Sunday, 3 April 2016

Warning’s fair, I don’t care very much

Ribadiamolo, ché non fa mai male: astrologia sì ma anche no. Adoro la simbologia che c’è dietro, mi piace giocarci, ma la prendo più come una pausa ricreativa in un percorso di autoanalisi più serio che non come la vera risposta a tutte le mie magagne.

Secondo il mio amico Stefano, ho una carenza di ossitocina che mi fa salire il bitch, please quando la gente inizia a fare la svenevole. Secondo il mio ingarbugliato tema natale, invece, non ho proprio un cuore. I Gemelli sono bipolari, cerebrali, facilmente distraibili e difficilmente impegnabili già di default, ma nel mio caso specifico ci sono tante di quelle posizioni e aspetti che suggeriscono che sono una persona sentimentalmente carente che, in pratica, secondo gli astri sono geneticamente programmato a essere l’Anticristo del romanticismo. Basti vedere come sono messe Venere e Lilith, che descrivono rispettivamente il lato sentimentale e quello sessuale delle persone.

Venere in Gemelli
Con Venere in Gemelli, il sentimento è curioso e in un certo senso intellettualizzato; si hanno modi di fare simpatici, gentili e accattivanti ma a volte si è volubili e si affrontano i sentimenti e le relazioni con disinvoltura. Alle origini di una storia d’amore deve esserci comunque una base intellettuale.

Lilith in Bilancia
Lilith in Bilancia caratterizza una persona molto attenta all’eleganza e al lato estetico della persona che gli sta a cuore. Non sempre però riuscite a conquistare e a legare a voi chi più ha colpito il vostro cuore a prima vista.
Siete inoltre molto passionali all’inizio, ma perdete questa intensità dei sentimenti abbastanza velocemente.

E già qui, fra Cerebral, Heartless Bitch Venus e Vain, Easily Bored Lilith, sono il poster child della superficialità sentimentale: sono cortese, mi piace dare corda, ma la cosa finisce lì. E il divertimento è solo all’inizio:

Venere in VI casa
L’amore viene associato con il lavoro, dove si svolgono attività piacevoli. Si seguono spontaneamente norme di vita equilibrate, fra affetti, lavoro e quotidiano, salute inclusa.
L’affetto si riversa anche verso il mondo della natura, con particolare attenzione verso gli animali domestici e le piante.

327 Congiunto Venere - Giove
Siete eccezionalmente generosi e amorevoli, ma richiedete in cambio molto affetto e molti stimoli a livello sociale. Spesso vi aspettate dal partner anche un sostegno materiale.
È un ottimo aspetto per quanto riguarda la vita affettiva e sociale. Vedete l’amore secondo i canoni tradizionali, ed il vostro matrimonio è fortunato, come, del resto, le vostre associazioni.

-129 Opposto Venere - Ascendente
Vi piace eccedere nella ricerca del piacere. Potete frequentare compagnie dubbie o comunque diverse. A volte mancate di buon gusto. Siete spendaccioni, e spendete in maniera superficiale. Cautela nelle amicizie: a volte sono più interessate che sinceri.

Fin qui ancora nulla di eccessivamente preoccupante: ecco il mio solito “voglio un ragazzo fotogenico per farci, come prima cosa, un mucchio di foto che non avrebbero profondità emotiva con un modello qualsiasi”, una certa esigenza in campo sentimentale e il fatto che non sono proprio capace di pormi dei limiti. Ma c’è dell’altro.

Marte in VII casa
Il temperamento può essere caratterizzato da una carica di tensione nei rapporti amorosi o con i collaboratori, poiché vi è la tendenza a voler dominare.
La vita di relazione è molto contrastata.

Saturno in I casa
Il carattere tende ad essere riservato, controllato, che non si scopre facilmente, molto sensibile alle responsabilità e al dovere.
Può essere indizio di una salute delicata soprattutto in età infantile.

 49 Congiunto Luna - Urano
Il vostro bisogno di libertà in campo sentimentale e familiare è così forte che resisterete a ogni legame e la cooperazione con il partner e i membri della vostra famiglia diventerà difficile. Avete bisogno di continui cambiamenti.
Il vostro modo di esprimere le emozioni è piuttosto superficiale e disinvolto, i veri sentimenti, troppo spesso da voi ignorati, finiscono con l’esplodere in un secondo momento. Avete molta vitalità e un grande dinamismo. Siete esuberanti e tenaci.

Insomma, l’unico aspetto che mi descrive come sentimentalmente abile è la congiunzione di Venere e Giove; a questa però si contrappongono praticamente tutti gli altri aspetti che influenzano il campo sentimentale. Per dire, Sugar Daddy Jupiter è ampiamente compensando da Control Freak Mars e Free Bitch Baby Uranus: non mi farei mai mantenere dal partner perché ciò mi metterebbe in una posizione di svantaggio nella coppia e andrebbe a limitare la mia libertà di prendere e farmi gli affari miei. Allo stesso modo, la generosità sentimentale è compensata (o, per lo meno, sepolta molto a fondo) da tutta quella massa di incapacità di vivere i sentimenti in profondità, carattere controllato e desiderio di indipendenza.
Riassumendo, al fatto che amo con la testa e scopo con gli occhi, che tendo a non moderarmi e ho un approccio molto superficiale ai sentimenti, si aggiunge che tengo sempre su la poker face, ho bisogno di mantenere il controllo, difendo ferocemente i miei spazi e la mia indipendenza e, quindi, come inizio a sentire puzza di gente troppo appicicaticcia, che corre troppo o non sa stare al suo posto, alzo i tacchi e tanti saluti proprio come regola.
In tutto ciò, buttiamoci dentro anche il mio Neurotic Wreck Neptune e non c’è da sorprendersi se a fare gli svenevoli con me non si arriva lontano.

So if you kiss me,
If we touch,
Warning’s fair:
I don’t care very much.

[ I Don’t Care Much – Emilie Autumn ]

Friday, 1 April 2016

Rundown delle cotte adolescenziali

Devo confessare una cosa: mi secca parecchio che Mattia non abbia mai accettato la mia richiesta d’amicizia su Facebook. E che non l’abbia nemmeno rifiutata, fra l’altro, ma l’abbia lasciata a penzolare lì su Facebook già da probabilmente un paio d’anni.
Mattia, aka il mio primo ragazzo, quello del primo bacio, della storia uber-idealizzata dei miei diciassette anni, della rottura in circostanze misteriose e degli infiniti post di piagnisteo nei mesi successivi che ommioddio quanto ero una fottuta drama queen (fra l’altro l’avevo conosciuto proprio grazie al blog).
Non che mi ricordi di lui in altri termini che “btw, ottimo primo bacio, grazie mille” e mi aspettassi un ritorno di fiamma: mi sarebbe più che altro piaciuto fare due chiacchiere amichevoli, parlare di dove ci ha portati la vita negli ultimi otto (beh, ormai quasi dieci) anni, farci due risate ripensando alla nostra “storia”, a quanto fossimo cretini, a quanto fosse assurdo che io l’avessi presa così sul serio e me ne fossi lagnato per mesi, o a quanto io mi sia fatto bellino mentre lui ha iniziato a stempiare. Insomma, intrattenere rapporti neutro-civili in memoria di un bel pomeriggio di tanti anni fa senza prenderci troppo sul serio. But alas, evidentemente a lui non va (e non posso nemmeno dargli torto – a rileggere quei post me ne sarei fuggito pure io). La cosa che mi urta è il sospetto che sia così perché pensa che io ci stia ancora male, o di aver avuto un impatto sulla mia vita o chissà cosa, ma quella si chiama paranoia.

Il motivo per cui ho rispolverato la storia di Mattia è che, chiacchierando con un amico, abbiamo fatto un rundown delle nostre cotte, storielle e storie importanti con tanto di ricerca su Facebook. E mi sono reso conto improvvisamente che ricordo nei dettagli tutte le mie cotte fino a circa i vent’anni, mentre dopo è tutto sfuocato, a meno che non mi sforzi tanto.
Fino a un certo punto posso elencare tutti, partendo da Vanessa a sei anni; poi Veronica, che mi ha lasciato perché “sei troppo intelligente per me”; Manuela, che aveva già il seno alle elementari; Francesca, Daria e la loro amica col nome troppo sgamabile, più o meno intercambiabili alle medie; Mariapaola, che si vantava di darla via come se non fosse neanche sua; Federica per due anni buoni al liceo; Veronica (THE Veronica), l’ultima ragazza di cui mi sia innamorato; poi l’epopea di Dario; Mattia e i piagnistei; i nove mesi con Matteo, annessi e connessi; poi l’ultimo che ricordo distintamente, l’Uomo Lusingato, anche lui protagonista di post e post, così chiamato perché quando ci provai dopo che si era dato per single e aveva guardato il culo di tutti i ragazzi di Trieste mi rispose che era “lusingato ma impegnato”, salvo poi cornificare il ragazzo a ogni buona occasione (con chiunque non fossi io). Da una parte, il casino che era la loro situazione mi aiutò a farmi passare la cotta a suon di disgusto, dall’altra, fare da spettatore alla difunzionalità della loro relazione (visto che eravamo tutti nello stesso gruppo di amici) penso sia stato il momento in cui mi sono detto: “Ma seriamente, chi cazzo me lo fa fare?”. Ed è da allora che sguazzo nel reame delle amicizie con benefit: l’unica cosa vagamente assimilabile a una storia che ho avuto da allora è stata, appunto, un’amicizia con benefit di tre mesi e mezzo da cui non sono fuggito a gambe levate proprio perché il presupposto era che nessuno dei due voleva che diventasse una cosa seria.
E sì, in questi anni ho avuto le mie tre, forse quattro cottarelle, ma sono state delle cose molto fumose che ho vissuto per lo più nella mia testa e che non hanno lasciato un vero impatto. Non le ricordo né col sorriso da “ah, i bei tempi”, né col facepalm da “che cavolo stavo pensando?”. Anzi, se vado a rileggere i post di allora ho anche bisogno di concentrarmi un momento per ricordarmi di chi parlavo.

Ora, è vero che la causa recondita di tutto ciò ha radici molto più profonde, risale perfino a prima di Vanessa e sto facendo molta autoanalisi per sbrogliarla; ma a pensarci, è proprio triste che la causa occasionale della mia costipazione sentimentale sia stato assistere a una storia disfunzionale nemmeno mia. Ah, dannate Gemelle Olsen.

Wednesday, 23 March 2016

Spero solo che questo momento storico passi

Fra le varie ragioni che ho per amare Bruxelles come città, la maggior parte sono frivole – me ne rendo perfettamente conto. Altre sono sconosciute perfino a me: semplicemente, mi è sempre piaciuta. Quando ero piccolo, nella nostra libreria c’era una collana chiamata Paesi e Popoli e io ero totalmente affascinato dalla sezione sul Belgio e Bruxelles nel volume dedicato all’Europa centro-occidentale. Il disegno qua sopra l’ho fatto a cinque o sei anni copiandolo dalla foto dell’Atomium sul libro (fra l’altro, è grazie a quella foto che ho imparato cosa sono gli atomi) perché… non lo so, mi piaceva da impazzire e basta. Insomma, per farla breve, Bruxelles ha per me un valore affettivo enorme sin da quando ho memoria e sono riuscito a fangirlarla perfino nel breve momento in cui l’ho attraversata sul treno da Charleroi ad Anversa; è inevitabile che gli avvenimenti di ieri mattina mi abbiano scosso parecchio anche a livello personale.
Già in occasione degli attentati a Parigi ho speso i miei due centesimi su quanto la reazione a disastri del genere sia inevitabilmente soggettiva e non ci si possa fare una colpa se una tragedia nella Ville Lumière ci colpisce più di una che succede Timbuctù. In un certo senso, quindi, penso sia normale che i fatti di ieri non abbiano lasciato un’impressione altrettanto grande su quelli che non sono cresciuti disegnando l’Atomium. Bruxelles non è una città iconica come Parigi: sì, è la sede del Parlamento Europeo, la capitale di quel posto dove fanno il cioccolato buono, ci sono i mulini a ve… – ah no, vero, quella è Amsterdam – e questo è più o meno ciò che l’internauta medio sa. Non tantissimo su cui costruire una risposta emotiva colossale come quella dello scorso novembre.

C’è però una cosa che mi preoccupa, in tutto ciò: e se stavolta avessimo reagito con meno clamore anche perché, passato lo shock per Parigi, abbiamo iniziato ad abituarci? Se queste cose, che già nella nostra mente sono faccende di ordinaria amministrazione “in quei posti lì”, iniziassero anche da noi a essere fatti straordinari, sì, ma che sotto sotto si sa di potercisi aspettare?
L’idea che facciamo meno caso alla tragedia perché abbiamo iniziato a rassegnarci ad essa è abbastanza spaventosa. L’idea che la possiamo accettare come parte di come vanno le cose e smettere di reagire è una prima sconfitta. Certo, da una parte è quacosa che succede sempre “a qualcun altro” finché non capita a noi. Dall’altra, vedere queste cose sentendosi del tutto impotenti e indifesi è una sensazione orribile, ma è pur sempre una reazione. Se la nostra coscienza individuale smette di impressionarsi e infuriarsi, presto smetterà anche la nostra coscienza collettiva, e allora sarà troppo tardi.

Side-eye preventivo a quelli che “adesso sappiamo anche noi come si sentono in Medioriente”: credo fermamente che l’idea di civiltà ruoti intorno a far star meglio tutti, non far star peggio anche noi. Se pensate che anche noi ci meritiamo un assaggio di orrore quotidiano perché c’è chi lo vive già, forse dovreste fermarvi un attimo e riconsiderare un attimo la vostra visione del mondo, just saying.

Monday, 21 March 2016

Pensieri stagionali random

Ieri era il primo giorno di primavera e ho ucciso la prima zanzara dell’anno. Ok, ero al padiglione Expo di Marghera, che è circondato da paludi in cui quei piccoli mostri possono proliferare, ma credo che ciò significhi che la parte brutta dell’anno è ufficialmente iniziata. Se solo sabato mattina Venezia era avvolta da una coltre di nebbia che rendeva i suoi contorni misteriosi e affascinanti, oggi la temperatura è tiepida e il sole è onnipresente. Gli odori sono più vividi (e fra i canali di Venezia questa non è decisamente una buona cosa), gli insetti proliferano, la gente sciama fuori di casa e prende d’assalto le strade. Insomma, il mondo sta uscendo dal letargo e sta per diventare nuovamente insopportabile.
È vero, ultimamente sembra quasi che lo faccia apposta, a prendermi male per tutto ciò che le persone normali amano: Natale e Capodanno, poi Carnevale, la primavera, Pasqua… insomma, sono entrato nel circolo vizioso per cui le cose che mi lasciano indifferente ma rendono felici gli altri mi urtano proprio perché mi sento escluso dell’atmosfera gioiosa. Misery loves company: voler trascinare il resto del mondo nel mio stato di perpetua grumpiness è decisamente poco salutare.

D’altro canto, però, non mi sento pronto a rinunciare al conforto che l’autunno, l’inverno e tutte le cose ad essi associate mi portano: più che imporre una valenza negativa sugli altri privandoli di ciò che amano, la mia priorità è la positività che ciò che amo io dà a me.
Il fatto è che il cielo nuvoloso, il freddo, il buio, mi danno un senso di protezione. Le nuvole sono un limite che rende il cielo meno immenso, l’oscurità taglia via una larga fetta di modo e rende tutto più anonimo. E più fa freddo, più posso coprirmi di strati di vestiti che mi fanno da armatura contro il resto del mondo. Insomma, l’inverno è un bozzolo confortevole nel quale posso accoccolarmi, in cui ci sono più barriere fra me e “là fuori”. Ed è anche un momento in cui il resto del mondo è più goffo, lento, letargico e mi fa sentire meno fuori posto: ogni cosa è più lenta e mi sembra di arrancare di meno per starci appresso.
Cavolo, a rileggermi sembra che stia rivivendo il periodo goth che ho passato da adolescente, solo a livello più esistenziale, interiorizzato, senza ostentarlo per moda. Fatto sta che non mi sento affatto pronto ad affrontare un’esplosione di vitalità tutto intorno a me. E, sotto sotto, sto sperando che all’inverno mite che abbiamo avuto corrisponda un’estate moscia, fresca e piovosa.

Saturday, 27 February 2016

“Nessuno pensa ai bambini?!”

Uno dei grossi punti di discussione sul downgrade del DDL Cirinnà è lo stralcio della stepchild adoption. Che no, non è (solo) l’ennesimo dispetto ai froci, che sono stati politicamente riconosciuti non adatti a crescere dei figli, ma è un grosso problema col quale migliaia di bambini si ritroveranno a convivere. In Italia non si parla d’altro che di loro, che nessuno pensa a loro, che nessuno li tutela ma, con questi discorsi, proteggerli è proprio ciò che si è finito per non fare.
Parliamoci chiaro: in una società ideale, una legge sulla stepchild adoption sarebbe del tutto superflua. Le persone che circondano un bambino – che, non fa mai male ricordarlo, non ha chiesto di essere messo al mondo in un ambiente che non è in grado di gestire senza una guida e una protezione – dovrebbero per prime anteporre il suo benessere e comportarsi in modo da fargli trascorrere un’infanzia serena anche quando le circostanze non lo sono. In caso di separazioni, morte o bagarre, dovrebbero per prima cosa fermarsi e riflettere: quale accordo, quale sistemazione sarebbe meno traumatica per il bambino? Sarebbe meglio se andasse a vivere con la mamma o col papà che sta divorziando? Ora che ha perso il padre biologico, sarebe meglio lasciarlo con l’altro padre, con cui ha vissuto finora, o darlo ai nonni, agli zii, a qualcun altro? E, qualora non lo facessero, la giustizia dovrebbe intervenire concentrandosi esclusivamente su quello che è il bene oggettivo del bimbo, astenendosi da sentimentalismi e opinioni personali. E sì, voglio sperare che, da qualche parte, parenti o giudici del genere esistano ma, dato che non tutti sono così, è a questo che serve una disposizione superiore che li obblighi a schierarsi dalla parte del minore prima di tutto.
Perché si sa, chi ha un figlio di solito lo ama e, in una situazione di conflitto, qual è il modo migliore per colpire qualcuno? Passare stile carrarmato sulla cosa che ama di più. Così, nella vita reale, quello che dovrebbe essere uno sforzo di mettere da parte le divergenze e pensare al benessere del bambino diventa spesso una faida che coinvolge i genitori che divorziano, il parentado al gran completo, la scuola, l’intero quartiere, il paesino di gente annoiata in cui ‘sto povero bambino si trova vivere. Figuriamoci se magari la famiglia dell’ipotetico defunto non può vedere quel frocio che ha traviato il loro figliolo. E quelli che dovrebbero essere gli arbitri imparziali pronti a sbrogliare la matassa finiscono spesso per riversarci dentro i loro pregiudizi, prendere le parti di una delle fazioni e darle una mano, più o meno deliberatamente, a cercare di distruggere l’altra. Davvero, vorrei avere ancora fiducia in avvocati, giudici minorili, assistenti sociali, psicologi dell’infanzia e compagnia cantante, ma se dipendesse da me revocherei le loro licenze e li spedirei en masse a mendicare per strada.

Così, lasciando la questione del benessere del bambino alla coscienza del singolo (specie del singolo giudice), ci ritroviamo con dei mostri. Ci troviamo con parenti che mettono becco su qualsiasi cosa pur di tirare acqua al loro mulino. Ci troviamo con giudici antidivorzisti, o misogini o, in questo caso, omofobi, che iniziano a tartassare la parte che intenta il divorzio, che danno alimenti ridicoli, che affidano il bambino a un coniuge ma assegnano tutti i benefici patrimoniali all’altro così da tentare di costringerlo a rinunciare all’affido. Ci troviamo con assistenti sociali che ascoltano una sola campana e bambini che non possono dire loro che a causare il disagio sono le zie che parlano male della mamma, perché se lo fanno è di sicuro colpa della mamma che parla male dei parenti; che è lei che trascura i figli anche quando in realtà si fa il culo per mantenerli mentre l’ex coniuge le mette i bastoni fra le ruote. Ci troviamo con psicologi infantili che, invece che alleviare lo stress del bambino, fanno complicati giri di parole con la loro stupida vocetta nasale, il loro sorrisetto compiacente e la testa leggermente inclinata per arrivare a fargli dire quello che vogliono che dica. Ci troviamo con maestre che si attaccano a tutto, letteralmente tutto, per dimostrare che il bambino non è seguito correttamente – che sia la difficoltà a finire in tempo le operazioni disegnando e colorando i fottuti regoli sul quaderno o il fatto che “Suo figlio in prima elementare scrive delle frasi troppo complesse, perché non lo lascia giocare di più invece che farlo studiare così tanto?”. Tanto si sa: legalmente il bambino è un piccolo mentecatto che non è in grado di pensare con la propria testa, non serve a nulla chiedere a lui cosa preferirebbe fare, con chi vorrebbe stare, dove vorrebbe vivere. Anzi, se lo si fa e la risposta non è quella che ci si aspetta, partono le minacce di perizia psichiatrica per dimostrare che è stato plagiato.
Insomma, i bambini non hanno diritto di parola in merito e il coniuge (o, in generale, il parente) che rappresenta la migliore scelta può essere quello socialmente più debole e isolato: la donna senza famiglia alle spalle, lo straniero, in questo caso il frocio che, agli occhi della legge, è un perfetto sconosciuto. Per questo deve esserci uno strumento che riduca al minimo questa disparità. Perché prendete un padre gay che resta vedovo e deve vedersela con un giudice con pregiudizi, la famiglia numerosa del defunto marito (o della sua ex-moglie/madre del bambino), il paesino bigotto che gli dà contro: può spuntarla, può lottare con unghie e denti, dimostrare che il rapporto col bambino è proficuo ed è una scelta migliore dei nonni, degli zii, della cugina del padrino del fratello, dell’ex-moglie a cui fregava nulla di ‘sto bambino fino al giorno prima. Può farcela e ottenere l’affido. Ma sarà sempre un percorso lungo e tortuoso con una miriade di variabili impazzite che non farà bene al bambino. Perché no, non sono tanto ottimista da pensare che i pregiudizi che un giudice e un’intera comunità sono riusciti a riversare su una donna straniera che divorzia non possano a maggior ragione finire addosso a un frocio neo-vedovo che non ha diritti legali sul bambino. Un decreto chiaro e definito che dà proprio questi diritti non avrebbe impedito alla gente di mettersi in mezzo, ma almeno avrebbe vincolato la magistratura a dare una mano e non aggiungere ulteriore disagio. Avrebbe reso meno aggressive quelle battaglie legali che finiscono solo col trasformare il bambino in un piccolo adulto che deve centellinare ogni parola e azione per non scatenare un putiferio, e che a vent’anni diventerà un giovane vecchio inaridito che ne ha viste troppe ed è troppo stanco per godersi la vita.
Complimenti, Alfano: è questo che hai fatto.

Friday, 26 February 2016

Momenti storici da dimenticare

Ci sono momenti storici in cui ti senti davvero orgoglioso del Paese in cui vivi o sei nato. E ce ne sono altri in cui te ne vergogni. E poi ci sono quelli, come ora, in cui non sai bene come sentirti. I peggiori, perché ti viene da metterti le mani nei capelli e non riesci ad accettare che la situazione sia talmente torbida da non fare nemmeno direttamente schifo.

Non sono ancora in grado di dare una valutazione di cosa sia, all’atto pratico, il DDL Cirinnà 3.0 che è passato in Senato ed è ora in discussione alla Camera. L’unica cosa certa è che in Italia, il paese dove tutti pensano ai bambini, a nessuno frega nulla di proteggerli – ma non è una novità, l’ho imparato sulla mia pelle già vent’anni fa. Del resto, stando a gente giuridicamente più competente di me, già nei matrimoni eterosessuali la stepchild adoption fila liscia solo in caso di vedovanza ma diventa estremamente farraginosa in caso di divorzio, e bisognerà mettere mano all’intera faccenda prima o poi. Per cui la speranza è l’ultima a morir… ah no, speriamo che siano i genitori delle famiglie arcobaleno, ché saranno gli orfani senza l’altro genitore biologico a essere nei casini più grossi.
Poi c’è l’altro nodo della questione, ovvero l’obbligo di fedeltà: sto leggendo tutto e il contrario di tutto, quindi cosa pensare in merito? È il superamento un retaggio anacronistico dei tempi in cui Sophia Loren veniva arrestata per adulterio che dovrebbe essere esteso anche al matrimonio? O è uno sputo in faccia ai froci che, notoriamente e ora ufficialmente, sono promiscui e non riescono a non cambiare pertica ogni tot settimane? Alfano è solo un idiota che non sa a cosa attaccars, o c’è davvero ragione di offendersi? E il resto di ciò che è passato (che, onestamente, è sempre stato il mio cavallo di battaglia nel discutere il matrimonio come istituto laico) vale la pena, o è solo un contentino per zittire i movimenti LGBT per i prossimi vent’anni?
E sì, Roma non è stata costruita in un giorno e, oggettivamente, qualcosa è meglio di niente: in quasi tutti gli Stati occidentali l’equiparazione totale è partita da quella parziale. Ma è davvero un primo passo? Considerando i tempi faraonici per fare qualsiasi cosa in Italia, la cosa non è incoraggiante. E questo “primo passo” la maggior parte delle democrazie occidentali l’ha fatto dieci, se non quindici o venti, anni fa: chi al giorno d’oggi non ha equiparato tutto è per lo meno già in dirittura d’arrivo. E c’è chi, non avendo fatto il primo passo a suo tempo, tenta subito il balzo al matrimonio egualitario. Insomma, non è tanto volere tutto e subito, è solo che un riconoscimento parziale è anacronistico per il resto del mondo e internet ci permette di sbirciare nel giardino dei vicini.

Ma onestamente, discutere di quanto il DDL Cirinnà 3.0 sia o meno utile è qualcosa che lascio a chi ha più competenze di me. Ciò su cui riesco a focalizzarmi è che, per l’ennesima volta, sono rimasto deluso dalla nostra classe dirigente. Anzi, stavolta più di ogni altra perché, per la prima volta in tanto tempo, ci ho creduto. Mi sono interessato, ho partecipato al dibattito, ci ho messo la faccia, ho apprezzato che ci fosse gente pronta a prendersi le responsabilità e fare le cose nonostante i bastoni fra le ruote. Mi sono davvero appassionato alla politica. Poi salta fuori che Grasso non aveva pensato di dire subito che il supercanguro non si poteva fare e viene da chiedersi se la bagarre che ne è nata non avesse il fine preciso di arrivare alla situazione attuale, in cui vincono tutti. Vince il PD, che ha fatto le unioni civili! Vince l’NCD, che ha salvato i bambini! Vincono la Lega e Forza Italia, che hanno smontato la legge! Vince il M5S, che ha tutti da incolpare! Insomma, è un capolavoro di inciucio politico che merita una coccarda. L’unica cosa che mi impedisce di vomitare è l’headcanon per cui Monica Cirinnà si sente amareggiata quanto me per il compromesso: se smetto di credere nella sua onestà e dedizione alla causa vuol dire che le ultime settimane della mia vita sono state tutta una bugia.
Mi ero detto che alle prossime elezioni avrei saputo chi votare. Che sì, nel PD ci sono i cattodem che ricattano e rallentano tutto, ma il fatto che si fosse esposto e volesse portare avanti il DDL nonostante tutto gli facesse onore, specie quando si è trovato completamente da solo per minchiate politiche. Ma poi niente: Grasso dormiva, Renzi è sceso a patti e ora abbiamo per le mani qualcosa che non si capisce bene cosa sia. Il solito lavoretto all’italiana. Per cui la mia speranza di non invalidare l’ennesima scheda perché a tapparmi il naso e votare qualcuno di cui non mi fido o che non mi rappresenta (ovvero tutti) non ci sto, puff, è sfumata. (Ammesso e non concesso che ci vada, a votare: nessuno si preoccupa di dare il diritto di voto ai fuorisede e io, i soldi dell’aereo per andare in Sardegna apposta per votare, non li caccio; specie ora che RyanAir ha smantellato tutto per via dell’aumento delle tasse aeroportuali voluto, indovinate un po’, dal governo).
Per cui no, non so cosa pensare. Non so come sentirmi. Non so per chi votare. Non so dove andare prima: Belgio o direttamente Norvegia? Tanto lasciare la barca prima che affondi sembra l’unica soluzione sensata.

Friday, 19 February 2016

Dare del tu ad Alessandro di Battista


Caro Alessandro (ti do del tu perché dopo questo video non ce la faccio proprio a raccattare abbastanza considerazione da darti del lei), rispondo punto per punto al tuo video nella speranza di riuscire a star dietro alla tua logica.

1) Scusa, fammi capire, col discorso degli emendamenti presentati dal PD pensi di aver svelato qualche loro losco segreto? Che non sapessimo già da nove anni che una grossa fetta sono ex-democristiani a cui i temi progressisti fanno rizzare i capelli?
2) Sì, il PD ha presentato il canguro per non discutere delle lacerazioni interne, ma SÌ, il PD lo ha presentato ANCHE per aggirare l’ostruzionismo della Lega. È una manovra che beneficia sia il partito, sia la legge in discussione. E la priorità qui qual è, mettere in difficoltà il PD o approvare la legge senza che la si stravolga?
3) I nostri soldi, strumenti incostituzionali, autoritarismo di Renzi: qual era il tema qui, la legge Cirinnà o i problemi del PD? Ma sì, passiamo al benaltrismo, va’, che fa sempre bene.
4) Quindi, sapete benissimo che una parte dello stesso PD non è a favore della legge, e date loro in mano gli strumenti per sabotarla solo per dimostrare che in quel partito non c’è unità? Direi hai risposto alla domanda del punto due: la vostra priorità è palesare le contraddizioni del PD piuttosto che far passare la legge. Complimenti. Meno male che voi siete stati eletti per fare le cose nel concreto e mandare avanti il paese, non giocare al gioco dei partiti.

5) Punto bonus: io non vi ho votati e non vi voterò (così come non ho votato né voterò il PD – è da due tornate che manifesto il mio dissenso invalidando la scheda, e la prossima sarà la terza, di questo passo). Ma non perché vi voglio uguali al PD: lo siete già. Potete arrampicarvi agli specchi quanto volete, ma avete dimostrato che della legge non ve ne frega nulla, a voi interessa fare giochi di palazzo. Le associazioni LGBT fanno solo bene ad andare a rompere le palle a voi e non al PD, perché, ripeto, sapevano già che nel PD ci sono i cattodem che non li possono vedere. Voi eravate quelli che hanno promesso il voto, che hanno promesso aiuto. E voi siete quelli che NON voteranno la legge se sarà stravolta, ma hanno consegnato a tutti i cattodem e alla Lega gli strumenti per stravolgerla. Quindi è inutile che facciate le vittime e diciate che tutto il Paese ce l’ha con voi quando le cose non vanno bene, e che le facciate di nuovo quando non voterete una legge resa inefficace dicendo che così non serve: siete VOI che avete contribuito attivamente e deliberatamente a renderla tale, tanto quanto la Lega e i cattodem del PD. Avete spianato loro la strada sfruttando i diritti che ancora non abbiamo come pretesto per dimostrare al Paese il loro segreto di pulcinella. L’avete fatto voi. O per stupidità, o in cattiva fede. E non so quale delle due sia peggio.

Tuesday, 16 February 2016

Politica a Cinque PopStar

Il mio rapporto con la maggior parte delle popstar può essere definito come uno di tolleranza: so che stanno lì, vivono nel loro mondo, seguono le loro regole; me ne interesso di tanto in tanto, quando sfornano qualcosa di convincente, mentre le ignoro per il resto del tempo. Mi rendo conto che, nella maggior parte dei casi, musicalmente rappresentano cinquanta sfumature di inutilità. C’è Rihanna, l’incapace che ha fatto carriera a forza di favori sessuali alla gente giusta. C’è Britney, l’altra incapace che ha fatto successo perché è stata lanciata al momento giusto. C’è Madonna, che un tempo aveva idee interessanti e portava avanti battaglie rilevanti, ma che ora è solo una vecchia attaccata alla poltrona e ai soldi, che borbotta sempre le stesse cose pur di non scontentare il pubblico. Del resto, si sa, lo scopo principale di una popstar è quello di fare quanti più soldi possibile; se ci esce anche della buona musica è quasi sempre incidentale, molto più spesso fanno il minimo sindacale per non scontentare il popolo ignorante. E guai se qualcuna tenta di concentrarsi maggiormente sul lato creativo anche a costo di perdere la poltrona: viene prontamente punita dal sistema, come Lady Gaga con Artpop. E se qualcuna, come Beyoncé, usa il suo potere mediatico per affrontare temi di grande rilevanza, stiamo sicuri che la stampa le tirerà addosso controversie e critiche a non finire.
Eppure, bene o male accetto lo status quo del mondo del pop. Non sempre condivido le idee musicali delle popstar; un po’ mi irrita che guadagnino montagne di soldi per non far niente di utile mentre là fuori c’è gente come Susanne Sundfør o Eivør, che quanto a talento le asfaltano quasi tutte ma non guadagnano nemmeno un decimo; e vedere una Taylor Swift che soffia il Grammy come miglior album pop a una Florence Welch di sicuro mi va di traverso. Ma so che le regole sono queste, contano i soldi, le vendite e gli inciuci, per cui mi lascio sorprendere in positivo quando qualche popstar sforna un lavoro artisticamente rilevante e, delle altre, raccolgo quel poco che c’è di buono in mezzo al disagio.
Perché, quindi, se apprezzo la Madonna di un tempo nonostante ciò che è diventata e ascolto senza problemi qualche canzone di Rihanna o Britney qua e là, Lagna del Rey mi fa invece saltare i nervi come una mina antiuomo?
Il motivo è semplice: le altre popstar non hanno velleità artistiche spropositate. Non fanno mistero di essere costruite, non fingono di non usare smodatamente autotune e playback, non mentono su ritocchini e parrucche, non nascondono la fuffa di cui sono fatte ma, anzi, la ostentano con orgoglio e la trasformano in un punto di forza. In poche parole, se non hanno davvero un talento fenomenale, non si spacciano per articoli genuini e sostanziosi. Per contro, Lagna si spaccia per quella diversa, l’alternativa migliore a quel mondo pop privo di sostanza; anzi, lei è in grado di cambiarlo! Lei non pensa alle vendite, pensa al lato artistico della sua musica. Lei non lascia fare tutto ai produttori, è responsabile della propria musica. Lei non è stonata, è solo “una cantante da studio, non da live”. Lei non si è montata la testa, è la ragazza della porta accanto, fa parte dellaggente. Lei non si è rifatta nulla – e come potrebbe, è povera come laggente, mica ha i soldi per il filler. Lei ha le idee come non ce le ha nessuno, e sa come portarle avanti!
Ora, senza tutta questa sovrastruttura falsa come una moneta da tre euro, avrei accettato Lagna per quello che è: l’ennesima popstar incapace di cantare, con qualche idea carina che si lascia ascoltare di tanto in tanto e nulla più. Ma lei no, lei si ostina a fingersi quella diversa, quella migliore, quella genuina, quando invece è come tutte le altre popstar e, anzi, è anche meno competente: non sa infilare due note di fila in un secchio, scrive canzonette banali con testi banali, è rifatta da capo a piedi e ha un’imponente campagna di marketing che la spaccia per ciò che non è. In cosa, allora, è diversa dalle altre popstar, se non a parole? Per questo mi viene naturale smontarla a ogni piccolo passo falso: punisco per prima cosa la sua disonestà. Davvero, stimo molto di più una Britney Spears che, durante i concerti, scherza a cuor leggero sul fatto che canta in playback: almeno è onesta.

Ecco: prendete tutto questo discorso, applicatelo alla politica e capirete perché, fra tutti i partiti italiani, il Movimento 5 Stelle è quello che mi dà più ai nervi e che mi viene da criticare più aspramente. Da una Forza Italia, una Lega, un UDC, un NCD, non ti aspetti altro che porcate, sai già di che pasta sono fatti. Due terzi del PD sono composti da ex-democristiani sopravvissuti al collasso della Prima Repubblica, non è un mistero e anche lì sai cosa aspettarti. Fortuna che ci resta il partito pardon, moVimento dellaggente, quello diverso, quello che non si fa assoggettare dai ricatti della politica, quello che procede a testa alta e cambia le cose. Quello che se un tema è importante e aiuta la società, loro lo sostengono senza se e senza ma. Quello che se Grillo e Casaleggio prendono una posizione, chiunque non sia d’accordo si prende una pedata, tranne che su un tema scabroso come le unioni civili, lì diamo libertà di coscienza. Quelli che la politica la fanno a suon di dettagli tecnici per rallentare o ostacolare il lavoro del governo, così magari si riesce ad affossare il DDL in partenza con un pretesto futile senza prendersi la responsabilità di scontentare nessuno. Sia mai che ci si alieni i progressisti frustrati dal PD o, peggio, la fetta cattolica o i delusi e confusi di Berlusconi che dovranno votare qualcun altro d’ora in poi.
Oh, ma loro sono diversi dagli altri partiti, eh. Loro non badano a queste scemenze, alle poltrone, agli stipendi. Loro sono quelli che rispettano gli impegni e le cose le fanno. Sono ggenuini. Come Lagna.

Sunday, 17 January 2016

Nostalgia per qualcosa di mai vissuto

A volte mi chiedo se, esteticamente parlando, la nostra sia davvero un’epoca così brutta o se, invece, siamo talmente assuefatti alla quotidianità da non vederne il fascino; magari, ciò che rende così bello il passato è semplicemente la nostalgia per qualcosa di lontano che non potremo mai vivere.
Come fotografo ho una specie di culto per l’ordine e il vuoto: nella mia immagine ogni cosa deve seguire lo schema che imposto io; di conseguenza, la folla e ciò che ne deriva (traffico, sporcizia, movimento) va eliminata, tagliata fuori dall’immagine. Nelle foto che creo c’è posto solo per la mia visione, il soggetto che ritraggo e lo spazio (privo di tempo) in cui lo colloco: la folla è una massa caotica e informe che distrugge i miei parametri estetici. Tranne in rari casi, non riuscirei a uscire per strada e scattare delle istantanee di una via trafficata o di un luogo affollato (a meno che il caos non sia funzionale al concept).
Eppure, quando vedo foto d’altri tempi… non lo so, succede qualcosa e il cuore mi si riempie di meraviglia. E non mi riferisco nello specifico ai ritratti posati, ma anche e soprattutto alle istantanee di vita quotidiana: le foto delle strade, le macchine, la gente che si affaccenda o passeggia, perfino i cantieri… sono degli scorci che, potendo, avrei fotografato volentieri.
The Pretty Girls of Leicester di Bert Hardy, 1948.
Da qui il mio dilemma: com’è possibile che lo stesso soggetto oggi mi dia fastidio mentre nel passato mi affascini? È un problema che sta tutto nella mia testa? Se provassi a guardare meglio, troverei lo stesso fascino anche nel traffico e nella vita urbana odierni?
Beh, è capitato: il traffico di Praga sullo sfondo del Tančící Dům, o la folla di turisti sul Karlův Most, mi hanno ispirato moltissimo. Ma sono eccezioni, perché per il resto, con la dovuta pazienza, creo foto in cui Praga, Milano, Trieste, perfino Venezia, sono città vuote, monumenti architettonici non toccati da una presenza umana umana attuale. Niente persone, niente macchine, niente chewing gum o filtri di sigarette o cartacce a terra (spesso per merito di Photoshop). Nelle mie foto, cartelli stradali e numeri civici spariscono da davanti a palazzi d’epoca, gru e impalcature dalle silhouette delle costruzioni, mentre una foto del cantiere dell’Atomium nel 1958, con tanto di operaio, mi manda in visibilio.
Da una parte è vero: l’attrezzatura dell’epoca non era quella di oggi. Tralasciando le inevitabili distorsioni (il tipo di obiettivo usato, di luce ambientale, ma anche la percezione del fotografo), l’equipaggiamento che abbiamo ora ci permette di rappresentare il mondo circostante nel dettaglio e con molta precisione. All’epoca, il bianco e nero, la grana delle pellicole, gli obiettivi meno precisi mascheravano molte imperfezioni, riducevano alcuni dettagli a semplici forme, uniformavano il caos cromatico dei vestiti e ammantavano perfino la realtà quotidiana di un certo romanticismo. Per  cui è lecito pensare che il mondo non si sia imbruttito, semplicemente ciò che vediamo del passato attraversa un filtro che lo rende più gradevole.
Ma poi, è anche vero che l’ambiente urbano odierno è alquanto diverso da quello di sessanta o settant’anni fa. Tanto per cominciare, siamo molti di più: le strade affollate dell’epoca sono quasi vuote rispetto a quelle odierne, e meno elementi significano più ordine. Senza contare che più persone producono più sporcizia e anche questo contribuisce al senso di caos in cui viviamo. Per non parlare del traffico: le macchine, in movimento o parcheggiate, erano poche e arricchivano lo scorcio, oggi invece sono tantissime e costituiscono vere e proprie barriere che occludono la visuale. Sia le persone che i loro veicoli e rifiuti oggi sono in una tale quantità che, invece che arricchire il paesaggio urbano, lo dominano e soffocano completamente.
E poi ammettiamolo: in passato eravamo più stilosi. Le auto avevano forme più eleganti, così come i vestiti casual erano molto più armoniosi. Se un tempo si indossavano ogni giorno quei cappotti che oggi riserviamo alle occasioni speciali e creano belle geometrie, oggi è più probabile imbattersi in una felpa informe, un orribile bomber, colori sgargianti (spesso male assortiti su una stessa persona) e pettinature informi: tutte cose ben poco invitanti, dal punto di vista fotografico. Ma basta guardare, ad esempio, le uniformi militari, confrontare quelle d’inizio Novecento con quelle odierne.
E che dire della pubblicità? Dall’avvento della società del consumo è diventata onnipresente. Ma sia i poster pubblicitari, sia le insegne di un tempo erano eleganti, curati, spesso vere e proprie opere d’arte. Oggi invece la pubblicità è aggressiva e soffocante, con insegne luminosissime e poster sgargianti che sembrano enormi parassiti sulle architetture che li ospitano. Se nella Galleria Vittorio Emanuele II ogni insegna è vincolata a un preciso schema di colori che la rende relativamente poco invasiva, nel resto del mondo è l’opposto, è un affastellarsi di caos, colori violenti e forme pacchiane che non tiene minimamente in conto il resto del paesaggio urbano.
Forse la chiave del dilemma è proprio questa: alla fin fine, il cambiamento della pubblicità riflette quello del gusto generale. Allora è vero che, al crescere del caos perché ci sono più persone, si è aggiunto un progressivo imbruttimento dei gusti estetici sociali con una tendenza all’esagerazione e al disordine. Ed è quindi vero che viviamo in un’epoca brutta in cui la quotidianità uccide il gusto artistico invece che stuzzicarlo.

Ok, questo è un mucchio di riflessioni random sulla scia di una mostra storica e fotografica dedicata alla Trieste della Prima Guerra Mondiale. La storia si porta sempre dietro un po’ di nostalgia per qualcosa di mai vissuto.

Saturday, 2 January 2016

That’s when I decided, why should I care?

Io non faccio mai propositi per l’anno nuovo. È inutile: non ho abbastanza forza di volontà per mantenerli e finisco solo per sentirmi ancora più in colpa verso me stesso perché non rispetto le mie aspettative. Quest’anno però un proposito ce l’ho e, carcasse il mondo, lo manterrò: ho deciso che sarò più arrogante.
O meglio, “arroganza” è come certe persone definiscono negli altri cose come il rispetto per se stessi, il non farsi mettere i piedi in testa e il curare i propri interessi quando entrano in conflitto col loro egocentrismo.
Il fatto è questo: da una parte, sono insicuro, ho una sostanziale mancanza di autostima. Per questo, ho difficoltà a sostenere le mie opinioni (a meno che non sia 100% sicuro di esse, dati alla mano) e, soprattutto, a puntare i piedi e far valere le mie ragioni su quelle degli altri (perché mi convinco che sotto sotto valgano meno delle loro). Dall’altra, nutro una forte avversione per i conflitti e le separazioni, per cui, salvo casi eccezionali in cui sono davvero urtato, faccio le capriole nella diplomazia e cerco di essere il più accomodante possibile, mettendo gli interessi altrui prima dei miei.
Beh, quest’anno ho deciso che quei casi non saranno più tanto eccezionali, ma saranno la regola ogni volta che una persona si dimostrerà tanto egocentrica da non vedere oltre il suo (grosso) naso. Sul serio, ne ho abbastanza di gente tossica che approfitta della mia condiscendenza per pestarmi i piedi, deliberatamente o meno.

Il 2015 è stato un pessimo anno sotto molti aspetti: sono dovuto scendere a patti col fatto di essere fragile e instabile e mi è mancata la maggiore valvola di sfogo, ovvero la fotografia. E sì, è un circolo vizioso: più sono depresso e meno ho voglia di essere produttivo e fare foto; meno foto faccio e più mi deprimo. Ho avuto, però, un enorme contributo esterno a questo casino, sotto forma di una Minus Habens (come l’ha definita il mio terapista) pretenziosa con cui ho scattato a inizio anno e a cui, un po’ per iniziale noncuranza, un po’ per quieto vivere, un po’ perché quel briciolo di popolarità riflessa non mi avrebbe fatto male, ho permesso di avanzare pretese, farmi fare il lavoro sporco e mancarmi completamente di rispetto. Sono già sceso nei dettagli sul blog fotografico ma, per farla breve, quando finalmente mi sono scocciato e non gliel’ho più mandata a dire era troppo tardi: da gennaio ad aprile ho fatto due foto per svago (proprio due di numero) perché mi sentivo in colpa a fare altro mentre dovevo sbracciarmi per assecondare le sue richieste; da aprile fino a novembre ne ho fatte cinque (più una piccola serie su richiesta) perché il modo in cui ha troncato il rapporto professionale mi ha fatto sentire inadeguato; solo a novembre, quando ho provato a scattare quelle dannate foto con un’altra persona, ho dimostrato a me stesso che il problema non ero io come fotografo, ma lei come modella e, finalmente, ho colto il drama che la Minus Habens ha sollevato quando ha visto le nuove foto per dirle chiaro e tondo cosa penso di lei. Ho ritrovato la carica, certo, ma a quel punto il danno era fatto: per tutto il 2015 ho lasciato che la mia nevrosi paralizzasse la mia produzione artistica e ho praticamente solo svolto commissioni di cosplay, senza prendermi tempo per trasformare i miei disagi emotivi in qualcosa di creativo. Anche se tutti gli altri sono stati più che soddisfatti del mio lavoro, quell’unico fallimento (dovuto al fatto che lei per prima non aveva le idee chiare su cosa si aspettasse da me) ha reso la mia insicurezza impermeabile a tutto il feedback positivo che ho ricevuto nei mesi successivi.

Ma anche esperienze del genere sono uno spunto di crescita e un’occasione per imparare qualcosa. Ora, visto che sono già abbastanza bravo a mettermi i bastoni fra le ruote da solo, ho finalmente deciso che eliminerò sul nascere le pressioni esterne. Con tutta la mia paura di conflitti e separazioni, quando ho detto alla Minus Habens quel che penso di lei e ho tagliato i contatti mi sono sentito più leggero. Lei pensa che io sia arrogante perché ho fatto valere le mie ragioni sulle sue: e allora? M’importa davvero del giudizio di una persona inutile nella mia vita? Non penso proprio. Mi sono comportato correttamente, mi sono fatto da parte restituendole le sue idee (?) affinché le sviluppasse con un fotografo che reputava all’altezza e tenendo ciò che ci avevo messo io, e sono andato avanti con la mia vita. Ho finalmente capito che il mio valore intrinseco non dipende dal suo giudizio, né da quello di qualcun altro (poi interiorizzare quest’epifania davvero sarà un altro paio di maniche), e l’unico male in tutto ciò è solo nella sua testa. Se avere rispetto per me stesso e preoccuparmi del mo benessere psico-fisico invece di mettere prima quello degli altri significa essere arrogante, allora sarò arrogante: questo è il mio proposito per l’anno nuovo.