Sunday, 12 March 2017

C’è qualcosa di salvabile in Un Magico Natale?

Giovedì esce il live action de La Bella e la Bestia e l’hype mi sta mangiando vivo. Siccome ho un bisogno disperato di surrogati, ho deciso di pipparmi quel classico dell’inettitudine cinematografica che è La Bella e La Bestia: Un Magico Natale. Poi chiediamoci perché non amo il Natale.
Ok, a essere sincero, da piccolo riuscivo a tollerarlo principalmente perché ha portato altri oggetti animati (non che li adorassi o giocassi col set di porcellane di mia zia quando passavo il pomeriggio da lei, proprio no). Ma siamo sinceri: la storia è stucchevole, l’animazione nemmeno paragonabile all’originale (porca miseria, l’hanno nominato come miglior film agli Oscar e me lo riducete così?), l’intreccio non ha un briciolo di senso e i personaggi non solo sono caricaturali (soprattutto Belle e la Bestia), ma vanno spesso contro la logica che avevano nel film originale. Oh, e da bambino non riuscivo a stomacare che Lumière flirtasse con qualcuno che non fosse la cameriera, o che Belle avesse indossato il vestito dorato prima della scena del ballo. NO. Nulla di tutto ciò è canon. Questo film non è mai esistito, già a otto-nove anni la cosa mi era ben chiara.
Riguardandolo da adulto, però, non ho potuto fare a meno di rivalutare un elemento in particolare: il villain, Forte, e il rapporto che ha con la Bestia.

Aiutatemi a dire “creepy”.
Parliamo un momento della trama (che considero sempre grossolana e stupida): Belle è prigioniera nel castello e la Bestia ancora non si comporta come dovrebbe. Il Natale si avvicina e Belle decide di celebrarlo, nonostante la Bestia l’abbia vietato perché è anche l’anniversario dell’incantesimo. I loro stupidi battibecchi vengono esacerbati dalle macchinazioni di Forte, l’ex compositore di corte trasformato in un gigantesco organo super creepy: negli anni dell’incantesimo, infatti, la Bestia si è affidato alla “consolazione” che la musica di Forte riusciva a dargli, rendendo Forte importante nella sua vita; con l’incantesimo spezzato, Forte perderebbe il suo ascendente sulla Bestia e ciò non gli garba. Così, Forte convince Belle a uscire dal castello in cerca di un abete da addobbare; la Bestia lo vede come un tentativo di fuga e la mette in prigione. Poi si rende conto di essere un deficiente e la libera: a quel punto, Forte esce di testa e tenta di ucciderli e distruggere il castello con la sua musica, finché la Bestia non distrugge la sua tastiera e uccide lui. Urrà, il Natale e salvo e tutti festeggiano.
Gnn. È una trama talmente idiota che mi sento in imbarazzo per chi l’ha scritta. E Forte, per quanto spaventoso nell’aspetto, è uno dei villain più inutili e con una delle motivazioni più sciocche di tutta la produzione Disney.
O forse no.

La fiaba originale de La Bella e la Bestia è molto diversa dalla versione Disney. È un tentativo di indorare la pillola sui matrimoni combinati: lui è vecchio e brutto? Hai rinunciato alla tua vita per sposarlo? Fa nulla, compenserà regalandoti vestiti e gioielli, e magari poi scopri pure che non ha un brutto carattere ed è tollerabile sul lungo termine.
La versione Disney è molto più interessante, con un’infinità di livelli di lettura. La Bestia della Disney non è un uomo brutto che, a guardarlo bene, nasconde un bel carattere: è un uomo che si sente un mostro, che pensa di aver perso l’umanità, si chiude in se stesso e non sa come salvarsi prima che sia troppo tardi. La Bestia della Disney è qualsiasi persona depressa: non gli importa di curare il suo aspetto, vive in mezzo al caos e non tiene alle sue cose, non riesce a interagire con le altre persone, si vergogna per come vive e non vuole che nessuno lo veda, si sente costantemente inadeguato, si chiude in casa e si limita a osservare la vita degli altri persone indirettamente. E, soprattutto, è del tutto disconnesso dal suo lato emotivo perché gestirlo è troppo difficile; ed è quello che rende umani.
Da qui torniamo a Forte, che trae il suo potere da questo stato in cui si trova la Bestia. È una presenza tossica nella sua vita che pretende di essere il suo unico confidente; la sua musica e, soprattutto, le parole che gli sussurra continuamente all’orecchio sono una dipendenza che sembra placare lo sconforto, ma finisce solo per alimentarlo. Per mantenere il suo potere, fa letteralmente di tutto pur di sabotare qualsiasi progresso la Bestia faccia, specie nelle relazioni interpersonali. Da una parte, imbastisce un piano complicato per far sembrare che Belle non sia la persona giusta, che voglia tradire la Bestia, che stia agendo per fargli del male e renderlo ancora più infelice. Dall’altra, enfatizza il bisogno di solitudine della Bestia, lo convince a distanziarsi ancora di più dal suo lato umano, addirittura distrugge meticolosamente la sua autostima, spingendolo a credere di non essere lui abbastanza per Belle o per vivere in mezzo alla gente. Quando le cose girano proprio male, tenta di distruggere la sua speranza (la rosa) e, direttamente, di ucciderlo. Alla fine, nonostante sia Belle a incoraggiarlo, nonostante gli altri servi lo aiutino, è la Bestia che lo sconfigge. Nessun altro può, solo la Bestia.
Ora, magari sto leggendo troppo fra le righe di uno stupido sequel direct-to-video e di un villain poco convincente che hanno buttato lì perché non sono riusciti a inventarsi di meglio, ma… e se invece ci fosse un’intelligenza molto sottile nella caratterizzazione di Forte e fosse una metafora per la depressione della Bestia? Perché si comporta esattamente come la depressione nella testa di qualcuno, una presenza distruttiva ma a tratti quasi rassicurante, che non fa altro che sabotare qualsiasi cosa tu o gli altri tentino di fare in modo da averti tutto per sé. E alla fine, tu solo hai il potere di uscirne e sconfiggerla.

Lo ammetto: mi sento sporco a spezzare una lancia in favore di quel filmaccio che, ribadisco, non è mai esistito. Ma forse c’è qualcosa in più che un semplice modo di capitalizzare su un magnifico film tramite una mediocrità con cui sbolognare i bambini un’oretta alle cure di Zia Televisione.
Fatto sta che, se non altro, non sono così disperato da pipparmi anche quell’oscenità de Il Magico Mondo di Belle… almeno spero. Ti prego, giovedì, arriva presto!

Saturday, 4 March 2017

Non è una recensione di Logan

Tolgo subito di mezzo quella che sarà l’opinione impopolare: grazie al cielo, basta con Wolverine. Hugh Jackman è fantastico nel ruolo, interpreta il personaggio alla perfezione, lo rende piacevole pur con tutti i suoi difetti, e in questi diciassette anni è diventato iconico… ma oltre a essere un geyser di soldi per la 20th Century Fox non ha molto da dire.
Il motivo per cui mi sono affezionato meno al franchise degli X-Men rispetto al MCU è che, dando così tanta prominenza a Wolverine, la 20thCF è finita a raccontare la stessa storia più e più volte. Tutti i film in cui Wolverine ha un ruolo centrale hanno la stessa trama: Logan è un Lupo Solitario Egoista™ ma con un cuore d’oro ben nascosto; Logan viene trascinato controvoglia nel conflitto; Logan manda tutti a quel paese e se ne va (o segue la sua sottotrama personale) perché è un Lupo Solitario Egoista™; il cuoricino di panna prende il sopravvento, Logan torna e si unisce alla lotta comune; bravo, Logan, hai imparato a non essere un Lupo Solitario Egoista™. L’ha fatto con gli X-Men, poi con gli X-Men, poi con gli X-Men, poi con Gambit & co, poi con la Jappominkia, poi con gli X-Men in loop temporale, e Logan ha esattamente la stessa trama, cambia solo il contorno. La lezione che impara è importante – nessun uomo è un’isola e fa star meglio lottare per gli altri che solo per se stessi – ma è sempre la stessa. La impara e poi, a quanto pare, la dimentica, con la crescita del personaggio che viene resettata ogni singola volta. Quanti altri film si possono fare andando avanti così?
Cioè, è chiaro che la priorità della 20thCF è far profitto sul Wolverine di Hugh Jackman piuttosto che produrre film interessanti su di lui (da cui il disastro che sono gli altri due solisti), ed è quindi comprensibile che Hugh abbia deciso di dire “ciaone” e abbandonare il ruolo. Ma l’ha fatto davvero col botto perché, tralasciando l’ennesima reiterazione della solita trama, il film è davvero solido, dà una chiara motivazione (se vogliamo, un’“evoluzione”) alla stanchezza esistenziale di Logan-Lupo Solitario Egoista™, e anche un senso di chiusura alla storia della “vecchia guardia”.

Pur riconoscendo i meriti del film, però, l’ho trovato deprimente su tutta la linea – proprio una di quelle volte in cui lasci il cinema con dentro il vuoto e un senso di sfiducia verso il mondo e l’umanità.
SPOILER ALERT da qui in poi.

Non tanto per Logan in sé: lui è sempre stato l’incarnazione del Mainagiona e della stanchezza esistenziale. Di diverso, stavolta, c’è la totale assenza della speranza che, incontrando gli X-Men, imparando a combattere con loro eccetera, le cose potranno cambiare: qui è semplicemente vecchio, avvelenato dagli impianti di adamantio, davvero stufo di lottare e sa che le cose potranno al massimo andare peggio. Però è sempre il solito stufato di pessimismo che conosciamo e non è quello che mi ha fatto male.
No, la parte che mi ha devastato maggiormente è stato il Professor X: colpito a fasi alterne dalla demenza senile, rimasto con solo due mutanti accanto, ridotto a sopravvivere mezzo drogato dentro una fottuta cisterna per l’acqua. Il grande idealista, la mente più brillante del mondo, il mentore, l’insegnante, il leader, con la sua bella casa spaziosa in cui ospitava i ragazzi e dava loro riparo e sicurezza e una famiglia, dimenticato dal mondo, nascosto dentro una fottuta cisterna per l’acqua. Con delle piante mezze malaticce che crescono sotto la luce artificiale fluorescente come unica cosa da fare tutto il giorno. I can’t even. Sul serio.

I…
…can’t…
…even.
Non so perché, ma come situazione mi ha colpito molto più del bunker della timeline originale di Days Of Future Past. Forse perché è dannatamente più realistico.
Ma forse, il destino di Charles in particolare (e, in generale, Logan e la vecchia guardia dei mutanti) in questo film mi ha depresso tanto per ciò che gli X-Men rappresentano: la minoranza ingiustamente demonizzata, perseguitata come capro espiatorio per creare una narrativa del “noi contro loro” che dia coesione alla maggioranza e la distragga dai veri problemi; l’attivismo per rivendicare il diritto a esistere, per ricordare che siamo tutti umani, che tutti possiamo essere feriti.
Davvero è questo ciò che ci aspetta? Lottare tutta la vita, una battaglia dopo l’altra, una crisi dopo l’altra, una scusa per annientarci dopo l’altra, per poi finire ai margini della società, in una cisterna, a morire dimenticati o, al massimo, immolandoci per dare una possibilità alla prossima generazione che già nasce dovendo lottare, perché tanto per la nostra non c’è niente da fare?
Perché sì, il film ci prova a buttarcelo lì, quel brandello di speranza: Charles sa che ormai ha fatto il suo tempo e punta tutto sul mettere in salvo Laura, la prossima generazione di mutanti; e Laura e i suoi amici ce la fanno, fuggono in un posto che dà loro asilo e, si spera, protezione. Ma davvero non c’è speranza nel presente e il massimo che possiamo fare è sacrificarci perché forse in futuro ci sia una possibilità?
Mi piacerebbe pensare che sto leggendo troppo in profondità in un film in realtà superficiale ma, come ho detto, Logan non è X-Men Origins: Wolverine, né The Wolverine: è fatto con cura e cognizione di causa, rispettando la storia (in- e off-universe) degli X-Men; non è solo una scusa per marketizzare Hugh Jackman e infilarlo in qualche scena d’azione senza soffermarsi sul messaggio che Gli X-Men hanno sempre portato. Ed è questo che lo rende così deprimente.

Parlando sempre di cose tristi ma un po’ più facete (continuano gli spoiler), Sir Ian McKellen ci è rimasto male perché non l’hanno chiamato a fare Magneto. E io con lui, perché un Professor X dimenticato nella dannata cisterna e anche senza Magneto è doppiamente deprimente.
E comunque, che occasione si sono persi! Quanto sarebbe stata fantastica la scena della morte di Charles se ci fosse stato anche Erik, magari altrettanto ferito a morte, e avessero concluso la loro vita di tensione sessuale irrisolta cordiale rivalità ideologica allungandosi a sfiorarsi le mani prima di spirare tipo Sailor Uranus e Sailor Neptune? Ecco, una cosa del genere mi avrebbe distrutto, ma di feels, non facendomi sentire vuoto e senza speranza. Ah, dannati sceneggiatori.

Thursday, 2 March 2017

Riarrangiare il cervello intorno all’omosessualità di Le Fou

Circa due anni fa, (o mio dio, sono davvero passati due anni? A confronto, queste ultime due settimane sembr… no, SONO COMUNQUE LE PIÙ LUNGHE E DIFFICILI DA SUPERARE, AIUTATEMI).
Ahem, dicevo.
Circa due anni fa, avevo parlato fra il serio e il faceto di come Gaston de La Bella e la Bestia riassuma tutto ciò che di male il sessismo, il conservatorismo e il becero provincialismo hanno da offrire al mondo. Di faceto c’erano i miei commenti sulla gnoccagine di Luke Evans (che non ritratto: dai trailer e gli sneak peek, so già che andrò al cinema con un magliocino bello lungo), di serio l’analisi di come Gaston rappresenti il modello di mascolinità più tossico che possa essere partorito e coltivato da una società retriva e chiusa su se stessa. E sì, non appena sono stato abbastanza grande da avere cognizioni di causa, ho spesso scherzato sull’evidente man-crush che Le Fou ha verso di lui; parlando più seriamente, non è poi tanto assurdo pensare che un ambiente di mascolinità esasperata sia in realtà permeato da un forte impulso omoerotico, accuratamente nascosto per facilitare l’inserimento nel gruppo sociale chiuso e bigotto. Basti pensare a quanto omoerotismo involontario (?) permei l’estetica dei regimi totalitari che esaltano la prodezza virile fra i loro valori fondamentali.
E poi è successo questo:


Il primo commento che ho fatto è stato tipo: “Cavolo, nonostante Luke Evans che propelle i miei ormoni in orbita, mi sento comunque più eterosessuale di questa scena!”. L’avevo presa come un’esagerazione / parodia affettuosa della rispettiva scena nel film animato (le canzoni e le danze nei musical di questo tipo non sono quasi mai diegetiche, l’atteggiamento di Le Fou poteva rientrare nella non-diegesi), ma poi è arrivato l’annuncio dal regista, Bill Condon, via Attitude Magazine:


Le Fou è qualcuno che prima vuole essere Gaston, e subito dopo vuole baciare Gaston. È confuso su ciò che desidera, sta giusto capendo che ha questi sentimenti. E Josh Gad rende tutto ciò sottile e delizioso. Alla fine, ha un payoff, anche se non voglio anticiparlo. Ma è un momento carino ed esclusivamente gay in un film Disney.
Ed è qui che mi è esplosa la testa e non ho più idea di cosa pensare.

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Il fatto è che sono combattuto fra due pensieri più immediati, e un terzo su cui avrò molto da rimuginare. Il secondo di questi pensieri è che mi si sono inumiditi gli occhi per il fatto che il primo film Disney ad avere un personaggio LGBT, ma proprio apertamente LGBT – niente sottotesto, niente speculazioni, niente easter egg, niente fan theory, niente cameo sullo sfondo – sarà proprio La Bella e la Bestia, il remake del MIO La Bella e la Bestia. Non so, è una cosa che mi ha emozionato tantissimo.
Il secondo pensiero, dicevo, perché la primissima reazione è stato un breve tic del sopracciglio al fatto che questo storico primo personaggio apertamente LGBT della Disney sia il galoppino del villain. Ora, non che questo sia un problema di per sé; è solo che viene a inserirsi sulla scia di una lunga lista di villain Disney che sono “coded queer” (senza andare lontano, basterebbe menzionare Forte, il cattivo dell’orribile midquel Un Magico Natale, la cui motivazione di fondo è, sostanzialmente, una grossa cotta per la Bestia – ma per fortuna quel film non è mai esistito) fra cui Ratigan, Scar, Ratcliffe, Ursula, Ade, volendo anche Jafar… La quale lista è a sua volta una diretta eredità che ci ha lasciato il Codice Hays, concepito nel 1930 e durato fino al 1968, con il quale Hollywood si autocensurava su alcuni temi ritenuti “sensibili”, fra cui le “relazioni impure”; questi temi potevano essere sottintesi solo ed esclusivamente nella misura in cui si aggiungevano alla caratterizzazione di un villain che avrebbe poi subito la meritata punizione e, col tempo, l’associazione è diventata talmente forte che un modo veloce per stabilire un villain uomo è farlo effeminato e sessualmente ambiguo (così come un modo veloce per stabilire la villain donna è scriverla come femme fatale). Ora, nulla contro il Codice Hays – è un prodotto dei suoi tempi e parte della storia del cinema – ma un po’ mi secchrebbe se questa pietra miliare della Disney risentisse ancora dell’ombra di un vecchio artefatto della censura del secolo scorso.

Il terzo pensiero, ad ogni modo, è stato la realizzazione che Le Fou è parte integrante del “sistema”. Sulle prime mi ha irritato pensare a un personaggio LGBT così inglobato nel machismo tossico contro cui mi sono scontrato tutta la vita; soffermandomici a mente più lucida, in realtà è uno sviluppo molto interessante: La Bella e la Bestia del 1991 condanna apertamente la cultura dell’ostracismo e la mentalità provinciale del paese di Belle, e Gaston è presentato inequivocabilmente come un modello negativo. Ma se la persecuzione dell’“estraneo” è più facile da razionalizzare (Belle è stramba, per forza è esclusa), un Le Fou gay permetterebbe di sottolineare come un atteggiamento tossico e bigotto possa avere conseguenze e ferire perfino qualcuno che fa parte della “cerchia”. Involontariamente, un atteggiamento come quello di Gaston potrebbe far male a un amico, un familiare, un conoscente, e ciò non è bello.
Ovviamente dovrò aspettare il film per farmi un’idea definitiva in merito, ma se è questa la strada che hanno scelto di percorrere col primo personaggio Disney apertamente gay, è un messaggio molto profondo e importante, specie in un momento storico in cui, fra gli uomini bianchi, etero, cisgender, abili e che magari hanno vissuto la loro vita coccolati dall’avanzamento economico e sociale di un paese come la Svezia, si è diffusa questa antipatia per la political correctness e il rifiuto dell’empatia verso gli altri, mentre Milo Yiannopoulos viene osannato come il nuovo Messia (i riferimenti a cantanti che un tempo ritenevo intelligenti sono pruamente casuali).

Comunque, la curiosità di vedere come si svilupperà tutto ciò ha appena allungato la durata apparente di queste due settimane di circa il 300%.

Thursday, 23 February 2017

Trappist-1 spiegato ai deficienti

Nelle puntate precedenti:

Respiro profondo.
Ci risiamo.

Lo so, lo so, lo so che non mi devo incazzare ogni volta che una scoperta scientifica, specie in campo astronomico, viene accolta da un coro di “chissenefrega, i problemi sono ben altri”, “pensiamo al nostro pianeta” e “mio nonno in carriola se l’era già immaginato”. Mi ero ripromesso che a questo giro avrei ignorato l’analfabetismo funzionale e mi sarei solo goduto l’annuncio della NASA, ma è più forte di me: non capisci una ceppa umida e verdastra di astronomia? Non vuoi spendere nemmeno dieci minuti del tuo tempo su Wikipedia per capirci qualcosa? Non ti poni proprio la domanda del perché sia importante? Sta’ zitto. Sul serio, sta’ zitto: non ti costa nulla e ci fai più bella figura.

Detto ciò, ho già parlato nei post linkati sopra dell’importanza sociale, culturale e anche pratica che l’astronomia ha nella vita delle persone, quindi parliamo di ieri. La NASA ha annunciato che intorno a Trappist-1, una piccola stella situata a circa quaranta anni luce dal Sistema Solare nella costellazione dell’Aquario, ha scoperto sette pianeti rocciosi di dimensioni simili alla Terra, dei quali ben tre nella zona abitabile della stella. Da qui il coro di proteste: “Siete davvero sorpresi che esistano altri pianeti come la Terra nell’universo? Per la legge dei grandi numeri ce ne devono essere, e per la legge delle probabilità li si sarebbe scoperti prima o poi”. Complimenti, con questa osservazione hai appena dimostrato il livello intellettuale di un babbuino mongoplegico.

No, nessuno è sorpreso che, nella vastità della Via Lattea, esistano altri pianeti simili alla Terra nella zona abitabile della loro stella: molti candidati sono già stati scoperti. Si era già anche ipotizzato che la formazione di stelle del tipo di Trappist-1 potesse favorire quella di un sistema con numerosi pianeti terrestri, e oggi se n’è avuta la conferma. Ciò che rende la scoperta eccezionale è che questo sistema planetare ha delle particolarità (posizione, distanza dalla Terra, la stella in sé) di estremo interesse scientifico.
Cercherò di riassumere, nei limiti delle mie competenze scientifiche, i motivi in punti rapidi e semplici; so che molti di questi concetti richiedono almeno la quinta elementare, ma davvero, provate a seguirmi.


• Trappist-1 è una stella vicina. Ho abbassato il mio livello di “inutile dirlo” al minimo, quindi diciamolo: la relativa vicinanza di Trappist-1, poco meno di quaranta anni luce dal Sistema Solare, rende l’osservazione del suo sistema particolarmente agevole: è infatti la prima volta che si è riusciti a misurare il diametro e la massa di questi pianeti con grande precisione. Ci sono sistemi planetari più vicini, come Proxima Centauri (quattro anni luce e spicci), ma Trappist-1 ha delle caratteristiche finora uniche, tra cui…

• Trappist-1 è una stella fredda. In inglese è una ultra-cool dwarf, una nana ultra-fredda; è un tipo di stelle di piccola massa con una temperatura superficiale bassa (in questo caso metà di quella del Sole) e un’attività stellare moderata, senza grosse eruzioni di plasma. Da una parte, il fatto che sia poco luminosa agevola ulteriormente le osservazioni dei pianeti, che non sono oscurati dalla luminosità della stella; dall’altro, la relativa tranquillità, unita all’estrema longevità di questo genere di stelle (nell’ordine di centinaia di miliardi di anni) sono fattori propizi all’esobiologia. Inoltre…

• Trappist-1 è una stella molto metallica. Per “stella metallica” si intende una stella che contiene elementi (anche non-metalli) più pesanti di idrogeno ed elio, tra cui carbonio, azoto e ossigeno. È estremamente raro che le stelle di questo tipo siano così metalliche perché, essendo molto vecchie, si sono formate in un’epoca in cui c’era scarsità di elementi pesanti. Questo rende Trappist-1 molto interessante: più elementi sono contenuti nella stella, più ne erano contenuti nella nebulosa che l’ha originata e, quindi, nei pianeti che si sono formati. Carbonio, azoto e ossigeno sono inoltre elementi indispensabili per la biochimica che conosciamo.

• Ha molti pianeti rocciosi. Gli esopianeti più facili da individuare sono i giganti gassosi: sono più grandi e massicci, quindi producono effetti ottici sulle stelle (eclissi e librazioni) più evidenti. I giganti gassosi non hanno una vera e propria superficie, e la loro gravità e pressione sono estreme, il che li esclude come candidati per ospitare la vita a prescindere dalla loro posizione nel sistema. Trappist-1, d’altra parte, ha un sistema con ben sette pianeti, tutti rocciosi. È la prima volta che si individua un sistema stellare con tanti pianeti solidi.

• I tre pianeti nella zona abitabile sono molto simili alla Terra. Per “simili” si intende non solo che le dimensioni stimate sono di poco maggiori o minori di quelle della Terra, e avranno quindi una forza gravitazionale paragonabile alla nostra, ma anche che le condizioni di insolazione (la quantità di luce e altre radiazioni che ricevono dalla stella) sono analoghe. Il pianeta E riceve la stessa quantità di luce e calore che riceviamo noi, F e G una quantità simile a quella di Marte. Un altro tassello per la possibile abitabilità dei pianeti.

• I pianeti hanno atmosfere povere di idrogeno ed elio. Delle analisi hanno già escluso che alcuni dei pianeti abbiano atmosfere ricche di idrogeno ed elio (come i nostri Giove e Saturno). Ciò apre il campo alla possibilità di atmosfere ricche di acqua, azoto, carbonio o ossigeno; dall’analisi spettroscopiche delle atmosfere si potrà, in futuro, tentare di individuare eventuali tracce di composti tipicamente organici – cosa resa possibile per la prima volta dalla vicinanza e relativa freddezza della stella.

• I pianeti sono in risonanza orbitale. Detta in breve, il tempo che questi pianeti impiegano a orbitare la stella è sincronizzato. Esempio: B compie un’orbita ogni orbita e mezza di C e ogni due di D (non sono i dati effettivi, li ho buttati lì per fare l’esempio). Essendo i pianeti molto vicini fra loro, ci si può basare sulle reciproche perturbazioni orbitali per determinare per la prima volta in maniera accurata la loro massa. Dal rapporto fra massa e diametro si può determinare la loro composizione: c’è, ad esempio, una concreta possibilità che su uno di questi pianeti ci sia molta acqua liquida. È la prima volta che stime così precise sono state possibili.

• Potrebbero essere pianeti migrati verso l’interno. Per farla breve, l’acqua è un composto molto leggero, facilmente spazzato via dal vento stellare. La risonanza orbitale suggerisce che i pianeti potrebbero essersi formati nelle regioni più esterne della nebulosa stellare per poi spostarsi più vicini alla stella, e questo farebbe sì che possano davvero essere ricchi d’acqua. Di nuovo, si tratta di qualcosa difficilmente verificabile su altri sistemi stellari a causa della distanza e della luminosità delle rispettive stelle, che oscura la luce riflessa dai pianeti, ma qui, con gli strumenti attuali e quelli che diverranno operativi nei prossimi anni, sarà possibile.

Ricapitolando, quindi, Trappist-1 è il primo sistema stellare con tutte queste caratteristiche messe insieme a essere stato scoperto: caratteristiche sia intrinseche, sia di osservabilità da parte nostra. È la prima volta che si è riusciti a misurare il diametro e la massa di un gruppo si esopianeti con tanta precisione. È la prima volta che, con ulteriori studi, si potrà determinare con certezza l’esistenza o meno di gas serra che regolino la temperatura superficiale dei pianeti, la presenza di elementi e composti organici nelle loro atmosfere, e come dei pianeti così vicini fra loro interagiscono e si comportano orbitando una stella di piccola massa.
Il punto, quindi, non è la scoperta in sé di pianeti simili alla Terra, ma quante prime volte nella storia dell’astronomia ci stiano presentando; quante possibilità di comprendere meglio l’universo e lo stesso pianeta in cui viviamo ci stiano dando; quanto tutto ciò possa arricchire il patrimonio di conoscenze che condividiamo. Perché un conto è immaginare che, nella vastità dell’universo, ci siano pianeti che potrebbero ospitare la vita – quello è facile; un altro conto è verificarlo. Trappist-1 ci mette per la prima volta nelle condizioni di studiare degli esopianeti con tanta precisione da poterlo proprio verificare. Magari poi non troveremo nulla; magari troveremo tutto. Ma questa scoperta ci permetterà di rispondere a molte domande e porcene di nuove, e alcune di queste scoperte potrebbero trovare un’applicazione pratica sulla Terra.

Per cui, la prossima volta che sentite di una scoperta scientifica, non fermatevi al titolo del giornale prima di aprir bocca e lasciar fluire libera la deficienza. Provate ad aprire il link e leggere. Quello che leggerete magari non vi dirà nulla, ma provate a chiedervi perché la gente che ci capisce qualcosa è entusiasta. Potrebbe esserci un motivo, potreste addirittura scrivere a qualcuno, farvelo spiegare e imparare qualcosa anche voi. Invece che “Ma davvero siete sorpresi che X?”, chiedete “Perché siete sorpresi che X? Potreste spiegarmelo, per favore?”. Perché dai, alla fine non siete davvero minorati mentali: siete solo pigri e rifiutate ciò che non capite per non sentirvi stupidi.
Prendetevi questi dieci minuti, dicevo, poi potrete tornare a guardare Maria de Filippi alla TV, che funziona grazie alle onde radio che, assieme alle microonde del forno con cui vi siete scaldati la cena, sono state scoperte grazie agli studi sull’elettromagnetismo delle stelle prima di essere usate in oggetti che rendono meno difficile o noiosa la vostra vita quotidiana.
Ma tanto chissenefrega di studiare l’universo, ve’?

Wednesday, 8 February 2017

Margaery Tyrell come icona LGBTQ+

È passato mezz’anno, ormai, dal finale della sesta stagione di Game Of Thrones. Mi sono circa fatto una ragione per la morte del mio personaggio preferito, Margaery Tyrell, ma ogni tanto mi metto a googlare gif per il mio blog di reazioni e mi salgono i feels. In quei momenti mi dico che ha fatto una fine prematura e ingiusta, ma grandiosa: bestemmiando gli dei, preoccupandosi per la sua famiglia, indossando un vestito bellissimo e stando, come al solito, un passo avanti a tutti in quanto a intelligenza; si è solo trovata circondata da incompetenti in una situazione più grande di lei, ad affrontare una persona fuori da ogni buon senso o regola morale. E sì, lo so, è da veri idioti affezionarsi a un personaggio di Game Of Thrones, ché tanto prima o poi ci resterà secco, e un po’ è stato il karma che mi ha punito per aver riso malignamente dei fan di Gionsnò l’anno prima. Ma non posso farci nulla: nell’ambito dei sentimenti verso personaggi fittizi, col tempo sono finito a volere molto bene alla Regina Tyrell senza nemmeno rendermene conto.
E poi, all’improvviso, l’epifania: mi sono affezionato tanto a Margaery perché è una perfetta icona LGBTQ+! Sul serio. È andata a colpire uno ad uno tutti i miei punti deboli fino a ricavarsi un posticino nel mio quoreh (o nel cono grande con panna che ho al suo posto). Qui urge un’analisi.

The Queen that should have been. Art by MushroomTale.

 Ora, due piccoli disclaimer:
1) L’incarnazione di Margaery Tyrell che discuterò qui è quella televisiva; la controparte cartacea, per quanto generalmente compatibile, è troppo poco sviluppata: non se ne conoscono le meccaniche psicologiche poiché non ha capitoli da POV, presenta alcuni dettagli divergenti dalla versione televisiva che sono fondamentali per quest’analisi, e la sincerità o meno di alcuni suoi atteggiamenti non è determinabile perché è sempre descritta da narratori inaffidabili.
2) Mi atterrò più o meno strettamente al testo dello show, ignorando il sottotesto; considerando anche quello, si potrebbe leggere Margaery direttamente come personaggio LGBT (probabilmente bisessuale: Sansaery, anyone?), ma quanto ciò sia intenzionale e quanto dovuto alla chimica che Natalie Dormer ha perfino con i complementi d’arredo è opinabile; mi limiterò a considerare la risonanza che i fatti oggettivi e i parallelismi che lo spettatore LGBT può trovarvi, senza dare per scontato che Margaery stessa sia queer.
  
Detto ciò, non penso che fosse intenzione di D&D trasformare Margaery Tyrell in un’icona LGBTQ+, principalmente perché non li ritengo tanto svegli da riuscirci deliberatamente. Vero, nelle prime due stagioni le dinamiche del rapporto fra Loras Tyrell e Renly Baratheon hanno un po’ sovvertito gli stereotipi video-narrativi delle relazioni gay (fra i due, quello emotivamente dominante è chiaramente Loras nonostante sia il twink), ma in quelle successive si sono persi per strada: il personaggio di Loras è stato ridotto al suo orientamento sessuale con poco altro di aggiunto (è gay, non sa corteggiare una ragazza a fini politici perché è coooosì gay, fa sfumare quella macchinazione perché è un gay pettegolo, gli altri personaggi ne discutono di continuo in quanto gay… la sua trama rivolve interamente su quello); e perfino Oberyn Martell, che pure ha molto più da offrire delle scene di sesso, sfiora lo stereotipo del bisessuale = promiscuo (anche se, nel suo caso, è culturalmente giustificato in-universo). Lungi dal voler gridare alla cattiva rappresentazione; dico solo che, con personaggi apertamente LGBT rappresentati con tanta leggerezza, dubito che abbiano volontariamente messo tutta questa sottigliezza in una Margaery LGBT-friendly.
Eppure, Margaery può essere considerata un’icona addirittura su due livelli: da una parte, come personaggio è in sé un ottimo avatar in cui lo spettatore LGBT può immedesimarsi, anche senza leggerla come queer; dall’altra, alcuni atteggiamenti e interazioni con altri personaggi-avatar LGBT la rendono l’alleata che tutti vorremmo avere.

Credo sia superfluo dirlo ma, attenzione, SPOILER. Pronti? Iniziamo con Margaery come personaggio-avatar.

• Ha dei difetti che non occultano i pregi. Perché ci si possa immedesimare in un personaggio, deve avere dei difetti per essere a tutto tondo. I “difetti” di Margaery sono fra quelli che più stuzzicano l’immaginario omosessuale: è ambiziosa, popolare, usa le sue skill sociali con calcolo, ama la bella vita, è spietata con chi le fa un torto… insomma, ha attributi tendenti al camp che attirano la nostra attenzione.
D’altra parte, nella sua ambizione cerca di ridurre il più possibile i danni collaterali (a meno che non le si pestino deliberatamente i piedi), ha una soglia ben precisa di ciò che è moralmente accettabile e, quando può, cerca di fare del bene a chi si trova sulla sua strada. Sebbene sia molto abile a manipolare la gente, i suoi piani cercano di appianare i conflitti e portare il maggior beneficio possibile perfino agli sconosciuti (ad esempio quando cerca di ingraziare Joffrey alla popolazione). Anche quando è in piena modalità politica, i piccoli gesti mostrano che tiene molto alle persone a cui vuole davvero bene, che non si limitano ai parenti più stretti. Nel complesso, è un role model ben bilanciato: imperfetta, ma positiva.

• È una donna forte che cerca di emergere in una società sessista. La donna che “infrange le regole” è una candidata naturale al ruolo di icona LGBTQ+: combatte la stessa battaglia contro una morale che soffoca l’individualità e la costringe in rigidi ruoli binari. Una donna ambiziosa, specie se mira a una posizione di potere, è ancora vista come “trasgressiva” in molti cicli narrativi. Ciò qualificherebbe anche altri personaggi al ruolo, ma Margaery ha degli attributi che la rendono superiore a tutte tranne, forse, Brienne e Sansa. Daenerys era un’ottima candidata nelle prime due sagioni, ma la facilità con cui ha iniziato a ottenere ciò per cui lotta rende difficile immedesimarcisi. Arya, oltre a essere un’altra paraculata del master, non ha esattamente un rapporto positivo con la sua identità di genere (che, in questo parallelismo specifico, è un po’ un problema).
Resta Cersei, un’altra donna che lotta per il riscatto in una società eteronormativa e sessista; ma, a differenza di Margaery, è un esempio completamente tossico. Cersei è un po’ l’icona LGBTQ+ della generazione di Malgioglio o Aldo Busi: ha interiorizzato il costrutto sociale in cui l’uomo è il default e la donna la devianza, considera la sua femminilità un vero e proprio handicap, la vive con profondo disagio e rancore, la rigetta. Odia le altre donne perché odia se stessa, e cerca di compensare la presunta debolezza con le prerogative peggiori dell’altro sesso (violenza e rozzezza), o si conforma alle sue aspettative di “devianza” (la seduttrice incallita). Al contrario, Margaery abbraccia la sua femminilità, la celebra, la esalta, ci gioca, e non si appropria dei tratti peggiori dell’altro sesso perché non vede la forza solo nell’essere maschio: è nei suoi termini e con la sua vera natura che lavora a sovvertire un ordine sociale oppressivo.
Cersei è la metafora del gay che grida al riconoscimento ma nel profondo si odia; Margaery è la metafora del gay che cerca riconoscimento perché si ama e vuole poter vivere al meglio.

• È a suo agio con la sua sessualità. Da una parte c’è la costumistica che, su pellicola, è una scorciatoia per descrivere lo stato psicologico di un personaggio. Margaery si veste in maniera progressista e mostra molta pelle: per lo spettatore è indice di una mentalità aperta e di un rapporto positivo col suo corpo e con la sua sensualità. È anche vero che parte del suo look è mirato a mandare Joffrey in crisi ormonale, ma qui ci vengono in soccorso i dialoghi della 2x03 e la 3x07: da entrambi gli episodi è chiaro che non ha problemi a vivere la propria sessualità e incoraggia anche gli altri a vivere positivamente la loro.

• È favolosa. Visto che si parla di vestiti, va menzionato che, appena arriva a King’s Landing, impone il suo stile alla capitale: l’autoaffermazione mista a influenza sociale che tutti avvremmo voluto nei momenti neri. Insomma, è una Regina George, ma più positiva.

• Il suo potere è tutto intellettuale. Riesce a farsi strada e superare le prevaricazioni grazie alla sua intelligenza, una caratteristica che fa immediata presa su chiunque abbia subito bullismo e si sia trovato impossibilitato a rispondere fisicamente. Purtroppo, bullismo e prevaricazione sono esperienze comuni a molte persone LGBT: vedere Margaery che dà impunemente della vecchia alcolizzata alla stronza che, dall’alto del suo postere, l’ha minacciata di morte una stagione e mezza prima è la vendetta per procura su tutti i bulletti del liceo; riesce addirittura a lanciarle uno Stacce epico nel momento in cui è più vulnerabile. E il modo in cui si rigira l’Alto Passero nella sesta stagione è un riscatto per chiunque abbia subìto prevaricazioni da parte di qualche bigotto.

• È stata perseguitata da frange sociali reazionarie. Qui non credo che ci sia molto da spiegare, il parallelismo è evidente: prima è finita in prigione, poi si è trovata la buoncostume in casa ed è rimasta priva della sua stessa privacy. La scena in cui l’Alto Passero le dice come dovrebbe vivere la sua sessualità secondo la moralità religiosa, in maniera del tutto apersonale, asservita al marito, allo stato e agli Dei ha dell’agghiacciante ed è qualcosa in cui qualsiasi LGBT può dolorosamente riconoscersi.
Punti bonus perché Margaery è stata perseguitata proprio nel tentativo di proteggere il fratello in quanto omosessuale, ma ci tornerò parlando di Margaery come alleata.

• Non si spezza. Ciò che ha reso così intensi gli ultimi episodi di Margaery e così dolorosa la sua dipartita è che fino all’ultimo non si è spezzata. Ha subìto torture fisiche e, soprattutto, psicologiche mirate specificamente a cancellare la sua identità, il suo rapporto positivo con la sessualità propria e altrui, la sua indipendenza, il suo desiderio di affermazione personale, ma è riuscita a non perdere nulla di sé lungo la strada. Ha dovuto nasconderlo, ha dovuto fingere in attesa di tempi migliori, è stata pragmatica, ma non si è mai arresa alla società retriva che voleva cambiarla. Fino all’ultimo. Nel mondo di Game of Thrones si muore con molta facilità, ma nel mondo reale è un forte messaggio di speranza: non è facile cancellare ciò che ci rende noi e, nonostante tutto, si può resistere.

E questa è Margaery come avatar dello spettatore LGBT. Ora analizziamo Margaery come alleata della comunità.

• Ha a cuore gli insicuri. Tralasciando gli stunt di beneficenza alla Lady Diana, Margaery incoraggia apertamente, o mostra preoccupazione per, ben quattro personaggi che hanno insicurezze di qualche tipo: i primi sono Renly e Sansa, ma meritano un discorso a parte. La terza è Brienne, altro personaggio-avatar LGBT, con cui è amichevole in ben due occasioni; non solo non batte ciglio per le peculiarità di genere di Brienne laddove chiunque altro gliele fa pesare, ma cerca di aiutarla concretamente con consigli che la proteggano da gaffe politiche a corte, un ambiente che per Brienne è alieno.
Infine, sebbene sia chiaro che lo manipola, cerca a più riprese di aiutare Tommen, eternamente bullizzato o soffocato dall’ingombrante ego del resto della famiglia, ad acquisire un po’ di autostima e autonomia. Come con Renly, potrebbe sembrare puro calcolo: il potere di Margaery dipende dalla solidità del loro. Ma soffermiamoci su due cose: la recitazione di Natalie Dormer e il linguaggio cinematografico dello show. Quando manipola Joffrey, il suo atteggiamento, il tono della voce, il linguaggio del corpo e la mimica facciale sono freddi e artificiosi; durante il matrimonio, addirittura, lo guarda a malapena e sorride solo alla folla. Con Tommen e Renly si mostra affettuosa, empatica e solidale, e durante il matrimonio con Tommen sorride a lui e lo rassicura con un patpat sulla mano.  Lo show rende proprio esplicita la differenza: abbiamo una scena in cui, in privato, Margaery sfoga il suo disprezzo per Joffrey, mentre non ci sono scene simili per Renly. E direi nemmeno per Tommen (nella scena in cui parla della notte di nozze è divertita e intenerita, non esasperata; quando calca la mano è per far rosicare Cersei).
È chiaro, quindi, che Margaery ha a cuore gli insicuri; l’insicurezza è qualcosa con cui spesso gli LGBT si trovano a combattere, specie i primi tempi.

• Rispetta la sessualità altrui. Il rapporto di Margaery e Renly tecnicamente rientra nel punto precedente, ma merita un discorso a parte: tolta la pragmaticità (c’è bisogno di concepire un erede, tipo, entro ieri), non batte ciglio per l’omosessualità di Renly ed è disposta a venirgli incontro (oltre che, come per Tommen, aiutarlo a superare le insicurezze che mostra in privato). È interessante commentare anche la scena in cui Joffrey le chiede spiegazioni sul loro matrimonio: Margaery si trova in una situazione in cui è costretta a parlare, ma tenta fino all’ultimo di non tradire il “segreto” di Renly. Quando Joffrey si mostra omofobo, esita prima di assecondarlo, lo fa con vistoso disagio e cerca subito di spostare l’attenzione su altro. Per quanto abbia le mani legate, cerca di metterci una pezza come può e non gettare fango sulla sessualità di Renly.

• Ha a cuore gli oppressi. La sua empatia è ancora più evidente con Sansa, di cui è letteralmente l’unica amica a King’s Landing nonostante Sansa sia ai limiti dell’accettazione sociale e possa danneggiare le PR di Margaery a corte. Il suo interesse ha ovvie radici politiche, ma mostra con grandi e piccoli gesti di avere genuinamente a cuore il benessere di Sansa: già solo il piano di farla sposare con Loras porerebbe un beneficio politico ai Tyrell ma personale a Sansa; in più, anche dopo il fallimento e un fidanzamento che rende Sansa socialmente ancora più un peso, continua a esserle amica e cerca costantemente di incoraggiarla e consolarla, sia con i discorsi, sia lanciandole un sorriso durante il matrimonio con Tyrion. Addirittura, al matrimonio regale, durante la parodia della Guerra dei Cinque Re, lancia più di uno sguardo verso di lei non appena “Robb Stark” viene “ucciso”, a controllare che non stia piangendo, nonostante anche i Tyrell siano appena stati pubblicamente umiliati. Anche qui, il linguaggio dello show rende la cosa esplicita: Olenna è interessata a Sansa solo come pedina e ha una scena in cui, in privato, ammette di avere poca stima per lei; Margaery non ha nessuna scena del genere che faccia dubitare della genuinità del suo affetto.

• Ama e accetta suo fratello, ed è molto protettiva nei suoi confronti. Sul serio, Margaery è la sorella che tutti i gay vorrebbero avere. Ciò è evidente già dalla seconda stagione, dal modo positivo e aperto con cui affronta il rapporto fra Renly e Loras, da come consola Loras per la morte di Renly, e da come cerca di inculcargli un po’ di pragmatismo e buon senso per sopravvivere. Nella stessa scena del matrimonio regale, a parte impietrire in generale per la farsa con i nani, lancia anche più di un’occhiata a Loras per assicurarsi della sua reazione.
Nelle ultime due stagioni, quando Loras è perseguitato proprio per il suo orientamento sessuale, è pronta a rischiare il tutto per tutto pur di salvarlo: pergiurare, affrontare il carcere, tenere duro per entrambi, fingere una conversione, collaborare col nemico… qualsiasi cosa per tirarlo fuori di lì. Quando tesse la rete per dare Cersei in pasto alla Fede, il dialogo con l’Alto Passero non lascia dubbi: la sua priorità è tirare Loras fuori di prigione sano e salvo, la vendetta è marginale. Personalmente, la parte che mi ha distrutto di più della scena della sua morte è stata quando cerca di tirare su Loras e portarlo via, nonostante sia chiaro che lui ha gettato la spugna. E quando, subito prima di morire, lo afferra per le mani per tentare di proteggerlo da qualsiasi cosa stia per succedere, beh, è il momento in cui mi si è spezzato il cuore. Uccidetemi ora.
In verde, i miei feels che mi distruggono.

C’è da fare, infine, una piccola osservazione sui Tyrell in generale: considerando come la famiglia sia spesso un tasto dolente per molte persone LGBT, è interessante analizzare cosa si nasconde sotto l’ambizione e la sete di potere dei Tyrell.

• Sono una famiglia unita e amorevole. Nella serie ho sentito la mancanza di Willas e Galran, sarebbe stato bello vedere come Margaery interagiva anche con loro; e anche di Alerie Hightower, la mamma. Ma perfino Mace Tyrell, per il poraccio che era, aveva un posto nel cuore di Margaery – basti vedere lo sguardo angosciato che gli lancia notando che anche lui è intrappolato nel tempio di Baelor prima del botto.
Sul rapporto fra Olenna e Margaery ci sarebbe da scrivere un intero post, ma se da una parte Olenna è letteralmente pronta a uccidere pur di tenere Margaery al sicuro, Margaery stessa si preoccupa della sicurezza di Olenna perfino nel momento in cui la propria è più a rischio, ed è pronta a rinunciare al suo conforto e sostegno pur di metterla in salvo alla prima minaccia dell’Alto Passero. In tempi felici si punzecchiano e magari litigano, ma sono sempre lì, pronti a fare fronte comune contro tutto e tutti non appena c’è un problema. I Tyrell sono una famiglia che si ama, a differenza dei Lannister, e forse perfino più degli Stark: considerando quanto spesso, purtroppo, le persone LGBT abbiano problemi con la famiglia, ciò non fa che accrescere il fascino che i Tyrell e Margaery hanno per questa nicchia di pubblico.

• Sono una famiglia di vedute aperte. In questo caso, è interessante confrontare i Tyrell e (da quanto implicato nello show) Highgarden con i Martell e Dorne (ignorando il macello che di Dorne è stato fatto nella serie). Entrambe le famiglie si mostrano estremamente progressiste nel contesto di Westeros e hanno una notevole apertura mentale verso gli orientamenti non-eteronormativi – i Martell in maniera esplicita e ufficiale, i Tyrell in maniera ufficiosa e limitata ai suoi membri. È vero, i Martell sono molto più progressisti dei Tyrell sotto tantissimi aspetti (vedesi concubini e relativa progenie), ma sono anche poco realistici: Dorne è una specie di utopia, il mondo ideale in cui vorremmo vivere ma che sappiamo bene essere, purtroppo, irraggiungibile. Highgarden è il mondo reale in cui potremmo vivere, un nucleo familiare unito e aperto in cui ogni membro riceve affetto, riconoscimento ed è protetto da ciò che gli estranei dicono o pensano. È qualcosa che non tutti, purtroppo, hanno, ma per il quale c’è sempre una speranza realistica.

Per concludere, quindi, ci sono due chiavi di lettura per cui Margaery è un’ottima icona LGBTQ+, due motivi generali per cui è facile, per uno spettatore LGBT, amarla. Da una parte, è facile immedesimarcisi, sia perché ha quei tratti camp che fanno parte del nostro immaginario, sia perché affronta situazioni difficili che spesso conosciamo da vicino, sia perché ci offre quella fantasia di rivalsa che ci tiene motivati. Dall’altra parte, rappresenta la speranza che nonostante tutto, nonostante i momenti difficili, gli insulti, a volte perfino la violenza fisica, c’è sempre qualcuno che ci amerà, ci tenderà la mano e non ci abbandonerà. Fino alla fine, anche a costo di affrontare il mondo intero e soffrire con noi. È un messaggio estremamente potente da affidare al personaggio di una serie tv.
 

Monday, 6 February 2017

Dei e pianeti

Mi è stata posta una domanda molto pertinente: essendo io ateo, com’è che mantengo una posizione molto netta nei confronti della religione e controbatto con argomentazioni logiche e scientifiche quando la fede altrui si allarga troppo, mentre non solo tollero, ma flirto e sono affascinato dall’astrologia, e trovo sciocco che si sprechi tempo a smontarla con argomentazioni scientifiche?
O, detto in soldoni, perché due pesi e due misure per cose che sono altrettanto prive di fondamento?

A livello personale, nonostante tutto mi considero una persona moderatamente spirituale (ed è una cosa con cui la mia parte razionale ha problemi a scendere a patti). D’altro canto, il bisogno di spiritualità, di qualcosa che trascenda il mondo tangibile, è un costrutto plurimillenario che, come società, ci ha accompagnati dalle origini dell’umanità e, come individui, ci viene inculcato sin dalla primissima età: si tratta di un retaggio culturale talmente radicato che non si può semplicemente cancellare con un colpo di spugna. Nei momenti in cui ho voglia di staccare la spina al cervello, lo riempio in questo modo, con qualcosa che mi diverte (ho già parlato del fascino che la simbologia legata a zodiaco e tarocchi esercita su di me) e che non percepisco come dannoso. Poi però torno serio e baso le mie decisioni quotidiane su altre cose ben più concrete. L’importante è essere consapevoli che la cosa non è concreta.

E qui veniamo al livello sociale: francamente, non ho un problema con la fede altrui in quanto tale (ho superato quella fase perché è stupida). Se uno vuole credere in Yahweh, Allah, l’oroscopo o la Teiera di Russell, per me è liberissimo di farlo. Ho meno problemi con l’astrologia perché, semplicemente, a livello sociale occupa il posto che le spetta e che, secondo me, spetterebbe anche la religione: una credenza strettamente personale che ognuno è libero di praticare nel privato, dove non fa danni agli altri.
Trovo sciocco che qualcuno si chiuda in casa per una settimana perché ha paura di Mercurio in quadrato con Giove ed entrambi sono dissonanti col suo ascentente? Certo che sì. La cosa è un problema per me? No.
Non lo è perché, ai piani alti, nessuno approverebbe una legge che vieta ai Gemelli di sposare gli Scorpione perché, secondo Susanna Schimperna, sono una combinazione poco adatta. Nessun giudice impedirebbe a un Sagittario di adottare un bambino perché ha Saturno in transito e porta rogne. In memoria storica, mai i Leone e gli Ariete si sono fatti la guerra perché una città è la città santa del loro segno, e nessun predicatore ha mai fomentato i Capricorno ad attaccare gli Aquario perché non la vedono come loro. I parlamentari non votano le leggi citando Paolo Fox come giustificazione, i censori non censurano i media perché non rispecchiano il quadro astrale. Se un genitore fa mancare qualcosa al figlio in base all’oroscopo, nessuna norma sociale ne giustifica il comportamento; e magari qualche impiegato potrà negare un servizio a qualcuno di un segno che gli sta antipatico, ma non c’è nessun “Astrological Freedom Act”, effettivo o proposto, a proteggerlo dalle conseguenze delle sue mancanze. E se qualcuno si fa abindolare da un astrologo e inizia a sganciargli soldi, l’astrologo si becca una denuncia per truffa e la legge fa il suo corso senza che una Società Suprema degli Astrologi insabbi le cose e lo trasferisca altrove.

In sostanza, quindi, più che avere due metri di giudizio su due cose altrettanto prive di concretezza, ho due reazioni diverse perché diverso è l’impatto sociale che hanno. Percepisco l’astrologia come meno dannosa perché ha una dimensione strettamente personale che la società non legittima come forza trainante. Nel momento in cui dovesse pervadere il tessuto politico e giuridico del mio paese, sarei il primo a tenere sermoni su come la posizione prospettica di una luce nel cielo sullo sfondo di disegni altrettanto prospettici non abbia, scientificamente parlando, alcun valore, e che qualsiasi nozione che dice il contrario è superata, poiché nata in un periodo in cui la scienza non aveva ancora coperto quel campo.
D’altra parte, nel momento in cui la religione verrà ridotta a divertissement strettamente personale, quando il sistema politico e giuridico che regola la mia vita di cittadino riconoscerà che un credo non ha basi concrete e ne diventerà totalmente impermeabile, non sentirò più il bisogno di tenere sermoni scientifici e filosofici sulle incongruenze che minano la presunta oggettività del divino e rovinare la festa agli altri.
Dopo tutto, già ora evito di farlo gratuitamente e dibatto solo con quelli che tentano attivamente di impormi il loro credo o di discriminarmi sulla sua base. Così come manderei a quel paese qualcuno che venisse a dirmi che sono una larva umana e dovrei andare all’inferno perché l’astrologia dice che i Gemelli sono brutte persone.

Tuesday, 31 January 2017

Anneke, la traditrice

Dopo secoli che non l’ascoltavo, ho ripreso un po’ in mano la primissima discografia solista di Anneke Van Giersbergen, in quel periodo confuso in cui non sapeva bene nemmeno lei se fosse Agua De Annique, Anneke Van Giersbergen with Agua De Annique, Anneke Van Giersbergen & Agua De Annique, Annarella & Friends o salcazzo cosa. E mi sono reso conto che In You Room è stato un album bistrattato ingiustamente.

 
Per carità, non fraintendiamoci: non voglio insinuare che non sia un album brutto e pigro che si perde in un mucchio di banalità, prima fra tutte la tremenda Sunny Side Up (ancora mi chiedo che pasticche si fosse calata Anneke quando l’ha scritta). Ma un po’ come ogni cosa, ha anche dei lati positivi, ed è sciocco negarlo: Wonder, Home Again, Longest Day, Adore sono ottime canzoni, e perfino la tanto malvista Hey Okay!, in tutta la sua leggerezza, è simpatica e accattivante. Ma insomma, era cosa, il 2009? È chiaro che io, i miei amici, il pubblico da cui Anneke proveniva, non eravamo pronti a qualcosa che – OMG – fosse così non metal!
Bistrattato ingiustamente, dicevo, nel senso che si criticò In Your Room molto, ma per i motivi sbagliati: non per il songwriting spesso piatto, non per certi arrangiamenti fuori luogo, non perché non valorizzava la straordinaria voce di Anneke, ma perché era pop. O mio dio, I Want ha un ritmo quasi ballabile, è il male. In realtà, il problema della canzone non è il beat, è che è sciapa, così come il problema del disco non è che è pop, ma pop fatto male.
Ricordo che all’epoca si era ancora in rapporti cordiali con certa gente e queste critiche erano condivise. Rileggendo ora la loro recensione dell’album (che non linkerò per rispetto del lettore, è scritta, tanto per cambiare con i piedi), mi rendo conto che va adirittura al di là del ragionamento che non metal = brutto a priori: il problema era (e ha continuato ad essere per anni) che Anneke ha “tradito” i The Gathering lasciando la band per fare la solista (e pop). Otto paragrafi belli densi di recensione, di cui solo i due finali dedicati all’album. I primi sei sono un lungo rant a tratti inacidito su come Anneke sia brutta e cattiva per aver lasciato i The Gathering (ed essersi accattivata il pubblico), mascherato da riassunto degli ultimi anni di carriera. Air, il debutto di Anneke Solista / Agua de Annique, “risente” di non essere scritto dai The Gathering, a prescindere dall’essere un ottimo album. Il nome della cantante affiancato a quello della band è “trendy”, e trendy non va bene. Pure Air, raccolta di cover e rivisitazioni acustiche (un filino noioso, lo ammetto) pregiudica tutto il futuro discografico, chissenefrega che è stato una cosa estemporanea. Ho già detto che non è musica dei The Gathering? Ma soprattutto, Anneke si è fatta bionda, come ha osato?! Non sto scherzando, sulla recensione c’è una sottile frecciata al cambio di colore; in privato, chi l’ha scritta si è anche lamentato del fatto che Anneke si fosse messa – gasp! – le extension per le foto promozionali. Mio dio, alla stregua della peggiore Britney Spears.
Sul serio, era questo il tenore delle critiche a In Your Room, soprattutto dei soliti idioti: non tanto che fosse un album noioso e banale, ma che Anneke non era più nei The Gathering, che voleva cantare pop e che aveva cambiato immagine per questo.
E a proposito, credo che sotto sotto Anneke conoscesse i suoi polli: la transizione graduale da Agua De Annique ad Anneke Van Giersbergen probabilmente l’ha fatta proprio per non urtare quelli che se non sei una band, sei pop, e il pop è il male a prescindere.

E niente, ancora una volta mi ritrovo a ringraziare di non essermi fermato alla mentalità piccola di tanti anni fa. E di non averla mai avuta tanto piccola quanto quelle simpatiche personcine.

Friday, 27 January 2017

Bambole

Tenetemi lontano le bambole quando ho bisogno di catarsi emotiva. Per qualche strano motivo, colpiscono non so che nervo scoperto e bam, mi fanno aprire le fontane.
Gli esempi si sprecano. Ricordo che qualche anno fa girava un meme su una bambola con un occhio stampato fuori posto; deve avermi beccato in un momento particolarmente brutto, perché ho iniziato a piangere finché non ho aperto Photoshop e ho riposizionato l’occhio al posto giusto per sentirmi meglio. Quando ho scoperto Tree Change Dolls è stato addirittura imbarazzante: mi sono fatto un’ora e mezzo al telefono con Katia a piangere come un deficiente mentre sfogliavo l’album delle ex Bratz di seconda mano a cui Sonia Singh ha ridato una vita. E quando La Tela di Aracne stava sbaraccando a Lucca e minacciava di buttare via una bambola un filino creepy per mancanza di spazio, l’ho prontamente adottata e portata a casa.
Riflettendo, credo che la mia tristezza per le bambole abbia radici ben precise: empatizzo con i reietti. Mi ha fatto tristezza che nessun bambino avrebbe mai giocato con quella bambola con l’occhio stampato male. Mi ha commosso che delle bambole abbandonate da qualche rigattiere abbiano avuto una seconda possibilità. Mi è dispiaciuto che nessuno volesse portarsi via la bambola creepy de La Tela di Aracne. Porca miseria, ricordo pure che una mattina, mentre compravo il biglietto dell’autobus in una tabaccheria a Nichelino, ho visto una bambola di sottomarca e mi è dispiaciuto pure per lei: magari qualche genitore l’avrebbe comprata per il figlio, che ci sarebbe rimasto male perché non era la Barbie che aveva visto in tv e l’avrebbe lasciata in uno scatolone a prendere la polvere invece che giocare con lei.
È questo che mi colpisce: le bambole sono abbastanza “umane” perché ci si possa proiettare sopra questo genere di sentimenti. Una bambola che nessuno vuole è molto simile a un umano che nessuno vuole, ed è una cosa che fa male. Come cosa è più marcata perché è un oggetto, un bene di consumo, ma alla fine è poi così diverso da come spesso si trattano le persone? Tutti ci troviamo a essere difettosi. A essere dimenticati da qualche parte. A non essere abbastanza, solo una pallida imitazione di ciò che gli altri si aspetterebbero. Non è una bella sensazione.

La cosa interessante è che questa riflessione è partita dall’unico caso in cui una bambola che tutti schifano non mi ha fatto tenerezza ma, anzi, ha fatto orrore anche a me: quella di Emma Watson ne La Bella e la Bestia. Non riesco proprio ad avere pietà per lei: è orrenda. È grottesca. Quando ho visto il repaint che Noel Cruz ne ha fatto, non ho pensato “Povere Belle malriuscite, nessuno vi amerà, c’è un posticino per voi nel mio quoreh”, ma “Cavolo, fategliele sistemare TUTTE e POI ne possiamo parlare”.
Basta, vado dalla mia Tecla: è una bambola di carta pescata in una rivista russa di non so quanti decenni fa. Non ho idea di che fine abbia fatto fisicamente, ma prima di ritagliarla ho avuto il buon senso di scannerizzarla; quando ho ritrovato l’immagine, ho creato un PSD con lei e tutti i suoi vestiti, e ogni tanto glieli cambio. Boh, eccola: saluta tutti, Tecla!

Per forza di cose, a Tecla piace il vintage.

Sunday, 15 January 2017

End of the World, reprise

Now that you’re back
From the end of the world,
Tell me, how does it look?
Fire and ice, like the book?

I fed both your cats
And I watered your plants,
Cleaned up the broken glass
While you were gone.

You don’t have to speak,
I can see you’re still weak.
I’m glad you’re back
But baby, please,
If you ever go back
To the end of the world,
Darling, take me.

Una foto pubblicata da Alessandro Narciso (@gothicnarcissus) in data:

You don’t have to speak,
I can see you’re still weak.
I’m glad you’re back
But baby, please,
If you ever go back
To the end of the world,
Darling, take me.

[ Carice Van Houten ]

Wednesday, 11 January 2017

Game over

Uno dei motivi per cui ero restio a iniziare altre serie tv dopo la fine di Streghe, o quando mi sono appassionato a Once Upon A Time, è che sapevo che, avendo molto materiale con cui fare il confronto, avrei iniziato a notarne i difetti. Più conoscenze hai in un settore, più strumenti di valutazione ti trovi, meno riesci a soprassedere sulle castronerie. Con Streghe non è successo molto grazie al fattore nostalgia, col progredire (e deteriorarsi) di Once invece sì, purtroppo. Ma vabbè, in realtà sono contento di aver ampliato gli orizzonti, dato che amo affezionarmi ai personaggi di cui seguo le vicissitudini.
Il problema è che, dovendo scegliere qual è la mia serie tv preferita, non saprei bene quale indicare: ciascuna ha i suoi alti e bassi, è imperfetta, ma ha qualcosa che me la rende speciale e continua a farmela guardare.

In tutto questo, però, avverto un po’ il colpo della perdita di Game of Thrones. Ché sì, è ancora in corso, ma non sto morendo d’impazienza per la prossima stagione: ci vado appresso e basta, senza seguirlo con l’entusiasmo di un tempo. E il motivo è piuttosto semplice:


No, non si tratta della morte di Margaery per sé: non sono il tipo che si incarognisce perché gli viene a mancare il personaggio preferito, specie in una seria ad alto tasso di mortalità. È più che altro ciò che questa morte rappresenta: la fine della parte interessante di Game of Thrones. L’intrigo politico, le manovre di palazzo, la lotta per la corona. È ovvio che non ci fosse più spazio per Margaery e la sua faida con Cersei ora che la storia si sposterà sempre più su resurrezioni, draghi, Estranei e quant’altro. Insomma, il fantasy più classico, quello che guardo, sì, ma con poco interesse, solo quando ci inciampo sopra.
Già l’arrivo di Daenerys da solo rischia di porre fine a tutta la parte interessante: è una tale power player che, con i suoi draghi (salvo colpi di scena) e i Dothraki e la mega-flotta, renderà vana la trama politica. L’alleanza con i Martell e quel che resta dei Tyrell è un accessorio: è armata fino ai denti e pronta a riprendersi il trono; se qualcosa le andrà storto, sarà probabilmente qualche whatsit magico. Idem dicasi per gli Estranei: di fronte all’ennesima guerra per la salvezza dell’umanità, le manovre di palazzo perdono totalmente importanza: sul trono sedrà chi sopravvive, e questo non è molto interessante.
Un po’ mi sarebbe piaciuto assistere alla sovrapposizione del “grande disegno” con i piccoli magheggi del mondo reale: una Margaery che cerca di lavorarsi Daenerys per uscirne a testa alta, o che, abituata all’estate, patisce l’inverno e cerca di fargli fronte mettendo dove può una pezza all’incompetenza di Cersei. Ecco: vederle scontrarsi direttamente su questioni di stato in una situazione di vera emergenza, piuttosto che su chi si tiene Tommen, sarebbe stato molto più gratificante.
Fatto sta che, ora che i giocatori che davano colore al gioco del trono sono quasi tutti morti, continuerò a guardare per la curiosità di sapere come andrà a finire e per:
• L’immediato dopo-tragedia a King’s Landing, che spero offrirà ancora qualche buon momento di politica senza draghi.
• Sansa, di cui aspetto la rivalsa definitiva.
• Olenna, perché è sempre un piacere ascoltarla, specie nella speranza che incontri Daenerys e le infili un “Do shut up, dear” a metà del quarto d’ora di presentazione.
• Lyanna Mormont, perché di lei non c’è mai abbastanza.
• La morte di Cersei. Che arriverà. Oh, se arriverà. E mi godrò ogni singolo istante.
Il resto sarà, temo, il solito fantasy. Il Gioco vero e proprio è finito.