Wednesday, 11 May 2016

I froci di Schrödinger, o combattere la tolleranza repressiva

È impossibile inquadrare il DDL Cirinnà, le sue conquiste, le sue perdite, il suo iter travagliato, le reazioni che ha suscitato e il confronto con altre realtà occidentali senza considerare il contesto storico dell’omosessualità in Italia. È un argomento vastissimo, per approfondire il quale raccomando le pubblicazioni di Giovanni dall’Orto, sia i saggi sul sito che il libro Tutta Un’Altra Storia, ma il sunto semplificato e banalizzato è: essere cittadini di serie B è importante e perfino utile. Essere discriminati legalmente e istituzionalmente, piuttosto che solo socialmente, è ciò che dà la spinta al cambiamento.
A differenza di molte nazioni europee, l’Italia unita non ha mai avuto una legge che criminalizzasse l’omosessualità; ad eccezione dello Stato Pontificio, gli stati regionali che ne avevano una l’hanno vista decadere con l’arrivo di Napoleone, tant’è che per tutto l’Ottocento l’Italia è stata una specie di paradiso del turismo (omo)sessuale europeo; mentre all’estero si finiva in carcere per sodomia, i tentativi parlamentari di criminalizzare l’omosessualità in Italia sono stati apertamente osteggiati e respinti a più riprese, perfino in epoca fascista. E se è vero che sotto il regime c’è stato il confino per sodomia, è stato un fenomeno estremamente limitato e portato avanti per lo più su iniziativa personale di alcuni ufficiali pubblici piuttosto che su scala statale. Tutto questo per dire: davvero storicamente l’Italia è stata addirittura più avanti del resto d’Europa sul tema dei diritti LGBT? Perfino sotto il fascismo?
In breve, la risposta è: NO. La mancanza di un intervento istituzionale, in questo caso negativo, sulla questione omosessuale in Italia non è stato dovuto tanto a progressismo, quanto a ciò che Giovanni dall’Orto chiama “tolleranza repressiva”; volendo, qui potremmo chiamala “i froci di Schrödinger”.
Detto in soldoni: fino a oggi pomeriggio, secondo lo stato italiano i froci si trovavano in uno stato quantistico per cui esistevano e non esistevano al tempo stesso. Esistevano, ma erano un problema delegato alla Chiesa Cattolica e alla sua azione di influenza sociale: ovvero, la Chiesa insegnava la repressione ed era la “giustizia popolare” a punirli sotto forma di ostracismo sociale, le (non tanto) occasionali botte, olio di ricino quando andava di moda e altri modi che non entravano mai in ambito giuridico. Ma non esistevano perché, così facendo, lo Stato se ne lavava le mani: non li puniva, ma nemmeno li tutelava o dava loro diritti; semplicemente, faceva come se non ci fossero. Un arresto pubblico con tanto di processo e copertura mediatica avrebbe significato attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, per quanto ostile, sull’esistenza della sodomia; così invece era tutto silenzioso e si poteva far finta che la “devianza dalla norma” fosse, al massimo, episodica, o comunque non un fenomeno degno di nota – anzi, questo è stato un punto particolarmente enfatizzato durante il fascismo, secondo il quale tutti i maschi italici erano virili e l’omosessualità semplicemente non esisteva, era roba da Inglesi e Francesi.
Alla lunga, come metodo si è rivelato molto più efficace del modello Centroeuropeo: uno Stato che riconosce i froci in senso negativo non può far finta che non esistano. Nel momento in cui c’è una persecuzione sistematica, in cui è anzi la legge stessa che persegue una fetta della popolazione, questa si sente più motivata a unirsi e fare lotta di classe per liberarsi. È per questo che nei paesi Centroeuropei i movimenti omosessuali sono nati prima, sono stati più incisivi, più organizzati, e hanno ottenuto risultati più in fretta: da una parte dovevano realmente salvarsi la pelle, dall’altra combattevano contro un obiettivo preciso (le istituzioni); inoltre, l’opinione pubblica, che nel tempo ha iniziato a mutare, era consapevole in maniera inequivocabile della loro presenza. Erano legalmente riconosciuti non come cittadini di serie B, proprio come cittadini di serie Z, ed è su questa base che hanno costruito la loro lotta: uno stato che prima ti riconosceva come criminale e si è reso conto di aver preso una cantonata non può far finta di non riconoscerti come cittadino quando gli chiedi diritti.
Al contrario, in Italia non c’è mai stata una motivazione forte come il rischio di finire in carcere a unire la comunità LGBT; lo Stato non ha mai riconosciuto l’esistenza del “fenomeno” gay, per cui anche tutelarlo in qualche modo era superfluo perché l’omofobia, così come la richiesta di diritti, poteva passare per un “episodio” isolato, piuttosto che il sintomo di un malessere diffuso; e l’opinione pubblica non ha mai considerato l’omosessuale oltre il ruolo di macchietta nei siparietti comici, non si è mai soffermata sul fatto che è una persona, non ha mai preso parte al dibattito rischiando di entrare in contatto con studi e dati scientifici che sfatassero il pregiudizio.

In sostanza, se solo oggi in Italia si è compiuto quello che per molti paesi è stato un primo passo avvenuto decenni fa sull’equiparazione dei diritti, in parte è per la spinta retriva di una Chiesa Cattolica molto più presente, in parte è proprio per l’eredità che la tolleranza repressiva ci ha lasciato tutt’ora: questi froci di Schrödinger che quando esistono danno tanto fastidio, ma in realtà non esistono e non c’è proprio bisogno di fare leggi per loro. In Europa sono stati sì cittadini di serie Z, ma pur sempre cittadini che, a forza di lotte, hanno risalito tutto l’alfabeto, conquistato sempre più alleati che si accorgevano dei problemi reali che la legge poneva loro, trovato nemici che si sono resi sempre più ridicoli e poco credibili, e col tempo sono diventati prima cittadini di serie B e infine di serie A. In Italia erano non-entità che, formalmente, non avevano nulla di cui lamentarsi. Nulla vietava loro di essere froci, cazzo volevano ancora? In quattro gatti sui tacchi, poi? E siamo sicuri che siano davvero froci e non sia tutto un capriccio?
Per questo sì, il DDL Cirinnà per come è arrivato al traguardo è probabilmente anacronistico rispetto al resto d’Europa; ma, nel resto d’Europa, il movimento omosessuale non è dovuto partire dalla non-esistenza. Nel momento in cui lo Stato ci ha riconosciuti come cittadini di serie B, siamo per lo meno diventati cittadini. L’opinione pubblica ha scoperto che esistiamo al di fuori del comic relief. La gente si è interessata alla nostra battaglia e ha capito che cose che loro danno per scontate noi non le abbiamo. Ci siamo fatti degli acerrimi detrattori che danno voce alla loro opinione in maniera talmente goffa e incoerente che quelli con un po’ di buon senso (che dai, non sono così pochi) finiranno per svegliarsi anche se non si interessano davvero a noi.
Per cui, il sunto è che sentirsi delusi e amareggiati è lecito, ma sintomo di una leggera miopia storica – di cui comunque non c’è da vergognarsi, non è un argomento su cui si trova molta letteratura. Dato il contesto storico dell’omosessualità in Italia (e, ripeto, ho solo scalfito la superficie della questione), forse semplicemente non era possibile pretendere di più. E sì, essere considerati “meno cittadini” di altri è fastidioso e insultante, ma è comunque meglio che non essere considerati proprio: abbiamo acquisito il grande risultato di avere un riconoscimento legale della nostra esistenza per la prima volta dall’Unità d’Italia. Prima o poi, una società fa il suo corso e un riconoscimento legale ingiusto viene emendato; con la velocità con cui la società evolve oggi, non solo la proposta di referendum abrogativo naufragherà miseramente in un facepalm collettivo, ma probabilmente non dovremo nemmeno aspettare altri centocinquant’anni prima di ottenere la priena parità.
Per cui, nella giusta prospettiva storica, questo DDL Cirinnà io lo accolgo con un certo ottimismo: abbiamo sconfitto la tolleranza repressiva e l’inesistenza istituzionale, i primi grandi mostri sociali di cui eravamo vittima. Ora sarà più difficile ignorarci.

Wednesday, 4 May 2016

Al gioco del trono o si perde o si perde.

Nel caso di Gionsnò, soprattutto, non c’è una terza possibilità.

Diciamolo sinceramente: un po’ Game of Thrones sta raccogliendo quello che ha seminato. La quinta stagione è stata un grosso pasticcio che ha deluso molti (troppi) spettatori; ricevere una vera seconda possibilità è difficile per una serie tv: quando lo spettatore si sente tradito, è disilluso e inizia ad aspettare lo show al varco, pronto a sottolineare tutti gli diferti su cui prima, con gli occhi a cuoricino, soprassedeva. Questa è e continuerà a essere la maledizione della sesta stagione, e molte delle idee che presenterà saranno accolte con lo scetticismo che un po’ di cura in più in passato avrebbe evitato.
C’è anche l’altro grosso problema: difficilmente ai lettori andrà davvero bene qualcosa. Qui non si tratta più di soddisfare aspttative nate in un anno di pausa della serie: buona parte degli eventi di quest’anno vanno a dare risposte ad almeno cinque anni, cinque, di domande, speculazioni, teorie, controteorie e analisi che girano da quando Martin ha pubblicato l’ultimo libro fitto di cliffhanger, A Dance With Dragons, nel 2011. Ora, più il tempo passa, più le aspettative crescono: mentre aspetti che la serie vada avanti, cosa ti resta se non cercare indizi su come andranno le cose perfino nella disposizione delle virgole?
Se fosse stato Martin stesso a spezzare l’attesa e dare le risposte, avrebbe avuto modo di ripagare l’attesa. La pagina scritta è uno strumento potentissimo che permette di indugiare su una scena, fornire dettagli, sviscerare le emozioni e i pensieri dei personaggi coinvolti, di riempire con qualcosa di sostanziale quel lasso di tempo in cui si procrastina un evento per far crescere la tensione. Lo schermo semplicemente non ha questo potere perché deve economizzare il tempo a sua disposizione: niente monologhi interiori che riempiono il build up, ed è più probabile che il grande momento sbatta la faccia per terra quando arriva.

Per questo, la resurrezione di Gionsnò non avrebbe mai, mai, MAI potuto essere soddisfacente nello show per chi la aspetta da anni sulla pagina. In primo luogo per i motivi di cui sopra. E poi perché diciamolo: non è un colpo di scena. Ce lo aspettavamo tutti, abbiamo avuto il tempo per abituarci all’idea e prevederla. In questi cinque anni, i lettori hanno teorizzato a lungo su come Melisandre avrebbe riportato indietro Gionsnò; o che non sarebbe stata lei, ma gli Altri, o il legame magico con Ghost, o il sangue Targaryen, o qualcos’altro. Qualsiasi teoria fosse stata concepita, o è stata confermata e quindi “la scena è stata prevedibile”, o, pur essendosi rivelata errata, ha avuto il tempo di far affezionare i lettori tanto da rendere qualsiasi alternativa scialba a confronto.
Per quanto riguarda la scenicità, forse una grande pira funebre con i poteri del Dio della Luce che fanno i fuochi d’artificio sarebbe stata più d’effetto, ma avrebbe avuto senso nel contesto dello show? Thoros di Myr ha riportato indietro Barric Dondarion con una preghiera e un gioco di mani proprio come ha fatto Melisandre, senza effetti speciali: abbiamo avuto tre stagioni per dimenticarcene, ma i fuochi pirotecnici avrebbero fatto storcere il naso a quelli che se ne ricordavano. Insomma, o da una parte o dall’altra non era proprio possibile accontentare il pubblico.
Anche dal punto di vista delle tempistiche la faccenda è perniciosa. La resurrezione di Gionsnò è stata improvvisa, sì, ma qual era l’alternativa? Altri cinque episodi con Kit Harrington sdraiato sul tavolo in rigor mortis, Melisandre con lo sguardo vacuo e Ser Cipolla che le fa pat pat sulla spalla per incoraggiarla? Cioè, cinque episodi non sono cinque capitoli di libro: quelli li divori, assieme a tutto ciò che c’è nel mezzo, in una, due sere, mentre cinque episodi sono cinque settimane di attesa e metà della stagione in cui non accade niente. In termini cinematografici, più che costruire la tensione sarebbe stato anticlimatico e avrebbe scatenato sbadigli. L’alternativa, quindi, era deluderci o annoiarci: lo show perde in ogni caso.

E non dico che sia privo di colpe, eh! È vero che la resurrezione di Gionsnò sta a questi due episodi come la walk of shame di Cersei sta alla scorsa stagione: quella è stata l’ennesima prevaricazione di una donna in una stagione che ne è stata piena, questo è l’ennesimo colpo di scena in due episodi con più plot twist di una soap opera. Insomma, si è persa un po’ nella freneticità degli eventi e non è spiccata abbastanza.
Ma resta il fatto che non possiamo giudicare lo show sulla base delle aspettative che la mancata uscita di The Winds Of Winter non ha soddisfatto: quelle domande che ci facciamo da anni non potranno essere soddisfatte con tanta profondità su schermo quanto lo sarebbero state su carta, vuoi per la differenza del mezzo comunicativo, vuoi per esigenze di adattamento, vuoi perché il tempo dello show è limitato in un modo in cui una mole di testo non lo è. Dobbiamo rassegnarci alla cosa e dare un po’ più di credito alla serie, se vogliamo continuare a guardarla. E criticarla dove davvero fa porcherie che non stanno né in cielo né in terra (sto guardando te, Dorne).
Tutto questo bisogna tenerlo a mente soprattutto la prossima settimana, specie se si segue i libri da tanto tempo: sono pronto a scommettere che avremo la conferma che R+L=J e stavolta gli anni di aspettativa per molti saranno venti. Non sarà mai come ce lo siamo immaginati, ma almeno la trama andrà avanti e avremo risposte certe: accontentiamoci.

Detto ciò, occupiamoci di personaggi di cui vale la pena occuparsi: FREE MARGAERY.

Tuesday, 3 May 2016

One of these days

Ci sono giornate in cui uscire di casa è particolarmente difficile. Anche solo uscire dal letto, in realtà, ma lì è meno complicato: tendo l’orecchio, mi assicuro che non ci siano rumori in cucina, sciabordio in bagno, passi in corridoio e vado a prepararmi il pranzo o a bere o a pisciare, per poi rintanarmi in camera come un’ombra prima che qualche incontro ravvicinato con un coinquilino mi costringa a socializzare.
Per uscire di casa invece devo levarmi l’orribile camicia di jeans e la felpa di quando avevo tredici anni, che ormai è talmente consumata che i polsini stanno cadendo a pezzi. Devo togliermi il pigiama e mettermi le mutande e le calze. E i jeans: Cristo, quanto sono belli gli skinny ma quanto sono faticosi da indossare. E scegliere la camicia e il maglioncino da mettere sopra – non prendiamoci in giro, la camicia sarà sempre la stessa finché non sarà imperativo infilarla in lavatrice, nonostante l’armadio che straripa di vestiti. E la giacca? Farà caldo e la porterò a peso morto? Farà freddo ed è meglio mettere anche la sciarpa? Beh, fortuna che almeno fa abbastanza fresco da mettere il cappello e nascondere il casino che ho in testa finché non mi decido a chiamare il parrucchiere e fissare una data per sistemare il taglio. La barba, poi, non nominiamola nemmeno.

Fortuna che il richiamo del gelato è più forte di quello del letto: c’è ancora il gusto del mese scorso (il cioccolato del vizioso, ovvero mousse di cioccolato al latte con granella di nocciole caramellate e scaglie di cioccolato bianco) da abbinare con questo mese (meringata alla vaniglia con amarene candite), la fragola e panna montata. Meglio approfittarne finché dura, così almeno ho una scusa per portare il sedere fuori di casa e non sprofondare nell’apatia più completa.
Perché il problema è che, in queste ultime settimane, le giornate in cui me ne starei tutto il tempo a vegetare a letto sono molte.
Fanculo, chiamo il parrucchiere, fisso un appuntamento per domani e, con i capelli in ordine, vado a vedermi Civil War. L’ultima volta che mi sono sentito così per giorni, andare a vedere Deadpool è stato catartico. Magari Cap e Iron Man che si pestano a morte mi risolleverà l’umore.

Wednesday, 27 April 2016

Il ladro di rose

Armato di forbici da chirurgo, col cappuccio calato in testa e il favore non tanto delle tenebre (ché questo quartiere è illuminato a giorno) quanto della solitudine notturna, sono appena sceso nel parchetto vicino casa a rubare un po’ di rose che mi serviranno per una foto che intendo scattare domani. Più che di un parco, si tratta di un parcheggio: due delle vie parallele che lo delimitano sono a dislivello, così è stato costruito un parcheggio multipiano a livello di quella inferiore e sopra un giardino pensile con alcune aiuole, dei sentierini, giochi per i bambini, un campetto da pallavvolo e un pergolato su cui si arrampicano glicini, gelsomini e, appunto rose. Stanno lì e, piuttosto che pagare un fiorista o un pachistano, ho deciso che un raid notturno sarebbe stato più conveniente.
Ammetto che, mentre armeggiavo con rami e forbici, ho avuto qualche senso di colpa. I motivi sono due e piuttosto semplici:
• Mi dispiace sempre recidere un fiore e ucciderne la bellezza.
• Ho sostanzialmente derubato i fruitori del parco di alcune rose.

Il primo motivo è lo stesso sentimentalismo stupido per cui mi è dispiaciuto un po’ lasciar marcire per settimane una mela bellissima e saporita per poi usarla in una foto: ho rovinato qualcosa di bello. Ma, alla fin fine, la verità è semplice: quelle rose sarebbero appassite comunque, avrebbero perso la loro bellezza nel giro di qualche settimana. In realtà, preservandone la bellezza in foto le sottraggo, in un certo senso, al decadimento e le rendo eterne. Di sicuro non me ne vorranno. Un po’ come la mela: anche se l’ho lasciata marcire, è diventata un simbolo importante in una foto che mi sta a cuore.
Per quanto riguarda il secondo motivo, che si è fatto più pressante mentre tagliavo una magnifica rosa gialla privando il resto della cittadinanza della sua bellezza… beh, viviamo nell’epoca della grande corsa quotidiana. Nessuno guarda più le rose oggi. Tutti – i bambini che giocano, le mamme che li tengono d’occhio, quelli che portano a passeggio il cane, che giocano a pallavvolo, che si siedono sulle panchine a chiacchierare o fumarsi una sigaretta – semplicemente sanno che le rose sono lì. Probabilmente apprezzano il fatto che, nel complesso, quel pergolato renda il parco più bello, ma dubito che si soffermino a guardarle davvero, le rose. Sarebbero appassite lì inosservate, in un mondo troppo preso dalla quotidianità per rallentare e osservare. Scegliendole per la mia foto, ho dato loro un pubblico che le guarderà davvero, in quanto rose, non in quanto contorno di una passeggiata pomeridiana.

E comunque, il parco è intitolato a una pittrice: scommetto che non se la prenderebbe per un piccolo furto notturno di rose in nome dell’arte.

Tuesday, 19 April 2016

Musica italiana, questa sconosciuta

Secondo la mia libreria di iTunes, ho oltre settantatrè ore di musica norvegese sul computer, più di tre giorni di ascolto senza sosta. Per contro, la musica italiana che ho arriva sì e no a cinque ore; fra l’altro, è ripartita così: più di un’ora e mezza per i Dama/Barbara Schera Vanoli declinata in varie salse; un’oretta di Giorgia; intorno a quarantacinque minuti a testa per Carmen Consoli e Paola & Chiara; una quarantina di minuti i Magnifiqat; il resto è sparso in modo vario ed eventuale fra Elisa, i Lacuna Coil, i Rondò Veneziano e gente sconosciuta. Quindi la fetta più grande se la prende un’artista indipendente che, musicalmente, di italiano ha ben poco, il resto è diviso fra vari pezzi di nostalgia di quando ero adolescente e briciole sparse.
Al che sorge spontanea una domanda: sono tremendamente fuori posto in Italia e dovrei fare i bagagli per la Scandinavia, o sono solo un insopportabile snob?

Beh, snob lo sono di sicuro: ormai quanto a generi ascolto di tutto, ma sono tremendamente selettivo. Probabilmente il coefficiente di musica italiana sarebbe lievitato se, ai tempi del solo-metal-e-nulla-più, mi fossi preso la briga di ascoltare i Lacuna Coil e avessi la loro discografia completa sul computer (perché diciamolo, la Norvegia la trainano discografie decennali come quelle di Theatre of Tragedy, Tristania, The 3rd And The Mortal o Sirenia), ma ho preferito concentrarmi su altre band. E comunque, all’atto pratico, quanto possono essere considerati “italiani”, i Lacuna Coil? Sì, vengono da Milano ma, come i Dama, fanno un genere paragonabile ad artisti americani o dell’Europa centro-settentrionale. Fra l’altro, sono sotto contratto con l’anglo-tedesca-americana Century Media, non con la Sugar o il branch italiano di qualche major internazionale. Eppure, sono gli unici artisti italiani che mi vengono in mente se penso di approfondire sistematicamente la discografia. E degli italiani veri? Mmh… Non seguo Sanremo, né i talent, puntualmente non ho idea di chi manderemo all’Eurovision (mentre mi informo abbastanza sugli altri paesi e scopro spesso delle perle) e, quando mi si nomina qualcuno, Google è il mio migliore amico. Per cui… meh?

Ok, la verità è un po’ più complessa. Non snobbo la musica italiana perchè penso che (tutti) gli artisti siano privi di talento: il problema è l’industria discografica che li sostiene e, spesso, piega. L’industria musicale italiana è incapace di correre rischi, punta sul sicuro, sul solito genere trito e ritrito. Certo, abbiamo perfetti incapaci che durano da secoli e si sono costruiti il successo nutrendosi dell’ignoranza del pubblico, e altri che durano una o due stagioni perché il mercato dell’incapacità è sovrasaturo. Ma poi abbiamo ottime voci sprecate con i soliti autori di fiducia che non riescono a guardare oltre il loro orticello e fanno le canzoni con lo stampino. Va’, al massimo le condiscono scimmiottando qualche tendenza d’Oltralpe o Oltreoceano perché la musica nazionale non ha un’identità abbastanza forte da non subire la dominanza del gusto internazionale, ma la sostanza resta quella. E quando il talento c’è ma viene sfruttato male – anzi, proprio sprecato su musica banale – la cosa è ancora più triste.
Di sicuro anche la musica italiana avrà il suo underground che riesce a proporre qualcosa di non stereotipato, ma è talmente mal distribuito che non saprei proprio chi andare a cercare (per non parlare del fatto che, spesso, si prende troppo sul serio e si atteggia da intellighenzia dei poracci). E sì, anche nel resto d’Europa l’underground resta, beh, underground; ma ci sono realtà che gli permettono di affermarsi perfino su scala internazionale: pensiamo agli Epica, che nella Billboard Top 100 non ci entreranno mai, ma che partendo dai Paesi Bassi si sono ritagliati una nicchia (nemmeno tanto picola) di pubblico in tutto il mondo, dall’Est Europa al Sudamerica e perfino negli Stati Uniti. O artisti norvegesi tutto sommato underground che riescono a crearsi un seguito nonostante propongano un genere più ricercato, come Susanne Sundfør o, in particolare, Aurora: lei sta mietendo un successo enorme e la ritrovo nelle bacheche di gente che non sospetterei mai. Il suo album è sicuramente pop, ma si prende dei rischi, sperimenta, fonde varie influenze, ha una sua personalità, eppure l’industria discografica norvegese le sta dando la possibilità di emergere a livello internazionale con un debutto pubblicato a diciannove anni.

Per cui non è per pregiudizio che schifo gli artisti italiani: semplicemente, con i gusti che ho, so che se soddisfano i criteri per essere resi popolari dalla nostra industria discografica, le probabilità che finisca a sbadigliare a metà della prima canzone sono molto alte. Poi ovvio, è una questione di miei gusti personali, ma se l’unico cantante italiano con più di settantacinque milioni di dischi venduti internazionalmente e che non sia in attività dagli Anni Sessanta è Andrea Bocelli, con la sua versione per ignoranti di canto lirico, forse un paio di domande sull’efficacia delle scelte dell’industria musicale italiana me le porrei.

Sunday, 17 April 2016

Parodia di democrazia

Di solito, quando c’è da votare faccio sempre il diavolo in quattro per il fatto che in Italia non esiste il voto postale e, da fuori sede, non posso esercitare il mio diritto/dovere se non a costo di forti disagi logistici ed economici. A questo giro, però, una parte di me è segretamente grata ai legislatori italiani per avermi infilato in questo buco normativo: il fatto di vivere a più di settecento chilometri e un mar Tirreno dal mio seggio elettorale mi dà una giustificazione moralmente inoppugnabile per starmene a casa a sorseggiare tè, ascoltare musica e, stasera, andare a cena dal cinese come qualsiasi altra domenica. Perché, caso A, me lo paghi tu il volo Alitalia da Trieste ad Alghero e ritorno per andare a votare al mio seggio? O, caso B, me le postproduci tu le foto a cui sto lavorando questo week end mentre io sto a fare lo scrutatore in seggio per avere la possibilità di votare a Trieste? Insomma, mi è concretamente impossibile prendere parte al referendum e nessuno può tacciarmi di menefreghismo.
Il vero problema è che le informazioni che ho raccolto su questa pagliacciata sollevano una domanda perniciosa: ma siamo sicuri che, in questo caso specifico, non sia moralmente doveroso, addirittura, dare il dito medio al seggio e andarsene a fare altro?

Sia chiaro: normalmente, io a votare ci vado sempre, pur con tutti i disagi del caso. Anche quando non voglio votare per nessuno: in quel caso invalido la scheda, ma il mio diritto/dovere lo esercito. Il disaccordo lo si esprime esprimendolo: non andare dà l’idea che non me ne freghi nulla, andare e invalidare dà l’idea che me ne frega, eccome, ma non mi sento rappresentato da nessuno. Ma più ho letto su questo referendum, più mi sono convinto che andare a votare, non importa se sì o no, sia un insulto all’intelligenza dell’elettore.

Non entro nel merito delle campagne del sì e del no: c’è almeno un migliaio di altri blog, là fuori, che si sperticano in analisi e argomentazioni per convincerci su dove puntare la matita. Il problema è che il 99% di queste ragioni (e sono ottimista) è pura fuffa: o deliberatamente, o per incompetenza, fatti magari anche veritieri sono stati esagerati, gonfiati, ritoccati, minimizzati o ribaltati per attirare acqua al proprio mulino facendo leva su sentimentalismo ambientalista, senso di colpa da Primo Mondo, spauracchi economici e disoccupazionali, promesse di crescita dell’energia verde, scandali di corruzione e inciuci… roba che, dai, per favore. Certo, da qualche parte fra i due estremi di delirio, fra la gente che abbocca alla lettera-confessione scritta a mano da “un petroliere” e l’illusione che quelle quattro scorreggette di metano che abbiamo sotto il mare ci rendano energeticamente indipendenti, un 1% di verità, e pure quello ripartito fra i due schieramenti, c’è. Ma ha davvero senso andare a votare a un referendum che è interamente basato sulla disinformazione fatta da chiunque, incluse le istituzioni?
E poi basta analizzare il testo stesso del referendum, che propone di abrogare una singola frase della norma in questione: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Semplicemente, il rinnovo non sarà automatico. Non si parla di incentivi alle energie rinnovabili, né di divieto di stipulare una nuova concessione, né di chiusura degli impianti, né di altro che non sia il metodo di rinnovo del contratto.

Che vinca il no, quelle concessioni saranno rinnovate automaticamente fino a esaurimento scorte; che vinca il sì, potranno essere essere riaperte con un nuovo iter contrattuale, sempre fino a esaurimento scorte. Che vinca il sì, perderemmo una percentuale irrisoria del fabbisogno energetico nazionale; che vinca il no, manterremmo una percentuale irrisoria del fabbisogno energetico nazionale. Che vinca il sì, fra vent’anni perderemmo svariati posti di lavoro con la chiusura degli impianti, e poi ne creeremmo di nuovi con lo smantellamento; che vinca il no, perderemmo svariati posti di lavoro con la chiusura degli impianti, e poi ne creeremmo di nuovi con lo smantellamento, fra trentacinque, massimo quarant’anni. Che vinca il no, avremmo tutti i rischi ambientali legati all’estrazione; che vinca il sì, avremmo comunque dei rubinetti tappati su giacimenti mezzi vuoti da monitorare.
Anzi, un corno! Cancelliamo tutto e fermiamoci al primo punto: una volta scadute, nulla, nulla nella normativa vieta che le concessioni possano essere rinegoziate con un contratto ex-novo. E francamente, perché non dovrebbero esserlo? Gli impianti funzionano, non ci sono stati incidenti dagli Anni Sessanta, i rischi geologici non sono considerevoli, e comunque un 1% di autosufficienza energetica in più è pur sempre qualcosa. Greenpeace potrà sbraitare quanto vuole, ma se qualche commissione dà il via libera, le attività continueranno comunque.
E allora, cosa risolviamo con questa consultazione?

A questo punto, l’unico motivo per andare a votare è quello puramente ideologico: per una volta che la ka$ta ci dà in mano il potere decisionale, sarebbe assurdo rifiutarlo. Far affondare un referendum astenendosi è sbagliato perché il confronto civile mantiene vivo il paese. Promuovere l’astensionismo “informato” come alternativa più efficace al no, pur essendo legale, è moralmente riprovevole perché si elimina il confronto e si invita l’elettorato a rinunciare a un suo diritto/dovere. Non è per il referendum in sé, ma per difendere il diritto di voto.
Sì, in linea di principio tutto ciò è vero e sacrosanto; ma nel caso specifico, è estremamente ingenuo. Sfrondato di tutta la propaganda e ideologia, il potere decisionale che, all’atto pratico, ci mettono in mano con questo referendum è assolutamente nullo. Non stiamo decidendo niente: che vinca il sì, che vinca il no, che si raggiunga o meno il quorum, non cambierà assolutamente nulla. Quindi, in primo luogo, non accetto l’argomentazione che questo referendum ci è costato soldi quindi tanto vale votare già solo per quello, dato che in qualsiasi caso quei soldi sono sprecati. E mi dispiace, non posso nemmeno prenderlo come un esercizio teorico di democrazia: il fatto che “lascino decidere laggente” con un quesito inefficace in partenza è francamente una presa in giro. È darci il contentino, puro e semplice. È farci credere che il nostro voto conti mentre dimostrano palesemente che ci chiedono un’opinione solo nei casi in cui non c’è il rischio di cambiare nulla all’atto pratico. Gli abbocconi, qui, non sono solo quelli che decidono per il sì, o per il no: sono quelli che pensano che, votando a questo referendum, stanno davvero esercitando un potere di qualche tipo quando è solo un voto vuoto, un pro forma. Ci illudono di averci fatti partecipare, di averci lasciato decidere, che se non cambia nulla è perché il referendum naufraga sul quorum ed è quindi colpa nostra, quando è stato tutto fumo negli occhi sin dall’inizio.
Votando oggi, oltre a non cambiare una beneamata mazza, non si difende nemmeno la democrazia: anzi, si prende parte alla sua parodia. Si torna a casa convinti di aver fatto qualcosa, di aver dato un segnale, di aver indicato la strada al governo, quando l’unica cosa che potremmo indicare è che siamo pronti a berci qualsiasi scemenza, che è possibile e addirittura facile illuderci di contare qualcosa quando in realtà è tutta fuffa. Forse, stavolta, il dissenso è davvero il caso di manifestarlo voltando le spalle al seggio e andando a prendere un tè, piuttosto. Dire: “Io non vado a farmi prendere in giro, ho qualcosa da dire ma lo farò con strumenti efficaci, non con una pagliacciata”.

Ma, appunto, anche volendo non avrei avuto modo di votare oggi; mi limito a osservare come un po’ tutti, chi vota sì e chi no, chi va e chi si astiene, consapevolmente o inconsapevolmente, abbiamo perso.

Friday, 15 April 2016

Salsomaggiore, Lolite e lettori CD blu metallizzato

Ho iniziato ad ascoltare musica da adolescente a Salsomaggiore Terme.
In realtà, ascoltavo musica sin da prima di nascere: la Mater aveva la scuola di ballo e quando insegnava da incinta, racconta, io battevo il piede durante il paso doble. Quando ero piccolo avevamo l’impianto stereo in salotto con giradisci e mangianastri, e io passavo le ore in poltrona ad ascoltare musica classica, da ballo o pop russo; poi arrivarono le musicassette di Fivelandia con tutte le sigle dei cartoni animati. Però vivevamo in una terra desolata dove MTV non prendeva, così ho saltato in tronco le Spice Girls, i Backstreet Boys e tutta la follia delle boyband / girlband Anni Novanta: il primo videoclip che ricordo è quello di Moi Lolita… di Alizée che vidi, appunto, a Salsomaggiore, dove il Procreatore mi portava in vacanza mentre lui andava alle terme per curare la sinusite cronica, courtesy dell’INPS. Wow, carina, ‘sta Alizée in discoteca col suo vestitino da campagnola, pensai subito.
Finalmente, nel 2001, MTV attraccò su frequenze captabili perfino in Giudecca e subito la Mater mi incoraggiò a farmi una cultura del pop contemporaneo. Era il periodo di Festival di Paola & Chiara e, quell’estate, tornai a Salsomaggiore; una sera, col Procreatore, la signora Maria dell’hotel e alcuni altri ospiti, andammo al bingo di Fidenza: con un paio di puntate vinsi 15 euro per una cinquina e 87 per un bingo completo. Il giorno dopo, con quei soldi comprai il mio primo (e unico) lettore CD portatile e il mio primo CD, Festival delle sorelle Iezzi. La quantità di conversazioni inconcludenti col Procreatore calò vertiginosamente perché avevo trovato l’ammoreh della mia vita: la musica in cuffia.

Il fedelissimo Sony D-E351 Personal CD Player blu metallizzato col cosino olografico.
Il resto è storia e quel lettore CD mi ha accompagnato in Inghilterra, Spagna, Irlanda e chi si ricorda dove altro, riproducendo Fallen degli Evanescence fino probabilmente a non poterne più, finché la Apple non mise fine alla vita dei CD con l’iPod. E quando il primo iPod mi si ruppe, e il secondo fu reso temporaneamente inutilizzabile da un errore del mio computer che non mi faceva accedere a iTunes per caricarci la musica, fu di nuovo il lettore CD a farmi compagnia nel mio pendolare tre volte la settimana da Alghero a Sassari in pullman (stavolta riproducendo fino alla nausea The Heart Of Everything dei Within Temptation). Ce l’ho ancora in un cassetto giù ad Alghero e, nonostante la vernice graffiata, l’attacco per le cuffie che ogni tanto isola la traccia vocale e lo sportellino delle batterie che si regge su a scotch, funziona ancora.

Insomma, se ripenso ai primi momenti in cui ho ascoltato musica con mentalità semi-adulta, mi vengono in mente Alizée, Salsomaggiore Terme, l’Hotel Azzurra, la villetta creepy che si vedeva di fronte, il profumo degli ippocastani e delle foglie che iniziavano a cadere, la città invasa da aspiranti Miss Italia (ché si andava in quel periodo), le terme Berzieri, la piscina termale pubblica e un lettore CD blu metallizzato.
Perché mi vengono in mente proprio ora? Perché la mia nostalgia per quegli anni sta sfuggendo di mano e mi sono scaricato tutta la discografia di Alizée. Side note: il primo album, quello con Moi Lolita… è abbastanza imbarazzante, ma col passare degli anni la ragazza ha tirato fuori delle cose davvero lodevoli. Datele una possibilità, anche se siete ex-adolescenti imbarazzati dalla cotta per il suo reggiseno imbottito.

Wednesday, 13 April 2016

Cani e gatti

Una coppia coraggiosa che abita nel palazzo di fronte al mio ha pensato bene di adottare assieme un bambino, un gatto e un cane. Tralasciando il marmocchio, qualche sera fa mi è capitato di buttare un occhio alla loro finestra e vedere come il cane e il gatto abbiano reagito alle coccole: il gatto si è strusciato alle caviglie del tipo ed è andato per conto suo; il cane invece l’ha subito seguito come un’ombra. Ed è lì che ho avuto l’ennesima conferma: sono decisamente un tipo da gatti.
I cani alla meglio mi lasciano indifferente, alla peggio li trovo un po’ ridicoli o addirittura fastidiosi. Vogliamo partire dal modo in cui ti guardano, come se fossi il centro dell’universo, con quello sguardo a metà fra l’estasiato per la tua presenza e il nostalgico preventivo per quando dovrai assentarti cinque minuti? O il fatto che siano così dannatamente trasparenti nel mostrare il loro entusiasmo per qualsiasi cosa tu faccia? E il modo in cui vivono in tua funzione, cercano di compiacerti continuamente, di ostentare quanto obbediscono, di rassicurarti che sono lì, seguendo ogni tuo passo? Di come vogliano fare tutto, ma proprio tutto, in simbiosi con te? E la loro continua esuberanza? Per non parlare di come prendano qualsiasi briciola di affetto, anche buttato lì mentre stai facendo altro, per oro colato. Cristo, ma vatti a fare una vita! Ad averne uno 24/7 non-stop mi sentirei soffocare.
Dall’altra parte ci sono i gatti. Amo che siano indipendenti e facciano le loro cose, ma sotto sotto non disdegnino la tua presenza: loro stanno da una parte della stanza dandoti le spalle, tu stai dall’altra a fare le tue cose, ma se te ne vai ti seguono discretamente e senza sbattertelo in faccia. Ti cercano quando hanno davvero bisogno e per cose serie. Quando vogliono affetto non si accontentano finché non dai loro tutta la tua attenzione senza mezze misure; ma, terminato il momento, tornano alle loro faccende e ti lasciano alle tue. E l’affetto te lo dimostrano con le piccole cose: aspettando che ti sia seduto anche tu quando dai loro da mangiare, restando a farti compagnia quando sei ammalato, cercando una carezza della buonanotte quando sanno che stai andando a dormire. Insomma, ti amano, ti danno affetto, ma alle loro condizioni e quando pare e piace a loro, difendendo i loro spazi e lasciandoti i tuoi – anzi, l’aria sarcastica, sassy e sofisticata che hanno di solito, serve solo a sorprenderti quando fanno i teneri. E sono una sfida continua: ti assecondano quando ne vale la pena e devi sempre guadagnarti il loro rispetto.
D’altra parte, la devozione continua dei cani non solo è soffocante, ma dopo un po’ smette di sorprenderti e diventa routine, qualcosa che puoi dare per scontato. All’affetto co-dipendente di un essere che cerca l’altra sua metà ne preferisco uno di due unità che da sole si bastano ma scelgono di stare insieme rispettando ciascuno gli spazi dell’altro.

Ed è qui che mi accorgo che, più che di animali domestici, questo post potrebbe benissimo parlare delle persone che mi vanno a genio. Dovessi trovarmi accanto un ragazzo-cane, lo abbandonerei sulla prima autostrada. Preferisco di gran lunga un ragazzo-gatto con cui fare i randagi assieme.

Saturday, 9 April 2016

Stream of consciousness delle 5:05

Sono sempre stato un overachiever e un control freak.
È vero, crescendo ho avuto pressioni esterne più o meno volontarie ed esplicite a ottenere sempre il massimo, ma io per primo sono quello che pretende anche più del necessario, un po’ come se dovessi sempre dimostrare di avere il diritto di stare al mondo mantenendo un buon livello di produttività. Se riesco a fare qualcosa della mia vita, vuol dire che valgo qualcosa, no? E se valgo qualcosa, a gente non potrà essere così infastidita dall’avermi intorno.
Il fatto è questo: crescendo sotto il fuoco incrociato di un divorzio, ogni mio piccolo passo falso poteva scatenare l’avvocatessa del Procreatore, sempre a caccia di un pretesto per affermare che la Mater non mi seguiva abbastanza e non era degna dell’affido. Più o meno inconsciamente ho sempre sentito di dover proteggere la Mater, che già si faceva il mazzo per me, da questo genere di attacchi; per cui, a partire dai sei anni mi sono sempre imposto di essere uno Übermensch infallibile, perfetto in ogni circostanza, controllato nel parlare e, se proprio dovevo aprir bocca, o il più specifico possibile perché le mie parole non potessero essere rigirate, o il più vago possibile per poter ritrattare all’occorrenza. Alla fine, ho talmente interiorizzato questo comportamento che, per fare un esempio stupido, ogni tanto balbetto mentre cerco il sinonimo semanticamente più appropriato, o rispondo che la Mater è “fuori” quando telefonano e non la trovano, mentre di solito lei si spertica in un “è andato là, là e là e torna alla tal’ora”.
D’altra parte c’è stata la Mater che, in buona fede, ha sempre cercato di darmi il meglio, ma alle sue condizioni. Ho sempre goduto di piena fiducia e massima libertà, ma in cambio ho dovuto presentare una resa scolastica se non impeccabile, quasi. E mi sono stati sempre forniti i mezzi per accultirarmi, dalle lezioni di pianoforte a quelle di canto, passando per il karate, il nuoto e quant’altro… ma con “e io pago” in sottofondo.
Ora, facendo pianoforte, karate, nuoto per hobby, il mio approccio è sempre stato di trattarli come un piacere; se un dato giorno non avevo voglia di andarci, partiva subito la lamentela che “ma il mese è pagato”, “allora tanto valeva che non ti iscrivessi quest’anno”, e simili. Cristo santo, se un giovedì, uno, ho voglia di starmene svaccato sul divano a guardare i cartoni animati invece che andare a pianoforte, non significa che voglio mollare o non andare più a lezione per il resto dell’anno sprecando tutti i soldi dell’iscrizione. Sul serio, dovevo essere più creativo e scrupoloso quando volevo marinare palestra, nuoto o pianoforte che non scuola. Ma cose tipo riempire la vasca da bagno con dentro costume e cuffia, asciugarli con l’accappatoio perché fosse umido e fare finta così di essere andato a nuoto. Sono grato per ciò che la Mater mi ha offerto crescendo, ma accidenti, fare qualcosa perché devi, perché ormai hai pagato, piuttosto che perché ne hai voglia, inizia a non essere più un hobby: questo la Mater non l’ha mai considerato, e ha così contribuito al mio problema di overachievement.
E poi c’è la scuola: lascio che i sociologi dibattano su quanto il sistema scolastico occidentale uccida la voglia di apprendere sull’altare della produttività e del curriculum (cosa che trovo verissima), ma oggettivamente sono stato definito per anni in base alla mia rendita. Il secchione, lo sfigato, l’emarginato che faceva comodo tenere intorno il giorno del compito in classe. E io, cretino, che mi prestavo al gioco e mi lasciavo usare per poter godere di quell’ora e mezza di accettazione sociale. Beh, se non altro il liceo mi ha insegnato a mantenere un basso profitto: ho ancora il vizio di interrompere a metà frase gli altri quando conosco l’argomento di cui parlano, per dimostrare che non sto ripetendo appresso a loro ma sono fottutamente colto di mio, ma per la maggior parte del tempo cerco di passare per una stupida oca bionda in modo da essere sottovalutato. Sul serio, essere sottovalutato è una pacchia e dà un enorme margine di manovra: gli altri si aspettano meno da me e restano sorpresi quando supero le loro aspettative, e tengono la guardia abbassata diventando prede più facili alla manipolazione.
Insomma, il fatto è che ormai ho talmente interiorizzato questi comportamenti e modi di pensare che inconsciamente non riesco a convincermi che valgo più di quello che faccio. Per dire, il terapista mi ha chiesto perché cerco ancora di fare buona impressione sui parenti ora che sono maggiorenne e non possono più farmi nulla. Beh, in realtà ho assunto io stesso il ruolo di giudice dei miei sforzi e la pressione non arriva più dall’esterno, quanto dall’interno.
Certo, frequentare una facoltà “di prestigio” non aiuta: provo un misto di pietà, antipatia e disgusto per tutti quei poveri sfigati lì dentro che credono di avere già un piede nel Parlamento Europeo perché la facoltà ha un nome leggendario, che sono convinti che finire la traduzione per la settimana dopo un giorno prima dei colleghi dia loro una marcia in più per trovare lavoro fra tre anni, che sono diventati le vestali del Tempio della Sapienza e non fanno altro che vantarsi (fingendo di lamentarsene) di star sacrificando la loro vita sull’altare di Scuola Interpreti. E mi guardano con tanto d’occhi quando ammetto candidamente che dopo un certo punto me ne sbatto e quel dato week end sono andato a Milano a far foto. E da una parte so benissimo che sono dei poveracci che cercano approvazione fingendosi martiri, che tutto sta nell’organizzare il tempo e stare chino sui libri 24/7 è in ogni caso inutile, ma l’overachiever che è in me scalpita perché non sto facendo abbastanza e il control freak dà di matto perché non riesco a essere un Übermensch al loro confronto.
È che non ho mai imparato che non devo perdonarmi o giustificarmi perché voglio prendermi tempo per me stesso e passare una giornata a letto col computer sulle gambe a non fare un benemerito cazzo: devo semplicemente prendermi il mio fottuto tempo, punto. È un mio diritto in quanto persona vivente, in quanto being: il fatto che esisto significa che ho del tempo a mia disposizione, punto. Nessuno mi può giudicare per questo, men che meno io stesso.

Bon, in realtà iniziando questo post non sapevo nemmeno io dove volevo andare a parare di preciso: è diventato uno stream rant of consciousness su argomenti vagamente collegati che mi è sfuggito di mano e che non voglio nemmeno rileggere e rendere vagamente coerente. Prendiamolo come un post di puro sfogo, e un esercizio per zittire il control freak che pretende che ogni cosa che scrivo su internet sia un testo argomentativo fatto e finito con una premessa, uno svisceramento capillare delle argomentazioni e una conclusione. Tanto è me che devo convincere di cose che già so. O per lo meno buttarle fuori dalla testa per alleggerirla e riuscire a chiudere occhio.

Friday, 8 April 2016

It’s hard to be me all the time

Ultimamente sono in pieno revival primi Anni Duemila: mentre postproduco il milione di foto che mi hanno commissionato nelle ultime settimane preferisco avere un sottofondo discreto e poco impegnativo che mi tenga compagnia senza distrarmi. Così, ecco che ho ripescato tutta la musica-nostalgia-dei-miei-dodici-e-tredici-anni: Paola & Chiara, Shakira, Anastacia, Alizée e Avril Lavigne. Festival, Laundry Service, Anastacia, Mes Courents Electriques…, Let Go e Under My Skin sono tutti album che posseggo in formato CD, ho importato su iTunes e ogni tanto ascolto.
E no, non me ne vergogno affatto. Per quanto di solito preferisca musica con più spessore, non li considero nemmeno dei guilty pleasure: è semplicemente musica che mi piace e che rappresenta un periodo ben preciso della mia vita.
Ma siccome non si può postprodurre tutto il giorno, a una certa mi sono semplicemente sdraiato a letto, le gambe sollevate contro il muro e il computer accanto a me con Let Go in riproduzione. E ho pensato che, dovessi trovarmi un ragazzo, vorrei che ascoltasse Avril Lavigne.
Beh, vorrei che ascoltasse anche Avril Lavigne; o che l’avesse ascoltata da ragazzino e ogni tanto ci tornasse con nostalgia come faccio io.

Il fatto è questo: per citare Pescy in un’intervista di qualche anno fa, “è difficile essere me tutto il tempo”. Sì, ho degli standard culturali e ci tengo a essere circondato da persone intellettualmente stimolanti; ma quando si prendono troppo sul serio, la cosa diventa tremendamente stressante. Essere all’altezza di qualcuno perennemente impegnato a dimostrare al mondo la sua erudizione alla lunga stanca: dovessi avere un ragazzo accanto, vorrei che potessimo prenderci delle pause e avere poche pretese, ogni tanto, senza preoccuparci di quel che penserebbe la gente.
Anche perché bisogna darle credito, ad Avril: per quanto musicalmente Let Go sia “basic” per fargli un complimento, c’è un’enorme genuinità dietro. Musicalmente e, soprattutto, testualmente, è un album adolescenziale fino al midollo: piccoli drammi quotidiani, ribellione, battibecchi fra sottoculture convinte che il modo di vestire sia fondamentale per definire una persona e duri per sempre… dai, ci siamo passati tutti per quella fase. Se riusciamo a goderci senza problemi cartoni animati, film, videogiochi della nostra infanzia, perché non possiamo anche sorridere e pensare che siamo stati adolescenti negli Anni Duemila assieme ad Avril Lavigne?


Non dico che il periodo delle medie sia stato il peggiore della mia vita, ma poco ci manca. Mi sono ritrovato catapultato da essere uno dei bambini popolari alle elementari a essere il secchione bullizzato, ed è da lì che è nata la mia social awkwardness. Poi però arrivò la musica e, durante la ricreazione, avevo i miei dieci minuti di gloria in cui me ne stavo appollaiato su uno dei banchi ad ascoltarla con le ragazze, a commentare il look di questa o quella cantante, a tentare di decifrare i testi con il nostro inglese maccheronico, a cantare tutti insieme e lanciarci occhiatine maliziose quando coglievamo qualche doppio senso che non c’era ma, foneticamente, ci sembrava. “You fall and you crawl and you break and you take what you get and you turn it into…” e giù a muovere testa e mani a ritmo mentre ci squarciavamo la gola. Riascoltare Avril Lavigne fa ricordare momenti molto piacevoli che avevo dimenticato nella massa indistinta di quello che è stato un periodo difficile, ed è qualcosa che apprezzo molto.
Per cui sì: se mai dovessi trovare un ragazzo, mi piacerebbe che fosse uno che sa prendersi alla leggera il tanto da starcene sdraiati sul letto in versi opposti, i piedi poggiati sul muro, ad ascoltare Avril Lavigne sul mio computer e ridere mentre ci raccontiamo com’eravamo da adolescenti, dei piccoli momenti piacevoli che abbiamo trascorso allora grazie alle nostre passioni, e di come sotto sotto non siamo cresciuti tanto da dover essere seri e colti tutto il tempo.