Wednesday, 31 December 2014

Bilancio musicale del 2014: Purgatorio

A metà strada fra le atrocità come Ultraviolence e le meraviglie che andremo a vedere nel prossimo post, c’è la triste landa della mediocrità, quella terra di mezzo in cui finiscono tutti quelli che “hanno le capacità ma non si applicano” e quelli che si impegnano ma non riescono a trovare davvero il filo del discorso. Qui di seguito troviamo album ed EP non malvagi ma nemmeno sostanziosi, altri che invece sono buoni ma destano perplessità, altri che sono semplicemente dispersivi e si capiscono da soli. Di ascolti se ne meritano anche più di uno, ma personalmente non mi hanno fatto innamorare.
Vediamo.


Distant SatellitesAnathema
Distant Satellites – Anathema
Curiosando su internet in attesa della spedizione della mia copia del cd, la critica che ho letto più spesso su quest’album è stata l’accusa di voler cavalcare l’onda del Capolavoro Assoluto, Weather Systems. Ora, per quanto ciò sia un giudizio esagerato e un po’ ingiusto… beh, non è nemmeno del tutto scorretto. È vero, The Lost Song part 1 & 2 pescano a piene mani dalle Untouchable, part 1 & 2 (e la 1 non si avvicina neanche lontanamente al loro splendore); e poi ci sono un po’ troppi rimandi a We’re Here Because We’re Here e pure al passato meno recente, cosa che fa un po’ storcere il naso perché non aiuta a farsi l’idea di un disco con un’identità propria. Poi, diciamolo, un capolavoro lo si fa una volta nella carriera – o, per lo meno, una volta ogni tot tempo: in parte, Distant Satellites è condannato proprio dall’ombra di un predecessore irraggiungibile.
Ma anche tralasciando Weather Systems e i giudizi affrettati, Distant Satellites è un po’ l’album delle tante buone intenzioni che non si sono tradotte in fatti. Prese singolarmente, più della metà delle canzoni sono belle; nel complesso, però, faticano a lasciare un’impressione. La seconda canzone-anteprima pubblicata sul web, You’re Not Alone, riassume perfettamente questo aspetto: idea spettacolare, una prima parte da brivido, avrebbe potuto essere un capolavoro; ma dopo un po’ si perde e diventa totalmente sconclusionata. E in effetti, Distant Satellites soffre proprio di carenze strutturali: troppo diluito, un po’ ripetitivo, a tratti prolisso e senza un vero proprio climax e risoluzione. Quest’ultimo aspetto in particolare, per una band che fa dell’impatto emotivo della sua musica un trademark, finisce per penalizzare pesantemente il lavoro. Certo, gli episodi spettacolari non mancano: The Lost Song Part 2, tolto il confronto con la rispettiva Untouchable, è una traccia bellissima, ben strutturata ed estremamente emozionante, così come Anathema, che guarda ancora più al passato; la title track, invece, sperimenta in territori elettronici, e la ballad Ariel tocca tutti i punti giusti per non far pesare i suoi oltre sei minuti. Poi ci sono canzoni che, pur non essendo capolavori, sono belline: Dusk (Dark Is Descending) e, tutto sommato, The Lost Song Part 1. Ma, specie ai primi ascolti, finiscono per annegare fra episodi sconcertanti (la già citata You’re Not Alone), piuttosto scialbi (The Lost Song Part 3), inutili (Firelight, troppo lunga come intro della title track, troppo sconclusionata come traccia a sé stante), per finire con una Take Shelter che, strizzando l’occhio a Dreaming Light, è estremamente loffia per la prima (lunga) metà e, quando finalmente entra nel vivo, invece che arrivare a un picco emotivo si perde nella ripetitività, chiudendo in bruttezza l’album. Inoltre, le performance vocali di Vincent e, quando interviene, Danny Cavanagh non sono fra le migliori della loro carriera, il che non aiuta molto – passi tutto, ma quelle vocali spalancate cosa sono?
Con gli ascolti successivi, lentamente sono le canzoni migliori a emergere, ma la sensazione di un disco sconclusionato e un po’ loffio non sparisce mai del tutto. Ricapitolando, Distant Satellites non è affatto un album da buttare: semplicemente, non funziona nel complesso ed è salvato da singoli episodi che però risaltano meglio se ascoltati da soli. È una ciambella a tratti gustosa, a tratti insipida, ma sicuramente senza il buco.
Preferite: The Lost Song Part 2, Anathema, Distant Satellites

Do It AgainRöyksopp & Robyn
Do It Again – Röyksopp & Robyn
Devo ammettere di non essere un grande estimatore dei precedenti lavori in tandem dei Röyksopp con Robyn. Girl And The Robot è probabilmente la canzone che meno mi piace su Junior, così come None Of Dem, sull’album di Robyn, è piuttosto bruttina. Fosse stato un intero EP con Susanne Sundfør mi sarei strappato le mutande dall’entusiasmo e non avrei aspettato mesi per ascoltarlo perché ho dato priorità ad altro, ma il convento passa questo. E il risultato? Mmh. Tanto per cominciare, Do It Again è un EP e in quanto tale va preso: è breve e ha una struttura semplificata, meno varia rispetto a un album. A livello compositivo e di arrangiamenti, tocca picchi di eccellenza così come di orrore, passando per varie sfumature intermedie. Trattandosi di cinque canzoni, possiamo anche andare con un rapido track by track. Monument è uno dei capolavori assoluti dei Röyksopp, una canzone che i suoi quasi dieci minuti di durata non li fa pesare minimamente: la si ascolta con gran piacere, e quando si avvia soffusamente verso la conclusione si è sorpresi che il tempo sia volato così. D’altro canto, però, Sayit è una delle cose più brutte che abbia mai ascoltato, sicuramente La Canzone Più Brutta di tutta la discografia dei Röyksopp: un concentrato cacofonico di techno buttata lì tanto per, una di quelle che ti fa cambiare sala anche quando sei ubriaco fin sopra i capelli in un club alle quattro del mattino. Do It Again, l’eponimo singolo di lancio, è una canzone carina, piacevole sia da ascoltare che da ballare, ma senza grosse pretese; carino il testo – una descrizione molto onesta di un’amicizia con benefit – e anche la melodia non è male, ma non va molto oltre l’essere orecchiabile. Every Little Thing è una tipica canzone à la Röyksopp, soffusa e calda: sicuramente bella, ma come il duo ne ha sfornate molte negli anni. Inside The Idle Hour Club è infine uno strumentale relativamente inutile, specie nella sua lunghezza che, a differenza dell’opener, pesa tutta. Tende ad essere ripetitiva e perfino prolissa con il poco (ma davvero poco) che ha da dire.
Nel complesso, quindi, l’EP non è malvagio ed è sicuramente sufficiente, ma nemmeno la rivelazione dell’elettronica che i fan di Robyn hanno annunciato al mondo. A livello vocale lei si difende bene, dando la giusta interpretazione emotiva alle canzoni e tutto, ma nel complesso il disco sembra più una raccolta di tre belle canzoni estemporanee e due robi orribili di contorno. Più un singolo esteso estratto da un album più complesso che un EP che cammina sulle sue gambe.
Preferite: Monument, Every Little Thing, Do It Again

AftermathAmy Lee feat. Dave Eggar
Aftermath – Amy Lee feat. Dave Eggar
E vabbè, va preso per quello che è: la colonna sonora di un film indie sfigato. È piacevole da ascoltare anche in assenza del film (onestamente, frega nulla di guardarlo) e fa passare una buona mezz’ora, ma è piuttosto poco sostanzioso. Buona parte delle tracce strumentali, contribuite da Dave Eggar (il violoncellista che andò in tour con gli Evanescence già nel 2006-2007), sono piuttosto interscambiabili e, soprattutto, troppo brevi. Fanno un buon sottofondo mentre si cazzeggia su internet, ma solo un paio restano impresse, come Between Worlds e Voices In My Head, abbastanza lunghe da avere un inizio, uno sviluppo e una conclusione. Fortunatamente ci sono le canzoni vere e proprie a salvare il tutto: Dark Water, un esempio davvero pregevole di brano mediorientale in salsa synthrock su cui canta Malika Zarra; Can’t Stop What’s Coming, che sperimenta più sull’ambient; e i due gioiellini elettronici, una Push The Button tutta dance, con tanto di ansiti sexy che non ti saresti mai aspettato da Amy, e una Lockdown più d’ambiente e che occasionalmente sconfina nell’industrial. La voce di Amy sembra essersi ripresa un po’ dopo gli abissi raggiunti sull’ultimo album degli Evanescence e il rispettivo tour, forse perché finalmente non deve più urlare per farsi sentire in mezzo alla schiacciasassi Hunt&McLawhorn, e fa sperare in performance almeno dignitose in futuro.
In definitiva, come stuzzichino in attesa di un vero debutto solista ci può stare. Basta solo che Amy non faccia passare come al solito ventordici anni prima della prossima release, perché come disco Aftermath non sazia.
Preferite: Lockdown, Push The Button, Dark Water

Pure Adulterated JoyMorning Parade
Pure Adulterated Joy – Morning Parade
C’è qualcosa di sostanzialmente non funzionante nei Morning Parade. Hanno le idee, hanno il talento, ma per quanto mi riguarda non riescono proprio a ingranare. Già il self-titled ha dato questa impressione, e questo secondo full-length la conferma in pieno. Pure Adultered Joy è una raccolta di canzoni per lo più carine, ma a cui manca la scintilla per diventare memorabili. Sulla falsariga del debutto, la parte rock è enfatizzata rispetto alla componente elettronica (e le canzoni in cui ciò è più marcato sono le meno interessanti), la produzione tende a uniformare il tutto e alcune melodie sono un po’ blande, troppo reminescenti del rock britannico più canonico, sia nella progressione degli accordi, sia negli arrangiamenti, specie quelli vocali. Non mancano le highlight, per lo più simil-ballad o pezzi un po’ più synth, ma anche loro vanno più sul “bellino” che sul capolavoro. E dire che la band di potenziale ne ha: prima dell’album di debutto hanno pubblicato una mezza dozzina di singoli (solo due dei quali inclusi nell’album) uno più bello dell’altro, che mostravano un songwriting efficace enfatizzato da arrangiamenti piuttosto originali. C’è da chiedersi che fine abbiano fatto tutte quelle idee. Perfino ai testi, tutto sommato interessanti e per lo più venati di critica sociale verso la Generazione Me senza essere puntigliosi o scontati, manca un po’ il mordente per restare impressi.
In sostanza, l’album non è malvagio, ma nemmeno particolarmente interessante. È riuscito meglio del precedente, ma si mantiene nello stesso limbo di vaga mediocrità, abbastanza ispirato da essere riascoltato ma non tanto da durare nel tempo. Peccato: speriamo che il trend di miglioramento continui e col prossimo si ritorni i fasti pre-esordio.
Preferite: Sharing Cigarettes, Seasick, Culture Vulture

ShelterAlcest
Shelter – Alcest
Il problema di Neige è che è una garanzia: da una parte, sai che va sempre a parare sullo stesso tipo di cose; dall’altra, non riuscirebbe a fare musica brutta nemmeno se lo facesse apposta. Personalmente, speravo in un taglio più netto rispetto all’ormai esausta formula Alcest, ma Neige si è accontentato di eliminare del tutto le influenze black metal per dedicarsi a uno shoegaze più puro e arioso. Oggettivamente, però, la musica è buona e c’è poco da rinfacciargli: la differenza rispetto al passato è affidata per lo più al mood generale, più solare e positivo, con ben pochi punti nostalgici o malinconici, ed è questo che lo salva da un altissimo rischio autoplagio.
Purtroppo, non è un album iconico né particolarmente memorabile: visto che le novità sono così poche, preso in un mood Alcest andrei piuttosto ad ascoltare il sempiterno debutto. Ma senza queste pretese, resta comunque un buon disco con una sua personalità e un suo perché all’interno della discografia della band. Per il futuro però urgono cambiamenti.
Preferite: Opale, L’Éveil Des Muses, Délivrance

Clare MaguireClare Maguire
Clare Maguire – Clare Maguire
Dopo Kari, altro “era ora” per la Claretta, che ha smesso di pettinare le bambole sparando canzoni randomiche su internet a intervalli irregolari e si è decisa a darci almeno un EP. Come era prevedibile dando uno sguardo al suo Tumblr, ha rinnegato il sound synth del debutto per darsi a sonorità vintage e per lo più acustiche, che valorizzano forse meglio la sua voce (per quanto l’abbinamento fra l’elettronica di Light After Dark e il suo contralto corposo fosse comunque intrigante). Certo, un EP di quattro tracce di cui due cover non sazia, ma prendiamolo come un buon esordio per questa nuova era e speriamo non si riattacchi alla bottiglia.
Preferite: Black Coffee, Paper Thin

AntagoniseMaYaN
Clare Maguire – Clare Maguire
Io e i MaYaN non ce la possiamo proprio fare. Un po’ me ne vergogno perché mi sento come uno di quei metallarini che si lagna che gli album non sono “abbastanza metal”, solo al contrario. C’è un sostanziale miglioramento rispetto al debutto, che ricordo solo come un indistinto polpettone di rumore, ma continuo a pensare che i MaYaN siano un totale spreco di tempo e idee che potrebbero benissimo essere investite negli Epica. Con meno prolissità, tecnicismi gratuiti e batteria pestata a tutti i costi, canzoni come Bloodline Forfeit potrebbero benissimo funzionare nella band madre e spiccare molto di più. A conti fatti, stavolta non c’è nulla che non vada davvero. C’è solo una sovrabbondanza di tutto: tecnicismi di chitarra come se piovesse, virtuosismi di batteria assordanti, cambi di tempo fin troppo improvvisi e confusionari… l’unica cosa davvero bilanciata sono le orchestrazioni, che si mantengono discrete sullo sfondo senza appesantire un amalgama già difficile da digerire.
Tralasciando la mia allergia al metal così rumoroso, comunque, i problemi principali di quest’album sono nel comparto vocale: non sono mai stato un gran fan del growl di Mark Jansen, ma diventa quasi piacevole in confronto agli urli svociati del sempre pessimo Henning Basse. La benamata Floor Jansen, che salta fuori qua e là su Burn Your Witches e Redemption, grida quasi più degli altri due messi assieme e non aiuta molto. Si salvano solo Laura Macrì, lodevole sia nei vocalizzi di background che come lead, sia una Marcela Bovio criminalmente mal sfruttata. Ciliegina sulla torta, Mark dà il peggio di sé nei testi, oscillando fra la telecronaca nuda e cruda e il suo atteggiamento da predicatore de noartri. Non che sia una novità, specie ricordando Quarterpast, ma inizia a diventare davvero noioso.
In conclusione, l’album nel complesso non è pessimo, e in alcuni momenti è anche gradevole, ma è eccessivo a livello musicale, palloso a livello testuale, e buona parte delle vocals sono da cestinare. Riconosco lo sbattone tecnico dei musicisti, che lo salvano dall’Inferno, ma non credo che lo riascolterò a breve. Più che una raccolta di musica che ha qualcosa da comunicare, sembra più una vetrina che consente ai musicisti di mostrare quanto sono bravi e sanno suonare veloce. Personalmente, non è questo che cerco quando ascolto qualcosa.

Bilancio musicale del 2014: Inferno

La fine dell’anno è ormai imminente, e così, eccoci qui a tirare le fila di ciò che è avvenuto nel mondo musicale. Il 2014 è stato un album ricchissimo di uscite, alcune attesissime, altre che ci saremmo volentieri risparmiati, altre che sono state una sorpresa, altre ancora una delusione. Come ogni anno, eccomi a mettere le mie cinque copeche in merito, e stavolta divido il tutto in tre post per l’incredibile mole di roba che è uscita – il che è anche il motivo per cui ho soprasseduto su molti album e mi sono limitato a scrivere di quelli che in qualche modo mi interessano.
Ciò detto, suggerirei di cavarci subito il dente e passare subito in rassegna le uscite più brutte dell’anno: una volta superate queste è tutto in discesa. Trattenete il respiro, stiamo per calarci nel peggio del peggio.

VervainLiv Kristine
Vervain – Liv Kristine
La prima grande domanda di quest’album è: perché? Perché solista se il genere è virtualmente lo stesso rock/metal dei Leaves’ Eyes? Certo, alcune differenze ci sono: le canzoni sono generalmente più orientate al pop e all’elettronica che al folk e al symphonic, ma quest’apertura c’è stata anche in Symphonies Of The Night e qui la direzione è la stessa, solo più marcata. Diciamo che forse è meno pretenzioso, ma la linea fra i due progetti resta molto sottile.
Detto questo, in generale l’album è un netto miglioramento rispetto a Libertine (anche se, considerando quanto era brutto quello, non significa poi molto), ma il songwriting e per lo più pigro e ripetitivo, con melodie che oscillano fra il banale e il bruttino e arrangiamenti anacronistici. Liv Kristine cerca a tutti i costi di pescare a piene mani dai Theatre of Tragedy, molto da Aégis e un po’ da Musique, e il tutto risulta già sentito ma di qualità inferiore. Le vocals sono molto più varie rispetto ai lavori recenti dei Leaves’ Eyes, con pochissimo uso della tremenda impostazione lirica farlocca e qualche ritorno al timbro etereo che ha fatto la fortuna di Liv con i Theatre of Tragedy, ma si attesta per lo più su un falsetto nasale e stridulo che non è molto piacevole da sentire – cosa particolarmente evidente su Lotus, una ballata dal sentimentalismo già esasperato, melodia scialba e arrangiamento stereotipato che rappresenta probabilmente il tentativo peggio riuscito di far musica su tutto l’album.
Gli ospiti non aiutano molto la causa. Michelle Darkness su Love Decay passa relativamente inosservato come un semplice Raymond Rohonyi surrogato per fare ancora più Theatre of Tragedy, mentre Doro Pesch su Stronghold Of Angels è abominevole; ingolata al massimo, rauca da rasentare l’afonia, sembra si stia strozzando a ogni sillaba.
Nel complesso l’album non è direttamente da buttare come il predecessore, è semplicemente non necessario. Buona parte delle canzoni non sono davvero orribili, ma scorrono via del tutto abuliche, senza lasciare una reale impressione nell’ascoltatore: né abbastanza catchy da catturare l’attenzione, né tanto sofisticate da essere belle. Vervain, quindi, non aggiunge nulla di nuovo né alla carriera di Liv Kristine, né al panorama musicale in cui si muove. È un’operazione-nostalgia per strappare qualche spicciolo alle vedove dei Theatre of Tragedy approfittando della loro assenza, e probabilmente è uscito sotto brand solista perché un simile grado di scopiazzamento sarebbe stato poco elegante se marketizzato come Leaves’ Eyes. Musicalmente inutile, in sostanza.

SuperstitionThe Birthday Massacre
Superstition – The Birthday Massacre
Posso essere franco? The Birthday Massacre, avete rotto. Superstition è un album che porta il concetto di “ridondanza” a un livello che non pensavo nemmeno fosse possibile. Se già nel 2012 Hide And Seek è stato un album che non aveva nulla da aggiungere a quanto è stato detto e fatto, Superstition scava ancora di più nei soliti cliché del synthrock per adolescenti creepy in calze a righe orizzontali con i poster di Tim Burton in cameretta e diventa davvero inutile. In un certo senso, trovo la cosa irrispettosa verso i fan, perché se è vero che l’innovazione non è il punto forte della scena darkettina, dubito che gli adolescenti di quindici anni fa non siano cresciuti nel frattempo. È abbastanza palese che i The Birthday Massacre, invece che crescere insieme alla loro fanbase, puntano invece al ricambio generazionale e ai sedicenni di oggi, quelli che non sono stati fagocitati dal trend hipster, per continuare a mungere quella nicchia di pubblico senza sforzarsi di proporre idee nuove.
I cliché tipici della band ci sono tutti al gran completo: la copertina viola con le silhouette e le orecchie da coniglio, i rumori ambientali, elettronici e/o industriali che collegano le varie canzoni (cosa che di per sé mi dà fastidio ma, a parte questo, lo sciabordio delle onde, il fischio del vento e lo stillicidio della pioggia puzzavano di vecchio già dieci anni fa), le pseudo-filastrocche sussurrate in maniera creepy, il synth scampanellante… Ma anche tralasciando tutto questo, tralasciando titoli palesemente pigri come Rain (seriamente, nel 2014?), Destroyer, Beyond e The Other Side (siamo darkettini e ci piacciono la morte e la distruzione), Diaries (come se avessimo quindici anni), tralasciando le lyrics stereotipate, anche cercando di decontestualizzarlo, resta comunque un disco estremamente loffio, con linee vocali sciape, progressioni di accordi prevedibili e melodie praticamente intercambiabili con quelle di qualsiasi altro disco dei The Birthday Massacre (provate a canticchiare il ritornello di Pins And Needles su Divide e vedrete). L’unico vero tentativo di evoluzione del sound, già visibile su Hide And Seek, è una minore enfasi della parte rock rispetto ai synth Anni Ottanta, che ha però conseguenze disastrose perché toglie grinta a canzoni a cui già manca la freschezza e la catchiness che ha caratterizzato i primi lavori della band. Non a caso, l’unica canzone davvero interessante è quella che prova ad allontanarsi dal terreno battuto verso l’ambient, ovvero la title track; il resto è una collezione di canzoni facilmente dimenticabili di cui non si sentiva affatto la necessità.

Magic ForestAmberian Dawn
Magic Forest – Amberian Dawn
Trovatemi una band più prolifica degli Amberian Dawn, che dal 2008 a oggi hanno sfornato ben cinque full-length e una compilation di revisitazioni delle canzoni precedenti causa cambio vocalist (se no avrebbero tirato fuori un nuovo album di sicuro). Ci sarebbe quasi da gridare “al genio” se il segreto di questa produzione seriale non fosse stato già chiaro a partire dal secondo album, che è essenzialmente il primo suonato al contrario: per questo motivo, i successivi non mi sono nemmeno preso la sbatta di ascoltarli (e non credo di essermi perso molto). A questo giro ho però deciso di tentare, incuriosito un po’ dal cambio di vocalist, un po’ dalle dichiarazioni della Tuomassa locale (sì, il “compositore” e tastierista della band si chiama Tuomas e adora Paperino) sul fatto che la nuova voce gli ha permesso di fare quello che avrebbe voluto fare sin dall’inizio (dove l’ho già sentito?) e che le linee vocali hanno forti influenze Anni Ottanta. Quest’ultima parte mi ha stuzzicato in particolare, giusto per confermare se, dopo aver tirato fuori il symphonic power a voce lirica nel 2008 quando perfino i Naituiss avevano cambiato stile vocale, gli Amberian Dawn si meritassero davvero il Premio Slowpoke del metal dopo che tutte le altre band sono già passate per gli Eighties da almeno tre-quattro anni.
Beh, partiamo dalla novità: la voce di Capri. Sin dalla prima canzone si rivela generica e monotona come poche, la sua interpretazione è degna delle peggiori serate da karaoke e le tonnellate di filtri che le buttano addosso non aiutano a farsi un’idea della sua reale preparazione tecnica. Altra novità, almeno per i canoni degli Amberian Dawn, è l’arrangiamento: ridimensionate le tastiere simil-orchestrali a favore di suoni più elettronici, anche se in molti casi i due tipi sono stati in qualche modi ibridati dando una fastidiosa impressione di orchestrina campionata da un midi. Il resto è la solita solfa: le melodie, in termini di progressioni di accordi, sono praticamente sempre le stesse, così come non sono cambiate la batteria power, le schitarrate ritmiche e gli immancabili assoli nei bridge, ovviamente sempre ubertecnici perché bisogna far vedere quanto si è bravi. Di tanto in tanto comprare anche qualche parte narrativa parlata/sussurrata, come se non se ne fosse sentite già abbastanza. Magari ci sono più cambi di tempo e di tonalità del solito, ma piuttosto che arricchire i brani rendendoli meno prevedibili, hanno unicamente l’effetto di renderli più confusionari e cacofonici. Fra l’altro, le prime tre canzoni da sole dicono tutto ciò che c’è da dire e le altre non fanno che rimestare quegli stessi schemi e motivi. In breve, è soltanto cambiato qualche ingrediente di una salsa pur sempre sciapa che tenta di condire il solito piatto ormai riscaldato per l’ennesima volta.

The Life And Times Of ScroogeTuomas Holopainen
The Life And Times Of Scrooge – Tuomas Holopainen
Sarò franco: quando è uscito il singolo di lancio, A Lifetime of Adventure (per gli amici A Storytime of Pendulum), già mi pregustavo una stroncatura brutale qui sul blog se l’album si fosse mantenuto sullo stesso livello di masturbazione musicale voglio dire, autocitazionismo. Poi, ascoltando il resto, mi sono reso conto con una certa sorpresa che è talmente loffio da non prestarsi nemmeno a quello. Musicalmente, come prevedibile, il “sogno di una vita” che la Tuomassa ha covato per quattordici anni è la risciacquatura dei piatti degli ultimi tre album dei Naituiss, con l’apice in Cold Heart Of The Klondike, e non aggiunge nulla di nuovo se non qualche tentativo un po’ maldestro di fare dell’ambient (Dreamtime) che si perde in un bicchiere d’acqua e tanta ripetitività. La Kurkela, che è una specie di clone di Anette, non aiuta molto, Tony Kakko è inopportuno come al solito, mentre il resto è una paccottiglia strumentale che, pur essendo gonfiata a dismisura da orchestra & coro dell’immancabile Pip Williams, passa praticamente inosservata. Eppure, con tutti quei rantoli corali, cornamuse e richiami folkeggianti, si prende terribilmente sul serio. Oh, se lo fa. Ed è proprio questo il suo problema principale: il suo voler essere essere molto artistico e impegnato quando, alla fin fine, parla di fumetti. E non sta nemmeno in piedi da solo: probabilmente, come sottofondo alla lettura dell’albo sarebbe anche utile, ma senza gli manca il mordente. Semplicemente, non è di per sé evocativo, e mentre scorre monotono sullo sfondo senza un supporto visivo, al massimo provoca qualche déjà-vu e spinge a chiedersi su quale album dei Naituiss questa o quella canzone sia già stata pubblicata. Il che, credo, rappresenta il fallimento supremo, dato il tipo di lavoro, un tentativo di trasporre una storia e delle immagini in musica. Il secondo, dopo un ImagiAnerum che senza il b-movie non rappresenta nulla.
Oh, visto che ho nominato gli Amberian Dawn prima: provate ad ascoltare l’intro della loro Valkyries (specie la versione 2011, che è abbassata di due toni) e quello di Cold Heart Of The Klondike, e ditemi quanto è squallido da 1 a 10 plagiare una band che non fa altro che scopiazzare la tua.

Beauty & The BeatTarja feat. Mike Terrana
Beauty & The Beat – Tarja feat. Mike Terrana
Qualcuno dovrebbe prendersi la briga di dire alla Tamj che una sola Sarah Brightman è già abbastanza fastidiosa e non ce ne serve una versione metallara che nel calderone del crossover infila anche il rock classico. Del suo album di brani classici e canzoni anni SettantaOttantaBenvenutiHipster (manca solo Lloyd-Weber per completare la Fiera della Baracconaggine) rielaborate con orchestra e coro di cento persone, feat il suo batterista di fiducia Mike Terrana, sentivamo la necessità forse anche meno che del Robo dei Paperi della Tuomassa. Ma tant’è: la Mangiatoia Naituiss è ancora bella piena e c’è posto per tuttE.
Per quanto riguarda il repertorio strumentale, in cui la fa da padrone Terrana, il risultato è mediocre: a differenza di una reinterpretazione in chiave metal come se ne sono sentite altrove, non c’è un’intera band che aggiunge qualcosa ai brani, ma semplicemente un susseguirsi rumoroso di virtuosismi di batteria schiaffato sopra che non aggiunge una nuova prospettiva, semplicemente distrae dal resto. Per carità, nulla da togliere a lui tecnicamente, ma è proprio l’arrangiamento che non funziona. E poi, chiunque riproponga l’Allegro di Eine Kleine Nachtmusik deve morire. A PRIORI. Quanto al repertorio cantato… beh, soffre dei soliti difetti della Tamarrja, fra cui intubamento, falsettone con vibrato slabbrato spacciato per impostazione lirica, suoni striduli, sguaiati e schiacciati, totale mancanza di interpretazione ed emozione… il solito tiro al bersaglio, insomma. Per la parte classica, non essendo nemmeno riarrangiata in chiave moderna, tanto vale ascoltarsi una vera cantante operistica. Che poi, fra tutti e due, il repertorio è ruffiano che più ruffiano non si può, fra il Can Can di Offenbach, l’Ouverture del Guglielmo Tell di Rossini, O Mio Babbino Caro, la Canzone della Luna di Dvořák e – ho già detto che deve morire? – Eine Kleine Nachtmusik. Insomma, si punta al facilmente riconoscibile e allo sdoganato per fare quella che la mia insegnante di pianoforte, a suo tempo, definì “musica classica per mandroni”, cioè qualcosa che i mandroni ( = pigri) possano ascoltare con facilità per poi tirarsela dicendo di essere conoisseur di musica classica.
Il repertorio moderno, invece, è fin troppo riarrangiato: interamente orchestrale slash corale, con la batteria quando proprio va di lusso, tanto da rendere tremende anche le canzoni della stessa Tamj, figurarsi i poveri Queen (sul serio, la cover di Take My Breath Away è una delle cose più brutte che abbia mai sentito). Fra l’altro, nella tracklist figura anche un’orribile Swanheart. No, sul serio, Swanheart, la Ballata Che Mai Avrebbe Dovuto Essere. Nel 2014. E vabbè.
Ah, ho già detto che Eine Kleine Nachtmusik deve morire male assieme a chiunque continui a suonarla?

UltraviolenceLana Del Rey
Ultraviolence – Lana Del Rey
Finalmente una cosa su cui io e Lagna siamo d’accordo: ‘sta roba è inascoltabile. Se Born To Die era un album bruttino e pretenzioso, arrangiato male e cantato ancora peggio, aveva almeno il pregio di essere una buona miniera di cover per artisti realmente di talento che volessero infilare qualche canzonetta easy nel loro repertorio. Beh, Ultraviolence non è nemmeno questo: nonostante il tentativo di alleggerire un po’ gli strati geologici di sviolinate, il songwriting ha perso la componente easy-listening ed è diventato sconclusionato, piatto e talmente inconsistente che si fa fatica a seguire il filo delle melodie. Un grosso vuoto compositivo che, nonostante tutto, è arrangiato con la solita pretenziosità randomica: la profusione di archi avrà lasciato il posto alle chitarre elettriche, ma buona parte delle scelte continua a non essere affatto funzionale all’economia dei brani, solo buttata lì soltanto per tentare di dare un tocco vìnteig. La distorsione nella chitarra di Shades of Cool o di Money Power Glory fa accapponare la pelle, ed è solo uno dei vari episodi senza senso, che includono i synth di Sad Girl e il sassofono distorto di The Other Woman. Gli episodi che richiamano le pacchianate di Born To Die sono semplicemente grotteschi: se tutte quelle sviolinate sembravano ridondanti su quelle canzonette smaccatamente pop, a maggior ragione sembrano fuori posto nel piattume melodico di Old Money. L’idea di fondo, quella di far sembrare Ultraviolence un disco vintage, tutto sommato si intuisce. Ma forse, più che con foto low-fi in copertina e vagolate di filtri, sarebbe stata sviluppata meglio con uno studio più oculato delle melodie.
Un altro dei problemi, e pure grosso, è la tremenda enfasi che si è voluto mettere sulla voce di Lagna: le distorsioni in Cruel World, Fucked My Way Up To The Top e The Other Woman, che la fanno sembrare ancora più sguaiata, e poi lo striplicamento digitale sulla title track e su Sad Girl, il riverbero in Brooklyn Baby, sono tutti accorgimenti che, tentando di fare low-fi e vintage, non fanno che accentuare le tremende carenze tecniche di Lagna, che già non avrebbero bisogno di essere pubblicizzate. Vedesi Pretty When You Cry, dove è davvero insopportabile, o i vocalizzi in falsetto su The Other Woman, che sembrano campionati direttamente da un LP di Florence Foster Jenkins. Quale sia il senso di mettere così in primo piano il suo difetto principale non è dato saperlo, ma pace. A livello testuale, la situazione non è molto migliore. Di tanto in tanto salta fuori qualche metafora un po’ meno scontata, che esce dal cliché trademark “fingo di parlare di roba superficiale mentre contemplo la realtà profonda dell’universo”, ma per la maggior parte è di una pedanteria quasi ammirevole: riferimenti vintage e concetti pseudo-nichilisti come se piovesse, talmente espliciti e forzati da non lasciare spazio a nulla (“They think I don’t understand the freedom land of the 70’s”: guardatemi, sono una vera esperta del campo, ora lo sottolineo pure). Come se ci fosse così bisogno di ribadire per l’ennesima volta che “I’m a sad girl, I’m a sad girl, I’m a sad girl, e se non si fosse capito I’m a sad girl, I’m a bad girl, sì, esatto, I’m anche a bad girl.
Bon, abbiamo il disco più brutto dell’anno. Vuota cestino; invio.

Wednesday, 24 December 2014

Per Natale desidero solo Capodanno

Ieri pomeriggio fare l’albero di Natale mi è proprio pesato. Quest’anno sono antinatalizio al massimo: sarà che è il primo senza Murka, o che lottare contro gli strascichi dell’influenza non dispone molto bene. O l’aneurisma che ho rischiato col Procreatore e la Ziaccia, o che la televisione è più molesta e filocattolica che mai e oggi non hanno nemmeno dato La Signora in Giallo. Ma davvero, mi sono proprio dovuto costringere, ho aperto i rami controvoglia, uno per uno, fino a che non ho messo qualche luce e il puntale a forma di cometa, e lì ho avuto l’illuminazione: stampare la sonda Rosetta e attaccarcela. Finalmente mi sono fatto una risata e ho continuato a cuore più leggero. Ma sempre un po’ meccanicamente e con grande noia.
Del resto, ho smesso di aspettare il Natale a dieci anni.

Da piccolo adoravo il Natale. Contavo i giorni in attesa dell’Immacolata e, puntuale come le campane della messa del mattino, appena mi svegliavo tiravo giù l’albero dalla mensola, aprivo tutti i rami a cui arrivavo (la Mater faceva gli altri), e poi mi arrampicavo sulle sedie per addobbarlo. Sulla disposizione degli adobbi, mi facevo aiutare dalla Mater solo per le luci, tutto il resto era compito mio. Ogni anno, appena arrivavano gli addobbi nei negozi, ne compravo qualcuno nuovo, ed è così che se ne sono stratificati di ogni forma, colore e varietà, sempre alla ricerca del famoso nastrino fucsia. Ogni ghirlanda di luci e nastrino di carta aveva il suo posto e, sebbene lo schema si arricchisse di continuo, è arrivato più o meno invariato fino ai giorni nostri; solo fatto con sempre meno cura e interesse. Negli ultimi sette anni, addirittura, l’albero l’ho fatto alla chetichella proprio subito prima di Natale – anche se per questioni logistiche, ovvero perché la Mater vuole sempre aspettare che io sia in casa per farlo, e torno sempre intorno al 20.

Il perché e percome abbia perso il mio slancio natalizio è una storia abbastanza stupida, in realtà. Non ho idea di cosa fosse successo, ma ricordo che nel 1999 la Mater mi mise in punizione verso la fine di novembre, e questa punizione era proprio non fare l’albero di Natale. Già allora avevo imparato il mio meccanismo di difesa preferito, ovvero fingere di non volere affatto qualcosa nel momento in cui non potevo averlo o rischiavo di perderlo. In seguito la situazione si è appianata, ma un paio di giorni prima di Natale è scoppiato il vero dramma: abbiamo fatto l’albero, poi io e la Mater siamo andati tutti contenti a Sassari a comprare un po’ di decorazioni nuove, goderci un po’ le luminarie, prenderci qualche dolcetto e fare tutte quelle cose tipiche del Natale. Forse tutti e due volevano recuperare il tempo perso, ma abbiamo comprato davvero un sacco di cosine belle non solo per l’albero, ma un po’ per tutta casa, e non vedevamo l’ora di decorare tutto.
Al ritorno, la brutta scoperta: avevo lasciato Murka chiusa in camera mia, e a lei era scappata la pipì sul mio piumone.
Ecco, io e la Mater abbiamo avuto la nostra dose di attrito e screzi – rileggendo i primissimi tempi del blog, mi rendo conto che in quegli anni c’era tutta la tensione tipica fra un genitore e un figlio adolescente – ma un litigio violento come quello non lo ricordo proprio. Che poi, era una svista mia e Murka decisamente non aveva colpa, ma è davvero scoppiato il finimondo. È stata la sfuriata di una sola notte, il giorno dopo abbiamo fatto pace, ma ha lasciato il segno: tutte le decorazioni, tutte le cosine che avevamo preso, improvvismente le ho guardate con occhi diversi. Le ho odiate, le vedevo stupide e futili, inutili di fronte a ciò che succede davvero nella vita. Per qualche anno le ho appese comunque cercando di notarle il meno possibile, poi, appena crescendo ho davvero iniziato a ridimensionare il natale, le ho nascoste sul fondo della scatola degli addobbi, sotto la carta da regali mai utilizzata, a mai più rivederci. Già troppo se maneggio quelle che vanno sull’albero stesso e sopporto le luminarie per strada.
Di tutte le decorazioni, ormai sono affezionato solo a due: il piccolo alberello di stoffa che ho usato su All I Want For Christmas Is New Year’s Day, che è arrivato svariati anni dopo, e un altro alberello da mobile con le fibre ottiche; peccato che, due anni fa, del secondo si sia bruciato il motorino delle luci dopo che ero partito per Trieste, e quindi la Mater l’abbia buttato. Fantastico, avrebbe potuto far seguire tutto il resto.
Perché nonostante non ci abbiamo pensato più, nonostante non ricordi nemmeno bene cosa sia successo, per me il Natale è diventato sinonimo di quell’episodio. Crescendo, poi, ho iniziato a capire quanto siano davvero vuote le feste, quanto preconfezionati i buoni sentimenti di cui tutti si riempiono la bocca, quanto assurda la struttura religiosa che lo regge e bla bla radical chic, ma tutto è partito dalle lucine per strada, dai festoni sbrilluccicanti, dalle stelline di carta da appendere a lampadari e finestre. E la Mater, povera donna, ogni anno cerca di trascinarmi fuori a vedere le luminarie (e, ora, fotografarle) con tutto l’entusiasmo che aveva anche lei quando da piccolo le amavo, e sostanzialmente ci butto un occhio solo per fare contenta lei.
E dopo quel penoso incidente natalizio, anche l’albero ha mantenuto quell’antipatia che la punizione dell’Immacolata, per quanto revocata, gli aveva gettato addosso: addobbarlo è diventato un onere, accenderlo qualcosa che se va bene si ricorda di fare la Mater, e onestamente farei fuori metà degli addobbi, che sono purtroppo raddoppiati perché nel frattempo ce ne hanno regalati varie persone che cambiavano casa e non li volevano appresso, per non dover perdere tutto questo tempo a sistemarli ogni anno. Fortuna che nel frattempo almeno alcune ghirlande di luci si sono fulminate, liberandomi della loro presenza. L’albero, poi, ha giusto un paio d’anni meno di me e sta letteralmente cadendo a pezzi – solo quest’anno si sono staccati quattro rami, e non perché ci abbia messo troppa forza. Prima o poi verrà il giorno in cui la Mater si troverà costretta a buttare anche lui, e spero che non voglia spendere un mucchio di soldi per comprarne uno nuovo. Io me ne laverò le mani, delegando a lei anche il destino degli addobbi, senza dirle che guardandoli quest’anno ho visto solo un mucchio di cose vecchie e malconce: luci sbiadite dal troppo uso, nastrini sempre più spelacchiati, palline e campanelle graffiate per tutte le volte che Murka le ha fatte rotolare giù, altre spaccate dall’umidità col polistirolo interno che spunta dal rivestimento, altre scolorite con i disegni quasi cancellati. Qualcosa di talmente obsoleto da farmi davvero chiedere quale sia il senso di esporlo, ma che in qualche modo rappresenta fisicamente il mio spirito natalizio. Del resto, hanno iniziato a deteriorarsi proprio quando io ho smesso di curarmene.

Oh, e buon Natale a tutti.

Monday, 22 December 2014

Body’s a Battleground

Cito Katia: “Teso’, il tuo sistema immunitario è troppo amichevole. Non hai gli anticopri, hai i procorpi. Ad ogni virus che passa aprono la porta e offrono la cena!”. E come ha poi aggiunto, “Le piastrine le mettiamo ai fornelli.”

Il fatto che sia malaticcio un po’ di continuo non è una novità: un colpo di freddo e voilà, mal di gola e naso chiuso – del resto, ogni bravo Wiccan Scoppiato sa che i Gemelli sono vulnerabili nelle vie respiratorie. Ma è molto raro che la febbre mi salga sopra i 37,7 o giù di lì, e la febbre oltre i 38 e mezzo con picchi di 39 degli ultimi giorni ha lasciato il mio corpo davvero peggio di un campo di battaglia.
La parte messa peggio è la bocca: la febbre mi ha praticamente cucinato le mucose, così ho due colossali e dolorosissime afte sulle labbra, una sopra e una sotto, svariate ulcere sugli alveoli degli icisivi superiori, graffi sulle gengive che coprono i mai spuntati denti del giudizio, bollicine un po’ su tutto il bordo della lingua e quello che è praticamente un cratere sul palato molle, proprio dove la lingua preme ogni volta che deglutisco. Tutti questi graffietti messi assieme mi fanno talmente male che sento l’indolenzimento arrivare fino ai denti.
A tutto ciò si aggiungono ovviamente i mali minori: ho un aspetto ancora più sciupato, la pelle stressatissima e i capelli secchi – e se arrivo a considerare queste cose come i mali minori, lascio solo immaginare in che condizioni sono stato e sono ancora. L’unica cosa che ha fatto sembrare tutto ciò una passeggiata è l’esilio dal Procreatore che mi sono volontariamente imposto: se proprio devo sprecare questi giorni stando male, almeno ci concentro le incombenze spiacevoli e mi godo i momenti in cui starò meglio con la Mater e i miei pochi amici di Alghero. Anche perché almeno lì ho potuto accoccolarmi accanto alla stufa a pellet, farmi servire e riverire a bacchetta e riempirmi di vitamina C con agrumi coltivati in loco. E poi, di fronte all’incazzatura per la faccia tosta che il Guasto e la Ziaccia hanno mostrato sabato sera, qualsiasi malattia diventa piacevole. Davvero, non capisco se mi stanno trollando, se sondano il terreno per vedere se mi ricordo o meno certe cose, o se si sono autoconvinti delle stronzate che sparano.

E niente, è un post di puro rant buttato lì tanto per sfogarmi un po’. E per sottolineare che quest’anno ho tutte le giustificazioni nell’avere uno spirito natalizio pressoché inesistente. Ecco: se proprio devo fare da incubatrice a una colonia di microbi, almeno cerco il lato positivo.

Sunday, 30 November 2014

Emilie Simon @ Rocher de Palmer


Il gioco della serata si chiama “Trova il Narcissus”. Indizio: sono quello che sorride al punto di emanare arcobaleni che perforano lo schermo. Del resto, il centro esatto della prima fila a un concerto memorabile come quello di Emilie Simon a Bordeaux questo mercoledì è un ottimo motivo per essere felici.
Ho parlato a grandi linee della mia visita a Bordeaux tenendo il giorno dell’evento clou per un post a parte: mercoledì mi sono svegliato di buonora, ho fatto colazione, tirato fuori il biglietto, preparato i booklet e il pennarello nella speranza di eventuali autografi e scritto due righe per accompagnare il mio piccolo regalo per Emilie, una selezione di stampe di mie foto ispirate alle sue canzoni.


Armato de La Domatrice di Agatha Christie, mi sono quindi recato al Rocher de Palmer in anticipo di svariate ore, pronto ad aspettare l’apertura dei cancelli incurante di freddo e pioviggine. Ora, so che la coda è chilometrica già svariate ore prima del concerto solo in Italia – lì infatti non è arrivato nessuno fino a un’oretta e mezza prima dell’apertura – ma non volevo correre rischi. In fondo, avevo il mio libro, la giacca pesante, il chioschetto degli hot dog all’angolo del piazzale… insomma, tutto ciò che serviva.
Essendo il Rocher de Palmer un centro multisala aperto anche per attività pomeridiane, passata l’ora di pranzo è arrivata gente e ho chiesto alla gentilissima receptionist se potevo passare il pomeriggio nella lobby del locale. Nessun problema: avrei dovuto uscire un’oretta prima dell’apertura ufficiale per il concerto e fare la fila, ma fino ad allora il divanetto era tutto mio. Così, alla fine, non ho nemmeno patito il freddo e l’umido. Quando sono uscito di nuovo c’erano solo una ragazza di Bordeaux e un’allegra e simpatica signora parigina che segue Emilie in quante più date possibile, così ho fatto amicizia e sono potuto andare a prendere un altro hot dog sapendo che, se fosse arrivata altra gente, non avrei perso il posto in fila. L’unico incidente spiacevole è stato l’arrivo di un ubriacone che sbraitava non so cosa alla piccola folla che si era radunata ordinatamente all’ingresso, ma per il resto la coda è stata scorrevole, non c’è stato l’assalto al posto come capita da noi e ho potuto conquistarmi un’ottima postazione in tutta calma.
Come gruppi di spalla, Emilie ha deciso di ingaggiare ogni sera qualche artista locale; a noi sono capitate Le A, una band post-rock molto piacevole composta da tre ragazze e un batterista, che hanno intrattenuto il pubblico con un’ottima prova e mi hanno fatto venire voglia di approfondire la loro discografia appena avrò tempo. Terminato loro e rimontato celermente il palco, finalmente le luci si sono abbassate e, sulle prime note di Perdue Dans Tes Bras, la silhouette di Emilie si è stagliata contro il paravento in fondo al palco.

1. Perdue Dans Tes Bras
2. Des Larmes
3. Graines D’Étoiles
4. Rose Hybride De Thé
5. Paris J’Ai Pris Perpète
6. Fleur De Saison
7. The Eye Of The Moon
8. Désert
9. Menteur
10. I Call It Love
11. To The Dancers In The Rain
12. Opium
13. Dreamland
14. Rainbow
15. I Wanna Be Your Dog

16. Flowers
17. Wicked Game
18. Quand Vient Le Jour
19. Les Étoiles De Paris
Ovviamente, fatta la foto commemorativa ho subito messo via il telefono per godermi appieno l’esperienza live, e per ottimi motivi.
Tanto per cominciare, il suono era pressoché cristallino: un dettaglio semplice ma fondamentale per chi, come Emilie, fa dell’atmosfera uno dei cavalli di battaglia della sua musica. In secondo luogo, la scaletta è stata pressoché perfetta: Emilie ha suonato tutto Mue compresa Wicked Game, alcuni cavagli di battaglia storici come Désert, Flowers, Rainbow o Fleur De Saison, ma anche la mia preferita, Graines D’Étoiles.
Come album, The Big Machine e Franky Knight sono stati un po’ trascurati con, rispettivamente, due e una sola canzone estratte, ma c’era da aspettarselo: il primo perché, purtroppo, non è un fan favourite, il secondo perché è molto personale ed era ancora troppo presto per rispolverarlo. L’unico pelo nell’uovo che potrei trovare sarebbe la mancanza di Swimming, l’altra mia canzone preferita di Emilie, ma è una cosa strettamente personale.

L’allestimento del palco era piuttosto minimalista, dominato da luci calde e per lo più naturali che ben hanno accompagnato la vena cantautorale che fa da base a Mue; tuttavia, non sono mancati effetti speciali, come i giochi di luci e ombre sui paraventi che facevano da sfondo, la luce blu che ha completato l’atmosfera notturna e onirica di Eye Of The Moon, il rapido scorrere dei colori dell’iride su Rainbow, i colori psichedelici di Dreamland o le piccole chiazze di luce proiettate sullo sfondo per richiamare il titolo di Les Étoiles De Paris. L’insieme è stato molto appropriato all’atmosfera delle canzoni, ora intimo e accogliente, ora energico e colorato, ora misterioso e sognante.

La performance è stata ineccepibile, con Emilie che si è destreggiata con grande agilità fra le line vocali, spesso accompagnandosi con gli strumenti per dare a ogni canzone la veste sonora più adatta per rendere al meglio: dal piglio un po’ più rock per dare energia al pubblico, a quello più acustico e low key per lasciar posto alle emozioni, fino a qualche momento deliziosamente sperimentale. C’è stato il suo ormai iconico set di filtri e riverberi vocali da braccio, che ha effettato dal vivo la voce sui brani storici trip-hop ed elettronici come Désert, Rainbow e Dreamland; ha imbracciato la chitarra per canzoni come Fleur De Saison, Des Larmes, I Wanna Be Your Dog e Quand Vient Le Jour; e non ha mancato di sedersi alla tastiera, armata del suo metronomo touchscreen su cui variare i beat, per proporre una versione sperimentale e minimalista di Opium.
La squadra di musicisti che la accompagnano in tour è ormai ben rodata e ha reso al meglio, senza far sparire le rispettive doti sullo sfondo né rubare la scena alla vera protagonista.

Quando il concerto è terminato, ero semplicemente in estasi. Purtroppo non ho avuto tempo di aspettare che Emilie uscisse dai camerini perché dovevo correre a prendere il tram per acchiappare l’ultima coincidenza col bus e tornare in albergo, ma ciò non ha reso la serata meno memorabile. Emilie Simon è un’ottima autrice, una vocalist di enorme talento e una performer impeccabile. Per quanto ami la sua musica su disco e già solo ascoltare quelle canzoni sarebbe valso il viaggio a Bordeaux, la sua resa dal vivo è stata talmente spettacolare da superare ogni mia previsione e farmi tornare a casa arricchito e contento di aver fatto quest’esperienza.

Saturday, 29 November 2014

Bordeaux, j’ai pris perpète

Che fine ho fatto questa settimana è presto detto: sono saltato su un aereo e sono andato a Bordeaux, in Francia. Perché? Perché con l’uscita di Mue e dopo aver visto il live al Rock en Seine, ho deciso che un concerto di Emilie Simon era un’esperienza irrinunciabile. Del concerto parlerò a parte perché merita un post tutto suo, qui mi limiterò a fare due chiacchiere sulla città e le mie impressioni a riguardo. Il concerto era mercoledì, il volo di andata solo lunedì, quello di ritorno venerdì, così ho avuto i due giorni intermedi tutti dedicati a girare per Bordeaux.

Il viaggio in sé non è stato malvagio: niente ritardi, niente corse, ho trovato facilmente informazioni sui trasporti pubblici per arrivare in hotel; quest’ultimo, pur essendo parecchio fuori mano, a Eysines, aveva quel feel da motel di Supernatural, con tutte le camere che danno all’esterno sul parcheggio, che me l’ha fatto amare all’istante. La camera, poi, era confortevole, la colazione abbondante, e per il prezzo esiguo che ho pagato sono stato più che bene.
Bordeaux è una città incantevole sia dal punto di vista architettonico, sia per le mille cose da fare in giro per il centro, sia per l’efficientissima organizzazione dei trasporti: e dire che sono partito con la morte nel cuore perché l’albergo era quasi fuori città e su internet avevo letto che tram e bus si fermavano alle 20:30, cosa falsissima perché sono regolari e puntuali fino anche all’una e mezza. L’unica cosa un po’ fastidiosa della Francia, se paragonata ai Paesi Bassi o addirittura a Cechia o Slovacchia, è la tirchiaggine di free wi-fi, che ho trovato solo in abergo (comunque con password legata alla camera), nella sala concerti e sul bus da e per l’aeroporto. Male, Francia, bisogna mettersi al passo con i tempi!

Comunque sia, martedì per prima cosa ho fatto un sopralluogo alla sala concerti, il Rocher de Palmer, situata a Cenon. Cenon è un sobborgo di Bordeaux che si trova attaccato alla città a est; Eisynes è un altro sobborgo, sempre attaccato alla città, a nord ovest: di conseguenza, visto che avrei preso gli ultimi trasporti, dovevo essere sicuro dei miei spostamenti (alla fine, il Rocher era praticamente attaccato alla fermata del tram, per cui tutto a posto). Portata a termine la missione, ho per lo più vagato per le strade del centro in cerca di un ombrello, che non ho trovato; nel farlo, ho visto un po’ le boutiques che si affacciavano nelle vie, approfittato degli sconti della Fnac per riempire la borsa di cd e trovato un posto spettacolare dove fanno ciambelle salate con ripieno a piacere, e avevano anche i miei adorati pomodorini secchi. Giovedì ho ripreso il giro da dove avevo interrotto e, più pratico della città, mi sono goduto l’architettura elegante, la bellezza del lungo-Garonna, un paio di cafè che avevo adocchiato e un cocktail tipico di un localino gay friendly davanti al quale ero passato un paio di volte e che aveva attirato la mia attenzione. Purtroppo, niente foto perché martedì pioveva mentre giovedì la luce era proprio pessima: sarà un incentivo a tornare, magari cercando anche qualche amicizia, perché le città francesi sono da vivere accanto a qualcuno. Anche perché ho visto un orologio bellissimo che, con la luce giusta al crepuscolo, avrebbe fatto un’ottima foto delle 8:15.

La cosa che mi ha colpito di più del viaggio è stata la mia naturalità nel parlare il francese. Mi viene spontaneo, mi diverte e gratifica, e le poche volte che ho chiesto a qualcuno di ripetere, mi hanno preso per ritardato prima che dicessi che sono straniero. Non voglio nemmeno stare a pensare a quanto la mia vita sarebbe diversa ora (o forse no?) se me ne fossi ricordato quando iniziavo l’università e sceglievo le lingue, o a quanto avrei avuto bisogno di Emilie Simon al liceo, quando quell’oca della prof di francese faceva di tutto per farmi odiare la lingua. Fatto sta che parlerei in francese tutta la vita, 24/7, e tornare all’italiano è stato un po’ traumatico.
Beh, se non altro mi restano i bellissimi ricordi del concerto, che costituiranno il prossimo, lungo post.

Saturday, 15 November 2014

Apologia della sonda Rosetta

No, non ce la faccio proprio a mantenere la bocca chiusa sul “caso” del lander Philae che è atterrato sulla cometa 67P – o meglio, il caso di come i media italiani (dico a te, TG4) l’hanno presentato. È più forte di me, sono stato appassionato di queste cose sin da quando ero bambino, ho aspettato per anni questo momento, così come aspetto con trepidazione il fliby di Plutone della New Horizons, e vederlo vilipeso da quelli che dovrebbero fare informazione nel paese in cui vivo mi ha davvero fatto male. Altro che sapere che la scavatrice che ha perforato la superficie è stata fatta in Italia.
Per chi se lo fosse perso, il TG4 (vedi link sopra) ha commentato la notizia mettendo l’accento su quanto le scoperte scientifiche sulla natura delle comete ne rovinino la popolare immagine romantica. Su quanto le immagini di questi sassi polverosi tolgano fascino all’“astro” della Natività. Ovvio, perché anche i lander delle missioni Apollo sulla Luna a 384,400 km sono un pugno nell’occhio quando alzi lo sguardo a guardarla prima di una sana pomiciata. Ma qui è peggio, perché, appunto, la cometa è un simbolo della Natività, e guai a toccarla. Quasi quasi direi, fortuna che questa gente non ha più il potere politico di una volta, perché tutto ciò mi ricorda vagamente il processo a Galileo: guai a toccare la visione dell’universo quando c’è di mezzo la religione!
Ci sono tante di quelle cose che vorrei sbattere in faccia all’autore di quel servizio, farneticazione per farneticazione, perché quell’articolo è davvero l’apologia dell’ignoranza volontaria. Vedere le comete “con sorpresa e stupore” significa solo essere dei gran coglioni, perché al giorno d’oggi siamo in grado di calcolarne le orbite e prevederne quindi le apparizioni con anni di anticipo; “non lo sapeva quasi nessuno” della missione, quando bastava aprire Wikipedia per informarsi; e che i nuclei cometari fossero grossi pezzi di roccia e ghiaccio che sublimano in prossimità del perielio è noto da decenni, basta la licenza media. L’asteroide di Armageddon glielo romperei in testa, perché si sa che l’astronomia è buona solo come materiale per blockbuster scientificamente inaccurati. Ciliegina sulla torta, “gli scienziati sono gli unici o quasi ad eccitarsi” per la missione, mentre è evidente che il grande pubblico, di cui lui vuole farsi portavoce, è decisamente infastidito, anzi, offeso dall’essersi ritrovato queste scomode nozioni scientifiche infilate nel sedere. Era meglio non sapere, continuare a crogiolarsi nell’immagine della palla di luce fuffosa con la coda: non posso nemmeno chiamarlo sottotesto, perché è praticamente il punto focale del servizio.

Ok, mi rendo perfettamente conto che arrabbiarmi è stupido. L’atteggiamento antiscientifico è un po’ una costante della società italiana, basti pensare a quanti si scagliano contro quella stessa ricerca che permette loro di riacchiappare i loro animaletti per la coda quando hanno una zampetta nella fossa. Figurarsi quindi il giudizio che si può avere su una scienza che, apparentemente, non ha un riscontro concreto nella vita quotidiana (dico “apparentemente” perché capire il funzionamento su larga scala dell’universo in realtà serve a controllare e applicare quelle stesse forze sulla piccola scala, ovvero la base della tecnologia moderna; radio e tv, forno a microonde e radiografie in primis). Ma c’è ben altro, un motivo molto più radicato per cui in una società retriva come quella italiana queste scoperte sono considerate un male, come l’apologia della beata ignoranza del TG4 ha chiaramente mostrato.
La verità è che l’astronomia è il motore che propelle l’avanzamento della società. È la scienza che per prima ha spinto l’uomo a mettere in discussione il divino, a studiare il cielo non come qualcosa di remoto e irraggiungibile, non come un reame separato e immutabile, ma come parte integrante della realtà in cui viviamo. È stata una scienza piena di errori, che ha dato per assodati anche per secoli modelli che poi si sono rivelati incorretti ma li ha poi superati, che si mette costantemente in discussione ed è alla continua ricerca di correzioni e nuove sfide a quanto già sa. Ci mostra quanto piccoli e umili siamo, quanto la nostra conoscenza sia fallace e quanto la “verità” non esista e sia costantemente conrovertibile. Ci insegna ad avere il coraggio di superare le nostre teorie quando si rivelano sbagliate, che non esistono dogmi, che nessuno può proclamarsi detentore della saggezza suprema perché la percezione umana è limitata. Per secoli abbiamo pensato che il cielo fosse un reame divino, che costituisse un mondo a parte, perfetto, la residenza di Dio; e che ogni cosa fosse stata creata in un meccanismo perfetto affinché noi potessimo essere qui. Oggi sappiamo che l’universo è fatto della stessa materia di cui siamo fatti noi, che fuori dal nostro cielo c’è uno spazio uguale a quello in cui ci muoviamo noi, che i meccanismi su cui si basa la nostra esistenza sono imperfetti e soggetti al declino – basti pensare al decadimento orbitale che farà sì che nel giro di milioni di anni non possano più avvenire eclissi totali sulla Terra – solo in tempi talmente grandi da non essere nemmeno concepibili dalla nostra mente. Noi siamo qui, approfittiamo di un breve istante per esistere, e col tempo le cose cambieranno. Nulla è a nostro uso e consumo, siamo solo stati fortunati e dobbiamo prendere la nostra esistenza come il dono che è, non darla per scontato perché ci è dovuta.
Se non fosse stato per la scuola aristotelica, per la Rivoluzione Copernicana, per il telescopio, per i primi uomini nello spazio, saremmo ancora schiavi dell’irrazionale e della superstizione, senza la possibilità di pensare con la nostra testa e prendere in mano la nostra esistenza. Ascolteremmo ancora chi dice di aver ricevuto una rivelazione e lasceremmo che fossero loro a decidere della nostra vita. E vivremmo ancora nel terrore ogni volta che una cometa, questo misterioso oggetto luminoso che trascende l’immutabilità delle Stelle Fisse a intervalli imprevedibili, compare in cielo come presagio di chissà quale sventura.

Wednesday, 5 November 2014

My super bittersweet sixteen

My violent mood swings peak and my hands
Are as heavy as rocks.
I have no time and no space,
I have fallen behind:
There is no god.

The night is cursed,
Loud and blurred,
But still it rains,
Still it rains,
It rains like hell,
It rains like hell!

Rain on empty shells.


Ricordo che c’è stato un tempo in cui non ero meteopatico e la pioggia mi metteva allegria, mentre ora giornate intere uggiose e umide mi mandano letteralmente in bestia.
È da quando sono tornato da Lucca che mi porto dentro un veleno strisciante. Sono in uno stato di frenesia inespressa e non faccio che alimentare la mia frustrazione ascoltando musica depressa o, alla meglio, incazzata. Davvero, è da tanto che non ricordo di aver contribuito al mio cattivo umore in quel modo, piuttosto che esorcizzarlo, e non sono assolutamente in vena di provare ad ascoltare qualcosa di più allegro per scacciare il malessere di vivere. È come una droga, mi faccio deliberatamente del male e non riesco a smettere.

La cosa peggiore è che non riesco proprio a capire quale sia la causa. Non ho magagne affettive, non ho amicizie in crisi, non ho niente di niente che non vada. Tornare dal paese dei balocchi alla routine di sicuro non aiuta, ma è ridicolo che ciò basti a ridurmi i nervi in queste condizioni. Probabilmente, una parte è dovuta tensione per l’imminente partenza per l’Olanda, ma anche questo mi sembra un po’ poco. E così eccomi qui, diviso fra i Draconian, i The Romanovs, la Sia più deprimente e chissà che altro. Se sono davvero al punto in cui la musica non mi aiuta ma peggiora la situazione, le cose si mettono davvero male.
Fortuna che almeno posso fare il sedicenne sul blog, è l’unica valvola di sfogo che mi è rimasta. Il risultato è un post privo di sostanza e interesse, ma sticazzi, non posso sempre scrivere roba coerente e significativa.

Friday, 10 October 2014

Il lato B della faccenda del quattordicenne napoletano

Quando questo si sia trasformato da un blog di cazzi miei a uno di opinionismo improvvisato e tuttologia applicata non me ne sono accorto di preciso, ma probabilmente da domani, non appena sarò a Trieste e privo di tv, smetterò di preoccuparmi di qualsiasi scemenza capiti nel mondo reale per tornare a sguazzare nella mia routine e depressione.

Detto ciò, il tema di questo post è, ovviamente, quello di cui tutti parlano, il quattordicenne napoletano che si è ritrovato una pompa su per il sedere (no, non sono una persona originale e sì, sento la necessità di aggiungere i miei cinque copechi in merito, come dicono i Russi).
Non credo di dover ribadire per l’ennesima volta opinioni che credo siano universalmente condivise sui tre che hanno torturato il ragazzino e sui loro parenti (seriamente, trovatevi una catacomba e infilatevici in silenzio). Di specifico ho solo da aggiungere che io ho l’età degli aggressori, e l’idea di avere a che fare in qualsiasi modo con un quattordicenne non mi sfiora neanche per la testa. Figuriamoci sfotterlo dall’alto dei miei dieci anni in più. Figuriamoci fargli del male, fosse anche un calcio negli stinchi. Seriamente, sono un adulto, quello è un ragazzino, che razza di problemi e complessi di inferiorità dovrei avere per cercare di rivalermi su di lui?
Ma questo, dicevo, sono opinioni universalmente condivise che non vale la pena di ripetere. Personalmente, oltre che con gli aggressori, in questa vicenda il problema ce l’ho – indovinate un po’? – con la stampa. La solita, inaffidabile, chiassosa stampa italiana sempre pronta ad avventarsi su qualsiasi vicenda come un avvoltoio.

Chiariamo subito un punto: la mia non è in alcun modo un’apologia degli aggressori – anzi, per come la vedo io il loro atto è più grave di come lo dipingono giornali e tg. È tortura e pure un tentato omicidio, il motivo è la più becera idiozia. Ma per cortesia, signori telegiornali: non è una violenza sessuale. Onestamente, tirando le somme fra le varie versioni che circolano per l’etere, anche se il poveraccio si è ritrovato una pompa d’aria compressa su per il retto, non lo è. Non è stata causata da motivi sessuali, non è stata fatta per la gratificazione sessuale degli aggressori, non ha a che fare con la vita sessuale di nessuna delle due parti. Compreso il ragazzino: enfasi sull’intestino perché è grasso. È una violenza discriminatoria, non sessuale. Quel ragazzino è stato torturato ed è quasi morto (perché è di questo che si tratta) in quanto “diverso”, non in quanto oggetto sessuale. Ciò la rende forse meno grave ai miei occhi? No. E anzi, parlare di violenza sessuale lo fa quasi sembrare un giochino erotico andato male, quando l’intento lì era umiliare e fare del male in maniera deliberata e assolutamente gratuita: lo trovo ancora più orribile. Questa specifica renderà forse le condizioni del ragazzino meno gravi? Nemmeno, non uscirà prima dall’ospedale per questo post. Perché allora il fatto che la stampa abbia aggiunto il carico da novanta mi urta tanto?
È il motivo di fondo. Una notizia del genere va già in prima pagina, ma immaginate quanto vende di più se ci aggiungiamo anche il reato di natura sessuale. Non una violenza discriminatoria, ma legata al sesso; non un mancato omicidio del diverso, ma un sordido giochino andato male: perfetto per vendere la notizia a tutti quegli Italiani che stanno col naso incollato allo schermo in cerca di tutti i dettagli più morbosi sull’omicidio della piccola Yara o chi per lei, perché ci si immedesimano e sentono quel piccolo brivido segreto nel pancino. Ma non solo. Pensateci: un ragazzino violentato da tre uomini ventenni. Nel tempo che intercorre fra la lettura del titolo e l’inizio dell’articolo, la mente dell’Italiano Medio si sta già pregustando anche la componente omosessuale e pederastica, quella familiare rassicurazione sul fatto che quegli schifosi finocchi ce l’hanno sempre con i bambini, che sono perversi come nessuno ammette più, con tutto il gusto voyeuristico di vederli perpetrare le loro sordide perversioni da dietro il vetro dello zoo mediatico e vivere quei brividi nel pancino tramite loro.

Congrats for making this unrelated tragedy about you a parte, lungi dal vederci un complotto antigay, ma era giusto un esempio su come la sessualizzazione di un crimine di natura non sessuale da parte della stampa giochi con la voglia di evasione del pubblico italiano per tenerlo incollato alla notizia finendo per snaturare completamente l’accaduto. In poche parole, così com’è è un fatto aberrante, ma con annessa gang rape ha quel retrogusto di scandalo sopra cui ricamare e che fa vendere le copie. Fra l’altro, alle scorrettezze della copertura mediatica di questa vicenda aggiungerei anche le interminabili interviste al parentado. Perché sì, ho scritto prima che i parenti degli aggressori dovrebbero strisciare sottoterra nel silenzio più assoluto, ma chi è che dà loro i quindici minuti di fama ai quali anelano tanto da svendere qualsiasi dignità? La nostra stampa. Probabilmente mascherandosi dietro il dovere di far sentire entrambe le campane per mantenere l’impazialità, ma con l’unico intento, ancora una volta, di incuriosire l’ascoltatore, di stuzzicarlo ad ascoltare fino a che punto quelle persone sono prive di buon senso e dignità con lo stesso gusto voyeuristico per i freak da circo con cui si fregavano le mani al pensiero del gang rape finito male.

Insomma, tanta solidarietà (e possibilmente un abbecedario) alla famiglia del quattordicenne, e tanto disprezzo per quegli altri. Ma quando ascolto il notiziario, io vorrei essere informato, e non emozionato o intrattenuto. Che siano le sviolinate sentimentali con cui i nostri giornalisti ammantano le vicende più tragiche, o il sensazionalismo perverso con cui cercano di vendere la cronaca più rivoltante: teneteveala per voi, a me interessa solo la notizia. Sul serio, fate i giornalisti, non le soubrette.

Saturday, 4 October 2014

Meteorite di Plutone – Azione!


Non ci posso credere, siamo punto e accapo.
La scorsa settimana si è tenuto nel Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics un dibattito circa la definizione di “pianeta” e, ovviamente, se sia applicabile o meno a Plutone. Il tutto con lunghi discorsi di tre esperti, di cui uno contro e due a favore di riammetterlo nel club dei pianeti perché, sostanzialmente… feels, presumo. Non lo so, non mi vengono in mente altri motivi plausibili.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti, c’erano una volta i sette pianeti del Sistema Solare: la Luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove e Saturno. In sostanza, se brillavi e ti muovevi in cielo per conto tuo, eri un pianeta. Dopo un paio di millenni, si scoprì che il Sole faceva categoria a parte, la Luna era l’unica a girare intorno alla Terra, la quale orbitava intorno al Sole assieme agli altri cinque; similmente alla Luna, c’erano quattro pianetini che ruotavano intorno a Giove. A questo punto, eri un pianeta solo se ruotavi intorno al Sole. La scoperta di Urano nel 1781 non pose grossi problemi alla nomenclatura, ma nel 1801 arrivò il pianeta di cui di sicuro non avete sentito parlare: Cerere, il quinto (in ordine di distanza) pianeta del Sistema Solare, scoperto fra Marte e Giove. Sorprendentemente, nelle sue immediate vicinanze poco dopo spuntarono fuori anche Pallade (1802), Giunone (1804) e Vesta (1807), e per svariati anni il Sistema Solare ebbe ben undici pianeti. Man mano che saltavano fuori nuovi oggetti, più simili fra loro che a qualsiasi altro pianeta, e il vicinato iniziava a diventare fin troppo affollato, tutti questi piccoli mondi furono riclassificati come asteroidi, e come tali sono conosciuti tutt’oggi. Il Sistema Solare aveva di nuovo sette pianeti fino alla scoperta di Nettuno (1846).
Plutone fu scoperto nel 1930 e ritenuto inizialmente di dimensioni simili a Nettuno. Ma, mentre successive osservazioni facevano diminuire la stima sempre più fino a far diventare Plutone più piccolo della Luna (e di altri otto satelliti naturali sparsi per il Sistema Solare), non solo si scoprì che, a differenza di qualsiasi altro pianeta, Plutone era fatto di ghiaccio, ma nuovi, piccoli mondi ghiacciati iniziarono a saltar fuori nelle sue vicinanze. Mmh, dove l’abbiamo già visto? Oltretutto, Plutone aveva già svariate peculiarità che lo rendevano parecchio diverso dal resto dei pianeti: è in risonanza orbitale con un altro di essi (Nettuno) e ne interseca l’orbita in due punti; la sua, di orbita, è molto più inclinata rispetto all’equatore solare di quella degli altri otto; non solo, è anche l’unico pianeta ad essere un sistema binario, visto che il suo satellite, Caronte, è grande quasi la sua metà ed entrambi ruotano intorno a un centro di gravità comune che si trova al di sopra della superficie di Plutone. Insomma, le anomalie erano già troppe, e si è potuto far finta di nulla solo fino a che, nel 2006, si è scoperto Eris, un corpo celeste più grande di Plutone. A quel punto, la definizione di pianeta è stata nuovamente aggiornata e Plutone è diventato un pianeta nano, nonché l’oggetto più grande della fascia di Kuiper, che raggruppa tutti i pianetini ghiacciati della zona (Eris fa parte di un’altra zona ancora del Sistema Solare, il disco diffuso). Fino alla settimana scorsa, quando si è sentita la necessità di buttare tutto all’aria e ricominciare daccapo.
 

Alla luce di ciò, la diatriba sulla classificazione di Plutone è un po’ la cosa più stupida che sia mai capitata all’astronomia. Ok, mettiamo il caso che Plutone torni ad essere un pianeta. Fantastico, e ora? Includiamo anche Eris? E cosa facciamo di Cerere, che storicamente vanta ancora più diritti di Plutone, visto che è venuta prima lei? E di Pallade, Giunone e Vesta?
Tralasciando, poi, che qualsiasi classificazione si dia loro, quei corpi celesti continuano a esistere e orbitare nello stesso modo, le persone dovrebbero capire che i concetti scientifici – in questo caso, la classificazione di pianeta – non sono immutabili. Anzi, cambiano costantemente man mano che arrivano nuove conoscenze. E la classificazione degli oggetti celesti è una questione di pura comodità.
Perché è così importante avere nove pianeti nel Sistema Solare? O che Plutone sia il più piccolo di essi piuttosto che il più grande degli oggetti di Kuiper? Non possiamo avere otto pianeti secondo la definizione tradizionale, e svariate altre categorie di oggetti fra loro simili, come gli asteroidi, la fascia di Kuiper, il disco diffuso, i centauri, le comete eccetera? Oltretutto, sarebbe anche più facile per il pubblico, compresi gli studenti, comprendere un modello del genere piuttosto che “Abbiamo nove pianeti, eccetto che l’ultimo è più piccolo della nostra Luna, ha un milione di differenze dagli altri e un fottio di corpi simili nelle vicinanze che però, attenzione, non sono anche loro pianeti perché ci piace così”. Nel Sistema Solare come lo conosciamo adesso, un discorso simile non ha più molto senso.
Così come non ne ha l’intera diatriba. Certo, anche io sono cresciuto con i nove pianeti del Sistema Solare, e anche io ho guardato Sailor Moon, e Sailor Pluto è anche una delle mie Senshi preferite. Nonostante tutto, sono affezionato al modello con nove pianeti. Ma non capisco questo genere di sentimentalismo nel mondo scientifico. L’uncia ragione per cui uno scienziato potrebbe attaccarsi unghie e denti a questa classificazione è la tradizione. E la tradizione serve solo a rallentare la scienza.