Tuesday, 9 September 2014

Wretched Tart

Mi sono reso conto che mi ricordo a malapena di Wretchie: stanotte mi è capitato il suo profilo fra i suggerimenti di Facebook e, aprendo la foto, mi sono accorto che la sua faccia non mi è più familiare. Un viso sconosciuto, qualcuno che potrei aver visto per strada ma niente più. Non sento nulla: né rancore, né nostalgia, né tanto meno mi viene in mente uno dei tantissimi momenti che abbiamo condiviso, se non mi ci concentro. Il che è assurdo, considerando per quanto è stato uno dei miei migliori amici.

Quando ho riaperto il blog, avevo pensato di riempire quell’anno e passa di chiusura raccontando, parallelamente a ciò che mi succedeva, qualche flashback di quel periodo. Il fatto che non abbia postato per i successivi sei mesi ha ovviamente mandato in fumo l’idea; ma credo che quel periodo sia riassumibile in: non sapevo ancora bene cosa fare della mia vita, così ho continuato a fuggire da me stesso. Quale posto migliore per farlo se non Milano, il Paese dei Balocchi che fanno rima con Phinocchi? Così mi sono fatto spesso il week end a Sfrantaland ospite di Wretchie, appena trasferitosi lì e alla rampante scoperta della sua gaitudo; assieme ne abbiamo passate di tutti i colori. Abbiamo condiviso all you can eat dal cinogiappo, discoteche, pub, giri in centro, battute e acidate sulla chiunque, tanta di quella musica… eravamo Filthy Harlot e Wretched Tart. E considerando che a Trieste praticamente andavo in letargo per risvegliarmi solo in quei week end, non riesco a credere che ora quei ricordi siano così sbiaditi. Della prima metà del 2012 ricordo molto meglio l’unico week end che ho trascorso ospite di Jonah (ve lo ricordate, quello di Splinder?), e non solo perché ci siamo dati alle foto tutto il tempo.

È un po’ assurdo pensare che anni di amicizia e mesi di frequentazione intensa siano naufragati per una stupida lotta da galli cedroni per la stessa preda. Unilaterale, oltretutto, visto che l’ho scoperto mesi e mesi dopo e, quando gli buttavo la battuta, Wretchie negava categoricamente. E dire che gli avevo dato via libera, a patto che me lo dicesse chiaramente, però, così mi sarei fatto da parte, visto che la preda in questione non voleva saperne. Tutto ciò è piuttosto ironico, visto che i nostri alter ego puttan pop erano Beyoncé e Rihanna: ce la siamo andata a cercare.
Lì per lì, gli ho serbato tutto il rancore che sono capace di serbare per una spersona a cui voglio molto bene e da cui mi sento tradito: è più forte di me, la prendo male. Non c’era motivo di fare le cose di nascosto e poi prendersela con me perché continuavo a flirtare col tizio in questione senza sapere che uscivano assieme. E anche questo contribuisce a rendere più strano il fatto che ora Wretchie mi sembri un perfetto estraneo e che la sua faccia sia totalmente sfumata via dai ricordi delle scarpinate Borgo-Duomo alle quattro del mattino cantando a squarciagola. E dire che l’ho anche incontrato per combinazione pochi mesi fa: è stato awkward, ma nulla più. Semplicemente, ho dimenticato la sua faccia. Zero.
Mi rattrista perdere così le persone per strada, anche se sono individui che non è bene avere accanto.

Thursday, 28 August 2014

“Sicker!”, quoth Cassandro

Parlando sempre della mia abilità con i tarocchi, oggi ho fatto una delle letture più accurate di sempre. Un po’ perché, come non dicono gli Inglesi, I know my chickens, sono rimasto sconvolto dall’accuratezza del responso. Il tema è la vita affettiva (non mia) e i risultati sono:
Le posizioni:
2
4 1 5
3
1. Vita affettiva attuale: Re di Coppe capovolto;
2. Qualcosa di cui tener conto: l’Eremita;
3. Consiglio generale: il Mondo;
4. Cosa succede in questo momento: il Sole capovolto;
5. Come andrà a finire: il Sei di Coppe.

Onestamente, non mi va di riportare qui la lettura che ho fatto. Se volete, tenendo presente che la carta numero due espande il significato della numero due e quindi, in questo caso, ne assume il connotato negativo (è come se l’Eremita fosse capovolto), e che la numero tre è pur sempre un consiglio anche se il Mondo è una carta “da risultato”, aprite google, cercatevi i significati delle carte e con quelli rispondete alle cinque domande dello spread: già questo basta per dare l’idea del perché sia contento di aver fatto questo gioco di testa mia e non su richiesta della persona a cui si riferisce. Avrei fatto la parte dell’uccello del malaugurio.
Ma quanto sia intuitivo su queste cose lo si sa già da quando predissi lo split dei Theatre of Tragedy ascoltando il loro ultimo disco: “Sicker!”, quoth Cassandro.

Tuesday, 26 August 2014

Tell me something new

Una cosa che amo particolarmente dei tarocchi è il loro essere un potente strumento meditativo. Molto spesso, quando leggo le carte, la mia prima reazione a quello che vedo è: “No, ma davvero? Grazie, carte, ditemi qualcosa che ancora non conosco”. Del resto, le uso per lo più per fare chiarezza su questioni la cui risposta, sotto sotto, conosco già ma non mi va di ammettere. Posso avere dei dubbi a riguardo e cercare consiglio su come muovermi, ma alla fine ciò che le carte fanno è riordinarmi le idee e mettermele davanti in maniera inequivocabile, in modo che possa prenderne atto e agire di conseguenza. Non si sfugge dai responsi: leggere le cose nelle figure costringe ad affrontarle anche più che dirle ad alta voce.
Oggi, un po’ per scherzo e un po’ no, ho provato a farmi il gioco del “Come procede la mia vita affettiva”. Come se non lo sapessi. Il risultato mi ha sorpreso, e non tanto perché mi aspettavo qualcosa di diverso, quanto perché ogni singola carta è esattamente al suo posto. È facile avere carte ambigue e tentare di cucirci sopra un significato che calzi a pennello, ma il fatto è che io, mischiando e dividendo il mazzo, e pescando le carte, chiamo proprio le lame giuste. Nella fattispecie, questo è stato il mio responso:

Il Diavolo e la Torre Capovolta = FML
Le posizioni di questo spread sono come seguono:
6 – 5 – 4
1 – 3 – 2
Ora, come da didascalia, le carte non vanno dalla prima in alto a sinistra all’ultima in basso a destra, ma sia nell’essere pescate che successivamente lette seguono lo schema che ho riportato. Come considerazione generale, vedermi il Diavolo che, in amore, rappresenta la superficialità e il deserto sentimentale accostato alla Torre capovolta, che è uno dei peggiori Arcani di tutto il mazzo, non è stato incoraggiante. Ma, del resto, me lo aspettavo. La parte più interessante, oltre a cercare i significati dei singoli arcani, è stato proprio leggerli in progressione, tenendo conto del precedente e del successivo, e il risultato è stato:

1. Su una scala da 1 a 10, che potenzialità ho, al momento, di essere un buon partner?
Il Diavolo
• Come partner mi offro solo dal punto di vista fisico. Sono appassionato ed edonistico nel sesso, ma mi manca una maggiore profondità sentimentale. Nella scelta del partner, mi lascio guidare per prima cosa dall’attrazione sessuale. E, soprattutto, mi lascio coinvolgere da persone che non sono ottenibili.

2. Su una scala da 1 a 10, quanto sono aperto verso il vero amore?
3 di Coppe (capovolto)
• Indica incapacità di rendere concreto un rapporto, la paura dell’impegno e le pulsioni di fuga di fronte ad esso. Di mezzo c’è la convinzione costante di avere a che fare con egoismo, superficialità e ingratitudine, e che i momenti buoni non durino mai a lungo.

3. Cosa è assolutamente necessario perché abbia la relazione che desidero?
Asso di Coppe (capovolto)
• Una trasformazione, una completa inversione di rotta. Di solito, indica il capovolgimento delle situazioni: se sono negative, hanno una svolta positiva (la carta successiva è il 7 di denari, molto positiva). Devo smettere di crogiolarmi nella negatività e iniziare a credere nei miei sentimenti: solo così posso ribaltare completamente la mia situazione.

4. Quali convinzioni limitanti mi trattengono?
7 di Denari
• Sono troppo attaccato al desiderio di prosperità e benessere. Ho talmente paura di farmelo sfuggire fra le dita, che sia un breve momento che finisce puntualmente in tragedia (la carta successiva), da non affrontare nemmeno l’amore.

5. Persone o eventi che affliggono la mia vita amorosa
La Torre (capovolta)
• Grosse delusioni a cui non c’è rimedio. In presenza del Diavolo, indica anche una certa propensione alla fuga dalla realtà, al vittimismo e alle manie di persecuzione. In sostanza, ho avuto le mie delusioni e sono state cocenti, ma ci ho ricamato sopra al punto da cacciarmi da solo in un vicolo cieco.

6. Se tutto rimane così, quale sarà il risultato finale?
La Giustizia
• Quando esce per ultima, indica una vittoria sicura nonostante gli ostacoli presenti. Sono ostacoli che vanno affrontati e non possono essere aggirati. È inoltre un invito alla riflessione oggettiva e imparziale: la realizzazione avviene, anche se in tempi lunghi, ma va meritata.

Insomma, le carte mi hanno detto tutto ciò che già sapevo, ma che mi rifiuto di ammettere e porre in atto: devo smettere di vivere nel passato e commiserarmi per quanto brutte sono state le persone che hanno influenzato la mia vita e iniziare a guardare avanti, se voglio meritarmi un lieto fine. Anche l’interpretazione narrativa delle carte – leggere non il significato, ma le azioni e le situazioni rappresentate – suggerisce la stessa cosa: partendo come Diavolo, un essere che nega l’amore, ho bisogno di svuotare il mio cuore da una situazione stagnante (le Coppe rovesciate) e accettare il rischio (i Denari) se voglio raggiungere l’equilibrio (la bilancia della Giustizia). E per farlo devo abbattere le mie difese (la Torre che crolla): può essere un processo spaventoso (è un cataclisma), ma porterà alla mia ascesa mentale ed emotiva (la carta è capovolta, quindi le persone nel disegno non cadono verso il basso, ma ascendono verso l’alto).
Chiaramente, come metodo meditativo l’interpretazione narrativa è fallace: è la più soggettiva e passibile di essere subordinata a ciò che io so e desidero, in questa situazione. Più interessante è la lettura tradizionale delle carte: le ho interpretate legandole consequenzialmente fra loro, ovviamente, ma di base ogni lama, nel suo significato di base, dice la verità. Semplicemente, ho chiamato le carte giuste: soprattutto il Diavolo e la Torre nella loro posizioni, ma anche le due carte di coppe, il seme che per eccellenza rappresenta la sfera sentimentale. Al di là delle spiegazioni che possono essere fabbricate da chi conosce la propria situazione, la simbologia non mente. Ma hey, dovrei forse smontare le mie fortificazioni emotive solo perché l’ho letto nelle carte?
Not today. Bitch.

Wednesday, 20 August 2014

Profumo di natura

Stasera sembro la versione olfattiva del catalogo di un’erboristeria ben fornita: ho i capelli che profumano un po’ di hennè e caffè per l’impacco che ho fatto, un po’ di cocco e sale marino per lo shampoo, un po’ di vaniglia e fragola per il balsamo. La pelle del viso profuma di burro di karitè nei punti in cui l’ho spalmato per aiutare a rimarginare un paio di brufoletti, mentre un’ascella odora fortemente di olio essenziale dell’albero del tè, che ho messo per far riassorbire un peletto incarnito che mi stava facendo vedere le stelle. Stranamente, tutti questi profumi convivono piacevolmente su di me; forse perché sono decisi ma non eccessivamente forti, e comunque tutti naturali.

Insomma, considerazione #1: chi parla della bellezza come di una dote innata e di scarsa importanza è un cretino; essere belli richiede tanta di quella manutenzione che a volte non si sa nemmeno da che parte cominciare. È un dono con cui si nasce, ma che va coltivato.
Considerazione #2: non sono un fanatico del bio, dei rimedi caserecci, del naturale sopra il sintetico per qualche stupida ragione etica; basti pensare che, a parte le aree cosparse di karitè, sul viso ho messo una costosa crema della Lierac con effetto idratante, livellante, uniformante e preventivo sulle rughe. Principi attivi per lo più naturali, anche lì, ma confezionata a livello industriale sfruttando i bambini del Malawi o chissà che altro. Per cui, la mia vena bio non è dettata tanto da motivi equo-solidali o da wiccan scoppiati, quanto dal fatto che sono tutti prodotti che funzionano e danno risultati migliori sul mio tipo di capello e pelle. Sono semplicemente pragmatico.
Il che mi porta alla considerazione #3: non avendo la TV a Trieste, quando torno dalla Mater ci metto sempre un po’ ad adattarmici nuovamente. A parte la retorica senza fine dei nostri telegiornalisti, che meriterebbe un post a parte (quando guardo il notiziario vorrei essere informato, non emozionato, grazie tante), è la pubblicità a lasciarmi sempre un po’ destabilizzato. Nella fattispecie, quegli spot che cercano di creare a tutti i costi un senso di allarme nello spettatore facendo leva sul sentimentalismo cieco: proteggi i tuoi cari da germi, batteri, virus, malware, microbi, nargilli, alieni e la Unseelie Court con Amuchina gel, Napisan plus, Ace Gentile e chi più ne ha più ne metta. Il detersivo non basta, il tuo bambino si prenderà la salmonella se non lo rinchiudi in un ambiente virtualmente sterile e privo di qualsiasi impurità microscopica che possa metterlo a rischio di sviluppare il sistema immunitario! Germi e batteri si annidano ovunque: stanali, ne va della sopravvivenza della tua famiglia!
Ahn… E sticazzi non ce li metti? Seriamente: sembra quasi che l’umanità sia sempre stata sull’orlo dell’estinzione prima che i santi inventori dell’Amuchina e del Napisan scoprissero il segreto per combattere germi e batteri. Di sicuro il declino nella mortalità infantile è dovuto a loro.
Ora, la medicina che avanza e permette di ridurre il rischio di morti stupide da infezioni batteriologiche o virali è sicuramente un bene, ma qui si sfiora il ridicolo: cara mamma della pubblicità, a meno che non sia una cagna che non pulisce casa da due anni e mezzo, se il tuo bambino butta il ciuccio per terra e poi lo raccoglie e se lo mette in bocca, il peggio che può succedergli e iniziare a formarsi qualche anticorpo che gli permetterà di non tornare a casa col moccio al naso dopo il primo giorno alla scuola materna in mezzo ad altri esseri umani. Si disinfetta una ferita, mica la frutta e verdura. Un ambiente sterile serve per operare, o se hai qualcuno immunodepresso, ma una manciata di microbi non minaccia la sicurezza tua e della tua famiglia. Anzi, più li stermini immotivatamente, più quelli evolvono e diventano immuni alle schifezze che ci versi sopra: lì sì che sono dolori.
Insomma, se non c’è un rischio medico serio, a volte sarebbe semplicemente il caso di lasciare che la natura faccia il suo corso. Prendersi cura di sé usando prodotti naturali è meno rischioso e più efficace che non ricorrendo al chimico quando non ce n’è davvero bisogno. Mi urta pensare che le pubblicità pensino che io sia tanto cretino da non rifletterci su e credere ciecamente a quello che dicono.

Saturday, 16 August 2014

Into the past, where I’ll follow you

Ferragosto è stato il giorno più gelido di un’estate fredda e piovosa. Ha letteralmente diluviato tutta la mattina, ha tirato vento, ho dovuto mettere un maglioncino per uscire a fare due passi, quando poi ha smesso di piovere. Oggi è esattamente sulla stessa linea, piove, tira il vento e fa freddo. Non che mi lamenti del fatto che il 2014 sia praticamente un Anno Senza Estate – anzi, per me è una manna dal cielo. È solo che il parallelismo fra il tempo atmosferico e il mio stato d’animo non fa altro che rendermi ancora più malinconico di quanto non sia già.

Oggi Murka avrebbe compiuto diciassette anni. Di tutti i suoi compleanni, ne ho perso solo due, nel 2003 e nel 2009, mentre ero in vacanza-studio in Inghilterra e Germania rispettivamente. Quest’anno, per vari motivi, non sono ancora tornato dalla Mater. Così, mi ritrovo del tutto solo a crogiolarmi nella malinconia. Ma in fin dei conti, la compagnia mi avrebbe aiutato; tanto meno quella della Mater, che esterna il suo dolore in maniera molto attention whorish trasformando la morte della gatta nel suo dramma personale. Non fa che parlare di come l’ha accudita fino alla fine ed è stata male lei nel vederla peggiorare sempre più, come se potesse accampare più diritti di me sull’essere in lutto per Murka. So di essere ingiusto nel parlarne così e in fin dei conti la capisco benissimo, è lei che ha sostenuto il peso reale della sua malattia. Ma essendo io stesso emotivamente a pezzi, non sarei proprio in grado di sopportarla; alla fin fine, penso sia per questo se ho fatto di tutto per rimandare la partenza finendo per perdermi un’intero mese di vacanze che avrei potuto passare giù.

Onestamente, non so proprio cosa aspettarmi, una volta che sarò tornato giù. Non ho avuto fisicamente modo di abituarmi all’assenza di Murka. Vivendo a Treiste, negli ultimi anni non l’ho più davvero avuta nella quotidianità, e il mio mondo di qui non è davvero cambiato dopo la sua morte. Ma giù a casa, ogni cosa, ogni piccolo gesto era in sua funzione, dal chiudere o aprire certe porte a conservare i cartoni puliti della pizza per usarli come tovaglietta sotto la sua ciotola. Sedici anni e mezzo con qualcuno che ami fanno sì che ogni gesto, ogni aspetto del quotidiano ne tenga conto, e quella settimana e mezza a Pasqua non è certo bastata per farmi rendere conto che ogni cosa è cambiata. Per questo, forse, è un bene che oggi il tempo sia così uggioso: è una specie di allenamento al senso di vuoto che mi crollerà addosso nei due mesi che passerò a casa.

Friday, 11 July 2014

Morti in sogno

Facciamo una piccola premessa. Ieri notte ho fatto le seguenti cose:
1) Un test di personalità molto dettagliato col mio amico norvegese;
2) Giocato su un GdR urban fantasy dove il mio pg confessava al suo non-ragazzo di essere una Strega per dimostrargli che è possibile che lui (il non-ragazzo) abbia invece il potere di comuncare con i morti;
3) Smontato e rimontato una bara in photoshop per una foto ispirata a una canzone di Phildel;
4) Guardato un paio di puntate di Supernatural subito prima di andare a dormire.

Ebbene, una volta andato a dormire, ho fatto un sogno che, per una serie di notivi, mi ha turbato molto. Una prima parte, molto confusa, mi vedeva di ritorno in aereo da un punto dell’Europa a caso; una volta nell’aeroporto, dovevo sbrigarmi a raggiungere la stazione dei treni per tornare a casa, ma il luogo era pieno di persone del mio passato e amici presenti, per lo più compagni di liceo e qualcuno delle medie. Non riuscendo a prendere il treno, sostanzialmente spicco il volo e atterro a destinazione, che non è Trieste, bensì una grande villa in legno ai margini di una pineta che so essere situata in un luogo dove sono andato in colonia da piccolo.
A questo punto, similmente a quanto è successo nell’ultimo sogno che ho trascritto, inizia una puntata di Supernatural della quale presto mi ritrovo a far parte. La colonna sonora è affidata a Phildel, che interpreta anche uno dei personaggi, lo spirito di una ragazza rimasta legata al mondo dei vivi. E infatti, io (protagonista) trovo un foglio in cui questo personaggio ha scritto e disegnato delle cose che sono ciò che le impediscono di andare avanti e che devo decifrare. A quel punto c’è la sigla, ma quando parte la musica dei titoli di testa, la prima cosa che noto è che quella che canta non è Phildel. E anche la canzone, per quanto bella, non è sua.
Questa parte del sogno la ricordo in maniera un po’ confusa, ma c’è una donna anziana, probabilmente la nonna della ragazza, che mi parla di lei e cerca di far rimanere soli me e il suo spirito. A questo proposito, ci manda a fare una passeggiata su una strada bianca che si snoda fra la pineta e una specie di laguna salmastra. Lei mi parla fingendosi Phildel, al che io le dico che so che non è lei, c’è un errore nei credits di apertura. Allora, mentre camminiamo, ad una certa mi accorgo che è notte e siamo bambini, come se fossimo in un ricordo d’infanzia che codividiamo – e che a me non risulta. Anche se sospetto che, non essendo riuscita a spacciarsi per Phildel, voglia ora convincermi che ci siamo voluti bene da piccoli, inizia a farmi sempre più tenerezza. Continuando a camminare, torniamo piano piano alla nostra età vera (lei a quella in cui è morta), la notte diventa una mattinata nuvolosa, e ci scambiamo un abbraccio.
Dopo un po’ arriviamo a una specie di mercato allestito in alcune tende in uno spiazzo della pineta verso la spiaggia, e lì parte il drama. Lei vuole prendere verdure, io invece vedo due hamburger con sopra la mozzarella pronti da cucinare e opto per quelli. Lei è molto infastidita da ciò, per cui tornando verso casa (da una strada diversa, più inoltrata nella pineta) battibecchiamo di continuo. Lei ha assunto un aspetto molto più vivo (come il Tom Riddle del diario) e io mi dimentico che è morta. Ad un certo punto, lei mi fa: “La nonna ha una salute molto delicata. Se muore di infarto, la polizia cercherà nella mia spazzatura, scoprirà che le ho dato della carne e sospetterà di me.” Al che io le rispondo: “Guarda, la mangio io, non è un problema, a tua nonna fai le verdure. Poi vado a buttare la carta sporca nel bidone di qualche vicino.” Lei sembra alterarsi al pensiero che me ne vada per conto mio a buttare la spazzatura e risponde qualcosa di passivo-aggressivo tipo: “No, preferisco morire io piuttosto che altri esseri”, riferito al fatto che quella spazzatura avrebbe inquinato. Nel frattempo, arriviamo a casa sua ed entriamo. È improvvisamente notte e lei mi dice che deve uscire un attimo mentre io devo rimanere assolutamente a casa, magari di iniziare a cucinarmi la cena senza aspettarla.
Non ricordo quando di preciso, ma più o meno a questo punto, prima che la ragazza esca, arriva Murka; e io, sapendo che è morta, ho la consapevolezza che anche lei è uno spirito o, comunque, qualcosa appartenente al passato, e le dico che non può restare con me, appartiene a un’altra vita. Mi metto a piangere perché mi manca, e la ragazza inizia a consolarmi, ma noto che in realtà è molto infastidita dalla presenza di Murka, che continua a miagolare per attirare la mia attenzione. Dopo un po’, visto che la ragazza morta sembra avercela davvero con lei, se ne va e non la sento più.
La ragazza fa quindi per uscire, e questa scena si svolge nel corridoio della casa della Ziaccia, che per anni è stata un luogo ricorrente nei miei incubi. Dopo che la ragazza è uscita, Murka torna, anche se in un punto del corridoio che non riesco a vedere. Si mette a miagolare in maniera sofferente, come faceva l’ultimo periodo, quando stava proprio male. Io mi preoccupo tantissimo e, non vedendola in casa, apro il portone per cercarla fuori. Lei, che invece era nascosta dietro un portaombrelli, sbuca tutta pimpante e con la coda in su, come quando stava bene, e si dirige fuori. Quando la seguo per assicurarmi che stia bene, lei si volta verso di me, miagola una volta col suo tono dolce di quando stava bene, e a quel punto mi sveglio di colpo. Come se per tutto il tempo Murka avesse cercato di portarmi fuori dal luogo (e dal sogno) dove la ragazza morta voleva farmi rimanere.

A dirla tutta, per qualche minuto ho provato anche a riaddormentarmi, ma non ce l’ho fatta; e non perché fossi scosso dal sogno, quanto perché stavo letteralmente gelando. Davvero, all’undici di luglio avevo proprio freddo. Ammetto di essermi impressionato molto e, quando mi sono alzato, mi sono detto che un po’ di superstizione di sicuro non avrebbe fatto male. Così ho preso un bastoncino di incenso alla lavanda (una pianta considerata purificatrice) e l’ho acceso. Cioè, se non altro mi profumava la camera. Il tempo di andare in bagno che torno e lo trovo spento; quando provo a riaccenderlo non vuole proprio saperne.

E lo so, mi sento un po’ un cretino per essermi inquietato per queste cose. Ma negli ultimi mesi ho sognato Murka solo due volte: la notte che si è sentita male per la prima volta ad ottobre, e quella prima che smettesse di mangiare e si lasciasse andare a gennaio – la prima volta ho sognato che tornava indietro dai Campi Elisi e la seconda volta che smetteva di lottare, entrambe ricevendo notizie dalla Mater solo la mattina dopo. Per cui, il fatto di aver sognato che mi guidava fuori da quel sogno e lontano dalla presenza della ragazza morta, assieme al risveglio al freddo, mi ha impressionato. Magari per non pensarci più provo a farmi lo spread di tarocchi ad albero, che si fa per conoscere le presenze che tentano di avere a che fare con noi, e vedo se la ragazza è “qualcuno” da cui Murka mi ha davvero protetto.
Non che ci creda davvero: devo solo lasciarmi i brividi del sogno alle spalle, e maneggiare le carte è un modo carino di farlo.

Tuesday, 1 July 2014

Il fascino degli archetipi

Siccome sono uno spendaccione senza speranza di redenzione, ho già fatto il mio primo acquisto in previsone dei soldi guadagnati con la conferenza: un mazzo di tarocchi. Ne avevo puntato uno Art Nouveau a Lucca 2013, ma l’avevano finito. Allo stand mi avevano lasciato il catalogo, ma non mi sono mai preso la briga di sfogliarlo fino ad ora; invece, adesso che ho avuto delle entrate inaspettate, ho deciso che era arrivato il momento di provare.

Onestamente, non so dire di preciso perché mi sia presa questa fissa all’improvviso, specie considerando l’atteggiamento per lo più derisorio che ho nei confronti di quelli che chiamo “wiccan scoppiati”. Un po’ è colpa di Lara, che continua a indottrinarmi con storie che nemmeno Il Risveglio di Modir nel salotto di casa tua. Ma in realtà, ho vissuto circondato da queste cose sin da quando ero bambino: la Mater è sempre stata appassionata di occulto, dall’astrologia alla cartomanzia, così è un tema con cui ho una discreta familiarità.

Se dovessi cercare di esprimere razionalmente cosa dei tarocchi mi affascina tanto, credo che il tutto si ridurrebbe al simbolismo. È un po’ come l’astrologia: non credo che la posizione dei pianeti in relazione ai disegni prospettici che le stelle vicine creano in cielo abbia davvero un’influenza tangibile sulle persone, ma mi affascina da morire il simbolismo che si cela dietro ai Segni Zodiacali. Ognuno rappresenta un archetipo, mentre ogni pianeta rappresenta una aspetto della personalità umana: a seconda di dove si trova, quel determinato aspetto assumerà caratteristiche di quel dato archetipo. Non c’è nessuna pretesa di scientificità, né si pensa che gli astri influenzino fisicamente l’umanità: è semplicemente l’arte di interpretare i determinati simboli e la loro posizione, di per sé e nella loro interazione.
Con i tarocchi è la stessa cosa: ogni posizione del gioco rappresenta una domanda e le carte danno una risposta comunicando tramite i loro archetipi. Il gusto non è pensare di poter conoscere il futuro, quanto leggere il significato che si cela dietro ogni figura, e come ognuna influenza l’altra. Sarà scientificamente ridicolo, ma da un punto di vista ricreativo è spettacolare. E poi diciamolo: i tarocchi Art Nouveau sono bellissimi, c’è poco da fare.

Parlando in maniera più irrazionale, come ho accennato sopra mi sento “pronto” ad apprendere a leggere le carte. Mi sono già informato della procedura tradizionale per “presentarmi” e prendere confidenza con il mazzo e ho piazzato l’ordine domenica notte. Domani mi procurerò l’incenso, l’unico oggetto che mi manca per “purificare” le carte una volta che mi saranno arrivate. E sinceramente, non vedo l’ora.

Monday, 30 June 2014

Perception is everything (perché io valgo 2.0)

Ricollegandomi parzialmente all’ultimo post, mi sono ricordato di un articolo letto anni fa in università, che illustrava uno studio secondo il quale la percezione di una lingua come bella o brutta deriva da esperienze, personali e non, ad essa associate. Più sono le esperienze positive associate a una lingua, più questa piacerà, e vice versa. Beh, sono sicuro al 100% che ciò sia vero: se ad esempio prima amavo l’olandese perché mi ricordava le interviste di Sharon den Adel, da quando ho battuto il muso ripetutamente sull’esame di traduzione attiva mi piace un po’ meno. Ma la cosa è stata lampante in questi giorni, mentre trascrivevo la confernza sui national accounts: nella seconda tranche che ho fatto è intervenuto uno speaker francese, mentre nella prima c’era lo spagnolo malefico che ho citato prima. Entrambi con un fortissimo accento, ma mentre il francese non mi ha dato alcun problema, lo spagnolo è stato un incubo. C’è anche da dire che le capacità logico-sintattiche di Díaz Muñoz erano anche molto peggiori e ogni tre secondi biascicava incoerentemente sottovoce, mentre Gilbert Cette almeno riusciva a tenere il filo del discorso, ma penso che in buona parte la differenza derivi dal fatto che adoro il francese, perché mi ricorderà sempre la maestra Vincenzina e perché amo Emilie Simon, mentre lo spagnolo mi ricorda tutte quelle tremende canzoni di fine Anni Novanta / inizio Anni Duemila, i balli di gruppo, le stupidaggini che vanno dicendo e lo stile di vita che descrivono. Nonostante il mio amore per Marcela Bovio, lo spagnolo continuerà sempre a sembrarmi cheap.

Detto questo, la mia tracotanza nell’accettare senza remore la seconda tranche di lavoro è stata una grossa stupidaggine: oltre alla listening di un’ora di conferenza, infatti, ho dovuto revisionare la trascrizione fatta dalla tipa che ha mollato il lavoro a metà, e sinceramente c’era da mettersi le mani nei capelli. Ho passato tutto sabato a correggere strafalcioni, a volte davvero stupidi (proprio parole di uso comune), a volte assurdi (alcuni punti potevano essere ambigui, ma porca miseria, si va a logica, si guarda il contesto), a volte grossolani al punto da invertire del tutto il senso della frase (ho trovato un “intuitive” che in realtà era un “counterintuitive”, ed è solo la punta dell’iceberg). Ciliegina sulla torta, sette minuti non trascritti prima del punto che la tizia aveva segnalato come fine della sua trascrizione: vedendo un doppio capoverso nel testo prima della conclusione dell’intervento, pensavo mancassero una o due frasi; a mezza pagina di trascrizione ho controllato il tempo del file audio e ho tirato giù metà calendario di santi. Onestamente, avrei fatto molto prima e meglio a trascriverla ex-novo.
Il fatto è che, da una parte, mi sembra assurdo che qualcuno possa fare degli errori barbini che io, che non sono ancora nemmeno laureato, riesco invece ad azzeccare al primo tentativo. Dall’altra, ci ho visto dietro un’indubbia dose di pigrizia. È vero che trascrivere i nomi è un inferno, specie se sono di qualche paese la cui lingua non si conosce, ma il presentatore fornisce sempre anche la carica dello speaker: basta aprire google e cercare, nel 90% si trovano. È il caso di dirlo, non ci vuole la laurea.

Beh, fatto sta che ce l’ho fatta anche stavolta, ampiamente entro i termini di consegna, e mi sono anche beccato un extra per aver lavorato nel week end. Perché, se non si fosse capito, io valgo.

Saturday, 28 June 2014

Perché io valgo

Una delle cose che trovo più difficili è superare le mie insicurezze per muovermi un po’ fuori dalla mia comfort zone. Il che, me ne rendo conto, mi preclude un sacco di occasioni, specie economiche. E quando queste occasioni mi capitano, devo davvero sforzarmi per vincere la paura e tentare di fare cose importanti che includano il giudizio professionale di altre persone. Specie se è la prima volta. Eppure, poche cose sono soddisfacenti come fare un buon lavoro e ricevere un (più o meno) adeguato compenso.

Ad esempio, ho passato i quattro giorni scorsi praticamente in simbiosi col computer a trascrivere quattro ore e mezza di conferenza economica in inglese sui national accounts da registrazione audio. È un lavoro tutto sommato tedioso, ma a suo modo affascinante (anche perché, scavando in mezzo alla fuffa che esce a getto continuo dalla bocca degli economisti, mi sono fatto un briciolo di cultura su un campo a me per lo più estraneo). Con le sue difficoltà: tanto per cominciare perché ho rallentato l’audio fino ad arrivare a circa sette ore e mezza di lunghezza, da raddoppiare ulteriormente perché, dopo il primo ascolto, devo necessariamente farne un secondo per revisionare ciò che ho trascritto. E poi perché capitano speaker come quel vecchio caprone di Pedro Díaz Muñoz: ascoltarlo è l’equivalente di sorbirsi Lady Angellyca che tiene un discorso sull’economia per un’exclusiva Pecado Mortal. Inglese tremendo, accento pesantissimo, e un’incoerenza nell’esprimersi che mi ha rallentato notevolmente un lavoro già lungo da portare a termine in tempi piuttosto brevi. (No, seriamente, chi è l’idiota che invita uno spagnolo e lo fa parlare in inglese? Vorrei proprio saperlo.) Per non parlare della caterva di termini sconosciuti per i quali ho dovuto rivoltare Google come un calzino, fra cui l’introvabile “beezle”, un termine coniato negli Anni Cinquanta da John Kenneth Galbraith nel suo libro The Big Crash 1929 e che, a giudicare dalla quasi totale assenza di risultati di ricerca, conoscevano solo lui, forse sua madre, il suo correttore di bozze e lo speaker che l’ha tirato fuori.
Ma ne è valsa la pena. Non solo perché ho messo in saccoccia una sommetta che mi permetterà di andare a vedere il concerto del venticinquesimo anniversario dei The Gathering nei Paesi Bassi, ma soprattutto perché ce l’ho fatta. Sapevo di avere le competenze linguistiche necessarie a portare a termine l’incarico, ma quando ho accettato avevo una paura tremenda di non riuscirci. Per motivi assolutamente irrazionali: perché non l’avevo mai fatto, specie per denaro, perché il lavoro me l’aveva passato un amico a cui non volevo assolutamente far fare brutta figura, perché ci sarebbero stati professionisti a valutare il mio operato, perché era una prima volta.
Beh, al diavolo. Sono sopravvissuto a questo lavoro, l’ho portato a termine entro i tempi stabiliti, e sono anche certo di aver dato una buona prestazione. Ne sono capace. Il mio tempo e le mie capacità valgono il compenso che ho ricevuto.
Il prossimo passo sarà applicare più spesso questo ragionamento anche alla fotografia, e non per cinquanta euro su centopassa foto per un gruppo di trenta persone. Perché sono come L’Oreal: valgo. Eccome se valgo.

Oh, ecco. Neanche il tempo di postare che mi si è aggiunta un’altra ora di conferenza con altri soldi in arrivo. Stavolta so a cosa vado incontro e ho accettato senza drammi interiori. Perché non è più la prima volta e, lo ripeto, io valgo.

Monday, 23 June 2014

Gente che si Lagna

Quest’oggi mi sto spremendo le meningi e sto cercando di ricordare com’ero fra i quattordici e i diciassette anni, la fatidica età in cui ero un fan incallito e sordocieco degli Evanescence. Del resto, loro sono stati la band che ho seguito più assiduamente quando ero un ragazzino e dovevo ancora capire come stare al mondo (dell’internet), con tutti i comportamenti che ne conseguono.
Mi pare di averli difesi a spada tratta in varie occasioni, specie quando li si accusava di essere o non essere, nell’ordine, gothic, metal, rock, commerciali, cristiani e chi più ne ha più ne metta; una volta ho anche scritto una mail piuttosto inferocita a un giornalista che aveva pubblicato un report sfavorevole del concerto del 14 novembre 2006; e ricordo che una sera cascai con tutte le scarpe nella rete di un troll che insultava gratuitamente Amy e mi incazzai da morire.
Eppure, a pensarci bene, tanto sordocieco – nel senso di accettare come oro colato qualsiasi cosa facesse la band Amy senza farmi domande – forse non lo ero. Già nel 2004 storsi un po’ il naso per la sua voce dal vivo in Taking Over Me e Whisper live a Colonia, le b-side del singolo di Everybody’s Fool. Sono sempre stato abbastanza onesto da riconoscere che tre o quattro canzoni di Fallen non mi avevano entusiasmato, così come le versioni originali di Where Will You Go e Imaginary dell’Evanescence EP. E ho sempre detto che quella di Anywhere But Home non era una gran performance live da pubblicare su dvd. Quando uscì The Open Door ero molto più preso, per cui lì per lì non lo dissi pubblicamente, ma sotto sotto ammettevo almeno a me stesso che Good Enough mi dava ai nervi e che Weight Of The World e Like You se le sarebbe potute evitare. E anche nella lettera al recensore ho contestato le sparate sull’aspetto fisico di Amy*, il non essersi documentato abbastanza e aver confuso tre canzoni criticandole per quello, le accuse di playback per il fatto che la performance era stata abbastanza buona e altre frecciate abbastanza gratuite. E quando poi l’atteggiamento e la musica di Amy hanno smesso di piacermi, ho iniziato a criticarla, e anche duramente. Il tutto con i gusti musicali e la mentalità di un adolescente.
*Nota: qualcuno potrebbe dirmi che ora razzolo male, dato che anche io approfitto di come è ingrassata per sfotterla; ma lo faccio sul mio Facebook, non prendo soldi e non dico di essere un giornalista. Da un recensore nemmeno di una webzine scaciotta, ma di una testata nazionale, mi aspetterei un po’ di professionalità in più.

Quindi, se anche io, nel mio essere una fangirl adolescente che chiude un occhio ben volentieri su troppe cose, sono comunque riuscito a mantenere un briciolo di senso critico, perché gente adulta non riesce a farlo?
È questo il grande mistero che aleggia intorno ai fan di Lagna del Rey. Basta dire qualcosa di negativo su di lei che bam!, subito ti si buttano addosso come un gruppo di rugbisti sulla palla ovale. Io capisco difendere le proprie passioni – sono il primo a farlo. Ma, tanto per cominciare, lo faccio argomentando il più seriamente e precisamente possibile, non sbraitando a casaccio; in secondo luogo, quando ho per le mani l’indifendibile, o cambio idea, o accetto le critiche e decido che chissenefrega, mi piace comunque. Ma prendere qualsiasi critica per odio gratuito e immotivato è un atteggiamento irragionevole.
Trovo Lagna del Rey antipatica? Sì, come “artista” e personaggio pubblico mi dà molto sui nervi, non ne ho mai fatto mistero, tant’è che le ho anche dato un soprannome sarcastico. Trovo divertente prendermi gioco dei suoi fan? Immensamente, mi servono il divertimento su un piatto d’argento ogni volta, altrimenti non avrei impostato la privacy del post con le mie opinioni piuttosto taglienti sul suo nuovo album su pubblica. Tutto ciò toglie valore alle critiche che le muovo? No, perché fra una battuta sulle sue labbra siliconate e l’altra – e anche qui, trovo semplicemente ridicolo che si ostini a negare l’evidenza – mi limito a riportare osservazioni motivate e articolate sul suo pessimo modo di cantare, sulla scarsa qualità della sua musica, sul dubbio valore del personaggio che si è costruita. Lei, come persona al di fuori di tutto ciò, non la conosco, né posso dire qualcosa a riguardo. Trovo possibile che possa piacere nonostante tutto ciò? Certo, è lecito: a me dà ai nervi, a qualcuno piacerà, è così che funziona. Ma anche apprezzarla, non significa tapparsi occhi e orecchie e fingere che vada tutto bene. Posso accettare che mi si dica “mi piace come canta anche se è stonata, svociata, sguaiata e ingolata, me ne rendo conto ma non è quello che cerco in una cantante”. Posso accettare che mi si dica “il suo personaggio mi affascina anche se è ridicolamente costruito”. Diamine, conosco un fan che ha ammesso candidamente di non trovarla artisticamente rilevante, ma di apprezzarla semplicemente perché è kitsch fino all’osso: massimo rispetto per lui – e in effetti le critiche non lo irritano. Ma che si ignori deliberatamente questa consapevolezza – perché non sono abbastanza pessimista da ritenere che la gente non si renda conto che non sa cantare e che le cose che dice nelle interviste su di sé e sul suo passato non stanno né in cielo né in terra – e si additi qualsiasi critica, anche la più motivata e sviscerata, come odio gratuito, mi fa davvero fatica capirlo. Per una semplice questione di onestà con se stessi: apprezzare veramente qualcosa non significa illudersi che sia perfetta, significa accettarne i difetti e ritenere che i pregi li controbilancino.
E invece, pare di trovarsi di fronte a un’orda di sordociechi pronti ad accusare senza nemmeno leggere, come nel caso degli insulti al giornalista del Guardian, che si è limitato a riportare le risposte di Lagna nero su bianco (poi a lei non sono piaciute e ha aizzato i suoi fedelissimi su Twitter).
L’unica conclusione possibile è che le critiche a Lagna diano così fastidio ai suoi fan proprio perché sono fondate, perché in realtà anche loro si rendono conto benissimo di quanto poco valga ma vogliono illudersi che non sia così ancora un po’ più a lungo. Ma a ‘sto punto, basta staccare internet, attaccare il lettore mp3 e isolarsi dal resto del mondo. Anche perché, psst, vi dico un segreto: più vi incazzate e più io, che sotto sotto sono un fottuto troll, me la rido.