Tuesday, 13 November 2018

Alleanza


Self-worth comes from within, bitches”, dice Mazikeen, ma io non sono nemmeno lontanamente al punto di interiorizzare questa massima: continuo a usare come metro di giudizio gli obiettivi che raggiungo o il modo che le altre persone hanno di rapportarsi a ciò che faccio. La prima è una pessima scelta in partenza perché – ne ho parlato mille volte – nella mia testa avrei sempre potuto fare quel quid in più, quindi i miei risultati non saranno mai sufficienti. La seconda è ancora peggio perché, siamo realisti, c’è un motivo se guardo da entrambi i lati perfino quando attraverso una strada a senso unico, ed è che le persone sono inaffidabili per definizione.

Ma poi, quando meno te lo aspetti, ti arriva quella validazione esterna di cui avevi bisogno per rafforzare il tuo self-worth, e da persone che di sicuro non stanno solo cercando di farti piacere. Perché Antonio, che col suo entusiasmo mi aveva fatto di nuovo credere nella mia fotografia (quella personale, non le commissioni), aveva fatto un buon lavoro nel rimettermi in carreggiata, ma i suoi sforzi sono stati vanificati con precisione chirurgica.
E poi arriva Lyrio che, dopo due scambi di messaggi su un ipotetico progetto fotografico insieme (il secondo nemmeno tanto serio), mi contatta proponendomi di venire lui a Trieste per le mie foto. Che si è fatto un numero spropositato di ore in pullman per arrivare e ripartire agli orari più convenienti per andare a scattare. Che si è alzato presto un sabato mattina di ferie per prepararsi e saltare su un autobus per un posto sperduto fuori Trieste. Che, quando l’autobus ci ha lasciati da tutt’altra parte perché mannaggia a Trieste Trasporti, le linee extraurbane alternano i percorsi a orari diversi, si è fatto tre chilometri e mezzo a piedi sul ciglio della provinciale per arrivare alla location che avevo scelto. Che, armato di plaid di pile, si è tolto magliette, camicie, pantaloni nel freddo pungente del Carso di novembre, in fondo a una dolina, senza protestare. E che ha pure fatto slittare il pranzo a quando riprendere l’autobus e tornare a casa. Tutto non per un qualche suo progetto, ma per delle foto che io avevo ideato. E si è già anche parlato di fare qualcosa in primavera, e addirittura di farlo venire in Sardegna quest’estate.
Insomma, un cambiamento radicale da tutte le volte che sono stato io a dover correre dietro alle persone, pregare, ricordare, organizzare secondo i loro piani e tutto. Giuro, sono ancora stordito dal senso di novità.

Poi certo, Lyrio è un INTJ, come me, e capisce cosa significa investire energie in un’idea, nell’organizzazione, e vedersi mandare tutto all’aria, ma è andato oltre la semplice serietà e responsabilità. Nel poco tempo che ci conosciamo, ha capito quanto i miei progetti fotografici personali mi stiano a cuore e ci ha messo tutto l’impegno per venirmi incontro e non deludermi, qualcosa di cui persone che dovrebbero conoscermi molto meglio e sapere quanto queste delusioni mi abbattano non si sono preoccupate.
È bello, per una volta, trovare un alleato che non ti faccia sentire un peso con le cose che ami.

Thursday, 8 November 2018

Lucca senza Comics

Tolte le spese di viaggio, cibo e alloggio, a questo Lucca ho speso in totale 45 euro. Per cinque magliette, scontate perché gli standisti sono miei amici. E tutto ciò che ho visitato della fiera è stato il padiglione dei miei amici, entrando di straforo col loro pass espositori.
Ormai sono ufficialmente fuori dall’entusiasmo per il Lucca Comics.

D’altra parte, sono tornato a casa col portafogli bello carico, ho scattato un sacco di foto che mi soddisfano artisticamente, oltre che economicamente, e ho avuto comunque tempo di vedere un po’ di amici che vedo solo in fiera. Non tutti, purtroppo, masi fa quel che si può.

La più grande soddisfazione, però, è che, sul lato lavorativo, tutto ciò che era in mio potere organizzare è filato liscio come l’olio. Non ho potuto prevedere che il grande diluvio si spostasse da giovedì a mercoledì e, quindi, avrei fatto meglio a tenermi le commissioni per quel giorno, ma non controllo il tempo. Non ho previsto quanto Palazzo Pfanner sarebbe stato preso d’assalto venerdì e, quindi, c’è stato molto da aspettare per entrare, ma lì la disorganizzazione è stata dei gestori del palazzo, non mia: io ero pronto alle condizioni meteo, avevo previsto quanta luce avrei avuto dove e ho gestito la parte fotografica al meglio. E, ad ogni buon conto, ho sfruttato il liberarsi di alcuni slot per anticipare dei set in previsione di ulteriore brutto tempo (che poi non c’è stato), giusto per essere sicuro.
Oh, e poi c’è stata la vagonata di Unown che ho catturato su Pokémon Go e che ora potrò scambiare in giro con la gente facendomi pagare in sonanti Bulbasaur shiny: quello è un aspetto positivo da non trascurare.

Tutto questo, però, non so dove mi lasci. Ho superato la soglia in cui “la fiera si ripaga da sola” e ho portato a casa qualcosa. Ma basta per giustificare la fatica di cinque-sei giorni in trasferta? Perché alla fine, lavorando non solo non ho girato la fiera (cosa di cui mi è fregato relativamente), ma ho finito per non trascorrere chissà quanto tempo con i miei amici (e sì, lì è stata in buona misura colpa del maltempo). Vale davvero ancora la pena di andare a Lucca ogni anno, o è solo un’abitudine che non voglio lasciar andare?
Boh, ho un anno per pensarci.

Monday, 29 October 2018

Silver lining

Non riesco a decidermi: sono stanco che la vita mi metta i bastoni fra le ruote a ogni piccolo passo che tento di fare? O sono grato perché, se non altro, le cose brutte capitano in momenti in cui fanno pochi danni e, anzi, mi permettono di correre ai ripari?

Evelyn (la mia 5D) mi ha quasi tradito. Data la mole di commissioni a Lucca, sapevo che avrei avuto problemi di spazio di archiviazione per la fotocamera. Il piano originale era comprarmi una scheda più capiente con l’Amazon Prime di Giulia (una delle schede vecchie è morta improvvisamente l’anno scorso; i dati sono ancora tutti lì, ma non scrive né cancella alcuna foto), ma poi sono stato male tutta la settimana, non ci siamo visti, non le ho dato i soldi per l’acquisto e non mi sembrava il caso di farmeli anticipare (anche se lei, che è una persona buona, l’avrebbe fatto). Il piano B era di portarmi il Mac a Lucca in modo da scaricare ogni giorno le foto e avere di volta in volta nuovo spazio libero.
Ebbene, in questi giorni ho fatto alcune foto per un piccolo progetto fotografico che bolle in pentola e, prima di partire, ho pensato fosse il caso di scaricarle. Sorpresa: il computer non mi trova più la fotocamera.
Ho avuto il mio bell’attacco di panico, ho chiamato Katia perché è l’unica persona capace di tenermi integro in quei momenti, ho iniziato a escludere le possibili cause (non era il cavo, non era il Mac, vuol dire che era la fotocamera, ma i dati sono dentro, quindi era il collegamento) e, con qualche piccola procrastinazione, sono andato fino a Mediaworld, dall’altra parte della città, a comprare sia una nuova scheda capiente, sia un lettore. Cosa che avre dovuto fare da anni, come i veri fotografi, ma che ho sempre rimandato perché meh, sono soldi, per ora sto bene così.
Il risultato? Usare il lettore è ovviamente la cosa più bella e semplice del mondo, ho triplicato il mio spazio in memoria, tutto si è risolto e sono felice e contento. Il piano A è di nuovo in auge, sebbene più costoso che con Amazon, e mi porto comunque il B come back up.

Solo che, porca miseria, questo contrattempo doveva proprio capitarmi ora? Letteralmente il giorno prima di partire per il Lucca in cui sono più oberato di lavoro da che ho iniziato a scattare su commissione? Non ho già abbastanza stress per le mani? Avevo bisogno anche di questo? Niente gioie, solo sfortuna?
D’altro canto, oh, meglio che sia capitato il giorno prima, all’ultimo momento utile per correre ai ripari sapendo dove sono i negozi e cosa cercare, piuttosto che in viaggio, o lì nel bel mezzo della fiera, magari durante il ponte dei Santi o la domenica. Quello sì che sarebbe stato tragico, e allora la tempistica è stata davvero una fortuna.
E comunque, tolto il comprensibile momento di panico e quei pochi momenti in cui ho desiderato o contattare tutti e far saltare i lavori, o semplicemente morire, ho raccolto il sangue freddo e mi sono dimostrato per l’ennesima volta all’altezza della situazione.

Quindi niente, questa è la tipica cloud with a silver lining. Superata la crisi, quasi quasi sono pià propenso per la gratitudine e considerare le tempistiche fortunate.

Saturday, 27 October 2018

Pat-pat sulla spalla

Mancano tre giorni alla partenza per Lucca. Non ne sono entusiasta come lo ero quest’estate per Vinci, ma ne sono sicuramente orgoglioso. Mi sono scoperto davvero efficiente. Ho delle doti organizzative, riesco a metterle a frutto e sono a un passo da una partenza in cui tutto ciò che è umanamente sotto il mio controllo è al suo posto.
La casa è lì ed è sempre la stessa; non me ne sono occupato io, ma contribuirò lì a non far nascere un’altra Luana e meritarmi il posto per l’anno prossimo. I biglietti del treno li ho comprati già a giugno al prezzo più conveniente con un assist di Giulia; vero che poi sono impazzito per tutta l’estate, convinto di aver dimenticato il ritorno sul bancone quando erano semplicemente pinzati talmente bene che non si sfogliavano, ma fa parte del processo di preparazione. E poi ci sono gli appuntamenti.

A questo giro mi sono organizzato per tempo con il post da attention whore, ho finalizzato alcuni accordi presi oralmente a Vinci e ho subito iniziato a riempire la mia agenda, prendendo nota di chi, dove, che giorno e a che ora. Vero che non avrò nemmeno una pausa pranzo – cosa risolvibile comprando l’occorrente per dei panini – ma ho incastrato tutti gli shoot in modo da avere tempo sufficiente perché, in caso di ritardo di uno, non mi capiti un effetto domino che li faccia slittare tutti, e giostrato le location in modo da raggiungerle celermente, non dover rincorrere gli associati di GoT in giro per le mura e avere opzioni in caso di maltempo.
A questo proposito, ho controllato il meteo con assiduità quasi religiosa e, in vista del diluvio di giovedì, sto iniziando a sondare se le persone sarebbero disposte per mercoledì in modo da non ripetere il fiasco domenicale dell’anno scorso. Insomma, sto facendo l’umanamente possibile perfino contro la teoria del caos e il butterfly effect.
Finora ho avuto solo due defezioni, ma le ho rimpiazzate con altrettanti shoot che mi fruttano il doppio, quindi poco male.
E, soprattutto, quest’anno ho in programma solo due shoot gratis, in amicizia, entrambi con Giulia come grazie per avermi aiutato a ordinare il Funko Pop di Olenna al prezzo più conveniente. Davvero, il mondo è in debito di karma con me sulla fotografia; e voglio davvero bene ai miei amici, ma ho imparato con le cattive che l’amicizia non è una paga valida per i miei servizi professionali.

Quindi eccomi qui: la fiera praticamente la vedrò con i binocoli perché non avrò tempo, ma ho tutto il possibile sotto controllo e mi sto dimostrando professionale e all’altezza delle aspettative che i clienti rimpongono nelle mie capacità organizzative. Bravo me, mi merito un pat-pat sulla spalla.

Tuesday, 16 October 2018

Piccole vittorie – parte 2

Ci sono due fattori in gioco.

Il primo è la difficoltà a disimparare comportamenti o nozioni che si sono solidificati nella mente. Nella mia mente, ad esempio, lavarmi i capelli è ancora un’azione estremamente dispendiosa in termini di tempo ed energie nonostante siano tre anni che li porto corti. Otto anni di capelli lunghi mi hanno abituato che ci vogliono un sacco di shampoo e balsamo, che è un po’ disgustoso perché poi tutti i capelli caduti si impigliano alle dita, che continuano a gocciolare mentre sto tentando di asciugarmi, che col fon ci impiegherò almeno venti minuti – figurarsi poi lasciarli asciugare all’aria.
Per quanto ora, se proprio ho fretta, mi ci vogliano quindici minuti in totale fra lavaggio e asciugatura, e sia ormai talmente pratico nel metterli in piega che il rischio bad hair day è alquanto remoto, il mio primo istinto è sentirmi estenuato al solo pensiero di lavarli.
Ecco: farmi la barba è la stessa cosa. Nella mia testa è ancora un processo lungo, faticoso, doloroso, che richiede un sacco di passate nello stesso punto, smorfie improbabili per tendere la pelle sulle guance, sul mento non parliamone nemmeno. È a questo che mi ha abituato, specie negli ultimi anni, il progressivo deteriorarsi delle lame del mio rasoio elettrico – per questo ho detto “doloroso”, visto che due volte su tre finivano per impigliarsi nei peli e tirarli, invece che tagliarli. Il mese scorso è arrivato al punto in cui, semplicemente, hanno smesso di tagliare del tutto, così ne ho comprato uno nuovo. Adesso la rasatura è perfettamente indolore, ci impiego una sola passata, meno di dieci minuti in totale e pochissima fatica. Eppure, dopo tre o quattro settimane, ancora non mi ci sono abituato, e la rasatura è una cosa estenuante che approccio di malavoglia.

Il secondo fattore è che sono bravissimo a punirmi. Prima il dovere e poi il piacere, così finisco nel circolo vizioso per cui, se non ho rimesso a posto camera, “non mi merito” di prendermi cura di me stesso. (Non oltre la cura strettamente necessaria tipo lavarmi i denti e il viso, o l’igiene intima, per lo meno). Camera mia è fatta ancora solo per metà, quindi ho continuato a non ritenermi meritevole di sistemarmi la barba nonostante il viso che vedevo nello specchio iniziasse a ripugnarmi sempre di più.

Beh, per qualche strano motivo oggi sono riuscito a rompere il circolo vizioso e mi sono fatto la barba. Vero, i miei progetti di rimettere in sesto gli armadi per ridurre il caos in camera e di affrontare il secondo giro di bucato non sono andati in porto, ma almeno ciò che vedo allo specchio mi piace di nuovo.
Magari è la volta buona che inizio a capire che, per avere le forze (soprattutto mentali) di occuparmi del mondo intorno a me, è il caso che mi occupi prima di me stesso. Così, per dire.

Monday, 15 October 2018

Piccole vittorie

Oggi sono davvero orgoglioso di me stesso.

Di regola, il giorno dopo aver finito il sugo settimanale dovrei andare a fare la spesa, comprare tutti gli ingredienti per rifarlo assieme alla carne e il resto del cibo per gli altri pasti, e la sera cucinarlo.
Sto diventando sempre più bravo e meno ansioso a fare la spesa, ma è ancora qualcosa che vado a fare controvoglia. Cucinare il sugo, poi, mi prende più di un’ora: riesco a maneggiare gli ingredienti a mani nude senza problemi e tutto, ma è faticoso starci dietro e ho sempre un po’ paura di finire a bruciarlo.
Il risultato è che, di solito, fra la fine del sugo e la spesa successiva lascio sempre passare uno o due giorni di junk food d’asporto perché ricominciare il ciclo mi paralizza sempre un po’. Anche ora, tornato a Trieste, ho rimandato spesa e sugo a martedì, passando due giorni a kebab per pranzo e pizza per cena.

Ebbene, a questo giro il sugo l’ho finito ieri. Con un po’ di assist da parte di Katia, sono andato a fare la spesa oggi stesso. L’ho riportata a casa e sistemata, mi sono ritagliato un’oretta e mezza per andare a prendere un gelato e fare una passeggiata, poi sono tornato e senza indugi (ok, con dieci minuti di indugi, ma non è questo il punto) mi sono attaccato ai fornelli.
Non solo, mentre cucinavo ho anche organizzato uno shoot a cui tengo molto per il mese prossimo – ok, è il modello che mi ha contattato e proposto di venire lui da me, ché se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla Dolina dei Druidi, ma ho accettato su due piedi di ospitare qualcuno senza nemmeno pormi i dubbi che ho avuto lo scorso maggio, ed ero pronto a farlo venire anche questo week end stesso.
E in più, ho cenato in compagnia dei coinquilini nuovi, che sono già amici e quindi parlavano per lo più fra di loro, senza farmi divorare dall’awkwardness di una situazione che percepivo a metà fra la cena di casa Baratheon in Game of Thrones, con Melisandre che vuole solo sparire, e quella fra Danny, Colleen, Davos e Joy in Iron Fist. Non sono stato il massimo della socialità, ma nemmeno loro, eppure ho retto bene la prova.

Non contento, ho anche rimesso in ordine metà della camera – cosa che, dopo due mesi d’assenza, è sempre tragica; specie perché, al di là delle settimane di allergeni accumulati, all’andata esplodono gli armadi per fare i bagagli, e al ritorno sono i bagagli stessi. E se è stata una vittoria solo temporanea, è per mia scelta, perché ho affrontato niente meno che il bucato – e non il bucato qualsiasi, bensì quello delle lenzuola, il mio incubo perché devo tentare di farle asciugare tutte su un solo stendino. Vero, nella metà ordinata della stanza ora c’è un complesso sistema di drappeggi tra stendino, sedia e poltrona, ma è solo temporaneo.

Sono super determinato e domani cercherò di non perdere il ritmo: vedrò cosa si è asciugato del bucato e lo ritirerò, cercherò di rimettere a posto in armadio almeno i vestiti usciti dal pacco, e anche di destinare quelli in giro alla lavatrice o a essere ancora indossati. Già solo quello dovrebbe sistemare una porzione non indifferente della stanza, lasciandomi intravedere una fine e motivandomi ad arrivare fino in fondo. Per il resto, la nuova coinquilina ha portato l’aspirapolvere, quindi fare le pulizie in camera non sarà più una sofferenza lunga (e inutile, visto che la scopa sposta la polvere ma non la elimina).

Fra l’altro, non sto nemmeno a mettermi problemi perché i miei coetanei lì fuori hanno una carriera, o sono già sposati, magari hanno pure figli, mentre io sono qui a congratularmi con me stesso perché riesco a svolgere attività quotidiane. Oggi ho fatto tutte insieme un mucchio di cose che già da sole mi demoralizzano e mi sembrano faticosissime, e ho ogni diritto di sentirmene orgoglioso. Perché la vita di un nevrotico è una costante sfida, anche le cose più piccole richiedono uno sforzo. E finalmente sento che ce la sto facendo. Posso andare a dormire gustandomi questa vittoria.

Saturday, 13 October 2018

Solitaire

Mi è sempre piaciuto essere speciale, essere quello che rimane impresso perché si distingue in positivo in mezzo alla massa. Essere lo studente che segue la lezione in mezzo a quelli chiassosi. Essere il cliente che tratta gentilmente la cassiera del supermercato, il cameriere, o l’impiegato delle poste. Essere quello che sa tutto su un argomento che appassiona l’interlocutore.
Non posso farci nulla, è più forte di me: ho paura di sfumare via, finire in una massa di cui non si ha stima. Uno dei tanti, l’ennesimo imbecille con cui si è costretti ad avere a che fare, prontamente dimenticato. Quando, dopo anni, mi riferiscono che persone di cui avevo addirittura dimenticato l’esistenza si ricordano di me perché sono stato brillante, ho detto la cosa giusta al momento giusto, ho espresso un’opinione che non ci si aspetterebbe da un ragazzino, sono sempre stato bravo, io gongolo, il mio ego si gonfia.

Perché alla fine è di quello che si tratta: pura e semplice vanità. Tengo più alla percezione che gli altri hanno di me che a vivere appieno la mia vita.
È proprio perché non voglio compromettere la bella immagine che hai di me, quella dell’unico ragazzo che riesce ad esserti amico senza volertisi infilare nelle mutande, che non ti ho mai detto che negli ultimi quattro anni sono stato innamorato di te.

Thursday, 4 October 2018

Quiet spite

Quest’anno sono partito per la Sardegna pieno di belle speranze, convinto di avere di fronte due mesi di grandi soddisfazioni fotografiche, coronamenti di progetti che hanno letteralmente aspettato anni, battesimi in grande stile di idee nuove, interessanti sviluppi umani, tempo per esercitarmi a disegnare o al pianoforte, andare al mare, voglia di allenarmi per trasformare le calorie extra della cucina materna in muscoletti, cose così.
A due giorni dalla partenza, naturalmente non ho fatto nulla di tutto ciò. Mi sono conquistato qualche soddisfazione in Pokémon Go, ma questo è quanto. Non ho disegnato, non mi sono allenato (in compenso ho messo su peso), non ho imparato la sigla di Westworld al pianoforte (non l’ho proprio toccato), non ho socializzato. È già tanto se ho raccattato quel po’ di diligenza per lavorare alle commissioni di Vinci.
E ovviamente ho scattato quattro foto in tutto. Quattro foto estremamente importanti per me, ma una pianificata questa primavera, e tre nate da un’ispirazione del momento quell’unica volta che ho deciso di sentire davvero le mie emozioni. Quattro foto che amo profondamente, ma che sono una consolazione un po’ magra per ciò che avrei potuto fare.
Oh, e fra l’altro, quattro autoritratti.

La verità è che stavolta me lo sono chiesto per davvero: ne vale la pena? Vale davvero la pena di investire energie, tempo di progettazione, aspettative e speranze in progetti che coinvolgono terze o quarte persone, che rischiano di protrarsi per anni e anni tra un rifiuto e un rimando, e che inevitabilmente mi logoreranno fino a ridurmi a un fascio di nervi che deve rifare dieci volte le carte per decidere se è il momento giusto di radunare la gente e fare le cose? Per cosa poi? Solo perché ci tengo io?
Ecco, se non ho alzato un dito per organizzare nulla in questi due mesi è perché ero impegnato a rispondere a queste domande – perché se un incidente di percorso deve sabotarmi i piani e distruggermi l’entusiasmo, lo farà sin dall’inizio, non dopo che ho avuto tempo di fare qualcosa.
Ma tant’è.

In tutto questo, ho già deciso il corso d’azione immediato: devo solo trovare la forza di alzarmi e concretizzarlo. Se è vero che un rancore è per sempre che DeBeers spostati con i tuoi diamanti, tanto vale provare a metterlo a frutto: anche la pura e semplice ripicca può essere una motivazione.
Tanto la volta che ho tentato di fare l’adulto e affrontare le questioni si è visto come è andata a finire.

Sunday, 30 September 2018

Classifica musicale generale – 2018

Nelle puntate precedenti:
2016;
2017.

Classifiche dalla 51 alla 100:
2018.

Classifiche annuali:
2017.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 30? (Dead Can Dance)
• Mi sono incuriosito perché sono una band leggendaria della scena alternative; ho avuto modo di scoprire che lo sono con ottime ragioni.
2. Prima canzone ascoltata della numero 22? (Emilie Autumn)
• Sono piuttosto sicuro che Veronica mi avesse fatto ascoltare I Know Where You Sleep e/o Marry Me; come al solito, ho snobbato il suo consiglio.
3. Testo preferito della numero 33? (Goldfrapp)
Stranger parla di me, praticamente.
4. Album preferito della numero 49? (The Crest)
Letters From Fire mi piace un po’ più di Vain City Chronicles.
5. Canzone preferita della numero 13? (Kari Rueslåtten)
Hør Min Sang dal suo catalogo storico, Wintersong da quello recente.
6. Album peggiore della numero 50? (Lucia)
• Oddio, “peggiore” è un parolone. Dei due preferisco Samsara, ma anche Silence è ottimo.
7. C’è una canzone della posizione numero 39 che senti molto tua? (Alcest)
• Non particolarmente: il mondo di fantasia creato da Neige dopo un po’ risulta alienante.
8. Bei ricordi legati alla numero 15? (Sia)
• Due estati fa io e Beatrice beccavamo sempre Cheap Thrills quando uscivamo. Ricordo anche che ascoltavo Colour The Small One una volta a Firenze Santa Maria Novella prima di incontrare Francisco.
9. Quanti album possiedi della numero 5? (Evanescence)
• Quattro (Origin, Fallen, The Open Door e Synthesis) più il live Anywhere But Home e tutti i singoli fisici fino a Sweet Sacrifice. L’epoca del self-titled l’ho saltata a pie’ pari.
10. C’è una canzone della numero 45 che ti rende felice? (Abney Park)
The Wrong Side mi mette buonumore.
11. Canzone preferita della numero 40? (White Sea)
• La magnfica Ellipses.
12. Canzone della numero 10 che ti piace di meno? (Marina & The Diamonds)
Bad Kidz è proprio bruttina.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 6? (Emilie Simon)
• La volta che ho costretto Stefano a sedersi su una pila di assi bruciate per fare la foto di En Cendres e, soprattutto, la gita a Bordeaux per il concerto.
14. Canzone della numero 38 che associ a un momento o persona? (Amy Lee)
Sally’s Song è rimasta tristemente associata alla mia prima rottura seria.
15. Quale canzone della numero 19 ti emoziona di più? (Theodore Bastard)
Будем Жить,  anche in versione Земная Доля, mi entra sempre sotto la pelle.
16. Quante volte hai visto la numero 35 live? (Leandra)
• Nessuna, ma mi piacerebbe un sacco.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 23? (Anneke Van Giersbergen)
Day After Yesterday, che è anche capitata in un momento particolarmente adatto.
18. Album preferito della numero 11? (Autumn)
• Per ora sempre Altitude, seguito a breve distanza da Cold Comfort; vediamo come se la caverà il nuovo.
19. Prima canzone ascoltata della numero 14? (Susanne Sundfør)
• Come dimenticarla? The Silicone Veil.
20. Canzone preferita della numero 27? (Clare Maguire)
Stranger Things Have Happened è fantastica.
21. Album preferito della numero 16? (Anathema)
• L’insuperabile Weather Systems.
22. Prima canzone ascoltata della numero 47? (Meg Myers)
Heart Heart Head, grazie a Luisa.
23. C’è una canzone della 18 che trovi catartica? (Stream Of Passion)
• L’incredibile cover di Street Spirit.
24. Come hai scoperto la numero 21? (Alizée)
25. Canzone della numero 26 che ti rende felice? (Epica)
Dreamscapes.
26. Canzone preferita della numero 3? (Hurts)
• È quasi una di quelle scelte difficilissime, ma Illuminated sta un gradino sopra la spietata concorrenza.
27. Album preferito della numero 2? (Within Temptation)
• Dico sempre The Unforgiving: è un grandissimo album con una struttura impeccabile, ottime melodie e arrangiamenti che hanno rinfrescato e revitalizzato i Within Temptation.
28. Prima canzone ascoltata della numero 32? (iamamiwhoami)
• Una delle composizioni per i video virali della sua campagna promozionale.
29. Testo preferito della numero 8? (Florence + The Machine)
Pure Feeling batte una concorrenza spietata.
30. Quante volte hai visto la numero 17 live? (Draconian)
• Nessuna, e non ci tengo più a recuperare, dati i soggetti.
31. Come hai scoperto la numero 44? (Phildel)
• Grazie a Luisa, che a sua volta l’ha scoperta grazie a Sleepthief.
32. Album della 12 che ritieni sottovalutato? (Panic! At The Disco)
• Ho la netta impressione che un po’ tutta la discografia post-split viva nell’ombra del debutto.
33. Canzone peggiore della numero 29? (Gwen Stefani)
• Non una ma due: When I Was A Little Girl e Never Kissed Anyone With Blue Eyes Before You dall’album natalizio. Gli sbadigli.
34. Prima canzone ascoltata della numero 34? (Delerium)
Silence, come ho già raccontato visto che, per qualche motivo, capita loro sempre ‘sta domanda.
35. Album preferito della numero 28? (Röyksopp)
• Nel complesso forse Junior, anche se non ha le punte di eccellenza di The Understanding e The Inevitable End.
36. Quante volte hai visto la numero 42 live? (Woodkid)
• Purtroppo nessuna.
37. C’è qualche canzone della 36 che consideri un guilty pleasure? (Brooke Fraser)
Love, Where Is Your Fire e anche Flags mi piaciucchiano in mezzo al cheese cristiano.
38. Come hai scoperto la numero 48? (Gåte)
• Un canale di divulgazione atea ha usato Bruremarsj Frå Jämtland come sottofondo a un video.
39. Album preferito della numero 7? (Delain)
Lucidity ha un posto speciale nel mio quoreh.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (The 3rd And The Mortal)
Magma (e buona parte di Painting On Glass) mi ricorda il volo di ritorno dalla Germania nel 2009.
41. Canzone della 41 che non ti piaceva ma adesso ami? (Placebo)
• All’inizio non sopportavo The Bitter End. Oh boy…
42. Testo preferito della posizione numero 24? (Lady Gaga)
Telephone, hands down.
43. Canzone più emozionante della numero 46? (Karen Elson)
• Su Double Roses c’è l’imbarazzo della scelta, ma direi Wonder Blind e Wolf.
44. Canzone della numero 25 che ti rende felice? (Róisín Murphy)
Sunshine è sempre un bel sogno che faccio, nonostante i recenti sviluppi.
45. Canzone preferita della numero 9? (Eivør)
• Non è facile sceglierne solo una, ma direi True Love.
46. Primo album ascoltato della numero 37? (Sirenia)
At Sixes And Sevens: sono andato in ordine.
47. Membro preferito della numero 4? (The Gathering)
• Scatenerò una guerra, ma Silje Wergeland.
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 43? (Beyoncé)
• Beh, un po’ difficile sfuggire a Crazy In Love.
49. Album che possiedi della numero 20? (Tristania)
• Tutti e cinque, più i singoli di Angina, Midwintertears e Sanguine Sky. Poi, tristemente, nel 2007 hanno smesso di pubblicarne…
50. Il miglior ricordo associato alla numero 1? (Theatre of Tragedy)
• Potrei riempire il blog parlandone (in realtà l’ho fatto), ma forse l’ultima sera a casa di Nell, passata a sfogliare il suo scrapbook dei Theatre of Tragedy, ripercorrere i suoi anni nella band e parlare un po’ dei cavoli nostri. Oh, e la colazione con la marmellata di ribes rossi che aveva confezionato lei in casa. Gesù, quella marmellata!

Monday, 24 September 2018

Date tregua a Biancaneve

Ieri sera, mentre editavo le foto di una bellissima cosplayer di Biancaneve versione Hannah Alexander, mi sono reso conto di una cosa: sono stufo marcio del revisionismo delle fiabe (e, per estensione, dei film Disney e relativo merchandising). Anzi, ciò di cui sono stufo è il pensiero stesso che c’è alla base. Tutt’altro che difficile rendersene conto quando hai a che fare con Biancaneve, l’archetipo della ragazzina ingenua, la primissima Principessa Disney, arrivata a noi dritta dal 1937 e così fuori posto nel 2018.

Sia chiaro: per me c’è posto per tutto. C’è posto per le truculente versioni originali, per quelle edulcorate riproposte dalla Disney classica, per quelle che veicolano messaggi della Disney Renaissance, per le varie versioni rese più complesse à la Mirror Mirror, per quelle decostruite e ricostruite à la Once Upon A Time… le fiabe sono archetipi e hanno profonde radici nella nostra cultura: in quanto tali, si prestano a interpretazioni sempre nuove e a piegarsi secondo i tempi attuali.
Il problema è che i tempi attuali sembrano interessati a trasmettere un unico messaggio nelle loro fiabe: siamo tutti smartass.
A ben vedere, quasi tutte le iterazioni contemporanee, perfino quelle della Disney, sono basate sulla decostruzione: c’è un grande affanno a sbeffeggiare ogni singolo cliché perché siamo troppo avanti per non guardarli con condiscendenza; carichiamo la trama di dettagli per renderla logica e scorrevole perché siamo troppo intelligenti per sospendere volontariamente l’incredulità come facevamo da bambini; e poi ci sono loro, i protagonisti. Peggio ancora, le protagoniste.
Una volta ho letto che è possibile scrivere un personaggio maschile che sia solo tale, ma non uno femminile che non sia anche un role model. Ed è qui che torniamo a Biancaneve, ma anche Cenerentola e Rosa Spina (avviso: da qui in poi tratterò fiabe e film Disney come sinonimi; è una cosa che odio ma, ai fini del dibattito pubblico, i due concetti sono ormai intercambiabili).

Sembra che l’unica cosa che ci piace più di sputare su animali parlanti e Ammoreh a Prima Vista™ sia ridicolizzare le principesse classiche e rimpirci la bocca di quanto siano modelli negativi. Perché fanno cose troppo femminili come le faccende di casa e prendersi cura degli animali. Perché sono personaggi passivi e aspettano che qualcuno le tiri fuori dalle situazioni invece che agire. Perché la soluzione a tutti i loro problemi è l’arrivo di un uomo che le sposi e le sistemi. I tempi sono cambiati, ci piace dire, non sono questi i modelli che vogliamo per le nostre figlie. Vogliamo Cenerentola che prende a schiaffi le sorellastre, Biancaneve che si mette l’armatura e guida un esercito contro la matrigna, Aurora salvata dall’amore materno della fata (non tanto) cattiva, e al diavolo tutti i prìncipi! E il risultato è un sacco di snark gratuito, personaggi che sono tutti uguali nel loro voler essere anticonvenzionali, storie strangolate dal tentativo di sovvertirle pur mantenendole coerenti con se stesse e messaggi aggiuntivi che si contraddicono tra loro.
Ma la domanda è: perché facciamo tutto questo? Per dare modelli migliori alle nostre bambine?
No: ci piace lagnarci che le principesse classiche sono il male del mondo e decostruire le storie di quelle moderne per ghignare compiaciuti di quanto siamo superiori a quei poveri sempliciotti del 1937.
Da qui, una proposta: se davvero ci preoccupiamo di che messaggio riceveranno i nostri figli, perché non proviamo, ad esempio, a fare i genitori? A occuparci di loro e parlarci?
Pretendere role model migliori così da mollare i bambini per un’ora davanti allo schermo mi sembra molto facile. Meno facile, invece, è stare con loro e fornire un contesto a ciò che stanno guardano.

Non c’è niente di male in Biancaneve: è un personaggio creato nel 1937 per il pubblico del 1937 basato su una storia ancora più vecchia. All’epoca le cose andavano così. Sogna solo di trovare il vero amore perché non stava bene che le donne lavorassero: oggi invece, se vogliono, possono fare carriera e arricchire la loro vita anche di quello. È ingenua e si fida della Regina Cattiva non perché è stupida, ma perché è stata cresciuta isolata dal mondo e non sa che è pericoloso: oggi invece le bambine vanno a scuola e imparano a non fare questi errori. Cenerentola è paziente e non si ribella alla matrigna e alle sorellastre perché altrimenti non avrebbe avuto dove andare: oggi per fortuna le ragazze, quando crescono, hanno molte più possibilità.
E anche a livello meta, possiamo spiegare che le principesse di oggi sono diverse perché ci sono tante possibilità su cosa si può essere. Si può essere una persona romantica. Si può sognare di avere una propria attività. Si può voler leggere e studiare. Si può anche voler restare a casa a badare alla famiglia (tutto questo sia per le bambine che per i bambini, eh!). E fintanto che è una scelta, non c’è nulla di male né a essere Belle, né a essere Tiana, né a essere Merida, e nemmeno a essere Biancaneve. (Su Ariel ho dei dubbi, ma non è questo il punto).

Anche film che sembrano moralmente superati possono offrire ottimi spunti di crescita; l’unica cosa è che serve che i genitori siano lì a svolgere il loro compito, invece che aspettarsi che faccia tutto la televisione. Perché più ci si accanisce a dire che Biancaneve non va bene e dev’essere cambiata, più si dimostra di essere genitori incapaci, che fanno finta di dimenticare un punto fondamentale: l’educazione è un compito della famiglia, non della Disney.
Per cui, date tregua a Biancaneve, una buona volta: va bene così com’è, sta a voi imparare a contestualizzare le cose.