Wednesday, 23 December 2015

23 dicembre dieci anni dopo


Il 23 dicembre del 2005 il mio amico Giovix era a casa da me e mi convinceva a iscrivermi su eXtremelot. Un po’ per sfinimento, un po’ per curiosità, davo vita al mio primissimo personaggio, Dorian, ed entravo ufficialmente a far parte del magico, vario (e spesso avariato) mondo dei giochi di ruolo online. E ora, dieci anni dopo, eccomi qui: Dorian esiste ancora (anche se non lo gioco più da anni) e io ho continuato a giocare di ruolo, pur con le dovute pause più o meno lunghe di poca sbatta, per tutto questo tempo.

Ora, menzionare tutte le persone che proprio grazie al gioco di ruolo ho conosciuto, amato, perso per strada, ritrovato o tenuto con me tutto il tempo in dieci anni sarebbe impossibile – probabilmente di qualcuno non ricordo nemmeno più l’esistenza – ma sono davvero tante. Di coloro che si sono rivelati importanti nella mia vita costituiscono una buona maggioranza, per cui non c’è nemmeno bisogno di dire quale impatto tutto ciò abbia avuto su di me a livello umano.
È interessante, però, menzionare una delle più grosse conseguenze indirette che il gioco di ruolo virtuale ha avuto sulla mia vita: è grazie ad esso che ho conosciuto deviantArt e ho iniziato a scattare foto. Vero, nel 2005 ascoltavo già Evanescence e Within Temptation, ma ancora non avevo avuto davvero il mio battesimo con l’immaginario gotico che mi ha portato per primo a sperimentare in ambito visivo e mi ha influenzato tanto nel primo periodo. E con quell’immaginario sono venuto in contatto proprio grazie alla rete di conoscenze che ho lentamente costruito dietro il gioco: vedevo queste immagini oscure e affascinanti ridotte a 200x200 pixel negli avatar e volevo saperne di più. Google, chiavi di ricerche improbabili, blog, controblog, e alla fine arrivavo sempre lì, da Marta Dahlig, da Liliana Sanchez, da Alex Casteels… e ho iniziato a desiderare di creare cose belle quanto le loro.
E poi, tante altre piccole cose: musica nuova, Kaori Yuki (che, ugualmente, mi ha influenzato tantissimo artisticamente), il graduale cambio di look, imparare a usare davvero l’Internet e i forum (anche di musica), aprire questo blog… e cose che tanto piccole non sono, come i primi contatti con persone LGBT che mi hanno fatto uscire dall’isolamento ed esplorare quelle che sono le mie preferenze.

Insomma, al di là dell’aspetto prettamente ludico, che ho sempre preso sul serio solo il tanto che basta senza farne una malattia (come purtroppo in tanti fanno), c’è una tale quantità di ramificazioni partite dalla creazione di Dorian che sento di voler e dover annoverare questo 23 dicembre come uno dei grandi anniversari degli eventi che mi hanno segnato la vita in positivo. Sono cambiato tanto, in questi dieci anni, ma è bello aver avuto una passione che mi ha accompagnato sempre. E anche se sembra qualcosa di sciocco – e anzi, a chi non gioca potrà sembrare un po’ malato – è bello soffermarsi a pensare quanto una cosa all’apparenza piccola possa portarsi appresso tante cose buone tutte assieme.

E sì, senza girarci intorno: tanti auguri a me, perché me li merito. E un enorme grazie a tutte le persone che, in questi dieci anni, si sono mosse dietro il mondo del GdR, sono entrate a far parte della mia vita e hanno contribuito a rendermi la persona che sono adesso. Chi più chi meno, vi meritate tutti un abbraccio.

Thursday, 3 December 2015

L’etica di AdBlock

Mi sono imbattuto in un video molto interessante di Idea Channel in cui si discute uno dei grandi dilemmi etici dell’Internet: il blocco della pubblicità – per gli amici anglofoni ad-blocking. Il dilemma è semplice: gli ad (le pubblicità online) sono fastidiosi e c’è un modo facile ed efficace per bliccarli; d’altra parte, sono gli ad che mantengono in vita buona parte del web e lo rendono accessibile gratuitamente a qualsiasi utente. Cry me a river, direte voi, sapendo che i pubblicitari virtuali hanno perso ventidue miliardi di dollari nel 2015 grazie ad AdBlock. Il problema è che persi i ventidue miliardi, persa anche la (piccola) fetta di quei soldi che mantiene i produttori di contenuti gratuiti su internet – blogger, youtuber, disegnatori, tutta quella gente che ci piace tanto.


Il video è molto interessante e offre un ottimo punto di vista di uno di quelli che con gli ad ci campano. Le argomentazioni sono tutte estremamente fondate… eccetto che non mi sento minimamente in colpa per avere il mio ottagono rosso attivato accanto agli altri pulsanti di Firefox. Del resto, non sto causando un problema, sto reagendo ad esso.
Per come la penso io, le aziente pubblicitarie del web dovrebbero smettere di scaricare la colpa sugli altri. AdBlock non è il problema, è un sintomo. Anzi, considerando che a puntare il dito sono compagnie che si occupano proprio di marketing, dovrebbero capire per primi che la gente che blocca la loro pubblicità significa che stanno fallendo nel loro lavoro e dovrebbero riconsiderare le loro strategie tenendo in conto i bisogni dei consumatori. Qualche esempio?
Quid pro quo. Io vi do il mio tempo, voi cosa date a me? Contenuti gratis, giusto, ma non è un servizio che tu, ad service, mi dai – non direttamente. Secondo la mia percezione, sono MinutePhysics, o CGP Gray, o Michelle Phan che mi forniscono un contenuto mentre tu non ti rendi utile. Visto che parliamo di YouTube, ecco come potresti farlo: io metto sempre in pausa i miei video all’inizio per lasciarli caricare. Perché, mentre spreco trenta secondi del mio tempo a guardare un tuo annuncio che nemmeno mi interessa, non mi carichi un bel pezzo di video a 1080p? Preferisco aspettare comunque, almeno i tuoi trenta secondi sarebbero utili e non mi darebbero ai nervi.
Know your place, respect my space. Sapete qual è il momento in cui ho iniziato a usare AdBlock? Quando su last.fm hanno messo due enormi banner pubblicitari di Givology proprio in cima al sito, su tutte le pagine. Essendo java pesanti come due elefanti, caricavano con enorme ritardo rispetto alla pagina stessa e, una volta partiti, si espandevano e facevano slittare tutto il contenuto verso il basso. Era fastidioso e rendeva la navigazione frustrante, così l’ho fatto finire – e credetemi, non sgancerò nemmeno un centesimo a Givology, con tutto il fastidio che la sua pubblicità mi ha causato. Se i banner si fossero mantenuti piccoli e di lato, li avrei semplicemente ignorati come ho fatto per anni senza bloccarli. Quindi che ne dite di banner meno invasivi, più leggeri e magari senza suono (la gente ascolta la musica, ad esempio!) che stanno semplicemente lì e non rompono le scatole?
Prenditi cura dei consumatori. Ok, ammetto che anche quando guardo la TV la pubblicità è il momento in cui abbasso il volume e vado in bagno, ma in generale posso tollerare gli spot in TV (perché non ho modo di eliminarli e anche) perché c’è dietro un regolamento: puoi farcire di iperboli il tuo prodotto, ma deve essere vero. D’altra parte, il novanta percento della roba pubblicizzata sull’Internet è fuffa. Nessuno vince un iPad, nessuno diventa ricco stando a casa, nessuno perde un grammo con quella dieta miracolosa e il segreto che una mamma ha scoperto che farà vergognare i dottori è una stronzata completa (e promuove il pensiero antiscientifico, per cui sarebbe poco etico non bloccarli, casomai). E la maggior parte sono comunque virus. I pubblicitari grossi, che pubblicizzano veri beni e veri servizi, possono e dovrebbero premere affinché ci sia un controllo della qualità degli ad e si elimino i malware e lo scam: magari le persone non sarebbero così motivate a bloccarli tutti.
• Porca miseria, fate belle pubblicità! Ho perso il conto di quante volte ho guardato L’Odyssée De Cartier perché, nonostante sia uno spot di tre minuti e mezzo, è fantastico! Non comprerò mai un Cartier (perché non ho soldi), ma di sicuro ho dato loro visualizzazioni e l’ho fatto volentieri. La stessa cosa succede con le riviste di moda: la maggior parte degli inserti pubblicitari sono la fotografia fashion per cui compro la rivista, per cui li guardo. Fate delle belle pubblicità e la gente le guarderà.

Quindi sì, sono concinto che il problema non sia l’ad-blocking, quanto l’ostinarsi a non riconsiderare le stragegie di marketing e adattarle a una domanda che sta mutando. Essere meno invasivi, dare una giustificazione concreta per il tempo che fanno sprecare, investire in un controllo della qualità e fare pubblicità migliori: sono questi i segreti che renderebbero AdBlock e i programmi simili inutili e davvero poco etici.

Saturday, 21 November 2015

Cari Spiriti Illuminati

Ipocrisia
[i-po-cri-sì-a] n.f.
pl. -e
Simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità o di buone intenzioni; mancanza di sincerità, falsità: “Quanta gente si nasconde sotto la maschera dell’ipocrisia.” | Azione, comportamento, discorso da ipocrita: “Mettere da parte le ipocrisie.
Etimologia: ← dal lat. tardo hypocrĭsia(m), dal gr. hypókrisis ‘simulazione’;
cfr. ipocrita.
Giusto ieri, 9 persone sono morte e 37 sono rimaste ferite e in un attacco dell’ISIS a Yusufiyah, in Iraq. Tre giorni fa, 49 persone sono morte e più di 200 sono rimaste ferite in due attacchi attribuiti al Boko Haram (una divisione africana dell’ISIS) a Yola e Kano, in Nigeria. A tutti quelli che “Eh, ma parlate solo di Parigi, non di Beirut o del Kenya” ora chiedo: dov’è la notizia?
Nel senso, dove sono i vostri post in cui la diffondete affinché tutti diventino illuminati come voi? Dov’è la solidarietà che eravate pronti a dare a tutto il mondo fino all’altro ieri? Ve la siete persa fra un #selfie e un #foodporn?

Come ogni volta che succede qualcosa, nei giorni successivi agli attacchi di Parigi i social media sono diventati un puttanaio. Sciacallaggio, Salveenee sulla cresta dell’onda, gente che reputavi normale praticamente indistinguibile dai leghisti, gente pronta a partire in crociata, gente pronta a fucilare il kebabbaro sotto casa… gente che invece è rimasta realmente shoccata dall’accaduto e ha voluto esprimere il proprio orrore e la propria solidarietà ai Parigini. Sì, ok, l’app per il tricolore francese nella foto profilo è stupida e pacchiana, c’è la Tour Eiffel-simbolo della pace di Jean Jullien che è diventata virale ed esce dalle orecchie, ma almeno c’è stato chi si è concentrato sull’aspetto umano della tragedia invece che imbracciare il fucile senza pensare. Poi, probabilmente, un’altra settimana e ce ne saremo dimenticati tutti come con IlPiccoloAylan™, il leone Cecil e tutto il resto; ma cosa dite, meglio un tricolore sulla foto profilo o l’ennesimo ku-klux “cacciamoli tutti”?
E poi ci sono loro, gli immancabili Spiriti Illuminati che nuotano controcorrente e devono distinguersi sempre e comunque. Poco puntuali, ché il primo post del genere l’ho visto intorno alle 15 di sabato 14 (ma sarà che ho oscurato dalla dashboard la maggior parte dei miei contatti), sono arrivati a scagliarsi contro la massa ignorante che pensa solo a Parigi e non a Baghdad, a Damasco, a Beirut, al Kenya, ai Marò e alla Costa Concordia. Perché siamo tutti dei grandissimi ipocriti, dicono: quando la tragedia ci capita dietro casa ci preoccupiamo, ma del resto del mondo ce ne freghiamo. Giusto?
Beh, tanto per cominciare, mi fa piacere che, con tutto l’odio, il Medioevo e il qualunquismo che sono circolati sul web in quelle ore abbiano trovato ancora le forze di arrabbiarsi, criticare e scrivere post sulla solidarietà altrui. Priorità, ognuno ha le sue.
In secondo luogo, questa argomentazione la accetto soltanto da quelle persone che possono dimostrarmi in modo inconfutabile che, quando si fermano davanti al muro dei necrologi, piangono e subiscono un lutto per dei perfetti sconosciuti identico a quello che avrebbero se fosse morto loro un parente, un amico stretto o perfino il gatto.
Fino a prova contraria, più una tragedia ci colpisce da vicino, maggiore è la risposta emotiva che abbiamo. È brutto che le persone muoiano, lo è sempre e lo sappiamo; tuttavia, la morte di uno sconosciuto, ma anche di un semplice conoscente, è un concetto astratto che può dispiacerci, ma che non ci rattristerà mai davvero, perché non è qualcosa che ci tocca. Al contrario, la morte di una persona cara ci provoca un lutto; è difficile da accettare, ci rende inconsolabili, spesso ci distrugge. Non è ipocrisia: una tragedia è sempre brutta, ma la risposta emotiva è basata sulla prospettiva che abbiamo sull’evento. Non è qualcosa di cui ci si può fare una colpa.
La nostra coscienza collettiva funziona allo stesso modo. Non è solo una questione di vicinanza geografica: tutti abbiamo visto Parigi nei film, ne abbiamo sentito parlare nelle canzoni, ne abbiamo letto sui libri. Molti di noi ci sono anche stati personalmente. In tantissimi abbiamo emozioni o ricordi legati a quella particolare città, che fa parte del nostro bagaglio di esperienze e ha radici profondissime nella nostra cultura. Per questo i fatti che l’hanno coinvolta ci hanno shoccati così: ci hanno colpiti di rimando.
Anche se remotamente, Parigi in qualche modo fa parte della nostra vita. E dato che la nostra coscienza collettiva è formata dall’unione di tutte le nostre vite, è semplicemente normale che la risposta emotiva comunitaria sia stata così forte. Sarebbe disumano se così non fosse. D’altro canto, Beirut, Baghdad, Damasco, Garissa… sono posti di cui conosciamo l’esistenza (e nemmeno tutti), ma che non fanno parte della nostra memoria collettiva. Nemmeno per Boston nel 2013 c’è stato così tanto casino in Europa – mentre in America ovviamente sì. Fra l’altro, molti hanno un’esperienza indiretta del Medioriente solo come luogo che nei notiziari è teatro di violenze e morte: è brutto da dire, ma nel nostro immaginario è un po’ una cosa che ci si aspetta. Ci potrà dispiacere – anzi, ci dovrebbe dispiacere – per tutti umanamente, ma una tragedia lontana non andrà a colpirci emotivamente con altrettanta forza. È semplicemente così che funzionano le emozioni umane. Perché è di questo che si lamentano, i nostri Spiriti Illuminati: di quella che, alla fine, è un’enorme risposta emotiva di tante persone che hanno visto una parte, piccola o grande, della loro vita colpita.

Per cui, cari Spiriti Illuminati, se volete puntare il dito contro qualcuno, avete un mucchio di gente che cerca di sfruttare questa risposta emotiva per sobillare l’odio verso cose e persone che c’entrano marginalmente o per niente con la tragedia. Il fatto che, per una volta, a quello si affianchi anche una partecipazione alla tragedia stessa, sincera o meno, consapevole o miope, è l’ultimo dei problemi.
Se trovate che tutta questa sia ipocrisia, siete liberi di non partecipare: basta non dire nulla. Certo, così passerete inosservati e nessuno si accorgerà di quanto siete controcorrente, svegli e distinti dalla massa, ma di sicuro non è questo il punto… vero?
Per quanto mi riguarda, l’ipocrisia, quella vera, è la solidarietà postuma (e posticcia) a Beirut, a Baghdad o a Garissa, arrivata giorni o mesi dopo, senza alcuna menzione della cosa quando sono successi i fatti, buttata lì solo per fare il coro di voci fuori dal coro. L’ipocrisia, quella vera, è che stiate condividendo gli articoli che “Tutti parlano di Parigi, ma non di X e Y”, ma a suo tempo non abbiate condiviso quelli che riportavano la notizia. L’ipocrisia, quella vera, è che in questi giorni, dopo esservi ersi a paladini di quelli che gli Occidentali cattivi ignorano, non abbiate nemmeno menzionato cosa è successo a Yusufiyah o in Nigeria perché siete già tornati a farvi i selfie davanti al cibo. Che fine ha fatto la vostra voglia di informarvi e prendere a cuore tutto il mondo?

Thursday, 12 November 2015

The brick wall

Ho continuato a rimuginare sulla grande domanda i qualche post fa e, anche se ancora non sono sicuro di voler conoscere la risposta, mi sento almeno pronto a “scriverla ad alta voce”: che ne è delle promesse fatte per via dell’amicizia quando questa è scomparsa via?
Mi spiego. Da persona creativa, cerco sempre di coinvolgere in qualche modo i miei amici più cari nel mio processo artistico. Come fotografo mi trovo molto meglio a scattare con persone a cui voglio bene e che conosco profondamente, perché so che loro sapranno esprimere le emozioni che mi servono e io saprò mettere nello scatto tutto ciò che provo per loro. Come modello occasionale, mi trovo meglio a posare per persone a cui tengo perché mi fido di loro e non mi viene l’ansia al pensiero di cedere il controllo della situazione.
Detto questo, ho pensato bene di coinvolgere alcuni amici carissimi in uno dei miei progetti artistici ma, più che per la loro resa in foto, l’ho fatto unicamente per via dell’amicizia che ci lega. Loro hanno prontamente accettato, ma poi la cosa è stata rimandata a più riprese per anni mentre i contatti, anche al di fuori del progetto, sono diminuiti fino praticamente a scomparire. Ora, cosa fare? Tentare di fare pressione e tenere fede al mio impegno nonostante artisticamente non sia convinto, o fregarmene e tirare dritto perché il presupposto stesso della mia proposta è svanito nel nulla?
L’ho chiesto alle carte, che mi hanno prontamente trollato facendo una fotografia dettagliata della situazione attuale. Lo spread che ho usato è il Muro di Mattoni ed è uscito questo:

La posizione 1 indica la mia situazione attuale di fronte al muro, il modo in cui percepisco l’ostacolo che ho davanti. La 2 è la base del muro, la carta che dice se c’è un modo di aggirarlo o se bisogna arrampicarsi; la 3 è la sezione centrale del muro, quella senza appigli, più difficile da scalare; la 4 è la cima del muro, la parte in cui la meta è già in vista e che suggerisce come superare l’ostacolo. La carta numero 5 è ciò che aspetta dall’altra parte del muro. Ed ecco le lame:
  1. Il Cinque di Coppe capovolto;
  2. Il Cinque di Spade capovolto;
  3. L’Eremita;
  4. Il Fante di Coppe;
  5. Il Giudizio.
Mi sono usciti ben due Cinque di seguito; nella tradizione dei tarocchi, il Cinque è il numero della distruzione che porta un rinnovamento imprevisto (come Saturno, il quinto “pianeta” classico). Il seme delle Coppe è connesso al lato affettivo, introspettivo, creativo delle persone, quello delle Spade alle paure dell’uomo, agli ostacoli, ma anche alla comunicazione e all’indipendenza. Il Cinque di Coppe capovolto, specie in presenza di altre carte negative (come la 2), implica rapporti insoddisfacenti con persone non affidabili, una rottura imposta e non cercata, nonché il rifiuto della solitudine e il desiderio di esorcizzarla: questa è la mia situazione interiore di fronte al blocco sul mio progetto artistico. Il Cinque di Spade capovolto alla base del muro indica che non c’è modo di aggirare l’ostacolo: è la carta delle cause perse, una delle più negative del mazzo, e non lascia spazio a una risoluzione facile e diretta della situazione.
Il corpo centrale del muro è rappresentato dall’Eremita, la carta che simboleggia sia una fine, sia un inizio. A differenza del Tredicesimo Arcano, quello dell’Eremita è un cambiamento graduale, che matura lentamente nell’inconscio; un cambiamento prudente, rallentato alla paura dell’ignoto. È una carta che rappresenta un momento di stanchezza e scoramento di fronte a un ostacolo (ahah, nella parte centrale del muro), ma esorta a raccogliere le forze e non rinunciare al progetto in corso: connota infatti la solitudine, il fatto che, per perseguire i propri obiettivi, si deve contare unicamente sulle proprie forze che però, anche nei momenti più bui, saranno sufficienti. In effetti, questo è il fulcro del mio blocco: non riesco ad avere grande fiducia nelle mie forze, nella decisione che sotto sotto ho già maturato da tempo.
Le Figure degli Arcani Minori rappresentano di solito persone specifiche. I Fanti rappresentano persone giovani, ancora alla ricerca della loro strada. Quello di Coppe è una persona appassionata e di temperamento artistico, ancora immatura ma di buon cuore. In effetti, i due sostituti a cui ho pensato per il progetto rientrano nella descrizione: la carta mi suggerisce di fidarmi del mio istinto, delle mie forze (che, come suggerito dall’Eremita, sono sufficienti) e rivolgermi a queste persone come soluzione del problema.
Dall’altra parte del muro mi aspetta il Giudizio: è la carta degli sviluppi positivi inaspettati, del rinnovamento che accade specificamente dopo una crisi. È una carta che, specie alla fine dello spread, promette successo con qualche sorpresa.

Leggendo lo spread tutto di fila, mi dice quindi che il muro è nato da una situazione insoddisfacente per quanto riguarda alcuni rapporti, e che ai fini del progetto è inutile tentare di sistemare le cose o aggirare l’ostacolo. Il fulcro del blocco è la mia sfiducia nelle mie forze e nella decisione di cambiare modelli che ho maturato lentamente, ma se mi fido dei miei istinti e mi rivolgo alle persone che ho in mente, il risultato sarà sorprendentemente positivo.
Bene. Una cosa è arrampicarsi, un’altra è buttarmi dal muro. Ma dovrò farlo, perché ho a cuore ciò che sto facendo.

Tuesday, 27 October 2015

Problemi di inadeguatezza quotidiana

È difficile combattere il senso di inadeguatezza. Alla fin fine, il punto nevralgico di tutte le mie fisime quotidiane è proprio quello: mi sento inadeguato.
Ci sono delle attività quotidiane che mi paralizzano al solo pensiero: fare la spesa, cucinare, fare il bucato… tutte quelle cose che ho dovuto iniziare a fare una volta andato a vivere da solo. Il motivo, alla fin fine, è semplice: sono abilità che ho acquisito relativamente da poco – otto anni su ventisei – e su cui mi sento ancora insicuro. A paralizzarmi è semplicemente il fatto che sia sempre stata la Mater a occuparsene quando vivevo con lei e che probabilmente non sarò bravo come lei a farle.
Fare la spesa, ad esempio, è un vero incubo: devo prendere un mucchio di decisioni in breve tempo. Devo capire cosa è più conveniente, come ottimizzare il rapporto qualità-prezzo senza prendere roba in eccesso. E se poi scopro che c’è una marca di yogurt più economica di quella che prendo e, di settimana in settimana, ho accumulato una spesa inutile che avrei potuto evitare? Quale cavolo di passata di pomodoro è migliore, meno acida o liquida e più conveniente? E se c’è una marca di guanti o di cartaigienica che costa meno? E se invece ne prendo una che costa un po’ di più ma è più duratura e risparmio comprando meno frequentemente? Sono tutti calcoli strategici di cui non mi sono mai occupato prima di andare a vivere da solo e il cui meccanismo ho paura di sondare per poi scoprire che per tutto questo tempo ho buttato via un mucchio di soldi.
Il problema di cucinare è un po’ un’estensione dell’incubo del frigorifero, sia della parte sull’avere le mani umidicce e puzzolenti, sia di lasciare avanzi da dover poi conservare. Ecco, quando cucino ho sempre il terrore che poi avanzerà della roba che non riuscirò a consumare prima che vada a male e debba buttarla. Poi puntualmente non è così perché mangio come una betoniera, ma la paura di non essere abbastanza bravo a calcolare dosi e porzioni è sempre lì.
Col bucato il problema è più che altro stendere. Una volta capito come far funzionare la lavatrice di turno, caricarla è anche piacevole. Bianchi con i bianchi, colorati e neri con i colorati e neri, è facilissimo; ma stendere? Da ragazzino ho praticamente sempre solo caricato la lavatrice e ritirato il bucato, e non so mai se sarò abbastanza bravo a sistemare la roba in modo che si asciughi rapidamente e bene. Che poi è una colossale stronzata, perché quando mi costringo a farlo, il bucato sia asciuga normalmente, ma… e se ci fosse un modo migliore di quello che uso io? Se la Mater facesse meglio di quanto faccia io?
A pensarci ora, così, mi sembra di essere un perfetto imbecille, che ogni giorno o ogni settimana fa un enorme sforzo per portare a termine dei compiti estremamente semplici per una serie di motivi futili che esistono solo nella sua testa. Mica la Mater, o chiunque altro, è qui a giudicare il mio stendino, e il bucato si asciuga perfettamente; eppure sento sempre che avrei potuto fare di meglio e non ne sono stato in grado perché non ho abbastanza pratica. Ed è troppo tardi per imparare, ormai. Il che è ridicolo.

Lungo rant di autoanalisi nato dall’aver appena fatto la lavatrice e steso il bucato, che domani sarà perfettamente asciutto; yay.

Thursday, 22 October 2015

Diatopia portami via

Uno dei progetti riguardanti me stesso su cui ho deciso di lavorare è l’abolizione del pregiudizio verso gli accenti regionali dell’italiano. Da piccolo, complice la tv, ero convinto che tutti gli Italiani in Penisola parlassero senza inflessione, e che l’accento marcato fosse una peculiarità dei Sardi meno istruiti. Tant’è che, crescendo e entrando in contatto con persone di tutta Italia grazie a Internet, rimasi molto allarmato nello scoprire che il mio accento sardo si sentiva un po’ e, da allora, ho lavorato incessantemente per cesellare la mia dizione fino a renderla la quintessenza dell’italiano standard. A parte le vocali: l’italiano della Sardegna ha un sistema completamente pentavocalico e non riuscirò mai a imparare quali E e quali O devono essere chiuse o aperte.
Una volta iniziata l’università, ho capito (e poi studiato) che la mia idea dei Sardi rimasti allo stadio evolutivo precedente della lingua era una colossale idiozia: essendo l’italiano una lingua artificiale introdotta nemmeno due secoli fa su un sostrato estremamente variegato, non è vero che lo standard orale è il modo naturale di parlare e solo i ceti più ignoranti hanno un forte accento; al contrario, lo standard è una skill acquisita e perfezionata, mentre le varianti diatopiche sono la madrelingua, il modo naturale in cui la gente impara a parlare. L’accento non è un handicap che si supera col progredire dell’istruzione, è endemico del modo di parlare di ciascuno di noi. È proprio con questa consapevolezza che sto cercando di abbattere i miei pregiudizi nei confronti degli accenti, sia positivi che negativi.
Nel mio caso specifico, la teoria per la quale una lingua piace o non piace a seconda delle associazioni mentali che richiama è particolarmente vera. L’accento sardo mi fa sanguinare le orecchie perché rappresenta un mondo nel quale ero un pesce fuor d’acqua, da cui non vedevo l’ora di fuggire, ed era particolarmente forte nell’ignorantissima Famiglia Mulino Bianco. Con l’accento napoletano ho un rapporto conflittuale: lo adoro quando è leggero, ma la TV con cui sono cresciuto ne ha fatto largo uso proprio per rappresentare i ceti più popolari, per cui associo quello marcato a un’idea di arretratezza. D’altro canto, l’egemonia culturale del Nord Italia in televisione, con gli accenti meridionali usati come macchiette, ha fatto sì che non sia tuttora in grado di distinguere le parlate settentrionali, se non come lievi sfumature in uno standard impeccabile. Per un orecchio imparziale, probabilmente l’accento di un Piemontese o un Lombardo saranno tanto evidenti quanto quelli di un Calabro o un Siciliano, ma al mio orecchio la cosa sfugge totalmente. I Veneti e i Triestini tendono a influenzare il loro italiano molto più di quanto non facciano, ad esempio, i Campani, ma anche qui, è una cosa che noto appena (se non parlano proprio in dialetto stretto).
Dall’altra parte, invece, trovo l’accento emiliano molto musicale e adoro l’accento romano e quello toscano perché li trovo molto pittoreschi ed espressivi. Ciò è in parte vero anche per l’accento siculo, ma lo conosco molto meno. Ho avuto un ottimo professore di matematica calabro e ho tantissimi amici nella zona di Lecce, per cui trovo anche l’accento calabro e quello salentino estremamente piacevoli. Addirittura, quando voglio parlare in maniera più enfatica tendo a prendere in prestito gli accenti centro-meridionali proprio perché li trovo tutti molto espressivi.
Quindi, riassumendo, non percepisco proprio gli accenti settentrionali, ho un debole per quelli centrali e buona parte di quelli meridionali, ma non sopporto quello sardo. Presa coscienza di ciò, il mio progetto non è certo alterare la mia parlata per reintrodurre il mio accento nativo: in parte perché, non sentendomi culturalmente sardo, non rappresenta un valore aggiunto per me, ma principalmente perché sono vanesio e molto orgoglioso del livello di dizione che ho raggiunto; inoltre, mi diverto a mescolare qualche sfumatura regionale per enfasi. Quello che voglio fare è smettere di vergognarmi e impanicarmi ogni volta che mi fanno notare che qualche traccia del sardo spunta fuori quando sono più agitato e, soprattutto, prendere atto della parlata dei miei interlocutori senza però prestarci attenzione. C’è un bel po’ di lavoro da fare, grazie a Mamma Televisione.

Monday, 19 October 2015

L’incubo del frigorifero

Alcuni tabù igienici nascono con osservazioni che gli adulti ci fanno quando siamo piccoli, e che spesso la nostra mente di bambini ingigantisce. Ad esempio, da quando mi hanno spiegato che non si beve l’acqua dal lavandino tappato perché è sporca, evito di toccare il fondo del lavandino perché per me è sporco. Non c’è niente da fare, ho ingigantito quel consiglio trasformandolo in una specie di tabù.
Eppure, il mio vero incubo igienico è il frigorifero. Non ho idea di cosa abbia originato in me lo schifo per il frigorifero e tutto ciò che vi è contenuto e non viene lavato, ma devo davvero sforzarmi per aprirlo, frugarci dentro e maneggiare la roba che ne esce. Vogliamo parlare del pentolino del sugo, che tiro fuori reggendolo per i manici solo con con indice e pollice? O dei vasetti di yogurt, che tengo sempre per il bordo in modo che meno plastica possibile entri a contatto con i miei polpastrelli? E quando vado a fare la spesa, preferisco di gran lunga comprare roba secca o in scatola, che può stare fuori, piuttosto che roba che so che dovrò conservare al fresco. Eppure non mi hanno mai detto nulla sul frigorifero, se non di chiuderlo rapidamente per non far uscire il freddo.
Probabilmente, il problema che ho col frigorifero è che è umido e puzza. Non mi piace toccare la roba che ha sopra la condensa e, soprattutto, detesto l’odore che si forma in frigo, uno spazio chiuso in cui si concentrano e mescolano gli aromi di tutte le cose che ci sono dentro. Trovo quell’odore nauseante e ho sempre l’impressione che mi si attacchi alla pelle e non se ne vada più anche quando lavo le mani. È per questo che, quando cucino, ho sempre l’ansia di preparare porzioni da finire subito o che al massimo durino fino al giorno dopo e non oltre, sia mai che poi il cibo prenda la puzza del frigo.
Che poi, come cosa è irrilevante, perché nella mia testa quella puzza passa nel momento in cui riscaldo il cibo. E a pensarci bene, anche i vari vasetti, tetrapak e simili li maneggio senza problemi una volta che si sono scaldati abbastanza da non fare condensa e non essere umidicci – nella mia testa, con quella sparisce anche l’odore.
Probabilmente, ho sempre paura che la puzza non nasca dal naturale mescolarsi di tutti gli odori che ci sono in frigo, quanto da qualcosa che è andato a male e contamina tutto il resto, il che è assolutamente irrazionale (nella maggior parte dei casi, vedi sotto). A parte questo, però, non ho idea di come risalire alla causa di questo schifo associativo, per cui penso che il modo migliore di venirne a capo sia una terapia d’urto: impormi di maneggiare a palmo pieno la roba umidiccia di condensa fino a che non diventa la normalità e smetto di farci caso.

Ps: in queste settimane ho avuto un problema molto concreto col frigo. L’ex coinquilino vietnamita, che era sporco da far spavento, aveva lasciato qualcosa di marcio incastrato nello strato di brina che si era formato in frigo, e quello sì che faceva una puzza abominevole. Giuro, non sono stato in grado di mettermi a cucinare serenamente proprio per il pensiero di conservare il mio cibo lì vicino, tant’è che sono andato avanti fra porcherie d’asporto e roba preparata sul momento con ingredienti conservati a secco evitando quella parte di cucina come la peste. Ora nutro un amore profondo e incondizionato per uno dei nuovi coinquilini, che ha sbrinato e ripulito completamente il frigo: ha eliminato il mio più grosso incubo delle faccende domestiche comuni. Ora mi resta da combattere solo l’incubo puramente mentale che mi sono creato da solo.

Tuesday, 29 September 2015

Faded away

Quando un’amicizia finisce in tragedia è sempre un trauma: un brutto litigio, un grosso torto fatto o subito, il rancore, il senso di colpa, il tempo passato a chiedersi cosa avrebbe dovuto andare diversamente… è una trafila orribile ma, in un certo senso, confortante. C’è un inizio, uno svolgimento, una fine ed è tutto facilmente identificabile.
Quando un’amicizia non finisce ma, semplicemente, si assottiglia fino a diventare irrilevante e impalpabile è, per molti versi, più triste. Si condivide giorno per giorno la vita, poi lentamente quell’abitudine si allenta, ci si inizia a sentire di meno, sempre con l’appunto mentale che uno di questi giorni ci si fa una bella chiacchierata come ai vecchi tempi, fino a che anche quella nozione svanisce del tutto e ci si ritrova a sentirsi dopo mesi, fino a che ci si cerca solo per scambiarsi gli auguri di compleanno o di Natale e tutta la quotidianità un tempo condivisa si riduce a un riassunto laconico di troppe cose in troppo poco tempo. E cosa fai, cosa dici, cosa pensi, a quel punto? L’amicizia non è mai finita, non è successo nulla di talmente grave da farti smettere di voler bene a quella persona. Eppure, più che con affetto, ormai ci pensi con nostalgia, fino a quando anche la nostalgia non sbiadisce e diventa cordiale indifferenza. L’amicizia non è finita, è semplicemente svanita via. Ha perso di consistenza, è diventata talmente diluita nel resto della tua vita da non esistere più.
Qualche giorno fa ho pianto quando mi sono reso conto che una delle mie amicizie più importanti è ormai svanita via. E, in parte, ancora non me ne capacito: anche se riesco a trovare una causa specifica per la cosa, avvenuta sei anni fa, non era stata tale da distruggere tutto. Quel che ha distrutto è stata solo l’abitudine di sentirsi ogni giorno, fino a che i contatti sono diventati sempre più sporadici e si sono ridotti ai famosi auguri. Un po’ mi sento in colpa: ho tentato di illudermi che fosse una fase, che poi sarebbe tornato tutto come prima. Ma siamo onesti: una situazione che dura da quattro anni buoni non è una fase, diventa uno stato di cose. Le promesse di entrambi che anche se non ci sentiamo ci pensiamo sempre sono venute meno, e non so se riuscirò a perdonarmelo.

Tutto ciò porta a un’altra domanda, anche se, onestamente, non so se mi sento ancora pronto a pormela seriamente.

Friday, 11 September 2015

Lo Stato siamo noi

A me gli stereotipi piacciono ma anche no. Bello riderci sopra, bello farci le battute… brutto pensare che siano realistici o una buona base per discriminare e nutrire pregiudizi verso qualcuno. Per cui mi urta sempre quando i Polentoni fanno partire la solita solfa sui Napoletani così, Napoletani colà, Napoletani delinquenti, Napoletani camorristi, Vesuvio pensaci tu. Sì, ci sono dei Napoletani delinquenti. Così come ci sono i Milanesi delinquenti, i Romani delinquenti, i Triestini delinquenti, gli Algheresi delinquenti. Il problema non è “Napoletano”, è “delinquente”, e questo in molti sembrano non volerci pensare. E poi capitano cose che, puntualmente, mi fanno cadere le palle pensare che gli stereotipi e pensare che da qualche parte saranno pur usciti.
Ero lanciatissimo a incoraggiare il rione Sanità per essersi unito in piazza al funerale di Gennaro Cesarano – di qualcuno che della camorra è vittima e non membro – e che la gente parlasse e mettesse la faccia in tv… finché non siamo finiti punto e accapo. Prima gli striscioni contro la camorra che spariscono, poi la frase più stupida, più inutile, più irritante che si sente venire puntualmente dalle zone in cui spadroneggia la criminalità organizzata, courtesy del parroco stavolta: “Resteremo a lutto fin quando le istituzioni non ci daranno risposte”.
Ecco, ti pareva: via le accuse alla camorra, la colpa è sempre e comunque delle istituzioni. Non è la criminalità, è sempre lo Stato.
La mafia fa una strage in Sicilia? Colpa dello Stato che non ha protetto nessuno. La camorra uccide un ragazzo a Napoli? Colpa delle istituzioni non danno una risposta. Il funerale di Casamonica a Roma? Colpa dei carabinieri, dell’amministrazione, dell’ENAC che non ha fatto nulla per fermare la parata.
Fortuna che, mentre penso che per la gente lì non ci sia speranza, mi arriva l’illuminazione: è per tutta Italia che non c’è speranza.

Chiariamo l’ovvio: l’albero non attacca mai per primo. Perché è inutile girarci intorno, questa è un’altra manifestazione del vizio tutto italiano di dare la colpa dell’incidente stradale al palo, al guardrail, all’albero, all’asfalto, alla curva, mai al conducente che guidava troppo veloce.
Perché signori miei, forse vi sarà sfuggito, ma lo Stato siamo noi. Lo Stato non è un’entità astratta che campa in mezzo alle nuvole: lo Stato è l’insieme dei suoi cittadini ed è tanto buono o cattivo quanto lo sono loro.
Le forze dell’ordine non proteggono i cittadini dalla criminalità organizzata? Davvero? E dove sono i cittadini quando c’è da denunciare? Quando c’è da collaborare alle indagini, da dare testimonianze, da fare nomi e cognomi che sono sotto il naso di tutti? È colpa delle autorità che non fanno nulla, se la criminalità può girare indistrbata, o dei cittadini che, fra una fiaccolata e l’altra, fanno muro compatto per far scappare i piccoli delinquenti che fuggono in moto? È lo Stato che si batte il petto in televisione piangendo che “erano bravi ragazzi!” quando muoiono durante gli inseguimenti? Quando la sanità non funziona, quando i rifiuti restano a marcire per strada, quando le discariche abusive inquinano il terreno, come può lo Stato intervenire? Chi ha permesso a Tizio del clan Sempronio di infiltrarsi nelle istituzioni dello Stato? Chi l’ha votato e gli ha permesso di mettere le mani sugli organi che dovrebbero impedire alla sua azienda che scarica il veleno a mare, magari in cambio del posto di lavoro in quella stessa azienda?
Per cui, facciamoci tutti un bell’esame di coscienza e riflettiamo su questo punto fondamentale: lo Stato non ci ha abbandonati, siamo noi che abbiamo abbandonato lo Stato. Che l’abbiamo guastato fino al midollo. Perché lo Stato può funzionare e tutelarci solo nella misura in cui noi contribuiamo a farlo funzionare e collaboriamo nel farci tutelare. Non esiste nessun Messia, nessun Giorno del Giudizio, nessun miracolo dall’alto: la lotta per legalità, contro la corruzione e la criminalità, è qualcosa che deve partire da noi. Da tutti noi.

Sia chiaro, questo non è un discorso sui Napoletani, o contro di loro: è rivolto indistintamente a tutti. Perché, anche qui, la discriminante non è “Napoletano”, ma è “coglione”, e l’essere coglione è un fenomeno panitalico. Se ne parla spesso a Napoli perché è a Napoli che la camorra fa notizia, ma è lo stesso principio di base dietro ai vari Forconi, Grullini e compagnia cantante, e questa gente si trova ovunque.
Il che sostanzialmente significa che questo è un post che ho scritto unicamente per sfogarmi, perché gli Italiani non tireranno mai fuori le palle e non accetteranno mai l’idea di essere responsabili delle proprie azioni e che queste si ripercuotano sulla collettitività.
Signore e signori, siamo fottuti: mi toccherà emigrare in Scandinavia prima che arrivino i Siriani.

Thursday, 10 September 2015

Cara Mater,

Vediamo un attimo se riesco a spiegarti come stanno le cose.
L’ascensore si è rotto. Viviamo al quarto piano e bisogna fare la spesa. Tu sei caduta, ti sei fatta male alla schiena e non riesci a portare i due sacchetti pieni su per le scale. Cosa fai? Chiami Alessandro e gli chiedi di darti una mano. Alessandro arriva, prende i sacchetti, li porta all’ultimo piano assieme ai suoi e la giornata e salva. E sì, ha portato su quattro sacchetti tutti assieme ma non si lamenta, perché sei la Mater e per te queste cose si fanno.
All’improvviso, però, qualcosa è cambiato. Nessuno ripara l’ascensore, la schiena continua a farti male, la spesa continua a essere pesante. Chiami di nuovo Alessandro, ma scopri che nel frattempo è caduto e si è rotto il braccio: in queste condizioni, non può caricarsi anche i tuoi due sacchetti. L’unica cosa che può fare è darti consigli: ma se citofoni a un vicino? Ok, non puoi perché in cambio ti chiede una birra e tu non l’hai comprata. Ti consiglia di prendere tu i sacchetti e, piano piano, salire le scale facendo una pausa a ogni pianerottolo. Certo, resta comunque difficile, ma almeno puoi goderti quei piccoli momenti in cui ti riposi e poi proseguire con più tenacia. E tu ti inalberi.
Ora, cara Mater, mi dispiace ma non puoi rifiutare a priori l’idea di Alessandro dicendo che “Tanto sono sempre quattro piani da salire, a cosa mi serve riposarmi a ogni pianerottolo?”, e soprattutto non puoi legargli il sacchetto al gesso e pretendere che lo porti su lui. Semplicemente, non è in condizioni di farlo. Sul braccio sano ha già la sua spesa e su quello rotto non può portare pesi. Non è per cattiveria se non ti aiuta più e invece ti sprona a portare su la spesa da sola cercando dei piccoli momenti di sollievo: semplicemente non può più aiutarti. Fisicamente. Clinicamente. Il gesso pesa già di suo e sotto c’è un osso rotto e un braccio gonfio. Quando sarà guarito potrà tornare ad aiutarti; fino ad allora devi lasciargli il tempo di guarire. Se tu gli carichi altri pesi su quel braccio, la frattura non guarirà mai e lui non riuscirà più a portare nemmeno la sua, di spesa, figurarsi la tua.

Se scrivessi davvero una “Guida alle cose da non fare quando sia tu che tuo figlio siete depressi” probabilmente diventerebbe un best seller.