Sunday, 31 March 2019

Classifica musicale generale, 51-100 – 2019

Nelle puntate precedenti:
2018.

Classifiche generali (1-50):
2016;
2017;
2018.

Classifiche annuali:
2017;
2018.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 80? (Todesbonden)
• Uno dei buoni consigli di Colui Che Non Dev’Essere Nominato prima che diventasse un fottuto hipster.
2. Prima canzone ascoltata della numero 72? (Ala.ni)
Darkness At Noon, grazie a Claudio (un altro Claudio).
3. Testo preferito della numero 83? (Dama)
• Barbara scrive ottimi testi, quindi è un po’ difficile. Forse Ombre / Rainy Roads.
4. Album preferito della numero 99? (The Irrepressibles)
Nude mi piace più di Mirror Mirror.
5. Canzone preferita della numero 63? (The Romanovs)
• Tante, troppe! Forse Mr. Okada.
6. Album peggiore della numero 100? (Gothminister)
• Tutti quelli in cui non c’è Nell Sigland.
7. C’è una canzone della posizione numero 89 che senti molto tua? (Indila)
Ego, che è anche la mia preferita.
8. Bei ricordi legati alla numero 65? (Versailles)
• Ricordo un pomeriggio con Ayl Rose in cui abbiamo scattato qualche foto a tema.
9. Quanti album possiedi della numero 55? (M.I.A.)
• Oops… Nessuno. Vabbè, lei è molto progressista circa la pirateria…
10. C’è una canzone della numero 95 che ti rende felice? (Sugababes)
Freak Like Me e In The Middle! Cafonaggine FTW!
11. Canzone preferita della numero 90? (Diablo Swing Orchestra)
• Sempre l’ottima Heroines.
12. Canzone della numero 60 che ti piace di meno? (Sleepthief)
A Cut From The Fight non mi è mai saputa di nulla.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 56? (Octavia Sperati)
• Lo shoot sulla neve con Richard Novak.
14. Canzone della numero 88 che associ a un momento o persona? (The xx)
• Eh. Together, alla morte di Murka.
15. Quale canzone della numero 69 ti emoziona di più? (After Forever)
Cry With A Smile, vedi sopra.
16. Quante volte hai visto la numero 85 live? (Sigur Rós)
• Nessuna.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 73? (:LOR3L3I:)
It’s Only Me: come si fa a non amare quella canzone?
18. Album preferito della numero 61? (Amanda Somerville)
Windows. E Amanda, tesoro, ce ne serve uno nuovo, mannaggia!
19. Prima canzone ascoltata della numero 64? (Trillium)
• Bella domanda. Forse Machine Gun?
20. Canzone preferita della numero 77? (Morning Parade)
Under The Stars.
21. Album preferito della numero 66? (The Birthday Massacre)
Pins And Needles. Forse perché è quello con cui li ho conosciuti, ma lo trovo meglio strutturato dei primi, ma non ancora stantio come gli ultimi.
22. Prima canzone ascoltata della numero 97? (Exit Eden)
Unfaithful, la cover di Rihanna.
23. C’è una canzone della 68 che trovi catartica? (Siobhán Donaghy)
• Tantissime, visto che le ha scritte in uno stato psicologico molto simile al mio. La più catartica però è Medevac.
24. Come hai scoperto la numero 71? (Carice Van Houten)
• Oh, ma guarda, l’attrice che fa Melisandre è anche una cantante. Oh, ma guarda, il suo album è davvero ottimo!
25. Canzone della numero 76 che ti rende felice? (Nero)
Doomsday mi ispira la power walk da “il marciapiede è la mia passerella di moda, fuori dai piedi, pezzenti”.
26. Canzone preferita della numero 53? (Gåte)
• Sempre Bruremarsj Frå Jämtland.
27. Album preferito della numero 52? (Emmelie De Forest)
• Anche contando History, che è più o meno un EP ma tutto di brani inediti, continuo a preferire Only Teardrops.
28. Prima canzone ascoltata della numero 82? (Atrox)
• Penso Sultry Air, sono partito da Contentum.
29. Testo preferito della numero 58? (Aurora)
Murder Song (5, 4, 3, 2, 1) è veramente da brividi.
30. Quante volte hai visto la numero 67 live? (Anette Olzon)
• Una sola volta… purtroppo sprecata come vocalist dei Naituiss.
31. Prima canzone ascoltata della numero 94? (ionnalee)
Samaritan.
32. Album della 62 che ritieni sottovalutato? (Roniit)
• Il self-titled lo sottovaluta persino lei.
33. Canzone peggiore della numero 79? (Swallow The Sun)
• E chi se li ricorda più?
34. Prima canzone ascoltata della numero 84? (Ramin Djawadi)
• La sigla di apertura di Game of Thrones, anche se la prima procurata apposta, messa su iTunes e ascoltata da lì è stata Light Of The Seven.
35. Album preferito della numero 78? (Freddie Dickson)
• Nessuno: preferisco gli EP e i singoli estemporanei all’unico album che ha fatto finora.
36. Quante volte hai visto la numero 92 live? (PJ Harvey)
• Nessuna, e ci aggiungo un PURTOPPO grande come una casa.
37. C’è qualche canzone della 86 che consideri un guilty pleasure? (Amesoeurs)
• Nah, li ascolto abbastanza seriamente.
38. Come hai scoperto la numero 98? (Katie Noonan)
• Come buona parte delle cose belle: grazie a Luisa.
39. Album preferito della numero 57? (Rag’n’Bone Man)
• Ne ha fatto uno solo, quindi Human.
40. C’è qualche canzone della numero 81 che ti mette nostalgia? (Beyon-D-Lusion)
Ethereal Drift mi fa ripensare ai primi anni a Trieste.
41. Canzone della 91 che non ti piaceva ma adesso ami? (Hearts Of Black Science)
• No, la mia curva di gradimento rimane costante per ora.
42. Testo preferito della posizione numero 74? (Portishead)
Glory Box!
43. Canzone più emozionante della numero 96? (Raign)
Raise The Dead, ma perché mi è capitata nel momento più adatto.
44. Canzone della numero 75 che ti rende felice? (Björk)
All Is Full Of Love (la versione originale, quella del singolo; la album version mi tedia un po’).
45. Canzone preferita della numero 59? (A Perfect Circle)
• Quanto sono una fangirl degli Evanescence se dico Orestes?
46. Primo album ascoltato della numero 87? (Loïc Nottet)
Selfocracy… che è anche l’unico, al momento.
47. Membro preferito della numero 54? (Amaranthe)
• Mi viene in mente solo Elize, quindi lei.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 93? (Pure Reason Revolution)
• Non ricordo perché ero in compagnia e mettevano loro la musica, ma forse Apogee.
49. Album che possiedi della numero 70? (Sharon Den Adel)
• Gesù, devo comprare My Indigo!
50. Il miglior ricordo associato alla numero 51? (The Crest)
• Naturalmente il compleanno di Kristian, per il quale lui e Nell hanno riunito la band per un breve live e mi hanno invitato. Sì, insomma, la volta che ho passato il week end a casa della mia cantante preferita, ho fatto un giro per Hamar con lei, colazione con lei (quella marmellata di ribes la sogno ancora), parlato delle band con lei… ed è stato anche un magnifico live!

Wednesday, 27 March 2019

Pushing-thirties idle

I wanna stay inside all day,
I want the world to go away.
I want blood, guts and chocolate cake,
I wanna be a real fake.

Mi piacerebbe dire che c’è stato un motivo concreto se questo mese ho praticamente vissuto da recluso in casa, ma non c’è. Semplicemente, non avevo voglia di uscire né vedere nessuno, preferivo starmene in camera a vegetare e/o piangermi addosso. Tuttora, mi devo sforzare per mettere il naso fuori di casa per qualcosa di più che andare a fare la spesa.

Vero che è arrivata tutta assieme la malattia che non ho avuto quest’inverno e il raffreddore mi è durato quasi due settimane, ma in buona parte si trattava solo di me che mi vergognavo a farmi vedere con l’enorme brufolo che mi è spuntato sulla guancia e con un taglio di capelli di cui non sono del tutto insoddisfatto. Sul serio, mi sento talmente brutto che mi vergogno di farmi vedere in giro. Insomma, come il peggior adolescente, ma quasi trentenne.

A pensarci bene, un paio di fattori da cui dipende il periodaccio, oltre alla salute cagionevole e i problemi estetici ci sono, ma non è questa la sede per parlarne. Non ho sinceramente idea di quanto la situazione a cui ho accennato qualche post fa abbia contribuito, ma non lo escludo. Probabilmente dovrei vedere il dottore e parlarne con lui, ma al momento non me la sento particolarmente. E non so nemmeno quale sia di preciso lo scopo di questo post: magari solo fissare nella memoria un momento particolarmente brutto per potermi riguardare un attimo alle spalle quando sarà passato e starò meglio, così da apprezzare i progressi che avrò fatto.
Quando li farò.
Spero presto.
Questo mese di marzo ha fatto proprio schifo, ad essere sincero. L’unica cosa che l’ha scosso un po’ è stata la fotografia, come sempre. In effetti, non è sorprendente che, essendone rimasto temporaneamente privo perché il raffreddore non mi rende particolarmente fotogenico, le cose siano peggiorate ulteriormente. Vedrò di impegnarmi di più ad aprile.

Thursday, 21 March 2019

Thursday


There can be no maybe
For the strong nor for the weak.
Maybe, perhaps,
Has caused me to hesitate?

No Friday,
No tomorrow,
No time left to borrow.
No Friday,
No tomorrow.
Your silence, my sorrow.

A queen of worries,
My doubts and insecurities
Drawn like moths to flame, or so it seems.
They eat at my face as
I fear them, the traces.
Time for a decision – no!

No Friday,
No tomorrow,
No time left to borrow.
No Friday,
No tomorrow.
Your silence, my sorrow.
No Friday,
No tomorrow,
No time left to borrow.
No Friday,
No tomorrow.
Your silence, my sorrow.

I set an ultimatum:
Out with the doubts or in with the flames.
Today, no, tomorrow,
I guess we’ll just wait and see…
Maybe.

Time for a decision.
Time for a decision.
Time for a decision.
Time for a decision.

No Friday,
No tomorrow,
No time left to borrow.
No Friday,
No tomorrow.
Your silence, my sorrow.

[ Thursday – Autumn ]

Canzoni come queste capitano a fagiolo per un procrastinatore di professione come me. Gli Autumn li ho conosciuti personalmente (sono stati la prima band con cui ho avuto un “photoshoot”, per quanto disagiato e affrettato) e ho grande stima di loro: in un certo senso, ascoltare la loro musica è come chiedere consiglio a qualcuno la cui opinione conta per me.
Questo è diventato il mio nuovo inno anti-procrastinazione: oggi me la sono blastata a volume alto e ho fatto un po’ di cose che continuavo a rimandare da secoli. Perché mi conosco: il venerdì arriverà, ma troverò mille altre scuse per rimandare le cose che devo fare. Almeno di quelle che possono essere sbrigate facilmente e nell’immediato mi posso occupare ora senza esitazioni.
E ora che ho fatto almeno qualcosa, ho ritrovato quel po’ di autostima e forza per muovermi e combinare qualcosa anche domani, come se ci fosse “no Saturday, no tomorrow, no time left to borrow”.
Da oggi in poi il giovedì sarà la giornata in cui farò le cose. Senza “forse”, senza “può darsi”, senza “domani”.

Tuesday, 12 March 2019

La mia minigonna

Ci sono momenti in cui (cretini catto-bigotti a parte), per molti versi, vivo le app di dating come un vero e proprio vizio, tipo bere o fumare: non mi dà nulla di utile, mi fa sentire frustrato e incazzato con me stesso, ma non riesco a smettere. Continuo ad aggrapparmi a quella piccola quotidianità, al ritualismo di aprire il telefono, scorrere profili, vedere chi mi visita e rispondere più o meno acidamente a chi mi contatta.
Più o meno acidamente perché, a quanto pare, quando si sta online le regole della convivenza civile volano fuori dalla finestra.

Su tutte le app che frequento, il mio profilo è molto dettagliato. Tutti i campi circa le mie preferenze sessuali sono compilati, ché la curiosità e legittima, ma nella descrizione elenco, accanto ad alcune regole base per una conversazione cordiale, i miei interessi e hobby. Il messaggio è implicito: puoi soddisfare le tue curiosità circa un’eventuale intesa sessuale leggendo tutto lì, ma per arrivarci devi intavolare una conversazione interessante quando mi scrivi, per la quale ti offro molteplici spunti.
Che questo accada è piuttosto raro, e ormai nemmeno ci faccio più caso. Ma poi c’è la gente che non capisce che siamo persone, dietro i profili, e dovremmo trattarci come tali. Non sono lì per farmi deumanizzare e trattare alla stregua di un pene con le gambe, né farmi mancare di rispetto, né fare da accessorio alle parafilie altrui.
Poi è ovvio che dei casi più eclatanti mi piace parlare e ridere con i miei amici: certe cose sono talmente assurde che sembrano uscit da un b-movie. C’è chi rimane esterrefatto con me, chi se la ride, chi si incavola pure. Ma c’è anche una reazione che mi lascia sempre l’amaro imbocca. Perché da qualcuno arriva un qualche variazione di questo commento: “Vabbè, ma anche tu che stai lì, cosa ti aspetti? Cancellati e non ti scriveranno.”
Superficialmente può sembrare una domanda molto pertinente; scavando un po’, però, ha ramificazioni problematiche.

Il fatto che frequenti app di dating non significa che non debba essere rispettato. Non è che, perché sto lì, allora “me la cerco” – perché il sottinteso è questo – quando arriva il maniaco di turno.
Mi viene in mente una persona in particolare che mi ha detto questa cosa a più riprese e – sorpresa, sorpresa! – è super femminista: la minigonna non è consenso. Una donna che gira da sola la sera non è consenso. Cosplay non è consenso. Il vestito non è un invito.
Ho letto spesso post di questa persona (e di altre che mi hanno posto l’obiezione di cui sopra) in cui combatte attivamente il victim blaming nei casi di molestia. Post che ribadiscono l’importantissima, fondamentale verità che una donna deve sentirsi libera di andare dove vuole, vestita come vuole, sola o in compagnia, senza che debba temere di essere approciata malamente, molestata o stuprata. E chissà, magari è davvero andata in quel club o in quel pub perché cerca nuove conoscenze, magari anche con benefit, ma ciò non significa automaticamente che debba starci con chiunque le si offra, né che le si debba mancare di rispetto.

Ecco, mi chiedo: perché, se questo concetto è così chiaro per le donne nel mondo reale, sembra così difficile da applicare anche agli uomini che frequentano Grindr o PlanetRomeo? Cosa c’è di diverso? Perché quelle stesse persone mie amiche che con una mano combattono le molestie, con l’altra mi fanno un velato slut shaming perché sto sulle app se mi lamento di quelle che mi arrivano come vere e proprie molestie?
Il principio è lo stesso: vero, sto sulle app perché spero di conoscere persone nuove; vero, do una certa dose di disponibilità sessuale, entro gli stretti limiti che impongo. Ma ciò non significa che non mi si debba rispetto come essere umano, così come lo si deve alla ragazza in minigonna al pub.
Ad essere sincero, più delle avance maldestre o fuori luogo mi dà fastidio proprio che persone che mi si dicono vicine e si mostrano sensibili all’argomento su altri versanti reagiscano così e buttino la colpa su di me perché le ricevo. Stare su Grindr non è “cercarsela”, né più né meno che indossare una minigonna la sera.

Monday, 4 March 2019

Non riesco a dargli un titolo

La capacità di mettersi in dubbio è importante – mai come negli ultimi tempi vale la pena ricordarlo. Tutto ciò che sappiamo non è che una frazione della realtà: ci mancano alcuni dati, molto è ancora un mistero in generale, abbiamo solo la nostra personale prospettiva su tante cose e le nostre emozioni spesso distorcono i fatti. Qualunque ragione abbiamo, è sempre fino a prova contraria: dimenticarlo significa abboccare a chiunque, facendo la voce grossa, rinforzi i nostri giudizi (e pregiudizi), perfino quelli più irrazionali, per approfittarsene.
È così che si finisce a votare certe forze caotiche e/o reazionarie che, mentre forniscono la rassicurante visione di un mondo che ci dà ragione, sfruttano la divisione causata dalla mancanza di empatia, dal considerare gli altri nemici, da identificarsi con le proprie credenze fino a sentirsi attaccati quando vengono messe in dubbio, per consolidare il proprio potere.
Ma non è di questo che voglio parlare oggi.

Il problema è che, da sempre, sono abituato non solo a riconsiderare le mie posizioni in caso di prova contraria, ma anche a empatizzare con gli altri, a tener conto delle loro emozioni, sentimenti, stati d’animo, specie in rapporto alle mie azioni. Se faccio la cosa A, che conseguenze può avere sulla persona B? Se la persona B ha fatto la cosa A che mi ha ferito, può esserci qualcosa sotto, dalla sua prospettiva, che giustifica ciò che ha fatto?
Questo meccanismo funziona bene per una mente normale, ma uno dei cavalli di battaglia della depressione è proprio portare a considerare i propri sentimenti non validi. Sbagliati, egoisti, distruttivi. È così che mettersi in dubbio diventa convincersi di avere torto, a prescindere, partire dal presupposto che i sentimenti degli altri abbiano più valore e vadano preservati anche a discapito dei propri.

È una lezione su cui ho sbattuto spesso la faccia e che sto pian piano interiorizzando. Ora sono al punto successivo: convincermi che a volte è necessario passare sopra li sentimenti altrui per salvaguardare e far valere i propri.
Il conflitto non mi piace e cerco sempre di evitarlo, specie se so che rischia di ferire le persone a cui tengo, anche quando queste mi fanno arrabbiare. Il rovescio della medaglia è che, senza una voce, i miei sentimenti finiscono per suppurare nella mia testa e farmi stare ancora peggio: questo non è salutare e contribuisce solo a deteriorare ulteriormene il rapporto che non voglio incrinare. L’amicizia con Quella Luana non sarebbe stata recuperabile a prescindere, ma magari, se fossi stato chiaro fin dall’inizio, la rottura sarebbe stata meno distruttiva. Per quanto sia medaglia d’oro di passive aggressive kombat, snark e frecciate lanciate nella speranza che qualcuno si senta chiamato in causa e si faccia un esame di coscienza, a volte l’unico modo per curare una ferita è parlare chiaro, salvare i bei momenti e chiuderla lì. Chissà che poi la rabbia non sbollisca e non si riesca a ricreare un nuovo rapporto più equilibrato e salubre.
In fondo, i sentimenti ammaccati sono sempre una lezione. A volte quella sbagliata, ma si può sperare.

Mi sono dato un termine massimo per provare questa novità di essere brutalmente onesto anche a scapito dei sentimenti altrui (beh, riprovare, ma non sto ad aprire quella latta di vermi qui). Il termine è scaduto ed è arrivato il momento. Non mi resta che fare un bel respiro, dormirci sopra, svegliarmi con i nervi saldi e dar fuoco alle micce. Farò stare male qualcuno, ma io peggio di così non posso stare, ed è su quello che ho bisogno di concentrarmi ora. Anche solo per poteri guardare indietro, pensare senza rimpianti che sono stato chiaro ed esaustivo, e strappare la piccola vittoria di aver riconosciuto che i miei sentimenti hanno lo stesso valore di quelli degli altri.

Friday, 1 March 2019

Un anno dopo

Sono stanco.
È già passato un anno dal lungo e disagevole viaggio per scendere a votare (che, oltretutto, mi ha fatto perdere la neve a Trieste) e, francamente, sono esausto come lo ero scendendo da quell’aereo dopo una notte insonne preceduta da ore e ore di treno. Una parte di me pensa che quest’anno è stato interminabile, visto che c’è stato un dramma politico dopo l’altro, giorno dopo giorno, senza tregua; l’altra pensa che è l’anno è volato e siamo ancora al punto di partenza, non è stato fatto nulla di concreto e il Paese è fermo.
Probabilmente, la stanchezza è dovuta proprio al fatto che nessuno ha chiuso mai la bocca nemmeno per un secondo, ma tutti questi sforzi non hanno prodotto niente. Ci sono così tante vicende da seguire, così tanta violenza a cui far fronte, e nessun vero risultato. E quel che è peggio, ciò che si è detto è stato talmente stupido, talmente aberrante, che già solo sentirlo succhia via energia, perché è impossibile non incazzarsi. Francamente non ne posso più.

Ed è vero che – lo dissi già a suo tempo – sono sceso a votare più per poter essere coerente nel lamentarmi e protestare contro questo governo che per motivi concreti, ma vorrei comunque che l’opposizione facesse valere quel seggio in più che si sono ritagliati grazie al mio impegno. Invece, sembrano completamente spariti dal dibattito pubblico. Sarà che, lo ripeto, sono stanco, ma mi sembra che non ci sia modo di arginare lo tsunami di acqua di fogna che sta travolgendo il Paese.

Fra l’altro, be careful what you wish for: che i grillini e i leghisti si sarebbero alleati l’avevo previsto mesi e mesi prima delle elezioni, ma la mia speranza era che si cannibalizzassero a vicenda, non in maniera unilaterale. Perché se le mie speranze e previsioni che il Movimento, mostrata la sua vera faccia, si sgonfiasse come un preservativo usato impropriamente e bucato si stanno avverando, non mi sarei mai aspettato che la Lega diventasse così forte a loro spese: credevo ingenuamente che sarebbero implosi insieme.
Invece, eccoci in questo casino.
E sono davvero troppo, troppo esausto per sperare in un miglioramento.