Saturday, 30 September 2017

Classifica musicale generale – 2017

Ho deciso che renderò un appuntamento fisso il questionario sulla libreria di last.fm, che avevo proposto già un anno fa sulla scia della nostalgia per il decennale di The Open Door: trovo sia un modo carino per vedere come cambiano i miei gusti di anno in anno. Qualcuno è scivolato fuori dalla top fifty perché non lo ascolto più, qualcuno si è aggiunto perché l’ho scoperto nel frattempo o ho deciso di approfondirlo, qualcuno mantiene saldamente la posizione dell’anno scorso. Insomma, la musica è viva, cresce costantemente, e così anche i gusti di chi l’ascolta.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (Epica)
• Nel 2008 la mia cara Gin mi fece vedere qualche video mentre eravamo a Londra: da lì mi incuriosii. Ottima scelta, visto che nel forum italiano poi ho trovato un sacco di ottimi amici.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Anneke Van Giersbergen)
• A parte il suo ottimo lavoro nei The Gathering, la prima canzone di Anneke solista è stata Day After Yesterday.
3. Testo preferito della numero 33? (Brooke Fraser)
Psychosocial: mi ci vedo davvero tanto.
4. Album preferito della numero 49? (Amy Lee)
• Eh. Dipende da come consideriamo Aftermath e Dream Too Much. Nel dubbio dico l’ep Recover, ma spero che pubblichi presto un debutto solista vero e proprio.
5. Canzone preferita della numero 13? (Susanne Sundfør)
• Non posso sceglierne solo una, ne nominerò una ad album: Memorial, The Silicone Veil, Knight Of Noir, No One Believes In Love Anymore e Morocco.
6. Album peggiore della numero 50? (Meg Myers)
• Ha fatto un solo full-length, Sorry, ed è ottimo.
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Röyksopp)
• Ormai ho ascoltato Running To The Sea tante di quelle volte che è diventata parte di me.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Draconian)
• Gli inizi del progetto degli Infernal Lords, quando pianificavo i primi lavori.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (Evanescence)
• Quattro (Origin, Fallen, The Open Door e Synthesis) più il live Anywhere But Home e tutti i singoli fisici fino a Sweet Sacrifice. L’epoca del self-titled l’ho saltata a pie’ pari.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Rag’n’Bone Man)
• Fra tutte direi Arrow: è allegra e mi fa venire in mente bei ricordi.
11. Canzone preferita della numero 40? (Phildel)
• Bisognerebbe prima trovarne una che non sia magnifica e non mi piaccia… ma forse Afraid Of The Dark sta un gradino sopra le altre.
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Eivør)
• Sembra strano che ci sia una canzone di Eivør che possa non piacermi particolarmente, ma Mother Theresa: a parte l’antipatia per il soggetto, come canzone è proprio brutta.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Emilie Simon)
• La volta che ho costretto Stefano a sedersi su una pila di assi bruciate per fare la foto di En Cendres e, soprattutto, la gita a Bordeaux per il concerto.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (Woodkid)
• Tutte le sue canzoni mi fanno pensare a Francischino.
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Theodore Bastard)
Будем Жить,  anche in versione Земная Доля, mi entra sempre sotto la pelle.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (Gwen Stefani)
• Purtroppo nessuna, ma la eviterò come la peste finché farà promozione all’album di Natale.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Lady Gaga)
• Potrei aver sentito qualcosa random in discoteca senza riconoscerla (i primi tempi la ignoravo proprio), ma quando ho ascoltato deliberatamente Telephone me ne sono innamrato mio malgrado.
18. Album preferito della numero 11? (Panic! At The Disco)
• Non so proprio scegliere fra Too Weird To Live, To Rare To Die! e Death Of A Bachelor.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (Kari Rueslåtten)
• A parte i The 3rd And The Mortal, con Kari solista sono andato in ordine, quindi The Homecoming Song, l’opener di Demo Recordings.
20. Canzone preferita della numero 27? (Dead Can Dance)
• Se la giocano Summoning Of The Muse e Opium: una per Lisa e una per Brendan, mi sembra equo.
21. Album preferito della numero 16? (Stream Of Passion)
The Flame Within ha tutt’ora qualcosa di speciale per me.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Amaranthe)
Drop Dead Cynical, ma li snobbai parecchio, sul momento. Grave errore.
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Tristania)
• Credo siano fra le poche band gothic metal che hanno conservato genuinamente quel potere: ascoltare Selling Out, ad esempio, mi toglie sempre un peso di dosso.
24. Come hai scoperto la numero 21? (Emilie Autumn)
• La snobbai brutalmente quando me la suggerì Veronica (come al solito: scusa, Veronica!), ma provai ad ascoltarla su consiglio di Luisa e BriarRose e bam!, ammoreh.
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (Clare Maguire)
I Surrender è una ricetta per il buonumore.
26. Canzone preferita della numero 3? (The Gathering)
Oggettivamente è una scelta impossibile; soggettivamente, Saturnine. Come si fa a non amare Saturnine?
27. Album preferito della numero 2? (Within Temptation)
The Unforgiving. Sul serio, è un grandissimo album con una struttura impeccabile, ottime melodie e arrangiamenti che hanno rinfrescato e revitalizzato i Within Temptation.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (Leandra)
Noisy Awareness: è stata una rivelazione.
29. Testo preferito della numero 8? (Marina & The Diamonds)
TUTTI. I testi sono la parte migliore della musica di Marina, Electra Heart è il nuovo Vangelo. Il misto di ironia, snark e sincerità con cui affronta il mondo è fantastico, ed è una millennial in crisi esistenziale come me, per cui mi vedo un sacco in quello che scrive.
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Sia)
• Nessuna, e vorrei rimediare: un concerto di Sia dovrebbe essere piuttosto interessante.
31. Come hai scoperto la numero 44? (Karen Elson)
• Mi sono innamorato di 1000 Years From Now, usata come sottofondo nella prima stagione di The Midnight Hour di Paranormal Zone.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Autumn)
• Sicuramente Cold Comfort; sono iniziate guerre su internet per questo.
33. Canzone peggiore della numero 29? (iamamiwhoami)
• Non peggiore in senso assoluto, ma Good Worker non mi fa impazzire.
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Sirenia)
• Credo che, in mezzo ad alcune canzoni passatemi da Frikka, ci fosse Seven Sirens And A Silver Tear; mi piacque, ma non approfondii. Poi Giulia (la Contessa) mi ha passato Star-Crossed e da lì ho recuperato il resto.
35. Album preferito della numero 28? (The 3rd And The Mortal)
• Uh, questa è difficile. Li adoro un po’ tutti, ma forse Tears Laid In Earth ha più canzoni che mi piacciono nel complesso. E no, non è una di quelle menate da “I 3rd solo con Kari, Ann-Mari levati”.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (Gåte)
• Nessuna, ma ora che hanno fatto la reunion, chissà…
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Alcest)
• Non direi: le loro canzoni o mi piacciono, o non mi piacciono, fair and square.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Goldfrapp)
• Uriele mi ha fatto ascoltare qualcosa da Tales Of Us e mi sono incuriosito.
39. Album preferito della numero 7? (Florence + The Machine)
• È come mettermi a scegliere fra la pannacotta, la crema catalana e il sorbetto (e sono capacissimo di mangiarli tutti e tre di seguito), ma forse Ceremonials è quello che mi prende di più.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (Delerium)
A Poem For Byzantium mi fa pensare a quando mi ero lasciato malissimo nel 2007 e alla Bielorussia, visto che la ascoltavo molto lì; idem Just A Dream, che mi fa ripensare invece all’Irlanda, dove ho comprato Chimera.
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Abney Park)
• All’inizio Until The Day You Die mi ha lasciato un po’ WTF, ma adesso adoro quel piglio Anni Venti.
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Róisín Murphy)
• C’è l’imbarazzo della scelta, ma Dear Diary è un ottimo riassunto della mia vita sentimentale.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (Octavia Sperati)
Dead End Poem mi uccide ogni volta, specie abbianata alla successiva Submerged.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Anathema)
• Ce ne sono parecchie nel loro periodo ottimismo & joie de vivre, ma direi Lightning Song.
45. Canzone preferita della numero 9? (Delain)
Pristine, che è tutt’ora una delle mie canzoni preferite in assoluto.
46. Primo album ascoltato della numero 37? (White Sea)
• La seguo dagli esordi, quindi l’ep This Frontier.
47. Membro preferito della numero 4? (Hurts)
• Scusa, Adam, ma Theo è uno dei miei sogni erotici dal 2011. Un threesome non mi farebbe schifo, però.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (The Crest)
Fire Walk With Me, l’opener di Letters From Fire. Amore a primo ascolto.
49. Album che possiedi della numero 20? (Alizée)
• Ho solo Mes Courants Electriques…, ma dovrei comprarne qualcuno del periodo “adulto”, ché meritano davvero.
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Theatre of Tragedy)
• Potrei riempire il blog parlandone (in realtà l’ho fatto), ma forse l’ultima sera a casa di Nell, passata a sfogliare il suo scrapbook dei Theatre of Tragedy, ripercorrere i suoi anni nella band e parlare un po’ dei cavoli nostri. Oh, e la colazione con la marmellata di ribes rossi che aveva confezionato lei in casa. Gesù, quella marmellata!

Friday, 15 September 2017

Silence Glaive Surprise

Edit 21/11/2017: la foto di addio della Cassini a Saturno e le sue lune. FEELS.

Ho letto che, mentre precipitava nell’atmosfera di Saturno, la sonda Cassini ha trasmesso per trenta secondi in più di quanto gli scienziati si aspettassero. Non l’ho scritto pour parler, che sarebbe stata una sorpresa proprio fino all’ultimo (le stime dicono che si sia disintegrata quarantacinque secondi dopo).

Riflettendoci, la fine della missione Cassini mi rattrista proprio perché la sonda non esiste più. Esaurita la loro missione, le due Voyager e la New Horizons continueranno a viaggiare in linea retta nello spazio, probabilmente per sempre (le distanze interstellari sono talmente vaste che le probabilità di trovare qualcosa e andarcisi a schiantare sono risibili). Perse per l’umanità, che non le riacchiapperà mai, ma pur sempre da qualche parte là fuori.
La Cassini lascia un’eredità immensa sotto forma di fotografie, dati, risposte e nuovi interrogativi – contributi scientifici inimmaginabili fino a un decennio fa – ma sono tutte cose che moriranno con la civiltà umana. Per quanto sia bello immaginare che abbia avuto un “funerale vichingo”, bruciando nell’atmosfera di Saturno come una piccolissima meteora mentre ancora lavorava, raccoglieva dati, faceva analisi e svelava misteri, non sarà qualcosa che rimane là fuori a testimoniare che siamo esistiti, da qualche parte, in qualche tempo.

Beh, non è del tutto vero: il modulo Huygens è ancora su Titano e lì rimarrà. Forse sepolto sotto ghiacciai di azoto, visto che Titano ha un suo clima e variazioni metereologiche, ma da qualche parte un pochino della sonda Cassini continuerà ad esserci anche dopo di noi.

Thursday, 14 September 2017

Silence Glaive

Non sono pronto a dire addio alla sonda Cassini. È sempre stata lì, fin da quando ho iniziato a imparare l’astronomia, un po’ come un parente con cui sono cresciuto, e pensare che domani si disintegrerà nell’atmosfera di Saturno mi riempie di tristezza.
Della Cassini si parlava già ne l’Universo: Grande Enciclopedia dell’Astronomia – quella della De Agostini a cura di Piero Angela, che usciva a fascicoli con le videocassette. Nonostante mancasse ancora un anno al lancio (avvenuto nel 1997), era un progetto talmente atteso per l’incredibile tecnologia che lo costituiva e l’ambiziosità degli obiettivi scientifici che ci si sfregava già le mani e si facevano previsioni in vista dell’arrivo nel Sistema Saturniano nonostante mancassero ancora sette anni.

Saturno era stato appena sfiorato dal Pioneer 11 e dalle Voyager durante i loro tour del Sistema Solare. La Pioneer ha scattato qualche immagine a bassa risoluzione, fatto alcune misurazioni e scoperto l’esistenza dell’anello F. La Voyager 1 ha mandato le prime immagini ad alta risoluzione del pianeta e alcuni satelliti; per studiare Titano, il satellite più grande di Saturno, e la sua misteriosa atmosfera, è stata addirittura deviata la sua traiettoria impedendole di raggiungere Urano e Nettuno. La Voyager 2 ha completato il lavoro con ulteriori misurazioni e nuove immagini: tante scoperte e innumerevoli interrogativi a cui rispondere con una sonda che orbitasse Saturno per diverso tempo.
Da qui è nato il progetto Cassini-Huygens.

Il doppio nome perché uno degli obiettivi più ambiziosi della missione era far atterrare un modulo, chiamato Huygens, sulla superficie di Titano. La sua atmosfera ricca di azoto, opaca, impedisce di vederne la superficie, da qui la necessità di studiarla direttamente in loco mentre il modulo-madre mappa il pianeta col sonar dall’orbita.
E mentre la Cassini è figlia della NASA, la Huygens è stata costruita dall’ESA, con l’ASI (l’Agenzia Spaziale Italiana) che ha fornito i sistemi di controllo: l’Europa ha parcheggiato una sonda sul più grande satellite di Saturno e l’Italia ne ha costruito componenti fondamentali!
E la superficie ghiacciata modellata dal clima, i laghi di metano, i fiumi di idrocarburi che variano secondo la stagione, come Piero Angela ipotizzava nelle videocassette del 1997 sono stati confermati.

Fra gli obiettivi importanti, c’è stata Phoebe, la più grande delle lune irregolari di Saturno, che si trovava in una posizione sfavorevole al passaggio delle sonde Voyager. La Cassini avrebbe fornito le prime e uniche immagini ad alta definizione della sua superficie, e avrebbe potuto farlo solo all’andata perché Phoebe orbita a enorme distanza, del tutto fuori portata dalla zona in cui il fulcro della missione si sarebbe svolto. Beh, nell’unica visita la Cassini ha mappato l’intera superficie del satellite, ne ha misurato le caratteristiche, saggiato la composizione e ha sollevato interessanti interrogativi sulla sua origine. Ha superato ogni aspettativa già in partenza.

Saturno nel 2016.

Ma oltre a queste commissioni uniche e irripetibili, per anni e anni ha studiato approfonditamente Saturno, la sua atmosfera, i suoi anelli, i maggiori satelliti, raccogliendo un’infinità di dati. Nel 2008, a undici anni dal lancio e dopo quattro di permanenza intorno a Saturno, la missione era considerata conclusa con successo e si parlava già di cosa fare della sonda. Niente affatto: la sonda funzionava ancora alla perfezione, c’era ancora tanto da scoprire, e il progetto è stato prolungato per ben due volte; dal 2008 si è arrivati al 2016.
Fra gli incredibili risultati riportati abbiamo uno studio approfondito e di tutte le lune maggiori, compresa la scoperta di attività idro-geologica e un possibile oceano sotterraneo d’acqua liquida su Encelado; la scoperta di decine e decine di satelliti minori, fra pastori degli anelli e irregolari esterni; lo studio degli anelli e della loro composizione, come vengono influenzati dai satelliti-pastore, come si evolvono le formazioni temporanee dovute agli impatti con meteoroidi; lo studio dell’interazione dell’anello di Phoebe con le altre lune – nello specifico, il mistero della doppia colorazione di Giapeto; uno studio approfondito dell’atmosfera di Saturno, compresi i vortici polari, uno dei quali è circondato dal famoso Esagono, mentre l’altro ha la prima struttura del tutto analoga a quella degli uragani terrestri confermata su un altro pianeta. E per la gioia dei meno esperti, abbiamo fotografie dettagliate e mozzafiato di ogni dettaglio di Saturno, dei suoi anelli e di tutte le sue lune, perfino piccoli sassi di un chilometro e mezzo come Methone!

Methone, un sassolino cosmico di cui abbiamo una foto perfetta!

Insomma, per tredici anni la Cassini ci ha abituati a un flusso giornaliero di nuovi, interessantissimi dati da Saturno. Nove anni oltre il progetto iniziale. Questa sonda ha superato qualsiasi aspettativa in fatto di longevità – una cosa che è essa stessa oggetto di studio per ottimizzare le future missioni – e l’unico motivo per cui si è deciso di terminare il suo operato è il combustibile che si sta esaurendo; tutti gli strumenti funzionano ancora perfettamente.
La ragione per cui si è deciso di terminare la missione ora piuttosto che, semplicemente, lasciar funzionare la sonda fino a che gli strumenti non si saranno guastati (probabilmente, di questo passo, quando il Sole sarà già una gigante rossa) è pragmatica: lasciarla in orbita intorno a Saturno senza carburante per correggere la traiettoria lascia aperta la possibilità che si schianti su una delle lune ghiacciate, sul cui potenziale di ospitare vita extraterrestre si vorrebbe indagare in futuro. Sulla Terra, ogni sonda è prodotta in un ambiente sterile e rimane tale fino al lancio compreso proprio per evitare rischi di contaminazione dalla Terra ad altri corpi celesti, ma non si può avere la certezza matematica che anche un solo batterio non sia sopravvissuto e la sonda non possa trasportarlo su Encelado, contaminandolo e falsando i risultati di una ricerca di vita autoctona.

La soluzione più pratica, per quanto triste, è stata quella di correggere la traiettoria della Cassini per metterla in rotta di collisione con Saturno – nel cui caso il rischio contaminazione è irrilevante, visto che è un gigante gassoso. Domani mattina, l’attrito con i gas e la crescente pressione disintegreranno la Cassini come se fosse un piccolo meteorite, preservando la potenziale esobiologia del Sistema Saturniano ma cancellando la prova fisica della sua esistenza.
A pensarci, mi vengono gli occhi un po’ lucidi e sono convinto che, quando annunceranno il momento preciso dell’impatto, un sospiro me lo lascerò sfuggire.
Conoscendola, però, la Cassini se ne andrà in un lampo di gloria raccogliendo e inviando quanti più dati possibile sugli strati superficiali dell’atmosfera di Saturno, svelando qualche altro mistero e aprendone di nuovi prima di scomparire. Non deluderà nemmeno in punto di morte.
Perché la Cassini è stata questo: una continua sorpresa. L’eredità che ci lascerà sotto forma di nuova conoscenza e nuove domande a cui rispondere è impressionante, forse unica fra tutte le missioni spaziali che abbiamo lanciato, e la sua impronta nell’astronomia planetaria sarà profonda e indelebile.
Un lungo viaggio per una sonda, un balzo incalcolabile per l’umanità.

Sunday, 27 August 2017

Ho un Tarly che mi rode (o apologia del Dracarys)

Un po’ mi sento sporco a prendere apertamente le parti di Daenerys – per quanto le opzioni in Game of Thrones si siano ormai limitate. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare e rispondiamo a una critica ingiusta che le è stata mossa la scorsa settimana (e su cui non ci si è soffermati per via del leak della 7x06 con tutte le castronerie che conteneva).
Il problema in esame è questo:

Mmh, sì. Così. Ancora. Dai, non smettere. Oh, R’hllor, potrei guardare questa gif per tutta la vita.
Randyll e Dickon Tarly, i Concimatori dell’Altopiano, sono finiti arrosto, condannati a morte dalla Danana e giustiziati da Drogon.
Ora tornate indietro, rileggete la frase un paio di volte e assaporate quel delizioso retrogusto di karma.


E d’accordo, io sono un partigiano Tyrell e ho guardato quella scena giubilando e godendomi la vendetta (Cersei, sei la prossima). Per quanto mi riguarda, i Tarly sono i Bolton e i Frey del Sud, traditori della peggior specie che si sono svenduti per un avanzamento di titolo e motivi di una futilità ciclopica. Cersei almeno è pazza come un cavallo, mentre Randyll “Concimatore” Tarly ha fatto tutto con fredda lucidità.
C’è poi anche la Belle che è in me che vede in Concimatore Tarly il Gaston di Westeros: campione di celodurismo, donne in cucina a preparargli un panino, figlio maschio che deve essere macho e avercelo ancora più duro, tutto il valore sta nei muscoli, al diavolo la cultura e il cervello… insomma, incarna la mascolinità tossica e violenta dal cui stereotipo mi sono sentito schiacciato tutta la vita. Ovvio che mi stesse antipatico a prescindere dal tradimento ai Tyrell.
Forse è proprio per questo che non ho nemmeno le riserve che hanno alcuni sul fatto che Dickon l’abbia seguito a ruota nel barbecue: vedere il vecchiaccio crepare con la consapevolezza che proprio il celodurismo cieco e becero che ha insegnato al figlio l’ha spinto nella tomba non ha prezzo. E come metafora sociale è il fallimento della vecchia società sessista e bigotta, accecata dai suoi stessi pregiudizi.
Ma perfino tralasciando la dissonanza che il suo sessismo e la sua xenofobia (non si schiera con la Danana perché porta un esercito straniero e “Ruspa! Rimandiamoli a casa!”) hanno con i valori moderni, Randyll Tarly è una persona orribile anche per gli standard di Westeros: era pronto a uccidere Sam pur di non fargli ereditare il titolo quando l’uccisione dei consanguinei è un tabù talmente grave che nemmeno belle personcine come Tywin Lannister si sarebbero mai sognate di infrangerlo (e questo anche nei libri, tralasciando la liberalizzazione del kinslaying che c’è stata nelle ultime stagioni dello show). O il modo in cui ha tolto il raccolto di bocca alla gente dell’Altopiano, il suo popolo, che era appena stato appuntato a governare, per darlo a quelli che erano a tutti gli effetti invasori lo rende un collaborazionista della peggior specie.
Insomma, se qualcuno si è proprio meritato di morire male in Game of Thrones, è Randyll Tarly: avremmo dovuto intuirlo già dalla prima stagione, quando Sam ha raccontato tutte quelle belle cose su di lui, o nella sesta, quando l’abbiamo incontrato per la prima volta, ma sono cose come il tradimento di Lady Olenna Fucking Tyrell per puro arrivismo condito con machismo e xenofobia a non avere perdono.
Ma basta col sentimentalismo Tyrell e torniamo al Dracarys.

Sono molto perplesso: perché la gente sta uscendo di testa per Daenerys che ha bruciato a morte i Tarly? Cosa c’è di illogico in tutto ciò?
Per prima cosa, i paragoni con Cersei non reggono: una cosa è la guerra, un’altra è il terrorismo. Usare un vantaggio tattico (il drago) contro l’esercito nemico è un filino diverso da far esplodere un edificio pieno di civili inermi. E anche giustiziare dei nemici che non si arrendono per mandare un messaggio è diverso da ammazzare i propri rivali politici in tempo di pace coinvolgendo mezza città nella carneficina. In comune c’è solo il fuoco, e pure quello è di colore diverso.

Consideriamo poi i Tarly nello specifico. Dalla prospettiva della Danana, sono nemici e anche traditori. Non solo sono condottieri avversari, ma hanno disertato e schierato i loro soldati contro l’esercito di cui dovevano far parte dal momento in cui Olenna, di cui erano vassalli, aveva alleato l’intera forza dell’Altopiano con i Targaryen.
I Tarly sono passati dalla parte di una regina senza alcun diritto legittimo sul trono, hanno tradito la loro signora, ne hanno causato la morte (e in guerra è bene mostrare che gli alleati vengono protetti o, quantomeno, vendicati, altrimenti che ci si allea a fare?) e hanno aiutato attivamente il nemico a razziare l’oro e le provvigioni destinati all’esercito Targaryen. Ciliegina sulla torta, hanno sfidato pubblicamente l’autorità di Daenerys adducendo come argomentazione fedeltà a una regina priva di diritti sul trono. Hanno causato un danno politico a Daenerys e uno pratico incalcolabile alla sua campagna militare.
Per cui, dove sta il problema?

È forse l’esecuzione in sé? I presupposti per giustiziarli in maniera esemplare ci sono tutti, non avrebbe avuto alcun senso far passare una serie di atti del genere impunita. E nonostante ciò, la Danana ha offerto non una, ben due possibilità a Tarly Senior di salvarsi: giurare fedeltà (per quanto vale) e riunirsi al suo esercito, e poi farsi esiliare alla Barriera. Lui ha rifiutato entrambe sminuendo apertamente l’autorità di Daenerys, e lei ha riasserito quell’autorità giustiziando un criminale: si chiama politica in tempi di guerra in una società feudale.
Il problema è allora che ha giustiziato pure Dickon? Poteva starsene zitto e rimediare agli errori del padre giurando fedeltà. Ha deciso diversamente, ha subito le conseguenze della sua scelta. Di nuovo, una persona in posizione di potere in una società feudale deve mandare un messaggio quando la sua autorità viene sfidata pubblicamente, altrimenti finisce per perdere tutto.
Il problema è la morte cruenta? Il fuoco di Drogon è così caldo che ha incenerito soldati in secondi: direi che è una morte piuttosto rapida. E relativamente indolore, visto che più e caldo il fuoco, meno le ustioni fanno male perché i nervi si bruciano e non trasmettono più gli impulsi del dolore al cervello. Non è come un rogo di Melisandre o di Aerys, è più rapido di una decapitazione.

Maremma, mi sembra assurdo difendere la Danana, ma chi parla a vanvera mi dà più ai nervi di lei che sciorina tutti i suoi titoli. L’esecuzione dei Tarly non è stata né tirannia, né follia, né crudeltà: è stata una manovra politica in tempo di guerra con dietro motivazioni abbondanti, legittime e precise. Anzi, probabilmente è uno dei pochi storyline davvero coerenti di tutta questa stagione. Per cui, come dice Margaery:

Friday, 4 August 2017

I Tyrell si meritavano di meglio

In questo post, sarò un rosicone, per cui sopportatemi. Ma, come sempre, sono un rosicone con delle argomentazioni da esporre, per cui non sarà solo un rant.

Che per i Tyrell non ci fosse molto da fare in Game of Thrones era chiaro: Margaery è morta la scorsa stagione, e nulla in quella serie ha più importanza a prescindere. Loras, per quel poco di lui che era rimasto, l’ha seguita a ruota, e ci siamo persi anche l’erede effettivo della Casata. Mace, povero, adorabile idiota che era, si trovava con loro e anche lui è finito in cenere. Il ramo principale della casata si è estinto con loro, visto che Willas e Garlan sono stati tagliati nell’adattamento, mentre lo stato dei fratelli, cugini e parenti vari di Mace non è pervenuto, quindi funzionalmente era rimasta solo Olenna: anziana, consumata dal dolore, Tyrell solo per matrimonio e non per nascita, capace di guidare il Reach in un’alleanza con la Danana ma non di assicurare un futuro alla Casata.
Potrei scrivere un post intero su quanto magnifica Olenna sia stata perfino in punto di morte, ma l’internet praticamente non parla d’altro, per cui posso soffermarmi sul dettaglio che, effettivamente, mi rode: la facilità con cui i Lannister e quei traditori infingardi dei Tarly, che siano maledetti e muoiano atrocemente, hanno conquistato e saccheggiato Highgarden.
Come cavolo è stato possibile?

Ora, mi rendo conto che lo show è agli sgoccioli, che il drama politico inizia a passare in secondo piano rispetto a quello soprannaturale e che, con una stagione più breve, molte cose dovessero essere alleggerite per far scorrere meglio la trama. Ma un conto è alleggerire, un altro è tagliuzzare senza alcun riguardo per la continuità della storia.
Vero: Mace Tyrell, con il suo elmo piumato, non era il gran militare che si vantava di essere. Vero, quel maledetto traditore di Tarly era la vera mente strategica dietro i successi dell’esercito del Reach durante la Ribellione di Robert. Con l’estinzione dei Tyrell, ci sta che la politica del Reach fosse tenuta su a sputo da Olenna, che Tyrell lo è solo formalmente, e partissero le defezioni. Ci sta anche che l’esercito di Tarly e dei suoi vassalli fosse quello tatticamente e militarmente più potente della regione, e quello propriamente sotto i Tyrell fosse più improntato alla cavalleria, le giostre e quella roba lì.
Però.

Intanto, Highgarden è uno dei maggiori castelli di Westeros. Non sarà tatticamente invulnerabile come the Erye, Casterly Rock o Riverrun, ma non è nemmeno la torretta decrepita che hanno mostrato. Da un lato è protetto dal fiume Mander, ha tre cinte murarie – tre! – e fra quella esterna e quella mediana c’è un labirinto di roseti che frena ulteriormente eventuali invasori. Ed essendo la capitale del più fertile dei Sette Regni, le provvigioni di sicuro non mancano. Com’è possibile che Jaime Lannister & co siano riusciti a entrare così, a gamba tesa, senza nemmeno un dannato assedio? Non disco che penetrare fosse impossibile – di nuovo, non è the Erye – ma che chiunque possa entrare e invaderlo così, con uno schiocco di dita, è ridicolo!

C’è poi la questione delle forze militari dei Tyrell. Ribadisco: ci sta che, staccandosene, Tarly se ne sia portato via una bella fetta. Del resto, i Tyrell sono gli ultimi arrivati delle Grandi Famiglie (assieme a Tully e Baratheon), e non a tutti andavano bene – ma quelli erano principalmente i Florent, che sono già stati fatti fuori con Stannis. Ma intanto c’erano tutte le casate minori fedeli a loro senza intermediari. Poi ci sono i Redwyne: Olenna è nata Redwyne, sua figlia Mina Tyrell, la sorella di Mace, è sposata col cugino Paxter Redwyne. Vero che la forza principale dei Redwyne è la flotta (il cui stato non è esattamente chiaro: è stata distrutta da Euron Greyjoy assieme a quella di Dorne?), ma non avevano quelle quattro truppe da mandare in supporto della zia del loro lord?
E gli Hightower? Visto che i Tyrell hanno sorpassato diverse Casate nel succedere ai Gardener, nel corso di tre secoli hanno avuto il buon senso di sposarsi a destra e a manca per forgiare alleanze. Alerie Hightower è la moglie di Mace Tyrell e madre di Margaery e Loras: davvero non avrebbero portato i loro uomini e quelli dei loro cinque vassalli in aiuto alla madre di loro genero, e si sarebbero alleati con la Corona, retta dalla donna che ha ucciso i loro nipoti? Seriamente?
Ma al di là dei legami famigliari, l’attacco a Highgarden è, a tutti gli effetti, l’invasione dell’esercito di un’altra regione, coadiuvato da defettori, in nome di una regina con zero legittimità e che ha sterminato i loro signori – signori che, in trecento anni, hanno assicurato prosperità, pace e forte peso politico alla regione: davvero nessuna casata del Reach avrebbe alzato un dito per contrastarla?

Capisco la necessità di semplificazione che la serie ha a questo punto, ma trattare così, come una passeggiata in coda a una puntata piena di eventi, ciò che realisticamente sarebbe stato un assedio difficoltoso e una guerra civile nel numeroso esercito della regione più popolosa dei Sette Regni è ingiusto. È ingiusto verso i Tyrell, che non sono mai stati la tigre di carta che ci hanno mostrato, è ingiusto verso il resto del Reach, che non è una regione di deficienti che chiunque può conquistare e saccheggiare, e non ha alcun senso in-universe. I Tyrell si meritavano di meglio.

Thursday, 20 July 2017

Lust For Life: a rogue review

Lo dico con sincerità, sono contento che su Armonie Universali, la webzine musicale a cui contribuisco, sia Michele a occuparsi di Lagna del Rey: non penso che sarei in grado di parlare di Lust For Life in toni professionali, di scrivere un’analisi davvero coerente per un disco così carente a livello strutturale, o di approfondirlo troppo, visto che l’ascolto è davvero, davvero faticoso. Ma dato che mi sono preso la briga di ascoltarlo, ecco una “recensione” rogue e disimpegnata in cui raccolgo le annotazioni che ho buttato giù durante l’ascolto: non posso deludere il mio carissimo Francisco che si aspetta un po’ di snark.

In cui io sono Lady Olenna.

Partiamo dal peccato originale di Lust For Life: è troppo lungo e molto monotono. La mancanza quasi assoluta di variazioni strutturali, melodiche e di arrangiamenti (quando ci sono, il missaggio le penalizza) non giustifica né canzoni per lo più sopra i quattro o cinque minuti (una sfiora addirittura i sei!), né la durata totale del disco, ben un’ora e tredici. Sedici canzoni sono tante giù in condizioni normali, a maggior ragione quando solo un paio – tre a essere generosi – spiccano nel mare di noia.
Di positivo, c’è che un passo avanti è stato fatto: non è offensivamente brutto come Ultraviolence o Honeymoon, né eccessivamente pacchiano come Born To Die, ma ciò non significa che sia un buon disco: su una sezione ritmica costantemente monotona e priva di vita, troviamo o melodie carine penalizzate da arrangiamenti privi di senso, o arrangiamenti interessanti sprecati su melodie inesistenti (quando gira bene: ci sono anche melodie brutte che corrispondono ad arrangiamenti orribili). Il fatto che il tutto si mantenga più sobrio che in passato (non c’è né l’eccesso strumentale di Born To Die, né la cacofonia faux-post-rock di Ultraviolence) è di per sé un merito, ma rivela senza pietà la mancanza di struttura e sostanza delle canzoni, che non hanno nemmeno più un po’ di make up a mascherare i loro difetti.
Ho accennato al missaggio, ed è proprio quello che, spesso, trasforma la mediocrità in orrore: molto spesso, guizzi interessanti della parte strumentale finiscono per annegare in riverberi e filtri senza senso, col risultato che le singole componenti possono catturare l’orecchio, ma si mescolano le une alle altre diventando una specie di rumore di fondo frustrante all’ascolto.
Che lo dico a fare, il colpo di grazia lo dà la performance vocale di Lagna: i difetti sono i soliti – note calanti, timbro nasale, troppo fiato, vocali sguaiate, acuti traballanti – e, come sempre, sono enfatizzati, piuttosto che corretti, in postproduzione con l’immancabile caterva di sovrapposizioni senza senso, filtri vocali vìnteig, riverberi e una prominenza schiacciante rispetto alla parte strumentale. Su un album già lungo e monotono, una performance piagata da difetti tecnici così evidenti e un’interpretazione fiacca e priva di qualsiasi emozione è ancora meno accettabile.

Parlando dell singole canzoni, Love ha una melodia orecchiabile ma mostra già in apertura che il tutto è troppo diluito;  e i gemiti sul bridge sono proprio brutti. Lust For Life è forse la traccia “migliore” del disco: ha una bella melodia e delle belle tastiere, e l’unica pecca è la parte parlata che rallenta ulteriormente una canzone già poco vivace. 13 Beaches inizia con la brutta orchestrina sanremese e dei campionamenti inutili. L’arrangiamento del ritornello non è male, specie il synth-arpa, ma sopportare la loffiaggine delle strofe per arrivarci è abbastanza faticoso. Cherry inizia con un vocalizzo di rara bruttezza e continua con una melodia vocale inutilmente prolissa, soprattutto nelle strofe. Di salvabile ha solo il beat del ritornello, sprecato nella scarsa coerenza del resto. Il “fuck” finale dà un tocco di classe che spostati.
White Mustang non è malvagia, è semplicemente soporifera, soprattutto per la prova vocale del tutto priva di espressività. I fischi sul finale danno un tocco orribilmente cacofonico in una texture strumentale così scarna. Summer Bummer – un titolo, una garanzia – è invece proprio brutta. La parte rap è loffia quanto le vocals di Lana ed è semplicemente insopportabile, mentre i vocalizzi di sottofondo verso il finale sono atroci. Sul serio, Lagna, chi te lo fa fare a strozzarti così? Scrivi roba alla tua portata.
E a proposito, su Groupie Lover la voce raggiunge picchi di nasalità impressionanti. Senza quel beat caotico l’arrangiamento del ritornello sarebbe stato interessante, ma tutto quel rumore distrae da una melodia già difficile da seguire. Il bridge ha una parte strumentale molto carina, ma i rapper rovinano tutto. L’orrore vocale continua su In My Feelings: il filtro, combinato con il tono nasale e la sguaitezza degli acuti, è micidiale, continua pure sul ritornello e rende gli acuti del bridge semplicemente atroci. Manca totalmente una melodia coerente, il che è uno spreco di una base interessante.
Coachella – Woodstock In My Mind ha una melodia noiosa, un arrangiamento troppo uniforme ed è cantata davvero da cani. Riverberato com’è, il synth sul bridge è proprio cacofonico. God Bless America – And All the Beautiful Women In It invece prende un ritornello che non è male, ma lo annega in troppa ripetitività. L’accavallarsi senza senso delle tracce vocali nel penultimo ritornello crea solo confusione, specie perché è una delle peggiori performance vocali di Lana in assoluto. In compenso, apprezzo l’ironia degli spari in sottofondo: cattura appieno lo spirito americano.
When The World Was At War We Kept Dancing è la prima canzone a variare gli arrangiamenti introducendo un po’ di chitarra. C’è di nuovo un accavallarsi senza senso di tracce vocali su un cantato già sfiatato e sguaiato, specie su quei brutti acuti. Beautiful People Beautiful Problems sembra promettere un’altra novità, il pianoforte, ma si tratta semplici accordi in successione che non variano mai. La melodia non è male, ma l’arrangiamento è di una monotonia estenuante. Tomorrow Never Came è una ballata innocua, anche se eccessivamente lunga: Non aggiunge nulla di davvero interessante, ma almeno non è offensiva da quanto è brutta. D’altro canto, Heroin, che sfiora i sei minuti, è insopportabile. La tastiera iniziale è carina ma, di nuovo, la performance è davvero aberrante. A un minuto ancora non è successo nulla d’interessante e l’attenzione scema praticamente fino al bridge, dove i latrati di Lagna svegliano all’improvviso. L’organo di sottofondo, invece che aggiungere un tocco, aumenta il senso di pesantezza di un brano troppo lento e monotono che non ha un vero climax né una risoluzione.
Change ha un piano davvero bello, ma è relegato sullo sfondo nel mix per lasciare spazio a una performance, alla meglio, mediocre. Peccato: anche la melodia è carina, ma la scelta di missaggio penalizza davvero il brano. Get Free, infine, ha qualche scelta imbarazzante, come i controcanti sguaiatissimi a fine ritornello (sull’ultimo sono addirittura più forti della linea vocale principale, ma perché?!), ma la melodia è bellina, l’arrangaiamento vivace e, con questo ritmo, anche l’accenno di organetto trova un suo posto. Peccato per un intero minuto di rumori di onde e gabbiani alla fine di un album che già era troppo lungo: è una scelta insensata.

L’unico vero progresso è che, stavolta, i testi almeno un 6-- se lo meritano, se non altro per lo sforzo: certo, c’è sempre una predominanza di immagini da Sogno Americano in salsa hollywoodiana (fra le spiagge estive, auto di lusso, groupie, vita paxxissima da ragazzaccia, prostituzione, il Cartello di Hollywood tirato in ballo così), riferimenti troppo diretti al vìnteig, ma almeno la glamourizzazione della tristezza è tenuta a un minimo accettabile e c’è un tentativo di affrontare temi di attualità e rilevanza sociale. Con la profondità di una pozzanghera, ma almeno è qualcosa – sebbene sia una minoranza delle canzoni, contrariamente a ciò che millantava la stampa online. Non c’è nulla di realmente interessante, ma almeno non sono testi stupidi e pretenziosi come in passato.

Certo, la mancanza di male non è di per sé bene. Lust For Life è meglio dei due predecessori, ma resta lungo, monotono e privo di reali contenuti. E non è solo una questione di apprezzare o meno la musica downtempo: sono proprio le carenze strutturali delle troppe canzoni, la mancanza di una progressione coerente che arrivi a un picco e a una risoluzione, l’eccessivo trascinarsi di melodie sconclusionate, la ripetitività e l’appiattimento degli arrangiamenti a dare questa sensazione estenuante. L’unico tentativo di innovazione e insaporimento, l’inserimento dei rapper, è naufragato malamente perché le canzoni non hanno melodie che sostengano quelle parti e il tutto si traduce in ulteriore noia.
Insomma, ci sono modi migliori di impiegare quell’ora e passa di tempo che ascoltare un album, sostanzialmente, inutile.

Friday, 16 June 2017

Domande pertinenti

C’è una domanda in particolare che è la più fastidiosa fra quelle di routine che si fanno sulle gaie app di dating quando non si sa come rompere il ghiaccio (perfino peggio di “Da dove?”, “A o P?”, “Anni?” e altre informazioni facilmente deducibili dal profilo appositamente complicato): “Cosa cerchi?”, a volte semplificata nell’ancor più pigro “Cerchi?”.
La risposta che ci si aspetta è “divertimento”, eufemismo per “scopare qui e ora senza preamboli”, che spiana la strada e, previo un “Da me o da te?”, conclude lì la questione trattative.
La risposta che do io è, se sto facendo qualcosa di particolare, attinente a ciò che sto davvero cercando in quel momento: “Le chiavi nella borsa”, “Il caricabatterie”, “Lo streaming dell’ultimo episodio di Game of Thrones”, “Il biglietto del treno, che non ricordo in quale tasca ho messo” (questa capita spesso, sia perché il piccolo bastardo è bravo a nascondersi, sia perché apro spesso le app in viaggio per guardare le bellezze locali e, essendo carne fresca, attiro più pubblico). Da lì, spero sempre che la conversazione prenda una piega meno scontata e l’interlocutore approfitti dell’ironia per trovare qualcosa di intelligente da dire.
Rispondere quando non sto letteralmente cercando qualcosa è più difficile, perché francamente non cerco qualcosa di specifico, tanto meno una svletina. Di solito me la cavo con “Conoscenze”, “Persone interessanti”, “Persone nuove”, “Una buona conversazione”. Il che è, sostanzialmente, vero: cerco conoscenze con persone abbastanza interessanti da convincermi a mettermi addosso qualcosa di carino (e vincere l’attacco d’ansia che puntualmente mi prende) per andare a prendere un gelato e vedere poi dove si va a parare. Se si va a parare.
Ebbene, oggi mi è capitato che mi ponessero una domanda pertinente a riguardo: se ciò che cerco sono semplici conoscenze con persone intellettualmente stimolanti, perché stare su un’app d’incontri e non pescare a caso, ad esempio, su pagine di interessi comuni su Facebook?

Probabilmente l’intento era smascherarmi come ipocrita perbenista dimostrando che, sotto la pretesa d’intellettualità, anch’io cerco una sana scopata. E in effetti, anche questo è vero: se arrivano benefit, non mi lamento di certo. Parte del motivo per cui queste conoscenze le cerco sulle chat di incontri è l’eventualità di sviluppi in quel senso. Specie con ragazzi fotogenici, visto che il fine ultimo è sempre stabilire un grado d’intimità e intesa tale da permettermi di convincere il fanciullo a posare per tutte quelle foto che ho in mente ma mi sentirei a disagio a chiedere a un modello a caso, perfino professionista.
Il problema è che mettere il carro davanti ai buoi funziona male con me: il modo più efficace per smontarmi del tutto (e moltiplicare l’ansia) è programmare a tavolino quando, dove e come si scopa, perché nulla è più noioso (e ansiogeno) di un risultato già decretato.
Il fatto è questo: ho sempre qualcosa per la testa. Nelle relazioni interpersonali, ho l’arco d’attenzione di un pesce rosso con l’Alzheimer, per cui ho bisogno che la persona con cui interagisco mi fornisca degli stimoli intellettuali abbastanza forti da non spingermi a cercarli nella mia testa ed estraniarmi.
Tutto ciò include il sesso: a meno di non essere Florian Neuville (i.e.: il ragazzo più bello del mondo, con cui comunque potrei fare un bel discorso sui lavori di Asimov prima di passare alla parte nuda della serata), se il mio partner non mi ha prima caricato a molla facendo crescere la tensione sessuale e mostrando di saper mantenere la mia attenzione, il tempo di slacciarmi la cintura e sto già pensando a quell’episodio de La Signora in Giallo in cui chiudevano Jessica Fletcher in prigione con l’accusa di omicidio, ma poi si scopriva che era un piano per proteggerla dalle spie sovietiche, che erano i veri colpevoli (non sono sicuro che un episodio del genere ci sia stato, ma non sarebbe assurdo). Mi distraggo e finisce che non sento nulla. Letteralmente.

Per cui sì, caro utente arguto: sto nelle app perché il sesso non solo non è escluso, ma è un’eventualità interessante. Ma il percorso da fare perché ne valga la pena è un filino tortuoso per me, per cui la mia priorità restano le conoscenze interessanti in grado di mantenere la mia attenzione. La domanda pertinente ti ha fatto guadagnare punti.

Saturday, 29 April 2017

Schadenfreude


Lo ammetto: mi sento un filino ipocrita. Il fatto è che l’intera faccenda del Fyre Festival si offre talmente bene a una risata per come una certa fascia sociale abbia sbattuto brutalmente il muso sulla realtà quotidiana di certe altre fasce sociali che è difficile mettere a fuoco che questo stesso divertimento è indice di quanto la nostra società stia sbandando.

Per chi non seguisse le vicende virali su internet, il Fyre Festival è sostanzialmente un incrocio fra Lost, un episodio di Black Mirror e ciò che Alma Coin aveva in mente quando voleva buttare i bimbi di Capitol negli Hunger Games. In sostanza, due tizi che non hanno le minime skill organizzative hanno venduto biglietti da migliaia di dollari per un festival musicale extralusso nelle Bahamas, con tanto di ospiti illustri, ville da sogno, cucina gourmet e attività ricreative costose, marketizzandolo attraverso starlet di Instagram, influencer e quant’altro, a persone che possono permettersi di spendere quelle cifre. Il tutto prima ancora anche solo di pensare a come organizzare il tutto, col risultato che gli ospiti sono arrivati alle Bahamas per trovare una tendopoli senza cibo, acqua corrente, sicurezza e, ovviamente, ospiti musicali.
E… dai, l’intera faccenda semplicemente fa ridere, c’è poco da fare. Da amante della musica, trovo divertente che tanta gente abbia pagato un sovrapprezzo assurdo per il collaterale quando, spendendo la metà, avrebbe potuto farsi tutti i concerti in scaletta individualmente; chiaro, il punto non era la musica proposta, ma lo status symbol, il paradiso tropicale, il lusso… l’esclusività dell’evento. E poi c’è il fatto che abbiano abboccato perché un manipolo di “personalità” di internet ha presentato la cosa su Instagram in maniera sfiziosa, a prescindere da quello che sarebbe stato il contenuto. Questa vicenda si presta talmente bene a un commento sulla società dell’apparire, sulla superficialità del marketing virale, sul consumismo e bla bla che lascerò gli opinionisti seri a occuparsene.
Anche perché, il tempo di inforcare Twitter e seguire l’hashtag per farmi due risate di chi si lamentava della mancanza del lusso prima di accorgersi che non c’erano proprio condizioni umane di base, e il divertimento mi è già passato. Complici anche i commenti di quelli che non fanno parte dell’1% che poteva permettersi l’evento, ma ci mettono comunque becco. 


Per carità, ce ne sono di davvero divertenti, come quello qui sopra. Però vedo una netta predominanza delle parole “white rich millennial kids”, con le implicazioni sfortunate che si portano dietro. Non tanto il “kids”, perché è vero che la vita ovattata che hanno condotto ha sicuramente contribuito all’ingenuità con cui si sono buttati nella cosa – e pensare che il contrasto stridente ha amplificato esponenzialmente il loro orrore è sadicamente divertente. E ignorerò anche il “white” perché il fatto che indichi automaticamente privilegi non è del tutto scorretto ma nemmeno corretto, ed è un discorso per un altro momento.
Fermiamoci un momento su “millennial” e “rich”: il primo è l’ennesimo commento su come la nostra generazione sia priva di “veri valori” e ignora che qualcuno dovrà pur averci cresciuti così; il secondo è l’unico aspetto della vicenda che la rende divertente. A livello superficiale, è vero: “Boo-hoo, ti tocca dormire in tenda”. Ma a parte che il problema lì era molto più che dover dormire in tenda, se pago per un bene o un servizio, è quel bene o servizio che devo ricevere, punto. A prescindere che costi cinque euro o cinquantamila dollari. “Poor rich kid” è uno stereotipo spesso vero, e di capricci per una manicure scheggiata o un pizzetto non scontornato a dovere è pieno il mondo, ma quel “rich” qui viene brandito come una colpa. E di nuovo, sì, è sostanzialmente un gruppo di gente viziata che ha pagato uno sproposito per un mucchio di roba superflua che con la musica ha poco a che fare, ma qual è il problema, che loro possono permetterselo e noi no? Eh?

C’è poi un ulteriore aspetto che mi disturba non poco: non appena la tendopoli del Fyre Festival è stata paragonata a un campo rifugiati, tutti sono subito saliti sul pulpito a notare con enorme gaudio l’ironia di un mucchio di gente ricca e viziata che si è ritrovata nelle condizioni in cui vivono le stesse persone che vorrebbero non accogliere nei loro paesi. Tralasciando la generalizzazione… e quindi? Questi commenti chi li sta facendo, i rifugiati nei campi profughi o gente che può permettersi l’accesso a internet dalla comodità delle proprie case? Se è giusto che gli amichetti di Kendall Jenner vivano per un giorno da profughi per capire com’è, perché non lo fanno anche quelli che commentano? Magari l’ironia della situazione non sarebbe più così divertente, quando non capita agli altri?
Il punto di questi commenti non è pensare a quelli che stanno peggio di noi e augurarsi (o contribuire a portare) un miglioramento delle loro condizioni di vita, ma bearsi del peggioramento di quelle di gente che sta meglio di noi. Ed è un problema sociale non indifferente. È la versione più divertente e meno crudele di quelli che, quando succede un attentato in una città europea, subito strillano: “Ben ci sta, ci sono luoghi del mondo in cui questa è la realtà quotidiana, almeno abbiamo un assaggio e capiamo com’è”.
No.
No, no e NO. Questo è un ragionamento sbagliato. Il punto della civilizzazione non è dare a tutti un assaggio della brutalità del mondo. Non è peggiorare le condizioni di chi sta meglio per sentirci tutti un po’ più infelici. Il punto di una civiltà sana e prospera è far sì che nessuno viva in condizioni disperate e subisca violenza. Pensare il contrario, che un mucchio di gente ricca si meriti di fare un giorno il profugo per una propria scelta andata male – o che una bomba sotto casa ci “insegni la lezione” – non risolve il problema di chi davvero vive così perché subisce le scelte altrui.
Come ragionamento, non ci dà la superiorità morale per giudicare uno stile di vita che percepiamo come sbagliato. Alla fin fine, è sintomatico della stessa, identica mentalità del riccone che ignora i problemi della gente comune perché tanto capitano a qualcun altro, solo venata dell’invidia di non poter fare altrettanto. Non è lotta sociale, è semplice meschinità.

Per cui, sì, la faccenda del Fyre Festival è oggettivamente ridicola e non si può sfuggire a una certa dose di schadenfreude per come è nata e si è sviluppata. Ridiamoci pure, questi cinque minuti, ma magari riflettiamoci anche un po’, cerchiamo di individuare il vero problema e miglioriamo un filino la nostra mentalità, privata e collettiva, per concentrarci su espandere il benessere invece che imporre il malessere.

Saturday, 8 April 2017

Belle che inventa cose

Ho notato che alcune persone sono rimaste perplesse da Belle che inventa cose nel nuovo La Bella e la Bestia. Ammetto che, finché non ho letto pareri in merito, non mi ci ero nemmeno soffermato. Del resto, anche nel film del 1991 Belle era un’intellettuale e un’innovatrice: Gaston rende palese che una donna acculturata non è la norma sociale vigente e lei è semplicemente troppo avanti per fregarsene.
Il nuovo approccio al personaggio rientra nella direzione generale del film, meno sottigliezza: il commento di Gaston non è abbastanza per il pubblico, bisogna proprio imboccarlo mostrando il maestro del villaggio che parte alla carica perché Belle sta – gasp! – insegnando a leggere a una bambina perché è troppo avanti, non tollera la discriminazione e vuole migliorare il mondo.
In questo caso, però, capisco perché si sia voluto sbattere in faccia il fatto che Belle sia una donna intelligente. Un po’ per renderla più attiva in punti chiave del film, come quando è rinchiusa durante il climax e se ne tira fuori da sola. Ma in gran parte, beh, per questo:

Complimenti, Jeff Hong: non hai capito un cazzo di Belle.

Non entro nel merito dell’intera serie, o della validità dell’iconoclastia sull’infanzia altrui come metodo per attirare l’attenzione su argomenti di rilevanza sociale. In questo caso specifico, Jeff Hong ha toppato alla grande. D’accordo, è la Bella e la Bestia. D’accordo, lo dice anche la canzone: “Now, it’s no wonder that her name means ‘Beauty’, her looks have got no parallel”. Ma Belle che considera la chirurgia plastica? Bitch please, fra tutti i personaggi della Disney è probabilmente l’ultima che lo farebbe!
Belle è bella: ciò è costantemente sottolineato nel film. Dagli altri. Ma non è il tratto distintivo del suo personaggio. La sua bellezza è incidentale, serve come simbolo per fare da contrasto con l’aspetto mostruoso della Bestia. Ma lei non capitalizza sulla sua bellezza, non la sfoggia, non la coltiva se non con la cura basilare del corpo e non la ritiene qualcosa di fondamentale. Né su di sé, né negli altri, o avrebbe accettato la proposta di matrimonio di Gaston e non avrebbe dato una possibilità alla Bestia perché il suo carattere si è ammorbidito. Certo, immagino che, come tutti, sia contenta di non essere un roito, ma la bellezza è l’ultima delle sue preoccupazioni.
Inoltre, l’intero inizio del film è dedicato a mostrare quanto Belle se ne sbatta delle aspettative sociali. Non va bene che una donna legga? Che non partecipi ai pettegolezzi del paese? Che non penda dalle labbra di Gaston? Che difenda suo padre anche se è “eccentrico” per i tempi? Lei se ne frega, va avanti per la sua strada anche se questo le costa l’ostracismo del villaggio.
Perché mai, quindi, proprio Belle dovrebbe considerare la chirurgia plastica? Non si ritoccherebbe per sé, visto che l’esteriorità non è una priorità, né per conformarsi all’ideale comune di bellezza, visto che di ciò che pensa la società se ne infischia. Quest’immagine non ha senso.

Ma esiste perché ciò che la gente ricorda pensando a Belle è questo: è bella. Troppo stupidi per cogliere il messaggio del film, fanno esattamente l’opposto, si fermano alle apparenze senza preoccuparsi di indagare cosa c’è sotto. L’intelligenza, l’amore per la cultura, la forza di carattere, la furbizia, l’indipendenza, l’empatia, la capacità di vedere oltre le apparenze: a nessuno importa di questo. Belle è bella.
E in parte questo è colpa della Disney, di come marketizza il brand Disney Princess: sono belle figurine allineate, addobbate per fare la loro figura e stop. Belle ha sempre un’espressione civettuola e una rosa in mano, non un libro, perché lì non importa che la sua più grande passione sia la lettura, no, lei è bella, le rose sono belle, mi pare ci fosse una rosa nel film, va bene così.
Quando si pensa allo stereotipo della Principessa Disney, stucchevole, bella e vuota, si critica proprio quello presentato dal merchandising, che ignora per primo i film di riferimento. Perfino Cenerentola, in mezzo a sogni, sorrisi e sospiri d’ammoreh, è sassy A.F. e non perde occasione di rispondere a tono alla matrigna: non è la ragazzina ingenua e passiva a cui tutti pensano. In quella bella testolina ha carattere.
Da qui, la nuova Belle inventa cose. Si è preso un tratto fondamentale del vecchio personaggio – astuzia e intelligenza – e lo si è presentato al pubblico in maniera inequivocabile in modo che, uscendo dalla sala, si ricordasse non solo che Emma Watson è bella, ma che il suo personaggio ha inventato la lavatrice! In un clima mediatico in cui ogni singolo personaggio femminile deve essere un role model, non c’è posto per la sottigliezza, specie se la stessa compagnia genitrice rema contro per far soldi.

Oltre a questo, però, nell’altro post ho menzionato che nelle trasposizioni le opere vanno aggiornate per restare al passo con i tempi. Belle che inventa cose è di grande attualità.
Viviamo nell’epoca in cui prima le echo chamber su internet e ora perfino la politica danno voce agli ignoranti e incompetenti. Terrapiattisti, no vax, complottisti, antispecisti che frenano la ricerca scientifica, hipster che schifano le tecnologie di comunicazione, Selvaggia Lucarelli… c’è una grande sfiducia nella scienza e nella tecnologia – sebbene tutti quanti vivano una vita comoda godendosene i frutti – e una costante caccia agli intellettuali, a chiunque metta Tizio e Caia di fronte alla realizzazione della loro mediocrità. Inoltre, mentre sbrogliamo l’intricatissima matassa della parità sociale, uno dei fenomeni di cui ci siamo accorti è la resistenza degli ambienti scientifici stessi verso le donne: anche quello va affrontato iniziando dalle future generazioni di scienziati e scienziate.
Da una parte, quindi, Belle che inventa cose incoraggerà le bambine di oggi a seguire la loro passione anche se è la scienza e non la bellezza, e di fregarsene se il vecchio maestro del villaggio dice che non si fa. Dall’altra, vediamo le conseguenze dell’ignoranza che si arroga il diritto di agire con la sua paura dell’innovazione: quanto beneficio avrebbe portato all’intera comunità la proto-lavatrice inventata da Belle? No, loro l’hanno distrutta perché non la capivano, senza soffermarsi a valutare le conseguenze. Mostrare quanto questo sia sbagliato facendolo capitare a un personaggio con cui il pubblico empatizza è un’ottima mossa.

I motivi per cui nel 2017 Belle inventa cose, quindi, sono questi tre: per renderla più attiva nella storia, per sottolineare i tratti distintivi del personaggio oltre alla bellezza, e perché la nostra società, in questo momento, ha bisogno di persone intelligenti che trovano nuove soluzioni a vecchi problemi. Serve che loro abbiano una fonte di ispirazione, qualcuno che non è stato compreso ma se n’è fregato ed è andato avanti, e che Tizio e Caia vedano come la loro chiusura mentale può ferire gli altri e,alla fin fine, danneggiare se stessi.
Abbiamo bisogno di uscire da un cinema dove Belle, una principessa Disney, inventa cose.

Tuesday, 4 April 2017

Cambiamenti vari ne La Bella e la Bestia

Partiamo da un presupposto: per quanto sia venuto bene, non si può prendere un lavoro di due decenni e mezzo prima, rifarlo uguale pezzo per pezzo e proporlo così al pubblico contemporaneo. Nemmeno se cambia formato, che sia dalla pagina scritta all’opera, dalla musica allo schermo o, in questo caso, dall’animazione al live action. La Bella e la Bestia 2017 ha avuto bisogno di divergere da quello del 1991, che a sua volta si è distaccato dalla fiaba originale, che a sua volta aveva ispirato il film del 1946 da cui, per chiudere il cerchio, il film Disney del 1991 aveva preso in prestito qualcosa. Una storia si evolve, i gusti del pubblico cambiano, il messaggio può aver bisogno di essere aggiornato: è nella natura delle trasposizioni e non c’è necessariamente una versione migliore e una peggiore, possono essercene varie che, semplicemente, sono diverse.

In questo caso specifico, alcuni cambiamenti li hanno fatti perché la gente è stupida. Belle che fisicamente spinge il padre fuori dalla cella per prendere il suo posto? È per sottolineare ancora più chiaramente che decide di sua volontà di rimanere al castello quindi no, non è sindrome di Stoccolma, manica di idioti.
Altri invece hanno tratteggiato con più dettaglio cose che nella versione originale erano lasciati all’interpretazione (spesso carente) dello spettatore.

Prendamo la frase di Mrs. Potts sui servitori che sono stati maledetti perché sono parzialmente responsabili di come il principe è cresciuto. È chiaro che l’hanno messa per risolvere il “problema” del perché fossero stati maledetti tutti i castellani anche se non c’entravano… un problema che non è mai esistito.
La Bestia è stata maledetta per colpa del suo egoismo e della mancanza di empatia verso gli altri, fin qui ok. Ma sono difetti che non colpiscono solo l’egoista: finiscono per ferire tutti, soprattutto chi gli vuole bene. Ha perfettamente senso che anche i servitori fossero maledetti: è proprio quello che insegna alla Bestia (e al pubblico) che l’egoismo ha conseguenze concrete sulle vite degli altri, anche se non ce ne si rende conto. Alla fine lui capisce che dalla sua capacità di migliorare come persona dipende non solo la sua felicità, ma anche quella delle persone che ha più care, e rende ancora più profondo il suo dilemma.
Per come la vedo io, il punto era proprio che il suo comportamento ha avuto conseguenze su persone che non c’entravano niente. Forse una lezione troppo sottile per qualcuno, da cui questo piccolo “fix a plothole” che, comunque, non mi disturba più di tanto.

Altra cosa che non mi urta è come hanno espanso il rapporto di Belle e della Bestia: nel film animato è relativamente ben sviluppato, lasciano intendere che passa del tempo e che iniziano a conoscersi nelle piccole cose prima di sviluppare un legame, ma posso capire che un live action richieda qualcosa di più; il fatto che qui abbiano dedicato più tempo a loro, mostrato che condividono interessi (anche se… Romeo e Giulietta? Che palle!) e aggiunto la tragica perdita della madre come elemento in comune per empatizzare reciprocamente ci può stare.

Belle che inventa cose merita un post a parte, così come l’approfondimento del personaggio di LeFou. Di Gaston, invece, non so bene cosa pensare. Il sottotesto che si evince è che qualcosa non va in lui – probabilmente ha tendenze sociopatiche fin dall’inizio. Da una parte questo rende la sua progressione come villain meno improvvisa e più credibile: era già un violento con tendenze omicide e la faccenda con Belle ha sfondato una porta aperta.
Dall’altra, l’idea che fosse solo uno stupidotto pieno di sé che è snappato all’improvviso perché non otteneva ciò che si sentiva in diritto di avere era più interessante come commento sociale. Ho già parlato di come Gaston incarnasse non solo il peggio della mascolinità, ma anche la normatività sociale (basata su valori sbagliati) e l’intolleranza nei confronti del non conforme. La sociopatia del nuovo Gaston – o, comunque, il suo evidente gusto per la violenza – toglie potenza all’idea che la nostra società, quando si chiude su se stessa, può diventare dannosa verso qualsiasi cosa percepisca come “altro”, solo per il semplice fatto che se ne frega delle sue aspettative. Senza un vero motivo, senza segni premonitori, senza che magari sia violenta in nessun altro aspetto: quell’unica volta, se non può piegare ciò che si ribella, cerca di schiacciarlo. E mostrare che, nel concreto, a farlo può essere non solo il mostro, ma anche il ragazzo della porta accanto, popolare e abituato al successo ma normale, era un ottimo spunto di riflessione, secondo me.
Ma, di nuovo, probabilmente era troppo sottile per il grande pubblico.

E poi c’è il grosso cambiamento nel climax del film che proprio non mi è andato giù – uno che, fra l’altro, è stata una mera aggiunta e non “sistema” nulla: Evermore. NOPE. È tremendamente fuori posto.
Nel film del 1991, la scena di quando Belle va via è potentissima proprio perché è semplice: vediamo lei che cavalca verso il villaggio e sentiamo solo la Bestia che ruggisce dal dolore. Voglio dire, hai appena perso il tuo amore, la possibilità di ricominciare daccapo con la tua vita, la tua libertà, la tua umanità e anche quella dei tuoi cari: cosa fai? Ti butti a terra a piangere, non ti metti a cantare.
Nella versione del 1991 inizio a piangere quando comincia la scena del ballo, non smetto finché il film non è finito e crollo a pezzi proprio quando la Bestia lascia andare Belle. Qui… ho iniziato a piangermi via gli occhi durante il ballo, come sempre, ma quando è partita Evermore è sparita tutta l’emozione. Morta. Guardavo lo schermo con un’espressione sarcastica e aspettavo che la canzone finisse per tornare all’emozione del film. Poi ho ripreso a piangere e la scena in cui i servitori si trasformavano in oggetti inanimati mi ha devastato, ma Evermore ha stonato tremendamente e ha interrotto il flusso della narrazione. Male, malissimo.

Nel complesso, quindi, è fisiologico che ci fossero cambiamenti nel nuovo La Bella e la Bestia. Il fatto che molti siano nati come risposta diretta a critiche che il film del 1991 ha subito nel corso degli anni un po’ mi irrita perché significa che non tutti sono stati necessari (visto che il pubblico è stupido). Nel complesso, però, non urtano e solo Evermore spezza davvero il flusso del film.
Prossimamente, approfondirò alcuni spunti di riflessione che il film mi ha offerto.