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Thursday, 14 November 2024

The Crying Room

È forse strano che, con tutto quello che è successo negli ultimi due anni e passa, io sia andato in completo silenzio stampa qui sul blog. Beh, a parte i test musicali e qualche brandello qua e là.
Voglio dire, anche tralasciando le mie vicissitudini personali, già solo la situazione socio-politica internazionale era abbastanza succosa da darmi un mucchio di cose su cui sfogarmi.
Eppure, eccoci qui.

Forse, a una certa è semplicemente diventato troppo. Ricordo lo scoppio della guerra in Ucraina come il momento in cui, vedendo il cursore lampeggiare nell’editor, ho iniziato a non avere più nulla da scrivere. Un po’ perché è arrivata sulla scia di due anni già molto provanti e ha fatto traboccare il vaso; un po’ perché ho un coinvolgimento quasi diretto tramite amici ucraini, parenti bielorussi e le mie radici est-slave. Ma ricordo che non ho praticamente dormito per un mese dopo che è iniziato quel casino e, in generale, non ho più sentito il bisogno di elaborare i miei pensieri per iscritto.

Da lì c’è stata la necessità di uscire dalla bolla della pandemia e tornare alla vita reale, occuparmi di varie cose, alcuni alti inaspettati che però volevo tenere per me, e poi gli ultimi dodici mesi che sono stati piuttosto orribili a livello personale, ma di cui non era decisamente il caso di scrivere sull’internet.

Qualunque sia il caso, eccoci qui. Forse sono di nuovo al punto in cui sfogare le cose in maniera più articolata che sulle storie di Instagram potrebbe aiutarmi. Del resto, abbiamo appena subito un nuovo trauma collettivo e prevedo non sarà facile processare l’idea che, al momento, la maggior parte dell’umanità preferisce muoversi in direzione opposta rispetto alla mia – e una che rischia di rovinare la vita a tantissime persone se non distruggere proprio la nostra società.

Oh well, vedremo.

Wednesday, 16 February 2022

Adesso arriva l’elfo nero

Sono giorni che vedo volare stracci tra gli appassionati di Tolkien sui feed dei miei vari social media. Come polemica non mi coinvolge particolarmente perché è un fandom di cui faccio parte a piccole dosi e marginalmente, ma a forza di leggere opinioni diverse, argomentazioni e controargomentazioni, ho inevitabilmente finito per rimuginare sulla faccenda pure io. Ho alcune osservazioni.
 
1) Un’opera del passato, per (ri)vivere, ha bisogno di passare attraverso la lente e il filtro dell’epoca attuale. Vedasi la scena di Arwen Principessa Guerriera nel primo LOTR di Jackson, residuo di quando si pensava di unire i personaggi di Arwen e Eowyn per creare una protagonista femminile più proattiva in linea con i tempi. Poi si è deciso di lasciare separati i personaggi e quella scena di Arwen è rimasta un non-sequitur, ma il punto resta: cambiano i tempi, cambiano i valori, e un’opera che vuole riproporsi non può ignorare la cosa.
Per dire, pensate a Notre-Dame De Paris: oggi sarebbe assurdo immaginare quella storia priva dell’aspetto di riscatto sociale con cui la conosciamo, ma a Hugo fotteva letteralmente sega dei marginalizzati, il succo del romanzo era che bisognava restaurare la cattedrale perché è l’unica cosa che dura nel tempo. E non vedo nessun purista che grida al politicamente corretto e si lamenta del “brownwashing” di Esmeralda, perché le implicazioni di lei che era l’unica zingara buona perché in realtà era la figlia di una coppia cristiana ed era stata rapita dalla culla sarebbero un filo indigeste al giorno d’oggi.
 
2) Tokenism, blackwashing, brownwashing, eccetera: sì, è vero, sono fenomeni non sinceri che nascono dalla necessità di sfruttare il multiculturalismo per ampliare il marketing di un’opera, e sono quasi sempre fatti dai bianchi a uso e consumo del senso di colpa sociale di altri bianchi.
Ma sono il sintomo di un problema più largo, ovvero la disparità di trattamento tra le storie occidentali cosiddette “biancocentriche”* (asterisco, ci torniamo dopo) e quelle non occidentali di culture non bianche. Salvo eccezioni, le storie non “biancocentriche” hanno meno pubblico e ricevono pertanto meno fondi (con ciò che ne consegue per la qualità), meno promozione, meno visibilità, rendendo le “pari opportunità” di rappresentazione, di fatto, nulle. Fintanto che non si risolve questo problema a monte e opere come Black Panther o Hidden Figures non smettono di essere un’eccezione, il tokenism è, purtroppo, un male necessario per rappresentare la società multietnica in cui ormai viviamo.
 
3) È vero, c’è un doppio standard nell’applicare il “colour-blind casting”. Alle storie occidentali è praticamente imposto, mentre non ci si sognerebbe mai di applicarlo a opere di origine africana, asiatica, sudamericana, eccetera. Nessuno ha battuto ciglio perché sono mancate le “quote bianche” in Encanto, per dire. Di nuovo, però, il problema è alla radice nella disparità di numero e presenza mediatica tra le storie occidentali che permeano la nostra cultura di massa e quelle non occidentali. C’è una disparità di trattamento e un protezionismo a valle perché c’è una disparità di mezzi e possibilità a monte.
 
4) Dalla parte opposta della barricata, torniamo a quell’asterisco. Parlando di “media occidentali” e “biancocentrici”, c’è l’ulteriore problema dell’imperialismo socio-culturale degli Stati Uniti, che si considerano il centro del mondo e danno per scontato che le stesse dinamiche sociali ed etniche che ci sono da loro si applichino anche alla molto diversa (ed internamente eterogenea) società europea.
Questo è un problema che VA affrontato e la sensibilità che, negli ultimi anni, si è iniziata ad avere nel presentare con quanta più autenticità possibile le storie di culture non occidentali dovrebbe essere estesa a tutte le storie non americane. Per cui, America, se una storia europea non si conforma ai tuoi standard etno-sociali, è perché la società di quel paese europeo è diversa da quella statunitense tanto quanto lo è quella coreana, o giapponese, o indiana (Paesi le cui produzioni mediatiche sono altrettanto “monocromatiche”, ma la cosa non viene fatta notare).
Vero che questo discorso è complicato dal passato imperialista dell’Europa, i cui danni al resto del mondo sono sempre attuali, ma dopo quasi settant’anni in cui NOI abbiamo ricevuto l’imperialismo americano, direi che possiamo iniziare a sollevare il problema: è giusto che richiediamo per l’Iliade (se n’era parlato tempo fa), i romanzi della Austen o le fiabe di Andersen o dei Grimm lo stesso trattamento che è riservato ad altre culture mondiali; però “noi” continuiamo a essere sovraesposti in una società in cui non siamo l’unico gruppo culturale.
 
5) Il discorso del “Ma io mi riesco a immedesimare in chiunque senza bisogno che sia la mia copia carbone” è il motivo per cui si parla di MBEB, quindi… anche no, grazie. In primo luogo perché, nel complesso, semplicemente non è vero, o non ci sarebbero puntualmente le lagnanze ogni volta che il protagonista di un’uscita mainstream (penso, ad esempio, ai videogiochi) è nero, queer, donna, eccetera. E poi grazie al cazzo, Pierfrancesco, che riesci a immedesimarti quasi sempre senza problemi: è proprio perché quasi sempre hai davanti la tua copia carbone.
Poi, per dire, anche a me la mancanza di una vagina non impedisce di finire quasi puntualmente per immedesimarmi più in personaggi femminili che maschili, quindi cosa ci vuole? Poi però vai a vedere meglio e questi personaggi femminili affrontano temi che risuonano con le problematiche che affronto in quanto persona queer in un modo che i personaggi maschi non fanno. Quindi, anche se obliqua, la dinamica di minoranza vs rappresentazione nei media esiste anche in quel caso.
Per cui, essendo il discorso più complesso di “ma basta avere fantasia per immedesimarsi”, lasciamo che siano le minoranze a dire se e quanto si sentono rappresentate o meno: è la LORO esperienza di vita ed è valida.
 
Quindi, in conclusione, è vero, gli elfi e i nani neri in una storia di Tolkien non risolvono il problema del razzismo sistemico e sono una mossa commerciale per non far accusare di “biancocentrismo” l’adattamento di un’opera che nasce da un autore bianco del secolo scorso; è anche vero che, se si vuole continuare a vedere quest’opera riproposta, bisogna accettare di vederla adattarsi ai tempi. Lo stesso Regno Unito non è certo l’America, ma il suo tessuto sociale è molto diverso rispetto ai tempi di Tolkien.
Detto in soldoni, la scelta qui è tra relegare quell’opera al passato e lasciarla fossilizzare nella forma che conosciamo, o adattarla al contesto socio-culturale attuale se vogliamo vederla riproposta. Volete ancora opere ispirate a Tolkien? È così che va ora, pace.
Poi in un futuro utopico non ci sarà bisogno di fare tokenism e blackwashing eccetera perché, accanto alla serie culturalmente europea di ispirazione Tolkieniana, saremo abbastanza ricettivi da appassionarci anche all’adattamento di un’epica mitologica centrafricana in cui non ci saranno personaggi bianchi. Ma quei tempi ancora non sono qui, e le persone non-bianche, non-etero e non-cis non possono più essere ignorate e nascoste sotto il tappeto nei media che la nostra società eterogenea produce e consuma.

Thursday, 3 February 2022

Messaggi che mai saranno spediti

Mi visita un profilo su Romeo: interessante, lascio qualche like alle foto e vedo un po’ i suoi amici. Uno è carino, visito il profilo; da lì ne visito un altro, sempre di bell’aspetto. E mi trovo davanti la descrizione più stupida di sempre, specie per un trentatreenne, letteralmente mio coetaneo.
Are you ready to question everything?
 
Here is what I’m looking for: Empathy, Honesty, and Beauty.
 
I own the perfect contraceptive: an unvaccinated body. Press the [x] button ASAP to escape. :)
 
My outside might appeal to some of you,  but just wait till I crush that with my personality. :)
INFP-A in case you were wondering.

Not all the infinites are the same in size: there are more Real numbers between 0 and 1 than there are Natural numbers going into infinity. Proven by Cantor’s Diagonalisation Proof.

The magic word of the 21st century to ward off any interest: unvaccinated. A dream-come-true period for all sociologists to come.
Gioia bella. Da dove comincio?
Tralasciando la scorreggina matematica messa lì giusto per darsi un tono… quell’incipit lì sembra quasi inoffensivo, finché non si contestualizza col resto. Ma andiamo con ordine.
Dovessimo ipoteticamente chattare e dovessi tu confessarmi di non essere vaccinato aspettandoti una reazione negativa a priori da parte mia, probabilmente il tuo gusto per il drama e l’autocommiserazione sulle prime rimarrebbe frustrato.
Non ce l’ho con i non vaccinati in sé e per sé. Se alla luce di qualche condizione o patologia pregresse, il medico dice a qualcuno che non è il caso che si vaccini, io ne ho il massimo rispetto e, anzi, posso guardarlə negli occhi e dirlə con sincerità che a me importa. Che non potrò fermare la pandemia o prometterlə di proteggerlə dal contagio, ma ho fatto tutto ciò che mi è umanamente possibile per non contribuire deliberatamente al rischio: ho sempre rispettato il distanziamento sociale, osservato i lockdown e, soprattutto, mi sono vaccinato.
Se invece, come quell’incipit suggerisce, si tratta semplicemente di fare le bizze e i capricci per sentirsi “speciali”, “più svegli” e “più furbi”, beh, allora mi spiace ma no, non provo nessun rispetto. Siamo nel 2022, questa situazione va avanti da due anni, a questo punto non ci sono più scuse di disinformazione e ignoranza, è una scelta deliberata. Fra l’altro, trovo enormemente ironico che a cercare empatia sia uno che, pur di vivere la sua fantasia da protagonista, da eroe che si oppone all’oppressione del sistema, mostra un tale egoismo e mancanza di riguardo verso chi il vaccino davvero non può farselo.

L’altra cosa che mi urta particolarmente di questa presentazione è quando fa “autoironicamente” la vittima. Da una parte, sembra un suo atteggiamento in generale, perché se ti rendi conto di essere una persona sgradevole e, invece che lavorare su te stesso, scarichi la responsabilità sugli altri, c’è qualcosa che non va, come ci insegnò a suo tempo il nostro amico svedese incel.
Dall’altra, è il voler scaricare sugli altri quelle che sono solo le conseguenze di una sua scelta deliberata. Se essere non vaccinato è una cosa che allontana i potenziali partner, la colpa non è dei potenziali partner e tu non sei in diritto di lanciarti un pity-party mascherato da autoironia. Francamente, se uno fa sesso casuale non protetto con molti partner e si rifiuta di fare terapie preventive come il PrEP, credo che non ci sia nulla di sbagliato se un potenziale nuovo partner preferisce lasciar perdere. I mezzi per proteggersi ci sono, rinunciarvi è una scelta; qui è la stessa cosa.

E niente, questo è un post che ho scritto semplicemente perché non è nel mio stile attaccare briga con gente che non mi scrive per prima, ma avevo bisogno di sfogarmi un po’. Sono come messaggi che ho scritto ma non spedirò mai al cretino qui. Che continui a vivere nella sua piccola bolla in cui lui è un eroe della libertà e tutti noialtri siamo cattivi e ottusi perché non lo accettiamo.

Friday, 24 December 2021

E come da tradizione…

Ero convinto che la terapia d’urto dell’anno scorso avesse curato la Mater, che essersi trovata a doverselo fare lei, l’albero, gliene avesse fatto passare la voglia. Non ha parlato di farlo fino a tre giorni fa e, anche avendomi fatto portare giù le scatole, non si era mossa.
Invece ieri, emergendo dalla mia tana per barcollare verso il bagno, avevo visto i rami in salotto – l’albero era montato ma ancora non aperto né decorato; e oggi, mentre io giravo per questioni di Pokémon Go da parte di entrambi, lei l’ha addobbato imperterrita. Però ha barato: ha messo solo le luci e le ghirlande senza palline o cianfrusaglie varie.
“Perché ora che tocca farlo a te, lo trovi incredibilmente tedioso.”
“No, non è vero! È che da sola non ho il tuo occhio.”
Certo. Chissà che l’anno prossimo finalmente si arrenda. L’importante è che continui a non coinvolgermi, così anche la mia Melania interiore resta sopita.

Parlando d’altro, stasera sembro la hotline per disperati in ansia per il cenone / pranzo con il parentame, e la cosa ha confermato le riflessioni che ho diligentemente fatto anche quest’anno sulla mia antipatia nei confronti del Natale. In realtà si tratta di un’espansione di quelle del 2017, ma ho isolato la parola che mi urta di più quest’anno, ed è “famiglia”.
Più ancora che per la gente che arriva e ti punta una pistola alla testa per farti essere felice or else, il Natale mi urta per la pressione sociale che pretende la (temporanea) disgregazione delle nostre famiglie elettive per costringerci a tornare a relazionarci con i nostri consanguinei, che ci piaccia o no. L’idea pervasiva è che, in questo periodo di grande gioia e bontà, i legami che ci siamo creati, le comunità che abbiamo scelto, gli spazi sicuri che ci siamo ritagliati non valgano nulla in confronto alla semplice linea di sangue che ci è capitata.
Nel caso peggiore ci ritroviamo seduti a tavola tra l’anziana zia bigotta che traccia i solchi intorno all’altare in ginocchio e il cugino prete che è finito sui giornali per un attacco transfobo a una certa personalità pubblica, di fronte allo zio complottista che è il più sveglio di tutti e l’altro cugino, che, a trent’anni suonati, tentava di strapparti i secchielli di lego di mano durante il trasloco e che rimpiangi di non spinto giù dalle scale fingendo che ti fosse sfuggito il secchiello di mano. Tutta gente, vuoi per questioni personali, vuoi per l’archetipo che rappresenta, normalmente eviteresti come la peste – in effetti, tutto il resto dell’anno lo fai – ma che la Magia del Natale ti costringe a sopportare solo perché ci condividi parte del corredo genetico.
Nel caso migliore, se riusciamo a sfangarci il parentame, rischiamo di ritrovarci soli perché il nostro sistema di sostegno e il piccolo mondo che ci siamo creati al di fuori dei consanguinei è incastrato coi propri parenti serpenti, e a me personalmente la cosa irrita.

Poi non nego che esista anche gente fortunata in cui le due sfere coincidono o sono quantomeno compatibili, eh! Se la vostra famiglia non è problematica, vi volete genuinamente bene e vi incontrate con piacere, by any means go for it!
Ma sto sentendo tanti di quegli amici o conoscenti stressati perché hanno problemi con i parenti, perché soffrono di nevrosi e questi incontri affollati pesano su quel lato, o che hanno legittime preoccupazioni di natura sanitaria per via del covid che sono ignorate per una stupida tradizione, e le loro voci sono silenziate perché “fa brutto” non passare il Natale con i parenti.
A questa mia impressione si aggiunge che l’emergenza globale e il precedente inasprimento dei contrasti politici hanno reso i grandi raduni di gente randomica se non per la parentela ancora più infiammabili, e stanno comparendo molti post, ad esempio rivolti a persone LGBTQ+, che danno consigli su come affrontare il periodo festivo mantenendo intatta la propria salute mentale.
Evidentemente il problema è reale e colpisce diverse persone. Se esistono post su come affrontare le feste, evidentemente si parte dal presupposto che siano un impegno che non si può ignorare, ed è una cosa assurda!

Ripeto: sono felice per le famiglie davvero armoniose, auguro loro tanti Natali da trascorrere gioiosamente insieme tra lucine, cenoni e regali. Ma ritengo sia fondamentale che nella sensibilità pubblica inizi ad esserci spazio anche per chi queste cose non le ha, o non se ne interessa. Normalizziamo non voler fare nulla a Natale. Normalizziamo dire: “Guarda, non ho molta voglia di venire al cenone, non me la sento”. Normalizziamo incontrare i parenti che ci vanno a genio, dire: “Mi farebbe molto piacere vederti, ma la presenza dello zio omfobo e del cugino prete renderebbe la serata spiacevole; ti va di prenderci un caffè in settimana?”. Normalizziamo che, se davvero vogliamo vedere qualcuno dopo tanto tempo perché gli vogliamo bene, esistono anche altri giorni.
Normalizziamo scegliere con chi condividere la gioia delle feste.

Per onestà intellettuale, aggiungo che, ovviamente, la mia visione delle feste è pesantemente influenzata dal rancore che nutro verso buona parte dei miei parenti. Sono nella posizione privilegiata di avere scuse plausibili per non incontrarli (i.e.: vivo lontano, passo il Natale con la Mater invece che col ramo paterno della famiglia), ma sentire la pressione sociale di farlo mi urta. Vedere miei amici sotto quella stessa pressione sociale – per quanto la loro situazione sia diversa, nel bene o nel male – mi fa arrabbiare. Magari c’è anche un pizzico d’invidia per chi invece ha una famiglia normale.
Però davvero, spostiamo la priorità dal concetto di famiglia al benessere delle persone che la compongono. E se qualcuno si offende, iniziamo a spostare il peso del giudizio sociale su di loro e sulle pretese che si arrogano sul tempo e la salute mentale altrui.

Tuesday, 30 November 2021

I miei due cent su Cingolani

Roberto Cingolani: (technically) right for the wrong reasons.
Se non conocete la notizia andatevela a googlare per i dettagli, ma il sunto è che Cingolani, Ministro della Transizione Ecologica, ha detto che è inutile studiare quattro volte le Guerre Puniche, la scuola dovrebbe fornire una “cultura tecnica” (lingue, informatica) propedeutica alle professioni del futuro.
E niente, iniziamo a spacchettare la cosa, perché ci sono due discorsi paralleli da tenere qui.

(Technically) right: è vero che il curriculum scolastico italiano, specie nelle materie di cultura generale come storia o geografia, è profondamente fallato. Cosa non sorprendente, visto che è tutt’ora basato su una riforma di novantotto anni fa promulgata sotto il fascismo. Cingolani non ha torto: ho studiato tre volte le Guerre Puniche ma mai come si deve il Novecento – un secolo un filino carico di avvenimenti le cui conseguenze si fanno ancora sentire, ma che viene sfiorato di corsa negli ultimi due mesi del grado scolastico di turno. Il che è fisiologico, visto che questo secolo bello denso di storia ancora non c’era, ai tempi di Gentile, ma penso che sia anche il residuo di un progetto deliberato del regime fascista: imprimere bene nella testa dei giovani la grandezza di Roma Antica in modo da fomentare la nostalgia per alimentare il nazionalismo, mantenendoli intanto ignoranti sugli sviluppi più recenti in modo da non dare loro i mezzi per comprende la situazione socio-politica e mantenerli il più manipolabili possibile.
Ma non è solo quello: da una parte, ho studiato tre volte Scipione e Annibale ma ho imparato qualcosa della storia della mia regione, la Sardegna, a trentadue anni suonati da Wikipedia nei due giorni in cui ero costretto a letto dopo la seconda dose di vaccino e non sapevo cosa fare; dall’altra, ho studiato tre volte il Risorgimento ma la Guerra dei Trent’Anni, uno degli avvenimenti chiave della storia europea, la conoscevo solo di nome e l’ho approfondita da solo sempre a trenta e passa anni su Wikipedia.
La falla del sistema, in questo caso, è ripetere per tre volte lo stesso curriculum verbatim (in maniera sempre meno approfondita, perché arrivi al liceo e la prof dice: “Ma tanto queste sono cose che già sapete”) invece che distribuirlo in base all’età degli studenti. Ai gradi inferiori si dovrebbe studiare la storia del proprio territorio e della regione – che è anche più facilmente comprensibile visto che i bambini possono trovare un riscontro immediato visitando i luoghi in questione – passare quindi alla storia antica e quella italiana, per poi approfondire quella mondiale e concentrarsi sul Novecento.
Così sì che si darebbe agli studenti un curriculum più bilanciato e comprensivo, e magari si imparerebbe qualcosa di più sul Novecento dall’istruzione pubblica invece che da The Crown su Netflix.
Poi, parallelamente a questo,  bisognerebbe rafforzare anche l’insegnamento di materie più pratiche, soprattutto le lingue, in modo da dare la formazione più completa possibile.

For the wrong reasons: il problema è che il discorso di Cingolani non era incentrato sul miglioramento del curriculum di storia della scuola pubblica italiana, quanto sulla solita lagna trita e ritrita, che le materie umanistiche sono inutili e bisogna concentrarsi solo su quelle tecniche che hanno un’applicazione pratica,
Che, onestamente, anche basta: è la più subdola forma di propaganda capitalista, che un’istruzione efficiente debba essere finalizzata non all’arricchimento della cultura della persona, ma solo della tasca del futuro padrone. Che tutto il tempo speso ad apprendere nozioni che non siano prontamente marketizzabili sia sprecato. Che quel che conta è solo la futura produttività dell’individuo anche a discapito (come in questo caso) della sua crescita personale.
Nel suo libro Bonsai (1995, uno dei miei libri formativi), Christine Nöstlinger definiva la scuola la “Macchina Normalizzatrice Statale”, il luogo dove, secondo il protagonista del libro, qualunque forma di creatività, individualità e pensiero fuori dagli schemi va a morire. La scuola capitalista, quella che Cingolani immagina, è proprio questo: una fattoria di piccoli e obbedienti ingranaggi spogliati di qualunque valore al di fuori di quanto produttivi possano essere nel piccolo impiego che viene assegnato loro per massimizzare i profitti degli imprenditori.
E questo è sbagliatissimo.

La scuola dovrebbe trovare il tempo – e le si dovrebbero allocare i fondi – per insegnare lingue, informatica, ma anche diritto ed economia, accanto a storia, geografia, filosofia, latino, storia dell’arte, musica. Le materie propedeutiche a navigare il mondo moderno e sì, anche il suo mercato del lavoro, non dovrebbero arrivare a discapito della cultura generale, e vice versa. E onestamente, parlare di sistema scolastico inadeguato dopo trent’anni di costanti tagliai fondi è abbastanza ridicolo.
E se proprio vogliamo parlare di stralci al curriculum attuale, strano come Cingolani non si sia lamentato di come studiamo tre volte di San Paolo e della sua folgorazione sulla via di Damasco. O di come almeno una volta per grado di studi mi sia infortunato gravemente sotto l’incompetenza del professore di diseducazione fisica di turno.

La lotta tra materie “concrete” e cultura “astratta” esiste solo nella mente del capitalismo, ma non dovrebbe avere posto nella scuola; tantomeno nella vita culturale di un Paese in cui, se proprio vogliamo mettere un codice a barre su qualunque cosa, le maggiori risorse sono proprio la storia, l’arte, la cultura, la musica.
Oltretutto, se proprio vogliamo parlare di logica capitalistica, forse, invece che trasformare la scuola in una fabbrica di ingranaggi già perfettamente competenti nel mondo del lavoro, sarebbe il caso di delegare almeno parte della responsabilità della formazione tecnica del personale alle aziende stesse. Così magari, dovendo pagare la formazione di tasca loro, inizierebbero a trattare i dipendenti come un investimento a lungo termine da tenersi stretto con gratifiche e condizioni di lavoro etiche, invece che come pezzi sostituibili non appena finisce il contratto di “apprendistato” in cui lavorano gratis.
Così, è solo un’idea.

Tuesday, 23 November 2021

Riflessioni su Kate Moss

Mentre scorrevo Tumblr, in uno dei vari blog di fotografia di moda che seguo è spuntata una foto di Kate Moss. Quella Kate Moss.
Sempre perché in “2007, when size zero was the rage” io ero, come per Britney, troppo cool per la cultura pop mainstream, degli scandali e della conversazione pubblica su Kate Moss mi arrivò ben poco. Eppure a tutt’oggi, quando vedo una sua foto la mia prima reazione è clutch my pearls e inorridire perché OMG, che pessima influenza ha sui giovani.
Ecco, pensate a quanto pervasivo dev’essere stato lo sfruttamento mediatico di questa donna se perfino in me, che non ho calcolato di striscia il mondo della moda fino al 2011, si è talmente sedimentata l’idea che Kate Moss sia problematica che ancora oggi, nell’anno del Signore 2021, la prima immagine che leggere il suo nome o vedere la sua faccia mi evoca sono giovani ragazze che, solo trovandosi nelle vicinanze di una sua fotografia, precipitano in una spirale di droga e anoressia da cui usciranno solo coi piedi avanti.

Ora, lungi dal voler santificare Kate Moss o affermare che non fosse un personaggio da prendere con le pinze, però questo senso di allarme, questo volerla droppare come una patata bollente ogni volta che un’opera che la contiene mi capita per le mani è un filo esagerato e vorrei analizzarlo per liberarmene.
Anche perché, un po’ come Britney, era figlio della sua epoca. Gli Anni Duemila sono stati un periodo davvero orribile e violento.
Perché chi era, alla fine, Kate Moss? Era solo una ragazza con un disturbo alimentare e un problema con la droga che sono stati sfruttati e fetishizzati da una parte, e gonfiati e demonizzati dall’altra. Non era il carnefice dell’innocenza delle adolescenti della mia generazione: era una vittima dello showbiz e degli standard di bellezza come chiunque altro. (Per la cronaca, lei ha sempre negato di aver avuto disturbi alimentari, era solo che “Nel B&B non c’era cibo”, o “Nessuno mi portava a cena”; certo, Kate.)
Poi per carità, è giustissimo che abbia pagato lo scotto dello scandalo della cocaina, o di aver commentato con leggerezza che “Nothing tastes as good as skinny feels” (anni dopo si è pubblicamente pentita di quell’affermazione), ma la stampa si è accanita su di lei come se fosse l’origine del problema, non un sintomo e una vittima (fermo restando che bisogna sfatare il mito dei “role model” dei giovani e smettere di usarli come capro espiatorio per la propria inadeguatezza genitoriale).
Oltre a lei, c’è stata molta altra gente che si è arricchita con l’estetica “heroin chic” che le è stata cucita addosso. C’è chi ha pascolato intorno alla sua immagine da hard-drinking bad party girl per anni, salvo poi cadere dal pero e disconoscerla quando è saltato fuori che un problema di uso di sostanze ce l’aveva davvero. Il problema è stato, anche qui, che invece che mostrare compassione verso un essere umano in difficoltà, si è proceduto a glamourizzare e sfruttare la cosa.
E anche per quanto riguarda i problemi alimentari, ammettiamo pure che sia naturalmente magra e non abbia un problema di, ahem, “non trovare cibo nel B&B”: è Kate Moss, presa, vestita, fotografata e messa in copertina o in una campagna di moda il problema, o piuttosto il fatto che, accanto a una Kate magra non si siano messi anche altri tipi di fisico fino a praticamente l’altro ieri? Kate Moss aveva i suoi problemi di cui occuparsi, non le si può addossare alla sua magrezza la colpa di non mostrare alternative al pubblico.

E niente, questo è quanto avevo da dire su Kate Moss, ennesima vittima della mancanza di empatia degli Anni Duemila che nella celebrity culture ha raggiunto la sua apoteosi. Spero di aver demistificato i problemi che ho con lei, così da non fermarmi al viso o al nome nel giudicare una foto artisticamente valida, perché la cultura di massa mi ha instillato un’antipatia atavica per l’ennesima donna che ha vittimizzato.
Kate, probabilmente non mi starai mai simpatica (anche perché diciamocelo, si può essere una top model e subire pressioni e angherie senza diventare problematici, chiedi a Karen Elson), ma non meritavi di essere trasformata in una red flag ambulante.

Tuesday, 17 August 2021

The Millennial War

Ho seri dubbi che qualcuno di noi avesse mai pensato che la guerra in Afghanistan avrebbe mai risolto qualcosa.
Non ricordo quali fossero i sentimenti iniziali a riguardo, visto che è stata poi eclissata dalla ben più famosa e controversa guerra in Iraq: di quella sono sicuro, era stata percepita fin da subito come inutile, pretestuosa e imperialistica da questa parte dell’Atlantico, ma l’invasione dell’Afghanistan era arrivata proprio sulla scia dell’11 settembre che, per un motivo o per l’altro, era stato il più grosso trauma collettivo della mia generazione in tutto l’Occidente. L’opinione pubblica americana era sicuramente interventista, ma in Europa non ricordo proprio: something something Al-Qaeda, talebani brutti e cattivi, povere donne in burka – tutto questo sicuramente, ma dell’intervento militare in sé non ricordo cosa si pensasse dalle mie parti.
Dicevo, quindi: dubito che qualcuno si fosse illuso che questa guerra avrebbe portato benefici né a noi, né tanto meno agli Afghani. Però vederla concludersi nel modo in cui si è conclusa è davvero deprimente, e noto che molti dei miei coetanei stanno esprimendo un simile senso di scoramento e impotenza.

Forse è proprio per il perverso Ouroboros che ne è uscito: vent’anni fa siamo partiti con uno Stato fondamentalista, dittatoriale e oppressivo, e oggi, nel momento in cui gli Occidentali hanno levato le tende, ci siamo ritrovati con quello stesso Stato fondamentalista, dittatoriale e oppressivo.
Cosa abbiamo fatto in queste due decadi? Qual è stato il senso di tutta questa violenza, della devastazione, delle morti a centinaia, della carneficina di un intero popolo? A cosa è servito?
Credo che sia così demoralizzante perché questa guerra è una metafora perfettamente calzante della vita di tutti noi, che nello stesso lasso di tempo siamo cresciuti e diventati adulti: appena abbiamo iniziato ad avere coscienza di come sia il mondo dopo l’infanzia, ce lo siamo visto stravolgere da eventi internazionali la cui portata era difficile da capire. Abbiamo lottato con unghie e denti per cercare di strappare un po’ di decenza, rispetto, empatia e calore dalla società intorno a noi. Abbiamo protestato contro governo dopo governo che erodeva la nostra base scolastica e distruggeva la nostra stabilità lavorativa. Abbiamo stretto i denti attraverso una serie infinita di crisi e difficoltà economiche. Abbiamo iniziato ad alzare davvero la voce sull’imminente crisi climatica. Siamo sopravvissuti allo stillicidio che, dagli Stati Uniti, il trumpismo ha avuto anche da noi. Pride dopo Pride, sciopero dopo sciopero, manifestazione dopo manifestazione, dibattito dopo dibattito. Abbiamo iniziato a vedere i risultati, a guardare la generazione dopo la nostra che finalmente poteva essere un po’ più libera, un po’ più se stessa, che cresceva non già più liberandosi di certi bigottismi e paraocchi, ma senza averli mai davvero indossati. Abbiamo sperato che la coscienza collettiva fosse maturata, che gli estremisti fossero solo una frangia che continuava a fare una guerriglia senza futuro con i suoi Family Day e i suoi slogan sui porti chiusi e i suoi Patti Lateranensi.
Ed eccoci qui, vent’anni dopo, ancora nella miseria più nera, ancora senza un futuro, ancora con crimini d’odio nelle strade senza che si facciano leggi per arginarli, con quell’accozzaglia di neofascisti, filonazisti, integralisti cristiani, ipocriti e terroristi domestici che sono praticamente alle porte di Montecitorio e Palazzo Madama, pronti ad aspettare il ricambio del Governo per impossessarsene perché la maggioranza del nostro popolo probabilmente vorrà quello. Il tutto mentre l’ambiente intorno a noi è sull’orlo della devastazione più totale.

Ora, lungi dal voler affermare che da noi le cose vanno male come in Afghanistan. Non abbiamo le bombe, le sparatorie le abbiamo in casi estremamente eccezionali (a parte gli Stati Uniti), non seppelliamo un caro ogni settimana e mezzo, i nostri estremisti devono sgusciare entro i limiti della legge invece che imporli loro, non abbiamo vissuto la guerra in quanto tale. Non voglio paragonare la svolta autoritaristica e nazionalista dei Paesi occidentali con la devastazione di vent’anni di conflitto miltiare.
Ma questo sentimento di aver combattuto per decenni solo per trovarci punto e accapo ce l’abbiamo anche noi. Forse è per questo che il triste, per quanto prevedibile, epilogo della guerra in Afghanistan ha toccato qualcosa in molti dei miei coetanei. È il senso d’impotenza di fronte a decenni di lotte e sofferenze solo per trovarci, se possibile, a un punto ancora peggiore, con la fine completa di qualunque speranza per il futuro. È pensare che questo stesso malessere esistenziale che anche noi proviamo, i nostri coetanei in Afghanistan ce l’avranno decuplicato, e in una maniera molto più concreta e devastante di quanto, si spera, noi potremo mai conoscere.
 
Siamo cresciuti nell’arco di tempo della guerra in Afghanistan, e la guerra in Afghanistan ha finito col trasformarsi nella triste metafora di tutti i Millennial del mondo.

Thursday, 24 June 2021

Perdonami, Britney

Sono sempre stato troppo cool per Britney Spears.
Fossi stato una ragazza, da adolescente avrei avuto un caso terminale di not like the other girls, e questo ovviamente comprendeva il prendermi troppo sul serio per non ignorare completamente il mondo del pop e il suo gossip. Voglio dire, ascoltavo gli Evanescence, io! Poi grazie a loro ho scoperto i Within Temptation, da lì sono entrato nel tunnel del metal, e il massimo di musica “leggera” che mi concedevo erano i Delerium, di cui comunque preferivo album e canzoni più epici, corali e mistici, mentre non gradivo particolarmente il “troppo pop” Chimera.
Col mondo del pop ovviamente avevo dei riluttanti contatti – YouTube non c’era ancora, quindi dovevo passare i pomeriggi con MTV in sottofondo ai compiti (se e quando li facevo) in attesa che passassero gli Evanescence in mezzo a tutta quella “spazzatura”. Poi ok, avevo un debole per Kylie Minogue e Gwen Stefani, ma non lo davo a vedere, così come avevo messo da parte i CD di Alizée, Avril Lavigne o le Sugababes (anche se nel loro caso era stato il cambio di line up a farmi disinteressare).
Intorno al 2006, poi, il mio pool musicale “serio” si era ampliato con The Open Door e i Delain, poi sono arrivati i The Gathering, col risultato che nel 2007 vivevo largamente nella mia bolla, dove arrivavano a malapena echi lontane del meltdown di Britney Spears.

Con questo, però, non voglio dichiararmi innocente dell’aver contribuito al male collettivo che è stato fatto a Britney. Magari ancora non frequentavo assiduamente internet e non l’ho fatto pubblicamente, ma in privato ai tempi di Toxic le ho fatto tantissimo slutshaming, perché non concepivo che lei fosse famosa solo perché metteva i costumini succinti mentre le vere cantanti, quelle che hanno la voce e si scrivono le canzoni da sole, non lo erano. Chiaramente era tutta questione di sex appeal, che disdicevole! Anzi, lo dicevo pure in russo: “Бритни Спирс это блядь”. Va’ là, che campione della vera musica.
Col senno di poi me ne vergogno molto. Alla fine la mia era solo invidia perché i miei musicisti preferiti non avevano la visibilità e le possibilità di Britney – avrei fatto meglio a fare le mie cose e non pensare proprio a lei, se non mi piaceva.

Fra l’altro, erano gli Anni Duemila e io ero un adolescente: le guerre tra sottoculture erano una cosa reale. Ero “fuori di testa ma diverso da loro” quindici anni prima dei Måneskin, non potevo concepire che “il pop”, ovvero “il mainstream” potesse non essere “il nemico”. Nel 2007 rimasi shockato quando Amy Lee intervenne su EvThreads per condannare un videoclip che un fan aveva fatto montando immagini e video del meltdown di Britney su Everybody’s Fool, ed esprimere solidarietà e sostegno alla collega. Ma come, pensai, Amy era nella posizione di lanciare il “te l’avevo detto” più grande della storia, eppure si mostrava così compassionevole? Fu quello uno delle prime crepe che si aprirono nel mio estremismo musicale, se non ancora ad ascoltare le popstar quantomeno a riconoscere perfino quelle che non mi piacevano come, beh, esseri umani. Esseri umani che non se l’erano cercata, se i paparazzi davano loro la caccia.
Per inciso, Everybody’s Fool è una canzone che parla dello stardom in generale, di quanto distruttivo e ingannevole sia, ma è impossibile non farsi venire in mente un paio di nomi. Anche se l’intento non era di fare slutshaming ma, piuttosto, far capire alle sorelline minori di Amy che lo stardom pop non era genuino sotto tutto il glitter, mi chiedo cosa ne pensi Amy adesso.

In ogni caso, pian piano mi sono dato all’eclettismo musicale, ho imparato a riconoscere che anche nel pop c’è del buono e, col tempo, ho anche acquisito una certa dose di rispetto e simpatia per Britney. Non è una brava cantante, non è (più) chissà che ballerina, ma è pursempre un’icona. È innegabile l’impronta che, costruita a tavolino o no, in playback o no, per meriti non solo suoi o no, ha lasciato sul mondo del pop. E poi, come ebbi già modo di scrivere, apprezzo che non si prenda troppo sul serio e scherzi anche sulle proprie carenze artistiche. Ho persino sei sue canzoni – sei! – sull’iPod, pensate un po’ (paragonate al gran totale di una sola di Laña, ad esempio).
Ed è proprio per questo che, nel giorno in cui è emersa l’inequivocabile verità sullo stato in cui verte la sua vita da quando è sotto la custodia del padre, non posso non sentirmi in colpa per come anch’io ho partecipato al circo perverso che è risultato nel meltdown che l’ha relegata in questa situazione.
 
Certo, posso dirmi di non essere, se non altro, colpevole di aver consumato avidamente e, quindi, foraggiato tutti quei siti e giornali scandalistici che, per fare profitto sulla sua caduta, finivano inevitabilmente per peggiorare la situazione. Non ho cercato maniacalmente le notizie, non ho pagato direttamente né fornito click a quelle pubblicazioni perché, semplicemente, Britney Spears era un argomento troppo al di sotto di me. In un certo senso, la mia arroganza mi ha salvato dall’avere una coscienza ancora più sporca… ma è anche il motivo per cui, in quegli anni, non mi sono mai soffermato a considerare Britney un essere umano e provare empatia nei suoi confronti. Era la sgualdrina che rubava la scena ai miei musicisti, come si permetteva?
E sì, era ormai il 2014, erano passati sette anni, ma ricordo che avevo riso letteralmente fino alle lacrime giocando a 2048 edizione Neyde, in cui ogni nuova mattonella mostrava una Britney sempre più pazza. Giuro, non riuscivo a smettere di giocare né di ridere. Ed è stata una cosa molto crudele che ora rimpiango.

Per cui no, non voglio saltare sul carro del #FreeBritney facendo finta di non aver colpa. Oggettivamene, ne ho meno di molti altri e posso dire di non aver mai mangiato dalle mani di Perez Hilton e quella gentaglia. Ma le ho comunque dato immeritatamente della troia, ho riso di lei e, in generale, ho ignorato la sua umanità. Quando è scappata a Las Vegas per un matrimonio durato quarantott’ore, ho disapprovato la sua superficialità invece che chiedermi se ci fosse un motivo perché si comportava così. Quando l’hanno fatta a pezzi per quella performace sottotono agli MTV Video Music Awards, sapevo che era probabilmente sotto ansiolitici e antidepressivi, ma non ho detto nulla di quanto fosse ingiusto deriderla.
Non so se sia troppo tardi per dire che trovo orribile che sia stata prigioniera di una custodia del genere per tutti questi anni. Non so se sia ipocrita farlo ora, dopo aver fatto parte del rumore di fondo che l’ha fatta crollare, anche se solo nel mio privato. Non so se la vera ragione perché siamo tutti così interessati alle sue vicissitudini giudiziarie è perché speriamo che un lieto fine lavi la nostra coscienza collettiva del male che le abbiamo fatto allora, e che ha continuato a ricevere per tutti questi anni come diretta conseguenza.
In ogni caso, a prescindere da quelle che sono le mie opinioni sulla sua musica, mi dispiace che abbia sofferto, e mi vergogno per il contributo che ho dato. Perdonami, Britney, per non essermi fermato prima a riflettere sull’unica cosa che davvero contava:
Leave Britney alone.
She’s a human
.”

Tuesday, 22 June 2021

Sbattezzo

Oggi ho scaricato e stampato il modulo per lo sbattezzo; domani andrò a spedire la raccomandata. Modulo e istruzioni si trovano comodamente su questa pagina del sito dell’UAAR, l’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti.
Non l’avevo fatto prima un po’ per pigrizia, un po’ per dimenticanza, un po’ perché non cancella né il fatto che io sia stato battezzato senza poter obiettare, né l’irrilevanza che questo battesimo ha poi avuto nella mia vita. Una parte di me lo riteneva un gesto superfluo, forse un po’ infantile, come bloccare qualcuno dopo che smetti di frequentarlo, o forse addirittura una resa, un mio riconoscere che questo battesimo mai cercato un qualche segno l’ha lasciato, sulla mia vita, se lo riconosco il tanto da volerlo “disfare”.
Ma se, arrivati al 2021, la Chiesa punta ancora i piedi e pretende di interferire con la vita istituzionale del mio Paese sventolando un concordato stretto quasi un secolo fa con letteralmente il governo fascista, la cosa smette di essere irrilevante. Richiedere lo sbattezzo non cambierà nulla nella mia vita quotidiana, non cambierà che in una chiesa (l’edificio) ci metto piede solo da appassionato di storia dell’arte, ma voglio prendere anche formalmente le distanze dalla Chiesa, rescindere ogni legame anche solo puramente ipotetico con un’istituzione che va contro ogni insegnamento della figura che finge di venerare.

A prescindere da quanti cavalli io abbia in questa corsa specifica, è inaccettabile che la Santa Sede anche solo pensi di potersi permettere di interferire nella legiferazione di uno Stato sovrano e laico. A maggior ragione quando si tratta di diritti umani.
Normalmente non faccio proselitismo, non ficco più il naso nella religiosità altrui, non ne giudico le scelte di vita, ma a questo giro devo dirlo: IO MI SBATTEZZO; FATELO ANCHE VOI. Se già non frequentate la chiesa, se già siete indifferenti, se già credete ma siete consapevoli che, dovesse anche esistere, Dio non è quest’entità maligna che perpetra l’oppressione, se già siete passati a qualche altra religione ma non avete ancora espletato questa formalità, scaricatevi il modulo, stampatelo, compilatelo e speditelo alla parrocchia di riferimento.
Non è una questione di fede o spiritualità – quelle, se le avete, non spariranno con un pezzo di carta. È una questione meramente politica: un’improvvisa ondata di richieste di sbattezzo sarebbe un segnale preciso che no, Santa Sede, il mio Paese non si tocca. Giù le mani. Ed è raro che mi salga il pattriotismo, ma a questo giro non posso fare altrimenti: il tempo e i soldi che spreco a spedire una raccomandata non sono nulla di fronte a vedere la mia dignità di cittadino laico di uno Stato laico calpestata così da un’istituzione che chiaramente ha dimenticato che ci sono certi limiti che non può più permettersi di oltrepassare.

Thursday, 27 May 2021

Una lenta lettura

Ho appena finito di leggere The Red Flame, il libro di Karen Elson. Che mi avevano regalato per Natale ed era arrivato giusto in tempo per Capodanno. Oltre cinque mesi e mezzo fa. Duecentoventiquattro pagine di cui buona parte fotografie e le altre stampate in grande e con abbondante interlinea. Iniziato la sera stessa della consegna.
Oh boy.
E, onestamente, non so nemmeno quanto ciò abbia a che fare col fatto che dall’anno scorto ho un “blocco del lettore” – quel fenomeno per cui chi un tempo era un avido lettore non riesce più a leggere nulla. Di sicuro ha contribuito anche quello, ma la verità è che l’autobiografia di una supermodella non è poi la lettura leggera e disimpegnata che ci si potrebbe aspettare.

Il libro me lo sono fatto regalare per diversi motivi: perché nel corso della sua pluriventennale carriera Karen ha lavorato con tutti i miei fotografi preferiti, quindi le foto di accompagnamento ai testi sono fantastiche; perché sono una sua fangirl in generale (curiosamente a partire dalla sua musica, non dal suo lavoro come modella) e mi fa piacere contribuire al successo dell’iniziativa; e perché è una persona davvero fantastica, sempre in prima linea nel cercare di migliorare la società intorno a lei, a partire dal mondo della moda ma continuando anche con ingiustizie sociali più generali.
 
Perché, quindi, ci ho messo mesi per leggerlo tutto? In parte perché per me era diventato un rituale: trattandosi di stampe pregiate, mi assicuravo sempre di avere le mani impeccabilmente pulite e sgrassate in modo da non lasciare tracce mentre lo maneggiavo, e poi contemplavo ciascuna foto con devozione. In parte perché, come ho accennato, è stata una lettura tutt’altro che leggera.
Karen è una donna estremamente resiliente ma ne ha passate tante, a partire dall’essere una outsider a scuola – cosa assurda, perché seriamente, come ti permetti tu, anonima cavalla adolescente coi denti storti di Manchester, di bullizzare The Karen Elson? Dovevi saper già che sarebbe diventata qualcuno! – fino alle angherie che ha subito una volta entrata nel mondo della moda. Agli esordi e non.
Se il mondo della moda vive di oggettivizzazione delle persone, specie delle donne, le modelle sono quelle che subiscono maggiormente questa pressione. Hai letteralmente mezzo centimetro in più rispetto alla taglia sample che sta stretta anche ai manichini? Devi beccarti un disturbo alimentare per tornare “in linea”, altrimenti non puoi lavorare. Leggere di una stanza di pollicioni italiani di mezza età che la trattano come un pezzo di carne tagliato male al mercato è stato davvero snervante, così come apprendere di quante volte la sua sicurezza in viaggio o negli spostamenti sia stata derubricata a fattore di poco conto e lei se la sia dovuta cavare da sola.
Fra l’altro, parlando in generale, si tende ad avere pochissima empatia verso le persone del mondo dello spettacolo – a maggior ragione le modelle, che non solo sono donne, ma non hanno nessun valore oltre la bellezza. Se subiscono pressioni, angherie e maltrattamenti nel lavoro, quasi quasi se la sono cercata in cambio della fama che ne ricavano. E questo è sbagliatissimo, perché fa parte della stessa cultura capitalista di deumanizzazione e sfruttamento dei dipendenti che subisce chiunque, dalle fabbriche ai ristoranti, dagli alberghi ai trasporti, dagli uffici alle passerelle di moda e i set dei film. Scegliere un lavoro legato allo spettacolo o alla moda – lavoro il cui prodotto, diciamolo in chiaro, è l’unica consolazione che abbiamo nelle nostre orribili vite – non significa scegliere di essere abusati, né più né meno che scegliere un lavoro in fabbrica significa scegliere di rischiare di farsi stritolare da qualche macchinario non a norma. Basta con i doppi standard.
 
A parte questo, è stato stranissimo trovare così tante similitudini tra il mio vissuto e quello di una persona di successo che ammiro così tanto. Il bullismo, il body shaming, i dubbi, la sindrome dell’impostore…
Ed è una cosa che non solo mi ispira empatia e mi spinge a voler essere migliore e combattere alcuni pregiudizi internalizzati che ho, ma che mi dà anche un po’ di speranza che, nel mio piccolo, possa trovare la mia fiammella personale, magari verde, e raddrizzare un po’ la mia vita.
Grazie, Karen.

Saturday, 1 May 2021

A Millennial’s love letter to skinny jeans

Giusto oggi, grazie a un video di Mina Le, ho scoperto che c’è una faida tra i milennial e gli zoomer circa la forma dei jeans. Inevitabilmente, un po’ come vent’anni fa era per i jeans a vita alta, la moda è andata avanti e gli skinny sono visti dalle nuove leve come datati, indossati da quelli che ai miei tempi erano chiamati “i grezzi”, ormai un residuo di epoche passate. E a quanto pare la cosa è diventata una vera e propria guerra social con botta e risposta piuttosto brutali da entrambi i campi.
A parte che trovo assurdo che millennial e zoomer lottino tra loro quando c’è il nemico comune che sono i boomer e i vecchi gen-x (o forse non voglio accettare che i gggiovani mi vedano per il vecchio bacucco che sono), mentre ascoltavo le opinioni di Mina, che è una zoomer, mi sono reso conto che il succo del discorso è che gli zoomer hanno verso i jeans skinny lo stesso disturbo da stress post-traumatico che la mia generazione ha verso i jeans larghi e a vita bassa. Ovvero: prova a sopravvivere alle medie e superiori indossando quella roba.
E pur con le differenze del caso, capisco perfettamente il sentimento: in alcune circostanze, i jeans skinny non sono il massimo della comodità – specie se, come per i pantaloni larghi, si tende verso l’estremo del trend. In più, i ragazzini sono mostri, ed essere costantemente esposti al giudizio e ludibrio per quei capi porta inevitabilmente a odiarli.
 
A part quello, però, i jeans baggy degli Anni Duemila sono stati un incubo già solo a livello logistico: la combinazione tra larghezza, mancanza di struttura e vita bassa faceva sì che sui miei fianchi magri non stessero su nemmeno con un miracolo. Il cavallo penzolante peggiorava ulteriormente la situazione, così come le zampe d’elefante, che s’impigliavano di continuo sotto i tacchi delle scarpe e tiravano il tutto ancora più giù. A dare il colpo di grazia, la stupida moda delle cinture militari, le cui fibbie non reggevano nulla, specie stando sempre in tensione all’altezza del bacino, col risultato che la cintura cedeva lentamente e i pantaloni continuavano ad aver bisogno di essere riaggiustati ogni tre secondi. Giuro, se ripenso alle medie e ai primi anni delle superiori, il ricordo è di una lotta costante e continua contro i jeans.

Ma peggio ancora, quei pantaloni brutti, quelle felpe enormi, quelle magliette sformate cadevano malissimo su un corpo che la pressione sociale dei miei coetanei mi aveva insegnato a odiare. Già ero minuto, in tutta quella stoffa inutile scomparivo. E sempre la stessa pressione sociale mi toglieva qualunque alternativa, perché i vestiti stretti erano considerati “grezzi”, da sfigati, se non addirittura – tenetevi forte – da finocchi. Non scherzo, il disprezzo che avevo sentito nella voce di chi una volta mi aveva detto che i pantaloni stretti sono “da frufrù” aveva lasciato un’impressione profonda nel me adolescente, che ancora nemmeno si rendeva conto di esserlo davvero, “frufrù”.

Onestamente, passare ai jeans skinny e, in generale, all’abbigliamento form-fitting è stata una vera rinascita. E non solo perché, finalmente, le nuove taglie più strette mi stavano, ma proprio a livello concettuale. E sì, è concisa con due cose fondamentali: da una parte, con la mia presa di coscienza sulla mia sessualità, quindi sicuramente c’è anche stato un elemento di riappropriazione dei “pantaloni da frufrù”; dall’altra, col mio trasferimento via dalla Sardegna, che mi ha fatto associare quella sensazione di libertà alla nuova moda (per quanto ai tempi fossi più orientato al goth andante che a ciò che succedeva nel “mainstream”).
Ma principalmente era proprio l’idea che quei vestiti mi permettessero di mettermi in mostra senza però esagerare. È significato accettare e celebrare il mio corpo, vedere la snellezza come un punto di forza da valorizzare, non come qualcosa di cui vergognarmi, laddove percepivo la moda loose come un costante nascondermi.
I jeans attillati sono stati il mio momento di empowerment, ed è per questo che li amerò sempre e non intendo rinunciarvi, anche a costo di farmi dare del “grezzo” (o qualunque sia l’equivalente attuale del termine) dalle nuove generazioni. Lascio che abbiano i loro momenti di empowerment sartoriale e mi tengo i miei.

Thursday, 14 January 2021

Quando il meme non fa più ridere

Ho appena letto un articolo su Elizabeth from Knoxville, Tennessee, in cui la chiamavano “la manifestante che brandiva una cipolla”.
Nonostante avessi guardato e riguardato il video perché per me era già il meme dell’anno, non ho colto subito il riferimento. Osservandolo meglio, mi sono accorto che quello che avevo pensato fosse un asciugamano bagnato con cui Elizabeth si tamponava la faccia perché, pora stella, le avevano spruzzato lo spray al peperoncino in faccia mentre tentava di fare la rivoluzioneh!, in realtà conteneva una cipolla.
In sostanza, mentre piagnucolava in camera che non le avevano lasciato fare quel che le pareva, si stava strofinando la cipolla sugli occhi per rendere credibile la storia di essere stata peperonata.

E niente, il meme non fa più ridere.
Perché il divertimento era tutto nell’incredulità di Elizabeth, nel fatto che sembrasse non capire perché mai le avessero spruzzato il peperoncino in faccia mentre compiva un reato federale, che fosse talmente entitled da pensare che fosse ok prendere d’assalto il Campidoglio solo perché non era d’accoro col risultato elettorale, e che fosse addirittura offesa che la legge non fosse dalla sua.
Ecco: se invece ha finto tutto, la musica cambia. Ciò che emerge non è più una ragazzina viziata che non capisce perché la maestra non la lascia uscire da scuola all’ora che vuole, ma una stronza che sa di potersi permettere di fingere che la polizia sia stata brutale perché, conscia del suo privilegio in quanto bianca, è sicura che non le capiterebbe mai per davvero.
Improvvisamente, l’intera situazione è diventata grottesca ma non in senso buffo. Elizabeth from Knoxville, Tennessee, non è più divertente, è disgustosa.

C’è poi anche lo Sciamano del Campidoglio e la copertura mediatica che la stampa nostrana gli ha riservato. Per i giornali americani è Jacob Chansley, mentre i giornali italiani si sono subito fiondati su “Jake Angeli”, calcando la mano sulla sua presunta ascendenza italiana, definendolo in alcuni casi italo-americano nonostante nelle fonti in inglese non abbia trovato nulla di simile. Tuttora non è chiaro e se “Angeli” sia un nome d’arte, quello della madre, del padre, del patrigno o cosa (le fonti sono in disaccordo), quindi forse un po’ di prudenza non sarebbe stata una cattiva idea.
Qualunque sia la verità, comunque, è vero che l’idea dell’imbecille italo-americano col costumino con le corna si presta bene alla battuta sul leghista confuso che, da Pontida, è finito a Washington DC a fangirlare Trump ancora agghindato a festa. Ma come ha giustamente fatto notare Katia, fa meno ridere quando a lanciare l’aggettivo “italiano” sul primo imbecille che spopola sul web sia la stessa gente che ancora fa finta che non siano italiani i figli di stranieri nati e cresciuti qui, che hanno frequentato le scuole qui e parlano con l’inflessione della regione in cui sono vissuti tutta la vita.

Forse però è meglio così. Forse il ceffone della falsità di Elizabeth from Knoxville, Tennessee, mi serviva per smettere di ridere come uno scemo e prendere sul serio la situazione penosa in cui versa la nostra società se è capace di produrre simili fenomeni. Anche perché non bisogna mai dimenticare, ad esempio, il fiasco di Io Sono Giorgia: nata come satira tagliente, ha finito col normalizzare la figura di quel mostro, renderla giocosa, quasi simpatica, trasformarsi in un jingle prontamente sfruttato da lei e il suo partito per aumentare la sua popolarità. Forse anche Elizabeth from Knoxville, Tennessee, e Jake Angeli dovrebbero rimanere nella coscienza collettiva per i mostri che sono, non come gli inoffensivi giullari che vorremmo che fossero.

Monday, 11 January 2021

Assistere a un evento di portata storica

Devo ammettere che l’idea di aver assistito a un altro evento della portata dell’11 settembre ancora non si è del tutto depositata nella mia mente: l’ho presa abbastanza sul ridere, sul faceto.
Forse è perché il numero contenuto di vittime rispetto a quella volta inganna sulle proporzioni, forse perché, dopo tutto ciò che è successo nel giro degli ultimi dodici mesi, ormai nulla sembra più improbabile. Forse è perché non erano i miei due grattaceli newyorkesi preferiti, o forse perché nessuno si aspetterebbe di inanellare due eventi del genere di fila nel corso della propria vita. Ma è tutto così distante e ovattato che mi viene da accettarlo senza obiezioni come si fa con gli eventi assurdi in sogno: per qualche strano motivo, seguono la logica del mondo onirico e quindi ovvio che accadano così, duh.
Al momento l’intera faccenda è più che altro una fonte d’intrattenimento su Twitter, dove la gente che seguo (per lo più attori, musicisti e artisti, per lo più americani) ovviamente non parla d’altro; il mio contributo al discorso consiste nel lanciare frecciate, tipo sottolineare che la gente che sbraita “Make America great again!” è la stessa che ha dimostrato che gli Stati Uniti sono un Paese nei cui palazzi governativi chiunque può entrare come nulla fosse, o ironizzarci sopra, ad esempio vantarmi di aver avuto ragione, l’anno scorso, quando avevo detto che lasciare che i follower di Trump seguissero il suo consiglio di iniettarsi la varechina nelle vene era una soluzione – a un problema diverso dal covid, ma comunque una soluzione.

Il motivo per cui sto scrivendo questo post è proprio per fermarmi un attimo, mettere lo snark da parte e cercare di spacchettare quello che è successo per trarre qualche conclusione.
Ad esempio, la disorganizzazione del colpo di stato la dice lunga sulla mentalità di chi vi ha partecipato. O meglio, un’organizzazione di fondo c’è stata – il raduno stesso in primis, ma anche i dettagli sempre più orribili che stanno venendo a galla, tipo le fascette di plastica per sequestrare i membri del congresso, gli agenti collusi, i repubblicani che hanno fatto entrare la gente a studiare il luogo. La disorganizzazione a cui mi riferisco è altra: sono andati lì a volto scoperto, con telefoni e altri dispositivi che permettevano il tracciamento, spesso addirittura postando su internet le prove di aver partecipato a un crimine federale di massa, convinti che bastasse entrare in Campidoglio, fare la voce grossa, sequestrare qualche politico e impiccarne qualcun altro sulla pubblica pubblica piazza perché Trump rimanesse al potere.
Hanno dato per scontato che le forze dell’ordine e l’esercito fossero dalla loro parte, che nessun ufficiale avrebbe reagito e che, male che andasse, l’avrebbero fatta franca comunque. E ora sono shoccati – shoccati! – che l’FBI li stia rintracciando uno ad uno.

È forse questo il lato della vicenda che mi terrorizza di più spingendomi a cercare a tutti i costi di riderci sopra: che una fetta di popolazione di uno Stato socialmente avanzato sia così scollata dalla realtà da credere di poter fare quel che vuole senza alcuna conseguenza. A questo giro erano i Democratici in congresso, al prossimo ci passerà sotto qualsiasi altra categoria di persone. E dato che ciò che succede negli Stati Uniti purtroppo finisce per avvelenare pure noi oltreoceano, inizio a temere seriamente per l’integrità della società in cui vivo.

Tuesday, 5 January 2021

Pasta indigesta

Nonostante l’impatto per niente positivo che ha avuto sul resto della mia vita, c’è una cosa di sono davvero grato alla Ziaccia.
In fondo alla via dove abitavamo sia noi che lei c’era una di quelle cassette grigie per i contatori elettrici; la via finiva in un incrocio a T quindi, risalendo la strada, questa cassetta stava proprio di fronte per tutta la lieve salita e si vedeva perfettamente.
Avrò avuto sì e no quattro anni: qualcuno aveva disegnato con la vernice a spruzzo nera una svastica su questa cassetta elettrica. Un pomeriggio io, che ovviamente non sapevo cosa fosse questo simbolo, ero a casa della zia, avevo carta e penna in mano per disegnare, e riprodussi la svastica.
Ho solo flash di quello che è successo dopo e, probabilmente, la mia memoria di bambino l’avrà drammatizzato più del dovuto, ma ricordo che la Ziaccia si teneva il petto e, con voce agonizzante, ripeteva: “Per carità, per carità, non voglio nemmeno vederlo, questo simbolo! Solo a vederlo mi sento male!”. La cosa che mi colpì fu che non era arrabbiata, men che meno con me. Non mi ha sgridato, non mi ha punito, era semplicemente atterrita.
Poi lei (quando si è calmata), mio padre e la Mater mi hanno spiegato insieme, a grandi linee, cosa fosse una svastica: che era il simbolo usato dai fascisti, che erano stati persone davvero cattive che avevano fatto delle cose terribili. Ma nonostante quella spiegazione, nonostante ciò che negli anni successivi ho studiato, i monumenti che ho visitato, i documentari che ho visto, le testimonianze che ho sentito, ciò che mi è rimasto più impresso circa il nazi-fascismo è la reazione della Ziaccia (che, essendo nata nel 1933, la guerra l’ha vissuta e nemmeno troppo da piccola): solo vedere il simbolo l’aveva letteralmente fatta sentire male. Avete presente Maria Von Trapp quando vede la spilla di Hans in Cantiamo Insieme? Ecco.
Le sono grato, dicevo, perché oltre al livello conscio, alla consapevolezza razionale dell’orrore che sono stati il nazismo e il fascismo, la sua uscita ha cementato nel mio subconscio il tabù assoluto del nazi-fascismo: fin da piccolo, ho imparato a considerarlo un argomento serio, terribile, da non prendere alla leggera, da non usare come battuta e da non riportare mai più in vita nel presente. Addirittura, vedere le svastiche in film o serie tv ambientati in quel periodo mi mette a disagio – probabilmente è proprio la consapevolezza che quel simbolo è stato riprodotto oggi negli oggetti di scena, per quanto a livello conscio io sappia che è una necessità di accuratezza storica e il framing condanna senza ambiguità il nazismo.

Tutta questa premessa, ovviamente, l’ho fatta per arrivare a lei, la pasta Molisana dal gusto coloniale e sapore littorio.
Credo che questo sia l’unico caso in cui mai dirò: dovrebbero esserci più Ziacce al mondo. O, per lo meno, più persone che, da piccole, hanno visto qualche parente avere un attacco di PTSD ancora cinquant’anni dopo di fronte a una svastica o un fascio littorio: forse avrebbero interiorizzato anche loro quanto profondamente il nazi-fascismo abbia ferito la psiche collettiva di chi l’ha vissuto davvero.
Non ci sono scuse. Non è un problema di marketing, non è colpa di una compagnia esterna, non è un errore in buona fede: il problema non è solo di chi ha scritto e pubblicato quel testo, ma è partito con chi ha pensato bene di recuperare i nomi del periodo fascista quando, per loro stessa ammissione, ci sono alternative, e si è esteso a tutti i gradi intermedi, tutti quelli che hanno approvato l’idea, disegnato i pacchi di pasta, supervisionato la produzione. È terribile che fra tutte quelle persone nessuno abbia avuto una zia anziana che ha impresso loro la gravità e la serietà di giocare col fascismo, che non esiste “non farlo apposta”, tanto meno farlo apposta perché non lo si ritiene chissà che problema.

Naturalmente, sono molto soddisfatto del putiferio mediatico che si è sollevato e faccio del mio meglio per alimentarlo. Non perché speri di vedere la Pasta Molisana in ginocchio pronta a dichiarare bancarotta, ma perché voglio che diventi un esempio. Voglio che sia chiaro a tutti che il fascismo non è una buona strategia di marketing, che per dieci deficienti che sono pronti a comprare il prodotto per la fiaschetta di olio di ricino in omaggio, mille sono ancora consapevoli che il fascismo è tabù.
Ricordo ancora, ad esempio, il putiferio che si era scatenato quando Barilla fece quel commento sulla famiglia tradizionale – tant’è che per un periodo ho utilizzato ironicamente “La Famiglia Barilla” per riferirmi a quell’agglomerato di disfunzionalità che è il mio clan allargato. Ebbene, Barilla è forse fallita? No, è ancora indisturbata su tutti gli scaffali ma, da allora, perfino in Italia ci si è guardati bene dal fare uscite del genere e, se anche non si sono incluse famiglie omosessuali nel marketing, per lo meno non le si è apertamente blastate (beh, a parte Stefano Dolce, ma quello non ci sta con la testa).
Il backlash funziona eccome, quindi è giusto implementarlo di fronte a casi così eclatanti: ormai è da troppo che si tenta di normalizzare il fascismo, è ora di riprendere la lotta dura e intransigente per ricacciarlo nelle fogne a cui appartiene con ogni mezzo a disposizione.

Sunday, 27 December 2020

Counting my blessings

Sono uno che odia profondamente la gara della sofferenza: sentirmi dire che c’è chi sta messo peggio di me non mi dà nessuna consolazione, non risolve i miei attuali problemi e, anzi, mi fa sentire delegittimato nelle mie emozioni. Il che aggiunge, al disagio che già provo per il problema in sé, rabbia nei confronti di chi usa il luogo comune.
A volte, però, non guasta rimettere le cose un po’ in prospettiva quando il paragone nasce spontaneamente – perfino quando questa arriva dritto dalle app di dating.

Dato che la Sardegna è praticamente il deserto, specie con i filtri stringenti che metto io, mi capita di scrollare l’elenco di PlanetRomeo fino ad arrivare non solo in zona Roma ma, dato che l’aera di ricerca non è una linea ma un cerchio, addirittura in Tunisia e Algeria.
Ho notato che, come nelle varie zone d’Italia, anche dall’altra parte del Mediterraneo i profili tendono ad avere motivi ricorrenti su base geografica: quelli tunisini e algerini sono la non-impersonazione di celebrità. In sostanza, stando all’elenco di Romeo, il Nordafrica sarebbe pieno di adoni da calendario, attori più o meno famosi, modelli di Vogue Hommes e altri esemplari di manzi che improvvisamente hanno deciso di andare in vacanza da quelle parti, imparare la lingua locale e… oh, no, se non altro buona parte di questi utenti scrive, in inglese o francese, che la foto non è loro.

Inutile dirlo, i profili fake sono tutt’altro che un fenomeno unico di lì, eh: qui in Sardegna una volta ho trovato un presunto Matthew Djordjevic; a Trieste mi è capitato un Richard Madden che, quando gli ho dovuto spiegare le frecciate a tema Game of Thrones (non sapeva nemmeno chi fosse il suo “prestavolto”!), mia ha assicurato di essere “più bello” di Richard (“E chi sei, allora, Natalie Dormer?”).
Ma ci sono differenze: per prima la diffusione capillare, per seconda l’ammissione immediata di non essere loro in foto. Perché solitamente, quando uno si finge più o meno maldestramente un quarto di manzo, lo scopo dell’illusione è farsi mandare nudes dal malcapitato di turno: sapere già in partenza che la foto è falsa non dispone alla fiducia.
Quindi non posso fare a meno di chiedermi: cosa li spinge a fare una cosa del genere?

Di sicuro il bisogno di anonimato: date le circostanze socio-politiche e legali, dichiararsi è impossibile. E no, non è un’esagerazione o uno stereotipo inventato da noi Occidentali: ho chattato con un ragazzo tunisino e se n’è lamentato ampiamente.
Il compromesso fra nascondersi e assecondare il desiderio è quindi entrare in chat nella maniera più anonima possibile. Ma per quello basterebbe un petto decapitato, un paesaggio o qualche altra immagine randomica, come è costume diffuso qui in Sardegna. (L’opzione di non mettere nulla è più adatta a Grindr, dove il filtro foto è limitato al pacchetto premium, mentre PlanetRomeo permette di non far comparire in elenco i profili senza foto anche in versione base).
Ciò però non spiega un trend così specifico – la foto altrui, ma subito smentita. Purtroppo, il mio conoscente aveva come immagine un disegno esoterico, quindi non ho potuto chiedergli come ragionino i finti manzi magrebini e posso solo tirare a indovinare.
 
Certo, un bell’uomo cattura lo sguardo più dell’ennesimo tramonto sul mare e attira, quindi, più visite. Ma né quello né la semplice voglia di farsi mandare nudes, che sicuramente è un altro fattore, bastano: come dicevo, i finiti Richard Madden nostrani fanno orecchie da mercante quando si fa notare la loro menzogna, men che meno ammetterebbero subito di non essere loro in foto.
Temo che in questo caso si tratti del desiderio di essere qualcun altro – o, più specificamente, il desiderio di non essere se stessi. Forse più ancora che voler attirare gli sguardi o fingersi alti, col fisico scolpito e i lineamenti cesellati, la foto profilo dichiaratamente falsa è una fantasia, un what could have been. È un desiderio di evasione, di essere un uomo più libero e meno odiato – perché subire tutta questa repressione, alla lunga, avvelena anche lo spirito più anticonformista che lotta per sentirsi in pace con se stesso.
Normalmente, i fake mi fanno arrabbiare – principalmente perché mi sento insultato nell’intelligenza se pensano che ci caschi. In questo caso, però, mi suscitano empatia: dev’essere davvero brutto vivere col desiderio inconscio non di avere un’esistenza migliore, ma di essere proprio qualcun altro, finire con l’assorbire un tale rifiuto verso se stessi che l’unica soluzione è proprio annullarsi e immaginarsi una persona del tutto diversa – perché di nuovo, la finzione non è a danno del visitatore, per lui è chiara e tonda.

Come dicevo, che gli altri abbiano problemi peggiori non risolve i miei, ma a volte rimettere le cose in prospettiva aiuta ad apprezzare meglio ciò che si ha. Per quanto anch’io abbia problemi di autostima, non sono così radicati da farmi immaginare di essere una persona del tutto diversa, e in questo sono fortunato. Sono fortunato per essere cresciuto in un ambiente in cui sì, essere un adolescente gay era difficile, ma non mi ha lasciato traumatizzato così profondamente.

Monday, 14 December 2020

Una frustrante passeggiata al sole

Oggi è la prima giornata di bel tempo da settimane a questa parte: fa tiepido, è soleggiato, non c’è vento, è estremamente gradevole. La Niantic ha deciso di organizzare l’ennesimo evento in Pokémon Go, così io e la Mater abbiamo pensato di fare un breve giro per raidare, metterci in palestra e portare avanti la missione speciale. Fra l’altro, nei giorni scorsi avevo un colossale brufolo sulla punta del naso, di quelli sottocutanei cattivissimi, che si gonfiano, fanno male ma non riescono a spurgare in nessuna maniera: l’ho dovuto trattare con una pomata sovietica dalla formula segreta (teorizzo sia a base di muffe radioattive dal sarcofago del reattore di Chernobyl) che l’ha fatto sgonfiare e maturare in tempi record, ma prima avevo l’intera punta del naso gonfia e rossa, proprio a mo’ di pagliaccio, e la mia autostima era sotto le scarpe. Il fatto che oggi per la prima volta mi sia visto anche senza alone rosso ha fatto miracoli per la mia autostima e mi ha convinto a uscire.
Non che facesse chissà che differenza, comunque: il naso non si vedeva perché quando esco indosso sempre la maschera.
IO.

Come passeggiata è molto frustrante perché ho constatato che, andando verso il Balaguer, più della metà delle persone non indossava la mascherina. Qualcuno la “indossava” sul mento, ma molta più gente non l’aveva proprio in faccia, nemmeno per far finta di tirarla su quando incrociano qualcuno.
Beh, ho deciso di lasciare la passivo-aggressività libera, commentando più volte ad alta voce alla Mater che, a quanto pare, il lockdown ce lo meritiamo davvero, o che quei coglioni sono gli stessi che poi si lagnano senza fine quando finiscono rinchiusi in casa. La Mater ci è andata ancora meno per il sottile: “Poi si ammalano, si aggravano, crepano e la famiglia fa causa all’ospedale per negligenza, quando se la sono semplicemente cercata”. Uno sportello sbattuto con forza alle nostre spalle ha annunciato che dopo il nostro passaggio la signora seduta sulla panchina con la madre anziana è andata in macchina a recuperare le mascherine e indossarle. Evidentemente, per quanto stizzita, si è resa conto che non avevamo tutti i torti.
 
La cosa mi ha urtato non poco. Ormai sono abituato a portare la mascherina e, per la maggior parte, quasi non ci faccio caso, ma ciò non significa che sia gradevole, facile o comodo; se posso farlo io, può farlo chiunque.
Fra l’altro, ricordate il sogno in cui avevo dimenticato la mascherina? È diventato il mio nuovo incubo ricorrente: sto andando da qualche parte, a metà strada mi accorgo di non averla, ma a quel punto è troppo tardi per tornare a casa a metterla, quindi non so che fare. Lo scenadio è di volta in volta sempre leggermente diverso, ma sono già sei o sette volte che ricordo di aver fatto qusto sogno.
E sì, probabilmente sentire la responsabilità di non peggiorare la situazione perfino in sogno è un po’ eccessivo, ma mi rende ancora più indigesta la gente che invece ignora la propria.
 
On a side note, oggi mi sono reso conto di quanto io non sia pronto al vaccino. Non sono pronto a sentire le lagne di chi vorrebbe che questa situazione finisse ma “nOn SaPpIaMo CoSa Ci MeTtOnO dEnTrO”, chi non vorrà farlo per puro spirito di contraddizione, per sentirsi il più furbo e intelligente di tutti perché ha scoperto il complotto, perché è più facile lagnarsi che impegnarsi a contribuire alla soluzione. Prevedo mesi di blast attivo ovunque, perché c’è un limite a quanto disprezzo si può provare prima che tracimi.

Friday, 20 November 2020

Supplemento al discorso sulla mascherina a rete

Inizialmente era nato come edit per aggiornare il precedente post in cui ne parlavo, ma dato che ci sono stati ulteriori sviluppi, ennesimo post su quanto fa schifo Laña del Rey, y'all. 
Andiamo con ordine.
 
Nell'edit del 3 ottobre, notavo come, a quanto pare, quella della mascherina a rete non fosse solo uno styling opinabile per lo shoot, visto che la nostra cara Laña l'ha indossata anche a un meet and greet con i fan.
Vero, il virus non sopravvive più di due-tre giorni sulla plastica, troppo poco per far ammalare Laña, quindi a lei che frega; ma a differenza sua, i fan non sono all'80% non biodegradabili, quindi perché metterli a rischio solo per fare la fashionista edgy?
Con buona pace della controargomentazione al mio rant precedente che le copertine delle riviste non sono indicative delle scelte stilistiche e di vita delle persone ritratte.
 
17 novembre: un mese e mezzo dopo, Laña si sveglia dal letargo e twitta con sufficienza in risposta a un articolo che ne parla, dicendo che la mascherina aveva dentro uno strato di plastica, cosa che gli stilisti fanno comunemente di questi tempi. Tralasciando le ovvie difficoltà logistiche di inspirare attraverso un foglio di cellophane, a me risulta che espirando la plastica si appanni, cosa che decisamente non accade nella foto. Che si immagini di avere plastica in quell'area sarebbe anche un erorre scusabile, considerando che è abituata ad averne a quintali nelle labbra, ma purtroppo quella non protegge i fan dal virus.
Ciliegina sulla torta, un fan le fa notare che ci ha messo un po' troppo, a rispondere alla controversia, e lei ribatte che è troppo impegnata a scrivere non uno ma ben due album e donare milioni in giro per la nazione. Roba che Laña, tesoro, in primo luogo tiratela di meno, in secondo senza offesa, ma nel tuo caso rispondere ai tweet è tempo meno sprecato che a scrivere quella porcheria che chiami musica.
 
19 novembre: Un fan pubblica una foto con lei. Indovinate chi dei due non indossa la mascherina.
Ci sono altri dubbi che siano solo sfortunate coincidenze e in realtà sia in buona fede e prenda la pandemia sul serio?

E niente. Ci sono momenti in cui quasi quasi inizio a pensare di avere torto. Di essere io quello che non capisce Laña, il suo inestimabile valore come cantautrice, la finezza e intelligenza del personaggio che si è creata, e lo splendore della persona che è a riflettori spenti. È difficile essere una delle poche persone che vedono solo una donna priva sia di talento sia di qualsiasi valore morale e personale mentre il resto della critica è abbagliata dalla sua luce sfavillante e dalla magnificenza della sua opera.
Poi magari è vero: magari in realtà è un colossale troll che ci sta prendendo tutti per il culo, e io che mi ci arrabbio sono altrettanto pollo di quelli che ci cascano con tutte le scarpe nel credere che sia un'artista di talento.
Del resto, qualche settimana fa ho interrotto bruscamente un cauto flirt (e ogni comunicazione) con un suo fan quando mi sono reso conto che, dopo tre giorni di discussione accesa, stava semplicemente tirando roba a caso per vedere cosa restava appiccicato e cosa no perché tanto “non sappiamo nulla, tutto è una contraddizione, niente è serio”: chiaramente, finiti gli argomenti è passato a trollarmi parafrasando la bio di Twitter di Laña.
Ecco, magari Laña del Rey e i suoi fan più accaniti sono come The Lady di Lori Del Santo, sulla cui vera natura le persone si interrogano tuttora: un autentico cassonetto in fiamme o una sottilissima e intelligentissima satira del mondo delle celebrità?
Nel dubbio, per me Laña resta quella maledetta stronza che ha lavato due gattini col bagnoschiuma.

Tuesday, 10 November 2020

No holds barred

Possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma essere un gay di destra significa che il tuo odio per gli altri è più forte del tuo amore per te stesso.”
Come da post precedente, la vittoria di Biden alle elezioni americane mi ha ringalluzzito parecchio e in questi giorni non la sto mandando a dire agli scagnozzi di destra che mi capitano a tiro. Questo è un commento che ho fatto su un articolo in cui si parlava di alcune povere vittime di Sindrome di Stoccolma gay storicamente conservatori, e la risposta non è tardata (capitalizzazione e punteggiatura liberamente corrette da me).
“Ma non è vero! Voi continuate a confondere ‘essere gay e pensarla su temi geopolitici, di interesse nazionale ecc’ come la destra con ‘essere un gay che la pensa come la destra italiana attuale sui temi gay’!”
Ora, avrei potuto limitarmi a far notare in maniera concisa che poco importa se sei in disaccordo con le politiche della destra circa la comunità LGBTQ+, se continui a votarli a) dai loro il potere di attuarle e b) dimostri che quella questione, che pure ti riguarda da vicino, è per te meno importante di altre politiche che, essendo di destra, sono esclusive e non inclusive.
Ma dato che ero in vena d’infierire, ho deciso di sviscerare il discorso molto più nel dettaglio, no holds barred.
“No, Tizio, quello che ho detto è un’altra cosa: essere un gay di destra significa odiare talmente tanto qualcun altro (partiamo dagli immigrati, soprattutto quelli non bianchi, ma pian piano scaliamo la lista fino agli Ebrei, poi gli Europei dell’Est, il vicino d’Oltralpe e, spesso e volentieri, anche quello della regione accanto) da essere disposti a privarsi di alcuni diritti fondamentali, in quanto gay, pur di far sì di toglierli a loro. 
Significa essere talmente terrorizzati dal cambiamento e insicuri del proprio valore sociale che la sola idea di dare un punto di partenza equo agli altri diventa ripugnante, sia mai che, con le stesse possibilità, si dimostrino più capaci di noi. 
Significa essere talmente persi di fronte all’idea di un mondo in cambiamento, sempre più interconnesso, da aggrapparsi a quest’idea anacronistica di un’Italia (Francia, Austria, Germania, Polonia, Ungheria) forte, autosifficiente e pronta a tornare ai fasti del passato quando in realtà ciascuna nazione europea, presa da sola, conta talmente poco che con l’alzarsi delle tariffe statunitensi alcuni farmaci sono stati ritirati dalla sanità pubblica perché costavano troppo. Questo di fronte a un’azienda privata, figurarsi di fronte alle vere potenze mondiali. 
 
No, non ho mai detto che un gay di destra odia gli altri gay. È solo che la felicità e la possibilità di autodeterminazione di se stesso e degli altri gay diventano danno collaterale, il prezzo da pagare pur di negare i diritti ad altri gruppi sociali e continuare ad aggrapparsi a questa fantasia di grandezza perduta da riconquistare. 
Vivere così, cedendo alla paura e cercando il male altrui anche a discapito del proprio benessere, è davvero triste.”
Questa risposta mi è valsa un “comunista vecchio stampo, proprio da Festa dell’Unità” da parte di un altro utonto di passaggio (e pensa se avessi parlato di redistribuzione del reddito tramite tassazione spietata dei patrimoni personali sopra una certa cifra).
Onestamente, io non mi vergogno di essere di sinistra. Anzi, è tempo di rimettere le cose nella giusta prospettiva e ricominciare a far vergognare la destra di essere la cloaca che è.

Sunday, 8 November 2020

Storie di ordinario bullismo

Su Facebook ho scritto una cosa non esattamente corretta. Ho scritto che, in tutti gli anni di bullismo a scuola, l’unica volta in cui sono riuscito a far smettere del tutto un bullo è stato quando gli ho tirato un calcione sugli stinchi. È successo a metà della prima media: lui non se lo aspettava – non da me, il secchione tranquillo e paziente – ed è rimasto talmente colpito che, nonostante le minacce di aspettarmi “all’uscita”, non mi ha semplicemente cercato più. Poi l’anno dopo l’hanno bocciato, quindi good riddance, good sir.

Ecco, la storia è vera. L’incorrettezza dell’affermazione è che, a pensarci bene, ci sono state altre circostanze in cui sono riuscito a far sì che i bulli mi lasciassero in pace.
Sempre alle medie, c’è stata la mia personalissima Maho Izawa che, non sopportando di non essere più la sola prima della classe ha bullizzato prima l’altra ragazzina studiosa e poi me. C’è stato un intervento da parte della Mater e, di conseguenza, del severo ma giusto professore d’Italiano, ma ciò che ha definitivamente chiuso la questione è stato che ho iniziato a rispondere a tono e, tutt’ora, quando incontro la cretina in questione la saluto con un: “Cavolo, sempre più brutta: ma siamo davvero coetanei?”

Alle superiori, invece, avevo fondamentalmente l’intera classe contro. In seconda avevo ancora il sostegno di Giovix, ma poi ha cambiato scuola e mi sono trovato da solo.
La questione è scoppiata durante un’assemblea di classe quando qualcuno (che mi ha chiesto scusa un paio d’anni fa, tra l’altro), ha reso pubblico un post sul mio precedente blog in cui dicevo peste e corna di tutti dopo la gita scolastica.
Ebbene, ciò che è iniziato come un linciaggio nei miei confronti si è concluso con me che li prendevo a urla uno ad uno, facevo valere le mie ragioni e manipolavo poi il discorso per far emergere i dissapori che avevano tra di loro. Nessuno si aspettava di sentirmi urlare o che mi facessi valere, e di sicuro non erano preparati ad affrontare le loro lotte intestine. Pian piano ho incassato il sostegno de “Le Ripetenti™” (con cui avevo precedentemente chiarito un’incomprensione, e che erano a loro volta emarginate dai vari figli di papà), poi di un altro paio di persone che avevano notato che venivo trattato ingiustamente, qualcun altro che aveva da ridire per conto suo, finché non è diventata una lotta senza quartiere fra tutti, dalla quale sono emerso vincitore: io ho raggiunto rapporti di formale diplomazia o, alla peggio, reciproca ignoranza un po’ con tutti, la classe si è spaccata in due fazioni che non si sono mai riconciliate del tutto nei successivi due anni e mezzo.

Il succo del discorso, comunque, è che l’unico modo per scrollarsi i bulli di dosso è rispondere loro per le rime. La violenza è l’unico linguaggio che conoscono ed è con quella che si risolve la faccenda.
Per cui no, grazie: declino gentilmente l’offerta di trattare con rispetto i trumpisti, i sovranisti, i conservatori e il resto della Destra che si è improvvisamente trovata orfana del supporto alla Casa Bianca.
Questo non è il momento della comprensione: è il momento di presentare il conto. È il momento di dar loro la caccia finché sono ancora vulnerabili. Di farli vergognare per le loro azioni e discorsi. Di tracciare una linea netta e ristabilire cosa è accettabile in una società avanzata e cosa no. Di ridicolizzare la loro retorica obsoleta e priva di reali contenuti. Di ricacciare certe opinioni nelle fogne e nelle cloache a cui appartengono, lontano dall’opinione pubblica e dagli organi legiferanti.

Perché proprio come a scuola, l’empatia non è un linguaggio che i bulli comprendono. Ma i calci negli stinchi, quelli sì: quelli fanno arrivare il messaggio chiaro e tondo. Quindi, quando vedete qualche conservatore che abbaia al web, non fate finta di nulla: blastatelo. Tanto non cambierà opinione: il massimo che si può fare è farlo vergognare tanto che la prossima volta ci penserà due volte prima di aprir bocca. E più lui invoca la libertà di parola, più invocate voi la libertà di presentargli il conto per le sue parole.
Riprendiamoci il web e la società civile, grazie.