Monday, 19 May 2014

Il ritorno dei sogni creepy

È parecchio tempo ormai che non faccio sogni abbastanza articolati e interessanti da farmi venire voglia di annotarli per ricordarli dopo che mi sveglio. Stanotte ne ho fatto uno lungo e che ricordo molto dettagliatamente, dato che continuavo a svegliarmi e riaddormentarmi con la mente ancora focalizzata su di esso, così che mi sono rimasti impressi molti punti prima dei risvegli, ma la storia è andata avanti più o meno coesa. E, tanto per cambiare, c’era di mezzo una delle mie artiste preferite, ma quello ormai è un classico.

Era ambientato in un palazzo di epoca teresiana con un grande giardino situato nella periferia di Trieste, e sulle prime si trattava di un film che avevo già visto ma non ricordavo molto bene. Ovviamente, come capita in questi casi, mi sono trovato io stesso nel film e della storia, conoscendo alcuni degli avvenimenti futuri perché, appunto, l’avevo già visto, ma senza ricordare tutto.
Ebbene, mi ritrovo nel giardino della villa e, camminando, passo vicino a un albero piuttosto vecchio ma apparentemente normale; solo che, dalla visione del film, ricordavo che in realtà maledice le persone e le fa scomparire. E in modo creepy: penetra nei loro incubi e le costringe a sognare di scomparire; se il sogno si ripete per tre volte, la mattina i letti vengono trovati vuoti, le persone scomparse. Alcuni degli ospiti della villa (che, presumibilmente, avevano passeggiato vicino all’albero) sono già scomparsi, e io ricordavo dal film che alla risoluzione del mistero, l’ultima vittima viene ritrovata dentro il tronco ancora mezza viva, in un’agonia orribile, attorcigliata fra le schegge di legno e sanguinante, mentre l’albero consuma lentamente la sua vita. Ovviamente, voglio evitare a tutti i costi di fare una fine simile, per cui, dopo le prime due notti in cui sogno (dentro il sogno) di scomparire, la terza riesco a svegliarmi in tempo, prima di sparire, e riesco così a sfuggire momentaneamente alla maledizione.

Nella scena successiva, l’albero ha bisogno di assorbire più energia dalle persone in modo da potermi sopraffare e mantenermi addormentato fino al momento della sparizione; altre persone in città iniziano a fare gli incubi e sparire nei letti, e io decido di indagare. Sul bus che scende in centro, vedo che alcuni passeggeri schiacciano un pisolino e ogni volta che mi volto vedo che i sedili vuoti aumentano. Ricordando dal film che su quel bus c’era un pericolo, prenoto la fermata e mi precipito verso la porta per non addormentarmi anche io. Ci riesco, ma per farlo passo accanto a una bambina che tiene in mano un vaso con dentro un bonsai. Lei cerca di seguirmi, ma le porte si chiudono davanti a lei: io, ricordando che è lei la causa delle sparizioni in città perché il bonsai è un pollone dell’albero, le faccio un gestaccio di vittoria, e lei mi fissa con occhi vitrei e assenti. E questo è stato uno dei momenti più creepy dell’incubo, di cui ricordo ogni dettaglio: capelli neri con la frangetta, pelle bianca con le lentiggini, un vestitino bianco a fiorellini rossi, un nastro fra i capelli, e quegli occhi, le cui pupille erano dello stesso azzurro intenso e lattiginoso delle iridi.

A quel punto, mi ritrovo nel palazzo e scopro che anche Leandra, la cantante bielorussa, è stata maledetta dall’albero e si è appena svegliata di soprassalto dal terzo sogno, prima della sparizione. Ci consultiamo, ma io non so cosa fare perché non ricordo la fine del film: so che per qualche motivo l’albero ci vuole in particolar modo e non mollerà la presa, ma non ricordo cosa fare per evitarlo. A peggiorare le cose, entrambi non dormiamo ormai da troppo (per non sognare di scomparire), e iniziamo ad averne davvero bisogno, mentre la ragazzina continua a cercarci per farci addormentare maledicendoci di nuovo con il bonsai. Non ci resta che andare a cercare il proprietario della villa, che so essere implicato nella faccenda: visto che lui si rifiuta di dirci qualcosa, Leandra lo tortura soffocandolo e sbattendogli ripetutamente la testa contro la scrivania con la telecinesi. A quel punto è chiaro: siamo due ESPer. Leandra è una telecineta e io sono un veggente (il motivo per cui “ricordo” le cose come in un film è che in realtà intuisco il futuro), e l’albero ci vuole perché, in quanto ESPer, gli forniremmo energia più a lungo.
A quel punto, mi telefona la Mater con una soluzione temporanea per recuperare il sonno: dobbiamo cogliere dei rami di betulla, intrecciarli e metterli intorno al cuscino. La betulla è infatti l’albero nazionale della Bielorussia, e non lascerebbe mai che accadesse del male a qualcuno di sangue bielorusso: i suoi rami farebbero da barriera all’altro albero. Leandra ed io riusciamo a procurarci i rami e, per un soffio, a non farci vedere dalla ragazzina creepy. Ci chiudiamo in una camera, spranghiamo porte e finestre in caso ci abbia seguiti, tiriamo le tende e iniziamo a intrecciare i rami per poter dormire un po’ prima di capire come rompere la maledizione.

A quel punto, ovviamente, mi sono svegliato. E sinceramente, con gli occhi di vetro della ragazzina puntati addosso, non avevo più tanta voglia di riaddormentarmi per l’ultima puntata.
Non so bene cosa fare di tutto ciò. Il sogno l’ho per prima cosa trascritto in inglese e lo manderò via messaggio privato su Facebook a Leandra: chissà che non le ispiri un po’ di musica. A ripensarci, sarebbe interessante scrivere un racconto sfruttando proprio la tecnica del “ho visto il film” che poi si scopre essere precognizione, ma dovrei decidere come finire la soria e, soprattutto, capire come far funzionare la narrazione in modo da anticipare solo quanto basta senza svelare subito tutta la trama. L’albero deve nascondere qualche segreto più particolare per essere interessante. Oppure posso fare come con Rose Red: si sa che la casa è malvagia, sono gli eventi successivi a mantenere col fiato sospeso. Chissà. Ci penserò.

Saturday, 19 April 2014

C’è chi piange le statue e chi aiuta i bisognosi

Ieri sera non volevo uscire. La Mater, che pure era poco convinta, alla fine mi ha praticamente trascinato alla processione del Venerdì Santo perché voleva scattare delle foto e le serviva la mia assistenza.
Invece che girare a vuoto come pensavamo inizialmente, abbiamo trovato un muretto sul quale farla arrampicare per scattare da sopra la folla, e lì ci siamo fermati. Io sono andato avanti a vedere se la processione era almeno uscita dalla cattedrale, e lungo la strada sono entrato in un bar e ho preso due bottiglie di birra. Non avevo in programma di farlo, ma le ho prese.
La serata era ventosa, la birra era fredda, la Mater ha iniziato a rabbrividire e mi sono offerto di fare un salto a casa a prenderle un berretto e un plaid per l’attesa. Fra l’altro, lei non voleva tutta la sua birra, così ho tracannato la mia più velocemente per non girare con due bottiglie come un deficiente.
Lungo la strada ho visto un cassonetto, ho attraversato la strada scolando la bottiglia, ho aperto lo sportello e ho buttato dentro il vetro.
Per pura combinazione, avevo dimenticato l’iPod e non ascoltavo musica.

Questa serie di coincidenze assolutamente estemporanee è ciò che mi ha portato a sentire un miagolio sottilissimo provenire da una delle buste nel cassonetto. Dentro, in mezzo a vaschette di plastica lerce, pezzetti di cemento e avanzi marcescenti dell’agnello pasquale, loro due.

Penso di non essere mai entrato così nel panico – in primo luogo perché dovevo indovinare in quale busta si trovasse chiunque stesse miagolando. Con la processione in corso, i carabinieri che ho prontamente chiamato non avevano uomini a disposizione per occuparsi della faccenda, così ho avvisato la Mater e sono corso a casa con la busta in mano. A un’ispezione più accurata, ho scoperto che i due micetti, aggrappati l’uno all’altro perché la sera era davvero fredda, avevano ancora la placenta attaccata. Così, improvvisandomi ostetrica, l’ho tagliata via, ho raccolto la busta degli orrori, l’ho buttata, ho sistemato loro in un giaciglio ricavato con gli stracci di una vecchia federa in flanella in una scatola di scarpe, ho lavato il pavimento come un ossesso e ho cercato di decidere cosa fare. Il tutto con Katia al telefono, che tentava di farmi calmare almeno un po’.
Quando la Mater è finalmente rincasata e le mie mani hanno smesso di tremare, tre cose erano chiare:
• Visto che la mamma gatta non aveva ancora nemmeno avuto il tempo di mangiare la placenta, i cuccioli erano nati da pochissimo, questione di ore al massimo.
• Sicuramente, chi li ha impacchettati in mezzo al lerciume e buttati nel cassonetto, l’ha fatto lungo la strada per la processione del Venerdì Santo, che un’ora dopo è passata proprio lì davanti.
• Il mio bisogno impellente di gettare via la spazzatura e ripulire il pavimento della cucina era dovuto allo schifo associativo che avevo per chi l’aveva maneggiata prima di me.

Passata l’emergenza numero uno, ovvero mettere i micini al caldo, io mi ero passabilmente calmato; la Mater ha invece colto l’occasione per sperticarsi in un po’ di drama mentre decidevamo come arginare l’emergenza numero due, ovvero nutrirli tutta la notte. Per prima cosa, abbiamo rovistato tutta casa e trovato una siringa ipodermica, per poi scaldare un po’ di latte (purtroppo vaccino, ma era il meglio che potessimo trovare a mezzanotte e dieci del Venerdì Santo) diluito con acqua dietro consiglio di Katia. E così, è partita l’odissea, ripetutasi ogni due ore e mezza, di tentare di sfamare i trovatelli sperando che non si affogassero col latte, visto che con ogni probabilità non avevano nemmeno mai succhiato la mammella della gatta.
Non senza problemi (e ulteriore drama della Mater), siamo riusciti a insegnare loro a ciucciare il latte dalla siringa, a fare i bisognini, e abbiamo tirato fuori la borsa calda (piena di semi da scaldare al microonde) per rendere il giaciglio più confortevole. Intanto, ci siamo arrovvellati per decidere cosa fare, visto che farli sopravvivere per tutto il week end di Pasqua sembrava un’impresa disperata.
È stata sempre Katia, non appena la Mater si è coricata, a contribuire alla risoluzione del problema, trovando una clinica veterinaria a Sassari aperta 24/7 festivi compresi: la veterinaria, dopo avermi fatto il terzo grado su cosa stavamo dando loro, mi ha dato il nome degli Amici di Maia, un’associazione di volontari di Porto Torres, sulla cui pagina Facebook c’era un numero da chiamare. Ottimo, almeno un punto di partenza per cercare di fare qualcosa, la mattina dopo.

La notte è stata ovviamente un inferno, perché oltre alla pappa ogni due ore e spicci, i gattini mi hanno tenuto sveglio miagolando continuamente – durante una delle mie ispezioni li ho trovati tutti e due aggrovigliati in un filo della vecchia federa – tanto che, dopo la terza pappa, mi sono coperto le orecchie col cuscino per riposare almeno un po’. Fortunatamente, di mattina loro sembravano stare bene ed erano anche cresciuti, il che significa che non stavano patendo la fame.
Dopo colazione, ho iniziato il giro di telefonate dall’associazione di Porto Torres, che mi ha indirizzato a una di Alghero, gli A-mici di Matisse, le cui volontarie non avevano però una mamma gatta che avesse appena partorito e non potevano prendere altri micini. Da lì, il passaparola su Facebook, il giro di telefonate ai pochi amici che ho ancora ad Alghero, e poi sono andato a comprare il latte in polvere, un biberon, e ad attaccare volantini in tutti i negozi di animali che mi venivano in mente. E anche sul muro vicino al cassonetto incriminato.
Per farla breve, verso l’ora di pranzo gli A-mici di Matisse hanno trovato una neo-mamma gatta a Sassari e una volontaria si è offerta di venire a prendere i cuccioli e portarli. In una profusione di ringraziamenti in cui è entrato anche San Francesco (il santo amico degli animali), i micetti sono partiti, e gli ultimi aggiornamenti dicono che la mamma li ha adottati assieme ai suoi cinque cuccioli. Insomma, lieto fine.

Ora, il fatto che mamma Lilli si stia prendendo cura di loro è un sollievo, sono davvero contento di essere riuscito a salvarli e sistemarli, e la solidarietà che i micetti hanno riscosso su Facebook mi ha ridato un po’ di speranza nell’umanità. Ma mi resta un’amarezza e una rabbia che non hanno limiti.
Alcuni motivi sono ovvi: una gatta è una responsabilità, se non si vogliono cuccioli la si può sterilizzare; due cuccioli sono anche pochi, e non sono un dramma da gestire, visto che per le prime settimane se ne occupa la mamma, e c’è quindi tutto il tempo per cercare qualcuno che li adotti; e strapparli via così, appena nati, con ancora la placenta, è inqualificabile.
E poi ci sono quelli meno ovvi. Perché siamo nel paese della carità cattolica, perché con ogni probabilità, il qualcuno che ha messo questi gattini in un sacchetto di plastica, l’ha legato e l’ha buttato in un cassonetto, è poi andato alla processione e, vestito a lutto, ha seguito il corteo funebre allestito per un feticcio di legno, magari recitando il rosario con le lacrime agli occhi per il triste destino di qualcuno che forse non è nemmeno mai esistito, sentendosi probabilmente un cristiano irreprensibile.
E intanto, a preoccuparsi per delle vite vere, messe deliberatamente a repentaglio dal cristiano irreprensibile di cui sopra, siamo stati la Mater e io, una che prende con le pinze l’intero baraccone religioso e un ateo.
Probabilmente è la tempistica ad avermi fatto così incazzare, e se già consideravo la processione del Venerdì Santo un feticismo che sfiora il malato, adesso mi fa rivoltare lo stomaco. Perché di gente che piange i feticci di legno e ignora chi sta intorno ne ho vista fin troppa, e anche se generalizzo, anche se sono ingiusto verso chi, come la volontaria dell’associazione, mentre ringrazia San Francesco per aver protetto i gattini si scomoda personalmente, rinuncia a passare il Sabato Santo in famiglia, prende la macchina e li porta da una gatta che possa salvarli, non posso non trovare l’ennesima conferma che questa sentita partecipazione ai drammi religiosi non sia altro che una posa. Che non è la fede a fare una brava persona, e anzi, i casi in cui maschera il marciume sono probabilmente la maggioranza.
Non posso colpevolizzare tutte le persone alla processione, me ne rendo conto, ma forse, invece che sentirsi buoni pregando e piangendo le statue, potrebbero farlo guardandosi di più intorno e cercando chi di lacrime e aiuto ha bisogno davvero.

E personalmente, se proprio volessi credere in qualcosa, preferirei pensare che in questa storia c’è lo zampino di Murka. Che lei ci ha spinti a uscire, mi ha messo quella birra in mano, mi ha fatto dimenticare l’iPod, mi ha fatto passare per quella strada.
Anche perché i due gattini hanno il pelo lungo e rosso come il suo.

Monday, 7 April 2014

Un week end a Hamar

Se dovessi rispondere alla domanda “cosa è successo questo week end a Hamar?”, non saprei da che parte cominciare.
Una risposta molto semplificata sarebbe “ho visto un ottimo live di una delle mie band preferite e trascorso momenti da backstage con alcuni dei miei musicisti preferiti e la mia cantante preferita; che mi ha ospitato”, ma tutto ciò è davvero riduttivo. Sarebbe più corretto dire che ho trascorso un week end assieme a ottimi amici che, oltre ad essere persone magnifiche, sono anche, incidentalmente, la mia cantante e alcuni dei miei musicisti preferiti.
Da questo punto di vista, il mio week end in Hedmark è stato la completa decostruzione del mio rapporto fan-artista con i Theatre of Tragedy e i The Crest, a partire dal fatto che, nella pratica, non sono partito per un concerto, ma sono stato invitato a una festa di compleanno. Il gradino fra platea e palco è stato azzerato e ho conosciuto davvero la band che ci suona sopra, non come artisti ma come persone. In carne ed ossa, come me.

E i momenti da fan non sono mancati: ho parlato con Kristian dei The Crest, di alcune canzoni in cui mi vedevo molto, del significato di alcuni testi dei The Black Locust Project. Con Hein abbiamo parlato dell’ultimo tour dei Theatre of Tragedy, degli album, delle demo del 1994, del rapporto che la band ha con Assembly. E l’ultima sera, con Nell, ci siamo seduti sul divano e abbiamo sfogliato la sua cartella con tutte le cose dei Theatre of Tragedy: le mail, i testi delle canzoni, quelli delle demo, i momenti più belli, quelli più brutti. Ma non mi sentivo come un fan che chiedeva le cose ai suoi musicisti preferiti, quanto come fra amici con una passione in comune – una che loro portavano avanti attivamente.

E poi ci sono stati i momenti in cui abbiamo parlato di noi, delle nostre famiglie, di dubbi e incertezze, di cose di cui parlano le persone normali. Il momento in cui abbiamo fatto colazione tutti assieme – con la marmellata di ribes rossi e quella ale fragoline selvatiche confezionate in casa da Nell; quello in cui ho fatto due chiaccheire con sua figlia per farle esercitare un po’ l’inglese. E il pomeriggio in cui siamo saliti in macchina e mi ha mostrato Hamar, il centro, la Domkirkeruinene e la ricostruzione del villaggio originario da cui è nata la città.
Ed è vero, la prima sera mi ci sono volute un paio di birre prima di scuotere via la sensazione di provenire da due mondi completamente diversi – loro, e Nell in particolare, da uno al quale non ero degno di accedere – ma mi ritengo davvero fortunato ad aver fatto amicizia con la mia cantante preferita e la sua famiglia. A poterci fare due chiacchiere senza meet & greet e pressione dei concerti. A sapere che è felice anche se non pubblica più album in cui canta.
Oh, e sono sempre più convinto che la Norvegia è la mia vera patria. Prima o poi ce la farò, ad andarci a vivere.

Tuesday, 25 March 2014

Tafofilia portaci via

Retrospect by GothicNarcissus
Cinque anni sono un mucchio di tempo. Le persone crescono, i look si affinano, gli entusiasmi adolescenziali si calmano, alcune cose diventano ricordi un po’ imbarazzanti di cui ridacchiare meravigliandosi della propria ingenuità, altre abitudini superate da rivivere divertendosi e con spirito kitsch… ma le persone non cambiano mai davvero.
Non c’è quindi da sorprendersi se una delle cose che io e Gin abbiamo fatto in questi due giorni, nel rivederci per la prima volta da gennaio 2009, sia stata una gita nei cimiteri triestini con caccia alle tombe più interessanti come ai vecchi tempi dei pic nic con panino al salame a Highgate e Abney Park (stavolta senza foto, visto che piovigginava). E ovviamente ci siamo divertiti un mondo e, nel raccontarci tutto ciò che ci è successo negli ultimi cinque anni, abbiamo rivissuto un sacco di ricordi comuni a cui siamo affezionatissimi, ripensato alle nostre vecchie foto assieme e agli amici che avevamo e abbiamo in comune. E alcune cose ce le siamo raccontate davanti a due faraonici gelati di Grom e poi in punta al Molo Audace, ché anche le nuove passioni meritano considerazione.
Foto random chiesta a una vecchietta random
E devo dire che è bello rivedere dopo tanto tempo una persona a cui voglio un mondo di bene e notare che siamo entrambi cambiati, cresciuti, forse un po’ più disillusi su molte cose, ma che siamo sempre gli stessi. O forse non proprio, forse siamo solo cresciuti nella stessa direzione e quindi siamo rimasti estremamente compatibili. Anche se cinque anni fa non avremmo mai immaginato di incontrarci struccati (io) o con poco trucco (lei), o di passare un pomeriggio al sole perché all’ombra fa troppo freddo.
Alla fine, checché ne dicano i detrattori delle amicizie “virtuali”, l’essenza di un legame forte è proprio questa: scriversi anche se non ci si vede spesso, magari anche perdersi di vista per qualche tempo, ma accorgersi che quando ci si ritrova è come se non fosse passato un giorno dall’ultima volta. Eppure, essere arricchiti dalla vita che è trascorsa nel frattempo, avere nuovi argomenti di cui parlare e accorgersi che l’amicizia ha nuove basi su cui continuare.
Sì, ieri e oggi sono stati due pomeriggi che mi hanno scaldato il cuore nonostante l’improvviso ritorno d’inverno. Gin, ti voglio bene.

Sunday, 23 March 2014

Oki mon amour

Se per puro caso il tempo volesse decidersi e smettere di passare dal gelo mattutino che mi obbliga a imbacuccarmi, al caldo del primo pomeriggio che mi fa sudare, e poi nel giro di un gelato da Grom di nuovo al freddo tardo-autunnale che mi fa gelare il sudore addosso come ieri a Bologna, magari gli sarei grato. Essere sotto Oki in un periodo in cui ho una vita sociale insolitamente attiva, circa tre centinaia di foto da postprodurre per un lavoro pagato, sto fuori città ogni week end e ho un viaggio in Norvegia tra due settimane non è proprio il top.

Raffreddore a parte, il periodo frenetico mi sta stimolando molto. Lo scorso week end ho fatto un salto a Milano per fare le foto al Game of Thrones Official Italian Cosplay Group e per fare il cosplay di Lucius Malfoy per un gruppo su Hogwarts ai tempi dei Malandrini (che ha implicato parrucca biondo platino e barba bleachata), oltre a un giro per locali con Fra e Ale, e qualche fotina sparsa con Stefano. Fra l’altro, a forza di postprodurre foto dei personaggi penso che finirò per guardare il telefilm a breve. E probabilmente anche a fare il cosplay di Ser Loras Tyrell, sotto le pressioni di BriarRose. Castano lo sono, bello e finocchio pure, la BriarRose ha promesso di farmi il costume, quindi dovrei solo farmi i boccoli, riempirli di lacca e sperare che tengano per un giorno. L’idea mi intriga.
Questo week end invece ho falto un salto a Ferrara e poi Bologna per, rispettivamente, la cena di laurea della Nipota e un pomeriggio con Ayl Rose, in Italia per una fiera del libro a cui sta partecipando per promuovere il libro per bambini che ha illustrato  lo scorso inverno. E domani e dopodomani ho in programma di uscire con Gin, che è venuta a Trieste, dopo anni che non ci vediamo.

Il motivo per cui vado in Norvegia è invece riassumibile col fatto che mantengo sempre le mie promesse. O per lo meno quelle che faccio a Nell, visto che l’avevo minacciata che al primo concerto dei The Crest avrei preso un aereo e sarei salito in Norvegia a sentirli. E in realtà è stato Kristian Sigland, suo marito e chitarrista dei The Crest, a invitarmi per il suo compleanno, durante il quale lui e Nell si esibiranno con la band, ma la sostanza non cambia: mi farò un week end fuori, starò loro ospite un paio di giorni e sarò una fangirl molto, molto felice. Ergo devo proprio far passare il raffreddore, quindi sono ufficialmente fidanzato con l’Oki. Lui non delude mai.

(Ps: sono vagamente isterico in attesa della puntata di Once Upon A Time di stanotte. Cristo, ancora due ore!)

Sunday, 23 February 2014

O forse no

Incredibilmente (o forse no), eccoci ancora qui. A quanto pare, nonostante le navi a grandezza naturale scarrozzate in giro per i festival metal, i Vichinghi non sono poi molto più affidabili dei Maya in quanto a predizioni. Scommetto che in casa Espenæs-Krull ci saranno rimasti male. E per fortuna, aggiungerei: il mondo non può finire prima della terza stagione di Once Upon A Time, e che cavolo.
Peraltro, anche l’henné è rimandato perché i capelli fanno ancora swishhh che è una meraviglia e non danno segni di avere le scagliette abbastanza aperte. Considerata la manutenzione che richiedono, è una fortuna che si sporchino così lentamente, fare lo shampoo ogni due o tre giorni sarebbe un problema non indifferente.

Altra cosa che è rimandata è il post su Hydra dei Within Temptation che avevo promesso: mentre ero ancora fresco di ascolti non ero molto dell’umore per via di Murka, e nel frattempo lo sto talmente divorando che non penso che riuscirei più a scrivere un pezzo oggettivo senza che le emozioni e ricordi che ci ho nel frattempo collegato si mettano in mezzo: come faccio a parlare lucidamente di Dog Days se è praticamente diventata la colonna sonora di queste ultime tre settimane? Quindi, il post è rimandato a tempo indeterminato e probabilmente se ne resterà nelle bozze fino a che non lo cancellerò proprio.

In tutto ciò, sono davvero stanco di sentirmi così: un po’ vuoto, un po’ tetro, un po’ triste, un po’ di nuovo vuoto. Elaborare il lutto non è proprio cosa per me. Beh, gestire le emozioni in generale non lo è. Fortuna che hanno inventato il comfort food. Credo che a breve approfitterò dell’offerta sulle scatole di cioccolatini natalizi belga di Volo (il posto dove prendo il mio upper-class junk food preferito). Oh, screw complexion, tanto non sono nemmeno nell’umore di farmi foto.

Thursday, 20 February 2014

Doomsday

In caso vi fosse sfuggita la notizia, questo week end moriremo tutti. Pare infatti che alcuni studiosi della cultura vichinga abbiano interpretato dei segni assolutamente non circostanziali (fra cui, presumo, la chiusura per ferie della Grande Shanghai a Trieste) e calcolato che, secondo i nostri nerboruti metallari ante-litteram, il Ragnarøk, il crepuscolo degli dei, sia fissato per sabato 22 febbraio 2014. Già immagino celebrazioni in costumi storicamente accurati a casa Espenæs-Krull in vista dell’evento. Ma mentre aspettiamo che Fernir si liberi e ammazzi Odino, ecco un breve excursus sulle apocalissi a cui sono sopravvissuto negli ultimi dieci anni, che preferisco postare ora perché non so se nell’Yggdrasil, in cui andremo a rifugiarci, c’è il wi-fi.

Tralasciando i giorni del giudizio customizzati per le piccole sette (che potete trovare qui) e limitandomi a quelli con una risonanza mediatica più globale, credo che il conteggio si mantenga attualmente intorno ai nove, con il prossimo come decimo. Nell’ordine:

• Luglio 1994, con la cometa Shoemaker-Levy 9 che si schiantava su Giove. Ho seguito la vicenda perché ero già appassionato di astronomia, riguardando la videocassetta di Piero Angela sull’evento a più riprese perché le animazioni computerizzate dello scontro erano proprio fighe. E ho disegnato un sacco di volte la cometa. Deve essermi sfuggito che un evento a circa cinque unità astronomiche da noi potesse avere ripescussioni catastrofiche, e probabilmente è sfuggito anche alla Terra.
• Il 1999, profetizzato nientemeno che da Michel de Notredame, aka Nostradamus, noto per la sua affidabilità, specialmente sulle date precise. Nessun re del male è arrivato, il livello di inquinamento dei fiumi è rimasto quello di sempre e il millennio non ha fatto finire nulla. Beh, fortuna: avevo un viaggio in Austria da fare per vedere l’eclisse di sole ed ero impegnatissimo a portare la mia squadra di Pokémon al livello 100!
• Sempre il 1999 con il Grand Cross, l’allineamento dei pianeti nello stesso quadrante del del Sistema Solare. Questo me l’ero perso del tutto, ma Kaori Yuki l’ha infilato nella trama di Angel Sanctuary, per cui si merita una menzione.
• Il 2000, con un altro allineamento, stavolta di Mercurio, Venere, Giove e Saturno, e ovviamente col Millennium Bug. Inutile dirlo, nessun segno dai pianeti, né dai computer. E dire che io e il mio amichetto del cuore Roberto avevamo passato l’anno precedente impegnati in accesi dibattiti sulle conseguenze del Millennium Bug.
• Il 2001 è in realtà la versione 2.0 del 2000. C’era chi sosteneva che lo 0 non fosse un anno, ma un momento nel tempo, e che il primo millennio fosse iniziato con l’anno 1 (il che, in effetti, ha senso). Quindi il 2000 era l’ultimo anno del Secondo Millennio e il Terzo sarebbe effettivamente iniziato col 2001. Apocalisse rimandata di un anno, quindi, ma di nuovo nulla di fatto.
• Il 10 settembre 2008 e l’accensione dell’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra. I media nazionali hanno la brutta caratteristica di bagnarsi copiosamente le mutandine ogni volta che c’è da fare pseudo-scienza, per cui si sono buttati come ninfomani sulla notizia e hanno strombazzato ai quattro venti quanto il tutto fosse pericoloso. In quel periodo ero terribilmente depresso, quindi ammetto di averci sperato davvero, un po’. Che delusione, come tutte le volte.
• Nel 2011 ci sono state tante apocalissi che le si poteva mangiare col culo (colorita quanto efficace espressione russa), fra cui ricordo il 21 maggio. Quella burlona della Terra si è pure lasciata sfuggire una puzzetta sotto forma di eruzione vulcanica (cit.) in quel periodo, ma ha deciso che era troppo pigra per capovolgere i poli magnetici e poi esplodere.
• L’11/11/11, perché le date fighe sono il nuovo nero e si abbinano con qualsiasi apocalisse.
• Il 21 dicembre 2012, che ho trascorso facendo shopping natalizio con la Mater e riaprendo il blog, è stato una colossale delusione. Dai, con tutto il risalto mediatico che ha avuto, nemmeno un terremotino? Una meteorina che arriva a terra e sfonda una macchina? Un diluvietto? No, cavolo, era pure soleggiato e tiepido! Maya fail.

Per quanto riguarda l’imminente Ragnarøk, l’unica previsione che posso fare è che avrò i capelli sufficientemente sudici da potermi fare l’henné (mi hanno spiegato che devono essere sporchi perché così le scaglie sono tutte aperte e fa presa meglio). Per cui, se il mondo sopravvivrà avrò i capelli lucidi e splendenti (faccio quello neutro solo per rimpolparli un po’). In caso contrario, pazienza, ci spalmerò sopra la linfa dell’Yggdrasil sperando che abbia proprietà analoghe.

Oh, in tutto ciò sono più propenso a credere ai Nero, che indicano il 21 dicembre 2808 come Doomdsay. Dai, come può una canzone così figa non azzeccarci?

Saturday, 15 February 2014

Paramenti funebri

“Widow’s weeds” significa paramenti funebri, quegli abiti elaborati ed eleganti quanto scomodi che le vedove vittoriane, la regina in primis, si dovevano trascinare fino alla tomba alla morte del marito. Ci si aspetterebbe che un album con questo titolo (Tristania, 1998) sarebbe diventato la mia colonna sonora preferita in questo periodo, un grande funerale musicale perfettamente sintonizzato con il mio stato emotivo. E che avrei continuato con Sirenia, Draconian e compagnia funebre cantante.
Ebbene, stranamente sto trovando molta più consolazione nel pop che non nella patria di tutti i lutti musicali. Probabilmente, perché l’approccio diaristico delle cantautrici suona molto più genuino delle pompose parate celebrative del gothic metal: una Emilie Simon che piange delicatamente il fidanzato morto realmente ha un’autenticità che, per forza di cose, manca alle pallide maghette di Morten Veland, per non parlare dei suoi testi che continuano a rimestare il tema dopo un decennio e mezzo e finiscono per sembrare ancora più forzati e artificiosi. (Discorso a parte va fatto per Anders Jacobsson, che affronta il tema con molta più classe e intelligenza, ma ancora un po’ troppo ostentatazione; idem Amy Lee, più genuina ma ancora esageratamente tragica).

Sto cercando di dare alla musica un valore terapeutico perché, tanto per cambiare, sto reagendo al dolore rimuovendolo. In questi giorni non sento letteralmente nulla. Mi comporto quasi come se la morte di Murka non mi appartenesse già più, ma per farlo mi sono distaccato completamente dalle mie emozioni. Non ho voglia di impegnarmi in nulla, non ho voglia di parlare, me ne sto per lo più seduto a fissare il vuoto e sto scrivendo questo post, cuore in mano, solo perché sono a letto, non riesco a prendere sonno e il cellulare, su cui sto annotando tutto, non mi permette di navigare su Facebook in cerca di oppio virtuale.
A volte, vorrei davvero essere più onesto nell’ammettere che ho bisogno di provare dolore per sentirmi vivo.

Friday, 14 February 2014

Welcome to Engagedland

Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che... che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici.

Una cosa che mi urta parecchio del relazionarmi con le persone è il loro presupporre che tutte le mie miserie derivino dal mio essere single, come se trovare il Principe Azzurro fosse la panacea ad ogni male. Perfino (e anzi, soprattutto) i miei amici più stretti.
Sei depresso? Trovati qualcuno. Sei improduttivo? Trovati qualcuno. Ti è morta la gatta? Trovati qualcuno. Non sai da che parte cominciare a rimettere ordine nella tua vita? Trovati qualcuno. Vuoi smettere di essere meschino col resto dell’umanità per sentirti meno solo nella tua tristezza? Trovati qualcuno.
Ok, posso ammettere l’effetto placebo del fidanzamento, che costituisce una novità in una situazione stagnante e può dare un incentivo a scuotersi un po’, ma non è una soluzione di per sé. Passata la novità, cosa resta?
Meno tempo ed energie per lavorare su se stessi (non era una domanda retorica), visto che vanno ad aggiungersi alle proprie magagne anche quelle del partner. Una parola fuori posto e parte il dramma, un ex che si rifà vivo innesca una scenata, uno sguardo più lungo del dovuto ed ecco la gelosia, il tubetto del dentifricio lasciato aperto sarà rinfacciato al momento opportuno. Di fronte ai miei amici neofidanzati che millantano le gioie dell’innamoramento come antidepressivo naturale e poi si ritrovano a bisticciare per le più futili motivazioni, la mia risposta standard è diventata:
Welcome to Engagedland.

(Con tanto di arcobaleno di WhatsApp).
Perché siamo onesti: le paturnie di quando si era single sono forse magicamente svanite? No.

Sono d’accordo, una storia può essere un piacevole intermezzo mentre si cerca di fare un percorso di autoanalisi e migliorare le proprie debolezze, ma non certo il mezzo privilegiato per farlo. Paul Varjak può riempirsi la bocca quanto vuole sul fatto che si “debba” appartenere a qualcuno per convincere Holly a sganciargliela, ma non è una condizione necessaria per la realizzazione dell’essere umano. Se non si sta bene con se stessi c’è poco da fare.
A questo proposito, nonostante la mia non ottima opinione della psicologia e della sua catalogazione rigorosa delle emozioni, ho trovato molto illuminante la ruota di Plutchik, uno schema che riassume lo spettro emotivo umano in otto emozioni primarie fra loro opposte – gioia e tristezza, fiducia e disgusto, paura e rabbia, sorpresa e anticipazione – che possono avere vari gradi di intensità – la gioia può diventare estasi o semplice serenità, la tristezza lutto o malinconia, eccetera – e che, mischiandosi fra loro, costituiscono altre emozioni “derivate”. Insomma, basta vedere lo schema di cui sotto per farsene un’idea (grazie Wikipedia).
Prendendo il tutto con le doverose pinze, le risposte vengono fuori da sé. In piena tradizione Schopenhauer (leggi, lieve depressione), sono una persona sostanzialmente molto annoiata con occasionali momenti di malinconia (lo strato più sbiadito della parte blu-violetta dello schema), il che mi pone praticamente dalla parte opposta del diagramma rispetto all’ammoreh, il prodotto di gioia e fiducia, che sono il contrario dei miei stati d’animo prevalenti. Detto in soldoni, è fisiologico che non riesca a innamorarmi, visto che emotivamente non potrei trovarmi più distante dalle condizioni necessarie per poterlo fare in maniera costruttiva. Quindi non è che sono triste e annoiato perché non mi innamoro, ma non mi innamoro perché sono triste e annoiato.
Tutto ciò, sono il primo a riconoscerlo, rischia di diventare una perfetta auto-giustificazione per scaricare il “problema” e non preoccuparmi di risolverlo, tanto non posso farci niente perché è una specie di condizione esistenziale del momento, ma anche se la cosa va presa con le pinze (lo ribadisco), è comunque illuminante.
Pur volendo trealasciare malinconia e noia per non suonare melodrammatici, resta il fatto che una delle due componenti fondamentali dell’amore è la fiducia, la quale, per una serie di motivi, non è esattamente il primo sentimento che provo nei confronti dell’umanità. Dubito che la mera accettazione sia sufficiente, mentre se l’ammirazione può trasformarsi in una cotta, pone automaticamente a un livello diseguale con l’altra persona e non è assolutamente un buon presupposto per una relazione. Del resto, ammiro (e mi infatuo di) per lo più sconosciuti, e le cottarelle nate dall’ammirazione si sgonfiano non appena conosco i soggetti in questione e scopro i loro difetti da persone reali; d’altra parte, per fidarmi della gente ho bisogno di una valutazione oculata, a mente fredda, per questo anche l’amore rimane ovattato e al massimo diventa amicizia piuttosto che romanticismo.
Insomma, prima devo liberarmi delle mie magagne, poi potrò pensare a concentrarmi su qualcun altro.

Quindi, partendo dal presupposto che tutto ciò non sia una mia prerogativa esclusiva ma sia invece applicabile un po’ a tutti, cari i miei amici neo-fidanzati convinti di aver trovato il Santo Graal, non solo così facendo non avete risolto i vostri problemi, non solo ve ne siete aggiunti anche altri, ma addirittura i problemi personali non risolti, vostri e della vostra metà, saranno probabilmente la causa della crisi definitiva della vostra coppia quando verranno a galla. Prima di buttarvi fra le braccia di qualcuno, prendetevi un po’ di tempo per lavorare su voi stessi a mente sgombra, senza flirt o cotte di mezzo, e magari incoraggiate la vostra metà a fare altrettanto. Altrimenti, non lamentatevi e…
Welcome to Engagedland.

Sunday, 9 February 2014

Together to be. Toghether, and be.


Murka è morta oggi alle 15:45 circa. Quattro ore fa.

Ha smesso di lottare, semplicemente. Quando è stata male lo scorso ottobre la Mater l’ha portata e riportata dal veterinario per curarla, e nonostante la diagnosi del tumore ai polmoni si era ripresa. Più fragile e magrolina, visibilmente più anziana, ma si era ripresa. Allora temevamo che non l’avrei rivista neanche durante le vacanze di natale, invece è stata con noi fino alla fine dell’anno, fino a quando sono ripartito. È stata bene, ha avuto qualche momento di inappetenza e qualche giorno in cui era più debole, ma era la stessa di sempre, affettuosa, giocherellona e dolce. Anche se forse sentiva che non sarebbe durata a lungo, perché si è lasciata scattare un mucchio di foto nonostante normalmente odiasse la macchina fotografica.
Ha tenuto duro tutto gennaio fino a mercoledì 29, due giorni prima che arrivassi, e da lì ha smesso di mangiare. Per una settimana io e la Mater siamo riusciti a convincerla, anche se con riluttanza, fino a questo venerdì, quando ha iniziato a rifiutare completamente il cibo. Ha smesso di farsi la toeletta e ha passato quasi tutto sabato in una specie di torpore nel suo cesto, alzandosi solo ogni tanto a bere e andare in bagno e gridando di dolore dopo un po’ che camminava.
Ieri notte è venuta a salutarci. Oggi la situazione si è aggravata definitivamente e abbiamo chiesto al veterinario di venire a visitarla a casa. Siamo rimasti con lei fino alla fine. Poi l’abbiamo portata in pineta e le abbiamo trovato un bel luogo.

Onestamente, non so nemmeno dire come sto in questo momento. Sono stanco – davvero tanto stanco – ma a parte quello vado a momenti. Quando mi guardo intorno in casa, la sua presenza aleggia ovunque. Non solo nei giocattoli sparsi per casa, nei cesti in cui dormiva, nel grattatoio, ma anche nelle nostre abitudini: la portafinestra della cucina da lasciare aperta perché è da lì che andava alla lettiera, la porta del bagno chiusa per non farle mangiare le piante, rimettere tutti gli oggetti a posto per non rischiare che li faccia cadere passando, la cautela nel camminare o aprire le porte per non rischiare di calpesterla. E qualsiasi movimento ai lati del campo visivo che mi sembra lei, la macchia scura del maglione sul letto che mi fa voltare la testa. In questi momenti non sto affatto bene.
Poi penso che, date le circostanze e la malattia, il modo in cui se n’è andata è stato il migliore possibile. Volendo fare il sentimentale, potrei dire che si è ripresa, ha regalato a me e alla Mater un natale tutti insieme, e poi mi ha aspettato per salutarmi prima di andare. Prima che Murka si aggravasse, la Mater sperava che, se ci fosse stato un aggravamento, che fosse mentre io non c’ero, così da risparmiarmi di vedere Murka che soffriva e dover prendere con lei la decisione di darle l’eutanasia. Col senno di poi, sono contento di essere stato con lei fino all’ultimo. Siamo sempre stati in tre, ed è in tre che ci siamo salutati. Se dopo essersi aggravata così fosse sopravvissuta fino alla mia partenza, avrei strappato il biglietto: non mi sarei potuto perdonare di essere partito. Avrei passato il resto della mia vita con il rimorso di averla abbandonata nel momento in cui era più fragile e aveva più bisogno di me. Invece sono stato l’ultimo a darle una carezza e un bacio sulla fronte prima che il veterinario le facesse l’ultima iniezione e la ricomponesse.

Spedirla ad un inceneritore in Lazio era fuori questione, così abbiamo trovato un bel posto in pineta, sotto un cespuglio, le abbiamo scavato una tomba, abbiamo gettato le prime due manciate di terra, un fiore ciascuno, poi ci abbiamo messo sopra una bella pietra e tre pigne, come noi eravamo in tre. In quel momento, e quando poi abbiamo fatto un giro in macchina, eravamo almeno un po’ più sereni: abbiamo sempre cercato di darle una bella vita, sia in termini di comfort, sia quanto ad affetto. Penso siano stati sedici anni e mezzo felici per lei.
Ora, senza di lei la casa è vuota. La frase più cliché che possa esistere, ma è vero: da che viviamo qui, lei è stata con noi. L’abbiamo presa due settimane dopo esserci trasferiti, è stata una presenza costante e abituarsi a non averla sarà tremendo. In particolare per la Mater, che ha continuato a vivere da sola con lei per tutti questi anni, ma anche a me farà strano pensare di tornare per le vacanze in una casa in cui lei non c’è. Lei, che era sempre la prima che salutavamo rientrando in casa e l’ultima quando uscivamo, e che con la sua sola presenza dava più conforto di mille parole.

(Ps: non ho la forza di rileggere questo post, sarà pieno di strafalcioni stilistici e cliché mielosi, ma non me ne frega nulla.)

Together by GothicNarcissusYou said, ‘You don’t have to speak.
I can hear you,
I can feel all the things you’ve ever felt before.’
I said, ‘It’s been a long time
Since someone looked at me that way.
It’s like you knew me
And all the things I couldn’t say.’

Together to be.
Together and be.
Together to be.
Together and be.
[ The xx ]