlando di una persona costretta da più di mezz’anno a camminare con le stampelle perché ha preteso troppo dal suo corpo.
Tutto ciò è il prodotto di una società che pretende che le donne siano sovrumane per stabilire il proprio valore, specialmente quando invecchiano. Sottolinearlo non è misogino – anzi, l’ora di farlo è passata già da mo’. La chirurgia estetica, perdere peso, mettere su muscoli, depilarsi, tingersi i capelli – nulla di tutto ciò è un male, di per sé. Ma solo finché sono parte del processo di autorealizzazione di ciascuno di noi, del viaggio per sentirsi al meglio, e non qualcosa che si fa cedendo alla pressione sociale. Denunciare questa pressione è il primo passo per rimuovere quel retrogusto amaro di molte di queste pratiche.

Wednesday, 15 July 2020

Ulteriori nevrosi da imbiancatura

Se pensavo che trasferirmi temporaneamente in un’altra stanza mentre imbiancavo la mia camera da letto fosse l’apice dell’ansia immotivata, mi sbagliavo di grosso: pare che questo titolo se lo sia aggiudicato la cucina smontata.

Siamo al terzo giro di imbiancatura. Il secondo – corridoio e sgabuzzino – è andato relativamente veloce grazie al fatto che le stanze sono piccole. È stato fisicamente faticoso perché le giornate erano afose, le stanze prive di finestre e io con la pressione sotto i piedi, ma a livello psicologico è andato tutto bene: ho evitato il salotto, in cui abbiamo accatastato tutta la roba dello sgabuzzino, ed è stata la Mater a occuparsene, a decidere cosa buttare e cosa no, a rimettere tutto in ordine, perché è lei che tiene organizzata quella parte della casa.
La cucina invece mi sta mangiando vivo. Forse è perché non tutti i mobili possono uscire e ora stanno in mezzo alla stanza ed è difficile perfino raggiungere i tovaglioli. Forse perché i piatti sono da una parte, le pentole dall’altra e le posate in una terza ancora. Il fatto sta che non solo cucinare, ma addirittura anche solo entrarci a mangiare una pizza mi fa avere un attacco d’ansia fatto e finito. È il caos più totale. È la scomodità nelle piccole cose. È un disastro. Probabilmente il fatto che la Mater sia un genio nell’organizzazione domestica e mi abbia abituato a una cucina disposta in modo che ogni singola cosa fosse facilmente rintracciabile anche solo a logica ha reso lo shock ancora più intenso. E il fatto che ogni singola stanza della casa sia piena di utensili non aiuta.

Ah, e in tutto questo, i pensili ormai erano tenuti assieme dal solo wishful thinking e ne abbiamo quindi ordinati di nuovi. Ergo, non solo parte della roba rimarrà sparpagliata per casa finché non arriveranno i pensili nuovi dal Continente, ma il servizio di ritiro dei rifiuti ingombranti si attiverà a venire a smaltire quelli vecchi non prima del 31. Agosto, non luglio. Praticamente dobbiamo stare un mese e mezzo con il corridoio invaso dai pensili vecchi e fare lo slalom anche solo per andare in bagno (ho già un livido da ieri notte). Mi chiedo come la prenderebbero al comune se decidessimo noi di pagare la tassa dei rifiuti con un mese e mezzo di comodo.

Comunque, domani è prevista l’imbiancatura e almeno parte dell’incubo finirà. Già solo rimettere la credenza al suo posto e liberare il centro della stanza sarà un grande contributo alla mia sanità mentale. Riportare quanta più roba possibile al suo posto sarà un altro passetto.
Ah, e comunque ieri sera, mentre mangiavo la pizza, mi si è chiuso lo stomaco, ma dalla gioia, perché sono trovato un DM su Instagram. Da Karen Elson. Ripeto, THE Karen Elson, che mi ringraziava per aver creato il suo Sim su The Sims 4 (avevo messo un po’ di Sim di cantanti famose sulla mia galleria e avevo condiviso gli screenshot su Instagram taggandole)!
Cioè, non so se mi sono spiegato: Karen Elson si è presa un minuto e mezzo per scrivere a me e ringraziarmi per una sciocchezza del genere! Insomma, perfino nelle tenebre più nere c’è sempre una qualche luce!

Tuesday, 23 June 2020

Feeling alive again

Per chi se lo fosse chiesto, la storia che ho condiviso su quello che è stato l’ultimo post sul blog per oltre due mesi è andata a finire per il meglio: probabilmente la macchia sotto l’occhio era davvero la puntura di qualche moscerino (tant’è che, in realtà, un leggero prurito me lo faceva). Con una blanda pomata antistaminica e un po’ di pazienza è passato tutto – senza contare che di lì a poco è comunque iniziato il lockdown e il problema di non voler uscire perché ero “sfigurato” è diventato irrilevante.

Resta il fatto che la mia percezione di me stesso è legata a fattori precari ed esterni: la mia produttività e integrazione nel tessuto sociale, che al momento è sotto zero, e il mio aspetto esteriore.
In queste ultime settimane, il secondo è stato fortemente minato dal fatto che l’ultimo taglio di capelli l’ho avuto a dicembre prima di partire. E non è nemmeno una questione d’ironia, di me che prima li ho portati lunghi fino a metà schiena e ora do di matto appena crescono poco poco: è che la lunghezza di sei mesi è semplicemente brutta, ingestibile, e mi sta malissimo. Così, come quando l’anno scorso me li avevano tagliati malissimo, ho sofferto anche ora nel guardarmi con il casino che avevo in testa, specie da quando ha superato prima i power hair à la Hillary Clinton, poi perfino il caschetto da Beatles Anni Sessanta per trasformarsi in una qualche atrocità hippie Anni Settanta. E fortuna che la Mater almeno aveva fatto un buon lavoro dandomi una spuntata sul retro verso metà aprile.

Insomma, non credo di dover spiegare ulteriormente perché abbia contato i giorni che mancavano all’appuntamento col parrucchiere. Una volta che la quarantena dura è stata sollevata, mi sono dato ancora un paio di settimane per accertarmi sulla situazione in città, dopo di che ho chiamato verso fine maggio e il primo appuntamento disponibile era oggi.
Non credo nemmeno di dover spiegare – o poter mettere a parole, se pe questo – il sollievo che ho provato guardandomi allo specchio con i capelli finalmente tagliati. Anche perché memore dello scempio che il parrucchiere cinese mi ha fatto l’anno scorso, quest’anno ho chiesto consiglio a un’amica di qui e sono andato da un parrucchiere d’alto bordo che ha fatto un lavoro impeccabile (è specializzato in tagli vintage e ha fatto tutto, tutto interamente con le forbici, niente macchinetta tosapecore!). Giuro, sono uscito da lì sentendo il ritornello di Alive dei Goldfrapp in testa, synth Anni Ottanta e tutto: “I’m feeling alive again, alive again! I’m feeling alive again, alive again!”.
Arrivato a casa, mi sono dato giusto il tempo di pranzare e ho sfruttato il capolavoro di styling che avevo in testa per fare un paio di foto, tra cui anche una ispirata proprio a questa canzone, che postprodurrò con gradienti pastello e forme geometriche al neon.
Non credo di aver mai progettato una foto così colorata e solare, ma mi sento genuinamente felice. Mi sento bello, mi guardo allo specchio e mi piace ciò che vedo. È una sensazione che mi è mancata così a lungo che ora non voglio mancare di celebrarla a dovere.

Thursday, 18 June 2020

Pareti vuote

Forse dipende dal fatto che negli ultimi tre mesi tutto ciò che avuto è stata la mia routine in casa senza possibilità di variazione, ma essere sradicato da camera mia mi ha causato un piccolo attacco d’ansia nei giorni scorsi.
Nei mesi scorsi ho avuto un paio di momenti ipocondriaci in cui mi si chiudevano gola e naso e, immediatamente, una parte di me temeva il covid; l’altra parte, perfettamente consapevole di quanto fosse irrazionale visto che ero chiuso in casa, sapeva che si trattava solo di allergia da muffa.
Quest’anno è stato parecchio umido ed è uscita qualche macchietta un po’ ovunque in casa: in camera mia c’erano diversi focolai, addirittura ho trovato due volte di fila la mia cintura di cuoio (appesa per mesi all’attaccapanni perché chi usciva dove?) del tutto ammuffita. Ora che è arrivato il bel tempo, sanificare e imbiancare casa è imperativo.

Solo che mentre lavoriamo mi tocca dormire in un’altra stanza e la cosa mi ha destabilizzato. La prima sera, quando mi sono trasferito per permettere alla Mater di entrare in mattinata e svuotare armadio e comò del contenuto più leggero senza svegliarmi, ero perfino paralizzato all’idea di accendere il computer in quel setting nuovo, cosa che ho aggirato accendendolo in cucina per guardare qualcosa a cena. Poi pian piano tutto è rientrato, ho ascoltato la mia musica nuova e vecchia (ho iniziato a esplorare Fever Ray, è finalmente uscito l’ottimo primo album di Blanche e ho recuperato Ala.ni, Loïc Nottet e Gaga), ho fatto le mie partite a The Sims 4 e ho sentito Katia la sera per guardare qualcosa insieme, tutto regolare.

Però ecco, aver perso il mio rifugio, anche se solo per pochi giorni, mi ha mandato in confusione e dato qualche momento d’ansia di cui avrei fatto volentieri a meno. Il lato positivo è che, a quanto pare, ho un vero talento per l’imbiancatura e i lavori procedono spediti: il più è stato lavare prima le pareti e poi i mobili con la varechina (ne abbiamo respirata tanta che se starnutiamo igienizziamo il reparto covid di qualche ospedale), mentre oggi la Mater si è occupata di fare gli angoli delle pareti e del soffitto con la pennellessa e io sono intervenuto col rullo su tutto il resto; poi abbiamo pulito tutto in tandem e voilà, c’è solo da aspettare che la tinta si asciughi prima di rimettere i mobili al loro posto e riempirli di tutta la roba, accuratamente lavata e igienizzata a parte.

Quindi niente, riavrò tutta la mia quotidianità quanto prima, ma ciò non mi ha impedito di sentirne tremendamente la mancanza. Come fanno le persone normali a funzionare senza tutti questi intoppi?

Thursday, 21 November 2019

Cristallizzato

Ho sempre pensato che le mie foto fossero, per la maggior parte, dei racconti allegorici. Tolte alcune che nascono solo per essere esteticamente piacevoli, cerco sempre di narrare qualcosa tramite loro: un’emozione, un’idea, una storia, la mia interpretazione di un elemento della cultura a cui appartengo. Del resto, perché creare delle vuote immagini solamente decorative?
L’allegoria, però, sta nel fatto che, a parte alcune immagini apertamente autobiografiche, c’è sempre un filtro, un simbolo che si frappone fra le emozioni che ci metto e l’immagine finita: di solito, questo filtro è la musica. È come un gioco di specchi: ascolto una canzone, ci proietto sopra le emozioni che fa risuonare dentro di me, e quella me le riflette indietro sotto forma di immagine mentale su cui basare la foto. C’è quindi quasi sempre una componente autobiografica, ma indiretta: sono emozioni che sento, sì, ma genericamente, associate più alla canzone che le risveglia che al momento in cui ho scattato la foto.

Non mi aspettavo, quindi, di ritrovarmi a sfogliare foto di qualche anno fa e sentirmi come se mi entrassero sotto le costole e me le strappassero via per lasciare il cuore esposto.

A forza di pubblicare meticolosamente l’intera mia gallery su La Terra dei Cachi, un nuovo gruppo a cui mi sono iscritto, sono arrivato a cavallo fra il 2011 e il 2012, l’anno della mia grande fuga da me stesso (quello durante il quale non riuscivo a resuscitare il blog dopo la morte di Splinder e di cui i miei lettori non hanno idea).
Ebbene, rivedere quelle foto riporta a me quei tempi con la stessa potenza di quando li ho vissuti. Le stesse emozioni, fresche come appena provate: l’incertezza, la confusione, l’isolamento, la delusione, il senso di tradimento, l’euforia, la spensieratezza, la frivolezza… tutti i motivi per cui finivo a Milano almeno una volta al mese, e adesso la evito quanto più possibile.

E mi sono reso conto che la stessa cosa accade con molte altre foto, a tutti i livelli della mia linea temporale. Perché se è facile che le foto che ho scattato nel 2014 subito dopo la morte di Murka mi riportino il lutto di quei giorni – del resto, le ho scattate nello stesso luogo dove l’ho seppellita – è meno ovvio che quelle che ho scattato nel 2013 il week end in cui la Mater mi ha chiamato per dirmi che era stata male la prima volta mi riportino indietro a quel periodo.
E prima di allora, fra il 2010 e il 2011, sento nuovamente il tumulto della mia carriera universitaria che cadeva a pezzi, della nevrosi che iniziava a masticarmi, i sensi di colpa, l’inadeguatezza, ma anche il puro e semplice piacere di riuscire a fregarmene e partire per Londra o per Stavanger a vedere la mia band preferita.

È tutto lì, cristallizzato nelle foto che ho scattato. Non mi aspettavo che, mentre al pubblico raccontano la storia che ho deciso di costruire, a me raccontano la mia autobiografia, riportandomi anno per anno, mese per mese, settimana per settimana, momento per momento, a ciò che ho vissuto negli ultimi dieci anni.
E sono grato di questo. Mi sento spesso come se avessi passato tutto questo tempo addormentato, senza che mi succedesse nulla, senza che io provassi nulla, mentre non è stato affatto così. Le mie foto mi dimostrano che ci sono, ho vissuto, esisto. Ed è una cosa bellissima.

Tuesday, 24 September 2019

Una certa foto

Non mi aspettavo che scattare e pubblicare una certa foto risolvesse magicamente certi problemi che si erano creati con una certa persona. La foto è stata un casus belli, è stata l’Arciduca Francesco Ferdinando, ha solo esacerbato una situazione di cui non mi ero nemmeno voluto rendere conto ma che mi è piombata addosso nel momento in cui è diventata troppo palese. Mi piace scherzarci sopra, chiamarla la foto “che infiniti addusse lutti” come se il problema fosse (solo) la mancata disponibilità di due pomeriggi, ma so che non è così.
Il problema reale è stato uno squilibrio nella disponibilità reciproca, nell’importanza che si dava alle rispettive passioni, non una volta, ma per anni e anni, occasione dopo occasione, rimando dopo rimando. Ed è stato la reazione che ho ricevuto quando ho provato ad affrontare apertamente il problema e intavolare un discorso costruttivo per risolverlo. E, mesi dopo, quando il logorio del rapporto è diventato palese, il tentativo di attribuire la colpa unilateralmente.

No, sapevo già che scattare e pubblicare una certa foto non mi avrebbe fatto tornare indietro. Mi ha sicuramente alleggerito di un rancore, ma non per provare a tornare indietro: semmai, per andare avanti. Mi ha permesso di chiudere definitivamente un capitolo della mia vita, una piccola parte del quale continuava a indugiare nella mia mente perché qualcosa era rimasto in sospeso.
Non sento la mancanza di qualcuno che ho scoperto di non conoscere più davvero. Però ora posso ripensare ai bei momenti trascorsi insieme senza chiedermi se, oltre al rapporto, si sia rotto anche qualcosa di irreparabile in me. Quei bei momenti non me li toglie nessuno, nemmeno la rabbia; per i progetti lasciati in sospeso ho scoperto esserci ancora tempo e speranza, basta che mi rimbocchi le maniche e coinvolga persone che credono in me non solo a parole.

Sunday, 1 September 2019

Una bella giornata

E poi, semplicemente, un giorno ti svegli felice.
O, se non proprio felice, per lo meno di bunumore. Ti senti riposato nonostante sia andato a dormire tardi e in preda all’ansia, ti gusti davvero il pranzo, non ti senti in colpa per il pisolino pomeridiano ed esci di casa senza nervosismo nonostante la gente intorno a te.

In questi ultimi mesi ero talmente abituato a sentirmi costantemente infelice che mi è sembrato addirittura strano non esserlo. Il buonumore dovrebbe essere il mood standard degli esseri umani, ma era talmente da tanto che non mi ci sentivo genuinamente, senza una causa immediata d’ilarità, che mi è sembrato una specie di novità.
E se a questo giro mi arrovello per capire cosa l’ha provocato non è perché, se non trovo un motivo valido, mi sento in colpa per come sto, ma perché mi piacerebbe replicare questo stato d’animo.

In ogni caso, oggi mi sono proprio goduto la giornata, senza preoccuparmi nemmeno del retrogusto amaro delle conclusioni che ritenere straordinaria una semplice bella giornata senza avvenimenti particolari dovrebbe farmi trarre su quanto si sia deteriorata la mia salute mentale.

Saturday, 8 June 2019

Inside the outsider

Oggi sono andato al mio primo Pride, quello di Trieste.
Per quanto sia vocale e attivo in varie community virtuali, e sia stato a molte altre manifestazioni a tema LGBTQ+, per qualche motivo al Pride sono andato per la prima volta a trent’anni suonati. Non so perché non l’abbia fatto prima: principalmente per motivi geografici, credo, anche se ammetto che saltare su un treno e andare, che so, a Venezia non sarebbe stato poi così difficile. Ma quest’anno ci tenevo particolarmente: sarà che mi sono trovato attivista su DeviantArt quasi per caso, e ho scoperto quanto liberatorio sia far sentire la propria voce su un tema così delicato, anche solo unendola a un coro più grande. O sarà che il clima di costante odio e diffidenza che si respira in Italia mi ha fatto raggiungere il punto di saturazione e non voglio esserne complice nemmeno tramite l’inattività. Comunque mi sono bardato di crema solare, ho raggiunto alcuni conoscenti, ho aspettato che la manifestazione iniziasse e l’ho seguita fino all’ultimo.

Adesso, a casa la sera, ho un po’ di mixed feelings a riguardo. Ho percepito l’importanza sia sociale sia personale di ciò che stava succedendo, ma non mi è rimasto quel forte senso di partecipazione che mi aspettavo. Ero allegro, orgoglioso di essere lì, ma non emozionato. Mi ha fatto molto piacere trovare molti conoscenti etero, da un mio modello a uno dei coinquilini, e ho stretto alcune conoscenze molto gradevoli.
Nel complesso, però, mi sono sentito un po’ un estraneo.

E no, non estraneo alla causa: quella l’ho sentita chiara e forte a livello intellettuale. Mi sono sentito estraneo alle persone intorno a me. Non so, sarà che in questo periodo riesco a sentire molto poco in generale, o che sono andato con dei conoscenti che erano già amici fra di loro, e per me è sempre molto difficile inserirmi in un gruppo già formato, ma mi sono sentito come se le emozioni del Pride mi scorressero accanto senza toccarmi davvero.
Del resto, l’ultima volta che sono andato a ballare a una serata gay avevo ancora i capelli lunghi: erano letteralmente anni che non entravo in contatto diretto con la comunità LGBTQ+ triestina. L’umorismo, i pettegolezzi, il boy-craze, li ho sentiti tutti distanti. Tant’è che, dopo aver occupato per un’oretta buona Piazza Unità come protesta contro il sindaco che non l’aveva concessa alla manifestazione, ho declinato un invito a bere qualcosa in compagnia e sono tornato a casa. Perché come al solito,
I look myself in the face
And whisper, “I’m in the wrong place”.
Is there more to lose than gain
If I go on my own again,
On my own again?

Così eccomi qui, che cerco di costringermi a essere di buon umore perché non vorrei sminuire l’importanza del mio primo Pride, ma segretamente convinto di aver fatto tutto nella speranza di lasciare una società migliore a chi verrà dopo di me, perché per me ormai è troppo tardi e non troverò mai un posto né nel mondo mainstram, né in quello LGBTQ+.
Sitting on the outside observing the fun.