Saturday, 30 December 2017

Classifica musicale annuale – 2017

Quest’anno non ci sarà una classifica dei dischi del 2017, un po’ perché alcuni non li ho ascoltati (omg, dicembre sta finendo e mi sono completamente dimenticato degli Anathema!), ma soprattutto perché molti li ho recensiti molto nel dettaglio per Armonie Universali, la webzine su cui scrivo assieme a Michele.
Ma visto che parlare di musica mi manca e ho deciso di aggiornare di anno in anno il questionario sulla libreria di last.fm verso l’autunno, a dicembre pubblicherò il questionario (con sottintesa classifica) degli artisti che ho ascoltato di più quest’anno.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (Phildel)
• Come gran parte delle mie scoperte musicali migliori, grazie a Luisa.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Beyoncé)
• Naturalmente Crazy In Love su MTV.
3. Testo preferito della numero 33? (Florence + The Machine)
• Ce ne sono tantissimi, ma forse quelli di Blinding e Wish That You Were Here mi emozionano di più.
4. Album preferito della numero 49? (Sharon den Adel)
• Non ne ha fatto nessuno da solista: l’anno prossimo vedremo come sarà questo My Indigo.
5. Canzone preferita della numero 13? (Alizée)
• Mi sono innamorato di Les Collines (Never Leave You).
6. Album peggiore della numero 50? (Blanche)
• Se ci facesse la cortesia di pubblicarne almeno uno…
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Anathema)
Temporary Peace mi ricorda un momento particolare, ma eviterei di approfondire.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Loïc Nottet)
• Lo ascolto relativamente da poco, ancora non gli ho associato nulla di preciso.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (Rag’n’Bone Man)
• Fisicamente nessuno: prima o poi rimedierò.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Misstrip)
• Direi di no: l’intero album parla di depressione e nevrosi varie!
11. Canzone preferita della numero 40? (Gåte)
Bruremarsj Frå Jämtland è magnifica.
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Goldfrapp)
• Forse Yes Sir, o Shiny And Warm. Entrambe sono abbastanza meh.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Eivør)
• Per quanto possa sembrare strano, visto quanto mi ero stressato per quel trasloco, i primi tempi nella casa dove vivo adesso.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (M.I.A.)
• Ricordo che un anno ho ascoltato moltissimo Bad Girls mentre ero a Lucca.
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Ala.ni)
Darkness At Noon è da brividi.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (The Gathering)
• Due: una volta a Milano con gli Autumn come supporter, e la seconda volta a Nijmegen per il mega-concerto del venticinquesimo anniversario della band.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Emilie Simon)
Désert la ricordo praticamente da sempre, ma credo sia stata Graines D’Étoiles ad avermi preso il cuore.
18. Album preferito della numero 11? (Alcest)
Souvenirs D’Un Autre Monde resta il loro capolavoro.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (White Sea)
Mountaineer dal suo primo EP, This Frontier.
20. Canzone preferita della numero 27? (Amaranthe)
Exhale: oltre a essere la mia preferita delle loro, la amo proprio in generale.
21. Album preferito della numero 16? (Panic! At The Disco)
• E niente, li becco sempre con questa domanda: come ho risposto, è una bella sfida fra Too Weird To Live, To Rare To Die! e Death Of A Bachelor.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Theatre Of Tragedy)
• Naturalmente Venus: quando sei un darkettino non te la scampi.
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Exit Eden)
Fade To Gray: “wishing life wouldn’t be so long”, anyone?
24. Come hai scoperto la numero 21? (Trillium)
• Come side project di Amanda Somerville.
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (Amy Lee)
• Molte dall’album per l’infanzia, ma If You’re A Star è particolarmente carina.
26. Canzone preferita della numero 3? (Clare Maguire)
Stranger Things Have Happened è fantastica.
27. Album preferito della numero 2? (Hurts)
• Non riuscirò mai a scegliere fra Happiness e Exile.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (Epica)
Cry For The Moon a Londra, grazie a Ginevra.
29. Testo preferito della numero 8? (Gwen Stefani)
Make Me Like You, ma in generale mi piacciono tutti quelli di This Is What The Truth Feels Like: ci trovo un’onestà e una vulnerabilità notevoli.
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Amanda Somerville)
• Una, ed è fra le vocalist migliori che abbia mai sentito: dal vivo è pressoché identica allo studio, è fenomenale!
31. Come hai scoperto la numero 44? (Marina & The Diamonds)
• Grazie al passaparola, sempre nel gruppetto di Epica Italy quando avevamo iniziato ad aprirci tutti al pop.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Evanescence)
• Uhm, vediamo… tipo Origin? Perfino dalla Pescivendola? Pescy, non è una demo travestita da album, ficcatelo in quella zucca!
33. Canzone peggiore della numero 29? (Delerium)
• Allora, posto che della fase pre-Semantic Spaces non ho ascoltato nulla, non credo ce ne sia una che mi urta proprio attivamente, ma Amongst The Ruins da Poem mi annoia abbastanza.
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Rose McGowan)
• Questa la so: la cover di Fever che Paige canta al suo moroso nel terzultimo episodio della quinta stagione di Streghe!
35. Album preferito della numero 28? (Susanne Sundfør)
• La meraviglia che è Ten Love Songs.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (VNV Nation)
• Nessuna.
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Sleepthief)
• Non più, ma ai tempi in cui ascoltavo musica super-seria e super-profonda e seguivo Sleepthief più per le canzoni mistiche ed evocative, sottobanco adoravo la cover di I Know There’s Something Going On.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Within Temptation)
• Ah, questa è bella! Ai tempi, sui P2P girava la celeberrima “Evanescence feat. Within Temptation – Restless”. Affamato di qualsiasi cosa fosse Evanescence, nel 2005 la scaricai, e per un paio di giorni fui convinto che Within Temptation fosse il nome d’arte della cantante e Amy suonasse il pianoforte. Poi, beh, ho scoperto Enter e ho iniziato ad ascoltare metal.
39. Album preferito della numero 7? (Kari Rueslåtten)
• Difficilissimo, sono quasi tutti stupendi! Forse direi Pilot, è quello che ritengo musicalmente più interessante.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (Lady Gaga)
• Sinceramente? Quasi tutte. Quelle di The Fame Monster e Born This Way, in particolare, mi ricordano tempi ben più felici.
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Röyksopp)
• Metà tracklist di The Understanding: ai tempi, nel 2005, come album era troppo elettronico perché potessi apprezzarlo.
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Sirenia)
• Potrebbe esserci qualcosa di decente nel primo album, se non ricordo male, ma i testi di Morten sono la parte più imbarazzante di ascoltare i Sirenia.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (:LOR3L3I:)
• Apriamo un discorso su quanto è emozionante It’s Only Me. Comunque anche I Found You, The Tides Of Oblivion e Otherwordly Children sono fantastiche.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Placebo)
• Uh… This Picture, forse?
45. Canzone preferita della numero 9? (Karen Elson)
The Ghost Who Walks e Wonder Blind sono fan-tas-ti-che!
46. Primo album ascoltato della numero 37? (Carice Van Houten)
See You On The Ice. Che è anche il suo unico. Purtroppo. E bisognerebbe rimediare alla cosa. Tipo ASAP.
47. Membro preferito della numero 4? (Delain)
• Charlotte perde punti con le sue menate da nazivegana, mentre Martijn mi fa segretamente sesso.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (Blood Stain Child)
Metropolice. Che è anche l’unica, ma porca miseria, se mi piace!
49. Album che possiedi della numero 20? (Freddie Dickson)
• Non sono nemmeno sicuro che qualcosa di suo sia uscito in formato fisico, sinceramente. Ah, dannati hipster.
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Theodore Bastard)
• Il pomeriggio che ho passato con BriarRose a scattarci reciprocamente foto ispirate alle loro canzoni per il nostro doppio progetto Белое.

Sunday, 17 December 2017

Feste comandate

Il termine “feste comandate” è piuttosto interessante perché sembra un ossimoro. Una festa è qualcosa di piacevole, una pausa dalla routine per dedicarsi al riposo: logica vorrebbe che ci si fiondasse col doppio carpiato senza bisogno che qualcuno ce lo comandi.
Etimologicamente, la locuzione è di origine cattolica: indica quelle giornate in cui la Chiesa prescrive l’astinenza dal lavoro per partecipare a funzioni fondamentali nel calendario liturgico. “Comandata” sarebbe la partecipazione alla messa, col giorno di vacanza come conseguenza incidentale. In questo contesto, parlare di “feste comandate” ha una sua logica. Con la laicizzazione della società, l’espressione è passata a indicare più generalmente le giornate di riposo riconosciute dallo Stato, ma persiste ancora.

E poi c’è la mia, di accezione di “feste comandate”, di cui mi sono reso pienamente conto quest’anno. In realtà è almeno dall’anno scorso che ci rimugino sopra, da quando Katia mi ha chiesto cosa di preciso mi infastidisca tanto del Natale.
La verità è: nulla, in teoria. Il Natale mi sta semplicemente indifferente. Sono troppo stanco per accanirmi contro il delirio socio-economico delle feste come facevo da ragazzino, e anche per il lato religioso ho assunto un atteggiamento da vivi e lascia vivere. Sono cose che mi irritano (ne ho parlato l’anno scorso) ma né più né meno di tanti altri aspetti della nostra società; francamente, preferisco dedicare le mie energie ad altre battaglie.
Gli altri vogliono godersi il Natale? Buon per loro: a me dà fastidio quando la gente viene a rovinarmi la festa, cerco di non farlo a loro. (Tranne per La Bella e la Bestia: un Magico Natale, lì non cederò mai; e comunque, non è per la festa quanto per il fatto che è un film pessimo).

Il problema è che nessuno sembra concepire l’idea di indifferenza al Natale. Sembra che per chiunque sia una cosa assurda, 404 not found. Me ne sono reso conto quest’anno, dicevo, perché ho deciso di non tornare in Merilend per le vacanze: un viaggio estenuante per cosa? Per stressarmi ad Alghero? Sono ancora esausto dalle “vacanze” estive, grazie mille. Senza contare che in primavera si andrà a elezioni e preferisco spendere quei soldi ed energie per andare a votare.
Beh, ho perso il conto delle persone che hanno reagito sgranando gli occhi e chiedendo una o più fra le seguenti:
• “Ma come, passi il Natale da solo? Che triste!”
• “Ma come, non stai con la tua famiglia?”
• “Ma come? E non festeggi?”
Sono più che sicuro che il 25 dicembre, quando mi presenterò a cena alla Grande Shangai, perfino Fiorellino, la proprietaria cinese del ristorante, mi chiederà qualcosa su questa falsariga.
MAREMMA. MAIALA.
Posto che a me del Natale fottesega, se me ne sto da solo e lontano dal parentame il 17 dicembre, perché è più triste se lo faccio il 25? Se voglio svegliarmi, farmi una pasta al sugo veloce, uscire a fare un giro di Pokémon Go con la musica nelle orecchie, cenare dal cinese e passare la serata su Skype a guardare serie tv con Katia come faccio il resto dell’anno, saranno un po’ cazzacci miei?

Ed è questo, in sostanza, il problema che ho col Natale: è invasivo al massimo. È davvero una “festa comandata” perché partecipare in qualche forma sembra un obblgo imprescindibile. È un costrutto sociale talmente tentacolare che chiunque, per quanto lo reputi una persona intelligente, empatica ed emancipata, sembra trovarlo speciale e considerare assurdo che non me ne freghi nulla e voglia trascorrere il 25 dicembre come qualsiasi altra giornata dell’anno. Senza festeggiamenti per qualcosa che non sento, senza sorrisi tirati in mezzo a parenti che non voglio vedere, senza dover far finta che non sia solo un altro stupido lunedì invernale. Sembra l’unico momento all’anno in cui è obbligatorio anche solo fingere di partecipare perché nessuno riesce a concepire che, semplicemente, non lo sento e non ci vedo nulla di speciale.
Ragazzi, seriamente: non sono strano io. Partecipare al Natale non è “comandato”, e non è “triste” che non voglia farlo. Finché, invece che limitarvi a festeggiare come cavolo vi piace, continuerete a sbattermi in faccia che c’è qualcosa che non va nel fatto che me ne voglia tenere fuori, le lucine, gli alberelli, le canzoncine e La Bella e la Bestia: un Magico Natale continueranno a darmi ai nervi. Quando finalmente smetterete di sgranare gli occhi e dare per scontato che tutti, perfino io, dovrebbero passare il Natale secondo tradizione, allora terrò per me il mio spirito festivo paragonabile a quello delle decorazioni natalizie di Melania Trump alla Casa Bianca e smetterò di rovinarvi la festa con i miei commenti caustici.

Rappresentazione fedele del mio spirito natalizio.
Ma dato che quel momento non è quest’anno e il Natale è ancora una festa comandata, fuck Christmas. ♥
Ps: a volte vorrei vivere in Australia solo per potermi togliere le due cose più antipatiche dell’anno – il Natale e il caldo – nella stessa stagione invece che rovinarmene due.

Saturday, 25 November 2017

La DC e il problema umano

Justice League è il miglior film dell’Universo Esteso DC che sia uscito finora.
No, un attimo. Visti i termini di paragone, non significa un granché, quindi riformulo: dopo aver guardato Justice League, sono uscito dal cinema soddisfatto. Con qualche riserva, ma soddisfatto.
E qui apriamo tre piccoli disclaimer.
Primo, quando vado a guardare un cinecomic, ciò che mi interessa è divertirmi e, magari, emozionarmi un po’; non pretendo un filmone profondo e super-significativo che mi faccia riflettere sulle sorti del mondo e sia una grande opera d’arte, mi basta passare due ore in allegria.
Secondo, preferisco la Marvel e lo ammetto senza problemi: di sicuro sono più propenso a chiudere un occhio sui suoi difetti rispetto alla DC fintanto che mi diverto e mi emoziono; di solito, più mi piace qualcosa e più sono critico ma, come da punto uno, da questi film non ho grosse pretese in ambito tecnico e formale. Fan della DC, siete avvisati.
Terzo, non ho letto i fumetti, mi baso unicamente sui film e valuto solo quelli; per cui, gli ottantatré anni di storia che ci sono a monte sono irrilevanti ai fini della narrazione cinematografica. E quando dico “la DC”, se non specifico diversamente, intendo quella dei film dell’Extended Universe.


Dicevo, Justice League ha finalmente colpito nel segno dell’intrattenimento che cerco e credo che la DC abbia capito cosa il pubblico si aspetta dal genere: non un polpettone che si prende tremendamente sul serio fra simbologia messianica, domande cosmologiche e ricerche sociali, ma qualcosa di divertente.
Non hanno rinunciato del tutto alla loro dannata magniloquenza e c’è il solito problema della lentezza (hint: se ho finito i pop corn e il film non è ancora praticamente iniziato, qualcosa non va) ma hanno fatto dei progressi (i pop corn li ho finiti durante la scena delle Amazzoni, quindi dai, la trama del film era appena iniziata; close enough). L’intreccio era finalmente lineare: lui è il cattivo, vuole fare questo, noi siamo i buoni, lo fermiamo così. Facile, logico, seguibile, senza piani supercomplicati per tentare di far sembrare il film più serio di quel che può essere, senza ventordici plot twist per fingere di saper scrivere cose di un certo livello. Ci sono sei supereroi iconici che lottano contro il male.

Ed è qui che arriviamo al grande problema che la DC ancora non ha colto: i personaggi. Siamo lì per loro. E le botte. E le esplosioni. Ma principalmente i personaggi.
Perché ammettiamolo: le storie su salvare il mondo sono tutte uguali. Plot twist in più, distrazione in meno, ma la storia resta quella: i buoni vivono la loro vita, qualcosa la minaccia, loro si uniscono per risolvere la cosa, ci riescono, il mondo torna in pace (e visto che questo è un franchise, la conclusione del film è ovvia). Ciò che conta è il viaggio: cosa motiva i personaggi, cosa rende un lotta la loro lotta, cosa imparano lungo la strada, come crescono alla fine di tutto. Arrivati al climax del film, dobbiamo conoscerli bene perché ci importi della loro sorte.
Ecco: tutto questo continua a mancare alla DC.
In parte questo non è colpa sua, ma delle circostanze: è partita con uno svantaggio di cinque anni rispetto alla Marvel, si muove in un genere ormai sovrasaturo e deve fare le cose in fretta. Arrivati a The Avengers, avevamo visto almeno un film a testa su tutti – Iron Man, Captain America, Thor… Hulk, tecnicamente – e perfino i personaggi di sostegno come Black Widow e Hawkeye erano già stati introdotti abbondantemente. Conoscevamo chi avevamo davanti e potevamo immedesimarci in loro.
Arrivati al grande crossover DC, invece? Conosciamo davvero soltanto Wonder Woman, con cui abbiamo trascorso un intero film di esplorazione del personaggio. Ok, un po’ Superman, anche se il suo, di film, è stato quello che è. Batman l’abbiamo incontrato, ma del suo personaggio sappiamo poco e niente, visto che è annegato nella trama priva di senso di Dawn of Justice. Cyborg, Flash e Aquaman sono dei perfetti sconosciuti. E l’operazione di stallo della trama a inizio film in cui si è tentato di presentarceli è riuscita in poco, se non farmi terminare i pop corn: conosciamo giusto i loro poteri, qualche dettaglio sulla loro vita, una prima impressione sul loro carattere, ma non sappiamo abbastanza di loro perché ce ne importi davvero. Cyborg è un teenager pieno di (comprensibile) angst. Aquaman è il tizio muscoloso con quelle lenti brutte che vedi addosso ai cosplayer che non si impegnano – non sto scherzando, non sono abbastanza realistiche da sembrare naturali, né abbastanza strane da sembrare non umane di proposito, sembrano solo cheap. Barry… beh, è Peter Parker con un disturbo di deficit d’attenzione; con tutto che Ezra Miller fa un bel lavoro ed è divertente, inevitabilmente non ha l’impatto dell’altro Flash dopo tre stagioni di serie tv passate a conoscere il personaggio. Restano più che altro archetipi, template su cui costruire dei personaggi con i futuri film.
Ripeto, capisco la situazione in cui si è trovata la DC, dovendo buttare fuori il crossover ASAP senza il tempo di un film solista per tutti, ma ha finito col mettere il carro davanti ai buoi e togliere empatia al pubblico. Non bene.

Ma il problema è anche strutturale del film. Ad esempio, quando ancora dei supereroi non mi fregava nulla, mi hanno portato a guardare The Avengers senza che avessi visto nessun altro film Marvel. Ho incontrato i personaggi, ho capito subito chi era cosa, ho capito perché lottavano e mi importava che vincessero perché la narrazione mi ha dato tutto ciò che mi serviva per immedesimarmi. Per capire come e perché, facciamo un passo indietro.
Anche qui, lo ammetto candidamente: il motivo per cui adoro Civil War è che, praticamente, è Captain America: Stucky Il Film e io sono una fangirl. Riconosco che è pieno di difetti, ma è comunque migliore di Dawn of Justice perché ha qualcosa di fondamentale che a quello manca: l’elemento umano.
Helmut Zemo ha un rancore personale contro gli Avengers e mette su un complotto ridicolo da quanto è complicato perché ha perso la famiglia; Lex Luthor mette su un complotto ridicolo da quanto è complicato per… motivi filosofici, credo? Per ateismo nichilista? For the evulz? Perché in qualche modo Batman e Superman devono arrivare a pestarsi come uva a settembre se no niente film?
Gli Avengers sono una squadra e sono amici, ne hanno passate tante assieme e, quando li vedi combattere fra loro, sai che ci sono in ballo rapporti umani prima ancora che trattati internazionali, processi e chissà cosa. Batman e Superman? Due sconosciuti che vivono ai due lati del fiume e finiscono a fare a botte senza aver mai interagito.
Ironman e Cap arrivano alle mani perché Tony, con la sua coscienza sporca, è tutto incentrato sulle conseguenze delle sue azioni e il tentativo di riparare ai suoi errori, mentre Steve vuole salvare il suo ragazzo così disperatamente che è pronto a ignorare qualsiasi buon senso. Batman e Superman si pestano salcazzo perché.
Alla fine, il conflitto umano di Civil War non si risolve perché è talmente personale – i genitori di Tony e il ragazzo di Steve – che l’unica cosa che li ferma è aver esaurito le forze. In Dawn of Justice?

No, giuro: è questo. Il film È QUESTO.

Con cosa il pubblico riesce a empatizzare? A parità di trama ingarbugliata, pila di equivoci e forzature varie (che già no, Civil War è decisamente meno forzato), la Marvel mette sempre un elemento umano, sentimentale, che alla gente in sala arriva facilmente. Natasha e Clint sono amici da sempre, Visione e Wanda sono amanti, e si trovano a combattere; Scott rischia di perdere la famiglia che è riuscito a riconquistare. Queste sono le cose che restano impresse. Non le chiacchiere filosofiche di Lex Luthor o “Se c’è anche solo l’un percento di possibilità che Superman sia malvagio va fermato”.

Justice League è anni luce avanti a Dawn of Justice sotto molti aspetti, ma gli manca sempre la scintilla di umanità.
Qual è stato il catalizzatore di The Avengers, il momento in cui sono passati da gruppo di cretini con un grosso ego che battibeccano e collaborano a denti stretti perché gliel’ha chiesto il governo a vera squadra, eroi che lottano fianco a fianco per una causa comune, non solo una missione? Coulson, una persona che conoscono e la cui morte è stata una conseguenza diretta della loro incapacità di lavorare insieme. C’è una tragedia umana e personale – di nuovo, qualcosa in cui il pubblico può immedesimarsi a livello emotivo, non solo cerebrale – che li unisce. E il cattivo? È Loki, il fratello di Thor: anche lì è personale.
In Justice League? A parte che il cattivo è un alieno random mai sentito prima, non c’è un vero momento in cui sembra che la squadra non possa funzionare e non c’è un evento umano e personale che li unisca e renda quella la loro battaglia. La cosa che ci si avvicina di più è quando discutono se sia il caso di resuscitare Superman, ma è un discorso principalmente etico, non emotivo. Ed è anche il momento in cui sono uscito dalla sala per un refill dei pop corn senza perdermi nulla.
E per carità, è verosimile e comprensibile che sei persone con i superpoteri si uniscano per salvare il mondo, ma è un concetto astratto. Non ha sullo spettatore lo stesso peso della risposta a un dramma personale e, per questo, la risoluzione non è altrettanto soddisfacente. È lì, ma l’investimento emotivo non è paragonabile. Per dire, abbiamo conosciuto di più la famigliola russa che metà della Justice League, abbiamo visto la loro paura, la loro lotta per sopravvivere: la fuga sul pick up è stato l’unico momento in cui mi sono genuinamente interessato al destino dei personaggi perché ho visto prima il loro dramma, e perché madre, padre e due bambini che cercano di salvarsi è qualcosa di facile da comprendere. Gli altri erano degli estranei che facevano cose perché dovevano.

Per cui sì, la DC sta lentamente imparando dai suoi errori (e dai successi della concorrenza: lo ship-tease muove il mondo, e vedi come ci hanno buttato lì la SuperBat senza pudore), ma ancora non ha colto il vero segreto di un buon film di supereroi: le lotte e le botte hanno tutto un altro sapore se le si condisce con i sentimenti e le emozioni dei personaggi. In un cinecomic, molte cose sono perdonabili, ma se manca il coinvolgimento nella vicenda, qualcosa non va.
Ma non disperiamo: dopo i pessimi inizi, hanno capito come risalire la china e si può sperare che, se la sovrasaturazione del genere non fa fuori tutti prima, i prossimi film arriveranno ad afferrare quella nota elusiva capace di risuonare davvero negli spettatori.
Per quanto riguarda Justice League, non benissimo, ma comunque bene: è un film che vale la pena vedere non solo perché Gal Gadot è fantastica, o per la fossetta sul mento di Ben Affleck e le scene shirtless di Jason Momoa e Henry Cavill.
Che comunque non guastano.

Saturday, 28 October 2017

Catalogna sì, Catalogna no

Mi sono imbattutto, su Facebook, in un post che pone una domanda apparentemente retorica: “Ma se la Catalogna dichiara l’indipendenza, a voi cosa cambia?” È un post lungo e ben scritto le cui motivazioni pro-indipendenza sono riassumibili in:
1) Se anche l’indipendenza catalana scoperchiasse il vaso di Pandora dei nazionalismi europei e desse forza alla causa del Trentino, dei Paesi Baschi, della Sardegna, della Corsica, della Scozia, sarebbe positivo perché i popoli devono autodeterminarsi.
2) La strumentalizzazione politica dei regionalismi che avviene in Italia non avviene nel resto d’Europa.
3) Lo Stato spagnolo è fascista perché usa la forza “per impedire una consultazione popolare” e “disabili e anziani vengono picchiati per aver voluto esprimere un voto”.

C’è un quarto punto su cui sono sostanzialmente d’accordo e che ritengo valga la pena di espandere: l’idea di Stato nazionale è un retaggio obsoleto dell'Ottocento. L’ideale (e l’unica soluzione che personalmente reputo gestibile a lungo termine) sarebbe un’Europa unita in una federazione di popoli e non di Stati, ovvero una supernazione federale di dimensioni continentali le cui unità amministrative non sono gli Stati attuali, ma macroregioni etno-linguistiche stabilite proprio dai popoli che oggi vogliono “autodeterminarsi”.

Il nesso qui sarebbe che essere contro l’idea di un popolo catalano indipendente andrebbe anche contro l’idea di un’Europa di questo tipo, che è più o meno inevitabile.
Il problema è che, da una parte, la Catalogna indipendente sarebbe fatta a modello degli Stati nazionali e quindi la situazione non andrebbe avanti di un centimetro. Dall’altra, quello dell’Europa unita e ripartita secondo regioni etniche è un processo che va fatto gradualmente e contemporaneamente: invece che disgregare tutto e pensarci poi, bisognerebbe parlare della nuova ripartizione amministrativa mentre si inizia il processo di unificazione. Ovvero non ora.
E paradossalmente, il referendum catalano, per come è stato motivato, gestito e discusso, va apertamente contro l’idea di un’Europa unita, federale e suddivisa secondo la volontà dei popoli che la compongono. 

• È stato, in primo luogo, un referendum fatto per ragioni politiche più che idealiste, un semplice metodo perché un partito di limitata portata su scala nazionale potesse raccogliere tanti consensi in una singola area sfruttando un sentimento di appartenenza nazionalistica di “noi contro loro”. È questo tipo di politica che da sempre sta danneggiando il progetto europeo. È la politica che ci ha dato il Brexit, uguale identica. Ed è una politica di sfruttamento del sentimento popolare per finalità partitiche per nulla dissimile da quella che abbiamo in casa.
• È un referendum che sento spesso difeso con motivazioni pragmatiche molto egoiste: la Catalogna è la parte più ricca della Spagna e non è giusto che Madrid si prenda i soldi? Già, nello stesso modo in cui non è giusto che i cittadini più ricchi siano tassati di più perché con quei soldi si costruisca una rete di welfare per le classi meno ricche. Lo Stato è, prima di tutto, una comunità, la quale funziona meglio se le parti più forti fanno un sacrificio che aiuta quelle più deboli in modo che il gruppo nel complesso vada più veloce e non sia rallentato dal “peso morto”. Se parte dei soldi della Catalogna vengono investiti nello sviluppo (butto a caso) dell’Estremadura, l’Estremadura si metterà in condizioni di produrre qualcosa (capitale, merci, personale) che beneficerà anche la Catalogna. (Che poi all’atto pratico la ricchezza non sia davvero distribuita è un problema reale, ma va risolto dall’interno, non andandosene e sbattendo la porta). Seguendo la mentalità del “roba mia vientene con me” e “ogni comunità è un’isola” come si può pensare di unire un’Europa dal panorama economico così eterogeneo?
• Se ignoriamo le leggi e la costituzione nazionale, cosa ci vieta di ignorare anche quelle Europee? Sono solo leggi, non sono scritte nella pietra. Questo è un discorso che si può applicare a qualsiasi livello della vita comunitaria, e allora il senso stesso si una società moderna si perde. Poi, ripeto: all’atto pratico molte sono sbagliate, ingiuste, mal scritte o mal applicate, ma esistono metodi democratici per cambiarle e migliorarle.
Speaking of which, la Spagna ha 46 milioni e mezzo di abitanti, di cui solo 7 milioni e mezzo vivono in Catalogna. Dovesse anche il 100% dei Catalani essere a favore dell’indipendenza, sarebbe il 16% della popolazione spagnola che prende una decisione unilaterale per il restante 84%. Non mi sembra il corso di eventi più democratico possibile; e se si decide che chissenefrega, la Catalogna non fa parte della comunità spagnola, non ha responsabilità verso gli altri e tanti saluti, si torna al punto uno: come si riunisce l’Europa secondo principi di cooperazione e benessere comune, in quest’ottica?
• E già che ci siamo, i casi sono due: o si decide che la costituzione ha valore e si agisce entro i suoi limiti, o si decide che non ne ha e si accettano le conseguenze. Il nostro mondo e la nostra società sono stati forgiati da molti eventi in cui si è deciso che il vecchio status quo andava cambiato con la forza, e tutti questi eventi hanno previsto la violenza. Se si decide di bypassare la costituzione e fare di testa propria, un intervento della polizia fa parte dei termini e condizioni: lo Stato protegge la costituzione perché da essa dipendono gli interessi della maggioranza (84%) della popolazione. È orribile che le forze dell’ordine carichino anziani e disabili? Sì, ma la responsabilità è anche di chi ha deciso di fregarsene del resto dello Stato e delle sue leggi, non si può usare la cosa per fare le vittime.

Per cui, per rispondere alla domanda, nonostante io per primo consideri gli attuali Stati nazionali europei obsoleti e ritenga che l’unico corso d’azione possibile sia liberarsene, l’indipendenza Catalana, che pur sarebbe inevitabile in un’Europa come la vedo io, mi cambia che:
a) Fatta così a cazzo, senza pensare già a un’ottica federalista pan-europea, va a destabilizzare ulteriormente l’Europa e rallentare il processo di unificazione. Una secessione nazionale indebolisce sempre la regione in cui avviene – basta chiederlo ai miei vicini ex-iugoslavi – e l’Europa dovrebbe aspettare altri DECENNI che il polverone si abbassi prima di parlare di unità.
b) Fatta con le motivazioni e i metodi attuali, rema in direzione opposta al progetto europeo. E questo sì che va a peggiorare le cose a me personalmente, che sull’Europa ci ho costruito un’identità e faccio affidamento per il mio futuro.

Monday, 23 October 2017

American Horror Story: #ustoo


Capisco le perplessità di chi sta guardando American Horror Story: Cult e… meh, non è che gli garbi molto, e anche commenti come “non è l’AHS che conoscevo e amavo” (a parte che ogni stagione “non è Asylum”, ma quello è un altro paio di maniche) o “è troppo diverso”.
Cult è oggettivamente difficile da digerire, ha una trama complessa da seguire (soprattutto nei primi episodi) e si distacca parecchio da ciò che l’ha preceduto: niente fantasmi assassini, demoni, streghe, maledizioni, vampiri. Per lo stesso motivo per cui sguazzo negli horror soprannaturali ma non riuscirei a guardare i gore in cui la gente si tortura e mutila, per lo stesso motivo per cui Countrycide è l’episodio che mi ha messo più ansia in Torchwood e The Benders, dalla prima stagione, è stato uno dei più ansiogeni in dodici stagioni di Supernatural: quando il male è realistico, perpetrato da esseri umani verosimili per motivi e in circostanze che potrebbero accadere davvero, è molto più snervante. Imbattersi in fantasmi e mostri nella vita reale è alquanto improbabile; i serial killer che torturano e uccidono le persone invece esistono (vedasi Roanoke: i fantasmi della colonia? Jump scare occasionale. I Polk? Ansia a palate).

E io stesso, che sto apprezzando la stagione, mentre la guardo ho spesso l’impressione che sia over the top: davvero riusciamo a infilarci dentro le elezioni americane, complottismo, razzismo, omofobia, misoginia, scie chimiche, fake news, omicidi seriali, sparatorie di massa, tutto assieme? Cioè, non stiamo mettendo troppa carne al fuoco? Possibile che questa roba succeda tutta in una volta? Adesso cosa, terrapiattisti e antivax?
Poi vai a guardare l’episodio 6, quello con la sparatoria di massa e lo stupro / coercizione / abuso psico-emotivo-sessuale / manipolazione tramite il sesso di Meadow Wilton, e quando è andato in onda? A pochi giorni dalla sparatoria di Las Vegas e subito prima che esplodesse lo scandalo Weinstein.
Ed è proprio lì che capisci che no, Cult non sta esagerando, non sta mettendo troppa carne al fuoco: questa roba sta davvero accadendo tutta assieme.
Certo, prende queste situazioni e le porta all’estremo – tutto succede in un’aera geograficamente ristretta, una cittadina suburbana, ed è parte dell’enorme macchinazione di un potere nascosto – ma il succo è reale: sono tutti eventi verosimili – eventi che stanno accadendo – e no, non c’è un potere centrale che li causa direttamente, il “complotto” nel mondo reale è come li sfrutta. Vengono inseriti in una narrativa mediatica che li fa sembrare molto più diffusi e concatenati proprio per fare ciò che fa Kai Anderson, suscitare un senso di paranoia sociale che cerchi risposte in qualsiasi follia rotoli fuori dalla bocca di un leader demagogico e (apparentemente) forte.
American Horror Story: Cult ci destabilizza tanto proprio perché fornisce un ritratto esagerato ma verosimile della realtà in cui ci muoviamo, e lo fa nel momento esatto in cui la stiamo vivendo. Non è una casa infestata o un manicomio dei tempi andati, è la società di cui facciamo parte fotografata oggi, con i comportamenti che ha in questo preciso momento e che rappresentano un pericolo concreto. Non ci aiuta a esorcizzare paure ancestrali con metafore soprannaturali, ci costringe ad aprire gli occhi e guardare qualcosa che è più grande di noi.

E a cui tutti, chi più chi meno, volontariamente o no, stiamo contribuendo.
Ryan Murphy è molto comodo da guardare se si è progressisti o si fa parte di una minoranza perché il commento sociale è sempre un tema portante dei suoi lavori. E poi è arrivato Cult, che ci sta sbattendo in faccia la dura realtà: stare dalla parte giusta della storia non è poi così semplice e immediato.
Da Cult probabilmente ci si aspettava molta più retorica anti-Trump ma, sebbene l’intera stagione sia una decostruzione dei suoi metodi di propaganda, ci siamo trovati invece un’equa distribuzione delle colpe. È facile prendersela con i sostenitori di Trump etichettandoli come stupidi, ignoranti, suggestionabili o deliberatamente bugiardi, ma per un Gary Longstreet che fa parte della setta di Kai, tutti gli altri sono sostenitori della Clinton: per un motivo o per l’altro, chiunque può lasciarsi fregare se le circostanze lo permettono.
Poi c’è Ally Mayfair-Richards, il cui personaggio è una feroce critica a chi, protetto dalla sua bolla, sottovaluta i fenomeni sociali che portano a situazioni come quella attuale, manca di pragmatismo quando c’è da decidere e poi reagisce con paranoia e melodramma invece che rimboccarsi le maniche e cercare di fare la differenza.
Winter Anderson, Ivy Mayfair-Richards, Beverly Hope e Harrison Wilton, invece, sono quelli che ci mettono più a disagio perché sgretolano il nostro entitlement come minoranze. Il mondo è ingiusto e ci sono categorie di persone che soffrono realmente per la discriminazione, ma non si può gridare al maschio bianco eterosessuale cisgender per ogni cosa: parte del problema è proprio l’incapacità di tracciare un confine fra portare avanti una causa progressista per migliorare la società e marciarci sopra senza pensare alle conseguenze. Non sempre si ha ragione a priori solo perché si fa parte di una minoranza che lotta per i suoi diritti.
Il sessismo è reale e ci si sbatte sopra la faccia quotidianamente, ma non lo si può additare come causa ogni volta che si riceve un torto: così facendo si finisce per diluire il problema fino a fargli perdere di significato; se si dice “patriarcato” anche quando un uomo taglia la strada a una donna, non si fa che avvalorare la tesi che il sessismo è solo paranoia, una scusa per avere qualcosa di cui lamentarsi.
L’oppressione e la discriminazione affrontate in quanto gay sono talmente dolorose da poter spingere al suicidio, ma non scusano o diminuiscono la gravità della misoginia buttata lì perché, tanto, se non si oggettivizzano le donne sessualmente tutto il resto è concesso, è un inside joke di una sottocultura.
E abbracciare una causa progressista non è positivo se, nel farlo, non solo si ignora qualsiasi altro gruppo sensibile, ma si porta l’ideologia all’estremo, si inizia a usare la violenza e si applica la discriminazione agli altri, perfino alla “maggioranza” oppressiva – l’episodio sette, che si concentra su Valerie Solanas, è praticamente fatto di questo.
Ed è davvero brutto dover aprire gli occhi quando si è convinti di fare qualcosa di positivo: a volte si confonde l’attivismo con lo sfogare la propria frustrazione e si diluisce il suo messaggio; a volte, si è talmente concentrati sulla propria causa che si ignorano le sensibilità altrui contribuendo ad esacerbare gli animi; a volte si è omertosi verso le frange più estremiste per paura di non essere alla loro altezza. Anche il “lato giusto della storia” ha molte, delicate sfaccettature e il nostro corso d’azione può fare danno nonostante le buone intenzioni.

Per cui è facile capire perché American Horror Story: Cult possa dare quella spiacevole sensazione che qualcosa non vada: ci trascina fori dalla comfort zone. Da una parte, #toosoon, parla di eventi che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi e sottolinea quanto pervasivo sia il meccanismo che li muove; dall’altra, #ustoo, ci fa notare e costringe a scendere a patti col fatto che, pur con le migliori intenzioni, anche noi abbiamo combinato dei casini e rischiamo di combinarne altri.
Ryan Murphy sta facendo un ottimo lavoro nello sfidare le nostre convinzioni, nel mostrare quanto assurde eppure plausibili siano le conseguenze di ogni nostra azione, e ci sta mettendo in guardia su come riconoscere questi meccanismi per cascarci il meno possibile. Dobbiamo solo avere l’onestà intellettuale di riconoscere in quale trappola siamo caduti e cercare di non cadere nella paranoia da una parte e di scegliere i mezzi più efficaci e meno dannosi per sistemare le cose dall’altra.

Tuesday, 3 October 2017

Scuse per riprendere fiato

Da qualche settimana a questa parte, ogni scusa è buona per sgattaiolare fuori di casa in cerca d’aria. E Dio solo sa quanto ho bisogno di riprendere fiato ultimamente.
A volte è il pomeriggio, spesso mentre la Mater è al lavoro: ho perso il conto di quante foto del mare e di tramonti abbia scattato come scusa per scendere velocemente quelle scale, sparire alla vista altrui e rintanarmi nella mia grotticella.
Altre volte è la sera: la scusa è sempre far palestre per la notte, e dietro la più conveniente c’è un altrettanto conveniente vicoletto pedonale scarsamente illuminato dove, sulla via dell’andata o del ritorno, posso sedermi un po’.
Quando sono in compagnia, ci sono quei due, tre angolini al Centro Storico dove, guardingo e col cuore in gola, posso eclissarmi, specie la sera. Altrove, ci sono le scalette nascoste, oppure il baracchino del molo, o altri luoghi meno frequenti.
Il rischio maggiore è nel cuore della notte. Raramente, un’occasione si presenta davvero; altre volte, devo essere circospetto, silenzioso e rapido. Per quello c’è la cabina elettrica con lo stancil dei Blues Brothers, più veloce da raggiungere, dietro la quale posso sparire nelle ombre, riprendere fiato e farmelo bastare fino al pomeriggio dopo.

E la cosa mi sta logorando. Mi sono accorto per la prima volta di cose come la luminosità della luna piena, che getta delle ombre nette quanto il sole a picco. La luce di un peschereccio dritta negli occhi, la telecamera meteorologica, ogni persona incontrata, ogni passo, ogni sguardo, tutto a volte sembra far parte di una gigantesca rete tesa per catturarmi. Ma non riesco a non fare a meno di respirare. Ne ho bisogno perché stare qui mi rende sempre più nervoso ma non ho altri modi per sfogarmi. Ed è un circolo vizioso perché, superato il momento di sollievo, la paranoia finisce per alimentare il mio nervosismo.
La cosa peggiore è che ormai ho creato anche qui un’intera quotidianità di questo. Diversa da quella di Trieste, ma altrettanto seducente e piena di sensi di colpa.
Sono del tutto privo di forza di volontà.

Saturday, 30 September 2017

Classifica musicale generale – 2017

Ho deciso che renderò un appuntamento fisso il questionario sulla libreria di last.fm, che avevo proposto già un anno fa sulla scia della nostalgia per il decennale di The Open Door: trovo sia un modo carino per vedere come cambiano i miei gusti di anno in anno. Qualcuno è scivolato fuori dalla top fifty perché non lo ascolto più, qualcuno si è aggiunto perché l’ho scoperto nel frattempo o ho deciso di approfondirlo, qualcuno mantiene saldamente la posizione dell’anno scorso. Insomma, la musica è viva, cresce costantemente, e così anche i gusti di chi l’ascolta.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (Epica)
• Nel 2008 la mia cara Gin mi fece vedere qualche video mentre eravamo a Londra: da lì mi incuriosii. Ottima scelta, visto che nel forum italiano poi ho trovato un sacco di ottimi amici.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Anneke Van Giersbergen)
• A parte il suo ottimo lavoro nei The Gathering, la prima canzone di Anneke solista è stata Day After Yesterday.
3. Testo preferito della numero 33? (Brooke Fraser)
Psychosocial: mi ci vedo davvero tanto.
4. Album preferito della numero 49? (Amy Lee)
• Eh. Dipende da come consideriamo Aftermath e Dream Too Much. Nel dubbio dico l’ep Recover, ma spero che pubblichi presto un debutto solista vero e proprio.
5. Canzone preferita della numero 13? (Susanne Sundfør)
• Non posso sceglierne solo una, ne nominerò una ad album: Memorial, The Silicone Veil, Knight Of Noir, No One Believes In Love Anymore e Morocco.
6. Album peggiore della numero 50? (Meg Myers)
• Ha fatto un solo full-length, Sorry, ed è ottimo.
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Röyksopp)
• Ormai ho ascoltato Running To The Sea tante di quelle volte che è diventata parte di me.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Draconian)
• Gli inizi del progetto degli Infernal Lords, quando pianificavo i primi lavori.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (Evanescence)
• Quattro (Origin, Fallen, The Open Door e Synthesis) più il live Anywhere But Home e tutti i singoli fisici fino a Sweet Sacrifice. L’epoca del self-titled l’ho saltata a pie’ pari.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Rag’n’Bone Man)
• Fra tutte direi Arrow: è allegra e mi fa venire in mente bei ricordi.
11. Canzone preferita della numero 40? (Phildel)
• Bisognerebbe prima trovarne una che non sia magnifica e non mi piaccia… ma forse Afraid Of The Dark sta un gradino sopra le altre.
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Eivør)
• Sembra strano che ci sia una canzone di Eivør che possa non piacermi particolarmente, ma Mother Theresa: a parte l’antipatia per il soggetto, come canzone è proprio brutta.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Emilie Simon)
• La volta che ho costretto Stefano a sedersi su una pila di assi bruciate per fare la foto di En Cendres e, soprattutto, la gita a Bordeaux per il concerto.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (Woodkid)
• Tutte le sue canzoni mi fanno pensare a Francischino.
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Theodore Bastard)
Будем Жить,  anche in versione Земная Доля, mi entra sempre sotto la pelle.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (Gwen Stefani)
• Purtroppo nessuna, ma la eviterò come la peste finché farà promozione all’album di Natale.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Lady Gaga)
• Potrei aver sentito qualcosa random in discoteca senza riconoscerla (i primi tempi la ignoravo proprio), ma quando ho ascoltato deliberatamente Telephone me ne sono innamrato mio malgrado.
18. Album preferito della numero 11? (Panic! At The Disco)
• Non so proprio scegliere fra Too Weird To Live, To Rare To Die! e Death Of A Bachelor.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (Kari Rueslåtten)
• A parte i The 3rd And The Mortal, con Kari solista sono andato in ordine, quindi The Homecoming Song, l’opener di Demo Recordings.
20. Canzone preferita della numero 27? (Dead Can Dance)
• Se la giocano Summoning Of The Muse e Opium: una per Lisa e una per Brendan, mi sembra equo.
21. Album preferito della numero 16? (Stream Of Passion)
The Flame Within ha tutt’ora qualcosa di speciale per me.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Amaranthe)
Drop Dead Cynical, ma li snobbai parecchio, sul momento. Grave errore.
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Tristania)
• Credo siano fra le poche band gothic metal che hanno conservato genuinamente quel potere: ascoltare Selling Out, ad esempio, mi toglie sempre un peso di dosso.
24. Come hai scoperto la numero 21? (Emilie Autumn)
• La snobbai brutalmente quando me la suggerì Veronica (come al solito: scusa, Veronica!), ma provai ad ascoltarla su consiglio di Luisa e BriarRose e bam!, ammoreh.
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (Clare Maguire)
I Surrender è una ricetta per il buonumore.
26. Canzone preferita della numero 3? (The Gathering)
Oggettivamente è una scelta impossibile; soggettivamente, Saturnine. Come si fa a non amare Saturnine?
27. Album preferito della numero 2? (Within Temptation)
The Unforgiving. Sul serio, è un grandissimo album con una struttura impeccabile, ottime melodie e arrangiamenti che hanno rinfrescato e revitalizzato i Within Temptation.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (Leandra)
Noisy Awareness: è stata una rivelazione.
29. Testo preferito della numero 8? (Marina & The Diamonds)
TUTTI. I testi sono la parte migliore della musica di Marina, Electra Heart è il nuovo Vangelo. Il misto di ironia, snark e sincerità con cui affronta il mondo è fantastico, ed è una millennial in crisi esistenziale come me, per cui mi vedo un sacco in quello che scrive.
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Sia)
• Nessuna, e vorrei rimediare: un concerto di Sia dovrebbe essere piuttosto interessante.
31. Come hai scoperto la numero 44? (Karen Elson)
• Mi sono innamorato di 1000 Years From Now, usata come sottofondo nella prima stagione di The Midnight Hour di Paranormal Zone.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Autumn)
• Sicuramente Cold Comfort; sono iniziate guerre su internet per questo.
33. Canzone peggiore della numero 29? (iamamiwhoami)
• Non peggiore in senso assoluto, ma Good Worker non mi fa impazzire.
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Sirenia)
• Credo che, in mezzo ad alcune canzoni passatemi da Frikka, ci fosse Seven Sirens And A Silver Tear; mi piacque, ma non approfondii. Poi Giulia (la Contessa) mi ha passato Star-Crossed e da lì ho recuperato il resto.
35. Album preferito della numero 28? (The 3rd And The Mortal)
• Uh, questa è difficile. Li adoro un po’ tutti, ma forse Tears Laid In Earth ha più canzoni che mi piacciono nel complesso. E no, non è una di quelle menate da “I 3rd solo con Kari, Ann-Mari levati”.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (Gåte)
• Nessuna, ma ora che hanno fatto la reunion, chissà…
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Alcest)
• Non direi: le loro canzoni o mi piacciono, o non mi piacciono, fair and square.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Goldfrapp)
• Uriele mi ha fatto ascoltare qualcosa da Tales Of Us e mi sono incuriosito.
39. Album preferito della numero 7? (Florence + The Machine)
• È come mettermi a scegliere fra la pannacotta, la crema catalana e il sorbetto (e sono capacissimo di mangiarli tutti e tre di seguito), ma forse Ceremonials è quello che mi prende di più.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (Delerium)
A Poem For Byzantium mi fa pensare a quando mi ero lasciato malissimo nel 2007 e alla Bielorussia, visto che la ascoltavo molto lì; idem Just A Dream, che mi fa ripensare invece all’Irlanda, dove ho comprato Chimera.
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Abney Park)
• All’inizio Until The Day You Die mi ha lasciato un po’ WTF, ma adesso adoro quel piglio Anni Venti.
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Róisín Murphy)
• C’è l’imbarazzo della scelta, ma Dear Diary è un ottimo riassunto della mia vita sentimentale.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (Octavia Sperati)
Dead End Poem mi uccide ogni volta, specie abbianata alla successiva Submerged.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Anathema)
• Ce ne sono parecchie nel loro periodo ottimismo & joie de vivre, ma direi Lightning Song.
45. Canzone preferita della numero 9? (Delain)
Pristine, che è tutt’ora una delle mie canzoni preferite in assoluto.
46. Primo album ascoltato della numero 37? (White Sea)
• La seguo dagli esordi, quindi l’ep This Frontier.
47. Membro preferito della numero 4? (Hurts)
• Scusa, Adam, ma Theo è uno dei miei sogni erotici dal 2011. Un threesome non mi farebbe schifo, però.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (The Crest)
Fire Walk With Me, l’opener di Letters From Fire. Amore a primo ascolto.
49. Album che possiedi della numero 20? (Alizée)
• Ho solo Mes Courants Electriques…, ma dovrei comprarne qualcuno del periodo “adulto”, ché meritano davvero.
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Theatre of Tragedy)
• Potrei riempire il blog parlandone (in realtà l’ho fatto), ma forse l’ultima sera a casa di Nell, passata a sfogliare il suo scrapbook dei Theatre of Tragedy, ripercorrere i suoi anni nella band e parlare un po’ dei cavoli nostri. Oh, e la colazione con la marmellata di ribes rossi che aveva confezionato lei in casa. Gesù, quella marmellata!

Friday, 15 September 2017

Silence Glaive Surprise

Edit 21/11/2017: la foto di addio della Cassini a Saturno e le sue lune. FEELS.

Ho letto che, mentre precipitava nell’atmosfera di Saturno, la sonda Cassini ha trasmesso per trenta secondi in più di quanto gli scienziati si aspettassero. Non l’ho scritto pour parler, che sarebbe stata una sorpresa proprio fino all’ultimo (le stime dicono che si sia disintegrata quarantacinque secondi dopo).

Riflettendoci, la fine della missione Cassini mi rattrista proprio perché la sonda non esiste più. Esaurita la loro missione, le due Voyager e la New Horizons continueranno a viaggiare in linea retta nello spazio, probabilmente per sempre (le distanze interstellari sono talmente vaste che le probabilità di trovare qualcosa e andarcisi a schiantare sono risibili). Perse per l’umanità, che non le riacchiapperà mai, ma pur sempre da qualche parte là fuori.
La Cassini lascia un’eredità immensa sotto forma di fotografie, dati, risposte e nuovi interrogativi – contributi scientifici inimmaginabili fino a un decennio fa – ma sono tutte cose che moriranno con la civiltà umana. Per quanto sia bello immaginare che abbia avuto un “funerale vichingo”, bruciando nell’atmosfera di Saturno come una piccolissima meteora mentre ancora lavorava, raccoglieva dati, faceva analisi e svelava misteri, non sarà qualcosa che rimane là fuori a testimoniare che siamo esistiti, da qualche parte, in qualche tempo.

Beh, non è del tutto vero: il modulo Huygens è ancora su Titano e lì rimarrà. Forse sepolto sotto ghiacciai di azoto, visto che Titano ha un suo clima e variazioni metereologiche, ma da qualche parte un pochino della sonda Cassini continuerà ad esserci anche dopo di noi.

Thursday, 14 September 2017

Silence Glaive

Non sono pronto a dire addio alla sonda Cassini. È sempre stata lì, fin da quando ho iniziato a imparare l’astronomia, un po’ come un parente con cui sono cresciuto, e pensare che domani si disintegrerà nell’atmosfera di Saturno mi riempie di tristezza.
Della Cassini si parlava già ne l’Universo: Grande Enciclopedia dell’Astronomia – quella della De Agostini a cura di Piero Angela, che usciva a fascicoli con le videocassette. Nonostante mancasse ancora un anno al lancio (avvenuto nel 1997), era un progetto talmente atteso per l’incredibile tecnologia che lo costituiva e l’ambiziosità degli obiettivi scientifici che ci si sfregava già le mani e si facevano previsioni in vista dell’arrivo nel Sistema Saturniano nonostante mancassero ancora sette anni.

Saturno era stato appena sfiorato dal Pioneer 11 e dalle Voyager durante i loro tour del Sistema Solare. La Pioneer ha scattato qualche immagine a bassa risoluzione, fatto alcune misurazioni e scoperto l’esistenza dell’anello F. La Voyager 1 ha mandato le prime immagini ad alta risoluzione del pianeta e alcuni satelliti; per studiare Titano, il satellite più grande di Saturno, e la sua misteriosa atmosfera, è stata addirittura deviata la sua traiettoria impedendole di raggiungere Urano e Nettuno. La Voyager 2 ha completato il lavoro con ulteriori misurazioni e nuove immagini: tante scoperte e innumerevoli interrogativi a cui rispondere con una sonda che orbitasse Saturno per diverso tempo.
Da qui è nato il progetto Cassini-Huygens.

Il doppio nome perché uno degli obiettivi più ambiziosi della missione era far atterrare un modulo, chiamato Huygens, sulla superficie di Titano. La sua atmosfera ricca di azoto, opaca, impedisce di vederne la superficie, da qui la necessità di studiarla direttamente in loco mentre il modulo-madre mappa il pianeta col sonar dall’orbita.
E mentre la Cassini è figlia della NASA, la Huygens è stata costruita dall’ESA, con l’ASI (l’Agenzia Spaziale Italiana) che ha fornito i sistemi di controllo: l’Europa ha parcheggiato una sonda sul più grande satellite di Saturno e l’Italia ne ha costruito componenti fondamentali!
E la superficie ghiacciata modellata dal clima, i laghi di metano, i fiumi di idrocarburi che variano secondo la stagione, come Piero Angela ipotizzava nelle videocassette del 1997 sono stati confermati.

Fra gli obiettivi importanti, c’è stata Phoebe, la più grande delle lune irregolari di Saturno, che si trovava in una posizione sfavorevole al passaggio delle sonde Voyager. La Cassini avrebbe fornito le prime e uniche immagini ad alta definizione della sua superficie, e avrebbe potuto farlo solo all’andata perché Phoebe orbita a enorme distanza, del tutto fuori portata dalla zona in cui il fulcro della missione si sarebbe svolto. Beh, nell’unica visita la Cassini ha mappato l’intera superficie del satellite, ne ha misurato le caratteristiche, saggiato la composizione e ha sollevato interessanti interrogativi sulla sua origine. Ha superato ogni aspettativa già in partenza.

Saturno nel 2016.

Ma oltre a queste commissioni uniche e irripetibili, per anni e anni ha studiato approfonditamente Saturno, la sua atmosfera, i suoi anelli, i maggiori satelliti, raccogliendo un’infinità di dati. Nel 2008, a undici anni dal lancio e dopo quattro di permanenza intorno a Saturno, la missione era considerata conclusa con successo e si parlava già di cosa fare della sonda. Niente affatto: la sonda funzionava ancora alla perfezione, c’era ancora tanto da scoprire, e il progetto è stato prolungato per ben due volte; dal 2008 si è arrivati al 2016.
Fra gli incredibili risultati riportati abbiamo uno studio approfondito e di tutte le lune maggiori, compresa la scoperta di attività idro-geologica e un possibile oceano sotterraneo d’acqua liquida su Encelado; la scoperta di decine e decine di satelliti minori, fra pastori degli anelli e irregolari esterni; lo studio degli anelli e della loro composizione, come vengono influenzati dai satelliti-pastore, come si evolvono le formazioni temporanee dovute agli impatti con meteoroidi; lo studio dell’interazione dell’anello di Phoebe con le altre lune – nello specifico, il mistero della doppia colorazione di Giapeto; uno studio approfondito dell’atmosfera di Saturno, compresi i vortici polari, uno dei quali è circondato dal famoso Esagono, mentre l’altro ha la prima struttura del tutto analoga a quella degli uragani terrestri confermata su un altro pianeta. E per la gioia dei meno esperti, abbiamo fotografie dettagliate e mozzafiato di ogni dettaglio di Saturno, dei suoi anelli e di tutte le sue lune, perfino piccoli sassi di un chilometro e mezzo come Methone!

Methone, un sassolino cosmico di cui abbiamo una foto perfetta!

Insomma, per tredici anni la Cassini ci ha abituati a un flusso giornaliero di nuovi, interessantissimi dati da Saturno. Nove anni oltre il progetto iniziale. Questa sonda ha superato qualsiasi aspettativa in fatto di longevità – una cosa che è essa stessa oggetto di studio per ottimizzare le future missioni – e l’unico motivo per cui si è deciso di terminare il suo operato è il combustibile che si sta esaurendo; tutti gli strumenti funzionano ancora perfettamente.
La ragione per cui si è deciso di terminare la missione ora piuttosto che, semplicemente, lasciar funzionare la sonda fino a che gli strumenti non si saranno guastati (probabilmente, di questo passo, quando il Sole sarà già una gigante rossa) è pragmatica: lasciarla in orbita intorno a Saturno senza carburante per correggere la traiettoria lascia aperta la possibilità che si schianti su una delle lune ghiacciate, sul cui potenziale di ospitare vita extraterrestre si vorrebbe indagare in futuro. Sulla Terra, ogni sonda è prodotta in un ambiente sterile e rimane tale fino al lancio compreso proprio per evitare rischi di contaminazione dalla Terra ad altri corpi celesti, ma non si può avere la certezza matematica che anche un solo batterio non sia sopravvissuto e la sonda non possa trasportarlo su Encelado, contaminandolo e falsando i risultati di una ricerca di vita autoctona.

La soluzione più pratica, per quanto triste, è stata quella di correggere la traiettoria della Cassini per metterla in rotta di collisione con Saturno – nel cui caso il rischio contaminazione è irrilevante, visto che è un gigante gassoso. Domani mattina, l’attrito con i gas e la crescente pressione disintegreranno la Cassini come se fosse un piccolo meteorite, preservando la potenziale esobiologia del Sistema Saturniano ma cancellando la prova fisica della sua esistenza.
A pensarci, mi vengono gli occhi un po’ lucidi e sono convinto che, quando annunceranno il momento preciso dell’impatto, un sospiro me lo lascerò sfuggire.
Conoscendola, però, la Cassini se ne andrà in un lampo di gloria raccogliendo e inviando quanti più dati possibile sugli strati superficiali dell’atmosfera di Saturno, svelando qualche altro mistero e aprendone di nuovi prima di scomparire. Non deluderà nemmeno in punto di morte.
Perché la Cassini è stata questo: una continua sorpresa. L’eredità che ci lascerà sotto forma di nuova conoscenza e nuove domande a cui rispondere è impressionante, forse unica fra tutte le missioni spaziali che abbiamo lanciato, e la sua impronta nell’astronomia planetaria sarà profonda e indelebile.
Un lungo viaggio per una sonda, un balzo incalcolabile per l’umanità.

Sunday, 27 August 2017

Ho un Tarly che mi rode (o apologia del Dracarys)

Un po’ mi sento sporco a prendere apertamente le parti di Daenerys – per quanto le opzioni in Game of Thrones si siano ormai limitate. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare e rispondiamo a una critica ingiusta che le è stata mossa la scorsa settimana (e su cui non ci si è soffermati per via del leak della 7x06 con tutte le castronerie che conteneva).
Il problema in esame è questo:

Mmh, sì. Così. Ancora. Dai, non smettere. Oh, R’hllor, potrei guardare questa gif per tutta la vita.
Randyll e Dickon Tarly, i Concimatori dell’Altopiano, sono finiti arrosto, condannati a morte dalla Danana e giustiziati da Drogon.
Ora tornate indietro, rileggete la frase un paio di volte e assaporate quel delizioso retrogusto di karma.


E d’accordo, io sono un partigiano Tyrell e ho guardato quella scena giubilando e godendomi la vendetta (Cersei, sei la prossima). Per quanto mi riguarda, i Tarly sono i Bolton e i Frey del Sud, traditori della peggior specie che si sono svenduti per un avanzamento di titolo e motivi di una futilità ciclopica. Cersei almeno è pazza come un cavallo, mentre Randyll “Concimatore” Tarly ha fatto tutto con fredda lucidità.
C’è poi anche la Belle che è in me che vede in Concimatore Tarly il Gaston di Westeros: campione di celodurismo, donne in cucina a preparargli un panino, figlio maschio che deve essere macho e avercelo ancora più duro, tutto il valore sta nei muscoli, al diavolo la cultura e il cervello… insomma, incarna la mascolinità tossica e violenta dal cui stereotipo mi sono sentito schiacciato tutta la vita. Ovvio che mi stesse antipatico a prescindere dal tradimento ai Tyrell.
Forse è proprio per questo che non ho nemmeno le riserve che hanno alcuni sul fatto che Dickon l’abbia seguito a ruota nel barbecue: vedere il vecchiaccio crepare con la consapevolezza che proprio il celodurismo cieco e becero che ha insegnato al figlio l’ha spinto nell tomba non ha prezzo. E come metafora sociale è il fallimento della vecchia società sessista e bigotta, accecata dai suoi stessi pregiudizi.
Ma perfino tralasciando la dissonanza che il suo sessismo e la sua xenofobia (non si schiera con la Danana perché porta un esercito straniero e “Ruspa! Rimandiamoli a casa!”) hanno con i valori moderni, Randyll Tarly è una persona orribile anche per gli standard di Westeros: era pronto a uccidere Sam pur di non fargli ereditare il titolo quando l’uccisione dei consanguinei è un tabù talmente grave che nemmeno belle personcine come Tywin Lannister si sarebbero mai sognate di infrangerlo (e questo anche nei libri, tralasciando la liberalizzazione del kinslaying che c’è stata nelle ultime stagioni dello show). O il modo in cui ha tolto il raccolto di bocca alla gente dell’Altopiano, il suo popolo, che era appena stato appuntato a governare, per darlo a quelli che erano a tutti gli effetti invasori lo rende un collaborazionista della peggior specie.
Insomma, se qualcuno si è proprio meritato di morire male in Game of Thrones, è Randyll Tarly: avremmo dovuto intuirlo già dalla prima stagione, quando Sam ha raccontato tutte quelle belle cose su di lui, o nella sesta, quando l’abbiamo incontrato per la prima volta, ma sono cose come il tradimento di Lady Olenna Fucking Tyrell per puro arrivismo condito con machismo e xenofobia a non avere perdono.
Ma basta col sentimentalismo Tyrell e torniamo al Dracarys.

Sono molto perplesso: perché la gente sta uscendo di testa per Daenerys che ha bruciato a morte i Tarly? Cosa c’è di illogico in tutto ciò?
Per prima cosa, i paragoni con Cersei non reggono: una cosa è la guerra, un’altra è il terrorismo. Usare un vantaggio tattico (il drago) contro l’esercito nemico è un filino diverso da far esplodere un edificio pieno di civili inermi. E anche giustiziare dei nemici che non si arrendono per mandare un messaggio è diverso da ammazzare i propri rivali politici in tempo di pace coinvolgendo mezza città nella carneficina. In comune c’è solo il fuoco, e pure quello è di colore diverso.

Consideriamo poi i Tarly nello specifico. Dalla prospettiva della Danana, sono nemici e anche traditori. Non solo sono condottieri avversari, ma hanno disertato e schierato i loro soldati contro l’esercito di cui dovevano far parte dal momento in cui Olenna, di cui erano vassalli, aveva alleato l’intera forza dell’Altopiano con i Targaryen.
I Tarly sono passati dalla parte di una regina senza alcun diritto legittimo sul trono, hanno tradito la loro signora, ne hanno causato la morte (e in guerra è bene mostrare che gli alleati vengono protetti o, quantomeno, vendicati, altrimenti che ci si allea a fare?) e hanno aiutato attivamente il nemico a razziare l’oro e le provvigioni destinati all’esercito Targaryen. Ciliegina sulla torta, hanno sfidato pubblicamente l’autorità di Daenerys adducendo come argomentazione fedeltà a una regina priva di diritti sul trono. Hanno causato un danno politico a Daenerys e uno pratico incalcolabile alla sua campagna militare.
Per cui, dove sta il problema?

È forse l’esecuzione in sé? I presupposti per giustiziarli in maniera esemplare ci sono tutti, non avrebbe avuto alcun senso far passare una serie di atti del genere impunita. E nonostante ciò, la Danana ha offerto non una, ben due possibilità a Tarly Senior di salvarsi: giurare fedeltà (per quanto vale) e riunirsi al suo esercito, e poi farsi esiliare alla Barriera. Lui ha rifiutato entrambe sminuendo apertamente l’autorità di Daenerys, e lei ha riasserito quell’autorità giustiziando un criminale: si chiama politica in tempi di guerra in una società feudale.
Il problema è allora che ha giustiziato pure Dickon? Poteva starsene zitto e rimediare agli errori del padre giurando fedeltà. Ha deciso diversamente, ha subito le conseguenze della sua scelta. Di nuovo, una persona in posizione di potere in una società feudale deve mandare un messaggio quando la sua autorità viene sfidata pubblicamente, altrimenti finisce per perdere tutto.
Il problema è la morte cruenta? Il fuoco di Drogon è così caldo che ha incenerito soldati in secondi: direi che è una morte piuttosto rapida. E relativamente indolore, visto che più e caldo il fuoco, meno le ustioni fanno male perché i nervi si bruciano e non trasmettono più gli impulsi del dolore al cervello. Non è come un rogo di Melisandre o di Aerys, è più rapido di una decapitazione.

Maremma, mi sembra assurdo difendere la Danana, ma chi parla a vanvera mi dà più ai nervi di lei che sciorina tutti i suoi titoli. L’esecuzione dei Tarly non è stata né tirannia, né follia, né crudeltà: è stata una manovra politica in tempo di guerra con dietro motivazioni abbondanti, legittime e precise. Anzi, probabilmente è uno dei pochi storyline davvero coerenti di tutta questa stagione. Per cui, come dice Margaery:

Friday, 4 August 2017

I Tyrell si meritavano di meglio

In questo post, sarò un rosicone, per cui sopportatemi. Ma, come sempre, sono un rosicone con delle argomentazioni da esporre, per cui non sarà solo un rant.

Che per i Tyrell non ci fosse molto da fare in Game of Thrones era chiaro: Margaery è morta la scorsa stagione, e nulla in quella serie ha più importanza a prescindere. Loras, per quel poco di lui che era rimasto, l’ha seguita a ruota, e ci siamo persi anche l’erede effettivo della Casata. Mace, povero, adorabile idiota che era, si trovava con loro e anche lui è finito in cenere. Il ramo principale della casata si è estinto con loro, visto che Willas e Garlan sono stati tagliati nell’adattamento, mentre lo stato dei fratelli, cugini e parenti vari di Mace non è pervenuto, quindi funzionalmente era rimasta solo Olenna: anziana, consumata dal dolore, Tyrell solo per matrimonio e non per nascita, capace di guidare il Reach in un’alleanza con la Danana ma non di assicurare un futuro alla Casata.
Potrei scrivere un post intero su quanto magnifica Olenna sia stata perfino in punto di morte, ma l’internet praticamente non parla d’altro, per cui posso soffermarmi sul dettaglio che, effettivamente, mi rode: la facilità con cui i Lannister e quei traditori infingardi dei Tarly, che siano maledetti e muoiano atrocemente, hanno conquistato e saccheggiato Highgarden.
Come cavolo è stato possibile?

Ora, mi rendo conto che lo show è agli sgoccioli, che il drama politico inizia a passare in secondo piano rispetto a quello soprannaturale e che, con una stagione più breve, molte cose dovessero essere alleggerite per far scorrere meglio la trama. Ma un conto è alleggerire, un altro è tagliuzzare senza alcun riguardo per la continuità della storia.
Vero: Mace Tyrell, con il suo elmo piumato, non era il gran militare che si vantava di essere. Vero, quel maledetto traditore di Tarly era la vera mente strategica dietro i successi dell’esercito del Reach durante la Ribellione di Robert. Con l’estinzione dei Tyrell, ci sta che la politica del Reach fosse tenuta su a sputo da Olenna, che Tyrell lo è solo formalmente, e partissero le defezioni. Ci sta anche che l’esercito di Tarly e dei suoi vassalli fosse quello tatticamente e militarmente più potente della regione, e quello propriamente sotto i Tyrell fosse più improntato alla cavalleria, le giostre e quella roba lì.
Però.

Intanto, Highgarden è uno dei maggiori castelli di Westeros. Non sarà tatticamente invulnerabile come the Erye, Casterly Rock o Riverrun, ma non è nemmeno la torretta decrepita che hanno mostrato. Da un lato è protetto dal fiume Mander, ha tre cinte murarie – tre! – e fra quella esterna e quella mediana c’è un labirinto di roseti che frena ulteriormente eventuali invasori. Ed essendo la capitale del più fertile dei Sette Regni, le provvigioni di sicuro non mancano. Com’è possibile che Jaime Lannister & co siano riusciti a entrare così, a gamba tesa, senza nemmeno un dannato assedio? Non disco che penetrare fosse impossibile – di nuovo, non è the Erye – ma che chiunque possa entrare e invaderlo così, con uno schiocco di dita, è ridicolo!

C’è poi la questione delle forze militari dei Tyrell. Ribadisco: ci sta che, staccandosene, Tarly se ne sia portato via una bella fetta. Del resto, i Tyrell sono gli ultimi arrivati delle Grandi Famiglie (assieme a Tully e Baratheon), e non a tutti andavano bene – ma quelli erano principalmente i Florent, che sono già stati fatti fuori con Stannis. Ma intanto c’erano tutte le casate minori fedeli a loro senza intermediari. Poi ci sono i Redwyne: Olenna è nata Redwyne, sua figlia Mina Tyrell, la sorella di Mace, è sposata col cugino Paxter Redwyne. Vero che la forza principale dei Redwyne è la flotta (il cui stato non è esattamente chiaro: è stata distrutta da Euron Greyjoy assieme a quella di Dorne?), ma non avevano quelle quattro truppe da mandare in supporto della zia del loro lord?
E gli Hightower? Visto che i Tyrell hanno sorpassato diverse Casate nel succedere ai Gardener, nel corso di tre secoli hanno avuto il buon senso di sposarsi a destra e a manca per forgiare alleanze. Alerie Hightower è la moglie di Mace Tyrell e madre di Margaery e Loras: davvero non avrebbero portato i loro uomini e quelli dei loro cinque vassalli in aiuto alla madre di loro genero, e si sarebbero alleati con la Corona, retta dalla donna che ha ucciso i loro nipoti? Seriamente?
Ma al di là dei legami famigliari, l’attacco a Highgarden è, a tutti gli effetti, l’invasione dell’esercito di un’altra regione, coadiuvato da defettori, in nome di una regina con zero legittimità e che ha sterminato i loro signori – signori che, in trecento anni, hanno assicurato prosperità, pace e forte peso politico alla regione: davvero nessuna casata del Reach avrebbe alzato un dito per contrastarla?

Capisco la necessità di semplificazione che la serie ha a questo punto, ma trattare così, come una passeggiata in coda a una puntata piena di eventi, ciò che realisticamente sarebbe stato un assedio difficoltoso e una guerra civile nel numeroso esercito della regione più popolosa dei Sette Regni è ingiusto. È ingiusto verso i Tyrell, che non sono mai stati la tigre di carta che ci hanno mostrato, è ingiusto verso il resto del Reach, che non è una regione di deficienti che chiunque può conquistare e saccheggiare, e non ha alcun senso in-universe. I Tyrell si meritavano di meglio.

Thursday, 20 July 2017

Lust For Life: a rogue review

Lo dico con sincerità, sono contento che su Armonie Universali, la webzine musicale a cui contribuisco, sia Michele a occuparsi di Lagna del Rey: non penso che sarei in grado di parlare di Lust For Life in toni professionali, di scrivere un’analisi davvero coerente per un disco così carente a livello strutturale, o di approfondirlo troppo, visto che l’ascolto è davvero, davvero faticoso. Ma dato che mi sono preso la briga di ascoltarlo, ecco una “recensione” rogue e disimpegnata in cui raccolgo le annotazioni che ho buttato giù durante l’ascolto: non posso deludere il mio carissimo Francisco che si aspetta un po’ di snark.

In cui io sono Lady Olenna.

Partiamo dal peccato originale di Lust For Life: è troppo lungo e molto monotono. La mancanza quasi assoluta di variazioni strutturali, melodiche e di arrangiamenti (quando ci sono, il missaggio le penalizza) non giustifica né canzoni per lo più sopra i quattro o cinque minuti (una sfiora addirittura i sei!), né la durata totale del disco, ben un’ora e tredici. Sedici canzoni sono tante giù in condizioni normali, a maggior ragione quando solo un paio – tre a essere generosi – spiccano nel mare di noia.
Di positivo, c’è che un passo avanti è stato fatto: non è offensivamente brutto come Ultraviolence o Honeymoon, né eccessivamente pacchiano come Born To Die, ma ciò non significa che sia un buon disco: su una sessione ritmica costantemente monotona e priva di vita, troviamo o melodie carine penalizzate da arrangiamenti privi di senso, o arrangiamenti interessanti sprecati su melodie inesistenti (quando gira bene: ci sono anche melodie brutte che corrispondono ad arrangiamenti orribili). Il fatto che il tutto si mantenga più sobrio che in passato (non c’è né l’eccesso strumentale di Born To Die, né la cacofonia faux-post-rock di Ultraviolence) è di per sé un merito, ma rivela senza pietà la mancanza di struttura e sostanza delle canzoni, che non hanno nemmeno più un po’ di make up a mascherare i loro difetti.
Ho accennato al missaggio, ed è proprio quello che, spesso, trasforma la mediocrità in orrore: molto spesso, guizzi interessanti della parte strumentale finiscono per annegare in riverberi e filtri senza senso, col risultato che le singole componenti possono catturare l’orecchio, ma si mescolano le une alle altre diventando una specie di rumore di fondo frustrante all’ascolto.
Che lo dico a fare, il colpo di grazia lo dà la performance vocale di Lagna: i difetti sono i soliti – note calanti, timbro nasale, troppo fiato, vocali sguaiate, acuti traballanti – e, come sempre, sono enfatizzati, piuttosto che corretti, in postproduzione con l’immancabile caterva di sovrapposizioni senza senso, filtri vocali vìnteig, riverberi e una prominenza schiacciante sulla parte strumentale. Su un album già lungo e monotono, una performance piagata da difetti tecnici così evidenti e un’interpretazione fiacca e priva di qualsiasi emozione è ancora meno accettabile.

Parlando dell singole canzoni, Love ha una melodia orecchiabile ma mostra già in apertura che il tutto è troppo diluito;  e i gemiti sul bridge sono proprio brutti. Lust For Life è forse la traccia “migliore” del disco: ha una bella melodia e delle belle tastiere, e l’unica pecca è la parte parlata che rallenta ulteriormente una canzone già poco vivace. 13 Beaches inizia con la brutta orchestrina sanremese e dei campionamenti inutili. L’arrangiamento del ritornello non è male, specie il synth-arpa, ma sopportare la loffiaggine delle strofe per arrivarci è abbastanza faticoso. Cherry inizia con un vocalizzo di rara bruttezza e continua con una melodia vocale inutilmente prolissa, soprattutto nelle strofe. Di salvabile ha solo il beat del ritornello, sprecato nella scarsa coerenza del resto. Il “fuck” finale dà un tocco di classe che spostati.
White Mustang non è malvagia, è semplicemente soporifera, soprattutto per la prova vocale del tutto priva di espressività. I fischi sul finale danno un tocco orribilmente cacofonico in una texture strumentale così scarna. Summer Bummer – un titolo, una garanzia – è invece proprio brutta. La parte rap è loffia quanto le vocals di Lana ed è semplicemente insopportabile, mentre i vocalizzi di sottofondo verso il finale sono atroci. Sul serio, Lagna, chi te lo fa fare a strozzarti così? Scrivi roba alla tua portata.
E a proposito, su Groupie Lover la voce raggiunge picchi di nasalità impressionanti. Senza quel beat caotico l’arrangiamento del ritornello sarebbe stato interessante, ma tutto quel rumore distrae da una melodia già difficile da seguire. Il bridge ha una parte strumentale molto carina, ma i rapper rovinano tutto. L’orrore vocale continua su In My Feelings: il filtro, combinato con il tono nasale e la sguaitezza degli acuti, è micidiale, continua pure sul ritornello e rende gli acuti del bridge semplicemente atroci. Manca totalmente una melodia coerente, il che è uno spreco di una base interessante.
Coachella – Woodstock In My Mind ha una melodia noiosa, un arrangiamento troppo uniforme ed è cantata davvero da cani. Riverberato com’è, il synth sul bridge è proprio cacofonico. God Bless America – And All the Beautiful Women In It invece prende ritornello che non è male, ma lo annega in troppa ripetitività. L’accavallarsi senza senso delle tracce vocali nel penultimo ritornello crea solo confusione, specie perché è una delle peggiori performance vocali di Lana in assoluto. In compenso, apprezzo l’ironia degli spari in sottofondo: cattura appieno lo spirito americano.
When The World Was At War We Kept Dancing è la prima canzone a variare gli arrangiamenti introducendo un po’ di chitarra. C’è di nuovo un accavallarsi senza senso di tracce vocali su un cantato già sfiatato e sguaiato, specie su quei brutti acuti. Beautiful People Beautiful Problems sembra promettere un’altra novità, il pianoforte, ma si tratta semplici accordi in successione che non variano mai. La melodia non è male, ma l’arrangiamento è di una monotonia estenuante. Tomorrow Never Came è una ballata innocua, anche se eccessivamente lunga: Non aggiunge nulla di davvero interessante, ma almeno non è offensiva da quanto è brutta. D’altro canto, Heroin, che sfiora i sei minuti, è insopportabile. La tastiera iniziale è carina ma, di nuovo, la performance è davvero aberrante. A un minuto ancora non è successo nulla d’interessante e l’attenzione scema praticamente fino al bridge, dove i latrati di Lagna svegliano all’improvviso. L’organo di sottofondo, invece che aggiungere un tocco, aumenta il senso di pesantezza di un brano troppo lento e monotono che non ha un vero climax e una risoluzione.
Change ha un piano davvero bello, ma è relegato sullo sfondo nel mix per lasciare spazio a una performance, alla meglio, mediocre. Peccato: anche la melodia è carina, ma la scelta di missaggio penalizza davvero il brano. Get Free, infine, ha qualche scelta imbarazzante, come i controcanti sguaiatissimi a fine ritornello (sull’ultimo sono addirittura più forti della linea vocale principale, ma perché?!), ma la melodia è bellina, l’arrangaiamento vivace e, con questo ritmo, anche l’accenno di organetto trova un suo posto. Peccato per un intero minuto di rumori di onde e gabbiani alla fine di un album che già era troppo lungo: è una scelta insensata.

L’unico vero progresso è che, stavolta, i testi almeno un 6-- se lo meritano, se non altro per lo sforzo: certo, c’è sempre una predominanza di immagini da Sogno Americano in salsa hollywoodiana (fra le spiagge estive, auto di lusso, groupie, vita paxxissima da ragazzaccia, prostituzione, il Cartello di Hollywood tirato in ballo così), riferimenti troppo diretti al vìnteig, ma almeno la glamourizzazione della tristezza è tenuta a un minimo accettabile e c’è un tentativo di affrontare temi di attualità e rilevanza sociale. Con la profondità di una pozzanghera, ma almeno è qualcosa – sebbene sia una minoranza delle canzoni, contrariamente a ciò che millantava la stampa online. Non c’è nulla di realmente interessante, ma almeno non sono testi stupidi e pretenziosi come in passato.

Certo, la mancanza di male non è di per sé bene. Lust For Life è meglio dei due predecessori, ma resta lungo, monotono e privo di reali contenuti. E non è solo una questione di apprezzare o meno la musica downtempo: sono proprio le carenze strutturali delle troppe canzoni, la mancanza di una progressione coerente che arrivi a un picco e a una risoluzione, l’eccessivo trascinarsi di melodie sconclusionate, la ripetitività e l’appiattimento degli arrangiamenti a dare questa sensazione estenuante. L’unico tentativo di innovazione e insaporimento, l’inserimento dei rapper, è naufragato malamente perché le canzoni non hanno melodie che sostengano quelle parti e il tutto si traduce in ulteriore noia.
Insomma, ci sono modi migliori di impiegare quell’ora e passa di tempo che ascoltare un album, sostanzialmente, inutile.