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Sunday, 5 January 2020

The Phantom Limb

Truly, madly, deeply, sadly
Dead and gone.
Canvas burning, spark a yearning,
Carry on.

I feel, yet I reach into thin air.
You heal to your heart’s content.

A volte, quando la notte mi alzo per andare in cucina a bere mentre sono qui ad Alghero, mi ritrovo ad allungare la mano verso il divano. Quando Murka era viva, la cercavo delicatamente a tentoni nel buio finché non la trovavo acciambellata: allora le accarezzavo la pancina, lei magari si svegliava, sbadigliava, mi annusava e si riaddormentava. Solo dopo tornavo in camera e mi ricoricavo.
Non passava notte in cui non lo facessi: semplicemente, non riuscivo a contemplare l’idea di essere nella stessa stanza con Murka senza darle attenzioni, senza almeno accarezzarla, anche se stava dormendo.

Searching deep within you for strength to continue
Through sinew and bone.
Never mind mending damaged nerve endings,
I’m accident-prone.

I feel, yet I reach into thin air.
You heal to your heart’s content.

In questi piccoli momenti, sento ancora la presenza di Murka. È simile ma al tempo stesso diverso, ad esempio, dalla volta della busta di carta: il senso di disorientamento è uguale, ma mentre lì mi prendeva un tuffo al cuore ogni volta che realizzavo che la sagoma che vedevo con la coda dell’occhio non era Murka, quando mi allungo a cercarla nel buio la realizzazione è graduale e subentra la rassegnazione.
Un paio di volte l’ho fatto deliberatamente: ho affondato le dita nella stoffa del divano, fredda, vuota, per sentire che Murka non era lì. Lo sapevo, che non l’avrei trovata: non ero in trance, mezzo addormentato, convinto che ci sarebbe stata, ero sveglio, cosciente, consapevole che è morta da cinque anni. Ma ho comunque voluto portare a termine quel movimento, che ho iniziato senza davvero pensarci, nonostante il risultato diverso.

I have had a thousand days to wither,
Missed the point of no return.
I have made my changes for the bitter
And watched your painted likeness burn.
It could not save me, nor you,
The passers-through, no matter
Who might make it to the end,
It did not save you.

È un attimo di automazione, un gesto che ho abituato il mio corpo a fare, come camminare, respirare, suonare il pianoforte. Il mio braccio ricorda ancora che, nel buio, andando in cucina, era suo dovere accarezzare Murka. È diventato parte di ciò che sono.
Murka è un po’ un mio arto fantasma: ha fatto parte di me da sempre, e la consapevolezza della sua assenza non può cancellare in un secondo tutte le azioni che ero programmato a fare per lei. Così come quando si perde un braccio si tenta ancora di muoverlo, a volte si sente addirittura prurito, solletico o dolore là dove non c’è più nulla.
E la cosa un po’ mi consola: magari significa che a strada per guarire dal dolore della sua perdita è ancora lunga, ma almeno non la dimenticherò. Fa parte di me in una maniera troppo viscerale perché possa accadere.

I stare at the limb as its precious skin becomes illusion.
These bones are at home and I’ll keep on cherishing them.

I feel, yet I reach into thin air.
You heal to your heart’s content.
I still feel, yet I reach into thin air.
You heal to your heart’s content, heart’s demand.

Monday, 4 March 2019

Non riesco a dargli un titolo

La capacità di mettersi in dubbio è importante – mai come negli ultimi tempi vale la pena ricordarlo. Tutto ciò che sappiamo non è che una frazione della realtà: ci mancano alcuni dati, molto è ancora un mistero in generale, abbiamo solo la nostra personale prospettiva su tante cose e le nostre emozioni spesso distorcono i fatti. Qualunque ragione abbiamo, è sempre fino a prova contraria: dimenticarlo significa abboccare a chiunque, facendo la voce grossa, rinforzi i nostri giudizi (e pregiudizi), perfino quelli più irrazionali, per approfittarsene.
È così che si finisce a votare certe forze caotiche e/o reazionarie che, mentre forniscono la rassicurante visione di un mondo che ci dà ragione, sfruttano la divisione causata dalla mancanza di empatia, dal considerare gli altri nemici, da identificarsi con le proprie credenze fino a sentirsi attaccati quando vengono messe in dubbio, per consolidare il proprio potere.
Ma non è di questo che voglio parlare oggi.

Il problema è che, da sempre, sono abituato non solo a riconsiderare le mie posizioni in caso di prova contraria, ma anche a empatizzare con gli altri, a tener conto delle loro emozioni, sentimenti, stati d’animo, specie in rapporto alle mie azioni. Se faccio la cosa A, che conseguenze può avere sulla persona B? Se la persona B ha fatto la cosa A che mi ha ferito, può esserci qualcosa sotto, dalla sua prospettiva, che giustifica ciò che ha fatto?
Questo meccanismo funziona bene per una mente normale, ma uno dei cavalli di battaglia della depressione è proprio portare a considerare i propri sentimenti non validi. Sbagliati, egoisti, distruttivi. È così che mettersi in dubbio diventa convincersi di avere torto, a prescindere, partire dal presupposto che i sentimenti degli altri abbiano più valore e vadano preservati anche a discapito dei propri.

È una lezione su cui ho sbattuto spesso la faccia e che sto pian piano interiorizzando. Ora sono al punto successivo: convincermi che a volte è necessario passare sopra li sentimenti altrui per salvaguardare e far valere i propri.
Il conflitto non mi piace e cerco sempre di evitarlo, specie se so che rischia di ferire le persone a cui tengo, anche quando queste mi fanno arrabbiare. Il rovescio della medaglia è che, senza una voce, i miei sentimenti finiscono per suppurare nella mia testa e farmi stare ancora peggio: questo non è salutare e contribuisce solo a deteriorare ulteriormene il rapporto che non voglio incrinare. L’amicizia con Quella Luana non sarebbe stata recuperabile a prescindere, ma magari, se fossi stato chiaro fin dall’inizio, la rottura sarebbe stata meno distruttiva. Per quanto io sia medaglia d’oro di passive-aggressive kombat, snark e frecciate lanciate nella speranza che qualcuno si senta chiamato in causa e si faccia un esame di coscienza, a volte l’unico modo per curare una ferita è parlare chiaro, salvare i bei momenti e chiuderla lì. Chissà che poi la rabbia non sbollisca e non si riesca a ricreare un nuovo rapporto più equilibrato e salubre.
In fondo, i sentimenti ammaccati sono sempre una lezione. A volte quella sbagliata, ma si può sperare.

Mi sono dato un termine massimo per provare questa novità di essere brutalmente onesto anche a scapito dei sentimenti altrui (beh, riprovare, ma non sto ad aprire quella latta di vermi qui). Il termine è scaduto ed è arrivato il momento. Non mi resta che fare un bel respiro, dormirci sopra, svegliarmi con i nervi saldi e dar fuoco alle micce. Farò stare male qualcuno, ma io peggio di così non posso stare, ed è su quello che ho bisogno di concentrarmi ora. Anche solo per potermi guardare indietro, pensare senza rimpianti che sono stato chiaro ed esaustivo, e strappare la piccola vittoria di aver riconosciuto che i miei sentimenti hanno lo stesso valore di quelli degli altri.

Saturday, 9 February 2019

Together, and be.

Sono cinque anni che Murka se n’è andata. Ho un po’ la fissa per i multipli del cinque e del dieci, quindi questo è un anniversario che mi ha dato una bella botta.
Ho capito ormai che il senso di perdita non passa mai, ma non so ancora se si riesce a imparare a conviverci. Non più tardi di qualche settimana fa, mentre ero ancora giù, la Mater ha comprato dei carciofi dal fruttivendolo e ha lasciato la busta di carta marrone con gli scarti nell’angolo dove si trovavano le ciotoline di Murka. Finché poi non l’ha buttata, ogni singolo pasto la vedevo con la coda dell’occhio, e ogni singola volta mi voltavo per abitudine convinto che fosse Murka che mangiava con noi. Anche più volte nello stesso pasto. È più forte di me, ancora non mi sono abituato del tutto al fatto che non ci sia più.

Come fanno le persone più sane di me, con un rapporto positivo con le proprie emozioni? Si finisce mai di elaborare il lutto? Arriva mai un momento in cui rimangono i ricordi e il senso di vuoto si colma?
Perché io ci ho impiegato anni, letteralmente anni anche solo a piangerla davvero. Katia mi ha raccolto col cucchiaino quando, d’un punto in bianco, mentre eravamo su Skype, mi sono messo a singhiozzare sotto il peso di tutto quel dolore.
E anche se cerco di non pensarci, di convincermi del contrario, purtroppo non riesco a scacciare il ricordo del verso che ha fatto quando, nell’altra stanza, il veterinario le faceva l’iniezione eutanasica. Me l’hanno detto e ripetuto, che era solo un riflesso condizionato, che non era cosciente, non ha sentito dolore, è stato uno spasmo involontario mentre era già addormentata, ma nel profondo non riesco a non chiedermi se davvero, davvero sono stato lì con lei fino all’ultimo momento in cui era cosciente. Se non l’ho abbandonata proprio alla fine.
Perché è così difficile sopravviere a qualcuno che si ama?

Tuesday, 5 February 2019

To love, aimer, любить

Qualche mese fa ho scritto un post in preda a un improvviso e confuso stato emotivo in cui facevo una specie di confessione d’amore a una persona non identificata. Tutt’ora non so cosa pensarne.

Non so se sono solo contento o anche un po’ geloso del fatto che ora abbia una storia. Che abbia trovato una persona che l’ha aiutato a far pace con alcuni aspetti di sé, e quel qualcuno non sia stato io. Non so se ne sono davvero mai stato innamorato, o gli voglio solo molto, molto bene. A volte la linea fra amore platonico e amore romantico è tremendamente incerta.
Ci sono stati molti momenti, prima di ogni incontro, in cui ero davvero convinto di esserne innamorato. Poi ci vedevamo di persona e tutto era perfetto: ero sopreso e travolto, ogni volta, dalla naturalezza del nostro rapporto, da come tutto fosse al suo posto, senza desideri inconfessati e frustrati, senza (quasi) tensione sessuale, senza il senso che mancasse qualcosa, il solo piacere di trovarsi e trascorrere del tempo insieme. Forse ho solo voluto fantasticarci sopra, immaginare un po’ di romanticismo che non sentivo davvero, per aggiungere quella nota di piacere in più all’impazienza del rivedersi.
Non è sorprendente che buona parte delle altre lingue che conosco non facciano una distinzione tra “amare” e “voler bene”: è tutto to love, aimer, любить, ed è bello poter dire “ti amo” senza che dentro ci sia per forza quell’accezione romantica.

E comunque, ho il vizio di auto-denigrarmi. Magari mi piace pensare di essere stato l’amante silenzioso, il lupo travestito da pecora che segretamente voleva azzannargli la gola come tutti gli altri, quando in realtà sono sempre stato davvero l’amico disinteressato di cui aveva bisogno.
Però è bello che, in mezzo a tutta questa incertezza, l’unica cosa chiara è sapere di voler davvero bene a qualcuno.

Saturday, 13 October 2018

Solitaire

Mi è sempre piaciuto essere speciale, essere quello che rimane impresso perché si distingue in positivo in mezzo alla massa. Essere lo studente che segue la lezione in mezzo a quelli chiassosi. Essere il cliente che tratta gentilmente la cassiera del supermercato, il cameriere, o l’impiegato delle poste. Essere quello che sa tutto su un argomento che appassiona l’interlocutore.
Non posso farci nulla, è più forte di me: ho paura di sfumare via, finire in una massa di cui non si ha stima. Uno dei tanti, l’ennesimo imbecille con cui si è costretti ad avere a che fare, prontamente dimenticato. Quando, dopo anni, mi riferiscono che persone di cui avevo addirittura dimenticato l’esistenza si ricordano di me perché sono stato brillante, ho detto la cosa giusta al momento giusto, ho espresso un’opinione che non ci si aspetterebbe da un ragazzino, sono sempre stato bravo, io gongolo, il mio ego si gonfia.

Perché alla fine è di quello che si tratta: pura e semplice vanità. Tengo più alla percezione che gli altri hanno di me che a vivere appieno la mia vita.
È proprio perché non voglio compromettere la bella immagine che hai di me, quella dell’unico ragazzo che riesce ad esserti amico senza volertisi infilare nelle mutande, che non ti ho mai detto che negli ultimi quattro anni sono stato innamorato di te.

Friday, 1 June 2018

Love, Simon: il coming out di cui abbiamo bisogno

Love, Simon è uscito qui in Italia giusto giusto per il mese del Pride. Ci sono voluti dei mesi rispetto alla release statunitense, ma l’involontaria rilevanza tematica delle tempistiche è stata ottima, perché trovo sia un film di cui vale la pena parlare.
Perché Love, Simon è un film che rientra sotto l’ombrello del cinema LGBT, ma affronta il tema con una freschezza e leggerezza che ho trovato liberatrice.


La storia è semplice: Simon è un adolescente gay che non ha ancora fatto coming out. Stringe un’amicizia telematica e anonima con “Blue”, un altro ragazzo segretamente gay: scambiandosi email, lentamente se ne innamora. Tutto bene finché il bulletto della scuola non lo scopre e lo ricatta per farsi aiutare a conquistare la ragazza che gli piace; quando i suoi tentativi falliscono pubblicamente, diffonde le email di Simon e “Blue” per distogliere l’attenzione da sé. A Simon tocca raccogliere i cocci di questo outing non voluto, sistemare i rapporti con famiglia e amici, rinventarsi a scuola per non cedere al bullismo e tentare di riconnettersi con “Blue” che, di fronte alla pubblicità non voluta, sparisce.
Messa così, sembra la versione light per adolescenti dell’ennesimo pippone drammatico sull’omosessualità di cui Hollywood sembra tanto innamorata: essere gay è un dramma esistenziale per il protagonista, quando tutti lo scoprono le conseguenze sono terribili, la storia d’amore non potrà mai durare e, magari, alla fine uno dei due muore.
Nulla di più lontano da Love, Simon.

Perché l’orientamento sessuale di Simon e il suo coming out sono sì il filo rosso che connette l’intero film, ma non sono i perno dell’intreccio. Il fulcro del conflitto che va a crearsi nella vita di Simon si rivela essere non la reazione dei suoi cari al fatto che è gay, ma ai sotterfugi e alle macchinazioni che ha messo in atto per nasconderlo, alle bugie e mezze verità che ha raccontato loro. Il problema di Simon nella storia non è essere gay in sé e per sé, quanto il modo in cui gestisce la cosa con gli altri.
E sì, nel 2018 è ancora un po’ troppo idealistico rappresentare una famiglia in cui il padre fa del machismo ma senza malizia e, quando scopre dell’orientamento sessuale del film, capisce il suo errore e lo accetta senza problemi. Lo è anche mostrare una scuola in cui preside e insegnanti si preoccupano attivamente del benessere degli studenti (doppiamente divertente se si considera che nel cast ci sono Hannah Baker e Alex Standall di 13 Reasons Why), cercano di sostenere al meglio il ragazzo a cui è stato fatto outing. E anche la scena in cui i bulletti se la prendono con Simon e vengono zittiti dagli altri studenti non è ancora così universalmente verosimile. È fin troppo ottimistico pensare a un mondo in cui il coming out è più un problema interiore, in cui il grosso è la paura di farlo ma poi le cose vanno inaspettatamente bene.
Ma è bello vedere un film su un ragazzo gay che non è un dramma interamente incentrato su quello. Love, Simon è prima di tutto una storia di amicizia e amore con un protagonista è gay: l’orientamento sessuale ha impatto sulla storia perché è una parte di lui, nello stesso modo in cui la vita reale di una persona LGBT+ ne è influenzata in maniera anche sostanziale, ma non gira intorno a quello in ogni singolo aspetto. E se ancora è presto per vedere un mondo in cui, in una situazione simile, il modo in cui un ragazzo ferisce i sentimenti dei suoi amici fa passare in secondo piano il suo orientamento sessuale non eteronormativo, parte della normalizzazione di qualcosa passa anche dai media, quindi è bene che la rappresentazione passi anche da storie in cui i protagonisti hanno drammi che non consistono interamente in quello. La vita di Simon non è tutta essere gay: è un normalissimo insieme si scuola, famiglia, amici e una persona che gli piace, come quella di qualunque altro adolescente americano. Perché il mondo che vogliamo è proprio così, uno in cui essere gay è solo un altro dei mille, normalissimi casini quotidiani che un ragazzino deve affrontare, non la fine e l’inizio della sua vita.

Alla fin fine, Love, Simon non è una storia sul coming out, è una storia sul coming of age di un ragazzo gay. E il suo fascino sta proprio lì.

Monday, 26 March 2018

Gone

Never will I let you down.
The reasons why I hide will stay unknown
Until I’m gone.
You will find a better way:
Let tales be told, find voices to sing
When I am gone.

Ci sono due categorie di persone nella mia vita: quelle che ho conosciuto prima e quelle che ho conosciuto dopo.
Prima e dopo, ovviamente, di essermi ridotto nello stato in cui mi trovo ora.

Non che sia bravo in generale a mantenere i contatti con la gente, ma con le persone del prima mi riesce ancora più difficile. Credo di contare cinque, massimo sei persone del prima con cui parlo su base semi-regolare – e con quattro di loro si parla di argomenti molto specifici e raramente personali.
Con le persone del dopo, beh, è comunque difficile, ma meno. Mi hanno già conosciuto così, magari nemmeno si aspettano che parli molto di me, di cosa succede nella mia vita, di come sto, di dove mi vedo fra due o tre anni.
Ma le persone del prima? Mi vengono in mente quattro nomi in particolare, persone con cui mi rendo conto di aver allentato enormemente e ingiustamente i rapporti, e a cui mi riprometto, ogni tanto, di scrivere domani. O domani. O magari domani. Giusto per far sapere che penso ancora a loro, che vado a ficcanasare sui loro social e mi piace osservare come procede la loro vita. E, in quei momenti, mi mancano. Anche se dal modo laconico in cui rispondo ai loro messaggi o ai post che mi pubblicano in bacheca non si direbbe.
Perché pensare a loro e sentirne la mancanza non mi porti a contattarle e fare due chiacchiere, come sarebbe logico e naturale, è complicato. Come dicevo, chi mi ha conosciuto dopo non ha un termine di paragone attraverso il quale vedermi: sono così, è un dato di fatto, poco male. Ma chi mi ha conosciuto prima, probabilmente, si immaginava che sarei diventato un filino diverso da come sono ora. Probabilmente ricorda un Alessandro con un sacco di cose da raccontare, con una vita piena, delle aspettative, dei progetti per il futuro le cui fondamenta si impegnava a gettare nel presente. Ora, le mie conquiste sono essere funzionale nel breve termine, nel quotidiano, su cose che la gente normale dà per scontate.
Se dovessi aprire quella chat, avrei il terrore di sentirmi chiedere: “E tu, che mi racconti?”. E più tempo lascio passare, più la cosa mi spaventa, perché mi ritrovo con sempre meno da raccontare a fronte di ciò che loro stanno facendo nella loro vita. “Ah, sai, ultimamente va proprio bene: questo mese sono riuscito a fare la spesa due volte di fila senza farmi venire un attacco d’ansia o rimandare al giorno dopo; ma congratulazioni per la casa nuova!”.

E in realtà non è nemmeno tanto che temo il loro giudizio: mi rendo conto che è tutto nella mia testa e lo sto semplicemente proiettando. È che ho paura di farle preoccupare, perché oggettivamente mi preoccuperei se sapessi che loro stanno così.
No, ok, chi voglio prendere in giro? Ho davvero paura di essere una delusione, perché l’Alessandro che hanno conosciuto era milioni di volte meglio di come sono ora, e loro se ne rendono conto tanto quanto me.

E niente, eccomi qui. Il post lo pubblicherò, ma non so se lo linkerò alle quattro o cinque persone in particolare a cui ho pensato mentre scrivevo.
Se deciderò di linkartelo, o se ci capiterai qui per caso, sappi che non ho smesso di farmi sentire perché non ti voglio più bene, che mi manchi e mi sento anche abbastanza in colpa per essere diventato un fantasma. È che non posso ingannarti come inganno le persone che mi conoscono da meno tempo: tu sai come sarei potuto essere sulla soglia dei ventinove anni, puoi intuire quanto le cose siano andate male e ho paura che ne rimarrai delusa. Non sono nemmeno del tutto sicuro di essere la stessa persona con cui hai fatto amicizia, o se questa versione di me possa piacerti. Tutto qui.

Wednesday, 14 February 2018

Dear diary

No,
Non spedirò questo biglietto di San Valentino.
Oddio,
Le viole sono blu.
Non lo mando.
E se non ricevi questo biglietto
(Non farò finta),
Non significa che non sia vero
E che non stia pensando a te.

Dear Diary by GothicNarcissus

Mi piace dire a me stesso che sono tanto affezionato a un sogno perché nella realtà non c’è nulla a cui valga la pena affezionarsi. Poi però mi riguardo indietro e mi rendo conto che non è vero: un paio di volte, quando ho avuto per le mani qualcosa di concreto che poteva andare avanti, ho avuto un momento di paura: che ne sarà del sogno? Dovrò far finta che non esista? Continuerò a coccolarlo in segreto? Mi addormenterò la notte stringendo il cuscino e immaginando che sia il sogno mentre do le spalle a una persona in carne e ossa che mi dorme accanto?
Anche se poi i qualcosa di concreto non sono mai andati davvero in porto, sono tutte domande piuttosto pertinenti. Forse la verità è che ormai sono talmente affezionato al sogno che sarei anche disposto a difenderlo dalla concretezza. Del resto, sono il tipo di persona che non avrebbe problemi a dire: “Mi piaci, ti voglio bene, ma non sarai mai la mia fantasia erotica numero uno”. Giusto per stabilire la regola zero per una relazione senza stress.

Fatto sta che per ora il mondo reale non mi ha davvero offerto alternative migliori al sogno e la stanza è ancora vuota. E continuerò a fare regali di compleanno camuffati da biglietti di San Valentino a vuoto, mandandoli senza specificare il destinatario, senza aspettarmi nulla, per il semplice fatto che mi va bene così.
Violets are blue.

Sunday, 4 February 2018

Soupir d’automne (no name to call me by)

C’era qualcosa in quelle parole che tornarono alla mente di Katherine, dopo che era uscita dall’atelier, dandole un vago senso di malinconia.
“Soupir d’automne; oh sì, mademoiselle, pare fatto apposta per voi.” Era già autunno, per lei, senza che avesse mai conosciuto, e senza speranza di conoscere più, né primavera né estate. Tutto ciò era perso, per lei, e nessuno avrebbe potuto restituirglielo.
C’è una cosa in Call Me By Your Name che mi ha lasciato l’amaro in bocca più del finale: è stata la sensazione di quanto della mia vita mi sia scorso accanto senza che provassi ad afferrarlo e godermelo.
Call Me By Your Name è una storia piuttosto semplice, quasi banale: un adolescente si innamora di un uomo più grande, passano un estate insieme fra flirt e passione, e alla fine (spoiler) lui ci rimane scottato malamente. Questa semplicità, oltre a permettere di concentrarsi sullo stile, lascia molto spazio all’esplorazione dei sentimenti dei personaggi, il che va a suscitare un grande impatto emotivo.
Ed è stato proprio rendermi conto delle emozioni provate da questi personaggi che mi ha fatto sentire molto come Katherine Grey da The Mystery of the Blue Train di Agatha Christie nella citazione di sopra: ormai quasi sulla soglia dei trenta, io non le ho mai provate e, quasi certamente, non le proverò mai.

Ci vuole una certa innocenza per essere Elio Perlman. Certo, l’amore va e viene a qualsiasi età, non lo metto in dubbio. È possibilissimo che l’anno prossimo, a trent’anni fatti e compiuti, mi innamori di qualcuno e finisca per farmi trascinare in un vortice di emozioni, sentimenti, dubbi, flirt estivi, pesche e quant’altro. Ma non sarà mai la stessa cosa.
Non ho mai vissuto un vero e proprio amore adolescenziale e non ne vivrò mai uno con quell’intensità. Sono cresciuto, la vita è trascorsa, mi sono indurito, sono diventato cinico, scollegato dai miei stessi sentimenti, diffidente verso il prossimo e cauto nelle relazioni. Non devo rendere conto a nessuno della mia vita (sentimentale e non), quindi non vivrò mai un grande amore in segreto, cercando di non farmi beccare dai miei perché omg, chissà cosa diranno se lo scopriranno. Non ho più l’immaturità per credere ai grandi gesti romantici e con ogni probabilità, se qualcuno se ne uscisse dicendomi di chiamarci con i rispettivi nomi, gli riderei in faccia, perché sono a un punto della mia vita in cui da una relazione mi aspetto concretezza, non giochi spensierati.

Seguendo il dramma di Elio Perlman, mi sono sentito come se mi fosse mancata una parte fondamentale della mia vita. Ho passato l’adolescenza aspettando il momento in cui me ne sarei andato da Alghero e avrei iniziato davvero a vivere. Non ho mai legato davvero con i miei coetanei perché mi sentivo totalmente fuori posto. Le due storie d’amore che ho avuto sono state a distanza ed è mancato loro ogni risvolto fisico. Ho saltato quasi tutta la fase dei primi esperimenti sessuali, in cui è lecito essere goffi e inesperti: il primo ragazzo con cui sono stato non ha mai saputo di esserlo e a quel punto avevo un tale bagaglio di conoscenze teoriche che ho dato una performance impeccabile come se fossero anni che facevo sesso. Non ho mai vissuto nulla di tutto ciò con l’innocenza di un ragazzino, e non so dove ciò mi collochi ora.

Così eccomi qui, a guardare un film su una storia d’amore adolescenziale e provare nostalgia per qualcosa che non ho mai vissuto. Fantastico.

Thursday, 18 January 2018

Do I believe in love anymore?

Una volta, tanto tempo fa (tipo dieci anni), sono stato innamorato. Forse anche più di una volta. Non ne sono sicuro. I ricordi non aiutano, e sul blog c’è tanto materiale a riguardo, ma posso fidarmene? È difficile distinguere il ridimensionamento dovuto a una nuova prospettiva, la dimenticanza dopo tanto tempo e il vero e proprio revisionismo storico.

Se ripenso a Mattia, ad esempio, trovo ridicolo chiamarlo “amore” quando è stata letteralmente la storia di un pomeriggio. Tolto lo scambio di commenti sui reciproci blog e qualche chat su MSN, tutto si è consumato in quelle due ore a Milano e ha iniziato a sfaldarsi nel momento stesso in cui sono salito sul treno per Genova. Non è stata una storia a distanza perché non siamo mai andati oltre quel momento, non abbiamo comunicato davvero, non abbiamo pensato a un secondo incontro.
Eppure, undici anni fa sono stato davvero male. Ci ho sofferto per mesi, da gennaio all’estate inoltrata. Non era solo materiale per post lagnosi e foto a tema, ricordo che in Bielorussia ero ancora a pezzi ed era, assieme a un potenziale coming out (che fu rimandato), un discorso serio per cui la Mater mi stette a sentire e mi consolò.  Ci misi fino a settembre per riprendermi: il viaggio in Campania è il primo momento che ricordo in cui ripensavo a Mattia senza sentire dolore.
Per quanto ridicolo sembri adesso, per quanto minuscola l’effettiva vicenda, allora era tremendamente reale.

Con Matteo è difficile dirlo: la situazione ha preso una piega talmente inaspettata e surreale che, nella mia testa, la realtà è solo ciò che è successo dopo. Anche perché non l’ho mai confessato nemmeno a me stesso, ma trovo il prima imbarazzante.
Nonostante abbia fatto la cronaca quasi quotidiana di quei mesi, non ho mai davvero scritto sul blog cosa è successo alla fine: ho ripetuto a me stesso che il motivo era non sputtanare l’altra parte coinvolta ma, in realtà, è perché me ne vergogno.
Che poi, l’unica “colpa” che ho è essere stato un essere umano decente e comprensivo, ma sembrare un cretino prima e un debole poi è un attimo.
L’ho raccontato a pochissime persone, sempre temendo il loro giudizio (perché una delle prime che l’ha saputo è stata spietata – sempre la solita stornza), e ho dovuto talmente minimizzare la narrazione del prima per rendere logico e coerente il dopo che nei miei ricordi è rimasto ben poco di quella passione e quei sentimenti. Al massimo è rimasto l’odio bruciante per quell’hipster del cazzo che si è intromesso, perché un rancore è per sempre che De Beers levati.
Oggi al massimo dico che l’ultima volta che sono stato con qualcuno è stata dieci anni fa, senza scendere nei dettagli. Ma in effetti è vero: sono stato con qualcuno. Ho avuto una storia a distanza faticosa, tormentata eppure tremendamente appassionata. Ero davvero innamorato. Ho lottato quando c’era da lottare, gioito quando c’era da gioire e pianto quando c’era da piangere, e nei momenti in cui andava tutto bene c’era sostegno reciproco e stavo davvero bene. Non è un caso se, nonostante tutta la fatica durante e il dolore dopo, la cosa che ricordo meglio è la dedica che ho scritto sulla tesina della maturità.

Non sono stato debole a sostenere tutto quel dolore. Ma sono stato poco orgoglioso a lasciarmelo infliggere. Non m’importa minimamente di non essere stato orgoglioso allora, perché il rapporto valeva ben più di quello, ma è da allora che con chiunque sia arrivato dopo ne sono ossessionato: l’orgoglio. Salvare la faccia quando tutto finisce è la mia priorità. È una cosa che ho imparato sul campo con l’Uomo Lusingato, più che altro.
Ma il succo è questo: non ricordo nemmeno più com’è essere innamorati. Non riesco a interiorizzare perché tutti ne parlino come se fosse chissà cosa, né a livello emotivo, né tanto meno fisico. Non capisco perché lasciarsi debba essere ‘sto gran problema: basta semplicemente essere il meno coinvolto nella coppia per risparmiarsi grosse seccature, per il resto la vita va avanti.
Sono talmente distante da quel tipo di sensazioni che non riesco a immedesimarmici, né a considerarle più importanti della soddisfazione di avere l’ultima parola. E ho perso il filo di un discorso che già in partenza non sapevo dove sarebbe andato a parare.

Wednesday, 8 February 2017

Margaery Tyrell come icona LGBTQ+

È passato mezz’anno, ormai, dal finale della sesta stagione di Game Of Thrones. Mi sono circa fatto una ragione per la morte del mio personaggio preferito, Margaery Tyrell, ma ogni tanto mi metto a googlare gif per il mio blog di reazioni e mi salgono i feels. In quei momenti mi dico che ha fatto una fine prematura e ingiusta, ma grandiosa: bestemmiando gli dei, preoccupandosi per la sua famiglia, indossando un vestito bellissimo e stando, come al solito, un passo avanti a tutti in quanto a intelligenza; si è solo trovata circondata da incompetenti in una situazione più grande di lei, ad affrontare una persona fuori da ogni buon senso o regola morale. E sì, lo so, è da veri idioti affezionarsi a un personaggio di Game Of Thrones, ché tanto prima o poi ci resterà secco, e un po’ è stato il karma che mi ha punito per aver riso malignamente dei fan di Gionsnò l’anno prima. Ma non posso farci nulla: nell’ambito dei sentimenti verso personaggi fittizi, col tempo sono finito a volere molto bene alla Regina Tyrell senza nemmeno rendermene conto.
E poi, all’improvviso, l’epifania: mi sono affezionato tanto a Margaery perché è una perfetta icona LGBTQ+! Sul serio. È andata a colpire uno ad uno tutti i miei punti deboli fino a ricavarsi un posticino nel mio quoreh (o nel cono grande con panna che ho al suo posto). Qui urge un’analisi.

The Queen that should have been. Art by MushroomTale.

 Ora, due piccoli disclaimer:
1) L’incarnazione di Margaery Tyrell che discuterò qui è quella televisiva; la controparte cartacea, per quanto generalmente compatibile, è troppo poco sviluppata: non se ne conoscono le meccaniche psicologiche poiché non ha capitoli da POV, presenta alcuni dettagli divergenti dalla versione televisiva che sono fondamentali per quest’analisi, e la sincerità o meno di alcuni suoi atteggiamenti non è determinabile perché è sempre descritta da narratori inaffidabili.
2) Mi atterrò più o meno strettamente al testo dello show, ignorando il sottotesto; considerando anche quello, si potrebbe leggere Margaery direttamente come personaggio LGBT (probabilmente bisessuale: Sansaery, anyone?), ma quanto ciò sia intenzionale e quanto dovuto alla chimica che Natalie Dormer ha perfino con i complementi d’arredo è opinabile; mi limiterò a considerare la risonanza che i fatti oggettivi e i parallelismi che lo spettatore LGBT può trovarvi, senza dare per scontato che Margaery stessa sia queer.
  
Detto ciò, non penso che fosse intenzione di D&D trasformare Margaery Tyrell in un’icona LGBTQ+, principalmente perché non li ritengo tanto svegli da riuscirci deliberatamente. Vero, nelle prime due stagioni le dinamiche del rapporto fra Loras Tyrell e Renly Baratheon hanno un po’ sovvertito gli stereotipi video-narrativi delle relazioni gay (fra i due, quello emotivamente dominante è chiaramente Loras nonostante sia il twink), ma in quelle successive si sono persi per strada: il personaggio di Loras è stato ridotto al suo orientamento sessuale con poco altro di aggiunto (è gay, non sa corteggiare una ragazza a fini politici perché è coooosì gay, fa sfumare quella macchinazione perché è un gay pettegolo, gli altri personaggi ne discutono di continuo in quanto gay… la sua trama rivolve interamente su quello); e perfino Oberyn Martell, che pure ha molto più da offrire delle scene di sesso, sfiora lo stereotipo del bisessuale = promiscuo (anche se, nel suo caso, è culturalmente giustificato in-universo). Lungi dal voler gridare alla cattiva rappresentazione; dico solo che, con personaggi apertamente LGBT rappresentati con tanta leggerezza, dubito che abbiano volontariamente messo tutta questa sottigliezza in una Margaery LGBT-friendly.
Eppure, Margaery può essere considerata un’icona addirittura su due livelli: da una parte, come personaggio è in sé un ottimo avatar in cui lo spettatore LGBT può immedesimarsi, anche senza leggerla come queer; dall’altra, alcuni atteggiamenti e interazioni con altri personaggi-avatar LGBT la rendono l’alleata che tutti vorremmo avere.

Credo sia superfluo dirlo ma, attenzione, SPOILER. Pronti? Iniziamo con Margaery come personaggio-avatar.

Ha dei difetti che non occultano i pregi. Perché ci si possa immedesimare in un personaggio, deve avere dei difetti per essere a tutto tondo. I “difetti” di Margaery sono fra quelli che più stuzzicano l’immaginario omosessuale: è ambiziosa, popolare, usa le sue skill sociali con calcolo, ama la bella vita, è spietata con chi le fa un torto… insomma, ha attributi tendenti al camp che attirano la nostra attenzione.
D’altra parte, nella sua ambizione cerca di ridurre il più possibile i danni collaterali (a meno che non le si pestino deliberatamente i piedi), ha una soglia ben precisa di ciò che è moralmente accettabile e, quando può, cerca di fare del bene a chi si trova sulla sua strada. Sebbene sia molto abile a manipolare la gente, i suoi piani cercano di appianare i conflitti e portare il maggior beneficio possibile perfino agli sconosciuti (ad esempio quando cerca di ingraziare Joffrey alla popolazione). Anche quando è in piena modalità politica, i piccoli gesti mostrano che tiene molto alle persone a cui vuole davvero bene, che non si limitano ai parenti più stretti. Nel complesso, è un role model ben bilanciato: imperfetta, ma positiva.

È una donna forte che cerca di emergere in una società sessista. La donna che “infrange le regole” è una candidata naturale al ruolo di icona LGBTQ+: combatte la stessa battaglia contro una morale che soffoca l’individualità e la costringe in rigidi ruoli binari. Una donna ambiziosa, specie se mira a una posizione di potere, è ancora vista come “trasgressiva” in molti cicli narrativi. Ciò qualificherebbe anche altri personaggi al ruolo, ma Margaery ha degli attributi che la rendono superiore a tutte tranne, forse, Brienne e Sansa. Daenerys era un’ottima candidata nelle prime due sagioni, ma la facilità con cui ha iniziato a ottenere ciò per cui lotta rende difficile immedesimarcisi. Arya, oltre a essere un’altra paraculata del master, non ha esattamente un rapporto positivo con la sua identità di genere (che, in questo parallelismo specifico, è un po’ un problema).
Resta Cersei, un’altra donna che lotta per il riscatto in una società eteronormativa e sessista; ma, a differenza di Margaery, è un esempio completamente tossico. Cersei è un po’ l’icona LGBTQ+ della generazione di Malgioglio o Aldo Busi: ha interiorizzato il costrutto sociale in cui l’uomo è il default e la donna la devianza, considera la sua femminilità un vero e proprio handicap, la vive con profondo disagio e rancore, la rigetta. Odia le altre donne perché odia se stessa, e cerca di compensare la presunta debolezza con le prerogative peggiori dell’altro sesso (violenza e rozzezza), o si conforma alle sue aspettative di “devianza” (la seduttrice incallita). Al contrario, Margaery abbraccia la sua femminilità, la celebra, la esalta, ci gioca, e non si appropria dei tratti peggiori dell’altro sesso perché non vede la forza solo nell’essere maschio: è nei suoi termini e con la sua vera natura che lavora a sovvertire un ordine sociale oppressivo.
Cersei è la metafora del gay che grida al riconoscimento ma nel profondo si odia; Margaery è la metafora del gay che cerca riconoscimento perché si ama e vuole poter vivere al meglio.

È a suo agio con la sua sessualità. Da una parte c’è la costumistica che, su pellicola, è una scorciatoia per descrivere lo stato psicologico di un personaggio. Margaery si veste in maniera progressista e mostra molta pelle: per lo spettatore è indice di una mentalità aperta e di un rapporto positivo col suo corpo e con la sua sensualità. È anche vero che parte del suo look è mirato a mandare Joffrey in crisi ormonale, ma qui ci vengono in soccorso i dialoghi della 2x03 e la 3x07: da entrambi gli episodi è chiaro che non ha problemi a vivere la propria sessualità e incoraggia anche gli altri a vivere positivamente la loro.

È favolosa. Visto che si parla di vestiti, va menzionato che, appena arriva a King’s Landing, impone il suo stile alla capitale: l’autoaffermazione mista a influenza sociale che tutti avvremmo voluto nei momenti neri. Insomma, è una Regina George, ma più positiva.

Il suo potere è tutto intellettuale. Riesce a farsi strada e superare le prevaricazioni grazie alla sua intelligenza, una caratteristica che fa immediata presa su chiunque abbia subito bullismo e si sia trovato impossibilitato a rispondere fisicamente. Purtroppo, bullismo e prevaricazione sono esperienze comuni a molte persone LGBT: vedere Margaery che dà impunemente della vecchia alcolizzata alla stronza che, dall’alto del suo postere, l’ha minacciata di morte una stagione e mezza prima è la vendetta per procura su tutti i bulletti del liceo; riesce addirittura a lanciarle uno Stacce epico nel momento in cui è più vulnerabile. E il modo in cui si rigira l’Alto Passero nella sesta stagione è un riscatto per chiunque abbia subìto prevaricazioni da parte di qualche bigotto.

È stata perseguitata da frange sociali reazionarie. Qui non credo che ci sia molto da spiegare, il parallelismo è evidente: prima è finita in prigione, poi si è trovata la buoncostume in casa ed è rimasta priva della sua stessa privacy. La scena in cui l’Alto Passero le dice come dovrebbe vivere la sua sessualità secondo la moralità religiosa, in maniera del tutto apersonale, asservita al marito, allo stato e agli Dei ha dell’agghiacciante ed è qualcosa in cui qualsiasi LGBT può dolorosamente riconoscersi.
Punti bonus perché Margaery è stata perseguitata proprio nel tentativo di proteggere il fratello in quanto omosessuale, ma ci tornerò parlando di Margaery come alleata.

Non si spezza. Ciò che ha reso così intensi gli ultimi episodi di Margaery e così dolorosa la sua dipartita è che fino all’ultimo non si è spezzata. Ha subìto torture fisiche e, soprattutto, psicologiche mirate specificamente a cancellare la sua identità, il suo rapporto positivo con la sessualità propria e altrui, la sua indipendenza, il suo desiderio di affermazione personale, ma è riuscita a non perdere nulla di sé lungo la strada. Ha dovuto nasconderlo, ha dovuto fingere in attesa di tempi migliori, è stata pragmatica, ma non si è mai arresa alla società retriva che voleva cambiarla. Fino all’ultimo. Nel mondo di Game of Thrones si muore con molta facilità, ma nel mondo reale è un forte messaggio di speranza: non è facile cancellare ciò che ci rende noi e, nonostante tutto, si può resistere.

E questa è Margaery come avatar dello spettatore LGBT. Ora analizziamo Margaery come alleata della comunità.

Ha a cuore gli insicuri. Tralasciando gli stunt di beneficenza alla Lady Diana, Margaery incoraggia apertamente, o mostra preoccupazione per, ben quattro personaggi che hanno insicurezze di qualche tipo: i primi sono Renly e Sansa, ma meritano un discorso a parte. La terza è Brienne, altro personaggio-avatar LGBT, con cui è amichevole in ben due occasioni; non solo non batte ciglio per le peculiarità di genere di Brienne laddove chiunque altro gliele fa pesare, ma cerca di aiutarla concretamente con consigli che la proteggano da gaffe politiche a corte, un ambiente che per Brienne è alieno.
Infine, sebbene sia chiaro che lo manipola, cerca a più riprese di aiutare Tommen, eternamente bullizzato o soffocato dall’ingombrante ego del resto della famiglia, ad acquisire un po’ di autostima e autonomia. Come con Renly, potrebbe sembrare puro calcolo: il potere di Margaery dipende dalla solidità del loro. Ma soffermiamoci su due cose: la recitazione di Natalie Dormer e il linguaggio cinematografico dello show. Quando manipola Joffrey, il suo atteggiamento, il tono della voce, il linguaggio del corpo e la mimica facciale sono freddi e artificiosi; durante il matrimonio, addirittura, lo guarda a malapena e sorride solo alla folla. Con Tommen e Renly si mostra affettuosa, empatica e solidale, e durante il matrimonio con Tommen sorride a lui e lo rassicura con un patpat sulla mano.  Lo show rende proprio esplicita la differenza: abbiamo una scena in cui, in privato, Margaery sfoga il suo disprezzo per Joffrey, mentre non ci sono scene simili per Renly. E direi nemmeno per Tommen (nella scena in cui parla della notte di nozze è divertita e intenerita, non esasperata; quando calca la mano è per far rosicare Cersei).
È chiaro, quindi, che Margaery ha a cuore gli insicuri; l’insicurezza è qualcosa con cui spesso gli LGBT si trovano a combattere, specie i primi tempi.

Rispetta la sessualità altrui. Il rapporto di Margaery e Renly tecnicamente rientra nel punto precedente, ma merita un discorso a parte: tolta la pragmaticità (c’è bisogno di concepire un erede, tipo, entro ieri), non batte ciglio per l’omosessualità di Renly ed è disposta a venirgli incontro (oltre che, come per Tommen, aiutarlo a superare le insicurezze che mostra in privato). È interessante commentare anche la scena in cui Joffrey le chiede spiegazioni sul loro matrimonio: Margaery si trova in una situazione in cui è costretta a parlare, ma tenta fino all’ultimo di non tradire il “segreto” di Renly. Quando Joffrey si mostra omofobo, esita prima di assecondarlo, lo fa con vistoso disagio e cerca subito di spostare l’attenzione su altro. Per quanto abbia le mani legate, cerca di metterci una pezza come può e non gettare fango sulla sessualità di Renly.

Ha a cuore gli oppressi. La sua empatia è ancora più evidente con Sansa, di cui è letteralmente l’unica amica a King’s Landing nonostante Sansa sia ai limiti dell’accettazione sociale e possa danneggiare le PR di Margaery a corte. Il suo interesse ha ovvie radici politiche, ma mostra con grandi e piccoli gesti di avere genuinamente a cuore il benessere di Sansa: già solo il piano di farla sposare con Loras porerebbe un beneficio politico ai Tyrell ma personale a Sansa; in più, anche dopo il fallimento e un fidanzamento che rende Sansa socialmente ancora più un peso, continua a esserle amica e cerca costantemente di incoraggiarla e consolarla, sia con i discorsi, sia lanciandole un sorriso durante il matrimonio con Tyrion. Addirittura, al matrimonio regale, durante la parodia della Guerra dei Cinque Re, lancia più di uno sguardo verso di lei non appena “Robb Stark” viene “ucciso”, a controllare che non stia piangendo, nonostante anche i Tyrell siano appena stati pubblicamente umiliati. Anche qui, il linguaggio dello show rende la cosa esplicita: Olenna è interessata a Sansa solo come pedina e ha una scena in cui, in privato, ammette di avere poca stima per lei; Margaery non ha nessuna scena del genere che faccia dubitare della genuinità del suo affetto.

Ama e accetta suo fratello, ed è molto protettiva nei suoi confronti. Sul serio, Margaery è la sorella che tutti i gay vorrebbero avere. Ciò è evidente già dalla seconda stagione, dal modo positivo e aperto con cui affronta il rapporto fra Renly e Loras, da come consola Loras per la morte di Renly, e da come cerca di inculcargli un po’ di pragmatismo e buon senso per sopravvivere. Nella stessa scena del matrimonio regale, a parte impietrire in generale per la farsa con i nani, lancia anche più di un’occhiata a Loras per assicurarsi della sua reazione.
Nelle ultime due stagioni, quando Loras è perseguitato proprio per il suo orientamento sessuale, è pronta a rischiare il tutto per tutto pur di salvarlo: pergiurare, affrontare il carcere, tenere duro per entrambi, fingere una conversione, collaborare col nemico… qualsiasi cosa per tirarlo fuori di lì. Quando tesse la rete per dare Cersei in pasto alla Fede, il dialogo con l’Alto Passero non lascia dubbi: la sua priorità è tirare Loras fuori di prigione sano e salvo, la vendetta è marginale. Personalmente, la parte che mi ha distrutto di più della scena della sua morte è stata quando cerca di tirare su Loras e portarlo via, nonostante sia chiaro che lui ha gettato la spugna. E quando, subito prima di morire, lo afferra per le mani per tentare di proteggerlo da qualsiasi cosa stia per succedere, beh, è il momento in cui mi si è spezzato il cuore. Uccidetemi ora.
In verde, i miei feels che mi distruggono.

C’è da fare, infine, una piccola osservazione sui Tyrell in generale: considerando come la famiglia sia spesso un tasto dolente per molte persone LGBT, è interessante analizzare cosa si nasconde sotto l’ambizione e la sete di potere dei Tyrell.

Sono una famiglia unita e amorevole. Nella serie ho sentito la mancanza di Willas e Galran, sarebbe stato bello vedere come Margaery interagiva anche con loro; e anche di Alerie Hightower, la mamma. Ma perfino Mace Tyrell, per il poraccio che era, aveva un posto nel cuore di Margaery – basti vedere lo sguardo angosciato che gli lancia notando che anche lui è intrappolato nel tempio di Baelor prima del botto.
Sul rapporto fra Olenna e Margaery ci sarebbe da scrivere un intero post, ma se da una parte Olenna è letteralmente pronta a uccidere pur di tenere Margaery al sicuro, Margaery stessa si preoccupa della sicurezza di Olenna perfino nel momento in cui la propria è più a rischio, ed è pronta a rinunciare al suo conforto e sostegno pur di metterla in salvo alla prima minaccia dell’Alto Passero. In tempi felici si punzecchiano e magari litigano, ma sono sempre lì, pronti a fare fronte comune contro tutto e tutti non appena c’è un problema. I Tyrell sono una famiglia che si ama, a differenza dei Lannister, e forse perfino più degli Stark: considerando quanto spesso, purtroppo, le persone LGBT abbiano problemi con la famiglia, ciò non fa che accrescere il fascino che i Tyrell e Margaery hanno per questa nicchia di pubblico.

Sono una famiglia di vedute aperte. In questo caso, è interessante confrontare i Tyrell e (da quanto implicato nello show) Highgarden con i Martell e Dorne (ignorando il macello che di Dorne è stato fatto nella serie). Entrambe le famiglie si mostrano estremamente progressiste nel contesto di Westeros e hanno una notevole apertura mentale verso gli orientamenti non-eteronormativi – i Martell in maniera esplicita e ufficiale, i Tyrell in maniera ufficiosa e limitata ai suoi membri. È vero, i Martell sono molto più progressisti dei Tyrell sotto tantissimi aspetti (vedesi concubini e relativa progenie), ma sono anche poco realistici: Dorne è una specie di utopia, il mondo ideale in cui vorremmo vivere ma che sappiamo bene essere, purtroppo, irraggiungibile. Highgarden è il mondo reale in cui potremmo vivere, un nucleo familiare unito e aperto in cui ogni membro riceve affetto, riconoscimento ed è protetto da ciò che gli estranei dicono o pensano. È qualcosa che non tutti, purtroppo, hanno, ma per il quale c’è sempre una speranza realistica.

Per concludere, quindi, ci sono due chiavi di lettura per cui Margaery è un’ottima icona LGBTQ+, due motivi generali per cui è facile, per uno spettatore LGBT, amarla. Da una parte, è facile immedesimarcisi, sia perché ha quei tratti camp che fanno parte del nostro immaginario, sia perché affronta situazioni difficili che spesso conosciamo da vicino, sia perché ci offre quella fantasia di rivalsa che ci tiene motivati. Dall’altra parte, rappresenta la speranza che nonostante tutto, nonostante i momenti difficili, gli insulti, a volte perfino la violenza fisica, c’è sempre qualcuno che ci amerà, ci tenderà la mano e non ci abbandonerà. Fino alla fine, anche a costo di affrontare il mondo intero e soffrire con noi. È un messaggio estremamente potente da affidare al personaggio di una serie tv.
 

Sunday, 15 January 2017

End of the World, reprise

Now that you’re back
From the end of the world,
Tell me, how does it look?
Fire and ice, like the book?

I fed both your cats
And I watered your plants,
Cleaned up the broken glass
While you were gone.

You don’t have to speak,
I can see you’re still weak.
I’m glad you’re back
But baby, please,
If you ever go back
To the end of the world,
Darling, take me.

Una foto pubblicata da Alessandro Narciso (@gothicnarcissus) in data:

You don’t have to speak,
I can see you’re still weak.
I’m glad you’re back
But baby, please,
If you ever go back
To the end of the world,
Darling, take me.

[ Carice Van Houten ]

Sunday, 20 November 2016

Momenti

Giusto a titolo informativo: c.v.d., a Roma è andato tutto bene.
La mia organizzazione è stata impeccabile (anche se il B&B mi ha lasciato senza wi-fi), ho catturato un fottìo di Pokémon fra cui anche l’Exeggcute meraviglia assoluta che mi serviva per far evolvere Exeggutor, ho trovato uno Psyduck che nuotava nella Fontana di Trevi e, soprattutto, ho catturato il mio primo Jynx. Per la serie, “Dovevo veni’ a Roma pe’ cattura’ er mignottone”.
 
The Only One by GothicNarcissus The Only One 2016 by GothicNarcissus

Anche passare per Bologna non mi ha dato alcuna difficoltà, stanchezza a parte (treno alle 6:45 del mattino), e ho anche trovato un passaggio un po’ più presto del previsto che mi ha permesso di prendere un Intercity senza cambio e arrivare a Trieste in tempi umani e con poca fatica.
A parte questo, Claudio mi ha regalato il libro del primo anno del suo corso di norvegese e, finalmente, le mie mire autodidattiche iniziano ad avere una direzione precisa. E con Katia non solo siamo andati dal giapponese più buono in cui abbia mai mangiato, ma siamo anche andati a vedere Animali Fantastici e Dove Trovarli come ci eravamo ripromessi. Ovviamente, poi, non esiste che io vada a Roma e non passi al Cimitero Acattolico per una visitina all’Angel of Grief, ormai è una tradizione.

Una foto pubblicata da Alessandro Narciso (@gothicnarcissus) in data:

La cosa che mi ha sorpreso di più, comunque, è essermi più o meno goduto la giornata col Procreatore. A parte le solite, inevitabili fonti di frustrazione, tipo il campo magnetico che sembra avvolgerlo e che gli rende repellente qualsiasi superficie pedonabile a favore della carreggiata più vicina (giuro che l’ha fatto anche a Times Square, in mezzo al traffico di NYC).
È che penso che tutti ci rendiamo conto che nessuno può scegliersi i genitori e non incolpiamo gli altri di ciò che fanno in pubblico, ma ho perennemente il terrore che faccia qualche faux pas sociale mentre è con me; fortunatamente, il suo grande momento è andato liscio e nessuna delle mie previsioni più nefaste si è avverata. Una piccola parte di me si è perfino sentita orgogliosa di lui ed è stata quasi sincera nell’incoraggiarlo; un’altra è stata genuinamente felice che ci abbia tenuto tanto alla mia presenza lì. Come uomo è emotivamente stitico e non mostra grande affetto; siamo costituzionalmente agli antipodi, con lui che è un uomo manuale e io che sono cerebrale. Non abbiamo mai avuto molto terreno comune su cui costruire un vero rapporto, per questo per me è stata una novità frastornante. In realtà è da qualche mese che mi sembra che non recitiamo più il ruolo di padre e figlio ma condividiamo davvero dei momenti. Non so se genuinamente fosse contento che io fossi lì con lui, ma l’idea che lo sembrasse ha colpito una qualche parte atrofizzata del mio quorycino. Mi fa strano accorgermi che, dopo tutti questi anni, mi importa, ma ne sono davvero felice.
E fra l’altro, girare Roma con lui non è stato nemmeno particolarmente noioso: posto che ho tenuto il naso sepolto in Pokémon Go per buona parte del tempo e gli occhi incollati ai monumenti per il resto, e che lui non è decisamente un buon compagno di gite artistiche come lo è la Mater, a cui queste cose interessano davvero e con cui posso condividere il mio entusiasmo, almeno ha saputo dove portarmi e ho apprezzato gli aneddoti che mi ha raccontato; mi sono perfino trovato a raccontargliene qualcuno io, dalle volte in cui sono stato a Roma in precedenza.
È proprio questo che è cambiato: le ultime volte che ci siamo visti abbiamo parlato un po’ di noi, non solo di politica estera e interna, del tempo che fa e delle ultime notizie al TG. Mi ha raccontato qualche episodio di quando era giovane, e l’ho ascoltato volentieri. Non so perché mi senta nella posizione di tentare questo approccio, di provare a conoscerlo seriamente: forse davvero non mi frega più niente del momento in cui se ne inventerà un’altra, mi volterà le spalle e mi farà del male per l’ennesima volta, come nove anni fa. Almeno quei piccoli momenti me li posso (e voglio) godere. Al diavolo se mi rendo vulnerabile per la prossima piazzata.

O mio dio, ho mica appena centrato il nocciolo della mia nevrosi nei confronti delle relazioni umane partendo dalla vera e propria radice del problema? Che sia la volta buona che riesca a far partire il defrost?
Urge che chiami lo psicanalista e prenoti una seduta per capirci qualcosa.

Sunday, 25 September 2016

End of the World

Now that you’re there
At the end of the world,
Tell me, how does it look?
Fire and ice, like the book?
 
Ai fini pratici di un’amicizia a distanza, non c’è una grossa differenza fra la Toscana e il Nottinghamshire: in entrambi i casi non ci si vedrebbe che un paio di volte l’anno, giorni bellissimi e molto intensi seguiti da momenti in cui ci si può solo sentire. La vera quotidianità è sui social network, in chat, a raccontarsi le rispettive vite, condividere gli interessi e immaginare i momenti in cui ci si potrà rincontrare.

I’ll feed both your cats
And I’ll water your plants,
Clean up the broken glass
While you are gone.

Per qualche strano motivo, però, il fatto che il mio migliore amico si sia trasferito all’estero mi ha lasciato un sapore dolceamaro in bocca. Da una parte sono genuinamente felice per lui, che starà meglio per tutta una serie di circostanze, avrà mille possibilità in più, si scuoterà da una situazione stagnante – anzi, sono orgoglioso che abbia deciso di fare un passo simile nonostante le incertezze che affrontare un trasferimento comporta.

You don’t have to speak,
I can see you’re still weak.
I’m glad you’re there,
But baby, please,
If you ever go back
To the end of the world…

Dall’altra, Firenze non sarà mai più la stessa. I musei, le piazze, i portici, il bar della Feltrinelli, gli autobus con i mancati investimenti, l’arrivederci la sera in stazione – tutto si tingerà di una luce nostalgica. Ed è vero, prendere un Intercity o un RyanAir da Trieste non è poi così diverso in termini di tempo, stanchezza, organizzazione o soldi.  Ma è anche vero che il mio migliore amico ora vive dall’altra parte d’Europa. Con un cellulare inglese, il fuso orario inglese e al quadruplo della distanza da me. E penso a quanto io sia stato stupido a non saltare su un treno per andarlo a vedere più spesso finché potevo.
Francamente, ora vorrei tanto fare un salto in Inghilterra, anche solo per assicurarmi che stia sorridendo.

…Darling,
Take me.

(Il testo, leggermente riadattato, è di una canzone di Carice Van Houten. Quella Carice Van Houten. Sì, Melisandre di Game of Thrones ha pubblicato un album ed è pure ottimo: un ascolto non guasterà.)

Tuesday, 20 September 2016

Stuck on Stucky

Di solito, essere single non mi dà particolare fastidio: mi lascia un sacco di tempo da dedicare a me stesso (anche troppo: overthinking, anyone?), seguire le mie passioni e cercare di sbrogliare il casino che ho in testa. Ci sono momenti, però, in cui la cosa mi frustra oltremodo – ed è quando la solitudine mi mette i bastoni fra le ruote proprio nel seguire le mie passioni.
Textbook case: dopo la maratona di film Marvel di qualche mese fa, sono sprofondato fino ai gomiti nella Stucky (la ship di Captain America e il Soldato d’Inverno); ora che è uscito in DVD Civil War, che può riassumersi in “Gli Avengers si pestano per il ragazzo del Cap”, ci sono ricascato con tutti i piedi e mi piacerebbe da matti portare un cosplay di Steve e Bucky a Lucca, prima o poi, facendo tanto, tanto, tanto fanservice (ovviamente faremmo la versione Anni Quaranta pre-siero, visto che al massimo ho il fisico di Steve mingherlino). E non è una cosa che mi va di fare, per dire, con un amico con benefit: sarebbe più divertente ed emozionante da condividere con qualcuno per cui nutro un sentimento più romantico. E se scoperchiamo quel vaso di Pandora che è la lista delle foto che voglio fare con un fidanzato, beh, non finiamo più.

Sì, guardo i film Marvel come film romantici. Problemi?

Spiegare il mio “problema” alle persone normali, che amano col cuore e non con la testa, per cui i sentimenti sono travolgenti e non funzionali ad altri aspetti della loro vita, è un po’ complicato e richiede una premessa.
Essendo paranoico, soffro di un disagio estremo per lo stereotipo del fottografo marpione, quello che ti propone di fare foto ma in realtà vuole un pompino. È un atteggimento che disprezzo dal profondo, per cui, al momento di scattare con un perfetto sconosciuto, mantengo le cose il più asettiche possibile. Poi, per carità, possiamo benissimo fare amicizia, magari anche uscire insieme, ma a foto fatte, postprodotte e pubblicate: fino a quel momento, il rapporto è strettamente professionale, arrivederci e grazie. È anche per questo che preferisco far posare amici: c’è fiducia reciproca, il problema non va a porsi e non finisco a farmi paranoie su che idee si faranno delle mie intenzioni. Per cui, se da una parte sono categorico nel non far colare il mondo fotografico in quello privato, non ho problemi e, anzi, amo fare il contrario.

Del resto, il soggetto di una foto è tutto nell’occhio del fotografo: uscirà come lo percepisce chi manovra la fotocamera (ed è per questo che, ad esempio, chiunque, ma proprio chiunque, uomo o donna, posi per Terry Richardson sembra una mignotta). Certe foto che ho in mente, per come le ho immaginate, richiedono che io provi una forte attrazione o addirittura un coinvolgimento emotivo verso il mio soggetto, perché quello è l’unico modo che ho per trasmettere genuinamente le emozioni che voglio che abbiano. Il soggetto deve essere desiderato, amato, venerato e, perché lo sembri sull’immagine, deve esserlo innanzi tutto nella mia testa.
Non parliamo, poi, delle foto di coppia che ho in mente: alla meglio, deve esserci una tensione erotica o emotiva reciproca; alla peggio, ci si deve spogliare insieme. Anche qui, l’amico fotogenico con benefit potrebbe essere una soluzione, ma sono dei concept talmente importanti per me che non voglio buttarli lì tanto per, senza vivere appieno l’esperienza. Sono foto che hanno bisogno di una genuinità che due modelli a caso, o due amici che scopano, non potrebbero mai trasmettere. Men che meno se devo posare anch’io, che difendo il mio spazio personale con unghie e denti e non mi metterei mai abbastanza a mio agio da farle funzionare.
C’è poi il fatto che mi scoccia chiedere favori; odio sentirmi in difetto. Andando a scattare con un ragazzo con cui sto non avrei il problema, perché i suoi sentimenti mi darebbero un vantaggio da sfruttare per bypassare le mie paranoie. Avrei modi concreti per ricambiare il favore (non necessariamente quelli che state pensando, maliziosi) e, nella mia testa, sarebbe più facile venirsi incontro.

Per cui, riassumendo, di condividere la vita quotidiana con qualcuno, onestamente, fottesega: anzi, è una prospettiva che mi inquieta un po’. Ma, per forza di cose, ho bisogno di qualcuno con cui condividere almeno parte della mia vita artistica perché abbia la profondità emotiva che cerco. La cosa diventa particolarmente frustrante man mano che nuove idee si aggiungono all’ormai chilometrica lista che ho fatto: l’ultima è Eternal degli Evanescence, che non riesco più ad ascoltare senza sbuffare perché continuo a trovarmi davanti agli occhi il trittico di foto che mi ispira e mi secca da morire non avere i mezzi per farlo. E non parliamo nemmeno di Ten Love Songs di Susanne Sundfør, su cui ho pianificato un’intera serie. Non è un caso se nelle varie app come nick ho titoli di sue canzoni: mi sono iscritto nella speranza di trovare materiale per fare quelle dieci dannate foto.
So che come discorso sembra abbastanza cinico, ma considerando l’importanza che l’arte ha per me a livello umano, e che è il filtro attraverso cui processo le mie emozioni, se trovo un partner artistico in qualcuno dal mio punto di vista significa che le cose si fanno davvero serie.

Saturday, 11 June 2016

Stanza vuota

Room by GothicNarcissusI will keep this lonely room
Empty for you, empty for you.
I will leave everything
Unchanged, unaffected.
Everything will stay the same,
Nothing’s ever gonna change.

Forever, I will keep this room
Empty for you, empty for you.
I will leave the streetlights on,
Shining for you, shining for you.
I will sing the songs we knew
Just to feel close to you.

I’ll write your name
In my sacred scripture,
As if you were still
A part of the picture.

I’ve seen the picture on the wall
Falling down on the floor,
Breaking into a thousand pieces
Near my feet, and I bleed.
Gluing back the picture frame,
Putting it back on the nail on the wall.

I will keep my heart undressed,
Open for you, open for you,
The empty space which you left
In my chest, in my chest,
And I will sing the songs we knew
Just to feel close to you.

[ Room – Eivør ]
 
È vero: non c’è nulla, nel mondo reale, che possa competere con un sogno. È anche vero che, in alcuni momenti, il mondo reale non ci prova nemmeno. Tipo negli ultimi quattro anni: è facile affezionarsi a un sogno e lasciargli spazio nel tuo cuore se non c’è nessuna, e dico nessuna valida alternativa. D’altra parte, non posso nemmeno dire che lo sto inseguendo, questo sogno: svegliarmi sarebbe troppo brutto. Mi basta semplicemente stringermelo contro mentre mi addormento.
Onestamente, non mi aspettavo, né desideravo, che questa canzone diventasse la descrizione di una mia piccola ossessione, o che un mio autoritratto sentimentale avesse quest’aspetto, eppure eccomi qui, con Tumblr e Facebook che mi ricordano che è quattro anni fa che mi sono perso in una foto.
Ma poi, chi me lo fa fare, di ritrovarmi e lasciarla andare?

Sunday, 5 June 2016

Brutal romantic

We here have been brutalised with loss; it has made us brutal in return. There is no going back from this moment.
[ Vanessa Ives – Penny Dreadful ]

Se c’è una cosa che mi ha accompagnato per tutta la visione di The Martian è stata la certezza che qualcuno non sarebbe sopravvissuto al film. Magari Sean Bean – già mi immaginavo il suo personaggio stroncato da un infarto per la tensione di gestire la missione di recupero da Terra, giusto per non smentirsi. Tralasciando Matt Damon, la cui morte dopo un intero film su come farlo sopravvivere e riportarlo a casa sarebbe stata anticlimatica, ero certo che qualche membro dell’equipaggio non ce l’avrebbe fatta. Ero pronto a scommettere su Sebastian Stan, perché gli gnocchi che mi piacciono hanno vita breve e, soprattutto, perché è stato l’unico ad avere interazioni romantiche on screen: la tenerezzza con Kate Mara era un potenziale preludio a lui che finiva alla deriva nello spazio mentre tentava di ripescare Matt Damon e lei che restava da sola a piangerlo. Quando tutti, ma proprio tutti sono arrivati a fine film, mi è cascata la mascella.
Stessa cosa dicasi del finale di stagione di Supernatural, in cui mi aspettavo che Amara-The Darkness sarebbe morta malamente, probabilmente sacrificandosi per salvare suo fratello Chuck-Dio, dopo che si sono presi tutto il tempo per mostrare un lato inaspettatamente umano di quella che doveva essere la forza del male suprema. O prendiamo le reazioni a Captain America: Civil War: c’è gente che è rimasta sorpresa che non sia morto nessuno, né Cap come nei fumetti, né Bucky che era un ottimo candidato (povero Sebastian Stan!), né War Machine che ha fatto una caduta di qualche centinaio di metri. Tralasciando i paragoni con il fumetto e le morti che ci si aspettava da lì (persone, sul serio: film e fumetti sono due continuità diverse, fatevene una ragione), mi sorprende che il fatto che tutti gli Avengers & friends siano sopravvissuti sia un big deal.
Da qui la domanda: siamo davvero così abituati alla tragedia su schermo che a farci rimanere di sale è quando le cose vanno per il meglio?

Faccio una premessa: da una parte, ammetto che è la mia ignoranza cinematografica a parlare e spingermi a considerare analoghi due formati profondamente diversi – quello della serie tv e quello del film – semplicemente perché guardo entrambi svolgersi su uno schermo.
Una serie tv ha bisogno di uccidere dei personaggi, vuoi per ragioni off-screen (contratti, disponibilità, salute degli attori), vuoi per la lunghezza della storia, che esaurisce la funzione di certi personaggi o richiede la creazione di nuovi conflitti per andare avanti. Se guardi una serie tv, hai la certezza che prima o poi qualche personaggio a cui tieni morirà – e quando ciò avverrà, sarà devastante, perché il formato ti ha dato anni per affezionartici e non avrebbe senso farlo uscire di scena in una maniera non emozionante. Per cui, la mia percezione di una morte sempre in agguato sullo schermo è probabilmente influenzata dal fatto che guardo più serie tv che film, e magari nei film è un po’ meno comune.
C’è poi una certa parzialità di genere: cinematograficamente sono onnivoro e vado da film che più hipster non si può a blockbusteroni hollywoodiani, ma preferisco le storie con un sottotesto drammatico perché sono emotivamente più soddisfacenti; ovviamente, più dramma vuol dire più tragedie. Sulle serie tv la parzialità è ancora più evidente visto che, tralasciando serie come La Signora in Giallo e Poirot in cui l’omicidio è parte integrante della trama di ogni episodio, la cosa più vicina a una commedia che guardo è Scream Queens che, BEH.

Resta però il fatto che viviamo in un mondo in cui Game of Thrones è la serie di maggior successo degli ultimi tempi. E Thrones fa della tragedia sempre dietro l’angolo un caposaldo: nel momento in cui ci si concentra su un personaggio secondario, possiamo stare certi che morirà presto. E il modo più rapido per renderne la morte significativa è proprio investire emotivamente sul personaggio: vedesi Shireen Baratheon nella scorsa stagione. Thrones sta diventando un po’ la regola della fiction drammatica su schermo e ci ha talmente brutalizzati che ormai è quella che ci aspettiamo. Ed è vero, è un adattamento letterario e segue una trama molto sanguinaria, ma aggiunge molto di proprio.
Ma basta vedere le differenze fra uno Streghe e un Supernatural per notare come la fiction su schermo è progredita: premessa di base simile – una famiglia che lotta contro le forze del male – ma in Streghe, terminato nel 2006, la morte dell’innocente era l’eccezione in circostanze straordinarie, in Supernatural, iniziato l’anno prima, è molto più comune. Non parliamo poi di American Horror Story e Penny Dreadful, sanguinolenti per forza di cose, o perfino Doctor Who con i suoi eccidi una puntata sì e una no, mentre perfino una serie drammatica come Buffy si conservava le morti strappalacrime per momenti importanti.
Ormai, se non sto guardando una commedia, nel momento in cui a un personaggio secondario viene data una certa rilevanza mi preparo già a non affezionarmici perché probabilmente morirà e non voglio starci troppo male – soprattutto se è una sottotrama sentimentale. Porca miseria, perfino la Disney nel 2009 è riuscita a uccidere uno dei buoni in un film delle principesse (Ray in Princess And The Frog) senza che la cosa avesse un legame diretto con la trama!

Onestamente non so bene che conclusioni trarre da tutto ciò: di sicuro, la fiction che produciamo riflette la nostra società e bla bla, quindi è probabile che siamo davvero talmente rassegnati alla perdita da considerarla normale e onnipresente; pretendiamo realismo dai nostri racconti perché abbiamo rinunciato anche solo all’illusione di un lieto fine. O forse abbiamo talmente paura del dolore, emotivamente fragili come siamo diventati, che lo esorcizziamo in forma fittizia, come un veleno assunto a piccole dosi per immunizzarci – del resto, esocrizzare le paure è sempre stato uno degli scopi della narrativa. Cioè, c’è gente che si lamenta che, dopo una stagione di stragi, American Horror Story dà ai superstiti un lieto fine, in un modo o nell’altro: ragazzi, che problemi avete?
Personalmente, mi piace vedere un lieto fine, anche non agrodolce, ogni tanto. Anche se poi nella vita reale le cose non vanno mai davvero bene: almeno quel piccolo momento di felicità di seconda mano me lo godo volentieri.

Wednesday, 13 April 2016

Cani e gatti

Una coppia coraggiosa che abita nel palazzo di fronte al mio ha pensato bene di adottare assieme un bambino, un gatto e un cane. Tralasciando il marmocchio, qualche sera fa mi è capitato di buttare un occhio alla loro finestra e vedere come il cane e il gatto abbiano reagito alle coccole: il gatto si è strusciato alle caviglie del tipo ed è andato per conto suo; il cane invece l’ha subito seguito come un’ombra. Ed è lì che ho avuto l’ennesima conferma: sono decisamente un tipo da gatti.
I cani alla meglio mi lasciano indifferente, alla peggio li trovo un po’ ridicoli o addirittura fastidiosi. Vogliamo partire dal modo in cui ti guardano, come se fossi il centro dell’universo, con quello sguardo a metà fra l’estasiato per la tua presenza e il nostalgico preventivo per quando dovrai assentarti cinque minuti? O il fatto che siano così dannatamente trasparenti nel mostrare il loro entusiasmo per qualsiasi cosa tu faccia? E il modo in cui vivono in tua funzione, cercano di compiacerti continuamente, di ostentare quanto obbediscono, di rassicurarti che sono lì, seguendo ogni tuo passo? Di come vogliano fare tutto, ma proprio tutto, in simbiosi con te? E la loro continua esuberanza? Per non parlare di come prendano qualsiasi briciola di affetto, anche buttato lì mentre stai facendo altro, per oro colato. Cristo, ma vatti a fare una vita! Ad averne uno 24/7 non-stop mi sentirei soffocare.
Dall’altra parte ci sono i gatti. Amo che siano indipendenti e facciano le loro cose, ma sotto sotto non disdegnino la tua presenza: loro stanno da una parte della stanza dandoti le spalle, tu stai dall’altra a fare le tue cose, ma se te ne vai ti seguono discretamente e senza sbattertelo in faccia. Ti cercano quando hanno davvero bisogno e per cose serie. Quando vogliono affetto non si accontentano finché non dai loro tutta la tua attenzione senza mezze misure; ma, terminato il momento, tornano alle loro faccende e ti lasciano alle tue. E l’affetto te lo dimostrano con le piccole cose: aspettando che ti sia seduto anche tu quando dai loro da mangiare, restando a farti compagnia quando sei ammalato, cercando una carezza della buonanotte quando sanno che stai andando a dormire. Insomma, ti amano, ti danno affetto, ma alle loro condizioni e quando pare e piace a loro, difendendo i loro spazi e lasciandoti i tuoi – anzi, l’aria sarcastica, sassy e sofisticata che hanno di solito, serve solo a sorprenderti quando fanno i teneri. E sono una sfida continua: ti assecondano quando ne vale la pena e devi sempre guadagnarti il loro rispetto.
D’altra parte, la devozione continua dei cani non solo è soffocante, ma dopo un po’ smette di sorprenderti e diventa routine, qualcosa che puoi dare per scontato. All’affetto co-dipendente di un essere che cerca l’altra sua metà ne preferisco uno di due unità che da sole si bastano ma scelgono di stare insieme rispettando ciascuno gli spazi dell’altro.

Ed è qui che mi accorgo che, più che di animali domestici, questo post potrebbe benissimo parlare delle persone che mi vanno a genio. Dovessi trovarmi accanto un ragazzo-cane, lo abbandonerei sulla prima autostrada. Preferisco di gran lunga un ragazzo-gatto con cui fare i randagi assieme.

Sunday, 3 April 2016

Warning’s fair, I don’t care very much

Ribadiamolo, ché non fa mai male: astrologia sì ma anche no. Adoro la simbologia che c’è dietro, mi piace giocarci, ma la prendo più come una pausa ricreativa in un percorso di autoanalisi più serio che non come la vera risposta a tutte le mie magagne.

Secondo il mio amico Stefano, ho una carenza di ossitocina che mi fa salire il bitch, please quando la gente inizia a fare la svenevole. Secondo il mio ingarbugliato tema natale, invece, non ho proprio un cuore. I Gemelli sono bipolari, cerebrali, facilmente distraibili e difficilmente impegnabili già di default, ma nel mio caso specifico ci sono tante di quelle posizioni e aspetti che suggeriscono che sono una persona sentimentalmente carente che, in pratica, secondo gli astri sono geneticamente programmato a essere l’Anticristo del romanticismo. Basti vedere come sono messe Venere e Lilith, che descrivono rispettivamente il lato sentimentale e quello sessuale delle persone.

Venere in Gemelli
Con Venere in Gemelli, il sentimento è curioso e in un certo senso intellettualizzato; si hanno modi di fare simpatici, gentili e accattivanti ma a volte si è volubili e si affrontano i sentimenti e le relazioni con disinvoltura. Alle origini di una storia d’amore deve esserci comunque una base intellettuale.

Lilith in Bilancia
Lilith in Bilancia caratterizza una persona molto attenta all’eleganza e al lato estetico della persona che gli sta a cuore. Non sempre però riuscite a conquistare e a legare a voi chi più ha colpito il vostro cuore a prima vista.
Siete inoltre molto passionali all’inizio, ma perdete questa intensità dei sentimenti abbastanza velocemente.

E già qui, fra Cerebral, Heartless Bitch Venus e Vain, Easily Bored Lilith, sono il poster child della superficialità sentimentale: sono cortese, mi piace dare corda, ma la cosa finisce lì. E il divertimento è solo all’inizio:

Venere in VI casa
L’amore viene associato con il lavoro, dove si svolgono attività piacevoli. Si seguono spontaneamente norme di vita equilibrate, fra affetti, lavoro e quotidiano, salute inclusa.
L’affetto si riversa anche verso il mondo della natura, con particolare attenzione verso gli animali domestici e le piante.

327 Congiunto Venere - Giove
Siete eccezionalmente generosi e amorevoli, ma richiedete in cambio molto affetto e molti stimoli a livello sociale. Spesso vi aspettate dal partner anche un sostegno materiale.
È un ottimo aspetto per quanto riguarda la vita affettiva e sociale. Vedete l’amore secondo i canoni tradizionali, ed il vostro matrimonio è fortunato, come, del resto, le vostre associazioni.

-129 Opposto Venere - Ascendente
Vi piace eccedere nella ricerca del piacere. Potete frequentare compagnie dubbie o comunque diverse. A volte mancate di buon gusto. Siete spendaccioni, e spendete in maniera superficiale. Cautela nelle amicizie: a volte sono più interessate che sinceri.

Fin qui ancora nulla di eccessivamente preoccupante: ecco il mio solito “voglio un ragazzo fotogenico per farci, come prima cosa, un mucchio di foto che non avrebbero profondità emotiva con un modello qualsiasi”, una certa esigenza in campo sentimentale e il fatto che non sono proprio capace di pormi dei limiti. Ma c’è dell’altro.

Marte in VII casa
Il temperamento può essere caratterizzato da una carica di tensione nei rapporti amorosi o con i collaboratori, poiché vi è la tendenza a voler dominare.
La vita di relazione è molto contrastata.

Saturno in I casa
Il carattere tende ad essere riservato, controllato, che non si scopre facilmente, molto sensibile alle responsabilità e al dovere.
Può essere indizio di una salute delicata soprattutto in età infantile.

 49 Congiunto Luna - Urano
Il vostro bisogno di libertà in campo sentimentale e familiare è così forte che resisterete a ogni legame e la cooperazione con il partner e i membri della vostra famiglia diventerà difficile. Avete bisogno di continui cambiamenti.
Il vostro modo di esprimere le emozioni è piuttosto superficiale e disinvolto, i veri sentimenti, troppo spesso da voi ignorati, finiscono con l’esplodere in un secondo momento. Avete molta vitalità e un grande dinamismo. Siete esuberanti e tenaci.

Insomma, l’unico aspetto che mi descrive come sentimentalmente abile è la congiunzione di Venere e Giove; a questa però si contrappongono praticamente tutti gli altri aspetti che influenzano il campo sentimentale. Per dire, Sugar Daddy Jupiter è ampiamente compensando da Control Freak Mars e Free Bitch Baby Uranus: non mi farei mai mantenere dal partner perché ciò mi metterebbe in una posizione di svantaggio nella coppia e andrebbe a limitare la mia libertà di prendere e farmi gli affari miei. Allo stesso modo, la generosità sentimentale è compensata (o, per lo meno, sepolta molto a fondo) da tutta quella massa di incapacità di vivere i sentimenti in profondità, carattere controllato e desiderio di indipendenza.
Riassumendo, al fatto che amo con la testa e scopo con gli occhi, che tendo a non moderarmi e ho un approccio molto superficiale ai sentimenti, si aggiunge che tengo sempre su la poker face, ho bisogno di mantenere il controllo, difendo ferocemente i miei spazi e la mia indipendenza e, quindi, come inizio a sentire puzza di gente troppo appicicaticcia, che corre troppo o non sa stare al suo posto, alzo i tacchi e tanti saluti proprio come regola.
In tutto ciò, buttiamoci dentro anche il mio Neurotic Wreck Neptune e non c’è da sorprendersi se a fare gli svenevoli con me non si arriva lontano.

So if you kiss me,
If we touch,
Warning’s fair:
I don’t care very much.

[ I Don’t Care Much – Emilie Autumn ]