Wednesday, 17 June 2015

Je suis Selvaggia

Cara Selvaggia,
Dopo aver sentito la tua campana su Stanza Selvaggia sono davvero contento che tu sia riuscita a riaprire la tua pagina Facebook dopo i terribili episodi degli ultimi giorni. Perché devo ammetterlo: che delle cose del genere succedano oggi mi fa male. Mi fa davvero male. Trovo inaccettabile che nell’era telematica le persone si sentano in diritto di fare certe esternazioni così, senza fondamento o, alla meglio, con pochissima cognizione di causa di ciò di cui stanno parlando, e poi tolgano agli altri la possibilità di dire la loro. Ciò di cui invece non sono contento è scoprire che mi hai bloccato dopo che ti ho fatto notare – in modo tagliente ma educato – che il termine “astro” dovrebbe farti pensare prima alla scienza che alle cartomanti: stando così le cose, vedo se riesco a raggiungerti in altri modi, perché al dialogo con te ci tengo.

Il tuo intervento sulla faccenda Cristoforetti nell’ultimo episodio di Stanza Selvaggia, ad esempio, è stato per me un faro di speranza: tante volte ho pensato con rammarico a quante poche cose io sappia, a quanto la mia conoscenza del mondo sia superficiale, ma poi arrivi tu e mi rassicuri che c’è sempre qualcuno messo peggio di me.
“Sono state documentate molto di più le cose che accadono sulla Luna che quelle che accadono sulla Terra”, dici tu, ed è vero. Del resto, che la Stazione Spaziale orbiti a 400 km di distanza dalla Terra e la Luna sia solo 384.000 km più in là è un fatto marginale: il concetto generale è pur sempre quello, a chi interesserà mai approfondire un po’ la scienza quando è di Belen che c’è da essere invidiosi? Se poi ci tiriamo dentro un po’ di qualunquismo tipo la guerra in Siria (ché i bambini sofferenti si intonano con tutto, anche quando non c’entrano un tubo), ecco che formiamo un’argomentazione fondata e ragionata.
È disdicevole che ci si interessi più dello spazio che di casa nostra, hai perfettamente ragione! Del resto, il tuo programma radio lo diffondi via web, per cui non sei mica tenuta a ricordare che, tanto tempo fa, si usavano le onde radio, che sono state postulate e poi scoperte a partire dalle osservazioni sullo spettro elettromagnetico delle stelle (qui ti do un aiutino: le onde radio fanno parte della stessa “famiglia” di cui fa parte la luce, quella che fa luccicare i puntini nel cielo, e senza studiare quelle addio radio e tv; scusa non so come rentertelo più semplice). Sputare nel piatto da cui si mangia è maleducato: molto meglio sminuire direttamente l’invenzione della ceramica, non trovi?
Comunque sì, la scienza non dovrebbe far notizia. Men che meno l’astronomia. A cosa servirà mai? Insomma, vadano le onde radio, ma che ce ne frega di sapere come funziona l’universo? A che serve conoscere cose più lontane dell’ufficio dell’estetista di quartiere? Cosa importa se è la Terra che gira intorno al Sole o vice versa? Mica sono scoperte del genere, che mettono in discussione sistemi di pensiero dogmatici e assolutistici le cui ramificazioni vanno ben oltre il mondo accademico, arrivano nella vita quotidiana stessa, a contribuire all’evoluzione di tutta società fino ad arrivare a oggi, quando una donna come te può fare i soldi chiacchierando a un microfono invece che stare a casa a rammendare i calzini e strofinare le pentole. L’astronomia è inutile e tu non le devi assolutamente niente!
E hai ragione a definire stupide le immagini che sono state pubblicate sulla tua bacheca: anche io mi sentirei in imbarazzo a essere sbeffeggiato con un flash mob di cervelli, per cui ti capisco. Così come ammiro il tuo discorso anti-bullismo e la tua preoccupazione per le persone che non hanno quarant’anni di esperienza e tanti fan pronti a difenderle. È per questo che sono più che sicuro che non hai fornito tutti i dettagli legalmente possibili su uno in particolare dei ragazzi che ti ha insultata, tipo quali pagine gestisce e addirittura quanti anni ha, per scatenare i suddetti fan contro di lui. Sono felice che tu sia una persona matura.

Per cui, dicevo, sono contento che tu sia tornata sul web. Ho trovato difficile e frustrante sentire le cose che hai detto su M2O senza poterti venire a dire direttamente che sei una colossale ignorante e suggerirti che, dopo aver fatto la figuraccia, avresti fatto meglio a non scavare ulteriormente nella cacca. Mi dispiace, sono un Millennial e sono fatto così: faccio parte del 99% di internauti capaci di usare Google e avere almeno una conoscenza base delle cose. Ed essendo abituato ai social media, che mi permettono di rispondere per le rime alla gente che mi fa salire la mosca al naso, mi dà ovviamente fastidio quando un personaggio pubblico spara una scemenza e non solo si sottrae al dibattito, ma fa anche l’offeso senza lasciare diritto di replica. Perché non è l’internet che impedisce a te di lavorare – puoi semplicemente ignorare, da ignorante quale sei – ma sei tu che togli a noi la possibilità di farti notare che spari stronzate. Se non volevi sollevare un vespaio, avresti potuto limitarti a parlare di cose che conosci; non l’hai fatto, e queste sono le conseguenze.
Però su una cosa ti do ragione: è davvero brutto che la gente ti abbia dato della puttana e della troia, che ti abbia insultato su cose non pertinenti all’argomento di base. La tua ignoranza, evidentemente volontaria e recidiva, basta e avanza a mostrarti per la persona piccola che sei ed è molto più insultante di qualunque giudizio sulla tua ipotetica condotta sessuale (che onestamente non mi interessa). Per cui, cara Selvaggia, passa meno tempo ad arruffare le penne, lascia stare l’importanza storica e culturale di Belen, e prova a capire perché le tue dichiarazioni abbiano fatto tanto scalpore. Perché l’impresa di Samantha Cristoforetti è importante e ha avuto risalto mediatico. Perché sono le sue ricerche, abbinate ad altre, a creare o migliorare le condizioni di lavoro dei professionisti “comuni” che hai menzionato.
Fino a quando non avrai capito di cosa stai parlando e perché ciò che hai detto è fuori luogo, per favore, conserva quel poco di dignità che ti resta e chiudi qui il discorso. Vedrai che andrà meglio.

Un abbraccio (o anche no).
Alessandro

Ps: la mia gatta ti saluta.

Wednesday, 27 May 2015

Perché i preti pedofili fanno notizia

Qualche giorno fa è scoppiato l’ennesimo caso di pedofilia nella Chiesa. A questo giro è a Brindisi, le vittime sarebbero due chierichetti e ce ne sarebbero state altre, prontamente insabbiate, una decina di anni prima. L’opinione pubblica si è subito pronunciata, ma in mezzo al coro di indignazione si è levato anche il solito coretto (stonato) di apologisti. Perché si parla sempre degli esempi negativi della Chiesa? Perché si fa di tutta l’erba un fascio? Perché nessuno menziona i preti che aiutano i bisognosi e pace in terra agli uomini di buona volontà? Perché quando gli abusi avvengono in piscina, o a casa, non si demonizzano tutti gli allenatori o i genitori?
Già. E perché le altre istituzioni di un paese non si ergono a faro di moralità ed esempio di virtù rispetto al resto del mondo?

Forse, e dico forse, i casi di malcostume, corruzione e abusto nell’istituzione che da quasi duemila anni si proclama l’assoluta bussola morale del resto del mondo fanno scalpore proprio per via di questa pretesa. Dal momento che qualcuno si arroga di decidere cosa è bene e cosa è male nelle vite altrui, non dovrebbe perpetrare il male. Mai. In nessun caso. Dovrebbe davvero essere un esempio di virtù divina in Terra senza una singola macchia. Ogni cosa ha un prezzo: quello della pretesa, per legge divina, di venirmi a dire che finirò all’inferno perché non credo in Dio, perché scopo contro natura o per qualsiasi altro motivo, è essere totalmente immacolati prima di farlo. In un’istituzione che proclama di rappresentare il Bene Supremo in Terra, il male non dovrebbe esserci e ognuno, ogni singolo membro, dovrebbe esserne esente; e quando il male c’è, è logico che faccia più scalpore che quando a farlo è chi non dichiara di avere un filo diretto con il Bene Supremo e agire per suo conto.

La Chiesa dovrebbe essere santa. Siete o non siete i rappresentanti del Dio Onnipotente e Misericordioso che è Puro Amore? Agite o no secondo la sua volontà e ispirazione? Canalizzate o no i suoi miracoli quando trasformate il pane in Corpo e il vino in Sangue? Il sostegno divino dovrebbe rendervi resistenti, dovrebbe darvi la forza di respingere le tentazioni ed essere davvero l’esempio certificato di virtù che dite di essere.
Ma questo è il mondo reale. La Chiesa è fatta di esseri umani. Gli esseri umani sono fallaci, sbagliano, fanno il male. Scelgono loro come agire senza influenze soprannaturali. Non c’è niente di divino in tutto ciò. E senza divinità, la Chiesa ha né più né meno diritto a esprimere un’opinione di chiunque altro abbia un’istruzione e un briciolo di cognizione di causa. E le sue convinzioni non sono necessariamente quelle giuste. Senza divinità, parlerebbero i fatti, i dati, le ricerche, e le opinioni desuete basate sulla mitologia perderebbero mordente. I privilegi perderebbero senso, il sistema di potere crollerebbe.

I preti pedofili smetteranno di fare notizia quando la Chiesa smetterà di spacciarsi per santa istituzione suprema della morale sociale e non metterà più becco nelle vite altrui dettando cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quando la Chiesa sarà un’organizzazione terrena come tutte le altre, allora il prete pedofilo cesserà di essere un prete pedofilo e sarà un pedofilo come tutti gli altri; come l’allenatore pedofilo, il cameriere pedofilo, il giardiniere pedofilo o il genitore pedofilo. E sarà la giustizia a occuparsi di lui se compie un reato, o la medicina e la psicoterapia se decide di cercare aiuto prima.
Ma la Chiesa vuole davvero rinunciare alla sua presunta divinità e scendere dal suo piedistallo? Dubito fortemente. Fino ad allora, però, lei e i suoi seguaci dovranno smettere di lamentarsi se ricevono un doppio danno d’immagine quando qualcuno di loro sbaglia. È una semplice scelta: o la divinità e la presunta superiorità, o il beneficio della fallacità umana.

Wednesday, 20 May 2015

L’internet e il curioso caso di Sansa Stark

E niente, dopo Kim Kardashian, stavolta è Sansa Stark ad aver broken the internet. E per motivi tutto sommato simili: una la darebbe via come se non fosse nemmeno sua, l’altra (spoiler alert) l’ha preso senza volerlo davvero – perché è chiaro che l’internet si anima davvero solo quando c’è di mezzo il sesso. Fatto sta che i social network brulicano di stati e commenti in merito, i blog si sono spaccati fra pro e contro questa scelta narrativa, e perfino gente a cui fottesega ha avuto da dire la sua perché si è trovata tutte le dashboard invase.
Nel caso di Sansa in realtà c’è un po’ di più della sola questione sessuale: l’eterna faida fra i lettori dei libri di A Song of Ice and Fire e gli sceneggiatori di Game of Thrones che prendono la tangente e si inventano cose che nei libri non ci sono. Beh, se a questo giro anche io ci metto i miei due centesimi è perché quella scena ha disturbato anche me, e per vari motivi. Ho sempre più o meno difeso, o per lo meno tollerato, i cambiamenti apportati dalla serie tv perché maturando ho superato il mio complesso anti-cinematografico (beh, non su quel particolare film) e mi sono reso conto che certe scelte narrative su pellicola non funzionano bene quanto su carta. Ma qui mi è davvero sembrato che gli sceneggiatori abbiano passato il segno.

In sostanza, cosa è successo? (Spoiler alert, ovviamente).
Lord Baelish, nel suo ennesimo piano contorto, convince Sansa Stark, l’ultima erede (per quanto ne sanno tutti) di Winterfell, a sposare Ramsay Bolton, figlio del nuovo Comandante del Nord nonché sadico noto per scuoiare la gente viva, mutilarla e quant’altro. Bolton Padre ha tradito gli Stark, ha ucciso la madre e il fratello di Sansa e ha usurpato Winterfell, per cui immaginiamo che bella prospettiva matrimoniale per lei. Durante la prima notte di nozze, Ramsay strappa l’abito di Sansa, la piega sul letto e la violenta, costringendo Theon Greyjoy – praticamente un fratello acquisito di Sansa except it’s complicated, nonché torturato da Roose fino a essere ridotto alla più completa obbedienza – a guardare la scena.
La cosa è diversa dai libri in cui (spoiler alert):
Sansa è in incognito e al sicuro a The Eyrie sotto la protezione di Lord Baelish. A Winterfell, i Lannister inviano Jeyne Poole, un tempo migliore amica di Sansa ma caduta in disgrazia e addestrata come prostituta da Baelish, spacciandola per Arya Stark, la sorella minore di Sansa. È lei che Ramsay Bolton sposa in un matrimonio dinastico, violenta la prima notte di nozze e brutalizza nelle settimane successive, costringendo Theon a partecipare.
Ora, appurato che l’evento scabroso, lo stupro nuziale, c’è in entrambe le versioni, che di stupri nella serie tv ce ne sono stati come se piovesse e che lo show si è preso un mucchio di licenze, cosa ha turbato tanto l’internet per questa scelta narrativa? Beh, la cosa può essere interpretata sotto molti punti di vista.

• Dal punto di vista narrativo, è controproducente. Il personaggio di Sansa ha avuto una crescita lenta e difficoltosa nel corso della serie e solo dopo gli eventi della quarta stagione ha iniziato a prendere in mano la propria vita e opporsi alle forze che la fanno continuamente a pezzi. Come risultato, ha preso l’ennesima cantonata. Un personaggio che parte come ingenuo al punto della stupidità, diventa poi l’eterna vittima e, finalmente, impara a sfruttare le proprie abilità per salvaguardarsi è soddisfacente da guardare; vederlo tornare al punto di partenza dopo un viaggio così lungo e difficoltoso è davvero frustrante.

• Il personaggio in sé. Sansa Stark di secondo nome fa Mainagioia: fidanza con uno psicopatico che le decapita il padre dopo averle promesso indulgenza, costretta a guardare la testa impalata del padre e di tutti quelli che ha conosciuto per tutta la vita, tenuta come ostaggio politico per anni, picchiata, umiliata, abusata psicologicamente, la sorella è dispersa, si vede sfumare un matrimonio che potrebbe salvarla da tutto ciò, è costretta a sposare un uomo che non le piace, le ammazzano la madre e tutti i fratelli (per quel che sa lei), la accusano ingiustamente di regicidio, la zia tenta di ammazzarla per gelosia… Insomma, lo stupro è l’unica, e dico l’unica cosa le è stata risparmiata. L’unica che Joffrey (lo psicopatico di cui sopra) non le ha fatto. E invece gliel’ha fatta un altro psicopatico. Ora, non dico che mi sarebbe “dispiaciuto” (parliamo di personaggi fittizi) di meno per Jeyne Poole. Ma una cosa del genere fatta a un personaggio come Sansa, l’unica cosa che nei libri non le capita, è davvero gratuita. Si sono accaniti su un singolo personaggio più del necessario per shockare il pubblico, e questo mi disgusta.

• Parliamo dell’approccio al sesso della serie. A me le nazi-femen fanno incazzare: alla gente che vede “il patriarcato” ovunque si giri riderei in faccia. Per questo, ho sempre snobbato gli editoriali che tacciano Game of Thrones di misoginia e lo accusano di abusare e brutalizzare la figura femminile per vendere. Tanto per cominciare, scandalizzarsi per tette e sederi e non battere ciglio di fronte a battaglie, sangue e uccisioni più o meno cruente è da idioti e ipocriti. In secondo luogo, lo show e i libri descrivono una società medievale, quindi misogina per definizione. Per cui, sticavoli se non vi va bene.
Beh, ho cambiato idea in merito. Nella serie ci sono stati altri stupri non presenti nei libri. Drogo e Daenerys, ad esempio: nei libri, Drogo è molto gentile con Daenerys durante la prima notte di nozze e aspetta esplicitamente il suo consenso prima di iniziare, nella serie la prende senza se e senza ma. In quel caso, capisco che il non-consenso l’iniziale è servito ad alzare l’emotività della situazione, far empatizzare velocemente il pubblico con un personaggio che conosce ancora poco e sottolineare il suo percorso di crescita mostrando come ha trasformato una fonte di umiliazione e debolezza in un punto di forza. Ci sono stati poi Jaime e Cersei accanto al cadavere di Joffrey: nel libro Cersei all’inizio resiste flebilmente per paura di essere scoperta ma poi gli dà esplicitamente il via libera, nella serie lei continua a cercare di respingerlo verbalmente e fisicamente mentre lui se ne frega. Qui storco un po’ il naso, ma capisco che è un (brutto) modo di mostrare che perfino Cersei ha un lato umano e vulnerabile, che la fortuna la sta abbandonando e che la sua relazione col fratello è parecchio deviata. Prima di quello ci sono anche tutte le scene con le prostitute brutalizzate da Joffrey, difficili da stomacare. Come se lo show non ci avesse dato abbastanza spunti per capire che è uno psicopatico fatto e finito; nei libri spara frecce a paesani random, che è comunque orribile, ma non c’è menzione di pratiche sessuali violente con particolare enfasi nell’inquadrare grossi oggetti fallici.
Ed è in cima a tutto questo che arriva Sansa, della cui scena non capisco proprio il motivo: la conosciamo bene, l’emotività in ballo nella sua situazione è già alta, ha già avuto quattro stagioni di sfiga continua per formare un legame emotivo col pubblico (positivo o negativo che sia) e, piuttosto che di altri momenti di vulnerabilità, avrebbe bisogno di momenti di forza. E invece.

Forse è per questo che l’ennesima scena di stupro inventata dalla serie sembra così gratuita: forse avrà un particolare impatto sull’intreccio o lo sviluppo di Sansa-personaggio che l’ha resa necessaria, e per giudicare dovremmo vedere cosa succede dopo; ma, fin qui, non sembra né uno spunto di crescita, né un modo per mostrare nuovi aspetti del personaggio. In prospettiva, non fa fare una bella figura a uno show che si è già dilungato più del necessario sull’argomento: uno è comprensibile, due è tollerabile, tre inizia a far sembrare che stiano davvero sfruttando un argomento delicato più per il suo shock value che per altro. E questo spiega perché l’internet sia esploso così per Sansa Stark.

Ps: il fatto che ci si sia inalberati tanto per lo stupro di un personaggio fittizio non mi disturba. In primo luogo perché siamo franchi, i personaggi che seguiamo fanno più parte della nostra vita di quanto facciano perfetti sconosciuti. In secondo perché almeno i leoni da tastiera hanno qualcosa al loro stesso livello per cui indignarsi ed è più onesto che inalberarsi su internet per la vita reale ma non fare nulla a riguardo nel quotidiano.

Friday, 15 May 2015

Storia mondiale. E personale.

Non si capisce mai la vera portata di una tragedia fino a che non va a minacciare qualcosa che è stato parte della nostra vita, anche se brevemente.
C’è già stata Nimrud. C’è stata Hatra. C’è stato il museo di Mossul con tutti gli artefatti di Ninive. Ci sono state moschee, chiese, altri palazzi e artefatti di incredibile importanza storica.
E adesso l’ISIS è arrivato a ridosso di Palmira. I casi sono due: o entrano e la radono al suolo, o restano fuori e la radono al suolo da lì. E la notizia mi ha lasciato abbastanza devastato.

Tralasciando che anche l’11 settembre mi è dispiaciuto più dei palazzi che delle persone – sono semplicemente fatto così – per certi versi è curioso che mi pianga il cuore più per Palmira che non per le altre antiche città. A rigor di logica, Nimrud e Hatra sono luoghi, un patrimonio storico, che non potrò più vedere con i miei occhi. Palmira invece l’ho visitata nel 2006, per cui la sua potenziale distruzione dovrebbe costituire un danno minore al mio personale patrimonio culturale.
Ma di Palmira ho ricordi belli e ben distinti. È a Palmira che ho cavalcato un cammello, sono i palazzi di Palmira che ho ammirato e fotografato, è il teatro di Palmira nel quale ho sperimentato per la prima volta quanto l’acustica fosse perfetta. È stata un pezzo della mia vita e per questo ci sono affezionato.

L’incredibile valore culturale di quel sito archeologico si intreccia al valore personale che ha per me, ed è per questo che sono così in apprensione per la sua sorte. Non solo trovo intollerabile che nel 2015 si senta ancora la necessità di distruggere la memoria storica per assicurarsi un facile uso politico dell’intolleranza e l’ignoranza, ma c’è anche un pezzo di me in pericolo. E questo dà una profondità completamente nuova alla mia percezione del conflitto fra ragione e religione.
Non smetterò mai di dare un contributo a costruire un mondo in cui una stupida superstizione di millenni fa non sarà più usata come scusa per fare del male e distuggere ciò che di buono il nostro passato ci ha lasciato. Desidero un futuro in cui tutti potremo godere dell’eredità globale che i nostri predecessori ci hanno lasciato senza che l’oscurantismo strumentalizzato ce lo impedisca.

Wednesday, 13 May 2015

Trieste is the new ghetto

Non mi era mai capitato prima di terminare una serata chiamando il 112, ma hey, c’è una prima volta per tutto.
La storia in breve: cammino verso casa e, in Borgo Teresiano, praticamente in pieno centro a Trieste, assisto a una scena piuttosto allarmante poche decine di metri più avanti. Una ragazza è seduta sul marciapiede e si agita come una forsennata strillando. Mentre scalcia e si dimena, un uomo incombe su di lei, la trattiene, la strattona e le urla contro. La ragazza strilla in sloveno, per cui non ho la minima idea di cosa stia succedendo e, onestamente, non mi sembra il caso di avvicinarmi. Attraverso la strada, mi nascondo dietro l’angolo un isolato più indietro, chiamo il numero di emergenza e descrivo la scena senza farmi vedere. Più la cosa va avanti, meno ci capisco: noto solo ora che, dietro il telefono pubblico, ci sono altre due ragazze, che però sembrano piuttosto calme. La ragazza a terra si rialza, spinge via il tipo e si avvia a grandi passi (barcollanti) verso l’angolo, e lui la segue poco indietro. Si avvicina un signore, che mi dice che ha osservato la scena da un po’ e quello stesso gruppetto stava schiamazzando già qualche tempo nella via e probabilmente ho preso fischi per fiaschi: la ragazza sembra ubriaca o strafatta, ha avuto una specie di crisi, e il ragazzo la tratteneva per impedirle di dare testate al telefono pubblico. Considerando che poi, mentre si allontanavano, lui l’ha praticamente acchiappata prima che sbandasse e cadesse, la cosa è divenuta piuttosto probabile. Le altre due tipe si sono allontanate in tutta calma parlottando fra loro e non sembravano particolarmente turbate. Ai carabinieri io e il signore abbiamo detto questo, ma comunque sono andati a controllare.

Adesso non so bene come sentirmi. Da una parte, so di aver fatto il mio dovere. Del resto, la scena che ho visto era davvero ciò che sembrava: una ragazza si dimenava per liberarsi e un ragazzo la tratteneva. Solo, le motivazioni erano del tutto diverse. Non era un’aggressione né un tentativo di stupro, quanto un tentativo di impedirle di farsi del male. Per questo, dall’altra mi sento un po’ un cretino e mi rendo conto di quanto sia condizionato dalla mentalità moderna, che vede sempre il peggio in ogni cosa.
Ma poi, a conti fatti, meglio essere intervenuto per niente piuttosto che tenermi il dubbio di non aver mosso un dito mentre facevano del male a una donna. E sì, avrei potuto avvicinarmi di più e capire meglio prima di agire, ma se poi fosse stata davvero un’aggressione mi sarei trovato non solo in pericolo ma anche in condizioni di non poter più aiutare la ragazza (se l’aggressore mi avesse visto armeggiare col telefono, avrebbe potuto romperlo per impedirmelo, per dire).
Come attenuante, poi, c’è da dire che al Borgo Teresiano ci vanno le battone – sì, in pieno centro, infatti, dopo aver parlato coi carabinieri ed essermi avviato verso casa, ne ho viste due all’angolo dopo. E d’accordo che Trieste non è il Bronx e avrò fatto correre troppo la fantasia, ma per quanto ne sapevo poteva non solo essere un’aggressione, ma anche un regolamento di conti fra un pappone e una sua prostituta, e le altre due potevano essere colleghe che imparavano la lezione.

Così eccomi qui, nella parte del bravo cittadino. La Mater mi ha sempre cresciuto nel rifiuto dell’omertà e nella collaborazione con le forze dell’ordine: se c’è qualcosa da denunciare, sono pronto a farlo mettendoci nome e cognome, come stasera. E non do per scontato che lo farà qualcun altro: alla fine, troppi italioti sono bravissimi a indignarsi su Facebook delle cose che vedono ogni giorno per strada; un po’ meno a rispondere quando si chiede loro se hanno fatto qualcosa per cambiarle.

Saturday, 9 May 2015

Come manda in confusione Gaston

Sto attraversando un momento di profondo drama e confusione interiore. Già da qualche settimana, in realtà, da quando i dettagli sul cast del live action de La Bella e la Bestia sono stati resi pubblici. In realtà, non appena Emma Watson è stata annunciata nel ruolo di Belle ho sparato i fuochi d’artificio: abbiamo già visto tutti che nel ruolo della bibliofila socialmente non accettata ma a cui non potrebbe fregare di meno se la cava perfettamente. Inoltre, il messaggio inviato da Belle, come personaggio, è perfettamente in linea con l’impegno femminista-ma-non-nazi di Emma. Infine, Emma è bella ma non scialba, proprio come Belle dovrebbe essere. Insomma, a meno che gli sceneggiatori non tirino fuori una boiata ai livelli di Maleficent, Emma dovrebbe essere memorabile in quel ruolo.

E poi hanno castato Gaston. E hanno scelto LUI.


No, davvero: LUI.


Luke Evans. Seriamente, Luke Evans. A fare Gaston.

Che sì, insomma: da una parte sono anche contento che finalmente vedrò qualcosa in cui recita perché mi interessa il film in sé, e non solo perché la sua nioccaggine mi distrae dalla assoluta mancanza di trama e significato di ciò che sta succedendo (ripeto, se non tirano fuori un altro Maleficent). Ma Gaston?!
Cioè, se mi chiedete di nominare una cosa in tutto l’universo che detesto, sceglierei Gaston! NESSUNO È ODIOSO COME GASTON! Cristo, se c’è qualcosa in un uomo che mi fa evaporare le mutande all’istante, è la fossetta sul mento; eppure, odio Gaston e pure la sua fossetta!
Il che è semplicemente naturale, considerando dove sono cresciuto: avete presente il paesino di Belle? Ecco, sostituite “Bonjour!” con “Ajò!”, eliminate del tutto la libreria e raddoppiate le pecore. E cavolo, se io ero Belle: trapiantato lì, leggevo tanto, avevo una mente creativa, la mamma additata come “la stran(ier)a”, avevo modi più raffinati, una mentalità più aperta, vestiti più stilosi e interessi più ampi del 95% della gente che mi circondava (il restante 5% erano la mia maestra Elena e l’altra famiglia “strana” del paese, quella della mia fidanzatina Vanessa).
Io per strada da piccolo.
Ero l’esatto opposto di ciò che ci si aspettava da un bambino di paese. Non ero forte, non ero bravo ad arrampicarmi, non mi piaceva correre, preferivo giocare in casa con i Lego, non sputavo, non ruttavo, non avevo un senso dell’umorismo grossolano, non gridavo a squarciagola, non mi azzuffavo, non mordevo. Cavolo, davo già un grosso dito medio agli stereotipi di genere perché mi piaceva Sailor Moon (e fidatevi, all’epoca era socialmente del tutto inaccettabile che a un maschietto piacesse Sailor Moon). E a scuola? La maestra ha voluto parlare con la Mater perché, in prima elementare, fra le frasi da scrivere come compiti per imparare la differenza fra “ha” e “a” ho tirato fuori “Saturno ha gli anelli” e “L’Atomium è a Buxelles”. “Ma non può scrivere cose semplici come ‘Il fiore ha cinque petali’, come fanno gli altri bambini?”, diceva lei. “Ma maestra, l’abbiamo già scritto in classe”, le rispondevo io, inutilmente.
Insomma, sono cresciuto in un mondo provinciale nel quale ci si aspettava che tutti, specie i maschietti, sguazzassero nella mediocrità e l’unico modo che avessero per distinguersi fosse fare a chi ce l’avesse più grosso. Un mondo in cui avrei dovuto farmi i muscoli perché sarei finito a lavorare in caseificio: del resto, a cosa sarebbe servito, lì, un cervello? Avere altri interessi non era la norma, quella rappresentata da Gaston. Per farla breve, lui è l’epitome di ciò che odio di più nell’immagine che la società occidentale, specie in provincia, ha del maschio, e che ho vissuto sulla mia pelle. Per questo sono spaventato alla prospettiva di ritrovarmi al cinema così:
Io in ogni scena in cui ci sarà Luke Evans.
Il fatto che probabilmente fangirlerò il simbolo di ciò contro cui ho combattuto tutta la vita perché adoro l’attore che lo interpreta mi fa sentire in colpa: gli ormoni sono ormoni, ma Gaston non solo è odioso, non solo è il villain nella mia storia preferita, ma la sua stessa esistenza è sbagliata. Anche se diciamocelo: la Bestia sarebbe lui, e la cosa non aiuta molto la causa.
Meh. Volete mettere?
L’unica speranza è che Emma Watson catalizzi l’attenzione con il messaggio de La Bella e la Bestia e rimetta tutto nella giusta prospettiva.

Tuesday, 17 March 2015

Il gothic metal non esiste

Io non ci posso credere: siamo nel 2015 e se ne discute ancora. Ogni volta che su qualche forum, message board o pagina Facebook salta fuori questo argomento, la mia reazione è un facepalm immediato. È un po’ la versione musicale del piagnucolio sulla classificazione di Plutone: inutile, fazioso, arrampicato agli specchi, legato a concetti desueti e carente di prospettiva storica. Così eccomi qui, a scrivere un post di nessun interesse su un argomento che trovo superato, per il solo scopo di sfogarmi un po’ dell’ultimo contatto ravvicinato e dare un’opinione elaborata su perché la discussione sia stupida.

Un breve riassunto per chi non sa di cosa sto parlando: il “gothic metal” non esiste. Secondo i goth old-school, è sbagliato chiamare “gothic” quelle band metal che da ormai vent’anni portano avanti un sottogenere del metal stilisticamente e tematicamente specifico e coeso (a volte anche ripetitivo) per il semplice fatto che se è “goth” allora non è metal. “Goth” indicherebbe infatti un sottogenere del rock sviluppatosi nei tardi Anni Settanta a partire dal punk, e che ha quindi seguito un’evoluzione separata o addirittura opposta a quella del metal. O qualcosa di simile. Quello che noi poracci chiamiamo “gothic metal” sarebbe in realtà doom metal, o symphonic metal, anche quando ciò che viene prodotto è piuttosto distante da entrambi questi estremi ma ha invece una certa coesione interna.

Ora, chiaramente, qualcuno che difende così a spada tratta una sottocultura non avrà un buon rapporto col concetto di “ibridazione”; del resto, è la stessa gente che non riesce a far pace con l’idea che, negli ultimi trentacinque anni, tutta la “scena goth” propriamente detta si è evoluta, si è ramificata in sottogeneri anche piuttosto diversi fra loro, per cui non ha più senso usare il termine “goth” come etichetta specifica, quanto piuttosto come termine ombrello per indicare un fenomeno ormai eclettico e dai confini molto sfumati.
Ma dato che si tratta di una questione terminologica, trattiamola come tale: cosa indica l’aggettivo “gotico”?

Questo?
Sbagliato.
• “Gotico” significa “relativo ai Goti”, un popolo germanico probabilmente proveniente dalla Scandinavia che, intorno al Sesto Secolo, migrò prima sulle coste del Mar Nero e successivamente invase l’Impero Romano dividendosi in Visigoti e Ostrogoti. Si chiama storia, conoscerla fa bene.
• A partire dal Quindicesimo Secolo, il termine “gotico” viene utilizzato per indicare un movimento artistico medievale sviluppatosi a partire dal Dodicesimo Secolo, prima in architettura e poi nelle altre branche artistiche, e diffusosi in buona parte dell’Europa Occidentale. Sono forse stati i Goti, sei secoli dopo, a farlo partire? No: il termine è stato adottato retroattivamente in senso spregiativo per dare allo stile un’accezione “barbarica”, come un po’ a tutto il Medioevo, e distinguerlo dallo stile Classico e da quello Romanico. I Goti non c’entrano nulla: il nuovo uso del termine ha una pertinenza estremamente labile rispetto all’originale, avrebbero potuto chiamarla “architettura vandala”, “germanica” o direttamente “barbara” e sarebbe andato bene lo stesso.
• Dal Diciottesimo Secolo, il termine “gotico” è utilizzato per indicare una branca letteraria sviluppatasi dal Romanticismo, che combinava motivi e atmosfere del movimento con temi horror e fantastici, richiamando nell’immaginario collettivo i Secoli Bui. È questo, a parte la concomitanza dello svilupparsi del genere letterario col Gothic Revival in architettura, l’unico, flebile collegamento che la nuova accezione ha con le precedenti. Quest’accezione è mantenuta nel Ventesimo Secolo, quando inizia a includere sia i romanzi contemporanei che proseguono il genere letterario, sia i lavori visivi e cinematografici ad esso ispirati.
• Nel 1967, il termine “gotico” viene usato per la prima volta dalla stampa musicale, anche se in maniera piuttosto vaga e incoerente. Lì per lì, descrivere le atmosfere che ruotavano intorno alla variegata scena post-punk e viene applicato a tutto e niente di ciò che musicalmente ha una vena oscura e malinconica, opposta al pop, senza particolare attenzione a cosa ci si butti dentro.
• È solo a partire dagli Anni Ottanta che quest’accezione assume il significato specifico che ha oggi e la sottocultura che conosciamo se ne appropria retroattivamente: il genere musicale diventa più specifico, le influenze culturali di “gotico-vedi-punto-tre” diventano prominenti, viene elaborato il dresscode distintivo e voilà. L’unico vero collegamento fra il nuovo uso del termine e i precedenti è che nel 1967 John Stickeny si era fatto una bevuta con Jim Morrison in una cantina poco illuminata e ha definito la cosa “gotica”. Avrebbe potuto definirla “macabra”, per quanto ne sappiamo, e avrebbe funzionato ugualmente.

Ora, considerando che ogni nuova accezione della parola ha un collegamento alla meglio flebile, alla peggio inesistente con la precedente, perché il termine “gotico” non può passare a indicare quel particolare sottogenere di doom metal sviluppatosi negli Anni Novanta? Uno che oltretutto riprende in parte le estetiche del movimento goth del quinto punto e pesca a piene mani temi e atmosfere dalla letteratura gotica del terzo punto? Come genere musicale non è goth nel senso cinque: e quindi? La sottocultura goth non è goth come nel punto tre, la letteratura gotica non è goth come nel punto due, e l’architettura gotica non è goth come nel punto uno. Arrogarsi l’esclusiva per trent’anni di utilizzo su una parola in giro da quattordici secoli con alle spalle già una caterva di significati paralleli è un po’ pretenzioso.
Per cui, ben vengano gli old school goth; così come ben vengano i cyber-goth, il pastel goth, le gothic lolita, gli Evanescence, il pop-goth di Roniit e Kerli, e sì, anche il gothic metal. E ben vengano pure quelli come me, che si sono distaccati dalla scena (in parte proprio per questa disputa stupida) ma continuano a flirtacchiarci di tanto in tanto. Siamo tutti una grande famiglia. La famiglia Addams.

Wednesday, 7 January 2015

Perché oggi ci si è scagliati contro le religioni

Quanto erano più belli gli attentati quando non c’erano i social network e la gente non poteva sparare stronzate da ambo i lati.

Inizialmente, questo voleva essere il mio unico commento ai fatti di oggi. Ma ormai si è capito che non sono in grado di mordermi la lingua, per cui mi sento di rispondere a quelli che si lamentano del rigurgito antireligioso che il web ha avuto questo pomeriggio, o a quelli che, senza ammetterlo apertamente perché fa poco politically correct, scaricano la colpa dell’accaduto sui giornalisti stessi perché “sono trogloditi (sic), se li provochi cosa ti aspetti”?

Lo ammetto: come ho saputo la notizia, la prima cosa che ho pensato è che questo è il risultato della politica buonista e lassista dell’Unione Europea, fra decriminalizzazioni di organizzazioni terroristiche e asili politici indiscriminati. Chiaro che, nel momento in cui dai una falange a un integralista, questo si prende tutto il braccio. Ma questo è un discorso generale che si applica a tutte le religioni perché, per sua stessa natura, la religione (intesa come istituzione) è qualcosa che ha bisogno dell’odio per esistere.
Per cui non condivido né i discorsi sul fanatisno degli anti-religiosi, né quelli che dicono che gli integralisti vanno lasciati a cuocere nel loro brodo e così se ne staranno buoni. Due discorsi che tratto insieme perché hanno una risposta comune: gli anti-religiosi sono diventati tali grazie al senso critico, che porta alla mancanza di un odio immotivato, per esprimere il quale invece gli integralisti cercano qualunque pretesto.
La religione, in senso ampio, non è andare a ingoiare un’ostia in ginocchio in chiesa, mettersi a culo all’aria cinque volte al giorno o vestirsi da pinguini con i basettoni. È una sovrastruttura socio-politico-economica costruita su un’ideologia assurda che a sua volta si basa su leggende vecchie di millenni e anacronistiche. È uno specchietto per le allodole che fa sì che una massa di seguaci possa dare copiosi introiti a un gruppo ristretto senza mai metterne in questione l’autorità. Per mantenere coesa questa massa, possibilmente ampliarla e, soprattutto, impedire che noti l’incongruenza dell’ideologia su cui questo sistema di potere si basa, è necessario creare un nemico esterno, specie se qualcuno che la pensa o si comporta diversamente, ed è per questo che da sempre dove c’è una religione c’è anche qualcuno contro cui puntare il dito. Se una religione non promuove l’odio e la discriminazione come elemento di coesione interno, smonta baracca e burattini molto in fretta.

Quindi, piuttosto che trattare con condiscendenza gli estremisti (e, per estensione, interi popoli) e dire “Poveretti, sono bambini speciali, facciamo finta di nulla ma trattiamoli con cautela se no puntano i piedi e strillano”, la via giusta è continuare a mostrare loro quanto questo odio sia basato su qualcosa di opinabile e per niente assoluto. Sono le persone e i popoli che meritano rispetto, non le ideologie, specie quelle che cercano solo di dividere.
Finché ci sarà qualcuno che si sente in diritto di uccidere, negare diritti o imporre il proprio stile di vita agli altri perché non si ferma a mettere in questione ciò che gli viene detto, ci sarà bisogno di una critica, anche veemente, contro le religioni. Una critica che deve essere sempre e comunque costruttiva, piuttosto che sparare a zero, che deve far notare le incongruenze e le contraddizioni per poi lasciare che la gente si faccia quattro conti in tasca, in modo che quando gli estremismi e chi ha interessi tentano di manipolarli non perdano il senso critico e non vadano ad opprimere gli altri. Che sia con una conferenza, una vignetta, o anche un post su Facebook.

Wednesday, 31 December 2014

Bilancio musicale del 2014: Paradiso

E dopo esserci immersi negli abissi dell’orrore e aver strisciato nei tunnel della mediocrità, eccoci finalmente al picco di eccellenza di quest’anno. Come accennato, il 2014 è stato ricchissimo di uscite, e fortunatamente la maggior parte sono più che positive. Grandi risultati sia fra le varie declinazioni di pop, sia in territori più o meno metal, con conferme che fa sempre piacere ricevere, meraviglie inaspettate, comeback epocali e cambi di direzione a lungo attesi.
Tenendo conto che l’ordine è abbastanza casuale, siete pronti?


MueEmilie Simon
Mue – Emilie Simon
Oltre che il titolo del suo nuovo album, “Mue”, francese per “muta”, potrebbe essere il riassunto dell’intera carriera discografica di Emilie Simon: un’evoluzione costante e inarrestabile che dal 2003 ad oggi ha regalato lavori sempre diversi, che hanno coperto un ampio spettro di stili – dal trip-hop più etereo al synthpop dal sapore newyorkese – fino al heartbreaking (per mancanza di un corrispettivo italiano altrettanto intenso) Franky Knight. Con il nuovo album, Emilie non ha deluso e nuovamente ha cambiato pelle, proseguendo la sua crescita artistica. La parola chiave del sound della cantante francese è da sempre “atmosfera”: lei non si dedica a un genere tanto per farlo, ma ogni arrangiamento, ogni scelta stilistica è sempre oculata al fine di creare un particolare mood all’interno del disco. Mue è un album che, ben saldo nel presente, guarda anche al passato: le atmosfere sono tornate delicate come nei primi due album, ma in un certo senso aggiunge un nuovo capitolo agli ultimi due. Di The Big Machine riprende la narrativa, il modo in cui descrive la vita di un’intera città in undici canzoni – una vivace New York a tinte synth e broadwayane all’epoca, una romantica Parigi dalle tinte pastello oggi; di Franky Knight, album tristissimo scritto per il fidanzato morto di influenza A nel 2009, rappresenta la svolta: la malinconia si trasforma in dolcezza e sia le melodie che i testi sono più positivi e guardano al futuro. È proprio in quest’ottica che, per chi la segue da anni, il titolo acquista un’ulteriore profondità. Ci sono ancora tracce della perdita di François Chevallier (Des Larmes, in cui è ancora dolorosa, e Quand Vient Le Jour, in cui arriva la rinascita), ma l’album è più una celebrazione dell’amore: quello per Parigi (la fantastica opener e Les Étoiles De Paris), quello problematico (Menteur), non corrisposto (Le Diamant), doloroso (Perdue Dan Tes Bras), viscerale (Encre), ingenuo e sognante (Eye Of The Moon), erotico (Les Amoureux De Minuit, Wicked Game), con una delicatezza e delle immagini evocative che riescono a rendere non scontato il tema forse più abusato del mondo.
Musicalmente, rispettando sempre l’atmosfera “pastello” che gli dà coesione, il disco mostra un’ottima varietà di arrangiamenti, dal pop radiofonico del singolo Menteur all’acustico retrò di Les Amoureux De Minuit, dagli archi di Des Larmes alle atmosfere cinematografiche e orientali di Perdue Dans Tes Bras, passando per le reminescenze trip-hop di Quand Vient Le Jour e la tipica chanson française di Les Étoiles de Paris, fino a una delle migliori cover di Wicked Game di Chris Isaak che mi sia capitato di sentire. Vocalmente, Emilie dimostra ancora una volta la sua versatilità passando dalla voce candida e delicata che l’ha resa famosa agli esordi a qualche accenno dello stile “Kate Bush” che ha caratterizzato i lavori più recenti, il tutto impreziosito da un uso molto oculato di filtri e distorsioni – uno dei capisaldi del suo sound, anche e specialmente dal vivo. Non una singola canzone fuori posto, non un arrangiamento ridondante, non una melodia sbagliata: Mue è uno degli album migliori della carriera di Emilie e una delle highlight di quest’anno.
Preferite: Perdue Dans Tes Bras, Wicked Game, Quand Vient Le Jour

HydraWithin Temptation
Hydra – Within Temptation
Per qualche strano motivo, i Within Temptation li si aspetta al varco, pronti a gridare “alla schifezza”, ogni volta che devono pubblicare un nuovo album. Probabilmente perché, invece di adagiarsi sugli allori e ripubblicare tre volte la stessa solfa per continuare a mungere il symphonic metal da manuale, con ogni lavoro portano qualcosa di nuovo. Fortunatamente, anche a stavolta hanno mischiato le carte in tavola e tirato fuori un disco fresco, al passo coi tempi e difficile da paragonare a qualsiasi altra band della scena. Il trend di quest’anno (purtroppo un po’ di tutti) è fare un passo indietro e combinare il sound moderno che troppi metallini paraocchiati non hanno apprezzato con un certo gusto nostalgico, e in questo Hydra funziona perfettamente: attinge a piene mani dall’intera discografia della band ma la rielabora e trasforma nel filo che collega il passato a un sound fresco e moderno, senza riscaldare una minestra vecchia di un decennio e mezzo. Probabilmente è meno coraggioso di The Unforgiving, ma ha dalla sua una notevole varietà: il sound caratteristico dei Within Temptation è sempre lì, ma elaborato ora in chiave rock, ora ambient, ora combinando una vena indie pop con elementi prettamente sinfonici. L’operazione nostalgia è affidata alle composizioni solide di Silver Moonlight e Tell Me Why, che non sfigurerebbero accanto ai “classici” degli Anni Duemila, ma evitano l’anacronismo; il discorso di The Unforgiving è portato avanti da Let Us Burn e Covered By Roses (di quest’ultima, peccato che l’elettronica della versione demo sia stata stemperata notevolmente), mentre Edge Of The World e Dog Days fanno tesoro dell’esperienza delle Q-Music Sessions, portando ulteriore varietà; And We Run, il piccolo capolavoro inaspettato, guarda totalmente altrove e sdogana nientemeno che il rap in maniera ancora più “sfacciata” di quanto i Theatre of Tragedy abbiano fatto in passato. L’album soffre forse di una mancanza di coesione dovuta al fatto che, pur andando avanti, cerca anche di accontentare quei fan che sono rimasti indietro sulla scala evolutiva (del metal, intendo), il che dimostra che i Within Temptation dovrebbero semplicemente tirare dritto e fregarsene di chi non riesce a star loro appresso.
A parte questo, l’unica vera nota di demerito sono gli ospiti: tolto Xzibit che fa un lavoro spettacolare completando And We Run, e Piotr Rogucki che se la cava decentemente in Whole World Is Watching (in studio, poi ho sentito un live acustico da mani nei capelli), degli altri non si sentiva la necessità. La Tamarrja, fortunatamente relegata al ruolo di corista su Paradise (What About Us?), è inutile come sempre se non a fini commerciali, e il confronto con Sharon non le fa certo bene; Howard Jones non canta, cerca con scarso successo di sputare la palla da biliardo che gli è rimasta incastrata in gola rovinando Dangerous, che già è la traccia più insipida dell’album; Dave Pirner, infine, gracchia e fa solo ringraziare per l’esistenza della versione di Whole World Is Watching con Rogucki. Insomma, Sharona Milfona avrebbe potuto benissimo cavarsela da sola con Xzibit e nessuno avrebbe pianto. Ma hey, se non altro non hanno invitato Lagna del Rey, visto che Sharon la adora!
Preferite: And We Run, Dog Days, Edge Of The World

Time To TellKari Rueslåtten
Time To Tell – Kari Rueslåtten
Kari. La madrina del gothic metal, la prima frontwoman di stampo clasico in una band metal, l’inossidabile voce fatata di Trondheim… la piromane preferita mia e di Veronica. La sua sparizione dalle scene musicali nel 2006 è stata ben triste, dopo un EP e un album cruciali per la nascita del metal a voce femminile seguiti da quattro magnifici album solisti; l’annuncio del suo comeback, l’anno scorso, è stato accolto con entusiasmo pressoché universale (beh, per quanto la sua nicchia di pubblico, vergognosamente piccola dato il suo talento, possa essere considerata un “universo”). Un annuncio estremamente ruffiano, presentato con una cover di Why So Lonely, uno dei classici del suo periodo nei The 3rd And The Mortal, in collaborazione con un musicista dalla fanbase notoriamente solida, Tuomas Holopainen: una doppia operazione di marketing per mandare in brodo di giuggiole i fan nostalgici e incuriosire al tempo stesso le orde di fangirl sordocieche della Tommasa, sempre pronte ad adorare qualsiasi cosa in cui metta mano senza nemmeno chiedersi cosa sia. Ma tolto il cattivo gusto del featuring (perdonabile, dato che, sorprendentemente, ha prodotto un risultato magnifico), quel che resta è un comebak con i fiocchi. Time To Tell è un album per molti aspetti celebrativo della carriera ventennale di Kari, con piccole chicche nascoste che i fan non potranno non amare. Basti pensare all’intro e title track, che riprende nel titolo e nelle lyrics le ultime parole con cui Kari ci aveva lasciato in Other People’s Stories: questo si concludeva con una promessa (“There’s a time, Orlando, to sing other people’s stories; there’s a time, Orlando, to sing my own story too”) finalmente mantenuta (“Now it’s time, time to tell”). Ed è proprio questo, Time To Tell: un discorso interrotto e ripreso ora che i tempi sono maturati. Nella carriera di Kari, in costante evoluzione, Time To Tell rappresenta proprio l’album della maturità, dal sound sobrio, minimale e per lo più acustico, che con un pianoforte, una chitarra, qualche percussione e poc’altro costruisce un palco d’eccezione perché Kari torni a deliziarci con la sua voce unica in canzoni dalla genuinità e freschezza disarmanti. Otto anni di attesa sono stati ripagati ampiamente: non ci resta che sperare che, ora che ha ritrovato la passione per la musica, Kari continui a scrivere e cantare.
Preferite: Why So Lonely, Wintersong, Paint The Rainbow Grey

The Human ContradictionDelain
The Human Contradiction – Delain
Mrtijn Westerholt è il genietto del pop metal, e qui c’è poco da ridire. Sulla falsariga di April Rain, anche se con un passetto indietro rispetto a We Are The Others, The Human Contradiction continua l’opera di svecchiamento del symphonic metal, sdoganando sempre più strutture prettamente pop ma amalgamandole con dettagli tipici del genere per non far lamentare i nostalgici. L’orchestra è molto elaborata e la sua presenza è costante, ma relegata alle retrovie per dare giusto quel tocco in più, così come i cori, che sono usati in maniera oculata e intelligente, senza trasformare tutto in una pacchianata anacronistica. L’elettronica non è stata rinnegata e continua a completare il sound, rendendolo più sfizioso della solita solfa pseudo-classicheggiante, e non mancano molti episodi spiccatamente danzerecci (Army Of Dolls ha un bridge da looppare in pista). La voce di Charlotte è finalmente fiorita e mostra tutte le sue sfumature, oltre a un’espressività notevole. Nel complesso, l’album è meno immediato dei precedenti e richiede qualche ascolto in più per rivelare le sue piccole meraviglie (sulle prime ho praticamente snobbato Here Come The Vultures, che è poi diventata una delle mie preferite); ma basta dargli la dovuta attenzione, che subito i ritornelli si attaccano al cervello e non ne escono più. Per non parlare delle atmosfere, quasi sempre azzeccate: dall’opener, che rende le immagini da incubo dei testi in un modo che una Scaretale dei Naituiss si sogna solo, continuando con la traccia conclusiva che, in perfetto stile Delain, riprende elementi epici e magniloquenti reinterpretandoli, però, in chiave più catchy, per arrivare alla canzone post-break up definitiva, una Lullaby cantata con un tale misto di rassegnazione e risentimento che ci sarebbe da fidanzarsi e mollarsi malamente solo per spammarla sulla bacheca dell’ex. Punti bonus per l’edizione deluxe: Scarlet è una delle ballate migliori dei Delain, Don’t Let Go è un altro shakeraculo di prim’ordine, e anche il materiale live si difende bene, specie un’ottima Sever finalmente libera dalla presenza pestilenziale di Marco Hietala.
Speaking of which, peccato solo per l’unico filler (My Masquerade, ma è destino che in ogni album dei Delain ce ne sia uno, e comunque la versione live del bonus disc è molto migliore) e il ritorno, appunto, del funesto Hietala, che a ben due canzoni non aggiunge nulla se non la sua ormai agghiacciante afonia. Nulla da dire sugli altri due ospiti, un George Oosthoek forse ormai un po’ affaticato ma che non guasta, e una Alissa White-Gluz che torna a farmi piaciucchiare il growl. Un altro comparto che lascia un po’ a desiderare sono i testi: Charlotte si cimenta in molti argomenti di rilevanza sociale (psicofarmaci, anoressia, eticità della nutrizione, limitatezza delle risorse naturali), ma li affronta con l’atteggiamento preachy e la superficialità irritante di quei post con immagine su Facebook che finiscono per far oscurare chi li condivide dal feed; dovrebbe davvero restare sui territori che conosce, ovvero incubi e break up, dato che lì ha tirato fuori dei piccoli capolavori – addirittura, in Lullaby riesce a infilare una metafora sulle sirene senza risultare banale e scontata come certe paladine della mitologia de noartri.
Oh, e a proposito Charlotte, non do piacere al mio palato col sangue degli altri: la carne mi piace ben cotta.
Preferite: Lullaby, Tragedy Of The Commons, Here Come The Vultures

A War Of Our OwnStream of Passion
A War Of Our Own – Stream of Passion
Partiamo con la nota di demerito: è un classico album degli Stream of Passion. C’è tutto ciò che già ci si aspetta da loro, dalle influenze latino-americane (purtroppo ridotte rispetto a Darker Days) alla tipica progressione di accordi e i cambi di tempo che caratterizza le loro melodie, con poco o nulla di nuovo; magari c’è qualche influenza prog più accentuata, che necessita però di un po’ di assimilazione per essere notata. Altro problema, è un po’ lungo: delle quattordici canzoni, almeno un paio avrebbero potute farle fuori (Burning Star e Out Of The Darkness) e l’album ne avrebbe guadagnato.
Nota di merito: tutto il resto. È un album ben fatto e la formula, per quanto un po’ usurata, funziona ancora perfettamente. Tolte le due canzoni di cui sopra, tutte le altre sono oggettivamente molto belle, e se anche qualcuna sembra inizialmente non funzionare, nessuna scade e c’è sempre qualche piccola sorpresa che la salva. Exile, ad esempio, parte malissimo con un riff di chitarra che più insipido non si può, ma il ritornello la trasforma in una vera perla; For You si stacca subito dal cliché delle ballate al piano grazie a suoni filtrati che la rendono quasi spettrale; Delirio ripropone la fusione fra ritmi latini e metal, ma dando più enfasi ai primi di quanto sia stato fatto in passato. In generale, se c’è qualche strofa un po’ loffia o che richiama il passato, i ritornelli fanno sciogliere il cuore. E poi c’è Marcela, che la fa da padrona con una performance da brivido (e, come sempre, fa sembrare quella linguaccia cacofonica ascoltabile), sostenuta da un trionfo di pianoforte che impreziosisce il tappeto di chitarre. Nel complesso è anche un album molto sobrio e privo di tecnicismi inutili e fini a se stessi, per il quale vale la stessa nota di merito di Emilie Autumn e Leandra negli anni scorsi: solo perché Marcela è un’ottima violinista, non significa che debba infilare assoli di violino in ogni canzone.
Probabilmente un altro album su questo genere sarebbe ridondante e per il futuro ci si augura un po’ di coraggio innovatore in più, ma A War Of Our Own ha ancora molto da aggiungere alla discografia della band: il sapore “vintage” dell’insieme viene controbilanciato perfettamente dalle singole tracce, che gli permettono di reggere perfettamente la “concorrenza” dei predecessori e avere un’identità personale. E il merito di ciò non è sicuramente di arrangiamenti pretenziosi che tentano di mascherare mancanza di idee (come accade a certe band dedite al riciclo), ma del songwriting in sé: basta ascoltare le versioni semiacustiche delle canzoni, che la band pubblica di tanto in tanto su youtube, per scoprire che i pezzi sono validi con o senza chitarre elettriche o altri orpelli di produzione.
Preferite: Delirio, For You, Exile

The Quantum EnigmaEpica
The Quantum Enigma – Epica
Oggigiorno, il symphonic metal è un genere insidioso da suonare. Ormai tutto è stato detto e fatto, per cui il genere stesso si è praticamente spaccato a metà, con alcune band che hanno optato per un sound “alternativo”, virando verso il pop, riducendo le orchestre e gli elementi classici a favore dell’elettronica, e altre che si mantengono “mainstream” e continuano a riscaldare la stessa minestra, aggiungendo strati e strati di orchestra per tentare di suonare sempre più “colte”. Anche se questo è stato l’anno della nostalgia, con molti che hanno guardato al passato, la differenza fra chi propone nuove idee e chi invece si ricicla è sempre netta. (Apriamo una piccola parentesi: il genere non è radiofonico e non lo diventerà mai; la sua nicchia commerciale è l’attuale pubblico, che ha per lo più dei grossi paraocchi. Per cui, i termini “alternativo” e “mainstream” vanno usati invertiti: il pop è un’influenza alternativa che porta novità, mentre l’orchestrina sanremese e le menate pseudo-classiche, ormai abusate, sono il mainstream).
Fatta questa doverosa premessa, collocare gli Epica in questo panorama è molto ostico. Pur seguendo un’evoluzione costante negli anni, nemmeno stavolta sono arrivati a quella brusca svolta che molti altri hanno sentito necessaria per non impantanarsi, e hanno invece continuato sulla strada del symphonic “mainstream”, con risultati… spettacolari, a dir poco. Perché se le lodi sono meritate da chi si rinnova sperimentando, a maggior ragione sono dovute a chi riesce a svecchiare il genere ricomponendo i pezzi dello stesso puzzle con tanta maestria da renderlo irriconoscibile.
The Quantum Enigma è il primo album symphonic metal propriamente detto che ascolto con enorme piacere da anni a questa parte. Dopo Requiem For The Indifferent, che alla lunga ha sofferto un po’ dell’essere rimasto ancorato al vecchio genere, The Quantum Enigma lo smonta completamente e lo riassembla sotto un’ottica più matura e sobria. È un album che viaggia costantemente sul filo del rasoio, ma sempre a un passo di sicurezza da una nostalgia potenzialmente disastrosa. E anzi, ne fa tesoro: attinge a piene mani da un decennio e mezzo di symphonic metal, ma sceglie con cura cosa prendere e cosa lasciare nel baratro, incastonandone il meglio in un sound ricco, ispirato e moderno. Basti pensare all’uso dei due grandi topos del symphonic metal: l’orchestra e il coro. Entrambi sono pressoché onnipresenti, ma mai, mai ridondanti. La parte strumentale è per lo più affidata alle chitarre, che non si limitano a ripetere quattro riff insipidi o infilare i soliti assoli d’ordinanza nel bridge, ma reggono il peso delle composizioni pur evitando inutili tecnicismi fini a se stessi: l’orchestra va inserirsi in un contesto già vivace e intrecciarsi ad esso, fungendo da completamento a melodie già ricche e dinamiche, piuttosto che da filler. Anche i cori, l’altra potenziale arma a doppio taglio, sono usati con accortezza: tolta qualche inevitabile sbrodolata in latino, non sono usati come riempitivo della parte strumentale, ma assumono un ruolo attivo nelle linee vocali vere e proprie. Ben lungi dal limitarsi a qualche vocalizzo sparso, arricchiscono, sostengono o completano il cantato anche con interi versi, a seconda dei casi. E stiamo parlando di linee vocali estremamente ben calibrate, catchy al punto giusto e complesse quanto basta, mai scontate né prolisse. Altra nota decisamente positiva è la prevalenza della Simoncina e un uso molto centellinato del growl di Mark, messo solo dove strettamente necessario (i MaYaN sono serviti a qualcosa, a quanto pare). Simone, inutile dirlo, ha rivelato tutto il potenziale che i detrattori le hanno messo in dubbio per anni e sfoggiato le parti più estreme del suo registro (che riesce anche a eseguirle alla perfezione anche live).
Ora, non dico che per il symphonic metal ci sia ancora speranza, ma qualche band nel panorama è ancora sana e sa combinare elementi che potrebbero essere scontatissimi in maniera molto ispirata. Potremmo dire lo stesso dei “rivali” finlandesi Nightwish (cit. colta), ma la differenza sostanziale è che gli Epica l’orchestra e il coro li usano per completare dei brani già ricchi e vivi di loro, non per tappare i buchi lasciati dal “deficit di originalità”. Sono parte integrante del tessuto musicale, non semplici iniezioni di botulino per nascondere i segni del tempo di una band ormai giunta alla terza età.
Preferite: Canvas Of Life, Chemical Insomnia, Omen – The Ghoulish Malady

In Cold BloodWhite Sea
In Cold Blood – White Sea
Temo che i The Romanovs mi mancheranno sempre, ma Morgan Kibby, qualsiasi sia l’alias che utilizza al momento, è sempre una garanzia e non delude mai. Chiusa la parentesi electro-indie dell’EP This Frontier con cui ha inaugurato il nuovo moniker, Morgan si è spinta più in là nell’elettronica, a tratti anche mainstream, con notevoli influenze degli ormai onnipresenti Anni Ottanta. Che insomma, detta così sembra la descrizione di un qualsiasi album puttanpop degli ultimi anni, ma Morgan ha dalla sua un songwriting inconfondibile, una classe innata negli arrangiamenti e, ovviamente, la sua voce da brivido, e riesce così a rumescolare le carte in tavola. Le canzoni meno interessanti, comunque molto godibili, sono quelle che imitano maggiormente la dance mainstream, come Future Husbands Past Lives e Warsaw; per il resto, i ritmi danzerecci si innestano nel tipico songwriting poliedrico e imprevedibile di Morgan, regalando episodi notevoli: la magnifica polifonia di They Don’t Know, una Prague che fa ballare e emozionare insieme, le due diversissime ballad – For My Love con il suo crescendo dance e Small December col suo sound minimal e semiacustico. Notevoli anche le influenze industrial di Flash, l’emozionante semi-ballad It Will End In Disaster, e NYC Loves You, semplicemente una delle canzoni più commoventi che abbia mai ascoltato. Insomma, un ottimo mix di gradazioni di synthpop su un songwriting più orientato al cantautorato.
Pollici in su anche per i testi, che spaziano in maniera ora più esplicita, ora più tongue-in-cheek, fra i vari aspetti di amore, sesso e le loro varie combinazioni: da una parte, la passione per il sesso che i fan dei The Romanovs conoscono bene, dall’altra le conseguenze della fine di una relazione, dalla rabbia (Flash) alla rassegnazione (Small December) e l’accettazione (For My Love), fino alla fragilità di NYC Loves You. Una bella carrellata su sentimenti universali in cui è facile immedesimarsi, accompagnati da ottime melodie e arrangiamenti che valorizzano il mood delle canzoni. Ben fatto!
Preferite: NYC Loves You, Prague, Small December

The Inevitable EndRöyksopp
The Inevitable End – Röyksopp
Non credo di aver ben capito le intenzioni discografiche dei Röyksopp per il futuro: parlano di ultimo album dal formato classico, ma di non avere intenzione di smettere di fare musica. Che vogliano dar via la musica gratis una canzone per volta, darsi solo ai remix o chissà cosa, comunque, il “formato classico” lo abbandonano decisamente col botto. The Inevitable End è infatti uno dei loro dischi migliori, se non il migliore in assoluto. Dodici canzoni – considerando solo il disco 1 – pressoché perfette che coprono un ampio spettro di mood e stili elettronici, raggiungendo quel perfetto equilibrio fra varietà e coesione che spesso è difficile ottenere. In un certo senso, The Inevitable End è un album che tira le somme di quanto fatto fin qui dal duo norvegese: le reminescenze degli album passati sono evidenti, dal rilassante calore di Melody A.M. (Sordid Affair, Thank You) alla malinconia di The Understanding (Conpulsion, Rong, I Had This Thing), fino alla vitalità di Junior (Save Me, Running To The Sea) e la sobrietà di Senior (Coup De Grace, Here She Comes); tuttavia, l’amalgama suona fresco e ispirato, rielaborato con maturità. Nessuna canzone costituisce un tallone d’Achille. La versione T.I.E. di Monument, ad esempio, non si avvicina alla magnificenza dell’originale dell’EP Do It Again ma, nel suo essere più elettronica e meno ambientale, acquista un’identità propria e si inserisce nel sound dell’album; Running To The Sea, una canzone che ho ascoltato letteralmente centinaia di volte nel giro di due anni, è rimasterizzata e presenta qualche piccola differenza che la rende sorprendente perfino a chi la conosceva a memoria come me; la traccia strumentale, Coup De Grace, è ben strutturata e non ripete gli errori della prolissa Inside The Idle Hour Club, e perfino Rong, due minuti e mezzo di Robyn che ripete “What the fuck is wrong with you?”, è resa interessante dagli ottimi archi.
A proposito di ospiti, oltre all’ormai inevitabile Robyn che, comunque, è ben contestualizzata (Monument e, appunto, Rong), e a una seconda collaborazione con una magnifica Susanne Sundfør (Save Me, oltre all’iconica Running To The Sea), abbiamo anche Man Without Country (Sordid Affair) e quella che si sta rivelando come la nuova partnership d’oro dei Röyksopp, Jamie McDermott dei The Irrepressibles, che canta in ben tre canzoni: You Know I Have To Go (una taccia che incorpora elementi tipicamente Irrepressibles nel sound dei Röyksopp), Compulsion e I Had This Thing. La presenza degli ospiti contribuisce alla varietà del disco: in ogni canzone emergere la personalità artistica di ciascuno, che la musica della band “ospite” incastona in un contesto unitario e coerente senza però soffocarla. Se questo è il modo in cui i Röyksopp salutano l’era dei full length, per certi versi è un peccato, perché la formula è ancora perfettamente vitale e in grado di dare di più in futuro; ma comunque hanno promesso di non svanire dalle scene, per cui possiamo ancora sperare.
Preferite: Running To The Sea, Save Me, I Had This Thing

Brutal RomanticBrooke Fraser
Brutal Romantic – Brooke Fraser
Reinventarsi non è mai facile, specie se si è una cantautrice che fa parte di quella sfera di pop indipendente che ultimamente si sta sovrasaturando ma non si ha dietro un entourage di produttori dall’occhio attento ai nuovi trend che fanno il lavoro sporco. E anche in quel caso, il risultato non sempre è garantito e può risultare forzato e insipido. Questo fortunatamente non è il caso di Brooke Fraser, che ha fatto fortuna con un pop molto intimista e per lo più acustico, ma che per il nuovo album ha sentito la necessità di cambiare direzione e includere vistose influenze elettroniche nel suo sound.
E Brutal Romantic si configura proprio come una perfetta sintesi fra il songwriting tradizionale e profondo del passato e un arrangiamento elettronico molto catchy al passo con i tempi. Nessuna delle scelte stilistiche, per quanto al di fuori della “comfort zone” di Brooke, penalizza i brani, che vengono sostenuti dalla stratificazione di strumenti invece che esserne annegati, segno che il cambio di direzione è stato oculato e non un tentativo di conformarsi al trend predominante. La palette emotiva è molto ricca, con canzoni oscure e introspettive come Psychosocial e Bloodrush arricchite da filtri vocali e suoni elettronici graffiati che ammiccano quasi all’industrial, altre più ottimiste come Kings & Queens o Thunder enfatizzate da beat trascinanti e vivaci, e altre più intime e dolci, come Brutal Romance, Je Suis Pret, New Histories, New Year’s Eve e la magnifica Magical Machine, sostenute ora da orchestrazioni solenni ma mai esagerate, ora da qualche accenno di chitarra, ora da una strumentazione più minimale, il tutto condito da spruzzate di elettronica più discrete. Grande punto di forza dell’album sono ovviamente le linee vocali e la performance canora di Brooke, il cui timbro distintivo ed espressività sono sempre riconoscibili e al top, anche dietro alle distorsioni o in mezzo agli arrangiamenti corali. Ottimi anche i testi, ora ricchi di immagini quasi crude, ora di metafore ben calibrate e per nulla scontate, ora più diretti.
Insomma, Brutal Romance è un disco ricco di sostanza impacchettata in una confezione scintillante che la valorizza. Se l’indie pop contemporaneo dovesse avere manifesto, Brooke Fraser ne sarebbe la poster girl ideale. Non posso che augurarle tutto il successo che merita!
Preferite: Magical Machine, Je Suis Pret, Brutal Romance

Blueiamamiwhoami
Blue – iamamiwhoami
Ogni volta che iamamiwhoami pubblica qualcosa di nuovo, mi sento sempre vecchio: da collezionista quale sono, amo da morire il formato cd, da impilare in ordine nella mia collezione, e il digitale da scaricare o rippare e mettere nella mia libreria iTunes archivizzata in modo maniacale. Insomma, mi piace possedere la musica che ascolto e coccolarla, fisicamente o sul mio hard disk. Beh, il progetto capitanato da Jonna Lee trascende tutto ciò per definizione, presentandosi per prima cosa come un lavoro audiovisivo di cui i video periodicamente pubblicati su YouTube costituiscono un elemento fondamentale; il nuovo lavoro porta il tutto al livello successivo con The Blue Island, un sito web in cui l’esperienza musicale diventa interattiva e comunitaria, sfruttando appieno cavi ed etere per soverchiare tutto ciò a cui sono abituato. Fatta questa doverosa premessa, comunque, Blue funziona anche come album in senso classico, ed è proprio di questo formato, nell’edizione in dieci tracce, che andrò ad occuparmi (e senza quindi i sette interludi di The Blue Island, che ascolterò separatamente per assecondare i miei OCD).
Col tempo, fare musica sperimentale può portare a una certa sterilità artistica, perché si rischia di chiudersi nello schema dei propri esperimenti e diventare, paradossalmente, prevedibili. Jonna Lee ha aggirato alla perfezione questo pericolo, continuando sulla falsariga dei precedenti Bounty e Kin ma portando una ventata di freschezza e diversità al proprio sound. Il minimalismo e i suoni elettronici più sperimentali sopravvivono in canzoni come Ripple e Tap Your Glass, mentre in altre canzoni ci sono aperture a sonorità più pop, come in Vista e Fountain. Grande punto di forza dell’album è l’utilizzo che queste variazioni del sound hanno: non come semplici esercizi di stile, ma per accentuare l’espressività emotiva dei brani.
Comunque, la generale “apertura al mainstream” è evidente un po’ su tutti i livelli del progetto, comprese le copertine dell’album e dei singoli, meno minimali e più descrittive che in passato. E, non ultimo, nel comparto vocale. Molto gradito è infatti l’utilizzo delle vocals di Jonna, diverso rispetto al passato, con melodie più complesse e dinamiche, ma proprio per questo più coinvolgenti e orecchiabili, e fantastici momenti di polifonia layerizzata, specialmente in Blue Blue e la magnifica Chasing Kites. Ottimi come sempre anche i testuali, che su metafore legate al mondo acquatico, marino o del ghiaccio, il filo che unisce le dieci canzoni e i relativi video, costruisce immagini a tratti astratte, a tratti profondamente emotive, che sono tipiche del songwriting di Jonna Lee.
Per concludere, ora che il nuovo video, Shadowshow, è online, consiglio vivamente di farsi una maratona audiovisiva, oltre ad ascoltare semplicemente l’album: la sinestesia che iamamiwhoami riesce a creare è sempre straordinaria.
Preferite: Chasing Kites, The Last Dancer, Blue Blue

Make A ShadowMeg Myers
Make A Shadow – Meg Myers
Less is more” sembra essere il nuovo motto degli artisti indipendenti. Così, a due anni dal debutto di sei tracce più remix, Daughter In The Choir, Meg Myers propone, invece che un full length, un nuovo EP. Una scelta che potrebbe essere azzardata, visto che cinque tracce sono pochine, ma che si rivela invece vincente: Make A Shadow è infatti breve ma essenziale, composto interamente da canzoni pressoché perfette e prive di difetti strutturali. Il genere è un pop-rock molto graffiante e introspettivo, ma più raffinato rispetto al debutto: gli arrangiamenti sono più curati senza risultare overprodotti, il songwriting è più maturo senza perdere d’incisività, la struttura più bilanciata senza scadere nel prevedibile. La performance vocale di Meg è sempre magistrale e passa facilmente dalla sensualità alla disperazione, dalla rabbia letteralmente gridata alla malinconia, dal sarcasmo alla dolcezza senza sbagliare nemmeno un colpo. Notevoli anche i testi, anche loro più fini che in precedenza, ma sempre diretti e viscerali, ora struggenti nella loro malinconia, ora pungenti nel loro sarcasmo. Purtroppo c’è poco da dire perché il disco è breve, ma è innegabile che la stella di Meg sia in piena e meritatissima ascesa.
Preferite: Heart Heart Head, The Morning After, Desire

NewsFreddie Dickson
News – Freddie Dickson
Ok, questa moda degli EP inizia ad essere un po’ fastidiosa: certo, in due anni Freddie Dickson ha fatto uscire nove canzoni, l’equivalente di un full length, ma a rate, cosa che un po’ scoccia. Comunque, è molto interessane notare come in così poco tempo, e in piena lavorazione di un full length, Freddie sia riuscito a portare una certa dose di innovazione nel sound. Se paragonato a Shut Us Down, News mostra infatti un lato inedito della sua musica sia in termini di genere che di mood: la base è sempre un indie pop dai toni molto intimistici, ma il minimalismo del debutto ha lasciato il posto a una vena più soft rock, in cui chitarre ariose ma robuste sostengono le canzoni rendendole più stratificate e complesse che in passato. E, in generale, l’EP risulta più energico rispetto al precedente: sebbene le lyrics siano ancora malinconiche, la musica è più vivace, sia in termini di tonalità e ritmo, sia proprio come umore. Ciò crea un effetto quasi ossimorico rispetto all’interpretazione vocale, che si mantiene ancora malinconica. E perfino una canzone come You Know How, che di allegro non ha nulla, porta con sé un’energia nuova. Questo fa guadagnare molti punti a Freddie che, essendo un esordiente, avrebbe potuto continuare a sfruttare ancora l’etichetta da “Lagna del Rey al maschile” che i soliti critici ignoranti gli hanno affibbiato. Il fatto che già agli inizi non si adagi sugli allori e non ristagni promette molto bene per il futuro.
Preferite: You Know How, All Means Something

Massive AddictiveAmaranthe
Massive Addictive – Amaranthe
Col recente diffondersi, nella scena female-fronted, dell’ibridazione fra metal e pop, gli Amaranthe, che sono praticamente dipinti come i portabandiera del fenomeno, mi hanno sempre stuzzicato un po’; ma, fra una cosa e l’altra, non mi sono mai messo ad ascoltarli seriamente. Con la scusa del nuovo album, mi sono fatto anche un tour de force dei loro dischi precedenti, così da avere una prospettiva da cui valutarlo. E devo dire che ciò me lo ha fatto apprezzare ancora di più, perché trovo che finalmente gli Amaranthe abbiano trovato il sound a cui miravano. Negli album precedenti, il problema principale era che la band si sforzava davvero, ma davvero troppo rispetto a colleghi come Delain, Nemesea e, volendo, i Within Temptation: loro scrivono canzoni pop, le arrangiano in chiave metal, ed ecco che tirano fuori brani che restano in testa e non ne escono più. Nei primi due album, invece, gli Amaranthe hanno messo talmente tanto impegno nell’essere metal a tutti i costi, ma anche pop a tutti i costi, e poi mischiare le cose a tutti i costi, che troppo spesso il risultato è diventato un po’ caotico: melodie catchy appesantite da troppo tecnicismo gratuito (specie nel self-titled), brani tecnicamente interessanti banalizzati da melodie troppo insipide (specie in The Nexus), così che invece che costruirsi un’identità propria erano finiti per non essere né carne né pesce. In Massive Addictive, la sintesi fra metal e pop è invece riuscita alla perfezione e le due componenti si esaltano e completano alla perfezione: le canzoni di impronta più catchy (Drop Dead Cynical, Digital World) sono rese interessanti da una parte metal complessa ma discreta, mentre le canzoni più heavy (Unreal, Danger Zone, Skyline) sono rese più accessibili da melodie al limite del radiofonico ma mai scontate. Notevole anche l’ampiezza delle influenze, specie nuove, che vanno dalla dupstep di Digital World all’hip-hop di Danger Zone (le strofe ritmicamente sono vero e proprio rap fatto col growl), col power metal, un tempo predominante, praticamente ridotto alle sole Skyline e An Ordinary Abnormality. Certo, i punti oscuri non mancano: le voci sono decisamente overprodotte, tanto da suonare un po’ impersonali in alcuni momenti e sfumare l’una nell’altra quando si uniscono; e le ballate, il punto di forza degli album precedenti, qui sono due, ma entrambe un po’ forzate e sentimentali a tutti i costi. Ma, tutto sommato, anche loro sono piacevoli, facendo sì che su tutto il disco non ci sia nemmeno una canzone che non sia azzeccata e fottutamente coinvolgente. Massive Addictive, come da titolo!
Preferite: Exhale, Danger Zone, Drop Dead Cynical

Mini WorldIndila
Mini World – Indila
Salvo rare eccezioni, il pop francese al femminile ha da sempre una marcia in più rispetto alle molte delle sue controparti internazioni (quella italiana in particolare): è molto sofisticato pur rimanendo orecchiabile, le cantanti hanno voci inconfondibili e sono per lo più tecnicamente preparate, ma soprattutto è un genere molto eclettico e aperto a influenze eterogenee. Questi punti di forza trovano una perfetta incarnazione nell’ottimo debutto di Indila, cantante di origini algerine-cambogiane-egiziane-indiane-chipiùnehapiùnemetta già famosa in patria per numerose collaborazioni per lo più in campo R&B. E ora che comincia a camminare sulle sue gambe, tanto per cominciare fa tesoro della sua eredità multietnica: su un impianto che è tipicamente pop francese non solo inserisce melodie che richiamano l’oriente, ma anche un registro vocale tipicamente arabeggiante (soprattutto su Ego e Tourner Dans Le Vide). Non mancano le influenze più disparate anche fra i vari generi della musica occidentale, che spesso convivono nella stessa canzone: la tipica chanson fançaise di Love Story e Comme Un Bateau, l’europop danzereccio di Run Run, e perfino qualche ricorrente occhiolino a sonorità più familiarità a noi (ex) darkettini con cori, carillon e violini (Boîte En Argent, Derniere Danse, Ego, S.O.S., Mini World). Il tutto perfettamente amalgamato in un disco vario ma che conserva la sua coerenza di fondo. Notevole anche la performance vocale di Indila: oltre alle già citate suggestioni orientali, si destreggia magnificamente fra un tono più dolce e “bubblegum” e uno più profondo e malinconico (praticamente ciò che vorrebbe fare Lagna del Rey, solo che Indila ci riesce), aggiungendo ulteriore varietà e offrendo un’interpretazione sempre adeguata al mood delle canzoni. Insomma, magari si vedessero debutti simili in Italia…
Preferite: Mini World, Ego, Boîte En Argent

Unrepentant GeraldinesTori Amos
Unrepentant Geraldines – Tori Amos
Lo ammetto: della discografia di Tori Amos ho una conoscenza un po’ a macchia di leopardo e per sentito dire, ma mi fido del giudizio dei suoi fan sul fatto che è solo negli ultimi anni che ha iniziato a riprendersi da un brutto calo artistico. Da questo punto di vista, Unrepentant Geraldines acquista un ulteriore valore per i fan di vecchia data; ma anche per un ascoltatore meno esperto, si tratta di una vera e propria perla di album. Tanto per cominciare, la voce di Tori è in perfetta forma, sia nella tecnica che nell’espressività (vero, Midwinter Graces?), e si accompagna in maniera simbiotica alla musica: da una parte, le melodie forniscono un ottimo palco per la sua performance vocale, dall’altra il cantato completa i brani senza distrarre dal loro impatto emotivo. Il quale non è forzato giù per le orecchie dell’ascoltatore con accorgimenti pretenziosi o lyrics stereotipate, ma è costruito con il semplice uso delle melodie, della struttura e degli strumenti. Le ballate per pianoforte emozionano perché sono minimali, le venature folcloristiche servono a raccontare storie e non a fingere ricercatezza, e i virtuosismi, sia vocali che al pianoforte, accompagnano e rafforzano il climax delle canzoni piuttosto che mettere gratuitamente in mostra le doti di Tori. Perfino le tracce che destano più perplessità, come Giant’s Rolling Pin, Promise o Rose Dover, hanno un loro perché: possono piacere o non piacere, ma le melodie, gli arrangiamenti e il mood sono perfettamente funzionali al messaggio che vogliono trasportare.
Certo, parlando più in generale, un paio di arrangiamenti erano forse evitabili o migliorabili: buona parte dei filtri vocali, fortunatamente pochi, sono ridondanti – e la voce di Tori non ne avrebbe comunque bisogno – così come la batteria digitale non sortisce l’effetto che avrebbe avuto quella vera, ma stiamo parlando del pelo nell’uovo, più che di qualcosa che rovina veramente l’album: per la maggior parte, si tratta di canzoni piuttosto minimali, senza sbavature inutili, in cui sono il pianoforte e la voce a farla da padroni. Insomma, la formula trademark di Tori Amos, quella autentica, che porta i risultati migliori.
Preferite: Wild Way, Forest Of Glass, Invisible Boy

1000 Forms Of FearSia
1000 Forms Of Fear – Sia
Ascoltare il disco solista di un’artista eclettica che presta il suo songwriting e la sua voce agli artisti e generi più disparati è sempre un’esperienza interessante, e non fa eccezione nemmeno Sia, il cui ventaglio di collaborazioni come songwriter o featured vocalist va da David Guetta a Katie Noonan & The Captains passando per Beyoncé. Sesto di una carriera solista che mi affretterò ad approfondire, 1000 Forms Of Fear è un album poliedrico che, grazie a un songwriting ricco e ispirato, riesce a raggiungere il giusto equilibrio fra easy-listening e classy, muovendosi agevolmente fra le sfumature di pop più varie – dagli accenni di R&B di Chandelier alle electro-ballad Eye Of The Needle e Fire Meet Gasoline, o semiacustiche come Straight For The Knife, passando per il pop-rock di Hostage, la dance di Free The Animal e momenti più minimali e sperimentali come Cellophane e Fair Game. Un po’ meno riuscito è forse il tentativo di Sia di rendere la sua performance canora altrettanto variegata. Dal punto di vista vocale, è una di quelle cantanti che o si ama e si accetta così com’è, o si odia: in più di un momento nel corso dell’album, diventa nasale, rauca o stridula, addirittura al punto di avere piccoli ma evidenti spasmi e impastare la dizione. Ma se sul pop-rock di Hostage e nel sound minimal di Fair Game può risultare un po’ fastidiosa, per lo più riesce davvero a enfatizzare l’espressività, basta sentire Chandelier una volta per rendersene conto. Insomma, un po’ come Emilie Autumn riesce a compensare la preparazione scarsa e, anzi, metterla in qualche modo a frutto.
Molto interessante anche l’aspetto testuale dell’album e il rapporto fra le lyrics e il titolo: è un viaggio che comincia con Chandelier, la ricerca di un conforto finto ed effimero nell’alcool e in uno stile di vita sregolato e solitario, affrontando la paura dell’amore, sia di chi ama troppo che di chi non riesce a farlo, della solitudine, della fragilità, del dolore, di staccarsi da una dipendenza (tutti temi che riflettono la vita privata di Sia) per poi chiudere il cerchio con Dressed In Black, la scoperta di un conforto vero e duraturo in un altro essere umano. Non posso credere di aver appena scritto una cosa del genere senza vomitare arcobaleni, ma dal punto di vista strutturale funziona perfettamente e rende l’album un’esperienza molto soddisfacente.
Preferite: Chandelier, Dressed In Black, Fire Meet Gasoline

ShineAnette Olzon
Shine – Anette Olzon
Diciamolo tutti in coro: era ora. Era ora che Anette mollasse il symphonic metal, un genere che non la valorizza affatto; era ora che si levasse di mezzo i Nightwish, troppo concentrati sui soldi facili per darle spazio; ed era ora che smettesse di sfornare figli e tirasse fuori quest’album che ci aveva promesso da anni. Detto ciò, Shine non sarà l’album rivelazione del 2014, ma è un buon debutto solista che, tanto per cominciare, ci presenta una Anette finalmente a suo agio su linee vocali adatte a lei. Un disco pop-rock qualitativamente all’altezza degli standard nordici e molto gradevole che, sebbene forse un po’ debole nel complesso, ha il pregio di non avere nessuna canzone che non funziona di per sé. Tutte, chi per un verso e chi per l’altro, hanno qualche piccola sorpresa, qualche arrangiamento inaspettato, una melodia che resta fissa in mente e non le fa passare inosservate. Le influenze vanno dal pop-rock al folk, passando per qualche episodio un po’ più orchestrale che, però, non richiama lo sfortunato passato discografico di Anette con i suoi annessi e connessi. Perché siamo sinceri, un po’ è inevitabile fare il confronto con le due “colleghe”. Ma anche qui, Anette esce a testa alta: da una parte, l’album è molto onesto, segna un buon punto di partenza perché si dedichi a una musica propria, si sente che è ispirato e non è l’ennesimo tentativo di mungere la Vacca Naituiss (vero, Tamarrja?). Dall’altra, si prende sul serio il tanto che basta per essere un buon disco, ma senza sbrodolarsi nel tentativo di darsi più importanza di quella che può avere, a differenza del Robo dei Paperi della Tuomassa. In sostanza, pur non essendo un capolavoro, è una piacevole raccolta di belle canzoni e costituisce un buon punto di partenza per la carriera solista della nostra Anette.
Preferite: Invincible, Like A Show Inside My Head, One Million Faces

Cheek To CheekTony Bennett & Lady Gaga
Shine – Anette Olzon
Hipster copritevi gli occhi, perché sto per ammetterlo candidamente e senza vergogna: quest’album l’ho ascoltato solo per Gaga. Sono una capra in fatto di jazz, non ho una conoscenza approfondita della produzione musicale di Tony Bennett, e molte delle canzoni non le avevo mai sentite prima nonostante siano, credo, dei classici. Riconosco che è un mio limite: si tratta di musica di un’altra generazione. Non la schifo se la incontro, anzi, la ascolto volentieri, ma semplicemente non mi appartiene. In breve, quindi, il mio approccio a quest’album è quello del Little Monster medio: “Mamma Mostro ha fatto qualcosa di nuovo, vediamo un po’ di cosa si tratta”. Tutto ciò non per denigrare il jazz o dire che mi sono fatto piacere l’album a forza solo per Gaga, quanto per motivare perché nel parlarne mi focalizzerò per lo più su di lei: non ho le competenze per valutare la parte strumentale (mi sembra ineccepibile, e del resto Bennett e Gaga dei musicisti bravi se li potranno anche permettere), né cogliere eventuali differenze rispetto ai brani originali.
Tutto quello che posso dire è che Stefani ha provato a fare jazz accanto a Tonny Bennett e l’esperimento è riuscito magnificamente. Con un solo album, ha ha dimostrato che: riesce a muoversi con una disinvoltura ammirevole in un genere che non è il suo; è perfettamente in grado non solo di cantare, ma anche interpretate un repertorio non suo e lontano dal suo abituale modo di scrivere; può amalgamare perfettamente la sua performance vocale con quella di Tony Bennett in un contesto totalmente diverso dai suoi precedenti duetti, senza beat o wub a mascherare le cuciture; sa cantare, ha una voce profonda e calda che copre discretamente l’estensione richiesta dalle canzoni, e sa modularla in modo da dare dinamica al suo cantato (dove, per chi non lo sapesse, “dinamica” è il termine tecnico per indicare i piano, forte eccetera). E diciamolo, canzoni come Lush Life sono parecchio impegnative. So che quest’ultimo punto potrebbe sembrare scontato, specie per chi segue Gaga assiduamente, ma molte di quelle persone che sono rimaste ferme alla sua voce megafiltrata in Just Dance rimarrebbero sorprese da ciò che Gaga mostra di essere davvero in grado di fare su quest’album.
Insomma, Cheek To Cheek è la dimostrazione inconfutabile che Gaga è una cantante e artista valida, in grado di camminare sulle sue gambe senza parrucche e costumi assurdi, filtri vocali e beat elettronici, video sparaflashati e palchi con scenografie immense. Se continua a fare quello è per scelta, non certo perché è un mero prodotto commerciale e non sa fare altro. Alla faccia dei detrattori.
Preferite: Nature Boy, But Beautiful, Lush Life

Let Us BurnWithin Temptation
Let Us Burn – Within Temptation
Sharona Milfona e compagni si sono proprio salvati in corner: erano due anni due che aspettavo che pubblicassero Elements, visto che è stato uno di quei concerti da incorniciare e riascoltare / rivedere in loop, e il fatto che non si sbrigassero a far uscire un live album e/o DVD mi ha sempre dato ai nervi. L’idea di far uscire un doppio CD + doppio DVD con due concerti, però, è una colossale scemenza: senza entrare nel merito del concerto di Amsterdam, essendo io andato a Elements, i tagli di ottime performance come Never-Ending Story e Our Farewell, oltre che le tre cover Titanium, Summertime Sadness e Granade, mi hanno fatto storcere il naso. Specie perché, considerando l’intento celebrativo del concerto, affidare la retrospettiva alla sola Candles è davvero criminale.
Fatta questa doverosa premessa, partiamo con le considerazioni generali. A livello di suono e missaggio entrambi i concerti sono ottimi: perfetta la resa dei singoli strumenti, dell’orchestra su Elements, il tutto ben amalgamato anche col pubblico, che si sente il tanto da dare quella bella vibrazione live che fa saltare sulla sedia e cantare appresso anche da casa, ma senza disturbare. A livello musicale, la band è pressoché ineccepibile: non ci sono strafalcioni degni di nota e i due nuovi arrivati, Mike Coolen alla batteria e quel grandissimo gnocco di Stefan Helleblad alla chitarra, spaccano tantissimo sia sui pezzi nuovi che sui vecchi. Sharon come cantante è quella che è: ha i suoi limiti tecnici e gli errori che si porta avanti un po’ da sempre, ma non è nulla che comprometta la sua performance al punto da renderla inascoltabile; e comunque, compensa le carenze tecniche con la sua proverbiale espressività. Delle due esibizioni, la migliore è sicuramente Elements: Sharon è in forma perfetta, sicura sia sulle note più basse nelle canzoni nuove che sul suo falsetto trademark sui classici. Addirittura, le performance di canzoni come Candles e The Promise sono probabilmente le migliori di sempre. Il discorso peggiora leggermente nel concerto di Amsterdam: lì la troviamo più affaticata e roca, specialmente nelle canzoni più aggressive, e migliora per lo più sul falsetto o nelle canzoni acustiche. Anche qui, comunque, nulla che comprometta l’esibizione nel complesso: ci sono imprecisioni, ma non si ritrova mai davvero senza fiato o visibilmente stonata come certe colleghe.
Per quanto riguarda la setlist e gli arrangiamenti, dei due concerti il più interessante è senza dubbio Elements: la Novecento Orchestra fa un ottimo lavoro, equilibrato e mai sopra le righe perfino su canzoni moderne come Faster o Sinéad, e gli arrangiamenti di molte canzoni già presenti su Black Symphony sono leggermente diversi, rendendo il tutto interessante anche per chi conosce quel DVD a memoria. In più, ai tagli selvaggi sono sopravvissute alcune chicche come una bellissima The Last Dance riarrangiata completamente, una commuovente Say My Name, la già citata Candles e una Sinéad più dance che mai con tanto di mirrorball sul palco. Notevole anche Stand My Ground, una canzone che notoriamente non amo ma che qui spacca da morire. Una pecca (che fu anche del concerto) è l’assenza di Restless che, data l’occasione, fa sentire il suo peso, ma limitandoci strettamente a ciò che è stato suonato non c’è da lamentarsi. Del concerto di Amsterdam sono interessanti per lo più le canzoni di Hydra, specialmente Edge Of The World con i vocalizzi in falsetto di Sharon e un bellissimo lavoro di chitarra sul bridge, e Covered By Roses, che si è rivelata una canzone perfetta dal vivo; ma anche le due piccole perle acustiche verso la fine, Whole World Is Watching e Sinéad.
Nel complesso, quindi, il doppio CD/DVD vale l’ascolto/visione e anche l’acquisto. Certo, sarebbe stato meglio avere i due concerti per intero e ognuno per conto loro, ma ciò che abbiamo non fa di certo schifo.
Preferite (Elements): Say My Name, The Last Dance, Candles
Preferite (Amsterdam): Covered By Roses, Edge Of The World, Sinéad