Tuesday, 23 January 2018

Post volutamente fumoso

Ci sono decisioni difficili da prendere. Altre facili da prendere ma difficili da seguire. Un giorno decidi, pensi che sia tutto a posto, sai che è un’ottima idea… e poi rimandi. Fino alla prossima settimana, ché tanto quella attuale è già compromessa. Dal prossimo mese, ché quello corrente è andato com’è andato. Mezzanotte è un ottimo momento, solo che – ops! – non riesci a finire in tempo, rimandi tutto al risveglio la mattina dopo. E poi ti svegli con una frazione della risolutezza che avevi la sera prima e quindi rimandi al prossimo momento importante.

Lo scorso 31 dicembre era un ottimo momento per prendere una decisione: l’ultimo giorno dell’ultima settimana dell’ultimo mese dell’anno. Una chiusura perfetta, la domenica che precede il lunedì con tutto il resto impilato sopra. Per questo, nel post di Capodanno parlavo di seppellire vecchie abitudini. L’unica cosa che ho mancato è stata la mezzanotte vera e propria, sempre per sovrabbondanza, per così dire, così ho deciso di puntare al solito “vai a dormire col vecchio e ti svegli col nuovo”. Ha funzionato fino al giorno dopo, quando non ho retto. Poi ho rimandato fino al week end a Milano per il compleanno di BriarRose, perché sepellire qualcosa è più facile quando sei lontano dalle abitudini, dalla routine, da casa. Anche lì ho fallito miseramente e ho pure esaurito i buoni momenti per attuare la decisione.

E poi, dal nulla, oggi. Eccomi qui, con tre settimane di ritardo sulla tabella di marcia, ma determinato a onorare almeno uno dei propositi del nuovo anno. Con un po’ di false partenze e false conclusioni, ma si fa quel che si puo.
Non è un fine settimana, né un fine mese, né un fine anno: con quel genere di scadenze non ho avuto molta fortuna. Ho scelto un giorno qualunque – sto scrivendo questo post proprio per non dimenticarlo – e ho finito a mezzanotte per pura comodità, per avere un punto di partenza facile per contare il tempo. Diciotto ore dopo, sembra che stavolta stia funzionando. Vedremo come me la caverò a sgretolare tutte le piccole abitudini che ruotano intorno a questa faccenda.

Come post è volutamente fumoso perché si tratta di qualcosa che non amo ammettere e mi provoca sensi di colpa, e lo sto scrivendo come semplice promemoria per me stesso. Perché così un domani potrò ricordare questa data, misurare la strada percorsa e farmi forza nei momenti di debolezza che so che arriveranno.

Thursday, 18 January 2018

Do I believe in love anymore?

Una volta, tanto tempo fa (tipo dieci anni), sono stato innamorato. Forse anche più di una volta. Non ne sono sicuro. I ricordi non aiutano, e sul blog c’è tanto materiale a riguardo, ma posso fidarmene? È difficile distinguere il ridimensionamento dovuto a una nuova prospettiva, la dimenticanza dopo tanto tempo e il vero e proprio revisionismo storico.

Se ripenso a Mattia, ad esempio, trovo ridicolo chiamarlo “amore” quando è stata letteralmente la storia di un pomeriggio. Tolto lo scambio di commenti sui reciproci blog e qualche chat su MSN, tutto si è consumato in quelle due ore a Milano e ha iniziato a sfaldarsi nel momento stesso in cui sono salito sul treno per Genova. Non è stata una storia a distanza perché non siamo mai andati oltre quel momento, non abbiamo comunicato davvero, non abbiamo pensato a un secondo incontro.
Eppure, undici anni fa sono stato davvero male. Ci ho sofferto per mesi, da gennaio all’estate inoltrata. Non era solo materiale per post lagnosi e foto a tema, ricordo che in Bielorussia ero ancora a pezzi ed era, assieme a un potenziale coming out (che fu rimandato), un discorso serio per cui la Mater mi stette a sentire e mi consolò.  Ci misi fino a settembre per riprendermi: il viaggio in Campania è il primo momento che ricordo in cui ripensavo a Mattia senza sentire dolore.
Per quanto ridicolo sembri adesso, per quanto minuscola l’effettiva vicenda, allora era tremendamente reale.

Con Matteo è difficile dirlo: la situazione ha preso una piega talmente inaspettata e surreale che, nella mia testa, la realtà è solo ciò che è successo dopo. Anche perché non l’ho mai confessato nemmeno a me stesso, ma trovo il prima imbarazzante.
Nonostante abbia fatto la cronaca quasi quotidiana di quei mesi, non ho mai davvero scritto sul blog cosa è successo alla fine: ho ripetuto a me stesso che il motivo era non sputtanare l’altra parte coinvolta ma, in realtà, è perché me ne vergogno.
Che poi, l’unica “colpa” che ho è essere stato un essere umano decente e comprensivo, ma sembrare un cretino prima e un debole poi è un attimo.
L’ho raccontato a pochissime persone, sempre temendo il loro giudizio (perché una delle prime che l’ha saputo è stata spietata – sempre la solita stornza), e ho dovuto talmente minimizzare la narrazione del prima per rendere logico e coerente il dopo che nei miei ricordi è rimasto ben poco di quella passione e quei sentimenti. Al massimo è rimasto l’odio bruciante per quell’hipster del cazzo che si è intromesso, perché un rancore è per sempre che De Beers levati.
Oggi al massimo dico che l’ultima volta che sono stato con qualcuno è stata dieci anni fa, senza scendere nei dettagli. Ma in effetti è vero: sono stato con qualcuno. Ho avuto una storia a distanza faticosa, tormentata eppure tremendamente appassionata. Ero davvero innamorato. Ho lottato quando c’era da lottare, gioito quando c’era da gioire e pianto quando c’era da piangere, e nei momenti in cui andava tutto bene c’era sostegno reciproco e stavo davvero bene. Non è un caso se, nonostante tutta la fatica durante e il dolore dopo, la cosa che ricordo meglio è la dedica che ho scritto sulla tesina della maturità.

Non sono stato debole a sostenere tutto quel dolore. Ma sono stato poco orgoglioso a lasciarmelo infliggere. Non m’importa minimamente di non essere stato orgoglioso allora, perché il rapporto valeva ben più di quello, ma è da allora che con chiunque sia arrivato dopo ne sono ossessionato: l’orgoglio. Salvare la faccia quando tutto finisce è la mia priorità. È una cosa che ho imparato sul campo con l’Uomo Lusingato, più che altro.
Ma il succo è questo: non ricordo nemmeno più com’è essere innamorati. Non riesco a interiorizzare perché tutti ne parlino come se fosse chissà cosa, né a livello emotivo, né tanto meno fisico. Non capisco perché lasciarsi debba essere ‘sto gran problema: basta semplicemente essere il meno coinvolto nella coppia per risparmiarsi grosse seccature, per il resto la vita va avanti.
Sono talmente distante da quel tipo di sensazioni che non riesco a immedesimarmici, né a considerarle più importanti della soddisfazione di avere l’ultima parola. E ho perso il filo di un discorso che già in partenza non sapevo dove sarebbe andato a parare.

Monday, 15 January 2018

Close your eyes, close your eyes


Non ricordo se fosse proprio la mia prima volta su internet a casa, dal mio computer con la mia linea, ma è molto probabile. Vinta la strenua lotta contro la linea Tiscali, per prima cosa la Mater e io digitammo l’URL del sito di MTV e ci mettemmo a ficcanasare un po’. C’erano due canzoni consigliate per il free download: la prima non la ricordo proprio, la seconda era l’Oceanic Mix di Analyze dei The Cranberries. Mai sentiti nominare prima, il mio inglese ancora talmente rudimentale che pensavo significasse “Annalisa”, una lunghissima attesa perché i file si scaricassero con la 56K… quando poi le ascoltai, indovinate quale delle due canzoni mi rimase impressa.

I The Cranberries li vidi poi una sera a un live trasmesso da MTV e mi piacquero, anche se la cantante faceva quella strana camminata che la Mater commentò dicendo: “Ragazza mia, sembra che tu abbia la poliomelite!”. Fra “Annalisa” e le canzoni del live della polio, mi convinsi a farmi prestare da una compagna di scuola il CD di Stars (il best of), rigorosamente masterizzato dai marocchini, e scoprii che ‘sti Cranberries erano la band che aveva suonato quella canzone famosissima che avevo sentito da qualche parte e che aveva suonato perfino il gruppo musicale del liceo (ovviamente Zombie).

Streghe avevo iniziato a guardarlo dalla quarta stagione, ma presto arrivarono le repliche e – sorpresa! – avevano usato Animal Instinct (ormai ricordavo i titoli dal best of) all’inizio della puntata in cui moriva Andy!
E non solo: nella puntata in cui Phoebe ha un link telepatico con una Succuba e Prue diventa un uomo per sconfiggerla, all’inizio c’è Promises mentre alla fine ci sono proprio loro, i The Cranberries, a suonare Just My Immagination al P3! Siccome quella puntata l’ho amata e la scena finale è una delle mie preferite in tutta la serie, da lì questi Cranberries hanno iniziato a piacermi davvero.


Scoprii poi che il nome della band era quello di un tipo di mirtillo rosso (cercando “Cranberries” su Google Image uscivano foto delle bacche) e mi venne il capriccio di assaggiarli, un giorno o l’altro – cosa fatta poi in vacanza-studio in Inghilterra.
E a proposito di vacanze-studio, il terzo anno andai in Irlanda e, per coincidenza, il college si trovava vicino a Limerick. Ovviamente comprai Stars alla prima gita in centro: non potevo non comprare qualcosa dei The Cranberries nella loro città d’origine. Anche se, di quel viaggio, come colonna sonora ricordo più Chimera dei Delerium, ho ascoltato volentieri anche le canzoni di questi Shannonsider illustri.

Da lì in poi, lo ammetto, li ho un po’ persi di vista. Ho però sentito qualcosa di Dolores solista e sono stato contento di vederli fare un comeback nel 2012: ricordo di aver visto Roses esposto mentre compravo un libro della Christie nella Feltrinelli di Milano Centrale. Un altro piccolo momento che ho finito per associare a loro.

E no, non sono mai stato un grande fan dei The Cranberries come lo sono di altre band; non ho raccolto meticolosamente tutta la loro discografia, b-side e versioni alternative comprese, non ho passato lunghi periodi ad ascoltare solo loro e non posso dire di essere cresciuto con la loro musica nello stesso modo in cui, ad esempio, sono cresciuto con gli Evanescence. Però ho sempre ascoltato volentieri le loro canzoni quando mi è capitato, ho apprezzato la voce e lo stile di Dolores, ammirato l’impatto che lei, con i suoi compagni, ha avuto sulla musica internazionale.
E, soprattutto, ho tanti ricordi della mia adolescenza, piccoli e meno piccoli (il primo di internet, nientemeno!) che sono in qualche modo legati a loro. Che siano specificamente il soggetto di quei ricordi o ne facciano parte marginalmente, sono stati lì con me. Dolores O’Riordan è stata lì con me. Ed è per questo che, oggi, sono dispiaciuto per la notizia della sua scomparsa e voglio dedicare un pensiero, un po’ di nostalgia e un abbraccio virtuale ai suoi cari, la sua famiglia, i suoi amici, i compagni di band e i fan – quelli con la F maiuscola che l’hanno seguita più assiduamente di me. Tramite la sua musica, ha significato qualcosa ed è diventata parte della vita di tante persone, anche nelle piccole cose.

Monday, 1 January 2018

Capodanno WIP

Anch’io ho i miei talloni d’Achille, perfino negli ambiti in cui le mie posizioni sono più nette: quello delle feste comandate, ad esempio, è il Capodanno. Se il Natale lo accolgo con percentuali variabili di indifferenza e fastidio a seconda di quanto me lo sbattono in faccia, la Pasqua – wait, la Pascosa? – dicevo, il Ferragosto come il giorno in cui mi barrico in casa per evitare le orde di turisti, i Santi e i Morti con un rapido rolleye, eccetera, il Capodanno è l’unica festa che sento davvero e a cui partecipo.
Ovviamente non nel senso di munirmi di alcool del discount, scendere in piazza in mezzo alla gente, fare il count down, urlare come un deficiente, agitare e stappare la bottiglia di spumante facendolo schizzare dappertutto come surrogato fallico, partecipare ai tremendi concertoni locali o seguire quello ancora peggiore della RAI – quelle sono cose che detesto e rendono la domanda “Che programmi hai per Capodanno?” particolarmente indigesta. E comunque, non fate finta di sorprendervi quando dico: “Sto a casa a guardare film con la mia migliore amica”, sotto sotto nemmeno voi volete davvero scendere in piazza a fare lo slalom tra i petardi e le chiazze di vomito.
Dicevo, quindi, il mio non è il capodanno VIP della festona: è un giorno che celebro interiormente con piccole tradizioni. Sento davvero un senso di chiusura e inizio di un nuovo ciclo, così mi piace fare cose benaugurali perché “come passi Capodanno poi passi tutto l’anno” – che come superstizione è piuttosto innocua.
Quest’anno però ho deciso di cambiare un po’ le carte in tavola: così come sono rimasto a Trieste evitando tout court lo stress dei parenti per Natale (e lo stress del Natale tout court), ho anche rivisto completamente il mio approccio al Capodanno. Di solito, gli ultimi giorni dell’anno sono una grande corsa a sistemare le cose: si pulisce casa, si prepara la roba vecchia da buttare via, ci si fa i capelli, la barba e quant’altro il 31 dicembre così, a mezzanotte, si è lindi, pinti e perfetti per salutare l’anno nuovo.

Ebbene, il 2018 l’ho iniziado come il relitto che il 2017 si è lasciato alle spalle, né più, né meno. Del resto, avendo pianificato di passare davvero la serata a casa su Skype con Katia, e avendo evitato di invitare gente per l’altra superstizione di Capodanno, me la sono potuta cavare con barba incolta, capelli sporchi e camera che è un caos senza fine.
Perché alla fine è vero, nel 2017 mi sono trascurato: mettevo i momenti di cura personale come “premi” finito di occuparmi degli altri, rimandavo la sistemazione della stanza a dopo aver sistemato gli spazi comuni, e alla fine non avevo più davvero le forze o la voglia di fare qualcosa per me se non il minimo socialmente accettabile. Idem in questi giorni: approfittando dell’assenza di tutti i coinquilini, ho rimesso in sesto l’intera casa, riordinato e pulito a fondo la cucina, grattato via il calcare dal piatto doccia a forza di bicarbonato, aceto e olio di gomito, lavato a fondo il corridoio, il tutto probabilmente per zero riconoscimento quando la truppa sarà tornata (e francamente, magari trovassi casa così io tornando da una lunga assenza), e non ho avuto tempo né energie da dedicare a me o alla mia stanza.
Ma poi mi sono detto, se “come passi Capodanno poi passi tutto l’anno”, perché mentire? Che senso ha che mi faccia trovare in condizioni splendide dal nuovo anno se il vecchio è stato un mezzo disastro?
E ora eccomi qui, sbarbato, con i capelli puliti e in piega, dopo che ho rimesso in ordine e spolverato per lo meno una parte della camera. Invece che farmi trovare pronto e perfetto dal nuovo anno sperando che tutto l’anno continui ad andare magicamente bene, l’ho iniziato rimettendomi in sesto con l’augurio che per tutto l’anno mi resti la determinazione di stare bene. Mi sono svegliato con calma, ho pranzato, ho preso del tempo per me, non ho preteso di fare tutto in una volta in camera, non ho contato i minuti in doccia, non ho ceduto alla tentazione di rimandare perché avrei potuto fare altro, ho messo i puntini sulle I con chi è già rientrato circa il fatto che io ho fatto trovare casa pulita e pretendo che resti tale, dopo di che mi è venuta dal nulla l’ispirazione per una foto e bam!, sono anche stato creativo. C’è stato giusto un po’ di sforzo per vincere l’inerzia iniziale (e perché sto seppellendo vecchie abitudini, ma shh!), ma sono riuscito a essere produttivo verso me stesso e verso gli altri senza arrivare esausto a fine giornata.

Stare bene, fisicamente e mentalmente, richiede un processo attivo e costante. Fin qui, l’approccio di iniziare l’anno in gloria e vedere dove va a parare non ha pagato. Vediamo ora che l’ho iniziato work in progress, con tutte le azioni per rialzarmi e sentirmi una persona. Fin qui, mi sento energico e motivato e non ho intenzione di tornare nello stato in cui ero nelle scorse settimane.
Chissà che non sia questa l’attitudine giusta.

Saturday, 30 December 2017

Classifica musicale annuale – 2017

Quest’anno non ci sarà una classifica dei dischi del 2017, un po’ perché alcuni non li ho ascoltati (omg, dicembre sta finendo e mi sono completamente dimenticato degli Anathema!), ma soprattutto perché molti li ho recensiti molto nel dettaglio per Armonie Universali, la webzine su cui scrivo assieme a Michele.
Ma visto che parlare di musica mi manca e ho deciso di aggiornare di anno in anno il questionario sulla libreria di last.fm verso l’autunno, a dicembre pubblicherò il questionario (con sottintesa classifica) degli artisti che ho ascoltato di più quest’anno.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (Phildel)
• Come gran parte delle mie scoperte musicali migliori, grazie a Luisa.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Beyoncé)
• Naturalmente Crazy In Love su MTV.
3. Testo preferito della numero 33? (Florence + The Machine)
• Ce ne sono tantissimi, ma forse quelli di Blinding e Wish That You Were Here mi emozionano di più.
4. Album preferito della numero 49? (Sharon den Adel)
• Non ne ha fatto nessuno da solista: l’anno prossimo vedremo come sarà questo My Indigo.
5. Canzone preferita della numero 13? (Alizée)
• Mi sono innamorato di Les Collines (Never Leave You).
6. Album peggiore della numero 50? (Blanche)
• Se ci facesse la cortesia di pubblicarne almeno uno…
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Anathema)
Temporary Peace mi ricorda un momento particolare, ma eviterei di approfondire.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Loïc Nottet)
• Lo ascolto relativamente da poco, ancora non gli ho associato nulla di preciso.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (Rag’n’Bone Man)
• Fisicamente nessuno: prima o poi rimedierò.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Misstrip)
• Direi di no: l’intero album parla di depressione e nevrosi varie!
11. Canzone preferita della numero 40? (Gåte)
Bruremarsj Frå Jämtland è magnifica.
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Goldfrapp)
• Forse Yes Sir, o Shiny And Warm. Entrambe sono abbastanza meh.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Eivør)
• Per quanto possa sembrare strano, visto quanto mi ero stressato per quel trasloco, i primi tempi nella casa dove vivo adesso.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (M.I.A.)
• Ricordo che un anno ho ascoltato moltissimo Bad Girls mentre ero a Lucca.
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Ala.ni)
Darkness At Noon è da brividi.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (The Gathering)
• Due: una volta a Milano con gli Autumn come supporter, e la seconda volta a Nijmegen per il mega-concerto del venticinquesimo anniversario della band.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Emilie Simon)
Désert la ricordo praticamente da sempre, ma credo sia stata Graines D’Étoiles ad avermi preso il cuore.
18. Album preferito della numero 11? (Alcest)
Souvenirs D’Un Autre Monde resta il loro capolavoro.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (White Sea)
Mountaineer dal suo primo EP, This Frontier.
20. Canzone preferita della numero 27? (Amaranthe)
Exhale: oltre a essere la mia preferita delle loro, la amo proprio in generale.
21. Album preferito della numero 16? (Panic! At The Disco)
• E niente, li becco sempre con questa domanda: come ho risposto, è una bella sfida fra Too Weird To Live, To Rare To Die! e Death Of A Bachelor.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Theatre Of Tragedy)
• Naturalmente Venus: quando sei un darkettino non te la scampi.
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Exit Eden)
Fade To Gray: “wishing life wouldn’t be so long”, anyone?
24. Come hai scoperto la numero 21? (Trillium)
• Come side project di Amanda Somerville.
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (Amy Lee)
• Molte dall’album per l’infanzia, ma If You’re A Star è particolarmente carina.
26. Canzone preferita della numero 3? (Clare Maguire)
Stranger Things Have Happened è fantastica.
27. Album preferito della numero 2? (Hurts)
• Non riuscirò mai a scegliere fra Happiness e Exile.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (Epica)
Cry For The Moon a Londra, grazie a Ginevra.
29. Testo preferito della numero 8? (Gwen Stefani)
Make Me Like You, ma in generale mi piacciono tutti quelli di This Is What The Truth Feels Like: ci trovo un’onestà e una vulnerabilità notevoli.
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Amanda Somerville)
• Una, ed è fra le vocalist migliori che abbia mai sentito: dal vivo è pressoché identica allo studio, è fenomenale!
31. Come hai scoperto la numero 44? (Marina & The Diamonds)
• Grazie al passaparola, sempre nel gruppetto di Epica Italy quando avevamo iniziato ad aprirci tutti al pop.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Evanescence)
• Uhm, vediamo… tipo Origin? Perfino dalla Pescivendola? Pescy, non è una demo travestita da album, ficcatelo in quella zucca!
33. Canzone peggiore della numero 29? (Delerium)
• Allora, posto che della fase pre-Semantic Spaces non ho ascoltato nulla, non credo ce ne sia una che mi urta proprio attivamente, ma Amongst The Ruins da Poem mi annoia abbastanza.
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Rose McGowan)
• Questa la so: la cover di Fever che Paige canta al suo moroso nel terzultimo episodio della quinta stagione di Streghe!
35. Album preferito della numero 28? (Susanne Sundfør)
• La meraviglia che è Ten Love Songs.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (VNV Nation)
• Nessuna.
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Sleepthief)
• Non più, ma ai tempi in cui ascoltavo musica super-seria e super-profonda e seguivo Sleepthief più per le canzoni mistiche ed evocative, sottobanco adoravo la cover di I Know There’s Something Going On.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Within Temptation)
• Ah, questa è bella! Ai tempi, sui P2P girava la celeberrima “Evanescence feat. Within Temptation – Restless”. Affamato di qualsiasi cosa fosse Evanescence, nel 2005 la scaricai, e per un paio di giorni fui convinto che Within Temptation fosse il nome d’arte della cantante e Amy suonasse il pianoforte. Poi, beh, ho scoperto Enter e ho iniziato ad ascoltare metal.
39. Album preferito della numero 7? (Kari Rueslåtten)
• Difficilissimo, sono quasi tutti stupendi! Forse direi Pilot, è quello che ritengo musicalmente più interessante.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (Lady Gaga)
• Sinceramente? Quasi tutte. Quelle di The Fame Monster e Born This Way, in particolare, mi ricordano tempi ben più felici.
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Röyksopp)
• Metà tracklist di The Understanding: ai tempi, nel 2005, come album era troppo elettronico perché potessi apprezzarlo.
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Sirenia)
• Potrebbe esserci qualcosa di decente nel primo album, se non ricordo male, ma i testi di Morten sono la parte più imbarazzante di ascoltare i Sirenia.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (:LOR3L3I:)
• Apriamo un discorso su quanto è emozionante It’s Only Me. Comunque anche I Found You, The Tides Of Oblivion e Otherwordly Children sono fantastiche.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Placebo)
• Uh… This Picture, forse?
45. Canzone preferita della numero 9? (Karen Elson)
The Ghost Who Walks e Wonder Blind sono fan-tas-ti-che!
46. Primo album ascoltato della numero 37? (Carice Van Houten)
See You On The Ice. Che è anche il suo unico. Purtroppo. E bisognerebbe rimediare alla cosa. Tipo ASAP.
47. Membro preferito della numero 4? (Delain)
• Charlotte perde punti con le sue menate da nazivegana, mentre Martijn mi fa segretamente sesso.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (Blood Stain Child)
Metropolice. Che è anche l’unica, ma porca miseria, se mi piace!
49. Album che possiedi della numero 20? (Freddie Dickson)
• Non sono nemmeno sicuro che qualcosa di suo sia uscito in formato fisico, sinceramente. Ah, dannati hipster.
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Theodore Bastard)
• Il pomeriggio che ho passato con BriarRose a scattarci reciprocamente foto ispirate alle loro canzoni per il nostro doppio progetto Белое.

Sunday, 17 December 2017

Feste comandate

Il termine “feste comandate” è piuttosto interessante perché sembra un ossimoro. Una festa è qualcosa di piacevole, una pausa dalla routine per dedicarsi al riposo: logica vorrebbe che ci si fiondasse col doppio carpiato senza bisogno che qualcuno ce lo comandi.
Etimologicamente, la locuzione è di origine cattolica: indica quelle giornate in cui la Chiesa prescrive l’astinenza dal lavoro per partecipare a funzioni fondamentali nel calendario liturgico. “Comandata” sarebbe la partecipazione alla messa, col giorno di vacanza come conseguenza incidentale. In questo contesto, parlare di “feste comandate” ha una sua logica. Con la laicizzazione della società, l’espressione è passata a indicare più generalmente le giornate di riposo riconosciute dallo Stato, ma persiste ancora.

E poi c’è la mia, di accezione di “feste comandate”, di cui mi sono reso pienamente conto quest’anno. In realtà è almeno dall’anno scorso che ci rimugino sopra, da quando Katia mi ha chiesto cosa di preciso mi infastidisca tanto del Natale.
La verità è: nulla, in teoria. Il Natale mi sta semplicemente indifferente. Sono troppo stanco per accanirmi contro il delirio socio-economico delle feste come facevo da ragazzino, e anche per il lato religioso ho assunto un atteggiamento da vivi e lascia vivere. Sono cose che mi irritano (ne ho parlato l’anno scorso) ma né più né meno di tanti altri aspetti della nostra società; francamente, preferisco dedicare le mie energie ad altre battaglie.
Gli altri vogliono godersi il Natale? Buon per loro: a me dà fastidio quando la gente viene a rovinarmi la festa, cerco di non farlo a loro. (Tranne per La Bella e la Bestia: un Magico Natale, lì non cederò mai; e comunque, non è per la festa quanto per il fatto che è un film pessimo).

Il problema è che nessuno sembra concepire l’idea di indifferenza al Natale. Sembra che per chiunque sia una cosa assurda, 404 not found. Me ne sono reso conto quest’anno, dicevo, perché ho deciso di non tornare in Merilend per le vacanze: un viaggio estenuante per cosa? Per stressarmi ad Alghero? Sono ancora esausto dalle “vacanze” estive, grazie mille. Senza contare che in primavera si andrà a elezioni e preferisco spendere quei soldi ed energie per andare a votare.
Beh, ho perso il conto delle persone che hanno reagito sgranando gli occhi e chiedendo una o più fra le seguenti:
• “Ma come, passi il Natale da solo? Che triste!”
• “Ma come, non stai con la tua famiglia?”
• “Ma come? E non festeggi?”
Sono più che sicuro che il 25 dicembre, quando mi presenterò a cena alla Grande Shangai, perfino Fiorellino, la proprietaria cinese del ristorante, mi chiederà qualcosa su questa falsariga.
MAREMMA. MAIALA.
Posto che a me del Natale fottesega, se me ne sto da solo e lontano dal parentame il 17 dicembre, perché è più triste se lo faccio il 25? Se voglio svegliarmi, farmi una pasta al sugo veloce, uscire a fare un giro di Pokémon Go con la musica nelle orecchie, cenare dal cinese e passare la serata su Skype a guardare serie tv con Katia come faccio il resto dell’anno, saranno un po’ cazzacci miei?

Ed è questo, in sostanza, il problema che ho col Natale: è invasivo al massimo. È davvero una “festa comandata” perché partecipare in qualche forma sembra un obblgo imprescindibile. È un costrutto sociale talmente tentacolare che chiunque, per quanto lo reputi una persona intelligente, empatica ed emancipata, sembra trovarlo speciale e considerare assurdo che non me ne freghi nulla e voglia trascorrere il 25 dicembre come qualsiasi altra giornata dell’anno. Senza festeggiamenti per qualcosa che non sento, senza sorrisi tirati in mezzo a parenti che non voglio vedere, senza dover far finta che non sia solo un altro stupido lunedì invernale. Sembra l’unico momento all’anno in cui è obbligatorio anche solo fingere di partecipare perché nessuno riesce a concepire che, semplicemente, non lo sento e non ci vedo nulla di speciale.
Ragazzi, seriamente: non sono strano io. Partecipare al Natale non è “comandato”, e non è “triste” che non voglia farlo. Finché, invece che limitarvi a festeggiare come cavolo vi piace, continuerete a sbattermi in faccia che c’è qualcosa che non va nel fatto che me ne voglia tenere fuori, le lucine, gli alberelli, le canzoncine e La Bella e la Bestia: un Magico Natale continueranno a darmi ai nervi. Quando finalmente smetterete di sgranare gli occhi e dare per scontato che tutti, perfino io, dovrebbero passare il Natale secondo tradizione, allora terrò per me il mio spirito festivo paragonabile a quello delle decorazioni natalizie di Melania Trump alla Casa Bianca e smetterò di rovinarvi la festa con i miei commenti caustici.

Rappresentazione fedele del mio spirito natalizio.
Ma dato che quel momento non è quest’anno e il Natale è ancora una festa comandata, fuck Christmas. ♥
Ps: a volte vorrei vivere in Australia solo per potermi togliere le due cose più antipatiche dell’anno – il Natale e il caldo – nella stessa stagione invece che rovinarmene due.

Saturday, 25 November 2017

La DC e il problema umano

Justice League è il miglior film dell’Universo Esteso DC che sia uscito finora.
No, un attimo. Visti i termini di paragone, non significa un granché, quindi riformulo: dopo aver guardato Justice League, sono uscito dal cinema soddisfatto. Con qualche riserva, ma soddisfatto.
E qui apriamo tre piccoli disclaimer.
Primo, quando vado a guardare un cinecomic, ciò che mi interessa è divertirmi e, magari, emozionarmi un po’; non pretendo un filmone profondo e super-significativo che mi faccia riflettere sulle sorti del mondo e sia una grande opera d’arte, mi basta passare due ore in allegria.
Secondo, preferisco la Marvel e lo ammetto senza problemi: di sicuro sono più propenso a chiudere un occhio sui suoi difetti rispetto alla DC fintanto che mi diverto e mi emoziono; di solito, più mi piace qualcosa e più sono critico ma, come da punto uno, da questi film non ho grosse pretese in ambito tecnico e formale. Fan della DC, siete avvisati.
Terzo, non ho letto i fumetti, mi baso unicamente sui film e valuto solo quelli; per cui, gli ottantatré anni di storia che ci sono a monte sono irrilevanti ai fini della narrazione cinematografica. E quando dico “la DC”, se non specifico diversamente, intendo quella dei film dell’Extended Universe.


Dicevo, Justice League ha finalmente colpito nel segno dell’intrattenimento che cerco e credo che la DC abbia capito cosa il pubblico si aspetta dal genere: non un polpettone che si prende tremendamente sul serio fra simbologia messianica, domande cosmologiche e ricerche sociali, ma qualcosa di divertente.
Non hanno rinunciato del tutto alla loro dannata magniloquenza e c’è il solito problema della lentezza (hint: se ho finito i pop corn e il film non è ancora praticamente iniziato, qualcosa non va) ma hanno fatto dei progressi (i pop corn li ho finiti durante la scena delle Amazzoni, quindi dai, la trama del film era appena iniziata; close enough). L’intreccio era finalmente lineare: lui è il cattivo, vuole fare questo, noi siamo i buoni, lo fermiamo così. Facile, logico, seguibile, senza piani supercomplicati per tentare di far sembrare il film più serio di quel che può essere, senza ventordici plot twist per fingere di saper scrivere cose di un certo livello. Ci sono sei supereroi iconici che lottano contro il male.

Ed è qui che arriviamo al grande problema che la DC ancora non ha colto: i personaggi. Siamo lì per loro. E le botte. E le esplosioni. Ma principalmente i personaggi.
Perché ammettiamolo: le storie su salvare il mondo sono tutte uguali. Plot twist in più, distrazione in meno, ma la storia resta quella: i buoni vivono la loro vita, qualcosa la minaccia, loro si uniscono per risolvere la cosa, ci riescono, il mondo torna in pace (e visto che questo è un franchise, la conclusione del film è ovvia). Ciò che conta è il viaggio: cosa motiva i personaggi, cosa rende un lotta la loro lotta, cosa imparano lungo la strada, come crescono alla fine di tutto. Arrivati al climax del film, dobbiamo conoscerli bene perché ci importi della loro sorte.
Ecco: tutto questo continua a mancare alla DC.
In parte questo non è colpa sua, ma delle circostanze: è partita con uno svantaggio di cinque anni rispetto alla Marvel, si muove in un genere ormai sovrasaturo e deve fare le cose in fretta. Arrivati a The Avengers, avevamo visto almeno un film a testa su tutti – Iron Man, Captain America, Thor… Hulk, tecnicamente – e perfino i personaggi di sostegno come Black Widow e Hawkeye erano già stati introdotti abbondantemente. Conoscevamo chi avevamo davanti e potevamo immedesimarci in loro.
Arrivati al grande crossover DC, invece? Conosciamo davvero soltanto Wonder Woman, con cui abbiamo trascorso un intero film di esplorazione del personaggio. Ok, un po’ Superman, anche se il suo, di film, è stato quello che è. Batman l’abbiamo incontrato, ma del suo personaggio sappiamo poco e niente, visto che è annegato nella trama priva di senso di Dawn of Justice. Cyborg, Flash e Aquaman sono dei perfetti sconosciuti. E l’operazione di stallo della trama a inizio film in cui si è tentato di presentarceli è riuscita in poco, se non farmi terminare i pop corn: conosciamo giusto i loro poteri, qualche dettaglio sulla loro vita, una prima impressione sul loro carattere, ma non sappiamo abbastanza di loro perché ce ne importi davvero. Cyborg è un teenager pieno di (comprensibile) angst. Aquaman è il tizio muscoloso con quelle lenti brutte che vedi addosso ai cosplayer che non si impegnano – non sto scherzando, non sono abbastanza realistiche da sembrare naturali, né abbastanza strane da sembrare non umane di proposito, sembrano solo cheap. Barry… beh, è Peter Parker con un disturbo di deficit d’attenzione; con tutto che Ezra Miller fa un bel lavoro ed è divertente, inevitabilmente non ha l’impatto dell’altro Flash dopo tre stagioni di serie tv passate a conoscere il personaggio. Restano più che altro archetipi, template su cui costruire dei personaggi con i futuri film.
Ripeto, capisco la situazione in cui si è trovata la DC, dovendo buttare fuori il crossover ASAP senza il tempo di un film solista per tutti, ma ha finito col mettere il carro davanti ai buoi e togliere empatia al pubblico. Non bene.

Ma il problema è anche strutturale del film. Ad esempio, quando ancora dei supereroi non mi fregava nulla, mi hanno portato a guardare The Avengers senza che avessi visto nessun altro film Marvel. Ho incontrato i personaggi, ho capito subito chi era cosa, ho capito perché lottavano e mi importava che vincessero perché la narrazione mi ha dato tutto ciò che mi serviva per immedesimarmi. Per capire come e perché, facciamo un passo indietro.
Anche qui, lo ammetto candidamente: il motivo per cui adoro Civil War è che, praticamente, è Captain America: Stucky Il Film e io sono una fangirl. Riconosco che è pieno di difetti, ma è comunque migliore di Dawn of Justice perché ha qualcosa di fondamentale che a quello manca: l’elemento umano.
Helmut Zemo ha un rancore personale contro gli Avengers e mette su un complotto ridicolo da quanto è complicato perché ha perso la famiglia; Lex Luthor mette su un complotto ridicolo da quanto è complicato per… motivi filosofici, credo? Per ateismo nichilista? For the evulz? Perché in qualche modo Batman e Superman devono arrivare a pestarsi come uva a settembre se no niente film?
Gli Avengers sono una squadra e sono amici, ne hanno passate tante assieme e, quando li vedi combattere fra loro, sai che ci sono in ballo rapporti umani prima ancora che trattati internazionali, processi e chissà cosa. Batman e Superman? Due sconosciuti che vivono ai due lati del fiume e finiscono a fare a botte senza aver mai interagito.
Ironman e Cap arrivano alle mani perché Tony, con la sua coscienza sporca, è tutto incentrato sulle conseguenze delle sue azioni e il tentativo di riparare ai suoi errori, mentre Steve vuole salvare il suo ragazzo così disperatamente che è pronto a ignorare qualsiasi buon senso. Batman e Superman si pestano salcazzo perché.
Alla fine, il conflitto umano di Civil War non si risolve perché è talmente personale – i genitori di Tony e il ragazzo di Steve – che l’unica cosa che li ferma è aver esaurito le forze. In Dawn of Justice?

No, giuro: è questo. Il film È QUESTO.

Con cosa il pubblico riesce a empatizzare? A parità di trama ingarbugliata, pila di equivoci e forzature varie (che già no, Civil War è decisamente meno forzato), la Marvel mette sempre un elemento umano, sentimentale, che alla gente in sala arriva facilmente. Natasha e Clint sono amici da sempre, Visione e Wanda sono amanti, e si trovano a combattere; Scott rischia di perdere la famiglia che è riuscito a riconquistare. Queste sono le cose che restano impresse. Non le chiacchiere filosofiche di Lex Luthor o “Se c’è anche solo l’un percento di possibilità che Superman sia malvagio va fermato”.

Justice League è anni luce avanti a Dawn of Justice sotto molti aspetti, ma gli manca sempre la scintilla di umanità.
Qual è stato il catalizzatore di The Avengers, il momento in cui sono passati da gruppo di cretini con un grosso ego che battibeccano e collaborano a denti stretti perché gliel’ha chiesto il governo a vera squadra, eroi che lottano fianco a fianco per una causa comune, non solo una missione? Coulson, una persona che conoscono e la cui morte è stata una conseguenza diretta della loro incapacità di lavorare insieme. C’è una tragedia umana e personale – di nuovo, qualcosa in cui il pubblico può immedesimarsi a livello emotivo, non solo cerebrale – che li unisce. E il cattivo? È Loki, il fratello di Thor: anche lì è personale.
In Justice League? A parte che il cattivo è un alieno random mai sentito prima, non c’è un vero momento in cui sembra che la squadra non possa funzionare e non c’è un evento umano e personale che li unisca e renda quella la loro battaglia. La cosa che ci si avvicina di più è quando discutono se sia il caso di resuscitare Superman, ma è un discorso principalmente etico, non emotivo. Ed è anche il momento in cui sono uscito dalla sala per un refill dei pop corn senza perdermi nulla.
E per carità, è verosimile e comprensibile che sei persone con i superpoteri si uniscano per salvare il mondo, ma è un concetto astratto. Non ha sullo spettatore lo stesso peso della risposta a un dramma personale e, per questo, la risoluzione non è altrettanto soddisfacente. È lì, ma l’investimento emotivo non è paragonabile. Per dire, abbiamo conosciuto di più la famigliola russa che metà della Justice League, abbiamo visto la loro paura, la loro lotta per sopravvivere: la fuga sul pick up è stato l’unico momento in cui mi sono genuinamente interessato al destino dei personaggi perché ho visto prima il loro dramma, e perché madre, padre e due bambini che cercano di salvarsi è qualcosa di facile da comprendere. Gli altri erano degli estranei che facevano cose perché dovevano.

Per cui sì, la DC sta lentamente imparando dai suoi errori (e dai successi della concorrenza: lo ship-tease muove il mondo, e vedi come ci hanno buttato lì la SuperBat senza pudore), ma ancora non ha colto il vero segreto di un buon film di supereroi: le lotte e le botte hanno tutto un altro sapore se le si condisce con i sentimenti e le emozioni dei personaggi. In un cinecomic, molte cose sono perdonabili, ma se manca il coinvolgimento nella vicenda, qualcosa non va.
Ma non disperiamo: dopo i pessimi inizi, hanno capito come risalire la china e si può sperare che, se la sovrasaturazione del genere non fa fuori tutti prima, i prossimi film arriveranno ad afferrare quella nota elusiva capace di risuonare davvero negli spettatori.
Per quanto riguarda Justice League, non benissimo, ma comunque bene: è un film che vale la pena vedere non solo perché Gal Gadot è fantastica, o per la fossetta sul mento di Ben Affleck e le scene shirtless di Jason Momoa e Henry Cavill.
Che comunque non guastano.

Saturday, 28 October 2017

Catalogna sì, Catalogna no

Mi sono imbattutto, su Facebook, in un post che pone una domanda apparentemente retorica: “Ma se la Catalogna dichiara l’indipendenza, a voi cosa cambia?” È un post lungo e ben scritto le cui motivazioni pro-indipendenza sono riassumibili in:
1) Se anche l’indipendenza catalana scoperchiasse il vaso di Pandora dei nazionalismi europei e desse forza alla causa del Trentino, dei Paesi Baschi, della Sardegna, della Corsica, della Scozia, sarebbe positivo perché i popoli devono autodeterminarsi.
2) La strumentalizzazione politica dei regionalismi che avviene in Italia non avviene nel resto d’Europa.
3) Lo Stato spagnolo è fascista perché usa la forza “per impedire una consultazione popolare” e “disabili e anziani vengono picchiati per aver voluto esprimere un voto”.

C’è un quarto punto su cui sono sostanzialmente d’accordo e che ritengo valga la pena di espandere: l’idea di Stato nazionale è un retaggio obsoleto dell'Ottocento. L’ideale (e l’unica soluzione che personalmente reputo gestibile a lungo termine) sarebbe un’Europa unita in una federazione di popoli e non di Stati, ovvero una supernazione federale di dimensioni continentali le cui unità amministrative non sono gli Stati attuali, ma macroregioni etno-linguistiche stabilite proprio dai popoli che oggi vogliono “autodeterminarsi”.

Il nesso qui sarebbe che essere contro l’idea di un popolo catalano indipendente andrebbe anche contro l’idea di un’Europa di questo tipo, che è più o meno inevitabile.
Il problema è che, da una parte, la Catalogna indipendente sarebbe fatta a modello degli Stati nazionali e quindi la situazione non andrebbe avanti di un centimetro. Dall’altra, quello dell’Europa unita e ripartita secondo regioni etniche è un processo che va fatto gradualmente e contemporaneamente: invece che disgregare tutto e pensarci poi, bisognerebbe parlare della nuova ripartizione amministrativa mentre si inizia il processo di unificazione. Ovvero non ora.
E paradossalmente, il referendum catalano, per come è stato motivato, gestito e discusso, va apertamente contro l’idea di un’Europa unita, federale e suddivisa secondo la volontà dei popoli che la compongono. 

• È stato, in primo luogo, un referendum fatto per ragioni politiche più che idealiste, un semplice metodo perché un partito di limitata portata su scala nazionale potesse raccogliere tanti consensi in una singola area sfruttando un sentimento di appartenenza nazionalistica di “noi contro loro”. È questo tipo di politica che da sempre sta danneggiando il progetto europeo. È la politica che ci ha dato il Brexit, uguale identica. Ed è una politica di sfruttamento del sentimento popolare per finalità partitiche per nulla dissimile da quella che abbiamo in casa.
• È un referendum che sento spesso difeso con motivazioni pragmatiche molto egoiste: la Catalogna è la parte più ricca della Spagna e non è giusto che Madrid si prenda i soldi? Già, nello stesso modo in cui non è giusto che i cittadini più ricchi siano tassati di più perché con quei soldi si costruisca una rete di welfare per le classi meno ricche. Lo Stato è, prima di tutto, una comunità, la quale funziona meglio se le parti più forti fanno un sacrificio che aiuta quelle più deboli in modo che il gruppo nel complesso vada più veloce e non sia rallentato dal “peso morto”. Se parte dei soldi della Catalogna vengono investiti nello sviluppo (butto a caso) dell’Estremadura, l’Estremadura si metterà in condizioni di produrre qualcosa (capitale, merci, personale) che beneficerà anche la Catalogna. (Che poi all’atto pratico la ricchezza non sia davvero distribuita è un problema reale, ma va risolto dall’interno, non andandosene e sbattendo la porta). Seguendo la mentalità del “roba mia vientene con me” e “ogni comunità è un’isola” come si può pensare di unire un’Europa dal panorama economico così eterogeneo?
• Se ignoriamo le leggi e la costituzione nazionale, cosa ci vieta di ignorare anche quelle Europee? Sono solo leggi, non sono scritte nella pietra. Questo è un discorso che si può applicare a qualsiasi livello della vita comunitaria, e allora il senso stesso si una società moderna si perde. Poi, ripeto: all’atto pratico molte sono sbagliate, ingiuste, mal scritte o mal applicate, ma esistono metodi democratici per cambiarle e migliorarle.
Speaking of which, la Spagna ha 46 milioni e mezzo di abitanti, di cui solo 7 milioni e mezzo vivono in Catalogna. Dovesse anche il 100% dei Catalani essere a favore dell’indipendenza, sarebbe il 16% della popolazione spagnola che prende una decisione unilaterale per il restante 84%. Non mi sembra il corso di eventi più democratico possibile; e se si decide che chissenefrega, la Catalogna non fa parte della comunità spagnola, non ha responsabilità verso gli altri e tanti saluti, si torna al punto uno: come si riunisce l’Europa secondo principi di cooperazione e benessere comune, in quest’ottica?
• E già che ci siamo, i casi sono due: o si decide che la costituzione ha valore e si agisce entro i suoi limiti, o si decide che non ne ha e si accettano le conseguenze. Il nostro mondo e la nostra società sono stati forgiati da molti eventi in cui si è deciso che il vecchio status quo andava cambiato con la forza, e tutti questi eventi hanno previsto la violenza. Se si decide di bypassare la costituzione e fare di testa propria, un intervento della polizia fa parte dei termini e condizioni: lo Stato protegge la costituzione perché da essa dipendono gli interessi della maggioranza (84%) della popolazione. È orribile che le forze dell’ordine carichino anziani e disabili? Sì, ma la responsabilità è anche di chi ha deciso di fregarsene del resto dello Stato e delle sue leggi, non si può usare la cosa per fare le vittime.

Per cui, per rispondere alla domanda, nonostante io per primo consideri gli attuali Stati nazionali europei obsoleti e ritenga che l’unico corso d’azione possibile sia liberarsene, l’indipendenza Catalana, che pur sarebbe inevitabile in un’Europa come la vedo io, mi cambia che:
a) Fatta così a cazzo, senza pensare già a un’ottica federalista pan-europea, va a destabilizzare ulteriormente l’Europa e rallentare il processo di unificazione. Una secessione nazionale indebolisce sempre la regione in cui avviene – basta chiederlo ai miei vicini ex-iugoslavi – e l’Europa dovrebbe aspettare altri DECENNI che il polverone si abbassi prima di parlare di unità.
b) Fatta con le motivazioni e i metodi attuali, rema in direzione opposta al progetto europeo. E questo sì che va a peggiorare le cose a me personalmente, che sull’Europa ci ho costruito un’identità e faccio affidamento per il mio futuro.

Monday, 23 October 2017

American Horror Story: #ustoo


Capisco le perplessità di chi sta guardando American Horror Story: Cult e… meh, non è che gli garbi molto, e anche commenti come “non è l’AHS che conoscevo e amavo” (a parte che ogni stagione “non è Asylum”, ma quello è un altro paio di maniche) o “è troppo diverso”.
Cult è oggettivamente difficile da digerire, ha una trama complessa da seguire (soprattutto nei primi episodi) e si distacca parecchio da ciò che l’ha preceduto: niente fantasmi assassini, demoni, streghe, maledizioni, vampiri. Per lo stesso motivo per cui sguazzo negli horror soprannaturali ma non riuscirei a guardare i gore in cui la gente si tortura e mutila, per lo stesso motivo per cui Countrycide è l’episodio che mi ha messo più ansia in Torchwood e The Benders, dalla prima stagione, è stato uno dei più ansiogeni in dodici stagioni di Supernatural: quando il male è realistico, perpetrato da esseri umani verosimili per motivi e in circostanze che potrebbero accadere davvero, è molto più snervante. Imbattersi in fantasmi e mostri nella vita reale è alquanto improbabile; i serial killer che torturano e uccidono le persone invece esistono (vedasi Roanoke: i fantasmi della colonia? Jump scare occasionale. I Polk? Ansia a palate).

E io stesso, che sto apprezzando la stagione, mentre la guardo ho spesso l’impressione che sia over the top: davvero riusciamo a infilarci dentro le elezioni americane, complottismo, razzismo, omofobia, misoginia, scie chimiche, fake news, omicidi seriali, sparatorie di massa, tutto assieme? Cioè, non stiamo mettendo troppa carne al fuoco? Possibile che questa roba succeda tutta in una volta? Adesso cosa, terrapiattisti e antivax?
Poi vai a guardare l’episodio 6, quello con la sparatoria di massa e lo stupro / coercizione / abuso psico-emotivo-sessuale / manipolazione tramite il sesso di Meadow Wilton, e quando è andato in onda? A pochi giorni dalla sparatoria di Las Vegas e subito prima che esplodesse lo scandalo Weinstein.
Ed è proprio lì che capisci che no, Cult non sta esagerando, non sta mettendo troppa carne al fuoco: questa roba sta davvero accadendo tutta assieme.
Certo, prende queste situazioni e le porta all’estremo – tutto succede in un’aera geograficamente ristretta, una cittadina suburbana, ed è parte dell’enorme macchinazione di un potere nascosto – ma il succo è reale: sono tutti eventi verosimili – eventi che stanno accadendo – e no, non c’è un potere centrale che li causa direttamente, il “complotto” nel mondo reale è come li sfrutta. Vengono inseriti in una narrativa mediatica che li fa sembrare molto più diffusi e concatenati proprio per fare ciò che fa Kai Anderson, suscitare un senso di paranoia sociale che cerchi risposte in qualsiasi follia rotoli fuori dalla bocca di un leader demagogico e (apparentemente) forte.
American Horror Story: Cult ci destabilizza tanto proprio perché fornisce un ritratto esagerato ma verosimile della realtà in cui ci muoviamo, e lo fa nel momento esatto in cui la stiamo vivendo. Non è una casa infestata o un manicomio dei tempi andati, è la società di cui facciamo parte fotografata oggi, con i comportamenti che ha in questo preciso momento e che rappresentano un pericolo concreto. Non ci aiuta a esorcizzare paure ancestrali con metafore soprannaturali, ci costringe ad aprire gli occhi e guardare qualcosa che è più grande di noi.

E a cui tutti, chi più chi meno, volontariamente o no, stiamo contribuendo.
Ryan Murphy è molto comodo da guardare se si è progressisti o si fa parte di una minoranza perché il commento sociale è sempre un tema portante dei suoi lavori. E poi è arrivato Cult, che ci sta sbattendo in faccia la dura realtà: stare dalla parte giusta della storia non è poi così semplice e immediato.
Da Cult probabilmente ci si aspettava molta più retorica anti-Trump ma, sebbene l’intera stagione sia una decostruzione dei suoi metodi di propaganda, ci siamo trovati invece un’equa distribuzione delle colpe. È facile prendersela con i sostenitori di Trump etichettandoli come stupidi, ignoranti, suggestionabili o deliberatamente bugiardi, ma per un Gary Longstreet che fa parte della setta di Kai, tutti gli altri sono sostenitori della Clinton: per un motivo o per l’altro, chiunque può lasciarsi fregare se le circostanze lo permettono.
Poi c’è Ally Mayfair-Richards, il cui personaggio è una feroce critica a chi, protetto dalla sua bolla, sottovaluta i fenomeni sociali che portano a situazioni come quella attuale, manca di pragmatismo quando c’è da decidere e poi reagisce con paranoia e melodramma invece che rimboccarsi le maniche e cercare di fare la differenza.
Winter Anderson, Ivy Mayfair-Richards, Beverly Hope e Harrison Wilton, invece, sono quelli che ci mettono più a disagio perché sgretolano il nostro entitlement come minoranze. Il mondo è ingiusto e ci sono categorie di persone che soffrono realmente per la discriminazione, ma non si può gridare al maschio bianco eterosessuale cisgender per ogni cosa: parte del problema è proprio l’incapacità di tracciare un confine fra portare avanti una causa progressista per migliorare la società e marciarci sopra senza pensare alle conseguenze. Non sempre si ha ragione a priori solo perché si fa parte di una minoranza che lotta per i suoi diritti.
Il sessismo è reale e ci si sbatte sopra la faccia quotidianamente, ma non lo si può additare come causa ogni volta che si riceve un torto: così facendo si finisce per diluire il problema fino a fargli perdere di significato; se si dice “patriarcato” anche quando un uomo taglia la strada a una donna, non si fa che avvalorare la tesi che il sessismo è solo paranoia, una scusa per avere qualcosa di cui lamentarsi.
L’oppressione e la discriminazione affrontate in quanto gay sono talmente dolorose da poter spingere al suicidio, ma non scusano o diminuiscono la gravità della misoginia buttata lì perché, tanto, se non si oggettivizzano le donne sessualmente tutto il resto è concesso, è un inside joke di una sottocultura.
E abbracciare una causa progressista non è positivo se, nel farlo, non solo si ignora qualsiasi altro gruppo sensibile, ma si porta l’ideologia all’estremo, si inizia a usare la violenza e si applica la discriminazione agli altri, perfino alla “maggioranza” oppressiva – l’episodio sette, che si concentra su Valerie Solanas, è praticamente fatto di questo.
Ed è davvero brutto dover aprire gli occhi quando si è convinti di fare qualcosa di positivo: a volte si confonde l’attivismo con lo sfogare la propria frustrazione e si diluisce il suo messaggio; a volte, si è talmente concentrati sulla propria causa che si ignorano le sensibilità altrui contribuendo ad esacerbare gli animi; a volte si è omertosi verso le frange più estremiste per paura di non essere alla loro altezza. Anche il “lato giusto della storia” ha molte, delicate sfaccettature e il nostro corso d’azione può fare danno nonostante le buone intenzioni.

Per cui è facile capire perché American Horror Story: Cult possa dare quella spiacevole sensazione che qualcosa non vada: ci trascina fori dalla comfort zone. Da una parte, #toosoon, parla di eventi che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi e sottolinea quanto pervasivo sia il meccanismo che li muove; dall’altra, #ustoo, ci fa notare e costringe a scendere a patti col fatto che, pur con le migliori intenzioni, anche noi abbiamo combinato dei casini e rischiamo di combinarne altri.
Ryan Murphy sta facendo un ottimo lavoro nello sfidare le nostre convinzioni, nel mostrare quanto assurde eppure plausibili siano le conseguenze di ogni nostra azione, e ci sta mettendo in guardia su come riconoscere questi meccanismi per cascarci il meno possibile. Dobbiamo solo avere l’onestà intellettuale di riconoscere in quale trappola siamo caduti e cercare di non cadere nella paranoia da una parte e di scegliere i mezzi più efficaci e meno dannosi per sistemare le cose dall’altra.

Tuesday, 3 October 2017

Scuse per riprendere fiato

Da qualche settimana a questa parte, ogni scusa è buona per sgattaiolare fuori di casa in cerca d’aria. E Dio solo sa quanto ho bisogno di riprendere fiato ultimamente.
A volte è il pomeriggio, spesso mentre la Mater è al lavoro: ho perso il conto di quante foto del mare e di tramonti abbia scattato come scusa per scendere velocemente quelle scale, sparire alla vista altrui e rintanarmi nella mia grotticella.
Altre volte è la sera: la scusa è sempre far palestre per la notte, e dietro la più conveniente c’è un altrettanto conveniente vicoletto pedonale scarsamente illuminato dove, sulla via dell’andata o del ritorno, posso sedermi un po’.
Quando sono in compagnia, ci sono quei due, tre angolini al Centro Storico dove, guardingo e col cuore in gola, posso eclissarmi, specie la sera. Altrove, ci sono le scalette nascoste, oppure il baracchino del molo, o altri luoghi meno frequenti.
Il rischio maggiore è nel cuore della notte. Raramente, un’occasione si presenta davvero; altre volte, devo essere circospetto, silenzioso e rapido. Per quello c’è la cabina elettrica con lo stancil dei Blues Brothers, più veloce da raggiungere, dietro la quale posso sparire nelle ombre, riprendere fiato e farmelo bastare fino al pomeriggio dopo.

E la cosa mi sta logorando. Mi sono accorto per la prima volta di cose come la luminosità della luna piena, che getta delle ombre nette quanto il sole a picco. La luce di un peschereccio dritta negli occhi, la telecamera meteorologica, ogni persona incontrata, ogni passo, ogni sguardo, tutto a volte sembra far parte di una gigantesca rete tesa per catturarmi. Ma non riesco a non fare a meno di respirare. Ne ho bisogno perché stare qui mi rende sempre più nervoso ma non ho altri modi per sfogarmi. Ed è un circolo vizioso perché, superato il momento di sollievo, la paranoia finisce per alimentare il mio nervosismo.
La cosa peggiore è che ormai ho creato anche qui un’intera quotidianità di questo. Diversa da quella di Trieste, ma altrettanto seducente e piena di sensi di colpa.
Sono del tutto privo di forza di volontà.