Saturday, 24 February 2018

700 km (qual è la tua scusa?)

Allora, ragazzi.
Io lunedì pomeriggio prendo un treno da Trieste a Bologna con cambio (e relativa attesa) a Mestre, la stazione più brutta d’Italia. Poi prendo un autobus dalla stazione di Bologna all’aeroporto e lì, dopo una pizza al taglio, passo una notte d’inferno a fissare il cellulare e cercare di leggere Agatha Christie con la concentrazione che cala per non addormentarmi di botto su una sedia in metallo.
Il tempo di un caffè (che odio, ma sarà la mia sola salvezza) e mi tocca la trafila del controllo sicurezza entro le 6:20 del mattino, l’attesa interminabile al gate e poi un’ora e mezza di volo fino ad Alghero. Da lì mi tocca aspettare cinquanta minuti per il primo autobus che va in città (perché i trasporti sardi sono una barzelletta) e farmi quell’ultima mezz’ora di viaggio.
Se continua così, sarò malaticcio; di sicuro avrò addosso due paia di jeans e due maglioni per ridurre il peso nel bagaglio a mano RyanAir.

Quindi, cari miei, domenica prossima non avete nessuna scusa per non alzare il culo dal divano, mettervi il cappotto, scendere le scale e girare l’angolo fino al seggio.

E no, non mi sto sottoponendo a questo sbattone faticoso e dispendioso per vocazione, perché c’è qualcuno che muoio dalla voglia di votare. Non sono convinto fino in fondo di nessuno e sarà un voto semi-pragmatico alla meno peggio. Ma questa non è una scusa per lavarmene le mani: siamo tutti adulti e, anche se non sappiamo da che parte buttarci, possiamo fare un piccolo sforzo per essere almeno pragmatici.
Perché quando il lunedì dopo annunceranno la vittoria di Salvini o Di Maio, io potrò alzare la testa e dire che non è colpa mia: ho fatto del mio meglio. Sono andato, ho espresso la mia opinione e ho ogni diritto di guardare dritto negli occhi i miei connazionali e dire che qualcosa ho provato a farlo. E per questo avrò il diritto di lamentarmene per i prossimi cinque anni.

È vero che probabilmente non cambierà nulla. È vero che le alternative, alla meglio, sono da rolleye. È vero che difficilmente vincerà qualcuno di anche solo decente. Ma anche ritagliare qualche seggio all’opposizione e mandare il chiaro segnale che una parte del Paese vuole e si aspetta altro è dire la propria. SOLO ALLORA ci si può lagnare che è sempre il solito magna-magna, signora mia (cit.), e che fanno leggi antiprogressiste, e che nessuno frena i fascisti, e che stanno mandando a puttane il progetto europeo e che tutti ce l’hanno con i gay / i migranti / qualsiasi gruppo vulnerabile e strumentalizzano qualsiasi cosa.
Perché di parlare senza averci nemmeno provato sono capaci tutti. Ma quando si decide di non prendere parte al sistema per fare gli alternativi e i superiori, ciò che si sta facendo in realtà è rinunciare a qualsiasi voce in capitolo. Pensateci, la prossima settimana.

Tuesday, 20 February 2018

Ampellibe

Ci rinuncio. Non riuscirò mai a dire “Alpenliebe” in scioltezza dentro una frase: dovrò sempre fermarmi un secondo a rifletterci sopra. Anche di questo, come di mille altri tic, ringrazio mio padre: già la sua proprietà dell’italiano è dubbia, figurarsi del tedesco, così le caramelle sono diventate le “Ampellibe” (singolare: “Ampelliba”) e da che ho memoria, intorno ai tre anni, per me si sono chiamate così e non mi sono mai abituato alla pronuncia corretta.
Il primo pacchetto me lo comprò lui un pomeriggio in un bar in centro. Non ricordo se è stato lo stesso giorno in cui ho letto per la prima volta (la scritta “BAR” in verticale nell’insegna verde su bianco – era nuvoloso), di sicuro non era lo stesso giorno né lo stesso bar in cui ho imparato che le cuticole alla base delle unghie non si strappano a mano, ché fa un male cane ed esce il sangue. Ma il periodo era quello.
Divago. Dicevo: il primo pacchetto me lo comprò lui un pomeriggio in cui avevo sui tre anni così, per farmi un piccolo regalo. Non sono mai diventate un’abitudine, sono rimaste una cosa rara che mi si prendeva ogni tanto; non per premiarmi di qualcosa, ma così, tanto per. Un po’ come l’“acqua minerale”, ovvero il bicchiere di acqua frizzante che prendevo al bar (mi piaceva accompagnare mio padre al bar proprio per bere l’acqua frizzante, ed ero convinto che la vendessero solo ai baristi e non alla popolazione generale; continuo a divagare).

Comunque, eccomi qui, quattro settimane dopo il post volutamente fumoso. Le liquirizie Amarelli non si sono rivelate una buona soluzione perché ne ho abusato in un momento di stress e hanno peggiorato la situazione facendomi impennare la pressione. Così, nei giorni successivi ho riempito la bella scatolina di latta con stampa Art Nouveau di Ampellibe e ho usato quelle. Tanto ora le fanno senza zucchero, i miei denti hanno ringraziato.
Le Ampellibe sono ottime candidate perché è ciò che sono sempre state: un piccolo, effimero piacere fine a se stesso. Il loro gusto è indissolubilmente associato a quello. 

In questi giorni, la mia risolutezza vacilla. Mi preparo a scendere giù, so che sarà una bella prova per i miei nervi (sia il viaggio in sé, sia la permanenza, sia le faccende che probabilmente dovrò sbrigare) e i miei livelli di stress stanno di nuovo impennando.
Ci sono stati altri momenti in cui ho vacillato, a parte il meltdown per la carne andata a male.  Da bravo overachiever, mi aspettavo di esserne bellamente fuori dopo una, due settimane, passato il picco immediato, e mi sono colpevolizzato per avere ancora quella nostalgia. A quel punto mi sono detto che Roma non è stata costruita in un giorno e se perdere vecchie abitudini fosse così facile, lo farebbero tutti a destra, manca e centro e non ci sarebbe bisogno di tutta la caciara che ci si costruisce intorno. Questo mi ha dato la giusta prospettiva e la forza di proseguire per il sentiero, certo che i risultati arriveranno col tempo e la costanza.
Il trucco, come dicevo, sta nello slegare i piccoli momenti quotidiani. Cucinare e lavare i piatti; lavarmi e asciugarmi i capelli; finire di scattare le foto; fra una puntatina e l’altra la notte; uscire rotolando dalla Grande Shanghai; buttare giù una palestra di Pokémon Go. Alcune di queste cose le faccio meno volentieri di altre, e per quello avevo bisogno di darmi un premio; le altre avevano solo bisogno di una chiusura soddisfacente. Ecco, le Ampellibe sono diventate quel piccolo premio o epilogo per qualche giorno, finché ho deciso di farne a meno. Hanno aiutato a costruire un altro pezzetto di Roma.
Adesso dovrò affrontare la madre di tutte le situazioni che richiedono gratificazione: il viaggio. La partenza, la pausa a Mestre, l’arrivo, tutti momenti che hanno bisogno di essere scanditi. E ci sarà la notte in aeroporto. E poi lo stress di essere giù. Prima giù era più facile, ma da quando ho creato una quotidianità di piccoli rituali anche lì, non saprei. La ritualità qui l’ho in buona parte smontata, lì dovrò ricominciare daccapo con ancora più stress sulle spalle.

Ma posso farcela. Al massimo mi comprerò le Ampellibe e andrò avanti con quelle.

Monday, 19 February 2018

Special K

“Avrebbe potuto confidarsi almeno con me” disse Lenox, con una punta di amarezza.
“Sì” confermò Poirot con aria grave. “Avrebbe potuto fidarsi di voi. Ma mademoiselle ha passato tanta parte della sua vita ad ascoltare, e quelli che hanno tanto ascoltato hanno qualche difficoltà quando si tratta di parlare; si tengono dentro dispiaceri e gioie senza dir niente a nessuno.”
Il personaggio con cui mi identifico maggiormente in The Mystery of the Blue Train di Agatha Christie è Katherine Grey, dama di compagnia (leggi: badante) di un’anziana signora che, alla sua morte, è nominata erede universale e, con quei soldi, fa un viaggio che la coinvolge nell’avventura principale.
Ovviamente non per i soldi, ma perché Katherine “ascoltava solo a metà, ma intervenendo sempre a tono quando la signora s’interrompeva” e provava una “curiosa sensazione di sdoppiamento, cui era ormai abituata” anche mentre ascoltava altre persone chiacchierone.
Io di persone chiacchierone e che mi parlano sopra ne conosco molte.

Ultimamente sto postando molto, come non succedeva da anni (ora che l’ho detto, probabilmente, la magia finirà e non scriverò per i prossimi sette mesi). Precisamente da quando ancora ero abbastanza giovane e ingenuo da pensare fosse una buona idea spiattellare i miei piccoli drammi quotidiani su internet. Poi invecchiando (ormai non posso più dire “crescendo”) ho cambiato prospettiva, anche con l’arrivo dei social: i drammi quotidiani abbastanza stupidi da condividere trovavano posto su Facebook, quelli troppo pesanti per finire su Facebook era meglio tenerli per sé, e quando hanno chiuso Splinder ho perso l’abitudine a scrivere di me. Ed è così che, da quando mi sono spostato su Blogspot, ho preferito parlare di ciò che succede nel mondo, spesso lontano da me, piuttosto che di me stesso. Per quanto si tratti di film, libri, opere o avvenimenti politici che sento in qualche modo vicini, e che presento secondo la mia opinione e il mio vissuto, sono pur sempre un filtro fra me e il lettore, un modo di affrontare il mio mondo interiore più indiretto che scrivere “oggi mi è successo quello, mi sento così e penso questo”.

Ora il cerchio si chiude: sono tornato a condividere anche più del dovuto altenrando a faccende più globali. La Katherine Grey che è in me ha bisogno di essere ascoltata, ma non è molto brava a parlare: scrivere è un buon modo per fare ordine in faccende che confiderei a una sola persona al mondo (restando in tema “K”), assolvendo alla funzione comunicativa (e auto-comunicativa) senza pormi direttamente al centro dell’attenzione come sul feed di Facebook (perché siamo onesti: chi ci capita più, su un blog, se non inciampa su un link nei social?). Da questo punto di vista, sono contento di aver avuto la costanza di mantenere in vita un blog per tutti questi anni, anche se con periodi di magra: in momenti come questo, in cui ho bisogno di scrivere, posso farlo su uno spazio che documenta una parte della mia vita adulta e sento quindi come un prolungamento di me.
Del resto, forse da giovane non ero più stupido, ma meno rassegnato alla mia vita, con più forze per analizzare ciò che succede (anche se sotto forma di rant) per esorcizzarlo e capire come cambiarlo. Fissare i pensieri e, soprattutto, rileggerli è uno strumento davvero prezioso per chi è disabituato a far sentire la voce.

Sunday, 18 February 2018

Cose che iniziano a triggerarmi:

1) I coinquilini che non accendono il deumidificatore dopo aver fatto la doccia. Quella stanza è umida, la tinta si sta scrostando dai muri, ho detto mille volte che basta accenderlo prima di entrare e metà del lavoro è fatto, ma niente, continuano a fregarsene e spalancare la finestra dopo. Che non solo fa condensare il vapore ancora prima peggiorando il problema, ma in quella stanza mi dovrei abbassare le mutande: sono stanco di congelarmi le chiappe ogni volta che devo pisciare.

2) Il deodorante “alla lavanda” che qualcuno mette in corridoio. Che ovviamente non sa di lavanda ma, appunto, di deodorante alla lavanda. È falso come una moneta da tre euro e nauseante. Uno di questi giorni lo svuoterò nel cesso facendo finta di nulla e al massimo dirò che è evaporato tutto ed è finito.

3) Le posate tutte mischiate. Davvero, non è difficile: gli scompartimenti sono quattro, uno per le forchette, uno per i cucchiai e i cucchiaini, uno per i coltelli e uno per gli utensili. Se non imparano a mettere ogni posata al posto giusto, deciderò arbitrariamente un nuovo posto giusto per i coltelli: le loro casse toraciche.

4) La temperatura del riscaldamento settata a livelli estremi. Già è arrivata una bolletta che levati, ma 25°C fissi sono davvero ridicoli e mi costringono a spalancare la finestra prima di andare a letto se spero di prendere sonno, con tutto lo spreco di risorse che ne consegue – perché non importa se tengo il termosifone spento, i tubi si riempiono comunque d’acqua e scaldano che è una meraviglia.

5) Parlando di bollette, il vizio di lasciare le luci del corridoio accese. Porca miseria, ma vai a sbattere contro l'assenza di mobili se spegni la luce e percorri quel metro scarso dall'interruttore alla porta di camera tua? Ti hanno asportato gli ottoliti e non riesci a camminare in linea retta?

6) L'apparente incapacità di prendere le cose dal bagno, portarle in cucina e buttarle nel cestino. Rotoli di carta igienica finiti, confezioni di shampoo e docciaschiuma vuote, tubetti di dentifricio spremuti fino all'inverosimile… tutto abbandonato sul davanzale o sul lavandino. Per non parlare delle nuove confezioni che compaiono mentre le altre non sono ancora finite, come se lo spazio non fosse comune e lo potesse riempire una sola persona.

7) Visto che siamo in tema, l'incapacità di andare nel bagno piccolo, dove teniamo la scorta, a prendere un rotolo di carta igienica quando finisce nel bagno grande. È un atto di gentilezza e rispetto che richiede letteralmente un secondo. E che cazzo.

8) I turni di pulizia, ai quali siamo sempre i soliti due a segnarci. Da metà dicembre. L'unico motivo per cui continuo a pulire quei bagni e quella cucina è che il disgusto e il senso dell'igiene sono più forti dell'orgoglio.

9) Il fatto che tutto ciò sia stato discusso abbondantemente all'ultima riunione, che si fosse tutti d'accordo a dividersi le responsabilità e che si sia fatto giurin giurello di prendersi più cura della casa e rispettare gli spazi comuni. Sul serio, io ci provo a tenerla a bada, ma mi stanno facendo salire la Beverly Sutphin.

Saturday, 17 February 2018

Ridistribuzione delle colpe

Altro post che, probabilmente, non vedrà la luce del sole. O al massimo la vedrà fra qualche mese assieme all’altro: vero che sono sfoghi che scrivo principalmente per me, per non continuare a rimuginarci caoticamente sopra, ma ci sono anche epifanie che preferisco conservare in forma scritta (e non solo nelle bozze); d’altro canto, sono questioni che non mi sento ancora di esporre su internet, per cui un buon compromesso è segnarmi le date e buttarli fuori in silenzio quando altri post li avranno scalzati dalla prima pagina, senza troppa visibilità.
Ma andiamo in ordine.

L’altro ieri al risveglio mi sono trovato un messaggio della Mater che, campionessa di tatto e savoir-faire come sempre, ha scritto: “Ale, devo parlarti urgentemente”. La cosa migliore da scrivere sapendo che tuo figlio soffre di disturbi d’ansia, ve’?
Ora, da una parte c’è il fatto che il suo uso di “urgente” e derivati è molto, molto liberale e può significare di tutto da “Il palazzo ha appena preso fuoco” a “Aiuto, non so che squadra schierare per buttare giù una palestra in Pokémon Go”. Considerando che di solito tende alla seconda, un “fottesega della tua urgenza” ci sta tutto, come con la storia dell’“Al lupo, al lupo”. Ma se fosse davvero qualcosa di serio?
Ribadisco: soffro di disturbi d’ansia. Lei lo sa benissimo. “Urgente” è una parola che mi triggera come poche. Potrebbe evitarla e scrivermi direttamente di cosa si tratta – e fottesega se è troppo pigra per digitare e preferirebbe sentirci a voce, sa che non è il mio metodo di comunicazione preferito. Specie perché ne abusa e quei quindici minuti diventano, nel caso migliore, quarantacinque, in quello peggiore si arriva al doppio nonostante le dica a più riprese che devo fare qualcosa, o devo uscire, o sarei dovuto uscire dieci minuti fa, o dovrei già essere lì. Da dieci minuti. (E no, cara mamma, non è che ci si sente raramente quindi hai più cose di cui parlare, perché lo fai anche quando ci si sente a distanza di due giorni).
Il fatto che si inventi urgenze con tanta leggerezza mi irrita, perché significa o che non considera il mio disturbo una cosa reale che non andrebbe provocata, oppure lo usa deliberatamente per spingermi a telefonarle ed evitarsi il messaggio articolato. Not cool in ogni caso, perché mostra che non ha la minima considerazione per come sto.

Il motivo per cui mi sono rovinato l’intero pomeriggio prima di esplodere invece che cedere, telefonarle e chiederle quale fosse l’urgenza, oltre al fatto che avevo da fare e non volevo proprio sprecare un’ora e mezzo al telefono con lei, è che sentirci a voce mi avrebbe costretto a rivelare la data del mio volo per scendere a votare… che non avevo ancora prenotato. Perché, fosse per lei, sarei dovuto scendere praticamente già subito, o comunque in tempo per il suo compleanno (un giorno che preferirei tenermi buono per Katia, visto che è anche il suo), mentre io ho preferito posticipare.
Comunque, dicevo, alla fine sono esploso sotto forma dei messaggi su cui parte di questo post è basato e ho incanalato quell’incazzatura nella forza che mi serviva per prenotare i voli. Almeno una cosa è fatta. Ancora non ho sentito la Mater perché devo solo decidere se dirle la verità – che scendo il 27 perché voglio ridurre il più possibile il tempo da trascorrere lì – o giustificare la data “tarda” inventandomi uno shooting a Bologna che poi salterà all’ultimo momento perché la modella si beccherà una brutta influenza.
Sì, la mia vita famigliare è basata su bugie bianche (e non), ma non ho proprio voglia di subire tutto il drama ingiustificato che tirerà fuori sul fatto che non voglio passare più tempo con lei, invece che chiedersi perché.

Ad ogni modo, alla fine cede lei e mi scrive qual è l’urgenza: c’è una riunione di condominio in arrivo e le serve entro martedì una foto della ricevuta di un acconto che ha pagato mio padre.
Ok, almeno è davvero un’urgenza, stavolta.
Solo che ricordate il discorso sul non avere la minima considerazione per come sto? L’anno scorso le ho chiesto chiaro e tondo di smetterla, per favore, di tirarmi in ballo ogni volta che deve comunicare col suo ex marito, e farlo direttamente da sola. È spiacevole, è sempre qualcosa che riguarda la casa e i soldi e, francamente, ci sono momenti in cui eviterei volentieri di avere a che fare con lui.
Ma, più semplicemente, sono stanco. Davvero, sono stanco di farlo. E da qui scoperchiamo il vaso di Pandora.
È molto difficile rivalutare un decennio e mezzo di vita, mettere in questione fatti che si considera assodati e ridistribuire le colpe, ma la realizzazione di come questa sia l’ennesima in una serie infinita di occasioni in cui ho dovuto fare da tramite per mia madre con mio padre mi ci costringe.

Agli occhi di un bambino di sei-sette anni, la mamma ha ragione e il papà torto. Lei cerca di sopravvivere a un divorzio inaspettatamente pubblico, lui è quello che scatena l’avvocatessa, gli psicologi, gli assistenti sociali, le sorelle, mezzo paese contro di lei, travolgendomi nel processo. O, come ho avuto modo di concludere dopo ulteriori avvenimenti, probabilmente mi ha travolto di proposito per ferire lei per procura.
Il fatto è che la situazione iniziale era davvero questa, con lei che cercava di difendere se stessa e me e lui che cercava di attaccare lei e me. L’ho subita da bambino e col tempo si è cristallizzata in una narrazione in bianco e nero che mi ha accompagnato per il resto della vita: lei è quella buona, lui quello cattivo. Il fatto che, ogni tanto, anche dopo dieci cazzo di anni, lui se ne uscisse con una nuova trovata per infrangere la precaria tregua che andava a crearsi non ha deposto a suo favore; ma è anche vero che, mentre lui ha continuato a cercare di usarmi come proiettile per colpire lei, lei l’abitudine di usare me come buffer nel rapportarsi a lui l’ha presa presto e in fretta. Che fosse recapitargli una lettera, comunicargli le spese condominiali, riferire il parere su che sport dovessi fare per la schiena, i costi della gita scolastica, fare “Look, the pie!” mentre si va tutti insieme a comprarmi il computer o il deumidificatore per la camera, ho sempre dovuto fare da ambasciatore.
E poi, siamo onesti: dico spesso che ho iniziato presto a sentire il dovere di “difendere” la Mater evitando di dare occasione all’avocatessa stronza di combinarne un’altra. È così che sono diventato un overachiever che cade a pezzi come se fosse l’apocalisse alla prima défaillance. Ma davvero un bambino di sei-sette anni è capace di formulare un pensiero così complesso? Inizio a chiedermi quanto fossi io che osservavo e traevo conclusioni, e quanto invece abbia ricevuto pressioni sull’essere perennemente impeccabile. Ricordo quattro o cinque scivoloni che furino accolti con drama a non finire, e creare drama pur di spingere a fare o non fare qualcosa, fosse anche solo per sfinimento, è il modus operandi della Mater in generale.
Per cui, sono giunto alla conclusione che ho davvero bisogno di rivalutare la storia della mia famiglia e trasformarla in una scala di grigi. La Mater non è un essere di pura incorruttibilità senza colpe che ha sempre e solo cercato di proteggermi, e lui non è il male incarnato che è sempre stato l’aguzzino. Fermo restando che la bilancia delle colpe pende sempre nettamente a sfavore di lui, qualcuna va spostata sull’altro piatto. Del resto, se mi sono accorto che la Mater mi usa come buffer perché me ne sono improvvisamente sentito molto, molto stanco, evidentemente l’ha fatto ben più che una volta di troppo.
In tutto ciò, chiediamoci come mai, secondo il terapista, oltre al terrore dei conflitti ne ho anche uno della fine in generale – di tutto, dai rapporti ai progetti – perché la percepisco come un processo lungo, doloroso ed estenuante per evitare il quale mi rifiuto spesso anche solo di iniziare qualcosa.

Per concludere, com’è andata a finire la faccenda della ricevuta? Mi ha scritto lui chiedendomi di passargli delle foto che GLI HO GIÀ PASSATO ALMENO SEI O SETTE VOLTE e che di sicuro continua ad archiviare come un deficiente nella parte sbagliata del computer, così ho colto l’occasione per chiedergli anche la ricevuta. Me la manderà domani sera quando torna in paese, e io la inoltrerò alla Mater.
Ma è mai possibile che due adulti autosufficienti non riescano a fare delle semplici azioni come tenere in ordine la loro roba o contattarsi a vicenda senza la mia supervisione?

Wednesday, 14 February 2018

Dear diary

No,
Non spedirò questo biglietto di San Valentino.
Oddio,
Le viole sono blu.
Non lo mando.
E se non ricevi questo biglietto
(Non farò finta),
Non significa che non sia vero
E che non stia pensando a te.

Dear Diary by GothicNarcissus

Mi piace dire a me stesso che sono tanto affezionato a un sogno perché nella realtà non c’è nulla a cui valga la pena affezionarsi. Poi però mi riguardo indietro e mi rendo conto che non è vero: un paio di volte, quando ho avuto per le mani qualcosa di concreto che poteva andare avanti, ho avuto un momento di paura: che ne sarà del sogno? Dovrò far finta che non esista? Continuerò a coccolarlo in segreto? Mi addormenterò la notte stringendo il cuscino e immaginando che sia il sogno mentre do le spalle a una persona in carne e ossa che mi dorme accanto?
Anche se poi i qualcosa di concreto non sono mai andati davvero in porto, sono tutte domande piuttosto pertinenti. Forse la verità è che ormai sono talmente affezionato al sogno che sarei anche disposto a difenderlo dalla concretezza. Del resto, sono il tipo di persona che non avrebbe problemi a dire: “Mi piaci, ti voglio bene, ma non sarai mai la mia fantasia erotica numero uno”. Giusto per stabilire la regola zero per una relazione senza stress.

Fatto sta che per ora il mondo reale non mi ha davvero offerto alternative migliori al sogno e la stanza è ancora vuota. E continuerò a fare regali di compleanno camuffati da biglietti di San Valentino a vuoto, mandandoli senza specificare il destinatario, senza aspettarmi nulla, per il semplice fatto che mi va bene così.
Violets are blue.

Tuesday, 13 February 2018

Shell shock

Questo post probabilmente non vedrà mai la luce del sole, ma sento il bisogno di buttar fuori un po’ di cose.
Che in questo periodo stia davvero male credo sia evidente. Era tanto che non postavo così frequentemente o personalmente: sento la necessità di sputtanare su internet ciò che provo come facevo a diciassette anni pur di trovare sollievo, il che la dice lunga. Il fulcro del mio malessere è che mio padre si è svegliato e ha deciso di chiarire in che condizioni è la mia vita sulla soglia dei ventinove anni.
Risposta concisa: un fallimento totale. O, perlomeno, in tutti i campi che contano davvero.

Dovrei dirglielo, vedere come la prende, sperare che le conseguenze siano gestibili e agire di conseguenza. Il rischio è dover diventare un essere umano funzionale nel minor tempo possibile. Adesso. Quando ogni cosa dentro di me non fa che urlare che ormai è troppo tardi. E vabbè.
È lui che si è fatto vivo a Capodanno levandomi quel poco di forze e concentrazione che pensavo di mettere nel fare i primi passi per essere meno un casino. Giorni dopo che sono sgusciato via dalla telefonata, mi ha mandato una mail che, nella paura, ho letto talmente di fretta da vederla molto più ostile e perentoria di quanto non fosse realmente, scatenando una reazione a catena di nevrosi che ha toccato il fondo a fine gennaio, quando dovevo capire se ci sarebbero state o meno conseguenze immediate.
In realtà, sia prima sia dopo che gli ho scritto due righe promettendogli un chiarimento, così come quando ci siamo sentiti (sempre via mail) per altre faccende, i suoi toni sono stati stranamente concilianti e ragionevolmente preoccupati. Una parte di me ha la guardia alzata e non si fida: in realtà, quest’improvvisa propensione all’ascolto è una trappola e, al momento meno opportuno, ne combinerà un’altra delle sue lasciandomi col culo per terra – stavolta del tutto. L’altra alza gli occhi al soffitto e dice che sto esagerando, che il suo ramo d’ulivo potrebbe essere genuino… per il semplice fatto che ormai è troppo vecchio e stanco per macchinare qualcosa, non perché sia cambiato e diventato affidabile come padre o uomo.
C’è poi l’incognita della Mater, con cui dovrei comunque discutere la faccenda, non per altro per i risvolti pratici. O meglio, il “te l’avevo detto” è una certezza che vedo arrivare con nitidezza da settecento chilometri; l’incognita è quanto drama lo accompagnerà.

Il vero motivo per cui continuo a rimandare il tête-à-tête con mio padre, comunque, è un altro: dopo ventitré anni di Cortina di Ferro emotiva fra di noi, sarebbe la prima volta in cui gli parlo davvero di me. Di me-persona, non me-figlio che ottiene un risultato dopo l’altro. Me, Alessandro, un essere dotato di emozioni, insicurezze, paure, difetti. E quell’altra parola che non riesco nemmeno ad ammettere.
Siccome ho la tendenza a colpevolizzarmi per il fatto di non saper stare al mondo, mi è stato fatto notare a più riprese che il problema è ciò che mi è o non è stato insegnato: come gestire le emozioni, i fallimenti, i colpi di testa, la pressione, i rapporti umani. La parola che non voglio ammettere è “vulnerabilità”. Ciò che mi è stato insegnato è che la vulnerabilità è o un lusso che non mi posso permettere, o una debolezza che può essere facilmente sfruttata per ferirmi alla prima occasione buona. Sono ventitré anni che vivo così. Ventitré anni che nascondo qualsiasi cosa non vada per paura di vedermela rinfacciata o da una parte o ingigantita e infilata nella lettera di qualche avvocato, nella sentenza di qualche giudice, nell’ennesimo bisticcio famigliare trasmesso in paesevisione dall’altra.

E sì, lo so che i tempi dei tribunali e delle comari pettegole ormai sono passati. La Bergavvocata è andata in pensione da chissà quando, mentre in paese i pettegolezzi succulenti sono quelli di venti ore, non anni, fa. Ma il pensiero di permettere a me stesso di essere vulnerabile, specialmente davanti alle due persone che mi hanno insegnato che guai ad esserlo, specialmente mio mio padre… è inconcepibile. È contrario a quello che è diventato il mio modo di essere, a ciò che ho fatto per la schiacciante maggior parte della mia vita. E sì, una parte di me, quella più irrazionale (o forse razionale) ci crede pure, che stia agendo per preoccupazione nei miei confronti e non seguendo qualche complotto, che se mi lascio andare non si scatenerà l’apocalisse. Ma è talmente tanto tempo che mi sono programmato per lo scenario opposto che, semplicemente, non so da che parte iniziare. Se penso di doverci parlare, che ne so, domani, il mio cervello si spegne. Non è qualcosa che riesco anche solo a immaginare. Non dopo tutti questi anni.

Per cui sì, forse è per codardia che sto continuando a prendere tempo. Ma anche per questo: fare questo passo, mostrarmi vulnerabile, è un’idea per abituarmi alla quale ho bisogno di un po’ di lavoro. Mi sento come un veterano in shell shock: per quanto mi si continui a dire che la guerra è finita, per quanto io per primo sappia che non c’è pericolo, al primo rumore forte sono pronto a buttarmi sotto una panchina e coprirmi la testa spettando un’esplosione. Il cerotto va tolto con uno strappo netto e veloce, non c’è dubbio; il problema è che devo reimparare i movimenti per farlo.
In questo caso, devo reimparare (a velocità record) a concedere a me stesso di sentirmi vulnerabile e a permettere agli altri – specialmente i miei genitori – di vedermi in quello stato. Senza scusarmi per questo, senza nascondere le mie responsabilità ma senza insabbiare quelle che hanno avuto anche loro nel rendermi la massa di nervi a pezzi che sono diventato.

Monday, 12 February 2018

Contrattempi

A volte i contrattempi non sono così inconvenienti. Certo, rimanere chiuso in casa fino alle cinque e venti perché il tuttofare ha deciso di piombare senza preavviso a siliconare gli spifferi delle finestre non è il massimo, specie se avevo in programma di andare in un parco che chiude alle sei e un quarto (senza contare la luce che sparisce anche prima) a fotografare stock di violette per una foto che vorrei pubblicare entro dopodomani, ma almeno ha talmente scombussolato i miei piani che mi ha tolto ogni scusa per non affrontare due fonti di nevrosi che mi porto dietro da qualche giorno ma che riesco a evitare non trovandomi in casa per tutto il pomeriggio. A volte il lato positivo c’è davvero anche perché, per quanto mi faccia paura affrontare queste due faccende, il senso di colpa che ne deriva mica se ne va.

Detto questo, mando al diavolo la scaramanzia e lo dico: parrebbe che stanotte a Trieste la temperatura scenda sotto zero e possa perfino nevicare. Io non ci spero quasi più, visto che sono almeno quattro anni che aspetto di scattare una certa foto nella neve, ma chissà. Stasera mi faccio la barba, lavo i capelli e mi preparo i vestiti così, se ho fortuna, domattina presto salgo sul primo autobus armato di fotocamera e treppiede e vado a scattare prima che la neve si sciolga. Altrimenti, resto a casa e scatto un paio di autoritratti semplici semplici ma che continuo a rimandare per mancanza di sbatta di conciarmi umanamente.

Ah, e già che ci sono, magari rimetto in ordine un altro pochino della stanza, ché oggi è stato imbarazzante.

Wednesday, 7 February 2018

San Scemi

Il confine fra indifferenza e fastidio è sottile: a volte non è altro che sentir parlare di un argomento una volta di troppo. Un po’ perché la nostra attenzione è praticamente costretta su qualcosa di cui dimenticheremmo perfino l’esistenza, un po’ perché sembra che le reazioni delle persone intorno a noi siano esagerate. Ad esempio, cani e bambini mi darebbero metà del fastidio se non fossero così spudoratamente overhyped.
Per questo, caro musone che detesti Sanremo e a cui viene il nervoso leggendo post dopo post che ne parla, posso capirti: vedere il solito carrozzone (anche se, a questo giro, i soliti vecchi sono un po’ meno), le solite sceneggiate,  una giuria che annovera Giovanni Allevi e Milly Carlucci (col massimo ammoreh e rispetto per la Milly – solo per la Milly) e accompagnato dalla solita orchestrina… eh. Io non lo farei nemmeno per Favino e mi risparmierei volentieri il buzz mediatico.

Detto questo, sono una persona con molte passioni: la musica (o non ne starei parlando), la lettura, le serie TV, i film, Pokémon Go… capisco cosa significhi tenere molto a qualcosa, seguirlo con assiduità, parlarne e condividerlo con gli altri. Il calcio non solo non mi piace, ma lo trovo piuttosto stupido; eppure, ho abbastanza empatia e capacità di immedesimazione da capire che a qualcuno può piacere con la stessa intensità con cui io amo Lucifer, ad esempio. Per questo, se trovo in dash un post sul calcio, o se anche ne trovo venti perché è periodo, non inforco la tastiera pronto a distinguermi dalla massa scrivendo quanto siano poracci quelli che lo seguono: non lo fa sparire, non me ne rende immune, rovina solo il divertimento agli altri e mi fa sembrare un cretino pretenzioso. Anche perché quando lo fanno a me lo trovo fastidioso: parto dal presupposto che sia così anche per gli altri. Viviamo e lasciamo vivere perché, a meno di non essere delle amebe, tutti quanti teniamo a qualcosa in particolare che a qualcun altro starà indifferente. In questo è compreso anche Sanremo.
Le uniche persone più fastidiose di chi parla in continuazione di qualcosa sono quelle che se ne lamentano con altrettanta costanza.

Però.
Anche se non voglio rovinare la parata a chi lo apprezza, Sanremo è una di quelle cose che rende musone anche me. Come il Natale, ma per motivi più razionali.
E no, non ce l’ho con quelli che lo guardano perché lo apprezzano genuinamente: se vi piace quel tipo di musica, se non avete ulteriori pretese, se quello spettacolo vi soddisfa, soffocherò un conato e non vi dirò cose tipo: “Ma che lo guardate a fare? Spegnete la tv”. Cioè, io sono il primo a guardare l’Eurovision perché mi piace – e sì, a confronto è cioccolata, ma di quella super processata – e qualcuno mi giudicherà con sdegno per questo. “One man’s trash is another’s treasure”, è così che funziona.
Il problema ce l’ho con quelli che guardano Sanremo ma sono frustrati dallo stato in cui versa buona parte della musica italiana. Quelli che normalmente ascoltano musica di maggior spessore, dal pop straniero più becero (che è meno becero del nostro) ad artisti di reale qualità. Quelli che, più o meno, condividono il mio pensiero sull’industria musicale italiana, pigra, codarda, chiusa e nepotistica. Quelli che ogni anno si imbarazzano per chi mandiamo all’Eurovision. Eppure, arriva febbraio-marzo ed eccoli puntuali come l’orologio davanti alla tv.
Ecco, a voi sì che lo dico: ma che lo guardate a fare? Perché ne parlate? Perché lo rendete ancora più grande di quel che è? Spegnete la tv e ignoratelo!
Se lo stato dell’industria musicale italiana vi fa pietà, perché la alimentate? C’è un modo per mostrare dissenso: fate - calare - gli ascolti. Sanremo lo tengono su gli sponsor: se vedono che è poco seguito, si ritirano. L’industria discografica sostiene certi artisti perché vendono: se perfino Sanremo, quello che anche voi guardate, inizia a sgonfiarsi, forse si chiederanno se sono ancora al passo col gusto del pubblico (ok, qui c’è davvero molto ottimismo, ma in teoria funziona). Se siete comunque curiosi o, come me, non volete giudicare senza aver sentito, cercatevi le canzoni su YouTube (non sul canale della Rai, se no siamo punto e accapo) per farvi un’idea, ma non c’è bisogno di sorbirsi tutte le sere e guardare la pubblicità che le tiene in piedi.
Cioè, è un po’ come la comunità LGBT italiana, che si lamenta dell’omofobia casuale del Grande Fratello VIP e pretende dalla TV contenuti più sensibili, e poi continua a comunque a guardare quello e parlarne: cioè, è stupidità o sindrome di Stoccolma? A ‘sta gente non importa della qualità, importa degli ascolti, dei soldi, degli sponsor. Fintanto che c’è quello, va tutto bene, un articolo contro di loro è comunque buzz mediatico. Se li si vuole colpire, bisogna colpire i loro sponsor; e per colpire i loro sponsor bisogna cambiare canale o spegnere la TV.

E sì, probabile che, anche levando tutti quelli che hanno pretese musicali di un certo tipo ma guardano comunque Sanremo, verrà a mancare una fetta di pubblico irrisoria e non cambierà nulla. Ma magari convincerete anche i vostri famigliari a spegnere la tv e provare ad ascoltare qualcosa di nuovo, ché tanto non si perdono nulla. Magari vi daranno ragione e l’anno prossimo convinceranno qualcun altro. Magari altre persone si stancheranno con le prossime edizioni. Magari fra cinque anni ci sarà un calo di ascolti preoccupante e dovranno già provare a darsi una svegliata.
Se le cose non funzionano, si deve pur iniziare a cambiarle da qualche parte. Perché essere scontenti dell’industria musicale italiana e guardare comunque Sanremo è come non andare a votare e poi lamentarsi del governo: perdete ogni diritto di farlo perché, quando c’era da intraprendere un’azione, per quanto piccola, vi siete tirati indietro. Per pigrizia, per rassegnazione, per noncuranza, ma è anche colpa vostra.
Non fate i San Scemi.

Sunday, 4 February 2018

Soupir d’automne (no name to call me by)

C’era qualcosa in quelle parole che tornarono alla mente di Katherine, dopo che era uscita dall’atelier, dandole un vago senso di malinconia.
“Soupir d’automne; oh sì, mademoiselle, pare fatto apposta per voi.” Era già autunno, per lei, senza che avesse mai conosciuto, e senza speranza di conoscere più, né primavera né estate. Tutto ciò era perso, per lei, e nessuno avrebbe potuto restituirglielo.
C’è una cosa in Call Me By Your Name che mi ha lasciato l’amaro in bocca più del finale: è stata la sensazione di quanto della mia vita mi sia scorso accanto senza che provassi ad afferrarlo e godermelo.
Call Me By Your Name è una storia piuttosto semplice, quasi banale: un adolescente si innamora di un uomo più grande, passano un estate insieme fra flirt e passione, e alla fine (spoiler) lui ci rimane scottato malamente. Questa semplicità, oltre a permettere di concentrarsi sullo stile, lascia molto spazio all’esplorazione dei sentimenti dei personaggi, il che va a suscitare un grande impatto emotivo.
Ed è stato proprio rendermi conto delle emozioni provate da questi personaggi che mi ha fatto sentire molto come Katherine Grey da The Mystery of the Blue Train di Agatha Christie nella citazione di sopra: ormai quasi sulla soglia dei trenta, io non le ho mai provate e, quasi certamente, non le proverò mai.

Ci vuole una certa innocenza per essere Elio Perlman. Certo, l’amore va e viene a qualsiasi età, non lo metto in dubbio. È possibilissimo che l’anno prossimo, a trent’anni fatti e compiuti, mi innamori di qualcuno e finisca per farmi trascinare in un vortice di emozioni, sentimenti, dubbi, flirt estivi, pesche e quant’altro. Ma non sarà mai la stessa cosa.
Non ho mai vissuto un vero e proprio amore adolescenziale e non ne vivrò mai uno con quell’intensità. Sono cresciuto, la vita è trascorsa, mi sono indurito, sono diventato cinico, scollegato dai miei stessi sentimenti, diffidente verso il prossimo e cauto nelle relazioni. Non devo rendere conto a nessuno della mia vita (sentimentale e non), quindi non vivrò mai un grande amore in segreto, cercando di non farmi beccare dai miei perché omg, chissà cosa diranno se lo scopriranno. Non ho più l’immaturità per credere ai grandi gesti romantici e con ogni probabilità, se qualcuno se ne uscisse dicendomi di chiamarci con i rispettivi nomi, gli riderei in faccia, perché sono a un punto della mia vita in cui da una relazione mi aspetto concretezza, non giochi spensierati.

Seguendo il dramma di Elio Perlman, mi sono sentito come se mi fosse mancata una parte fondamentale della mia vita. Ho passato l’adolescenza aspettando il momento in cui me ne sarei andato da Alghero e avrei iniziato davvero a vivere. Non ho mai legato davvero con i miei coetanei perché mi sentivo totalmente fuori posto. Le due storie d’amore che ho avuto sono state a distanza ed è mancato loro ogni risvolto fisico. Ho saltato quasi tutta la fase dei primi esperimenti sessuali, in cui è lecito essere goffi e inesperti: il primo ragazzo con cui sono stato non ha mai saputo di esserlo e a quel punto avevo un tale bagaglio di conoscenze teoriche che ho dato una performance impeccabile come se fossero anni che facevo sesso. Non ho mai vissuto nulla di tutto ciò con l’innocenza di un ragazzino, e non so dove ciò mi collochi ora.

Così eccomi qui, a guardare un film su una storia d’amore adolescenziale e provare nostalgia per qualcosa che non ho mai vissuto. Fantastico.

Care femministe

Poco più di una settimana fa, mi è quasi esplosa la testa quando ho letto che la CW ha ordinato il pilot di un reboot di Charmed (aka Streghe). Non tanto per il reboot in sé, che farò finta non esista esattamente come i fumetti della nona e decima stagione, quanto per la descrizione che ne ha fatto il network:
Questo reboot della serie originale, audace, divertente e femminista, è incentrato su tre sorelle in una città universitaria che scoprono di essere streghe. Fra eliminare demoni soprannaturali, distruggere il patriarcato e mantenere i legami famigliari, il lavoro di una strega non finisce mai.
Reboot “femminista”. Di Streghe. La serie che parla di tre donne dai poteri formidabili che vanno in giro a sconfiggere il male. La seconda più longeva con un cast principale interamente femminile, battuta per soli due episodi da Desperate Housewives. Diglielo tu, Holly Marie Combs:


Ma vabbè: Streghe è solo la serie tv con cui sono cresciuto. Ha avuto momenti buoni e momenti brutti, storyline ben scritte e altre fatte coi piedi, una CGI che per i tempi era ok ma oggi è terribile… capisco che, senza il valore personale aggiunto, non è un patrimonio artistico dell’umanità o un argomento particolarmente importante. Per cui,

parliamo di Waterhouse.


La notizia è questa: la Manchester Art Gallery ha (temporaneamente?) rimosso Hylas and the Nymphs dalla sua esposizione. A seconda delle fonti, in parte sarebbe perché le opere sono tante, lo spazio espositivo poco e urge una riorganizzazione, in parte per sfidare le “fantasie vittoriane” sul corpo femminile.
La mossa sarebbe quindi lungi dall’essere una censura come i primi resoconti allarmisti hanno riportato, ma, nelle parole della curatrice del museo, un “invito alla conversazione” su come il dipinto, sia di per sé sia nel contesto in cui è esposto, si rapporti alle attuali sensibilità sociali, in particolare ai temi femministi. In sostanza, la galleria che ospita questo Waterhouse, intitolata “Pursuit of Beauty”, equarebbe questa “ricerca della bellezza” a un gusto voyeuristico per il corpo nudo femminile da parte degli artisti (e, per estensione, del pubblico), con le donne relegate o a decorazione passiva o a femme fatale. Hylas tornerà in esposizione, “we think, probably”, quando si troverà un modo per ricontestualizzarlo per non urtare la sensibilità contemporanea nell’epoca del #metoo (non trovo il quote specifico ma pare sia stato menzionato come influenza nella decisione). Nel frattempo, la “conversazione” dovrebbe svolgersi via post-it (attaccati nello spazio vuoto lasciato dal dipinto) e tweet da parte del pubblico.

Bene. Anzi, fantastico.
Anche volendo prendere per buono l’intento meramente provocatorio e non censorio dell’azione (che non giustifica, ad esempio, la rimozione delle cartoline dal negozio della galleria)… what the hell? Davvero le nostre preziose femministe si sentono disturbate da quattro paia di seni dipinti nel 1896 (gli altri tre non si vedono) tanto da rispondere con iniziative del genere? Davvero c’è bisogno di rimuovere un dipinto iconico per lanciare un messaggio? Perché francamente, ci vuole una colossale miopia per non saper già che a) l’arte è voyeuristica per definizione (sempre e comunque: è fatta per essere guardata e i soggetti ritratti, femminili, maschili o anche non umani, sono a uso e consumo dello spettatore) e b) che le opere sono prodotti del loro tempo e non sempre i valori corrispondono a quelli odierni?
Cioè, discutere di questi aspetti è utile ed estremamente interessante, ma va fatto con distacco e nell’assoluto rispetto delle opere in questione. Potenzialmente tutto è offensivo. La letteratura inglese, da Wilde alla Christie, è condita con abbondante antisemitismo: cos’è, gli Ebrei non sono capaci di farsi una ragione che i tempi erano diversi? Al cinema americano, sotto il codice Hays, era permesso rappresentare l’omosessualità solo sotto una luce negativa: davvero i gay non sono in grado di prenderne atto e soprassedere? E si può trovare un esempio per qualsiasi minoranza, dalle donne agli stranieri che oltre confine minoranza non sono. Francamente, più che offendermi, la dissonanza di questi valori mi rallegra: è la prova di quanto la società sia progredita, è una cosa buona.

Parlando della vicenda da una prospettiva antisessista, però, non posso fare a meno di ripensare al messaggio di American Horror Story: Cult, perché questa vicenda sembra uscita dritta da lì. Ricordate tutto il discorso su scegliere le proprie battaglie con pragmatismo, combatterle con metodi intelligenti, argomentarle in maniera oculata e non dimenticarsi di tutte le altre battaglie da combattere? Beh, ‘sta faccenda canna tutti, ma proprio tutti, questi punti.
1) Per chi non legge il comunicato della galleria (che sembra comunque un’enorme arrampicata sugli specchi), il messaggio che passa è che le femministe sono talmente ipersensibili da non tollerare nemmeno che un dipinto ritragga delle donne nude. In sostanza, “Come offrire il fianco alle critiche di chi vuole invalidare l’intero dibattito antisessista, corso base”, perché se una parte del discorso femminista si abbassa davvero a queste stronzate, diventa davvero difficile prendere sul serio anche il resto.
2) Lanciare una provocazione toccando un’opera d’arte d’immenso valore è controproducente. Dovendo scegliere fra sostenere la dignità artistica di Waterhouse o un piagnisteo femminista, scelgo Waterhouse tutta la vita. Questa mossa aliena automaticamente chiunque si interessi di storia dell’arte, senza sé e senza ma.
3) Hanno scelto il dipinto più sbagliato, visto che, essendo le ninfe al bagno, la nudità è perfettamente contestualizzata (oltre che rappresentata con estrema finezza). Sarebbe come criticare la Nascita di Venere di Botticelli: Venere non è nuda per un capriccio voyeuristico del pittore, è nata così. Ma non solo.
4) La cosa che mi ha davvero, davvero triggerato di questa faccenda è aver tirato in causa l’ormai onnipresente #metoo. Vogliamo parlare un secondo del mito di Ila, da cui è tratto il dipinto, mh? Premetto: infilare interpretazioni moderne nella mitologia greca è stupido perché la cultura greca e quella occidentale odierna sono profondamente diverse in molti campi, specie la visione di erotismo, sentimenti e rapporto di coppia eccetera. Detto ciò, Ila e le ninfe non è la solita storia del guardone che sorprende le giovani verginelle al bagno e se ne approfitta. Oh no: è un gruppo di squinzie arrapate che rapiscono, stuprano e affogano un ignaro ragazzino gay, che oltretutto ha una relazione stabile (al punto che Eracle abbandona gli Argonauti per il dolore della perdita del ragazzo). In questo scenario, il #metoo sarebbe Ila, non le ninfe.
Siamo sicuri di essere pronti ad avere un dibattito “femminista” intellettualmente onesto su questo? Perché sollevare un polverone per la nudità (giustificata) dei soggetti femminili perché è insensibile nel clima del #metoo, ma non menzionare nemmeno che l’opera in questione, tecnicamente, raffigura delle donne che stuprano un uomo è tunnel vision bella e buona.
(Con questo non voglio definire “problematico” il quadro perché tratta un tema delicato. Tutto sta nel contesto, ma credo che ne parlerò in un post a parte.)

In tutto ciò, cosa c’entra Streghe? Perché ne ho parlato in apertura di un post già lungo e pesante di suo?
Perché, ciliegina sulla torta, l’intera “conversazione” fa parte di un’installazione dell’artista/attivista Sonia Boyce. La rimozione del Waterhouse e l’affissione dei post-it sono state filmate e faranno parte della sua esibizione dal 23 marzo al 2 settembre 2018.
Aaaaah.
Tutto diventa chiaro. Perché se questo stunt è un disastro dal punto di vista del dibattito antisessista, di sicuro è stato un’ottima pubblicità per una tizia che, fino a ieri sera, non avevo mai sentito nominare. “Femminismo”, “patriarcato” e “#metoo” ormai sono comode etichette da attaccare sul pacchetto da promuovere per attirare l’attenzione.
Per certi versi è fisiologico e c’è poco da fare – anzi, come l’isteria collettiva sui diritti LGBT di un paio d’anni fa, se ne può approfittare per avanzare la causa. La cosa preoccupante, però, è il tipo di “femminismo” che si usa come stunt pubblicitario. È quello rabbioso, superficiale, ipersensibile, miope ed estremo. Quello sente solo l’urlo “al patriarcato” senza soffermarsi sulle sfumature. Quello che non riesce a capire il contesto delle cose dette e fatte dagli altri. Quello che si auto-valida, che è prestigioso in quanto tale, perché non accetta contestazioni (il #metoo sta viaggiando in quella direzione). Quello che i reazionari possono facilmente sfruttare per rappresentare il movimento nel complesso come una manica di fanatiche mestruate che non sanno orientarsi fuori dalla cucina, la cui opinione non conta oggettivamente perché per loro tutto è un attacco personale, e la cui azione è distruttiva piuttosto che costruttiva e va quindi repressa.
Forse è il caso, amiche femministe, che prendiate da parte queste colleghe e facciate loro un discorsetto: non è mettendo Waterhouse in magazzino, o facendo uccidere José da Carmen (perché uccidere un uomo è meno grave che uccidere una donna!), o implicando che non è femminismo se non si distrugge un nemico, che si contribuisce alla causa. E no, non basta dire “quello non è femminismo”, perché chi lo decide? Anche dal punto di vista di un estremista, il moderato non è un “vero” sostenitore.
Anche quello è femminismo, ed è un problema interno al movimento che va affrontato. Dissentite. Tracciate una linea netta fra la lotta per la parità e la caccia agli stregoni. Insinuate il dubbio su chi sostiene che non pensarla come loro equivalga a tradire la causa. Dite in chiaro che le critiche esterne non sono automaticamente il patriarcato che trema e cerca di screditarvi, ma possono essere spunti di riflessione. Insistete che non tutto è strumentalizzabile per la causa e le forzature fanno solo danno.
E ricordate – anzi, ricordiamo tutti – che il passato è lì per insegnare, ma si impara poco relegandolo in cantina.

Friday, 2 February 2018

Baby steps

Ore cinque del mattino.
Mi sono svegliato, mi sono alzato, mi sono buttato addosso dei vestiti, ho afferrato il rasoio elettrico, sono andato in bagno e mi sono accorciato la barba. Così, dal nulla.
Il corso d’azione più logico sarebbe stato rimettermi a dormire e pensarci domani al risveglio, anche per non far rumore a un orario in cui gli altri coinquilini, che sono persone normali (o comunque più normali di me) dormono.
Eppure, eccomi lì, davanti allo specchio, a regolare la lunghezza di una barba che non toccavo da quando l’avevo rasata del tutto per la festa Anni Venti di BriarRose. Erano giorni che continuavo a procrastinare nonostante i baffi, in particolare, mi dessero sempre più fastidio. Così ho colto l’impulso, per quanto a un’ora indecente, e l’ho fatto: la volta che mi viene voglia di fare qualcosa per me, meglio non sprecarla. Il Capodanno WIP è ancora aperto.

Giusto per chiudere la faccenda, dopo il picco di nevrosi raggiunto con la carne andata a male, non solo ho buttato tutto e ripulito il freezer, ma ho anche preso in mano la faccenda che mi tormentava da tutto il mese e ho provato quantomeno a metterci una pezza.
O meglio, ho avuto un meltdown totale finito il quale Katia mi ha messo la faccenda in mano e mi ha dato una spintarella per risolverla. Il risultato è stato una notte insonne in preda alla tachicardina (anche perché, dal nervosismo, ho praticamente fatto fuori una scatolina di liquirizia Amarelli, che sto usando come surrogato di altro) e ora, qualche giorno dopo, una leggera febbriciattola accompagnata da un vago mal di gola e l’occasionale “dissesto idrogeologico”. Ché quando raggiungo un picco di tensione nervosa di queste proporzioni somatizzo, il mio già inefficace sistema immunitario collassa e mi ammalo fisicamente, it is known. A ‘sto giro è una di quelle cose blande, più fastidiose che debilitanti, per cui spero di cavarmela con un paio di giorni in un burrito di coperte col mug di tisana in mano. Se non altro posso fare un respiro e riprendermi senza fiato sul collo.

E niente, direi che è il caso di ributtarmi a dormire.