Thursday, 26 December 2013

#IlNataleDellaCrisi

L’awkward moment quando il tuo Natale si trasforma nella brutta parodia di uno di quei servizi/documentari strappalacrime su come la crisi si ripercuote sulle famiglie italiane, che vanno in onda nei programmi di approfondimento politico su RaiTre la sera tardi.

Le cose iniziano a marciare male già dalla vigilia. L’albero di natale, vecchio di almeno vent’anni e con i rami che minacciano di staccarsi, lo addobbiamo di corsa con la Mater al pomeriggio, ché i giorni prima non abbiamo avuto tempo; nel mentre, scopro che quello piccolo a fibbre ottiche è stato buttato l’anno scorso dopo la mia partenza perché si era bruciato il motorino delle luci. Il che mi addolora alquanto.
Terminato l’albero, Mari mi propone una pizza al Poco Loco, rinomato locale di Alghero. Io combino in modo da uscire sia con lei e Diego, sia con Giovix, ma quando tento di prenotare, lì nessuno risponde. Il sospetto che sia chiuso nonostante la vigilia di Natale si fa sempre più concreto di minuto in minuto.
Alle nove meno un quarto, ora dell’appuntamento, constatiamo che il Poco Loco è  effettivamente chiuso. Incuranti del ventaccio che neanche a Trieste, saliamo in macchina e partiamo alla ricerca di una pizzeria aperta. Ardua impresa. Alla fine, sbuchiamo dall’altra parte della città e ne troviamo una: d’asporto ma con due tavoli improvvisati in un angolo dell'angusta stanza. Alle nove e venti circa siamo pronti a ordinare.
Nonostante sia servita già a fette nei cartoni e senza posate, la pizza è ottima, ma viene accompagnata da discorsi che spaziano fra locali chiusi, poca gente in giro, disoccupazione, negozi falliti in tutto il centro città, aumento dell’età pensionabile, disastri politici, la morte di Mikhail Kalashnikov. Insomma, lo spirito natalizio non è ancora pervenuto.
Alle dieci meno dieci ci alziamo, paghiamo e ci dirigiamo nuovamente in centro in cerca di un locale aperto. D’accordo il vento e il freddo, ma in città non c’è davvero un cane, che sia uno. Fortunatamente troviamo il Baraonda aperto: Diego e Giovix, che devono guidare, prendono un tè caldo e un analcolico, giusto perché l’allegria era già troppa, mentre Mari e io prendiamo rispettivamente un bicchiere di rosso e uno Stinger (cognac & crème de menthe, il mio nuovo signature cocktail). Complice Giusy Ferrery di sottofondo, i discorsi si mantengono funerei fino a quando Giovix ci saluta per andare a trovare i parenti e io, di umore sempre più tetro, ordino un secondo giro di Stinger: con un po’ di alcool in più le cose sembrano migliorare leggermente, ma, anche se finiamo a parlare di GdR, la serata continua a non ingranare.
Nella disperazione più totale, ci dirigiamo prima su una panchina al riparo dal vento, poi in uno dei bar di via Maiorca dove, accompagnati dai The Who in tv e dalla mosca sullo schermo, ordiniamo un’acqua tonica (Diego), un chupito servito in un bellissimo bicchierino da shottini (Mari) e, in mancanza dello Stinger, un Bloody Mary (la mia vecchia fiamma). Scoraggiati dalla mancanza di attività serale e troppo alticci per bere ancora, a mezzanotte e pochi spiccioli ci scambiamo gli auguri, rubiamo il bicchierino da shottino e ci dirigiamo verso casa per porre fine alla serata. La quale è riassumibile in: la gente non ha soldi per uscire e i locali o sono vuoti, o sono chiusi.

Il 25 sembra iniziare (verso l’una del pomeriggio, per me) sotto migliori auspici, se non si tiene conto del diluvio e del ventaccio fuori, e della mancanza della puntata de La Signora in Giallo: risotto ai funghi e antunna trifolata al forno per pranzo (credo che in altre parti di Italia si chiami cardoncello, comunque è un fungo), cotechino e purè di patate per cena. La notizia, appena sveglio, che il Papa ha concesso l’indulgenza plenaria a tutti quelli che hanno seguito la messa, presenziando fisicamente o tramite mezzi tecnologici, riporta il mio spirito natalizio al livello delle caviglie, e l’albero di natale triste e spento perché la Mater si è dimenticata di accenderlo non aiuta. Ancor meno aiuta la bombola del gas, che decide di lasciarci a piedi ancora prima di iniziare la cottura del risotto. E meno male che giusto l’altro ieri ci eravamo rassicurati dicendo che l’avevamo comprata da poco, quando in realtà, quaderno della contabilità alla mano, stava lì da agosto.
Essendo i negozi di bombole, i supermercati e le gastronomie rigorosamente chiusi, cerchiamo di arrangiarci con quello che c’è: il cotechino della sera si può cuocere anche al microonde, mentre le antunne se la caveranno col grill elettrico del forno. Con qualche fetta aggiuntiva di salsiccia sarda, e pera e melograno come frutta, il pranzo è salvo, fra una risata e l’altra per la situazione inusuale, tipo chiederci se non fosse il caso di coprirci e andare a elemosinare un piatto di minestra alla Caritas.
Durante il pomeriggio l’umore migliora un po’ grazie a Marina, Beyoncé e, soprattutto, la notizia che uno dei santuari sul cammino di Santiago de Compostela è stato colpito e arrostito da un fulmine, almeno fino all’ora di cena: rimasti senza cotechino, verso le otto la Mater e io alziamo il telefono per ordinare una pizza o della fainè. Un quarto d’ora dopo, abbiamo esaurito i volantini delle pizzerie d’asporto senza trovarne una aperta, giusto perché continua ad esserci crisi. Alla fine, mentre io mi spertico in dichiarazioni di nostalgia per La Grande Shanghai di Trieste, che non chiude nemmeno sotto i bombardamenti, frugando in frigo troviamo del borsch avanzato da riscaldare al microonde, ancora mezza salsiccia da affettare, le ultime pagnotte rimaste in freezer e carciofini sott’olio. A metà cena, realizziamo che il tè, dopo, lo dovremo prendere con delle brioscine perché non ci siamo neanche ricordati di comprare un pandoro o un panettone, e ironizziamo che manca solo che salti la corrente per la pioggia, come se non avessimo pagato la bolletta, per coronare la giornata. Beh, se non altro l’abbiamo presa a ridere (e la mancanza della corrente ci è stata risparmiata).

Ok, in realtà questo Natale così mesto e modesto, con pranzo e cena raffazzolati fra gli avanzi del frigo, è stato il frutto di una serie di sfortunate coincidenze, dimenticanze, imprevisti e disguidi, ma ho la vaga impressione che sia stato il tenore medio dei festeggiamenti in buona parte d’Italia. E mi sento un mostro, ma a pensarci mi viene da ridere perché qui da me c’erano le comiche, non la vera miseria. Dai, a tutti quelli che se la passano davvero male auguro che Capodanno, invece che deprimente, diventi almeno tragicomico come il nostro Natale. E che magari, per fare il pendant, scenda una bella frana su Medjugorje: quello sarebbe fantastico.

Sunday, 22 December 2013

Regola #1 di un amante dei gatti

Mai parlare di loro come se non capissero il linguaggio umano mentre sono presenti. Sul serio, poi si offendono a morte. E ti dimostrano che tu hai torto e loro ragione.

Uno dei motivi della mia depressione delle scorse settimane è presto detto: Murka non sta bene. La mia gatta di sedici anni, con cui sono letteralmente cresciuto, ha un tumore probabilmente ai polmoni e le sue aspettative di vita sono incerte. Ha avuto una brutta crisi a fine ottobre ed è sopravvissuta solo perché la Mater si è dedicata notte e giorno a curarla senza badare a nient’altro, ma sul serio, eravamo convinti che non avrei più fatto in tempo a vederla – il motivo per cui non ho scritto niente prima, avevo paura di verbalizzarlo prima di essere tornato a casa per le vacanze.
E invece, eccola qui, acciambellata sulle mie gambe mentre scrivo al pc. In generale, è sempre intenta a fare le sue cose – correre per casa, saltare sui letti o sul divano, farsi la toeletta, chiedere coccole – con un po’ più di fatica, ma imperterrita. Ed è orgogliosa: l’altra sera, quando sono arrivato, io e la Mater ci siamo messi a parlare di lei e delle sue condizioni, e lei non si è mica inalberata? Ha chiesto con prepotenza di uscire nel pianerottolo, l’ha esplorato per bene ed è scesa tutta pimpante fino a due piani più giù, quando normalmente aveva paura a farne anche uno solo. Per la serie, “Ecco qui, sciocchi: io sto benissimo e sono perfettamente in grado di uscire a passeggiare e farmi le scale di corsa. Basta sottovalutarmi, pff!”.

In realtà no, non va tutto bene e lo spettro di ciò che sarà aleggia sempre nell’aria. Murka ha un appetito molto ridotto, mangia a intermittenza e spesso dobbiamo insistere laddove è sempre stata un’ottima forchetta e non passava un singolo pasto senza che ci ossessionasse per avere anche il bis. Da una parte posso dirmi che è un bene, che possiamo abituarci lentamente alla notizia in modo da essere meno sconvolti quando accadrà e approfittare del tempo che ci resta per goderci la sua presenza. Però è difficile mettere da parte l’ansia. Per dire, ho pianto quando l’ho riabbracciata.
In generale, devo dire che la percepisco proprio diversa. Fino a ottobre, nonostante i sedici anni è sempre stata una bambina. Ha vissuto in un mondo ovattato e non è mai davvero cresciuta, è rimasta la piccola di casa per la quale ogni occasione è buona per giocare. Adesso è diversa, la sento adulta. Non so spiegarlo razionalmente, ma è più matura e consapevole, meno innocente e ingenua.
Probabilmente perché, come ha detto Il Corvo prima, e i The Crest in Childhood’s End poi, “Childhood’s over when you know you’re gonna die”. E Murka è sempre stata una gatta estremamente intelligente.

Friday, 20 December 2013

#vivereindisturbatidaiforconi – parte 2

Documentandomi maggiormente sui Forconi (che, casualmente, fanno rima con una serie di cose a partire da “buffoni” per finire con “coglioni”) mi sono reso conto che dando loro dei fascisti ho solo fatto una constatazione dell’ultim’ora. Forza Nuova li appoggia, Fratelli d’Italia pure, CasaPound e Grillo anche, la Destra per Milano ci sguazza, Forlì era piena di striscioni scritti con quel ridicolo font acuminato, non parliamo di quelli della “marcia (fail) su Roma”, per cui restano pochi dubbi in merito – e quei pochi li fa fuori la tempistica: sarà un caso che questo manipolo di facinorosi sia saltato fuori proprio dopo che hanno finalmente fatto fuori il Berlusca? Mmh, non credo proprio.
Ecco, se non fossimo in Italia dove ‘ste minchiate naufragano sempre, forse inizierei a preoccuparmi alla prospettiva di uno stato retto da questa gentaglia.

Ciò detto, sempre per la serie Trieste doesn’t give a fuck, nei giorni scorsi io e Linda (sempre lei) ci siamo concessi svariati panini chic e cupcake in centro, siamo andati alle poste, in giro per negozi, quasi anche il cinema (“quasi” perché alla fine non abbiamo deciso cosa vedere) come nulla fosse. Niente sembra smuoversi qui da noi, eccetto un incremento preventivo delle forze dell’ordine i primi due giorni e quei quattro gatti con le bandiere in Piazza della Borsa che ho visto mercoledì, che erano probabilmene il presidio locale, per cui buona pace a tutti.
L’unica mia paura era di trovarmeli in Veneto andando all’aeroporto di Treviso, aka Lega Town, visto che da quelle parti il populismo attecchisce rigoglioso, ma non si sono né sdraiati sui binari, né accampati alle rotonde, per cui posso dichiarare la faccenda totalmente chiusa per quanto mi riguarda (i Sardi hanno troppo da fare con i postumi dell’alluvione e sono generalmente poco creduloni, per cui non troverò Forconi di sicuro).

Bene, speriamo solo che le prossime manifestazioni di populismo siano almeno un po’ costruttive e non coinvolgano Flavia Vento e lo Zoo di 105 fra i loro sostenitori. Del resto, ragazzi, siamo seri: per parlare di problemi seri e rilevanti come il signoraggio bancario, New World Order e le scie chimiche, le bacheche di Facebook bastano e avanzano, non c’è bisogno di trovarsi tutti in piazza.

Tuesday, 17 December 2013

Il pregiudizio va di moda

(Giuro che la smetto di scrivere post impegnati.)

Se c’è qualcosa che va sempre di moda, è il pregiudizio. Nella fattispecie, il pregiudizio verso il mondo della moda. Un classico da sfoggiare in qualsiasi stagione e abbinare con qualsiasi colore, come il nero. Poi dai, segue le stesse regole dell’abbigliamento anche per quanto riguarda le fasce d’età: quando si è ragazzini è radicale e dettato dal desiderio di ribellione, di sentirsi adulti, profondi e diversi (“La moda è superficiale! È un modo per omologare le coscienze, ma io sono diverso, ho un cervello e sono me stesso!” – e hai lo stesso ciuffo emo, ieri, o hipster, oggi, degli altri centomila che sbraitano come te), quando si cresce diventa uno strumento di accettazione sociale, per fare bella figura sempre sentendosi profondi (“Il mondo della moda è così superficiale, tutta apparenza e niente sostanza, io ho dei veri valori!”, tipo farsi lavare e stirare i completi dalla moglie casalinga e andare a prostitute di ritorno dall’ufficio), fino a che non si diventa troppo vecchi qualunquisti e trasandati per avere una qualsiasi opinione rilevante e attuale (“Ai miei tempi non si vedevano questi sederi scoperti e queste scollature!”, disse la vecchia infagottata con strati di vestiti random senza neanche un tentativo di abbinarli).

L’ultima cosa del genere in cui sono incappato è questo giochino online, Fashion ør Porn – Can you distinguish fashion from pornography? (“Moda ø porno – Riesci a distinguere la moda dalla pornografia?”, per chi mastica poco inglese). All’apparenza un comunissimo giochino virtuale con cui farsi due risate al pomeriggio e, magari, sorprendersi di quanto sia facile sbagliare la risposta.
O forse no.

Ebbene, in realtà siamo alle solite: più che per divertirsi, il giochino è in realtà l’ennesima occasione per attaccare il mondo della moda e fare propaganda su quanto sia cattivo e pericoloso facendo leva sulla superficiaità dell’utente medio e sulla sua ignoranza che permette all’evidente faziosità del gioco di passare inosservata. Ma se provassimo ad analizzarlo con occhio critico?
Partiamo già dal titolo. Quindici secondi di analisi linguistica bastano a individuare il sottotesto contenuto nella domanda: distinguere la moda dal porno implica che sia la moda ad essere simile al porno, e non vice versa. “Distinguere il porno dalla moda” avrebbe dato l’idea di una pornografia che tenta di agghindarsi per acquisire dignità, mentre così la moda viene immediatamente bollata come volgare mercificazione del corpo al pari della pornografia, esattamente sullo stesso livello.
Passiamo poi ai contenuti. Il taglio delle anteprime è chiaramente costruito ad hoc per mettere il giocatore in difficoltà, e fin qui nulla da ridire, se no dove starebbe il divertimento? La selezione delle foto è invece un altro paio di maniche.
In primo luogo, è pieno di foto di Terry Richardson, una mossa già di per sé sleale perché lui è notoriamente accusato di molestie sessuali dalle sue modelle, e il suo lavoro è composto per un buon 30% da porno, un altro 20% da quasi-porno, un 45% da foto inutili sia come porno che come fashion e, finalmente, un 5% di roba decente (incidentalmente tutte foto di Sean O’Pry). Onestamente, prima di dire che è un fotografo di moda ci penserei non una, non due, ma una decina di volte.
In secondo luogo, c’è uno schema assolutamente deliberato dietro foto proposte: quelle porno sono per lo più tecnicamente buone o accettabili e le attrici sono truccate o in maniera molto naturale, o molto elaborata, ma comunque impeccabile; dietro quelle fashion c’è una sistematica ricerca dell’effetto low-fi, del colore virato, della finta polaroid, dell’effetto “sfatto-chic” con trucco imperfetto e pose poco eleganti e, soprattutto, del flash sparato frontale (Terry Richardson, appunto, ma non solo) che, se non gestito in maniera ineccepibile, dà immediatamente un’idea di “cheap” e amatoriale alla foto (anche perché esalta la lucidità della pelle, specie se accostato a un brutto fotoritocco).
L’intento è perfettamente chiaro: insinuare che, sotto sotto, la fotografia fashion differisca da quella porno solo perché non si mostrano peni eretti e vagine spalancate, ma che a parte questo non abbia né più valore, né più dignità, che mercifichi il corpo delle persone perché, come il porno, la moda è un mondo vuoto e volgare, e che anzi, il porno è quasi quasi meglio perché è più onesto.
Come fotografo, trovo la cosa piuttosto offensiva. Come appassionato di moda la trovo molto stupida e superficiale. Certamente, una parte del mondo della moda, e della fotografia fashion, è davvero ciò che è stato mostrato in quel giochino, non lo nego. Ma, appunto, è una parte, e nemmeno la più significativa. Rappresentare solo quella è assolutamente fuorviante e fazioso. Di scelta fra buone fotografie fashion che camminano sul confine dell’erotico ce n’è, eccome: perché non ho visto Ellen von Unwerth, lì in mezzo? Ovvio: perché scatti come questi avrebbero mostrato la scomoda – per l’autore del gioco – verità che, più spesso che no, la moda e la fotografia fashion sono arte, e non pornografia. Qualcosa su cui è più difficile accanirsi. Perché, pur in maniera ludica e scherzosa, questo è un attacco in piena regola, il cui scopo non è divertire, ma far pensare: “Caspita, ne azzecco pochissime! ‘Ste foto fashion sono più porno dei porno!”.

Che poi, siamo onesti e ammettiamolo, il motivo per cui ci si scaglia contro il mondo della moda è lo stesso per cui l’utente medio di Windows ce l’ha tanto con Apple: la volpe e l’uva. È troppo caro, non ce lo si può permettere, va necessariamente additato come privo di reale valore o, addirittura, come un male della società. L’invidia che continua a mietere vittime.

Thursday, 12 December 2013

Fra grilli e forconi

Così, mentre il nord-ovest dell’Italia è sconquassato dai Forconi, a Nichelino si lanciano bombe carta, a Ventimiglia si blocca mezza città dalla parte della frontiera e si minacciano le donne alla guida, Milano è mezza occupata dai trattori e a Savona si bruciano libri, qui a nessuno frega nulla di niente e io e Linda siamo andati indisturbati dal parrucchiere e poi a prendere il tè delle cinque e a fare shopping. E già che c’ero mi sono preso anche un gelato.

Ammetto che me la sto sogghignando amabilmente a fare il borghesuccio che guarda con scetticismo quei poveri bifolchi che vanno in giro a fare la voce grossa mentre continua a vivere tranquillo la sua vita priva di veri valori. Del resto, come prendere sul serio un movimento con un nome così bucolico?
Parlando un po’ più seriamente, mi avvilisce constatare come gli Italiani siano totalmente incapaci di fare seriamente qualsiasi cosa, inclusa la rivoluzione. Del resto, come dimenticare i precedenti storici, tipo la sommossa di Garibaldi a Genova del 1834 durante la quale gli altri l’hanno bidonato ed è stato costretto ad imbarcarsi alla chetichella con i quattro gatti che erano venuti? O Pio IX che, all’ultimo, bidonò la coalizione richiamando le truppe (che già erano volontari armati alla ben e meglio)? Per non parlare del fatto che gli Italiani si lasciano sempre guidare da questo genere di personaggi loschi e demagoghi dal passato tutt’altro che trasparente.

Ebbene, siamo punto e accapo. Sì, molto bella l’idea di mobilitare i ceti più umili per tentare di smuovere una situazione che sta oggettivamente diventando insostenibile, ma le cose vanno fatte per bene, non dandosi la zappa – o il forcone – sui piedi né ricorrendo a metodi di stampo fascista per ottenere i propri obiettivi.
Non puoi aspettarti che un dipendente che a malapena sbanca il lunario ti venga appresso se non gli dai garanzie: cosa fa con lo stipendio che perde quel giorno? E se lo licenziano, che fai, gli paghi tu le bollette? Idem dicasi dei commercianti: se a qualcuno una giornata di chiusura pesa nel bilancio, non puoi costringerlo ad abassare la serranda con le minacce se non puoi garantirgli un minimo di risarcimento. E i dipendenti che devono viaggiare per raggiungere il posto di lavoro, o la gente che deve raggiungere i parenti? Che fai, paralizzi l’intera rete ferroviaria e stradale solo perché lo hai deciso?
Fra l’altro, non si può imporre un’idea a tutti. Questo vale per Grillo e la sua impermeabilità a qualsiasi idea non provenga dal suo partito – non puoi aspettare di essere l’unico partito al governo per smettere di fare ostruzionismo e far muovere i tuoi parlamentari, si chiama dittatura – così come per questi squadristi che pretendono che la gente li segua a suon di minacce e che auspica un governo “delle forze dell’ordine” prima delle prossime elezioni dopo aver fatto piazza pulita dell’attuale classe politica. Manca giusto l’olio di ricino, e scommetto che non l’hanno comprato solo perché c’è crisi e costa troppo.
Come sempre, si fanno le cose senza pensare, e la minaccia alla libreria di Savona è solo la ciliegina sulla torta che dimostra con chi abbiamo a che fare: una manica di cialtroni ignoranti che non sa neanche da che parte sta girata. Del resto, cosa aspettarsi da gente che posta qualunquismi in full caps lock e con punteggiatura approssimativa su Facebook, che si beve la demagogia del Papa che parla di ridistribuzione del reddito dall’alto di una chiesa che non paga le tasse, e che quella stessa demagogia la serve di continuo a suon di urla? Per carità, quando Lenin diceva che anche la massaia doveva essere messa in condizioni di governare, intendeva che le si doveva dare un’istruzione adeguata, non che bastava che uscisse dalla cucina e salisse direttamente al governo. Con le campagne e i pascoli funziona allo stesso modo.

Insomma, fantastico. Viviamo in un paese la cui classe dirigente è composta da maiali incompetenti, e i loro oppositori sono capre ignoranti. Ma la cosa più allucinante è la gente che abbocca sempre e comunque. Possibile che non ci sia qualcosa di meglio, che fine ha fatto la classe intellettuale?
Ah già, è emigrata all’estero, che domanda idiota.

Friday, 29 November 2013

La biosfera trascende il ragionamento umano

C’è una cosa che amo profondamente in Heike Langhans, la nuova cantante dei Draconian.
Ok, in realtà amo da morire anche il suo umorismo molto tagliente e dark, quindi facciamo due: il fatto che sia un’attenta osservatrice del mondo scientifico e i suoi status spingano sempre a riflettere. E voglio dire, riflettere talmente tanto che perfino io mi ritrovo in condizioni di scrivere, fra il nuovo singolo di Lady Gaga e l’apertura del nuovo negozio di Zara, cose significative e articolate che rasentano l’ambito scientifico.
Stasera parlavasi delle conseguenze dell’incidente di Fukushima sulla vita marina del Pacifico, delle balene che non cantino più, le sardine che stanno morendo in massa e le stelle marine che si stanno disintegrando. Heike ha commentato che questa non è evoluzione, è un abominio, e la cosa mi ha fatto riflettere molto. In inglese, perché sono troppo pigro per tradurre, per cui copiaincollo i miei commenti e tanti saluti.

I’ve read the radioactivity is due to reach America’s west cost sometimes next year, so the whole North Pacific is screwed.
Anyways I’m not sure if I agree with your statement about this not being evolution: I see the human race as part of “nature” itself (which I actually consider the biosphere), and the “damage”, or more appropriately “change” we are bringing upon is part of its process. And it won’t have a long-lasting effect in terms of “nature”’s time: even the global warming in its worst scenario won’t last for a geological age. What we are altering and damaging is the “nature” = environment in which we live. We are destroying and endangering species only if we consider them from a human perspective, ‘cause the biosphere doesn’t dive a shit about single species. Once we become extinct (which will happen) the biosphere will go on, new species will emerge as they always do and “our mark” will fade quickly. What we should be worried about is the environment which allows us to survive, because “nature” will carry on with or without whales, sardines, starfish and us.

On an afterthought: nature doesn’t even have a purpose, life in general doesn’t mean anything but the perpetuation of its cycle, which doesn’t require all the species we know to survive. The problem is, we try to apply our concept of time and continuity to something which is much bigger. As a human being, I can say I love what “nature” produces because it’s beautiful, it’s pleasant and interesting to behold and study. A species becoming extinct is sad because we will no longer see it around, our descendants will only know about its existence through our records, but that’s merely the human perspective on the phenomenon, which is meaningless in the general picture.
Also, the most accepted scenario claims our biosphere will last for another billion years before the atmosphere chemically alters due to the changes in the intensity of the Sun’s radiation along its stellar evolution which, combined with the Moon constantly slipping further away from the Earth’s gravitational grasp that will possibly result in a greater instability of the Earth’s axis tilt on which the seasons depend, will put an end to photosynthesis destroying the life cycle as we know it, and life will most likely carry on only as extremophile micro-organisms. This opens up for two considerations:
1) In this general picture, what such a human concept as biodiversity mean? Even a mass-extintion of the current dominant mammal species along with all the ones it will bring along in its self-destructive process means very little.
2) On the contrary, creating extreme conditions that forge organisms which can survive and proliferate in them (such as the mushrooms in the Cernobyl reactor) does contribute to the preservation of life once the precarious conditions that sustain our strong (in earthly terms) but fragile (in cosmic ones) biosphere are gone for good.
AND, all of this is even smaller if compared to the scale of space, time and energy of the whole galaxy, let alone the universe. I’m going to get vertigo if I try and think of the picture as a whole, it kind of transcends human understanding.

Thursday, 28 November 2013

My room is my tomb

Quest’anno sto soffrendo molto l’autunno. Il freddo, la poca luce, il maltempo... normalmente dovrebbero essere d’ispirazione, invece mi stanno buttando giù. Probabilmente è perché ho scoperto di soffrire davvero di una leggera depressione, che è anche il motivo per cui posto poco: quando capita qualcosa di grosso di cui lamentarmi ho di che riempire il blog, ma per il resto non ho voglia di fare nulla, incluso scrivere. Anche perché la depressione porta con sé l’inattività, quindi c’è anche poco di cui scrivere.

In realtà esco anche di casa: università, gelato, merende in giro, shopping, ma anche quello fa parte della routine. Lo faccio controvoglia, o lo stretto indispensabile, e il minimo sindacale che do è un buon abbinamento di vestiti. Neanche una sistemata a barba e capelli: la prima resta incolta, i secondi li lego per evitare di dover dare loro un senso e sto a posto così. No bene, per niente bene.
Le cose migliorano un po’ quando vado da qualche parte: nel viaggio di andata sono allegro, guardo il paesaggio fuori dal treno, ascolto musica, anticipo ciò che farò. Al ritorno invece sono nevrotico, intollerante verso l’umanità intera e decisamente triste: si torna al grigiore della quotidianità fino alla prossima fuga.
Fra l’altro, nemmeno la musica mi aiuta molto. Ne ascolto di quanto più varia possibile sperando in una catarsi, ma niente, il mio umore resta invariato. In compenso ho iniziato a guardare parecchi film, specie animati, per avere quell’oretta e mezza di stacco dai miei problemi. Se non puoi risolverli, dimenticali per un po’: pessima strategia, ma almeno funziona.
Stasera ci darò dentro con The Black Cauldron. Mai visto prima, vediamo se è tremendo come dicono.

Wednesday, 20 November 2013

Incubi ricorrenti

Ultimamente mi sono reso conto di avere due incubi ricorrenti.

Il primo non è proprio un incubo, quanto un luogo ricorrente: è la casa della Ziaccia. Di volta in volta succedono cose diverse, come la gravidanza di Veronica o il cavolo che stava succedendo qui, o molte altre. Ma c’è una costante: non c’è mai via di fuga. Tutte le porte sono chiuse, tutte le finestre sono sbarrate, con gli scuri chiusi o le tapparelle abbassate. Da fuori non proviene mai nessuna luce, che è sempre affidata al lampadario del soggiorno, con uno di quei neon dal colore vagamente verdastro. Di solito anche il corridoio è buio e illuminato solo dalla luce che proviene dall’altra stanza.
Questo sogno è tutto sommato poco sorprendente: il brutto neon freddo è l’illuminazione che la casa ha nella realtà, mentre il fatto che sogni di essere praticamente intrappolato lì dipende dal fatto che ogni volta ci sto controvoglia e non vedo l’ora di andarmene al più presto. Ho dei ricordi molto brutti associati a quel posto, quindi penso sia normale che nei miei sogni è oscuro e senza via d’uscita. Chissà che un giorno sogni di trovare una chiave o di aprire quel portone.

Il secondo dei miei incubi ricorrenti è, per certi versi, molto più angosciante. È illuminatissimo, le finestre sono tutte aperte, ma il senso d’oppressione è perfino più intenso.
Mi trovo, infatti, nell’aula dove ho fatto gli ultimi anni del liceo nonostante sappia benissimo di essermi diplomato anni fa. Davanti a me c’è la professoressa di matematica che mi annuncia la bella notizia: una nuova circolare ministeriale retroattiva ha fatto sì che tutti i voti fossero ricalcolati con media matematica e, di conseguenza, mi sono ritrovato il debito in matematica al secondo anno (l’ho davvero rischiato, sono uscito con una sufficienza tiratissima). Sempre secondo la stessa circolare ministeriale, devo passare un esame riparativo il giorno stesso, altrimenti mi verrà revocato il diploma e dovrò rifare il liceo a partire dal secondo anno. E ovviamente, visto che sono passati anni, io non ricordo nulla. Non so nulla, è da troppo che non studio quelle cose e non vado a scuola!
E per quanto la implori, per quanto le dica che può anche abbuonarmi uno di quei vecchi compiti in classe perché sono passati tanti anni e comunque non studio nulla di matematico all’università, non la metterò mai in imbarazzo, lei resta irremovibile, o al massimo mi dice con compassione che non può farci nulla: devo fare l’esame.
Di solito ci sono anche vari miei compagni, e non so mai se anche loro devono fare l’esame o se sono lì solo per assistere alla mia umiliazione. Una volta dovevano sì fare l’esame, ma solo per colpa mia, perché tutti avevano passato l’anno senza debiti. Di solito, le uniche assenti sono Beatrice e Federica, gli unici volti amichevoli in quel viperaio.
Una piccola, occasionale variazione sul tema è che, semplicemente, torno a scuola dopo mesi di assenza e non ricordo più nulla: non so fin dove siano arrivati nel frattempo i miei compagni, cosa ci fosse da studiare per quel giorno, che compiti ci fossero da fare, e non posso nemmeno giustificarmi perché so che non c’era nulla che mi trattenesse dal frequentare e sono io che non mi sono preoccupato di mettermi in pari almeno per le lezioni di quel giorno.

Ora, chiaramente non mi sono ancora lasciato alle spalle il trauma del liceo, specie il rapporto non proprio ottimo con i miei compagni di classe. Ma continuare a sognare a distanza di cinque anni quella dannata stanza, quelle piastrelle bianche con finto motivo graffiato color avorio che le faceva sembrare perennemente sporche, quei muri di cartongesso, quei finestroni con i telai rossi che surriscaldavano la stanza… beh, inizia a essere ridicolo! Non che mi capiti ogni notte, ma di tanto in tanto il sogno torna, e ogni volta non riesco a rendermi conto del déjà-vu, di esser in un sogno per cambiare rotta.
Vorrei capire come lasciarmi questi dannati incubi alle spalle una volta per tutte.

Friday, 15 November 2013

Zara ha aperto a Trieste

Alessandro fa tanto il dark, ma deve solo lasciarsi andare un po’. Secondo me dentro di lui c’è un truzzetto che aspetta solo l’occasione buona per uscire.

Parole sante di Monica, la mia professoressa di filosofia del quinto liceo, pronunciate tanti anni or sono, nel lontano 2008, quando ero in piena fase darkettina, mi conciavo da espositore del negozio di ferramenta, odiavo il pop come se fosse il male, la dance come se fosse la morte, l’elettronica come se fosse il morbo e la moda (quella “mainstream”) per partito preso. Vade retro, tentazioni della superficiale società moderna, io ero un introspettivo dandy dallo spirito romantico che vagheggiava epoche passate in cui la decadenza umana era limitata al popolino ignorante.
Ed oggi, eccomi qui, con Artpop di Lady Gaga in borsa (nemmeno la regular, ho proprio preso la deluxe), di ritorno da uno degli ormai settimanali giri di shopping con Linda, che quest’oggi ha incluso nientemeno che la giornata di apertura del punto vendita di Zara a Trieste, accolto come l’arrivo della Terra Promessa sotto i nostri piedi (e non vice versa). Il tutto dopo aver fatto fuori un cupcake a testa in un localino indie-chic, e poco prima di un club-sandwich in uno dei fast-good trendy del centro.

Se il me stesso di cinque anni fa vedesse il me stesso attuale, probabilmente penserebbe di essere destinato a diventare l’epitomo della superficialità umana: shopaholic, merende di tendenza, in giro per negozi piuttosto che per musei, serate nei pub a bere cocktail o nei club gay a ballare e controllare la fauna, accanito ascoltatore di musica commerciale ed elettronica. Un ragazzino di poche pretese. Oh, e fra l’altro, giusto ieri mi sono deciso a scaricare Matangi di M.I.A., la cafona più cafona di tutta la musica tamarra.
Ebbene, la realtà è semplicemente che, crescendo, sono diventato più onesto. Mi sono stancato di fare solo cose socialmente impressionanti per autoconvincermi di appartenere a una fittizia élite culturale al di sopra delle masse. Adesso abbraccio tutto quello che stuzzica la mia curiosità, e così posso andare all’apericena del Lelephant la sera prima del Picnic Vittoriano, o a vedere Il Lago dei Cigni a teatro ascoltando gli Swallow The Sun subito prima, o fare la fila per il concerto degli Anathema mettendo Bad Girls di M.I.A. nelle cuffie.
Tralasciando poi che M.I.A. è molto più alternativa e sperimentale del 95% del metal e Lady Gaga scrive dei testi a cui le tormentate lyrics gotiche hanno solo di che lucidare le scarpe, ma questo è qualcosa di cui ci si rende conto abbandonando le pose intellettualoidi e accettando il valore della musica “mainstream”. Il problema è che il pop, specie l’electropop, è per lo più un genere schietto, che non si nasconde dietro grosse pretese. Per contro, il metal si configura come genere d’élite, per cui gli ascoltatori si ritengono una specie di adepti della verità, i soli che conoscono il vero valore dell’arte.
La cosa è ancora più evidente nel symphonic metal, che i fan ritengono essere il diretto discendente della musica classica e operistica. I più niubbi sono davvero convinti di ascoltare i nuovi Puccini e Vivaldi, con cantanti dall’impeccabile tecnica che si sperticano in vertiginosi vibrati su melodie raffinate e testi per nulla scontati (dimenticavo che nel comparto testuale sono i discendenti diretti dei grandi maestri del Romanticismo). Ovviamente, più orchestre e più cori ci sono, meglio è.
Beh, è su questa ignoranza diffusa che marciano le varie Tamarrja e Liv Kristine, ritrovandosi a cantare ingolate per un intero album e ricevere comunque mille lodi, per non parlare poi delle lyrics trite e ritrite già all’inizio dello scorso decennio. E dire che basta così poco, basta abbandonare la posa da connoisseur della musica “colta” per capire che non tutto ciò che si traveste da vintage ha valore e consistenza. Che a volte, il quotidiano ha molta più sostanza poiché concreto, figlio del mondo reale.

Monday, 4 November 2013

Lucca Comics and Games 2013

Gusti che mutano, vecchie abitudini che restano ma cambiano completamente significato.
Negli ultimi undici mesi non ho letto nemmeno un manga. Neanche uno, con tutto che sono usciti due volumi del nuovo di Kaori Yuki che dovrebbe stuzzicarmi già solo per i disegni. Eppure, anche quest’anno sono salito sul treno e, con tappa a Ferrara per recuperare la Nipota, sono arrivato di regionale in regionale fino a Lucca, pronto a farmi i soliti quattro giorni di Comics, solo che stavolta allo sbaraglio. L’anno scorso sono andato senza una vera idea di cosa cercare, ma almeno sono tornato con la serie completa di Sailor Moon, che ho divorato nelle due settimane successive, ma quest’anno non avevo proprio la minima idea di cosa stesse succedendo del mondo dell’editoria made in Japan, di quali fossero le ultime tendenze, di cosa cercare rovistando per ore e ore fra i volumetti nei vari stand. Come mai allora sono andato?
Beh, il motivo è presto detto: per intraprendere public relations. Ovvero, per trascorrere del tempo con quegli amici che vedo solo in quest’occasione, o con altri che vedo anche altrove ma mai abbastanza. Cinque giorni di delirio in casa con la solita compagnia, due incontri con persone che sento da anni ma non avevo mai visto prima, rimpatriate con altri che ho visto alle scorse edizioni del Comics, e ovviamente BriarRose, la Ari, e tutto il gruppo cosplay italiano di Games of Thrones.

A proposito di cosplay, quest’anno mi sono deciso e ho portato il mio primo: young Lucius Malfoy, assieme a BriarRose che portava young Bellatrix Lestrange. Parrucca biondo platino, lenti grigio-verdi, bacchetta alla mano e vestiti ripresi direttamene dal mio periodo goth-dandy. Nel complesso non sono neanche uscito male, anche se ho fatto un po’ da accessorio a Bellatrix, che è stata la vera star della coppia. Hair power, visto che la parrucca è sempre un po’ sgamo, mentre i capelli di Bellatrix erano 100% naturali. Comunque, abbiamo trascorso l’intero primo giorno a girare per le strade con aria snob, maledire i luridi Babbani, farci riconoscere da loro, farci fotografare, spararci le pose, e poi pure ad un workshop di fotografi che cercavano cosplayer su cui esercitarsi. Cosplay decisamente riuscito, e ho già richieste di riproporlo in gruppo con gli altri.

Il secondo giorno l’ho trascorso vagando di stand in stand – principalmente al Japan Palace – sbirciando un po’ le varie proposte e offerte, ed è stato l’unico in cui ho fatto acquisti: una maglietta con il dio giapponese del vento dai miei amici del Kingyo Sukui Italia, il quarto numero di Crimson Spell della Yamane (ed era anche ora, mi sono dovuto far riassumere la storia precedente dalla Nipota perché avevo del tutto perso il filo), e Squillo, il gioco di carte di Immanuel Casto, il quale mi ha anche autografato la confezione. Buona parte del pomeriggio, però, l’ho passata a litigare alacremente col mio cellulare che non telefonava per via delle linee intasate, e non voleva nemmeno ricevere i messaggi perché diceva che la memoria di archiviazione era piena (nonostante avessi praticamente cancellato tutto il cancellabile). Alla fine, dopo mille peripezie, sono riuscito a incontrarmi con Luna Sleepingliar, la customizzatrice e donatrice di Ludwig, con la quale tutti i precedenti tentativi di incontro quando andavo a Milano sono tragicamente naufragati. Beh, se non altro stavolta siamo stati più testardi del fato avverso e delle compagnie telefoniche, era anche ora. Tralasciamo poi l’epic fail per il quale mi sono perso per i vicoli del centro mentre accompagnavo lei e i suoi amici al Despar per fare un po’ di spesa, ma se non altro ho imparato dove diamine si trova e non sbaglierò mai più.

Il terzo giorno sono stato letteralmente fagocitato dal lavoro: una parte del gruppo cosplay di GoT ha cambiato momentaneamente soggetto e portato le principesse Disney in versione Claire Hummel, ovvero con i costumi storicamente accurati; io sono stato prezzolato come fotografo ufficiale su raccomandazione di BriarRose, che faceva Pocahontas, così sono stato la loro ombra. Grazie a una rocambolesca infiltrazione in una specie di workshop privato in un palazzo storico, ho fatto un po’ di foto alle ragazze e le ho poi seguite sulle mura e verso il palco, dove avrebbero partecipato alla gara di cosplay. L’idea era di documentare la loro esibizione e poi portarle a fare altre foto, ma le cose sono andate molto per le lunghe, ha diluviato a più riprese (e per fortuna eravamo al coperto), si è fatto buio e così ho fatto più il coscaddy che altro mentre aspettavo che si esibissero. L’esibizione è andata bene e la scenetta che avevano preparato era davvero carina, ma il presentatore è stato un perfetto deficiente, dimenticandosi di annunciarle al pubblico prima dell’esibizione (e d’accordo, la svista ci può stare), e commentando poi: “Un altro gruppo di principesse, ormai ce le propinano in tutte le salse. L’anno prossimo lo faranno uguale con Merida al posto di Pocahontas”, con conseguente attacco di manie omicide da parte mia e dei fidanzati delle altre principesse. Ciliegina sulla torta, la votazione e l’attesa per le premiazioni sono durate uno sproposito, e fa freddo, umido, stanchezza, parrucca da quattro chili e quant’altro, la nostra Rapunzel si è sentita male. Dato che ero l’unico munito di cellulare e sprovvisto di crinoline, mi sono offerto di accomapgnarla sull’ambulanza all’avamposto della Misericordia lucchese, e poi indietro fino all’ostello. Del resto, come si può abbandonare una principessa in difficoltà? Anche io ho un cuore, da quache parte.

E infine, il quarto giorno l’ho totalmente dedicato alle public relations, incontrando un po’ di amici sia casualmente, sia dopo giro di organizzazione via Facebook (che bello avere uno smartphone che ogni tanto funziona anche!) per fare due chiacchiere e visitare assieme qualche stand. Oh, e ho incontrato anche qualcuno che, anni fa, è stato vittima di infinite frecciate qui sul blog. E mentre giravo con la musica nelle orecchie ho anche avuto un’idea geniale per partecipare alla gara cosplay dell’anno prossimo con BriarRose, prendendo un soggetto ancora più banale delle Principesse Disney (presentatore, fottiti) e dandogli un tocco personale. Just wait, you bitches. L’unica delusione è stata scoprire che per fare bungee jumping dalla gru appositamente montata fuori le mura bisognava esibire la propria copia di Assassin’s Creed, di cui sinceramente fottesega, per cui quello è saltato.

E così, Lucca è finita. Su quattro giorni, ho visitato stand solo due (tre se contiamo il primo quando sono andato a trovare i ragazzi del Kingyo Sukui, ma non ho girato da nessun’altra parte), il terzo addirittura avrei potuto non fare il biglietto. Non ho aggiunto nulla di sostanziale alla mia collezione di manga e ho speso più in cibo che in altro (d’altro canto, ho macinato chilometri, avevo tutto il diritto di dedicarmi alla mia passione). Ma ho fatto delle ottime foto, ho finalmente rotto il ghiaccio con il mondo professionale della fotografia e, soprattutto, sono stato bene con un sacco di persone. È proprio vero che socializzare mi ricarica le batterie; peccato che buona parte dei miei amici sia sparsa per l’Italia.