Sunday, 4 February 2018

Care femministe

Poco più di una settimana fa, mi è quasi esplosa la testa quando ho letto che la CW ha ordinato il pilot di un reboot di Charmed (aka Streghe). Non tanto per il reboot in sé, che farò finta non esista esattamente come i fumetti della nona e decima stagione, quanto per la descrizione che ne ha fatto il network:
Questo reboot della serie originale, audace, divertente e femminista, è incentrato su tre sorelle in una città universitaria che scoprono di essere streghe. Fra eliminare demoni soprannaturali, distruggere il patriarcato e mantenere i legami famigliari, il lavoro di una strega non finisce mai.
Reboot “femminista”. Di Streghe. La serie che parla di tre donne dai poteri formidabili che vanno in giro a sconfiggere il male. La seconda più longeva con un cast principale interamente femminile, battuta per soli due episodi da Desperate Housewives. Diglielo tu, Holly Marie Combs:


Ma vabbè: Streghe è solo la serie tv con cui sono cresciuto. Ha avuto momenti buoni e momenti brutti, storyline ben scritte e altre fatte coi piedi, una CGI che per i tempi era ok ma oggi è terribile… capisco che, senza il valore personale aggiunto, non è un patrimonio artistico dell’umanità o un argomento particolarmente importante. Per cui,

parliamo di Waterhouse.


La notizia è questa: la Manchester Art Gallery ha (temporaneamente?) rimosso Hylas and the Nymphs dalla sua esposizione. A seconda delle fonti, in parte sarebbe perché le opere sono tante, lo spazio espositivo poco e urge una riorganizzazione, in parte per sfidare le “fantasie vittoriane” sul corpo femminile.
La mossa sarebbe quindi lungi dall’essere una censura come i primi resoconti allarmisti hanno riportato, ma, nelle parole della curatrice del museo, un “invito alla conversazione” su come il dipinto, sia in sé sia nel contesto in cui è esposto, si rapporti alle attuali sensibilità sociali, in particolare ai temi femministi. In sostanza, la galleria che ospita questo Waterhouse, intitolata “Pursuit of Beauty”, equarebbe questa “ricerca della bellezza” a un gusto voyeuristico per il corpo nudo femminile da parte degli artisti (e, per estensione, del pubblico), con le donne relegate o a decorazione passiva o a femme fatale. Hylas tornerà in esposizione, “we think, probably”, quando si troverà un modo per ricontestualizzarlo per non urtare la sensibilità contemporanea nell’epoca del #metoo (non trovo il quote specifico ma pare sia stato menzionato come influenza nella decisione). Nel frattempo, la “conversazione” dovrebbe svolgersi via post-it (attaccati nello spazio vuoto lasciato dal dipinto) e tweet da parte del pubblico.

Bene. Anzi, fantastico.
Anche volendo prendere per buono l’intento meramente provocatorio e non censorio dell’azione (che non giustifica, ad esempio, la rimozione delle cartoline dal negozio della galleria)… what the hell? Davvero le nostre preziose femministe si sentono disturbate da quattro paia di seni dipinti nel 1896 (gli altri tre non si vedono) tanto da rispondere con iniziative del genere? Davvero c’è bisogno di rimuovere un dipinto iconico per lanciare un messaggio? Perché francamente, ci vuole una colossale miopia per non saper già che a) l’arte è voyeuristica per definizione (sempre e comunque: è fatta per essere guardata e i soggetti ritratti, femminili, maschili o anche non umani, sono a uso e consumo dello spettatore) e b) che le opere sono prodotti del loro tempo e non sempre i valori corrispondono a quelli odierni?
Cioè, discutere di questi aspetti è utile ed estremamente interessante, ma va fatto con distacco e nell’assoluto rispetto delle opere in questione. Potenzialmente tutto è offensivo. La letteratura inglese, da Wilde alla Christie, è condita con abbondante antisemitismo: cos’è, gli Ebrei non sono capaci di farsi una ragione che i tempi erano diversi? Al cinema americano, sotto il codice Hays, era permesso rappresentare l’omosessualità solo sotto una luce negativa: davvero i gay non sono in grado di prenderne atto e soprassedere? E si può trovare un esempio per qualsiasi minoranza, dalle donne agli stranieri che oltre confine minoranza non sono. Francamente, più che offendermi, la dissonanza di questi valori mi rallegra: è la prova di quanto la società sia progredita, è una cosa buona.

Parlando della vicenda da una prospettiva antisessista, però, non posso fare a meno di ripensare al messaggio di American Horror Story: Cult, perché questa vicenda sembra uscita dritta da lì. Ricordate tutto il discorso su scegliere le proprie battaglie con pragmatismo, combatterle con metodi intelligenti, argomentarle in maniera oculata e non dimenticarsi di tutte le altre battaglie da combattere? Beh, ‘sta faccenda canna tutti, ma proprio tutti, questi punti.
1) Per chi non legge il comunicato della galleria (che sembra comunque un’enorme arrampicata sugli specchi), il messaggio che passa è che le femministe sono talmente ipersensibili da non tollerare nemmeno che un dipinto ritragga delle donne nude. In sostanza, “Come offrire il fianco alle critiche di chi vuole invalidare l’intero dibattito antisessista, corso base”, perché se una parte del discorso femminista si abbassa davvero a queste stronzate, diventa davvero difficile prendere sul serio anche il resto.
2) Lanciare una provocazione toccando un’opera d’arte d’immenso valore è controproducente. Dovendo scegliere fra sostenere la dignità artistica di Waterhouse o un piagnisteo femminista, scelgo Waterhouse tutta la vita. Questa mossa aliena automaticamente chiunque si interessi di storia dell’arte, senza sé e senza ma.
3) Hanno scelto il dipinto più sbagliato, visto che, essendo le ninfe al bagno, la nudità è perfettamente contestualizzata (oltre che rappresentata con estrema finezza). Sarebbe come criticare la Nascita di Venere di Botticelli: Venere non è nuda per un capriccio voyeuristico del pittore, è nata così. Ma non solo.
4) La cosa che mi ha davvero, davvero triggerato di questa faccenda è aver tirato in causa l’ormai onnipresente #metoo. Vogliamo parlare un secondo del mito di Ila, da cui è tratto il dipinto, mh? Premetto: infilare interpretazioni moderne nella mitologia greca è stupido perché la cultura greca e quella occidentale odierna sono profondamente diverse in molti campi, specie la visione di erotismo, sentimenti e rapporto di coppia eccetera. Detto ciò, Ila e le ninfe non è la solita storia del guardone che sorprende le giovani verginelle al bagno e se ne approfitta. Oh no: è un gruppo di squinzie arrapate che rapiscono, stuprano e affogano un ignaro ragazzino gay, che oltretutto ha una relazione stabile (al punto che Eracle abbandona gli Argonauti per il dolore della perdita del ragazzo). In questo scenario, il #metoo sarebbe Ila, non le ninfe.
Siamo sicuri di essere pronti ad avere un dibattito “femminista” intellettualmente onesto su questo? Perché sollevare un polverone per la nudità (giustificata) dei soggetti femminili perché è insensibile nel clima del #metoo, ma non menzionare nemmeno che l’opera in questione, tecnicamente, raffigura delle donne che stuprano un uomo è tunnel vision bella e buona.
(Con questo non voglio definire “problematico” il quadro perché tratta un tema delicato. Tutto sta nel contesto, ma credo che ne parlerò in un post a parte.)

In tutto ciò, cosa c’entra Streghe? Perché ne ho parlato in apertura di un post già lungo e pesante di suo?
Perché, ciliegina sulla torta, l’intera “conversazione” fa parte di un’installazione dell’artista/attivista Sonia Boyce. La rimozione del Waterhouse e l’affissione dei post-it sono state filmate e faranno parte della sua esibizione dal 23 marzo al 2 settembre 2018.
Aaaaah.
Tutto diventa chiaro. Perché se questo stunt è un disastro dal punto di vista del dibattito antisessista, di sicuro è stato un’ottima pubblicità per una tizia che, fino a ieri sera, non avevo mai sentito nominare. “Femminismo”, “patriarcato” e “#metoo” ormai sono comode etichette da attaccare sul pacchetto da promuovere per attirare l’attenzione.
Per certi versi è fisiologico e c’è poco da fare – anzi, come l’isteria collettiva sui diritti LGBT di un paio d’anni fa, se ne può approfittare per avanzare la causa. La cosa preoccupante, però, è il tipo di “femminismo” che si usa come stunt pubblicitario. È quello rabbioso, superficiale, ipersensibile, miope ed estremo. Quello sente solo l’urlo “al patriarcato” senza soffermarsi sulle sfumature. Quello che non riesce a capire il contesto delle cose dette e fatte dagli altri. Quello che si auto-valida, che è prestigioso in quanto tale, perché non accetta contestazioni (il #metoo sta viaggiando in quella direzione). Quello che i reazionari possono facilmente sfruttare per rappresentare il movimento nel complesso come una manica di fanatiche mestruate che non sanno orientarsi fuori dalla cucina, la cui opinione non conta oggettivamente perché per loro tutto è un attacco personale, e la cui azione è distruttiva piuttosto che costruttiva e va quindi repressa.
Forse è il caso, amiche femministe, che prendiate da parte queste colleghe e facciate loro un discorsetto: non è mettendo Waterhouse in magazzino, o facendo uccidere José da Carmen (perché uccidere un uomo è meno grave che uccidere una donna!), o implicando che non è femminismo se non si distrugge un nemico, che si contribuisce alla causa. E no, non basta dire “quello non è femminismo”, perché chi lo decide? Anche dal punto di vista di un estremista, il moderato non è un “vero” sostenitore.
Anche quello è femminismo, ed è un problema interno al movimento che va affrontato. Dissentite. Tracciate una linea netta fra la lotta per la parità e la caccia agli stregoni. Insinuate il dubbio su chi sostiene che non pensarla come loro equivalga a tradire la causa. Dite in chiaro che le critiche esterne non sono automaticamente il patriarcato che trema e cerca di screditarvi, ma possono essere spunti di riflessione. Insistete che non tutto è strumentalizzabile per la causa e le forzature fanno solo danno.
E ricordate – anzi, ricordiamo tutti – che il passato è lì per insegnare, ma si impara poco relegandolo in cantina.

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