Saturday, 9 April 2016

Stream of consciousness delle 5:05

Sono sempre stato un overachiever e un control freak.
È vero, crescendo ho avuto pressioni esterne più o meno volontarie ed esplicite a ottenere sempre il massimo, ma io per primo sono quello che pretende anche più del necessario, un po’ come se dovessi sempre dimostrare di avere il diritto di stare al mondo mantenendo un buon livello di produttività. Se riesco a fare qualcosa della mia vita, vuol dire che valgo qualcosa, no? E se valgo qualcosa, a gente non potrà essere così infastidita dall’avermi intorno.
Il fatto è questo: crescendo sotto il fuoco incrociato di un divorzio, ogni mio piccolo passo falso poteva scatenare l’avvocatessa del Procreatore, sempre a caccia di un pretesto per affermare che la Mater non mi seguiva abbastanza e non era degna dell’affido. Più o meno inconsciamente ho sempre sentito di dover proteggere la Mater, che già si faceva il mazzo per me, da questo genere di attacchi; per cui, a partire dai sei anni mi sono sempre imposto di essere uno Übermensch infallibile, perfetto in ogni circostanza, controllato nel parlare e, se proprio dovevo aprir bocca, o il più specifico possibile perché le mie parole non potessero essere rigirate, o il più vago possibile per poter ritrattare all’occorrenza. Alla fine, ho talmente interiorizzato questo comportamento che, per fare un esempio stupido, ogni tanto balbetto mentre cerco il sinonimo semanticamente più appropriato, o rispondo che la Mater è “fuori” quando telefonano e non la trovano, mentre di solito lei si spertica in un “è andato là, là e là e torna alla tal’ora”.
D’altra parte c’è stata la Mater che, in buona fede, ha sempre cercato di darmi il meglio, ma alle sue condizioni. Ho sempre goduto di piena fiducia e massima libertà, ma in cambio ho dovuto presentare una resa scolastica se non impeccabile, quasi. E mi sono stati sempre forniti i mezzi per accultirarmi, dalle lezioni di pianoforte a quelle di canto, passando per il karate, il nuoto e quant’altro… ma con “e io pago” in sottofondo.
Ora, facendo pianoforte, karate, nuoto per hobby, il mio approccio è sempre stato di trattarli come un piacere; se un dato giorno non avevo voglia di andarci, partiva subito la lamentela che “ma il mese è pagato”, “allora tanto valeva che non ti iscrivessi quest’anno”, e simili. Cristo santo, se un giovedì, uno, ho voglia di starmene svaccato sul divano a guardare i cartoni animati invece che andare a pianoforte, non significa che voglio mollare o non andare più a lezione per il resto dell’anno sprecando tutti i soldi dell’iscrizione. Sul serio, dovevo essere più creativo e scrupoloso quando volevo marinare palestra, nuoto o pianoforte che non scuola. Ma cose tipo riempire la vasca da bagno con dentro costume e cuffia, asciugarli con l’accappatoio perché fosse umido e fare finta così di essere andato a nuoto. Sono grato per ciò che la Mater mi ha offerto crescendo, ma accidenti, fare qualcosa perché devi, perché ormai hai pagato, piuttosto che perché ne hai voglia, inizia a non essere più un hobby: questo la Mater non l’ha mai considerato, e ha così contribuito al mio problema di overachievement.
E poi c’è la scuola: lascio che i sociologi dibattano su quanto il sistema scolastico occidentale uccida la voglia di apprendere sull’altare della produttività e del curriculum (cosa che trovo verissima), ma oggettivamente sono stato definito per anni in base alla mia rendita. Il secchione, lo sfigato, l’emarginato che faceva comodo tenere intorno il giorno del compito in classe. E io, cretino, che mi prestavo al gioco e mi lasciavo usare per poter godere di quell’ora e mezza di accettazione sociale. Beh, se non altro il liceo mi ha insegnato a mantenere un basso profitto: ho ancora il vizio di interrompere a metà frase gli altri quando conosco l’argomento di cui parlano, per dimostrare che non sto ripetendo appresso a loro ma sono fottutamente colto di mio, ma per la maggior parte del tempo cerco di passare per una stupida oca bionda in modo da essere sottovalutato. Sul serio, essere sottovalutato è una pacchia e dà un enorme margine di manovra: gli altri si aspettano meno da me e restano sorpresi quando supero le loro aspettative, e tengono la guardia abbassata diventando prede più facili alla manipolazione.
Insomma, il fatto è che ormai ho talmente interiorizzato questi comportamenti e modi di pensare che inconsciamente non riesco a convincermi che valgo più di quello che faccio. Per dire, il terapista mi ha chiesto perché cerco ancora di fare buona impressione sui parenti ora che sono maggiorenne e non possono più farmi nulla. Beh, in realtà ho assunto io stesso il ruolo di giudice dei miei sforzi e la pressione non arriva più dall’esterno, quanto dall’interno.
Certo, frequentare una facoltà “di prestigio” non aiuta: provo un misto di pietà, antipatia e disgusto per tutti quei poveri sfigati lì dentro che credono di avere già un piede nel Parlamento Europeo perché la facoltà ha un nome leggendario, che sono convinti che finire la traduzione per la settimana dopo un giorno prima dei colleghi dia loro una marcia in più per trovare lavoro fra tre anni, che sono diventati le vestali del Tempio della Sapienza e non fanno altro che vantarsi (fingendo di lamentarsene) di star sacrificando la loro vita sull’altare di Scuola Interpreti. E mi guardano con tanto d’occhi quando ammetto candidamente che dopo un certo punto me ne sbatto e quel dato week end sono andato a Milano a far foto. E da una parte so benissimo che sono dei poveracci che cercano approvazione fingendosi martiri, che tutto sta nell’organizzare il tempo e stare chino sui libri 24/7 è in ogni caso inutile, ma l’overachiever che è in me scalpita perché non sto facendo abbastanza e il control freak dà di matto perché non riesco a essere un Übermensch al loro confronto.
È che non ho mai imparato che non devo perdonarmi o giustificarmi perché voglio prendermi tempo per me stesso e passare una giornata a letto col computer sulle gambe a non fare un benemerito cazzo: devo semplicemente prendermi il mio fottuto tempo, punto. È un mio diritto in quanto persona vivente, in quanto being: il fatto che esisto significa che ho del tempo a mia disposizione, punto. Nessuno mi può giudicare per questo, men che meno io stesso.

Bon, in realtà iniziando questo post non sapevo nemmeno io dove volevo andare a parare di preciso: è diventato uno stream rant of consciousness su argomenti vagamente collegati che mi è sfuggito di mano e che non voglio nemmeno rileggere e rendere vagamente coerente. Prendiamolo come un post di puro sfogo, e un esercizio per zittire il control freak che pretende che ogni cosa che scrivo su internet sia un testo argomentativo fatto e finito con una premessa, uno svisceramento capillare delle argomentazioni e una conclusione. Tanto è me che devo convincere di cose che già so. O per lo meno buttarle fuori dalla testa per alleggerirla e riuscire a chiudere occhio.

Friday, 8 April 2016

It’s hard to be me all the time

Ultimamente sono in pieno revival primi Anni Duemila: mentre postproduco il milione di foto che mi hanno commissionato nelle ultime settimane preferisco avere un sottofondo discreto e poco impegnativo che mi tenga compagnia senza distrarmi. Così, ecco che ho ripescato tutta la musica-nostalgia-dei-miei-dodici-e-tredici-anni: Paola & Chiara, Shakira, Anastacia, Alizée e Avril Lavigne. Festival, Laundry Service, Anastacia, Mes Courents Electriques…, Let Go e Under My Skin sono tutti album che posseggo in formato CD, ho importato su iTunes e ogni tanto ascolto.
E no, non me ne vergogno affatto. Per quanto di solito preferisca musica con più spessore, non li considero nemmeno dei guilty pleasure: è semplicemente musica che mi piace e che rappresenta un periodo ben preciso della mia vita.
Ma siccome non si può postprodurre tutto il giorno, a una certa mi sono semplicemente sdraiato a letto, le gambe sollevate contro il muro e il computer accanto a me con Let Go in riproduzione. E ho pensato che, dovessi trovarmi un ragazzo, vorrei che ascoltasse Avril Lavigne.
Beh, vorrei che ascoltasse anche Avril Lavigne; o che l’avesse ascoltata da ragazzino e ogni tanto ci tornasse con nostalgia come faccio io.

Il fatto è questo: per citare Pescy in un’intervista di qualche anno fa, “è difficile essere me tutto il tempo”. Sì, ho degli standard culturali e ci tengo a essere circondato da persone intellettualmente stimolanti; ma quando si prendono troppo sul serio, la cosa diventa tremendamente stressante. Essere all’altezza di qualcuno perennemente impegnato a dimostrare al mondo la sua erudizione alla lunga stanca: dovessi avere un ragazzo accanto, vorrei che potessimo prenderci delle pause e avere poche pretese, ogni tanto, senza preoccuparci di quel che penserebbe la gente.
Anche perché bisogna darle credito, ad Avril: per quanto musicalmente Let Go sia “basic” per fargli un complimento, c’è un’enorme genuinità dietro. Musicalmente e, soprattutto, testualmente, è un album adolescenziale fino al midollo: piccoli drammi quotidiani, ribellione, battibecchi fra sottoculture convinte che il modo di vestire sia fondamentale per definire una persona e duri per sempre… dai, ci siamo passati tutti per quella fase. Se riusciamo a goderci senza problemi cartoni animati, film, videogiochi della nostra infanzia, perché non possiamo anche sorridere e pensare che siamo stati adolescenti negli Anni Duemila assieme ad Avril Lavigne?


Non dico che il periodo delle medie sia stato il peggiore della mia vita, ma poco ci manca. Mi sono ritrovato catapultato da essere uno dei bambini popolari alle elementari a essere il secchione bullizzato, ed è da lì che è nata la mia social awkwardness. Poi però arrivò la musica e, durante la ricreazione, avevo i miei dieci minuti di gloria in cui me ne stavo appollaiato su uno dei banchi ad ascoltarla con le ragazze, a commentare il look di questa o quella cantante, a tentare di decifrare i testi con il nostro inglese maccheronico, a cantare tutti insieme e lanciarci occhiatine maliziose quando coglievamo qualche doppio senso che non c’era ma, foneticamente, ci sembrava. “You fall and you crawl and you break and you take what you get and you turn it into…” e giù a muovere testa e mani a ritmo mentre ci squarciavamo la gola. Riascoltare Avril Lavigne fa ricordare momenti molto piacevoli che avevo dimenticato nella massa indistinta di quello che è stato un periodo difficile, ed è qualcosa che apprezzo molto.
Per cui sì: se mai dovessi trovare un ragazzo, mi piacerebbe che fosse uno che sa prendersi alla leggera il tanto da starcene sdraiati sul letto in versi opposti, i piedi poggiati sul muro, ad ascoltare Avril Lavigne sul mio computer e ridere mentre ci raccontiamo com’eravamo da adolescenti, dei piccoli momenti piacevoli che abbiamo trascorso allora grazie alle nostre passioni, e di come sotto sotto non siamo cresciuti tanto da dover essere seri e colti tutto il tempo.

Sunday, 3 April 2016

Warning’s fair, I don’t care very much

Ribadiamolo, ché non fa mai male: astrologia sì ma anche no. Adoro la simbologia che c’è dietro, mi piace giocarci, ma la prendo più come una pausa ricreativa in un percorso di autoanalisi più serio che non come la vera risposta a tutte le mie magagne.

Secondo il mio amico Stefano, ho una carenza di ossitocina che mi fa salire il bitch, please quando la gente inizia a fare la svenevole. Secondo il mio ingarbugliato tema natale, invece, non ho proprio un cuore. I Gemelli sono bipolari, cerebrali, facilmente distraibili e difficilmente impegnabili già di default, ma nel mio caso specifico ci sono tante di quelle posizioni e aspetti che suggeriscono che sono una persona sentimentalmente carente che, in pratica, secondo gli astri sono geneticamente programmato a essere l’Anticristo del romanticismo. Basti vedere come sono messe Venere e Lilith, che descrivono rispettivamente il lato sentimentale e quello sessuale delle persone.

Venere in Gemelli
Con Venere in Gemelli, il sentimento è curioso e in un certo senso intellettualizzato; si hanno modi di fare simpatici, gentili e accattivanti ma a volte si è volubili e si affrontano i sentimenti e le relazioni con disinvoltura. Alle origini di una storia d’amore deve esserci comunque una base intellettuale.

Lilith in Bilancia
Lilith in Bilancia caratterizza una persona molto attenta all’eleganza e al lato estetico della persona che gli sta a cuore. Non sempre però riuscite a conquistare e a legare a voi chi più ha colpito il vostro cuore a prima vista.
Siete inoltre molto passionali all’inizio, ma perdete questa intensità dei sentimenti abbastanza velocemente.

E già qui, fra Cerebral, Heartless Bitch Venus e Vain, Easily Bored Lilith, sono il poster child della superficialità sentimentale: sono cortese, mi piace dare corda, ma la cosa finisce lì. E il divertimento è solo all’inizio:

Venere in VI casa
L’amore viene associato con il lavoro, dove si svolgono attività piacevoli. Si seguono spontaneamente norme di vita equilibrate, fra affetti, lavoro e quotidiano, salute inclusa.
L’affetto si riversa anche verso il mondo della natura, con particolare attenzione verso gli animali domestici e le piante.

327 Congiunto Venere - Giove
Siete eccezionalmente generosi e amorevoli, ma richiedete in cambio molto affetto e molti stimoli a livello sociale. Spesso vi aspettate dal partner anche un sostegno materiale.
È un ottimo aspetto per quanto riguarda la vita affettiva e sociale. Vedete l’amore secondo i canoni tradizionali, ed il vostro matrimonio è fortunato, come, del resto, le vostre associazioni.

-129 Opposto Venere - Ascendente
Vi piace eccedere nella ricerca del piacere. Potete frequentare compagnie dubbie o comunque diverse. A volte mancate di buon gusto. Siete spendaccioni, e spendete in maniera superficiale. Cautela nelle amicizie: a volte sono più interessate che sinceri.

Fin qui ancora nulla di eccessivamente preoccupante: ecco il mio solito “voglio un ragazzo fotogenico per farci, come prima cosa, un mucchio di foto che non avrebbero profondità emotiva con un modello qualsiasi”, una certa esigenza in campo sentimentale e il fatto che non sono proprio capace di pormi dei limiti. Ma c’è dell’altro.

Marte in VII casa
Il temperamento può essere caratterizzato da una carica di tensione nei rapporti amorosi o con i collaboratori, poiché vi è la tendenza a voler dominare.
La vita di relazione è molto contrastata.

Saturno in I casa
Il carattere tende ad essere riservato, controllato, che non si scopre facilmente, molto sensibile alle responsabilità e al dovere.
Può essere indizio di una salute delicata soprattutto in età infantile.

 49 Congiunto Luna - Urano
Il vostro bisogno di libertà in campo sentimentale e familiare è così forte che resisterete a ogni legame e la cooperazione con il partner e i membri della vostra famiglia diventerà difficile. Avete bisogno di continui cambiamenti.
Il vostro modo di esprimere le emozioni è piuttosto superficiale e disinvolto, i veri sentimenti, troppo spesso da voi ignorati, finiscono con l’esplodere in un secondo momento. Avete molta vitalità e un grande dinamismo. Siete esuberanti e tenaci.

Insomma, l’unico aspetto che mi descrive come sentimentalmente abile è la congiunzione di Venere e Giove; a questa però si contrappongono praticamente tutti gli altri aspetti che influenzano il campo sentimentale. Per dire, Sugar Daddy Jupiter è ampiamente compensando da Control Freak Mars e Free Bitch Baby Uranus: non mi farei mai mantenere dal partner perché ciò mi metterebbe in una posizione di svantaggio nella coppia e andrebbe a limitare la mia libertà di prendere e farmi gli affari miei. Allo stesso modo, la generosità sentimentale è compensata (o, per lo meno, sepolta molto a fondo) da tutta quella massa di incapacità di vivere i sentimenti in profondità, carattere controllato e desiderio di indipendenza.
Riassumendo, al fatto che amo con la testa e scopo con gli occhi, che tendo a non moderarmi e ho un approccio molto superficiale ai sentimenti, si aggiunge che tengo sempre su la poker face, ho bisogno di mantenere il controllo, difendo ferocemente i miei spazi e la mia indipendenza e, quindi, come inizio a sentire puzza di gente troppo appicicaticcia, che corre troppo o non sa stare al suo posto, alzo i tacchi e tanti saluti proprio come regola.
In tutto ciò, buttiamoci dentro anche il mio Neurotic Wreck Neptune e non c’è da sorprendersi se a fare gli svenevoli con me non si arriva lontano.

So if you kiss me,
If we touch,
Warning’s fair:
I don’t care very much.

[ I Don’t Care Much – Emilie Autumn ]

Friday, 1 April 2016

Rundown delle cotte adolescenziali

Devo confessare una cosa: mi secca parecchio che Mattia non abbia mai accettato la mia richiesta d’amicizia su Facebook. E che non l’abbia nemmeno rifiutata, fra l’altro, ma l’abbia lasciata a penzolare lì su Facebook già da probabilmente un paio d’anni.
Mattia, aka il mio primo ragazzo, quello del primo bacio, della storia uber-idealizzata dei miei diciassette anni, della rottura in circostanze misteriose e degli infiniti post di piagnisteo nei mesi successivi che ommioddio quanto ero una fottuta drama queen (fra l’altro l’avevo conosciuto proprio grazie al blog).
Non che mi ricordi di lui in altri termini che “btw, ottimo primo bacio, grazie mille” e mi aspettassi un ritorno di fiamma: mi sarebbe più che altro piaciuto fare due chiacchiere amichevoli, parlare di dove ci ha portati la vita negli ultimi otto (beh, ormai quasi dieci) anni, farci due risate ripensando alla nostra “storia”, a quanto fossimo cretini, a quanto fosse assurdo che io l’avessi presa così sul serio e me ne fossi lagnato per mesi, o a quanto io mi sia fatto bellino mentre lui ha iniziato a stempiare. Insomma, intrattenere rapporti neutro-civili in memoria di un bel pomeriggio di tanti anni fa senza prenderci troppo sul serio. But alas, evidentemente a lui non va (e non posso nemmeno dargli torto – a rileggere quei post me ne sarei fuggito pure io). La cosa che mi urta è il sospetto che sia così perché pensa che io ci stia ancora male, o di aver avuto un impatto sulla mia vita o chissà cosa, ma quella si chiama paranoia.

Il motivo per cui ho rispolverato la storia di Mattia è che, chiacchierando con un amico, abbiamo fatto un rundown delle nostre cotte, storielle e storie importanti con tanto di ricerca su Facebook. E mi sono reso conto improvvisamente che ricordo nei dettagli tutte le mie cotte fino a circa i vent’anni, mentre dopo è tutto sfuocato, a meno che non mi sforzi tanto.
Fino a un certo punto posso elencare tutti, partendo da Vanessa a sei anni; poi Veronica, che mi ha lasciato perché “sei troppo intelligente per me”; Manuela, che aveva già il seno alle elementari; Francesca, Daria e la loro amica col nome troppo sgamabile, più o meno intercambiabili alle medie; Mariapaola, che si vantava di darla via come se non fosse neanche sua; Federica per due anni buoni al liceo; Veronica (THE Veronica), l’ultima ragazza di cui mi sia innamorato; poi l’epopea di Dario; Mattia e i piagnistei; i nove mesi con Matteo, annessi e connessi; poi l’ultimo che ricordo distintamente, l’Uomo Lusingato, anche lui protagonista di post e post, così chiamato perché quando ci provai dopo che si era dato per single e aveva guardato il culo di tutti i ragazzi di Trieste mi rispose che era “lusingato ma impegnato”, salvo poi cornificare il ragazzo a ogni buona occasione (con chiunque non fossi io). Da una parte, il casino che era la loro situazione mi aiutò a farmi passare la cotta a suon di disgusto, dall’altra, fare da spettatore alla difunzionalità della loro relazione (visto che eravamo tutti nello stesso gruppo di amici) penso sia stato il momento in cui mi sono detto: “Ma seriamente, chi cazzo me lo fa fare?”. Ed è da allora che sguazzo nel reame delle amicizie con benefit: l’unica cosa vagamente assimilabile a una storia che ho avuto da allora è stata, appunto, un’amicizia con benefit di tre mesi e mezzo da cui non sono fuggito a gambe levate proprio perché il presupposto era che nessuno dei due voleva che diventasse una cosa seria.
E sì, in questi anni ho avuto le mie tre, forse quattro cottarelle, ma sono state delle cose molto fumose che ho vissuto per lo più nella mia testa e che non hanno lasciato un vero impatto. Non le ricordo né col sorriso da “ah, i bei tempi”, né col facepalm da “che cavolo stavo pensando?”. Anzi, se vado a rileggere i post di allora ho anche bisogno di concentrarmi un momento per ricordarmi di chi parlavo.

Ora, è vero che la causa recondita di tutto ciò ha radici molto più profonde, risale perfino a prima di Vanessa e sto facendo molta autoanalisi per sbrogliarla; ma a pensarci, è proprio triste che la causa occasionale della mia costipazione sentimentale sia stato assistere a una storia disfunzionale nemmeno mia. Ah, dannate Gemelle Olsen.

Wednesday, 23 March 2016

Spero solo che questo momento storico passi

Fra le varie ragioni che ho per amare Bruxelles come città, la maggior parte sono frivole – me ne rendo perfettamente conto. Altre sono sconosciute perfino a me: semplicemente, mi è sempre piaciuta. Quando ero piccolo, nella nostra libreria c’era una collana chiamata Paesi e Popoli e io ero totalmente affascinato dalla sezione sul Belgio e Bruxelles nel volume dedicato all’Europa centro-occidentale. Il disegno qua sopra l’ho fatto a cinque o sei anni copiandolo dalla foto dell’Atomium sul libro (fra l’altro, è grazie a quella foto che ho imparato cosa sono gli atomi) perché… non lo so, mi piaceva da impazzire e basta. Insomma, per farla breve, Bruxelles ha per me un valore affettivo enorme sin da quando ho memoria e sono riuscito a fangirlarla perfino nel breve momento in cui l’ho attraversata sul treno da Charleroi ad Anversa; è inevitabile che gli avvenimenti di ieri mattina mi abbiano scosso parecchio anche a livello personale.
Già in occasione degli attentati a Parigi ho speso i miei due centesimi su quanto la reazione a disastri del genere sia inevitabilmente soggettiva e non ci si possa fare una colpa se una tragedia nella Ville Lumière ci colpisce più di una che succede Timbuctù. In un certo senso, quindi, penso sia normale che i fatti di ieri non abbiano lasciato un’impressione altrettanto grande su quelli che non sono cresciuti disegnando l’Atomium. Bruxelles non è una città iconica come Parigi: sì, è la sede del Parlamento Europeo, la capitale di quel posto dove fanno il cioccolato buono, ci sono i mulini a ve… – ah no, vero, quella è Amsterdam – e questo è più o meno ciò che l’internauta medio sa. Non tantissimo su cui costruire una risposta emotiva colossale come quella dello scorso novembre.

C’è però una cosa che mi preoccupa, in tutto ciò: e se stavolta avessimo reagito con meno clamore anche perché, passato lo shock per Parigi, abbiamo iniziato ad abituarci? Se queste cose, che già nella nostra mente sono faccende di ordinaria amministrazione “in quei posti lì”, iniziassero anche da noi a essere fatti straordinari, sì, ma che sotto sotto si sa di potercisi aspettare?
L’idea che facciamo meno caso alla tragedia perché abbiamo iniziato a rassegnarci ad essa è abbastanza spaventosa. L’idea che la possiamo accettare come parte di come vanno le cose e smettere di reagire è una prima sconfitta. Certo, da una parte è quacosa che succede sempre “a qualcun altro” finché non capita a noi. Dall’altra, vedere queste cose sentendosi del tutto impotenti e indifesi è una sensazione orribile, ma è pur sempre una reazione. Se la nostra coscienza individuale smette di impressionarsi e infuriarsi, presto smetterà anche la nostra coscienza collettiva, e allora sarà troppo tardi.

Side-eye preventivo a quelli che “adesso sappiamo anche noi come si sentono in Medioriente”: credo fermamente che l’idea di civiltà ruoti intorno a far star meglio tutti, non far star peggio anche noi. Se pensate che anche noi ci meritiamo un assaggio di orrore quotidiano perché c’è chi lo vive già, forse dovreste fermarvi un attimo e riconsiderare un attimo la vostra visione del mondo, just saying.

Monday, 21 March 2016

Pensieri stagionali random

Ieri era il primo giorno di primavera e ho ucciso la prima zanzara dell’anno. Ok, ero al padiglione Expo di Marghera, che è circondato da paludi in cui quei piccoli mostri possono proliferare, ma credo che ciò significhi che la parte brutta dell’anno è ufficialmente iniziata. Se solo sabato mattina Venezia era avvolta da una coltre di nebbia che rendeva i suoi contorni misteriosi e affascinanti, oggi la temperatura è tiepida e il sole è onnipresente. Gli odori sono più vividi (e fra i canali di Venezia questa non è decisamente una buona cosa), gli insetti proliferano, la gente sciama fuori di casa e prende d’assalto le strade. Insomma, il mondo sta uscendo dal letargo e sta per diventare nuovamente insopportabile.
È vero, ultimamente sembra quasi che lo faccia apposta, a prendermi male per tutto ciò che le persone normali amano: Natale e Capodanno, poi Carnevale, la primavera, Pasqua… insomma, sono entrato nel circolo vizioso per cui le cose che mi lasciano indifferente ma rendono felici gli altri mi urtano proprio perché mi sento escluso dell’atmosfera gioiosa. Misery loves company: voler trascinare il resto del mondo nel mio stato di perpetua grumpiness è decisamente poco salutare.

D’altro canto, però, non mi sento pronto a rinunciare al conforto che l’autunno, l’inverno e tutte le cose ad essi associate mi portano: più che imporre una valenza negativa sugli altri privandoli di ciò che amano, la mia priorità è la positività che ciò che amo io dà a me.
Il fatto è che il cielo nuvoloso, il freddo, il buio, mi danno un senso di protezione. Le nuvole sono un limite che rende il cielo meno immenso, l’oscurità taglia via una larga fetta di modo e rende tutto più anonimo. E più fa freddo, più posso coprirmi di strati di vestiti che mi fanno da armatura contro il resto del mondo. Insomma, l’inverno è un bozzolo confortevole nel quale posso accoccolarmi, in cui ci sono più barriere fra me e “là fuori”. Ed è anche un momento in cui il resto del mondo è più goffo, lento, letargico e mi fa sentire meno fuori posto: ogni cosa è più lenta e mi sembra di arrancare di meno per starci appresso.
Cavolo, a rileggermi sembra che stia rivivendo il periodo goth che ho passato da adolescente, solo a livello più esistenziale, interiorizzato, senza ostentarlo per moda. Fatto sta che non mi sento affatto pronto ad affrontare un’esplosione di vitalità tutto intorno a me. E, sotto sotto, sto sperando che all’inverno mite che abbiamo avuto corrisponda un’estate moscia, fresca e piovosa.

Saturday, 27 February 2016

“Nessuno pensa ai bambini?!”

Uno dei grossi punti di discussione sul downgrade del DDL Cirinnà è lo stralcio della stepchild adoption. Che no, non è (solo) l’ennesimo dispetto ai froci, che sono stati politicamente riconosciuti non adatti a crescere dei figli, ma è un grosso problema col quale migliaia di bambini si ritroveranno a convivere. In Italia non si parla d’altro che di loro, che nessuno pensa a loro, che nessuno li tutela ma, con questi discorsi, proteggerli è proprio ciò che si è finito per non fare.
Parliamoci chiaro: in una società ideale, una legge sulla stepchild adoption sarebbe del tutto superflua. Le persone che circondano un bambino – che, non fa mai male ricordarlo, non ha chiesto di essere messo al mondo in un ambiente che non è in grado di gestire senza una guida e una protezione – dovrebbero per prime anteporre il suo benessere e comportarsi in modo da fargli trascorrere un’infanzia serena anche quando le circostanze non lo sono. In caso di separazioni, morte o bagarre, dovrebbero per prima cosa fermarsi e riflettere: quale accordo, quale sistemazione sarebbe meno traumatica per il bambino? Sarebbe meglio se andasse a vivere con la mamma o col papà che sta divorziando? Ora che ha perso il padre biologico, sarebe meglio lasciarlo con l’altro padre, con cui ha vissuto finora, o darlo ai nonni, agli zii, a qualcun altro? E, qualora non lo facessero, la giustizia dovrebbe intervenire concentrandosi esclusivamente su quello che è il bene oggettivo del bimbo, astenendosi da sentimentalismi e opinioni personali. E sì, voglio sperare che, da qualche parte, parenti o giudici del genere esistano ma, dato che non tutti sono così, è a questo che serve una disposizione superiore che li obblighi a schierarsi dalla parte del minore prima di tutto.
Perché si sa, chi ha un figlio di solito lo ama e, in una situazione di conflitto, qual è il modo migliore per colpire qualcuno? Passare stile carrarmato sulla cosa che ama di più. Così, nella vita reale, quello che dovrebbe essere uno sforzo di mettere da parte le divergenze e pensare al benessere del bambino diventa spesso una faida che coinvolge i genitori che divorziano, il parentado al gran completo, la scuola, l’intero quartiere, il paesino di gente annoiata in cui ‘sto povero bambino si trova vivere. Figuriamoci se magari la famiglia dell’ipotetico defunto non può vedere quel frocio che ha traviato il loro figliolo. E quelli che dovrebbero essere gli arbitri imparziali pronti a sbrogliare la matassa finiscono spesso per riversarci dentro i loro pregiudizi, prendere le parti di una delle fazioni e darle una mano, più o meno deliberatamente, a cercare di distruggere l’altra. Davvero, vorrei avere ancora fiducia in avvocati, giudici minorili, assistenti sociali, psicologi dell’infanzia e compagnia cantante, ma se dipendesse da me revocherei le loro licenze e li spedirei en masse a mendicare per strada.

Così, lasciando la questione del benessere del bambino alla coscienza del singolo (specie del singolo giudice), ci ritroviamo con dei mostri. Ci troviamo con parenti che mettono becco su qualsiasi cosa pur di tirare acqua al loro mulino. Ci troviamo con giudici antidivorzisti, o misogini o, in questo caso, omofobi, che iniziano a tartassare la parte che intenta il divorzio, che danno alimenti ridicoli, che affidano il bambino a un coniuge ma assegnano tutti i benefici patrimoniali all’altro così da tentare di costringerlo a rinunciare all’affido. Ci troviamo con assistenti sociali che ascoltano una sola campana e bambini che non possono dire loro che a causare il disagio sono le zie che parlano male della mamma, perché se lo fanno è di sicuro colpa della mamma che parla male dei parenti; che è lei che trascura i figli anche quando in realtà si fa il culo per mantenerli mentre l’ex coniuge le mette i bastoni fra le ruote. Ci troviamo con psicologi infantili che, invece che alleviare lo stress del bambino, fanno complicati giri di parole con la loro stupida vocetta nasale, il loro sorrisetto compiacente e la testa leggermente inclinata per arrivare a fargli dire quello che vogliono che dica. Ci troviamo con maestre che si attaccano a tutto, letteralmente tutto, per dimostrare che il bambino non è seguito correttamente – che sia la difficoltà a finire in tempo le operazioni disegnando e colorando i fottuti regoli sul quaderno o il fatto che “Suo figlio in prima elementare scrive delle frasi troppo complesse, perché non lo lascia giocare di più invece che farlo studiare così tanto?”. Tanto si sa: legalmente il bambino è un piccolo mentecatto che non è in grado di pensare con la propria testa, non serve a nulla chiedere a lui cosa preferirebbe fare, con chi vorrebbe stare, dove vorrebbe vivere. Anzi, se lo si fa e la risposta non è quella che ci si aspetta, partono le minacce di perizia psichiatrica per dimostrare che è stato plagiato.
Insomma, i bambini non hanno diritto di parola in merito e il coniuge (o, in generale, il parente) che rappresenta la migliore scelta può essere quello socialmente più debole e isolato: la donna senza famiglia alle spalle, lo straniero, in questo caso il frocio che, agli occhi della legge, è un perfetto sconosciuto. Per questo deve esserci uno strumento che riduca al minimo questa disparità. Perché prendete un padre gay che resta vedovo e deve vedersela con un giudice con pregiudizi, la famiglia numerosa del defunto marito (o della sua ex-moglie/madre del bambino), il paesino bigotto che gli dà contro: può spuntarla, può lottare con unghie e denti, dimostrare che il rapporto col bambino è proficuo ed è una scelta migliore dei nonni, degli zii, della cugina del padrino del fratello, dell’ex-moglie a cui fregava nulla di ‘sto bambino fino al giorno prima. Può farcela e ottenere l’affido. Ma sarà sempre un percorso lungo e tortuoso con una miriade di variabili impazzite che non farà bene al bambino. Perché no, non sono tanto ottimista da pensare che i pregiudizi che un giudice e un’intera comunità sono riusciti a riversare su una donna straniera che divorzia non possano a maggior ragione finire addosso a un frocio neo-vedovo che non ha diritti legali sul bambino. Un decreto chiaro e definito che dà proprio questi diritti non avrebbe impedito alla gente di mettersi in mezzo, ma almeno avrebbe vincolato la magistratura a dare una mano e non aggiungere ulteriore disagio. Avrebbe reso meno aggressive quelle battaglie legali che finiscono solo col trasformare il bambino in un piccolo adulto che deve centellinare ogni parola e azione per non scatenare un putiferio, e che a vent’anni diventerà un giovane vecchio inaridito che ne ha viste troppe ed è troppo stanco per godersi la vita.
Complimenti, Alfano: è questo che hai fatto.

Friday, 26 February 2016

Momenti storici da dimenticare

Ci sono momenti storici in cui ti senti davvero orgoglioso del Paese in cui vivi o sei nato. E ce ne sono altri in cui te ne vergogni. E poi ci sono quelli, come ora, in cui non sai bene come sentirti. I peggiori, perché ti viene da metterti le mani nei capelli e non riesci ad accettare che la situazione sia talmente torbida da non fare nemmeno direttamente schifo.

Non sono ancora in grado di dare una valutazione di cosa sia, all’atto pratico, il DDL Cirinnà 3.0 che è passato in Senato ed è ora in discussione alla Camera. L’unica cosa certa è che in Italia, il paese dove tutti pensano ai bambini, a nessuno frega nulla di proteggerli – ma non è una novità, l’ho imparato sulla mia pelle già vent’anni fa. Del resto, stando a gente giuridicamente più competente di me, già nei matrimoni eterosessuali la stepchild adoption fila liscia solo in caso di vedovanza ma diventa estremamente farraginosa in caso di divorzio, e bisognerà mettere mano all’intera faccenda prima o poi. Per cui la speranza è l’ultima a morir… ah no, speriamo che siano i genitori delle famiglie arcobaleno, ché saranno gli orfani senza l’altro genitore biologico a essere nei casini più grossi.
Poi c’è l’altro nodo della questione, ovvero l’obbligo di fedeltà: sto leggendo tutto e il contrario di tutto, quindi cosa pensare in merito? È il superamento un retaggio anacronistico dei tempi in cui Sophia Loren veniva arrestata per adulterio che dovrebbe essere esteso anche al matrimonio? O è uno sputo in faccia ai froci che, notoriamente e ora ufficialmente, sono promiscui e non riescono a non cambiare pertica ogni tot settimane? Alfano è solo un idiota che non sa a cosa attaccars, o c’è davvero ragione di offendersi? E il resto di ciò che è passato (che, onestamente, è sempre stato il mio cavallo di battaglia nel discutere il matrimonio come istituto laico) vale la pena, o è solo un contentino per zittire i movimenti LGBT per i prossimi vent’anni?
E sì, Roma non è stata costruita in un giorno e, oggettivamente, qualcosa è meglio di niente: in quasi tutti gli Stati occidentali l’equiparazione totale è partita da quella parziale. Ma è davvero un primo passo? Considerando i tempi faraonici per fare qualsiasi cosa in Italia, la cosa non è incoraggiante. E questo “primo passo” la maggior parte delle democrazie occidentali l’ha fatto dieci, se non quindici o venti, anni fa: chi al giorno d’oggi non ha equiparato tutto è per lo meno già in dirittura d’arrivo. E c’è chi, non avendo fatto il primo passo a suo tempo, tenta subito il balzo al matrimonio egualitario. Insomma, non è tanto volere tutto e subito, è solo che un riconoscimento parziale è anacronistico per il resto del mondo e internet ci permette di sbirciare nel giardino dei vicini.

Ma onestamente, discutere di quanto il DDL Cirinnà 3.0 sia o meno utile è qualcosa che lascio a chi ha più competenze di me. Ciò su cui riesco a focalizzarmi è che, per l’ennesima volta, sono rimasto deluso dalla nostra classe dirigente. Anzi, stavolta più di ogni altra perché, per la prima volta in tanto tempo, ci ho creduto. Mi sono interessato, ho partecipato al dibattito, ci ho messo la faccia, ho apprezzato che ci fosse gente pronta a prendersi le responsabilità e fare le cose nonostante i bastoni fra le ruote. Mi sono davvero appassionato alla politica. Poi salta fuori che Grasso non aveva pensato di dire subito che il supercanguro non si poteva fare e viene da chiedersi se la bagarre che ne è nata non avesse il fine preciso di arrivare alla situazione attuale, in cui vincono tutti. Vince il PD, che ha fatto le unioni civili! Vince l’NCD, che ha salvato i bambini! Vincono la Lega e Forza Italia, che hanno smontato la legge! Vince il M5S, che ha tutti da incolpare! Insomma, è un capolavoro di inciucio politico che merita una coccarda. L’unica cosa che mi impedisce di vomitare è l’headcanon per cui Monica Cirinnà si sente amareggiata quanto me per il compromesso: se smetto di credere nella sua onestà e dedizione alla causa vuol dire che le ultime settimane della mia vita sono state tutta una bugia.
Mi ero detto che alle prossime elezioni avrei saputo chi votare. Che sì, nel PD ci sono i cattodem che ricattano e rallentano tutto, ma il fatto che si fosse esposto e volesse portare avanti il DDL nonostante tutto gli facesse onore, specie quando si è trovato completamente da solo per minchiate politiche. Ma poi niente: Grasso dormiva, Renzi è sceso a patti e ora abbiamo per le mani qualcosa che non si capisce bene cosa sia. Il solito lavoretto all’italiana. Per cui la mia speranza di non invalidare l’ennesima scheda perché a tapparmi il naso e votare qualcuno di cui non mi fido o che non mi rappresenta (ovvero tutti) non ci sto, puff, è sfumata. (Ammesso e non concesso che ci vada, a votare: nessuno si preoccupa di dare il diritto di voto ai fuorisede e io, i soldi dell’aereo per andare in Sardegna apposta per votare, non li caccio; specie ora che RyanAir ha smantellato tutto per via dell’aumento delle tasse aeroportuali voluto, indovinate un po’, dal governo).
Per cui no, non so cosa pensare. Non so come sentirmi. Non so per chi votare. Non so dove andare prima: Belgio o direttamente Norvegia? Tanto lasciare la barca prima che affondi sembra l’unica soluzione sensata.

Friday, 19 February 2016

Dare del tu ad Alessandro di Battista


Caro Alessandro (ti do del tu perché dopo questo video non ce la faccio proprio a raccattare abbastanza considerazione da darti del lei), rispondo punto per punto al tuo video nella speranza di riuscire a star dietro alla tua logica.

1) Scusa, fammi capire, col discorso degli emendamenti presentati dal PD pensi di aver svelato qualche loro losco segreto? Che non sapessimo già da nove anni che una grossa fetta sono ex-democristiani a cui i temi progressisti fanno rizzare i capelli?
2) Sì, il PD ha presentato il canguro per non discutere delle lacerazioni interne, ma SÌ, il PD lo ha presentato ANCHE per aggirare l’ostruzionismo della Lega. È una manovra che beneficia sia il partito, sia la legge in discussione. E la priorità qui qual è, mettere in difficoltà il PD o approvare la legge senza che la si stravolga?
3) I nostri soldi, strumenti incostituzionali, autoritarismo di Renzi: qual era il tema qui, la legge Cirinnà o i problemi del PD? Ma sì, passiamo al benaltrismo, va’, che fa sempre bene.
4) Quindi, sapete benissimo che una parte dello stesso PD non è a favore della legge, e date loro in mano gli strumenti per sabotarla solo per dimostrare che in quel partito non c’è unità? Direi hai risposto alla domanda del punto due: la vostra priorità è palesare le contraddizioni del PD piuttosto che far passare la legge. Complimenti. Meno male che voi siete stati eletti per fare le cose nel concreto e mandare avanti il paese, non giocare al gioco dei partiti.

5) Punto bonus: io non vi ho votati e non vi voterò (così come non ho votato né voterò il PD – è da due tornate che manifesto il mio dissenso invalidando la scheda, e la prossima sarà la terza, di questo passo). Ma non perché vi voglio uguali al PD: lo siete già. Potete arrampicarvi agli specchi quanto volete, ma avete dimostrato che della legge non ve ne frega nulla, a voi interessa fare giochi di palazzo. Le associazioni LGBT fanno solo bene ad andare a rompere le palle a voi e non al PD, perché, ripeto, sapevano già che nel PD ci sono i cattodem che non li possono vedere. Voi eravate quelli che hanno promesso il voto, che hanno promesso aiuto. E voi siete quelli che NON voteranno la legge se sarà stravolta, ma hanno consegnato a tutti i cattodem e alla Lega gli strumenti per stravolgerla. Quindi è inutile che facciate le vittime e diciate che tutto il Paese ce l’ha con voi quando le cose non vanno bene, e che le facciate di nuovo quando non voterete una legge resa inefficace dicendo che così non serve: siete VOI che avete contribuito attivamente e deliberatamente a renderla tale, tanto quanto la Lega e i cattodem del PD. Avete spianato loro la strada sfruttando i diritti che ancora non abbiamo come pretesto per dimostrare al Paese il loro segreto di pulcinella. L’avete fatto voi. O per stupidità, o in cattiva fede. E non so quale delle due sia peggio.

Tuesday, 16 February 2016

Politica a Cinque PopStar

Il mio rapporto con la maggior parte delle popstar può essere definito come uno di tolleranza: so che stanno lì, vivono nel loro mondo, seguono le loro regole; me ne interesso di tanto in tanto, quando sfornano qualcosa di convincente, mentre le ignoro per il resto del tempo. Mi rendo conto che, nella maggior parte dei casi, musicalmente rappresentano cinquanta sfumature di inutilità. C’è Rihanna, l’incapace che ha fatto carriera a forza di favori sessuali alla gente giusta. C’è Britney, l’altra incapace che ha fatto successo perché è stata lanciata al momento giusto. C’è Madonna, che un tempo aveva idee interessanti e portava avanti battaglie rilevanti, ma che ora è solo una vecchia attaccata alla poltrona e ai soldi, che borbotta sempre le stesse cose pur di non scontentare il pubblico. Del resto, si sa, lo scopo principale di una popstar è quello di fare quanti più soldi possibile; se ci esce anche della buona musica è quasi sempre incidentale, molto più spesso fanno il minimo sindacale per non scontentare il popolo ignorante. E guai se qualcuna tenta di concentrarsi maggiormente sul lato creativo anche a costo di perdere la poltrona: viene prontamente punita dal sistema, come Lady Gaga con Artpop. E se qualcuna, come Beyoncé, usa il suo potere mediatico per affrontare temi di grande rilevanza, stiamo sicuri che la stampa le tirerà addosso controversie e critiche a non finire.
Eppure, bene o male accetto lo status quo del mondo del pop. Non sempre condivido le idee musicali delle popstar; un po’ mi irrita che guadagnino montagne di soldi per non far niente di utile mentre là fuori c’è gente come Susanne Sundfør o Eivør, che quanto a talento le asfaltano quasi tutte ma non guadagnano nemmeno un decimo; e vedere una Taylor Swift che soffia il Grammy come miglior album pop a una Florence Welch di sicuro mi va di traverso. Ma so che le regole sono queste, contano i soldi, le vendite e gli inciuci, per cui mi lascio sorprendere in positivo quando qualche popstar sforna un lavoro artisticamente rilevante e, delle altre, raccolgo quel poco che c’è di buono in mezzo al disagio.
Perché, quindi, se apprezzo la Madonna di un tempo nonostante ciò che è diventata e ascolto senza problemi qualche canzone di Rihanna o Britney qua e là, Lagna del Rey mi fa invece saltare i nervi come una mina antiuomo?
Il motivo è semplice: le altre popstar non hanno velleità artistiche spropositate. Non fanno mistero di essere costruite, non fingono di non usare smodatamente autotune e playback, non mentono su ritocchini e parrucche, non nascondono la fuffa di cui sono fatte ma, anzi, la ostentano con orgoglio e la trasformano in un punto di forza. In poche parole, se non hanno davvero un talento fenomenale, non si spacciano per articoli genuini e sostanziosi. Per contro, Lagna si spaccia per quella diversa, l’alternativa migliore a quel mondo pop privo di sostanza; anzi, lei è in grado di cambiarlo! Lei non pensa alle vendite, pensa al lato artistico della sua musica. Lei non lascia fare tutto ai produttori, è responsabile della propria musica. Lei non è stonata, è solo “una cantante da studio, non da live”. Lei non si è montata la testa, è la ragazza della porta accanto, fa parte dellaggente. Lei non si è rifatta nulla – e come potrebbe, è povera come laggente, mica ha i soldi per il filler. Lei ha le idee come non ce le ha nessuno, e sa come portarle avanti!
Ora, senza tutta questa sovrastruttura falsa come una moneta da tre euro, avrei accettato Lagna per quello che è: l’ennesima popstar incapace di cantare, con qualche idea carina che si lascia ascoltare di tanto in tanto e nulla più. Ma lei no, lei si ostina a fingersi quella diversa, quella migliore, quella genuina, quando invece è come tutte le altre popstar e, anzi, è anche meno competente: non sa infilare due note di fila in un secchio, scrive canzonette banali con testi banali, è rifatta da capo a piedi e ha un’imponente campagna di marketing che la spaccia per ciò che non è. In cosa, allora, è diversa dalle altre popstar, se non a parole? Per questo mi viene naturale smontarla a ogni piccolo passo falso: punisco per prima cosa la sua disonestà. Davvero, stimo molto di più una Britney Spears che, durante i concerti, scherza a cuor leggero sul fatto che canta in playback: almeno è onesta.

Ecco: prendete tutto questo discorso, applicatelo alla politica e capirete perché, fra tutti i partiti italiani, il Movimento 5 Stelle è quello che mi dà più ai nervi e che mi viene da criticare più aspramente. Da una Forza Italia, una Lega, un UDC, un NCD, non ti aspetti altro che porcate, sai già di che pasta sono fatti. Due terzi del PD sono composti da ex-democristiani sopravvissuti al collasso della Prima Repubblica, non è un mistero e anche lì sai cosa aspettarti. Fortuna che ci resta il partito pardon, moVimento dellaggente, quello diverso, quello che non si fa assoggettare dai ricatti della politica, quello che procede a testa alta e cambia le cose. Quello che se un tema è importante e aiuta la società, loro lo sostengono senza se e senza ma. Quello che se Grillo e Casaleggio prendono una posizione, chiunque non sia d’accordo si prende una pedata, tranne che su un tema scabroso come le unioni civili, lì diamo libertà di coscienza. Quelli che la politica la fanno a suon di dettagli tecnici per rallentare o ostacolare il lavoro del governo, così magari si riesce ad affossare il DDL in partenza con un pretesto futile senza prendersi la responsabilità di scontentare nessuno. Sia mai che ci si alieni i progressisti frustrati dal PD o, peggio, la fetta cattolica o i delusi e confusi di Berlusconi che dovranno votare qualcun altro d’ora in poi.
Oh, ma loro sono diversi dagli altri partiti, eh. Loro non badano a queste scemenze, alle poltrone, agli stipendi. Loro sono quelli che rispettano gli impegni e le cose le fanno. Sono ggenuini. Come Lagna.