Friday, 11 July 2014

Morti in sogno

Facciamo una piccola premessa. Ieri notte ho fatto le seguenti cose:
1) Un test di personalità molto dettagliato col mio amico norvegese;
2) Giocato su un GdR urban fantasy dove il mio pg confessava al suo non-ragazzo di essere una Strega per dimostrargli che è possibile che lui (il non-ragazzo) abbia invece il potere di comuncare con i morti;
3) Smontato e rimontato una bara in photoshop per una foto ispirata a una canzone di Phildel;
4) Guardato un paio di puntate di Supernatural subito prima di andare a dormire.

Ebbene, una volta andato a dormire, ho fatto un sogno che, per una serie di notivi, mi ha turbato molto. Una prima parte, molto confusa, mi vedeva di ritorno in aereo da un punto dell’Europa a caso; una volta nell’aeroporto, dovevo sbrigarmi a raggiungere la stazione dei treni per tornare a casa, ma il luogo era pieno di persone del mio passato e amici presenti, per lo più compagni di liceo e qualcuno delle medie. Non riuscendo a prendere il treno, sostanzialmente spicco il volo e atterro a destinazione, che non è Trieste, bensì una grande villa in legno ai margini di una pineta che so essere situata in un luogo dove sono andato in colonia da piccolo.
A questo punto, similmente a quanto è successo nell’ultimo sogno che ho trascritto, inizia una puntata di Supernatural della quale presto mi ritrovo a far parte. La colonna sonora è affidata a Phildel, che interpreta anche uno dei personaggi, lo spirito di una ragazza rimasta legata al mondo dei vivi. E infatti, io (protagonista) trovo un foglio in cui questo personaggio ha scritto e disegnato delle cose che sono ciò che le impediscono di andare avanti e che devo decifrare. A quel punto c’è la sigla, ma quando parte la musica dei titoli di testa, la prima cosa che noto è che quella che canta non è Phildel. E anche la canzone, per quanto bella, non è sua.
Questa parte del sogno la ricordo in maniera un po’ confusa, ma c’è una donna anziana, probabilmente la nonna della ragazza, che mi parla di lei e cerca di far rimanere soli me e il suo spirito. A questo proposito, ci manda a fare una passeggiata su una strada bianca che si snoda fra la pineta e una specie di laguna salmastra. Lei mi parla fingendosi Phildel, al che io le dico che so che non è lei, c’è un errore nei credits di apertura. Allora, mentre camminiamo, ad una certa mi accorgo che è notte e siamo bambini, come se fossimo in un ricordo d’infanzia che codividiamo – e che a me non risulta. Anche se sospetto che, non essendo riuscita a spacciarsi per Phildel, voglia ora convincermi che ci siamo voluti bene da piccoli, inizia a farmi sempre più tenerezza. Continuando a camminare, torniamo piano piano alla nostra età vera (lei a quella in cui è morta), la notte diventa una mattinata nuvolosa, e ci scambiamo un abbraccio.
Dopo un po’ arriviamo a una specie di mercato allestito in alcune tende in uno spiazzo della pineta verso la spiaggia, e lì parte il drama. Lei vuole prendere verdure, io invece vedo due hamburger con sopra la mozzarella pronti da cucinare e opto per quelli. Lei è molto infastidita da ciò, per cui tornando verso casa (da una strada diversa, più inoltrata nella pineta) battibecchiamo di continuo. Lei ha assunto un aspetto molto più vivo (come il Tom Riddle del diario) e io mi dimentico che è morta. Ad un certo punto, lei mi fa: “La nonna ha una salute molto delicata. Se muore di infarto, la polizia cercherà nella mia spazzatura, scoprirà che le ho dato della carne e sospetterà di me.” Al che io le rispondo: “Guarda, la mangio io, non è un problema, a tua nonna fai le verdure. Poi vado a buttare la carta sporca nel bidone di qualche vicino.” Lei sembra alterarsi al pensiero che me ne vada per conto mio a buttare la spazzatura e risponde qualcosa di passivo-aggressivo tipo: “No, preferisco morire io piuttosto che altri esseri”, riferito al fatto che quella spazzatura avrebbe inquinato. Nel frattempo, arriviamo a casa sua ed entriamo. È improvvisamente notte e lei mi dice che deve uscire un attimo mentre io devo rimanere assolutamente a casa, magari di iniziare a cucinarmi la cena senza aspettarla.
Non ricordo quando di preciso, ma più o meno a questo punto, prima che la ragazza esca, arriva Murka; e io, sapendo che è morta, ho la consapevolezza che anche lei è uno spirito o, comunque, qualcosa appartenente al passato, e le dico che non può restare con me, appartiene a un’altra vita. Mi metto a piangere perché mi manca, e la ragazza inizia a consolarmi, ma noto che in realtà è molto infastidita dalla presenza di Murka, che continua a miagolare per attirare la mia attenzione. Dopo un po’, visto che la ragazza morta sembra avercela davvero con lei, se ne va e non la sento più.
La ragazza fa quindi per uscire, e questa scena si svolge nel corridoio della casa della Ziaccia, che per anni è stata un luogo ricorrente nei miei incubi. Dopo che la ragazza è uscita, Murka torna, anche se in un punto del corridoio che non riesco a vedere. Si mette a miagolare in maniera sofferente, come faceva l’ultimo periodo, quando stava proprio male. Io mi preoccupo tantissimo e, non vedendola in casa, apro il portone per cercarla fuori. Lei, che invece era nascosta dietro un portaombrelli, sbuca tutta pimpante e con la coda in su, come quando stava bene, e si dirige fuori. Quando la seguo per assicurarmi che stia bene, lei si volta verso di me, miagola una volta col suo tono dolce di quando stava bene, e a quel punto mi sveglio di colpo. Come se per tutto il tempo Murka avesse cercato di portarmi fuori dal luogo (e dal sogno) dove la ragazza morta voleva farmi rimanere.

A dirla tutta, per qualche minuto ho provato anche a riaddormentarmi, ma non ce l’ho fatta; e non perché fossi scosso dal sogno, quanto perché stavo letteralmente gelando. Davvero, all’undici di luglio avevo proprio freddo. Ammetto di essermi impressionato molto e, quando mi sono alzato, mi sono detto che un po’ di superstizione di sicuro non avrebbe fatto male. Così ho preso un bastoncino di incenso alla lavanda (una pianta considerata purificatrice) e l’ho acceso. Cioè, se non altro mi profumava la camera. Il tempo di andare in bagno che torno e lo trovo spento; quando provo a riaccenderlo non vuole proprio saperne.

E lo so, mi sento un po’ un cretino per essermi inquietato per queste cose. Ma negli ultimi mesi ho sognato Murka solo due volte: la notte che si è sentita male per la prima volta ad ottobre, e quella prima che smettesse di mangiare e si lasciasse andare a gennaio – la prima volta ho sognato che tornava indietro dai Campi Elisi e la seconda volta che smetteva di lottare, entrambe ricevendo notizie dalla Mater solo la mattina dopo. Per cui, il fatto di aver sognato che mi guidava fuori da quel sogno e lontano dalla presenza della ragazza morta, assieme al risveglio al freddo, mi ha impressionato. Magari per non pensarci più provo a farmi lo spread di tarocchi ad albero, che si fa per conoscere le presenze che tentano di avere a che fare con noi, e vedo se la ragazza è “qualcuno” da cui Murka mi ha davvero protetto.
Non che ci creda davvero: devo solo lasciarmi i brividi del sogno alle spalle, e maneggiare le carte è un modo carino di farlo.

Tuesday, 1 July 2014

Il fascino degli archetipi

Siccome sono uno spendaccione senza speranza di redenzione, ho già fatto il mio primo acquisto in previsone dei soldi guadagnati con la conferenza: un mazzo di tarocchi. Ne avevo puntato uno Art Nouveau a Lucca 2013, ma l’avevano finito. Allo stand mi avevano lasciato il catalogo, ma non mi sono mai preso la briga di sfogliarlo fino ad ora; invece, adesso che ho avuto delle entrate inaspettate, ho deciso che era arrivato il momento di provare.

Onestamente, non so dire di preciso perché mi sia presa questa fissa all’improvviso, specie considerando l’atteggiamento per lo più derisorio che ho nei confronti di quelli che chiamo “wiccan scoppiati”. Un po’ è colpa di Lara, che continua a indottrinarmi con storie che nemmeno Il Risveglio di Modir nel salotto di casa tua. Ma in realtà, ho vissuto circondato da queste cose sin da quando ero bambino: la Mater è sempre stata appassionata di occulto, dall’astrologia alla cartomanzia, così è un tema con cui ho una discreta familiarità.

Se dovessi cercare di esprimere razionalmente cosa dei tarocchi mi affascina tanto, credo che il tutto si ridurrebbe al simbolismo. È un po’ come l’astrologia: non credo che la posizione dei pianeti in relazione ai disegni prospettici che le stelle vicine creano in cielo abbia davvero un’influenza tangibile sulle persone, ma mi affascina da morire il simbolismo che si cela dietro ai Segni Zodiacali. Ognuno rappresenta un archetipo, mentre ogni pianeta rappresenta una aspetto della personalità umana: a seconda di dove si trova, quel determinato aspetto assumerà caratteristiche di quel dato archetipo. Non c’è nessuna pretesa di scientificità, né si pensa che gli astri influenzino fisicamente l’umanità: è semplicemente l’arte di interpretare i determinati simboli e la loro posizione, di per sé e nella loro interazione.
Con i tarocchi è la stessa cosa: ogni posizione del gioco rappresenta una domanda e le carte danno una risposta comunicando tramite i loro archetipi. Il gusto non è pensare di poter conoscere il futuro, quanto leggere il significato che si cela dietro ogni figura, e come ognuna influenza l’altra. Sarà scientificamente ridicolo, ma da un punto di vista ricreativo è spettacolare. E poi diciamolo: i tarocchi Art Nouveau sono bellissimi, c’è poco da fare.

Parlando in maniera più irrazionale, come ho accennato sopra mi sento “pronto” ad apprendere a leggere le carte. Mi sono già informato della procedura tradizionale per “presentarmi” e prendere confidenza con il mazzo e ho piazzato l’ordine domenica notte. Domani mi procurerò l’incenso, l’unico oggetto che mi manca per “purificare” le carte una volta che mi saranno arrivate. E sinceramente, non vedo l’ora.

Monday, 30 June 2014

Perception is everything (perché io valgo 2.0)

Ricollegandomi parzialmente all’ultimo post, mi sono ricordato di un articolo letto anni fa in università, che illustrava uno studio secondo il quale la percezione di una lingua come bella o brutta deriva da esperienze, personali e non, ad essa associate. Più sono le esperienze positive associate a una lingua, più questa piacerà, e vice versa. Beh, sono sicuro al 100% che ciò sia vero: se ad esempio prima amavo l’olandese perché mi ricordava le interviste di Sharon den Adel, da quando ho battuto il muso ripetutamente sull’esame di traduzione attiva mi piace un po’ meno. Ma la cosa è stata lampante in questi giorni, mentre trascrivevo la confernza sui national accounts: nella seconda tranche che ho fatto è intervenuto uno speaker francese, mentre nella prima c’era lo spagnolo malefico che ho citato prima. Entrambi con un fortissimo accento, ma mentre il francese non mi ha dato alcun problema, lo spagnolo è stato un incubo. C’è anche da dire che le capacità logico-sintattiche di Díaz Muñoz erano anche molto peggiori e ogni tre secondi biascicava incoerentemente sottovoce, mentre Gilbert Cette almeno riusciva a tenere il filo del discorso, ma penso che in buona parte la differenza derivi dal fatto che adoro il francese, perché mi ricorderà sempre la maestra Vincenzina e perché amo Emilie Simon, mentre lo spagnolo mi ricorda tutte quelle tremende canzoni di fine Anni Novanta / inizio Anni Duemila, i balli di gruppo, le stupidaggini che vanno dicendo e lo stile di vita che descrivono. Nonostante il mio amore per Marcela Bovio, lo spagnolo continuerà sempre a sembrarmi cheap.

Detto questo, la mia tracotanza nell’accettare senza remore la seconda tranche di lavoro è stata una grossa stupidaggine: oltre alla listening di un’ora di conferenza, infatti, ho dovuto revisionare la trascrizione fatta dalla tipa che ha mollato il lavoro a metà, e sinceramente c’era da mettersi le mani nei capelli. Ho passato tutto sabato a correggere strafalcioni, a volte davvero stupidi (proprio parole di uso comune), a volte assurdi (alcuni punti potevano essere ambigui, ma porca miseria, si va a logica, si guarda il contesto), a volte grossolani al punto da invertire del tutto il senso della frase (ho trovato un “intuitive” che in realtà era un “counterintuitive”, ed è solo la punta dell’iceberg). Ciliegina sulla torta, sette minuti non trascritti prima del punto che la tizia aveva segnalato come fine della sua trascrizione: vedendo un doppio capoverso nel testo prima della conclusione dell’intervento, pensavo mancassero una o due frasi; a mezza pagina di trascrizione ho controllato il tempo del file audio e ho tirato giù metà calendario di santi. Onestamente, avrei fatto molto prima e meglio a trascriverla ex-novo.
Il fatto è che, da una parte, mi sembra assurdo che qualcuno possa fare degli errori barbini che io, che non sono ancora nemmeno laureato, riesco invece ad azzeccare al primo tentativo. Dall’altra, ci ho visto dietro un’indubbia dose di pigrizia. È vero che trascrivere i nomi è un inferno, specie se sono di qualche paese la cui lingua non si conosce, ma il presentatore fornisce sempre anche la carica dello speaker: basta aprire google e cercare, nel 90% si trovano. È il caso di dirlo, non ci vuole la laurea.

Beh, fatto sta che ce l’ho fatta anche stavolta, ampiamente entro i termini di consegna, e mi sono anche beccato un extra per aver lavorato nel week end. Perché, se non si fosse capito, io valgo.

Saturday, 28 June 2014

Perché io valgo

Una delle cose che trovo più difficili è superare le mie insicurezze per muovermi un po’ fuori dalla mia comfort zone. Il che, me ne rendo conto, mi preclude un sacco di occasioni, specie economiche. E quando queste occasioni mi capitano, devo davvero sforzarmi per vincere la paura e tentare di fare cose importanti che includano il giudizio professionale di altre persone. Specie se è la prima volta. Eppure, poche cose sono soddisfacenti come fare un buon lavoro e ricevere un (più o meno) adeguato compenso.

Ad esempio, ho passato i quattro giorni scorsi praticamente in simbiosi col computer a trascrivere quattro ore e mezza di conferenza economica in inglese sui national accounts da registrazione audio. È un lavoro tutto sommato tedioso, ma a suo modo affascinante (anche perché, scavando in mezzo alla fuffa che esce a getto continuo dalla bocca degli economisti, mi sono fatto un briciolo di cultura su un campo a me per lo più estraneo). Con le sue difficoltà: tanto per cominciare perché ho rallentato l’audio fino ad arrivare a circa sette ore e mezza di lunghezza, da raddoppiare ulteriormente perché, dopo il primo ascolto, devo necessariamente farne un secondo per revisionare ciò che ho trascritto. E poi perché capitano speaker come quel vecchio caprone di Pedro Díaz Muñoz: ascoltarlo è l’equivalente di sorbirsi Lady Angellyca che tiene un discorso sull’economia per un’exclusiva Pecado Mortal. Inglese tremendo, accento pesantissimo, e un’incoerenza nell’esprimersi che mi ha rallentato notevolmente un lavoro già lungo da portare a termine in tempi piuttosto brevi. (No, seriamente, chi è l’idiota che invita uno spagnolo e lo fa parlare in inglese? Vorrei proprio saperlo.) Per non parlare della caterva di termini sconosciuti per i quali ho dovuto rivoltare Google come un calzino, fra cui l’introvabile “beezle”, un termine coniato negli Anni Cinquanta da John Kenneth Galbraith nel suo libro The Big Crash 1929 e che, a giudicare dalla quasi totale assenza di risultati di ricerca, conoscevano solo lui, forse sua madre, il suo correttore di bozze e lo speaker che l’ha tirato fuori.
Ma ne è valsa la pena. Non solo perché ho messo in saccoccia una sommetta che mi permetterà di andare a vedere il concerto del venticinquesimo anniversario dei The Gathering nei Paesi Bassi, ma soprattutto perché ce l’ho fatta. Sapevo di avere le competenze linguistiche necessarie a portare a termine l’incarico, ma quando ho accettato avevo una paura tremenda di non riuscirci. Per motivi assolutamente irrazionali: perché non l’avevo mai fatto, specie per denaro, perché il lavoro me l’aveva passato un amico a cui non volevo assolutamente far fare brutta figura, perché ci sarebbero stati professionisti a valutare il mio operato, perché era una prima volta.
Beh, al diavolo. Sono sopravvissuto a questo lavoro, l’ho portato a termine entro i tempi stabiliti, e sono anche certo di aver dato una buona prestazione. Ne sono capace. Il mio tempo e le mie capacità valgono il compenso che ho ricevuto.
Il prossimo passo sarà applicare più spesso questo ragionamento anche alla fotografia, e non per cinquanta euro su centopassa foto per un gruppo di trenta persone. Perché sono come L’Oreal: valgo. Eccome se valgo.

Oh, ecco. Neanche il tempo di postare che mi si è aggiunta un’altra ora di conferenza con altri soldi in arrivo. Stavolta so a cosa vado incontro e ho accettato senza drammi interiori. Perché non è più la prima volta e, lo ripeto, io valgo.

Monday, 23 June 2014

Gente che si Lagna

Quest’oggi mi sto spremendo le meningi e sto cercando di ricordare com’ero fra i quattordici e i diciassette anni, la fatidica età in cui ero un fan incallito e sordocieco degli Evanescence. Del resto, loro sono stati la band che ho seguito più assiduamente quando ero un ragazzino e dovevo ancora capire come stare al mondo (dell’internet), con tutti i comportamenti che ne conseguono.
Mi pare di averli difesi a spada tratta in varie occasioni, specie quando li si accusava di essere o non essere, nell’ordine, gothic, metal, rock, commerciali, cristiani e chi più ne ha più ne metta; una volta ho anche scritto una mail piuttosto inferocita a un giornalista che aveva pubblicato un report sfavorevole del concerto del 14 novembre 2006; e ricordo che una sera cascai con tutte le scarpe nella rete di un troll che insultava gratuitamente Amy e mi incazzai da morire.
Eppure, a pensarci bene, tanto sordocieco – nel senso di accettare come oro colato qualsiasi cosa facesse la band Amy senza farmi domande – forse non lo ero. Già nel 2004 storsi un po’ il naso per la sua voce dal vivo in Taking Over Me e Whisper live a Colonia, le b-side del singolo di Everybody’s Fool. Sono sempre stato abbastanza onesto da riconoscere che tre o quattro canzoni di Fallen non mi avevano entusiasmato, così come le versioni originali di Where Will You Go e Imaginary dell’Evanescence EP. E ho sempre detto che quella di Anywhere But Home non era una gran performance live da pubblicare su dvd. Quando uscì The Open Door ero molto più preso, per cui lì per lì non lo dissi pubblicamente, ma sotto sotto ammettevo almeno a me stesso che Good Enough mi dava ai nervi e che Weight Of The World e Like You se le sarebbe potute evitare. E anche nella lettera al recensore ho contestato le sparate sull’aspetto fisico di Amy*, il non essersi documentato abbastanza e aver confuso tre canzoni criticandole per quello, le accuse di playback per il fatto che la performance era stata abbastanza buona e altre frecciate abbastanza gratuite. E quando poi l’atteggiamento e la musica di Amy hanno smesso di piacermi, ho iniziato a criticarla, e anche duramente. Il tutto con i gusti musicali e la mentalità di un adolescente.
*Nota: qualcuno potrebbe dirmi che ora razzolo male, dato che anche io approfitto di come è ingrassata per sfotterla; ma lo faccio sul mio Facebook, non prendo soldi e non dico di essere un giornalista. Da un recensore nemmeno di una webzine scaciotta, ma di una testata nazionale, mi aspetterei un po’ di professionalità in più.

Quindi, se anche io, nel mio essere una fangirl adolescente che chiude un occhio ben volentieri su troppe cose, sono comunque riuscito a mantenere un briciolo di senso critico, perché gente adulta non riesce a farlo?
È questo il grande mistero che aleggia intorno ai fan di Lagna del Rey. Basta dire qualcosa di negativo su di lei che bam!, subito ti si buttano addosso come un gruppo di rugbisti sulla palla ovale. Io capisco difendere le proprie passioni – sono il primo a farlo. Ma, tanto per cominciare, lo faccio argomentando il più seriamente e precisamente possibile, non sbraitando a casaccio; in secondo luogo, quando ho per le mani l’indifendibile, o cambio idea, o accetto le critiche e decido che chissenefrega, mi piace comunque. Ma prendere qualsiasi critica per odio gratuito e immotivato è un atteggiamento irragionevole.
Trovo Lagna del Rey antipatica? Sì, come “artista” e personaggio pubblico mi dà molto sui nervi, non ne ho mai fatto mistero, tant’è che le ho anche dato un soprannome sarcastico. Trovo divertente prendermi gioco dei suoi fan? Immensamente, mi servono il divertimento su un piatto d’argento ogni volta, altrimenti non avrei impostato la privacy del post con le mie opinioni piuttosto taglienti sul suo nuovo album su pubblica. Tutto ciò toglie valore alle critiche che le muovo? No, perché fra una battuta sulle sue labbra siliconate e l’altra – e anche qui, trovo semplicemente ridicolo che si ostini a negare l’evidenza – mi limito a riportare osservazioni motivate e articolate sul suo pessimo modo di cantare, sulla scarsa qualità della sua musica, sul dubbio valore del personaggio che si è costruita. Lei, come persona al di fuori di tutto ciò, non la conosco, né posso dire qualcosa a riguardo. Trovo possibile che possa piacere nonostante tutto ciò? Certo, è lecito: a me dà ai nervi, a qualcuno piacerà, è così che funziona. Ma anche apprezzarla, non significa tapparsi occhi e orecchie e fingere che vada tutto bene. Posso accettare che mi si dica “mi piace come canta anche se è stonata, svociata, sguaiata e ingolata, me ne rendo conto ma non è quello che cerco in una cantante”. Posso accettare che mi si dica “il suo personaggio mi affascina anche se è ridicolamente costruito”. Diamine, conosco un fan che ha ammesso candidamente di non trovarla artisticamente rilevante, ma di apprezzarla semplicemente perché è kitsch fino all’osso: massimo rispetto per lui – e in effetti le critiche non lo irritano. Ma che si ignori deliberatamente questa consapevolezza – perché non sono abbastanza pessimista da ritenere che la gente non si renda conto che non sa cantare e che le cose che dice nelle interviste su di sé e sul suo passato non stanno né in cielo né in terra – e si additi qualsiasi critica, anche la più motivata e sviscerata, come odio gratuito, mi fa davvero fatica capirlo. Per una semplice questione di onestà con se stessi: apprezzare veramente qualcosa non significa illudersi che sia perfetta, significa accettarne i difetti e ritenere che i pregi li controbilancino.
E invece, pare di trovarsi di fronte a un’orda di sordociechi pronti ad accusare senza nemmeno leggere, come nel caso degli insulti al giornalista del Guardian, che si è limitato a riportare le risposte di Lagna nero su bianco (poi a lei non sono piaciute e ha aizzato i suoi fedelissimi su Twitter).
L’unica conclusione possibile è che le critiche a Lagna diano così fastidio ai suoi fan proprio perché sono fondate, perché in realtà anche loro si rendono conto benissimo di quanto poco valga ma vogliono illudersi che non sia così ancora un po’ più a lungo. Ma a ‘sto punto, basta staccare internet, attaccare il lettore mp3 e isolarsi dal resto del mondo. Anche perché, psst, vi dico un segreto: più vi incazzate e più io, che sotto sotto sono un fottuto troll, me la rido.

Tuesday, 27 May 2014

Quarto di Secolo

Era dal 2011 che non festeggiavo davvero il mio compleanno. E, anche in quell’occasione, è stata una festa improvvisata perché mi sono trovato in mezzo alle persone giuste mentre ero a Milano a fare altro (che poi non ho fatto), non una celebrazione organizzata deliberatamente.
Quest’anno, vista la data importante, ho deciso di raccogliere pochi amici a cui tengo davvero molto (escludendone purtroppo alcuni per questioni logistico-geografiche) e organizzare una serata al cinogiappo tutti insieme. Un paio di defezioni che mi sono dispiaciute, ma a parte questo la serata è filata bene e mi sono divertito. Si è riso, si è scherzato, si è malignato, sono stato con persone a cui voglio bene e tanto mi basta.

Vorrei solo che momenti come quello durassero per sempre: dovrei tracciare un po’ un bilancio di cosa ne è stato di me, vista la data importante, ma la verità è che non riesco a mettere in prospettiva il passato, né a vedere chiaramente il futuro. Per ora continuerò a vivere alla giornata: è qualcosa che non ho mai saputo fare, ma che si è dimostrato l’unica vera cura possibile al male di vivere.

Tuesday, 20 May 2014

Nella mitica Shanghai, pardon, Efeso sono nati sai

Ricordate il Ragnarøk fail di questo febbraio? Beh, stavolta ci riprovano i biblisti, che nei segni post-parto sul corpo di due gemelli turchi neonati, figli di un ebreo e una testimone di geova, hanno individuato complicati simboli biblici e riferimenti al Libro delle Rivelazioni che, neanche a dirlo, ci danno i giorni contati: 1260 (ormai 1250, la nascita è avvenuta il 10 maggio), il che significa che il mondo finirà per l'ennesima volta il 21 ottobre 2017. Qui l'articolo completo e le foto della capocciata intrauterina (cit. Katia) che ha provocato tutto ‘sto scalpore.

Onestamente, non ho più l'età per sopravvivere continuamente alla fine del mondo (a maggior ragione fra due anni), ma se non altro si può sperare che per allora Tontemma abbia smesso di rovinare la vita alla povera Regina, Daenerys abbia messo le chiappe sul Trono di Spade, il cd solista di Santa Vibeke sia uscito, magari anche qualcosa di Nellina, e ovviamente io abbia portato a termine uno o magari tutti i miei progetti fotografici a lungo termine, specie gli Infernal Lords.

Ps: avete capito bene, mi sono gettato a capofitto nel tunnel di Game of Thrones / A Song of Fire and Ice, e sebbene sia un Tyrell inside, faccio un tifo sfegatato per Dany. E occasionalmente per i Lannister, con tanto di ultrà da curva nord uscito fuori durante la battaglia di Blackwater. Ecco, entro la fine del mondo dovrò anche fare un bel cosplay di Ser Loras, poi i Gemelli del Destino potranno fare del mondo il cavolo che gli pare.

Monday, 19 May 2014

Il ritorno dei sogni creepy

È parecchio tempo ormai che non faccio sogni abbastanza articolati e interessanti da farmi venire voglia di annotarli per ricordarli dopo che mi sveglio. Stanotte ne ho fatto uno lungo e che ricordo molto dettagliatamente, dato che continuavo a svegliarmi e riaddormentarmi con la mente ancora focalizzata su di esso, così che mi sono rimasti impressi molti punti prima dei risvegli, ma la storia è andata avanti più o meno coesa. E, tanto per cambiare, c’era di mezzo una delle mie artiste preferite, ma quello ormai è un classico.

Era ambientato in un palazzo di epoca teresiana con un grande giardino situato nella periferia di Trieste, e sulle prime si trattava di un film che avevo già visto ma non ricordavo molto bene. Ovviamente, come capita in questi casi, mi sono trovato io stesso nel film e della storia, conoscendo alcuni degli avvenimenti futuri perché, appunto, l’avevo già visto, ma senza ricordare tutto.
Ebbene, mi ritrovo nel giardino della villa e, camminando, passo vicino a un albero piuttosto vecchio ma apparentemente normale; solo che, dalla visione del film, ricordavo che in realtà maledice le persone e le fa scomparire. E in modo creepy: penetra nei loro incubi e le costringe a sognare di scomparire; se il sogno si ripete per tre volte, la mattina i letti vengono trovati vuoti, le persone scomparse. Alcuni degli ospiti della villa (che, presumibilmente, avevano passeggiato vicino all’albero) sono già scomparsi, e io ricordavo dal film che alla risoluzione del mistero, l’ultima vittima viene ritrovata dentro il tronco ancora mezza viva, in un’agonia orribile, attorcigliata fra le schegge di legno e sanguinante, mentre l’albero consuma lentamente la sua vita. Ovviamente, voglio evitare a tutti i costi di fare una fine simile, per cui, dopo le prime due notti in cui sogno (dentro il sogno) di scomparire, la terza riesco a svegliarmi in tempo, prima di sparire, e riesco così a sfuggire momentaneamente alla maledizione.

Nella scena successiva, l’albero ha bisogno di assorbire più energia dalle persone in modo da potermi sopraffare e mantenermi addormentato fino al momento della sparizione; altre persone in città iniziano a fare gli incubi e sparire nei letti, e io decido di indagare. Sul bus che scende in centro, vedo che alcuni passeggeri schiacciano un pisolino e ogni volta che mi volto vedo che i sedili vuoti aumentano. Ricordando dal film che su quel bus c’era un pericolo, prenoto la fermata e mi precipito verso la porta per non addormentarmi anche io. Ci riesco, ma per farlo passo accanto a una bambina che tiene in mano un vaso con dentro un bonsai. Lei cerca di seguirmi, ma le porte si chiudono davanti a lei: io, ricordando che è lei la causa delle sparizioni in città perché il bonsai è un pollone dell’albero, le faccio un gestaccio di vittoria, e lei mi fissa con occhi vitrei e assenti. E questo è stato uno dei momenti più creepy dell’incubo, di cui ricordo ogni dettaglio: capelli neri con la frangetta, pelle bianca con le lentiggini, un vestitino bianco a fiorellini rossi, un nastro fra i capelli, e quegli occhi, le cui pupille erano dello stesso azzurro intenso e lattiginoso delle iridi.

A quel punto, mi ritrovo nel palazzo e scopro che anche Leandra, la cantante bielorussa, è stata maledetta dall’albero e si è appena svegliata di soprassalto dal terzo sogno, prima della sparizione. Ci consultiamo, ma io non so cosa fare perché non ricordo la fine del film: so che per qualche motivo l’albero ci vuole in particolar modo e non mollerà la presa, ma non ricordo cosa fare per evitarlo. A peggiorare le cose, entrambi non dormiamo ormai da troppo (per non sognare di scomparire), e iniziamo ad averne davvero bisogno, mentre la ragazzina continua a cercarci per farci addormentare maledicendoci di nuovo con il bonsai. Non ci resta che andare a cercare il proprietario della villa, che so essere implicato nella faccenda: visto che lui si rifiuta di dirci qualcosa, Leandra lo tortura soffocandolo e sbattendogli ripetutamente la testa contro la scrivania con la telecinesi. A quel punto è chiaro: siamo due ESPer. Leandra è una telecineta e io sono un veggente (il motivo per cui “ricordo” le cose come in un film è che in realtà intuisco il futuro), e l’albero ci vuole perché, in quanto ESPer, gli forniremmo energia più a lungo.
A quel punto, mi telefona la Mater con una soluzione temporanea per recuperare il sonno: dobbiamo cogliere dei rami di betulla, intrecciarli e metterli intorno al cuscino. La betulla è infatti l’albero nazionale della Bielorussia, e non lascerebbe mai che accadesse del male a qualcuno di sangue bielorusso: i suoi rami farebbero da barriera all’altro albero. Leandra ed io riusciamo a procurarci i rami e, per un soffio, a non farci vedere dalla ragazzina creepy. Ci chiudiamo in una camera, spranghiamo porte e finestre in caso ci abbia seguiti, tiriamo le tende e iniziamo a intrecciare i rami per poter dormire un po’ prima di capire come rompere la maledizione.

A quel punto, ovviamente, mi sono svegliato. E sinceramente, con gli occhi di vetro della ragazzina puntati addosso, non avevo più tanta voglia di riaddormentarmi per l’ultima puntata.
Non so bene cosa fare di tutto ciò. Il sogno l’ho per prima cosa trascritto in inglese e lo manderò via messaggio privato su Facebook a Leandra: chissà che non le ispiri un po’ di musica. A ripensarci, sarebbe interessante scrivere un racconto sfruttando proprio la tecnica del “ho visto il film” che poi si scopre essere precognizione, ma dovrei decidere come finire la soria e, soprattutto, capire come far funzionare la narrazione in modo da anticipare solo quanto basta senza svelare subito tutta la trama. L’albero deve nascondere qualche segreto più particolare per essere interessante. Oppure posso fare come con Rose Red: si sa che la casa è malvagia, sono gli eventi successivi a mantenere col fiato sospeso. Chissà. Ci penserò.

Saturday, 19 April 2014

C’è chi piange le statue e chi aiuta i bisognosi

Ieri sera non volevo uscire. La Mater, che pure era poco convinta, alla fine mi ha praticamente trascinato alla processione del Venerdì Santo perché voleva scattare delle foto e le serviva la mia assistenza.
Invece che girare a vuoto come pensavamo inizialmente, abbiamo trovato un muretto sul quale farla arrampicare per scattare da sopra la folla, e lì ci siamo fermati. Io sono andato avanti a vedere se la processione era almeno uscita dalla cattedrale, e lungo la strada sono entrato in un bar e ho preso due bottiglie di birra. Non avevo in programma di farlo, ma le ho prese.
La serata era ventosa, la birra era fredda, la Mater ha iniziato a rabbrividire e mi sono offerto di fare un salto a casa a prenderle un berretto e un plaid per l’attesa. Fra l’altro, lei non voleva tutta la sua birra, così ho tracannato la mia più velocemente per non girare con due bottiglie come un deficiente.
Lungo la strada ho visto un cassonetto, ho attraversato la strada scolando la bottiglia, ho aperto lo sportello e ho buttato dentro il vetro.
Per pura combinazione, avevo dimenticato l’iPod e non ascoltavo musica.

Questa serie di coincidenze assolutamente estemporanee è ciò che mi ha portato a sentire un miagolio sottilissimo provenire da una delle buste nel cassonetto. Dentro, in mezzo a vaschette di plastica lerce, pezzetti di cemento e avanzi marcescenti dell’agnello pasquale, loro due.

Penso di non essere mai entrato così nel panico – in primo luogo perché dovevo indovinare in quale busta si trovasse chiunque stesse miagolando. Con la processione in corso, i carabinieri che ho prontamente chiamato non avevano uomini a disposizione per occuparsi della faccenda, così ho avvisato la Mater e sono corso a casa con la busta in mano. A un’ispezione più accurata, ho scoperto che i due micetti, aggrappati l’uno all’altro perché la sera era davvero fredda, avevano ancora la placenta attaccata. Così, improvvisandomi ostetrica, l’ho tagliata via, ho raccolto la busta degli orrori, l’ho buttata, ho sistemato loro in un giaciglio ricavato con gli stracci di una vecchia federa in flanella in una scatola di scarpe, ho lavato il pavimento come un ossesso e ho cercato di decidere cosa fare. Il tutto con Katia al telefono, che tentava di farmi calmare almeno un po’.
Quando la Mater è finalmente rincasata e le mie mani hanno smesso di tremare, tre cose erano chiare:
• Visto che la mamma gatta non aveva ancora nemmeno avuto il tempo di mangiare la placenta, i cuccioli erano nati da pochissimo, questione di ore al massimo.
• Sicuramente, chi li ha impacchettati in mezzo al lerciume e buttati nel cassonetto, l’ha fatto lungo la strada per la processione del Venerdì Santo, che un’ora dopo è passata proprio lì davanti.
• Il mio bisogno impellente di gettare via la spazzatura e ripulire il pavimento della cucina era dovuto allo schifo associativo che avevo per chi l’aveva maneggiata prima di me.

Passata l’emergenza numero uno, ovvero mettere i micini al caldo, io mi ero passabilmente calmato; la Mater ha invece colto l’occasione per sperticarsi in un po’ di drama mentre decidevamo come arginare l’emergenza numero due, ovvero nutrirli tutta la notte. Per prima cosa, abbiamo rovistato tutta casa e trovato una siringa ipodermica, per poi scaldare un po’ di latte (purtroppo vaccino, ma era il meglio che potessimo trovare a mezzanotte e dieci del Venerdì Santo) diluito con acqua dietro consiglio di Katia. E così, è partita l’odissea, ripetutasi ogni due ore e mezza, di tentare di sfamare i trovatelli sperando che non si affogassero col latte, visto che con ogni probabilità non avevano nemmeno mai succhiato la mammella della gatta.
Non senza problemi (e ulteriore drama della Mater), siamo riusciti a insegnare loro a ciucciare il latte dalla siringa, a fare i bisognini, e abbiamo tirato fuori la borsa calda (piena di semi da scaldare al microonde) per rendere il giaciglio più confortevole. Intanto, ci siamo arrovvellati per decidere cosa fare, visto che farli sopravvivere per tutto il week end di Pasqua sembrava un’impresa disperata.
È stata sempre Katia, non appena la Mater si è coricata, a contribuire alla risoluzione del problema, trovando una clinica veterinaria a Sassari aperta 24/7 festivi compresi: la veterinaria, dopo avermi fatto il terzo grado su cosa stavamo dando loro, mi ha dato il nome degli Amici di Maia, un’associazione di volontari di Porto Torres, sulla cui pagina Facebook c’era un numero da chiamare. Ottimo, almeno un punto di partenza per cercare di fare qualcosa, la mattina dopo.

La notte è stata ovviamente un inferno, perché oltre alla pappa ogni due ore e spicci, i gattini mi hanno tenuto sveglio miagolando continuamente – durante una delle mie ispezioni li ho trovati tutti e due aggrovigliati in un filo della vecchia federa – tanto che, dopo la terza pappa, mi sono coperto le orecchie col cuscino per riposare almeno un po’. Fortunatamente, di mattina loro sembravano stare bene ed erano anche cresciuti, il che significa che non stavano patendo la fame.
Dopo colazione, ho iniziato il giro di telefonate dall’associazione di Porto Torres, che mi ha indirizzato a una di Alghero, gli A-mici di Matisse, le cui volontarie non avevano però una mamma gatta che avesse appena partorito e non potevano prendere altri micini. Da lì, il passaparola su Facebook, il giro di telefonate ai pochi amici che ho ancora ad Alghero, e poi sono andato a comprare il latte in polvere, un biberon, e ad attaccare volantini in tutti i negozi di animali che mi venivano in mente. E anche sul muro vicino al cassonetto incriminato.
Per farla breve, verso l’ora di pranzo gli A-mici di Matisse hanno trovato una neo-mamma gatta a Sassari e una volontaria si è offerta di venire a prendere i cuccioli e portarli. In una profusione di ringraziamenti in cui è entrato anche San Francesco (il santo amico degli animali), i micetti sono partiti, e gli ultimi aggiornamenti dicono che la mamma li ha adottati assieme ai suoi cinque cuccioli. Insomma, lieto fine.

Ora, il fatto che mamma Lilli si stia prendendo cura di loro è un sollievo, sono davvero contento di essere riuscito a salvarli e sistemarli, e la solidarietà che i micetti hanno riscosso su Facebook mi ha ridato un po’ di speranza nell’umanità. Ma mi resta un’amarezza e una rabbia che non hanno limiti.
Alcuni motivi sono ovvi: una gatta è una responsabilità, se non si vogliono cuccioli la si può sterilizzare; due cuccioli sono anche pochi, e non sono un dramma da gestire, visto che per le prime settimane se ne occupa la mamma, e c’è quindi tutto il tempo per cercare qualcuno che li adotti; e strapparli via così, appena nati, con ancora la placenta, è inqualificabile.
E poi ci sono quelli meno ovvi. Perché siamo nel paese della carità cattolica, perché con ogni probabilità, il qualcuno che ha messo questi gattini in un sacchetto di plastica, l’ha legato e l’ha buttato in un cassonetto, è poi andato alla processione e, vestito a lutto, ha seguito il corteo funebre allestito per un feticcio di legno, magari recitando il rosario con le lacrime agli occhi per il triste destino di qualcuno che forse non è nemmeno mai esistito, sentendosi probabilmente un cristiano irreprensibile.
E intanto, a preoccuparsi per delle vite vere, messe deliberatamente a repentaglio dal cristiano irreprensibile di cui sopra, siamo stati la Mater e io, una che prende con le pinze l’intero baraccone religioso e un ateo.
Probabilmente è la tempistica ad avermi fatto così incazzare, e se già consideravo la processione del Venerdì Santo un feticismo che sfiora il malato, adesso mi fa rivoltare lo stomaco. Perché di gente che piange i feticci di legno e ignora chi sta intorno ne ho vista fin troppa, e anche se generalizzo, anche se sono ingiusto verso chi, come la volontaria dell’associazione, mentre ringrazia San Francesco per aver protetto i gattini si scomoda personalmente, rinuncia a passare il Sabato Santo in famiglia, prende la macchina e li porta da una gatta che possa salvarli, non posso non trovare l’ennesima conferma che questa sentita partecipazione ai drammi religiosi non sia altro che una posa. Che non è la fede a fare una brava persona, e anzi, i casi in cui maschera il marciume sono probabilmente la maggioranza.
Non posso colpevolizzare tutte le persone alla processione, me ne rendo conto, ma forse, invece che sentirsi buoni pregando e piangendo le statue, potrebbero farlo guardandosi di più intorno e cercando chi di lacrime e aiuto ha bisogno davvero.

E personalmente, se proprio volessi credere in qualcosa, preferirei pensare che in questa storia c’è lo zampino di Murka. Che lei ci ha spinti a uscire, mi ha messo quella birra in mano, mi ha fatto dimenticare l’iPod, mi ha fatto passare per quella strada.
Anche perché i due gattini hanno il pelo lungo e rosso come il suo.

Monday, 7 April 2014

Un week end a Hamar

Se dovessi rispondere alla domanda “cosa è successo questo week end a Hamar?”, non saprei da che parte cominciare.
Una risposta molto semplificata sarebbe “ho visto un ottimo live di una delle mie band preferite e trascorso momenti da backstage con alcuni dei miei musicisti preferiti e la mia cantante preferita; che mi ha ospitato”, ma tutto ciò è davvero riduttivo. Sarebbe più corretto dire che ho trascorso un week end assieme a ottimi amici che, oltre ad essere persone magnifiche, sono anche, incidentalmente, la mia cantante e alcuni dei miei musicisti preferiti.
Da questo punto di vista, il mio week end in Hedmark è stato la completa decostruzione del mio rapporto fan-artista con i Theatre of Tragedy e i The Crest, a partire dal fatto che, nella pratica, non sono partito per un concerto, ma sono stato invitato a una festa di compleanno. Il gradino fra platea e palco è stato azzerato e ho conosciuto davvero la band che ci suona sopra, non come artisti ma come persone. In carne ed ossa, come me.

E i momenti da fan non sono mancati: ho parlato con Kristian dei The Crest, di alcune canzoni in cui mi vedevo molto, del significato di alcuni testi dei The Black Locust Project. Con Hein abbiamo parlato dell’ultimo tour dei Theatre of Tragedy, degli album, delle demo del 1994, del rapporto che la band ha con Assembly. E l’ultima sera, con Nell, ci siamo seduti sul divano e abbiamo sfogliato la sua cartella con tutte le cose dei Theatre of Tragedy: le mail, i testi delle canzoni, quelli delle demo, i momenti più belli, quelli più brutti. Ma non mi sentivo come un fan che chiedeva le cose ai suoi musicisti preferiti, quanto come fra amici con una passione in comune – una che loro portavano avanti attivamente.

E poi ci sono stati i momenti in cui abbiamo parlato di noi, delle nostre famiglie, di dubbi e incertezze, di cose di cui parlano le persone normali. Il momento in cui abbiamo fatto colazione tutti assieme – con la marmellata di ribes rossi e quella ale fragoline selvatiche confezionate in casa da Nell; quello in cui ho fatto due chiaccheire con sua figlia per farle esercitare un po’ l’inglese. E il pomeriggio in cui siamo saliti in macchina e mi ha mostrato Hamar, il centro, la Domkirkeruinene e la ricostruzione del villaggio originario da cui è nata la città.
Ed è vero, la prima sera mi ci sono volute un paio di birre prima di scuotere via la sensazione di provenire da due mondi completamente diversi – loro, e Nell in particolare, da uno al quale non ero degno di accedere – ma mi ritengo davvero fortunato ad aver fatto amicizia con la mia cantante preferita e la sua famiglia. A poterci fare due chiacchiere senza meet & greet e pressione dei concerti. A sapere che è felice anche se non pubblica più album in cui canta.
Oh, e sono sempre più convinto che la Norvegia è la mia vera patria. Prima o poi ce la farò, ad andarci a vivere.