Monday, 9 August 2021

Lucciole

A volte mi capita di ascoltare – o anche solo ripensare a – una canzone dell’inizio dello scorso decennio e sentire un dolore al cuore. Fisicamente, proprio un secondo in cui sembra che si sia fermato all’improvviso o sia scoppiato. Mi manca il respiro e devo lottare per espandere i polmoni, inalare l’ossigeno e sopravviere a quel momento. Il più delle volte passa subito, ma altre, come oggi, anche se il malessere fisico si dissipa rimane quello interiore, quello che ne è la reale causa.

Fra l’altro, è stato un rabbit hole a scatenarmelo: ho appena finito l’ascolto approfondito del nuovo album di Rag’n’Bone Man, quello in cui controllo e correggo i testi per inserirli nei file iTunes, e sulle prime non è nemmeno stato il tema ricorrente del Millennial che si accorge improvvisamente di aver superato i trenta e si chiede che fine abbia fatto la giovinezza a colpirmi. È che mi sono accorto che c’erano delle imprecisioni o veri e propri errori nei testi, così ho cercato un’altra fonte e sono andato a ritroso leggendoli parallelamente e correggendoli fino a tornare alla prima canzone, Fireflies. Da lì ho fatto l’associazione mentale a Baltimore’s Fireflies di Woodkid, e poi alla sua compagna di EP, Brooklyn. E Brooklyn, che stando a iTunes non ascolto da sei anni, la associo a un certo photoshoot di Kwannam Chu con una certa persona che si è ritirata dal mondo della fotografia, e niente, improvvisamente mi ha travolto tutto il peso degli anni che sono passati, delle occasioni che non ho inseguito, delle foto che non farò mai perché non visiterò mai quei luoghi e non incontrerò mai quelle persone.

La cosa più strana è che non ero per niente felice, all’inizio degli Anni Dieci. Era il periodo in cui la mia carriera universitaria e, con essa, le certezze che avevo sulla mia vita stavano cadendo a pezzi. Ero perso, confuso, perennemente in fuga da me stesso e dalla mia vita. Eppure, ora ci ripenso con nostalgia. Ora ricordo i week end a Milano, la pop culture su internet, le serate in discoteca, lo shopping, le foto che ho fatto, le persone che incontravo.
Non so se sia il tempo che erode sempre i momenti brutti e lascia i ricordi migliori, o se sia un oggettivo peggioramento del mio stato mentale, tanto che perfino quel periodo risulta felice rispetto a come sto ora. O forse, tutto sommato, quegli anni davvero non erano poi così male: ad esempio, tolta la musica e pochi specifici ricordi sparsi qua e là, gli Anni Duemila sono un enorme vuoto nella mia vita e non ho la minima nostalgia per la mia adolescenza.

In ogni caso, oggi mi ero già svegliato malmostoso, e ora questo momento di nostalgia, di dolore fisico per qualcosa che ormai è scivolato irrimediabilmente nel passato mi ha dato il colpo di grazia. Dovrei riprendere ad ascoltare Brooklyn in modo da stemperare l’associazione con quel periodo e diluirne l’impatto emotivo. È un po’ lo stesso motivo per cui rivedere certe foto dei primi tempi del mio Tumblr mi emoziona e ferisce a tempo stesso.

Monday, 2 August 2021

Questione di fisica

Sorprendentemente, a me il fai da te piace. È una di quelle attività che sono estremamente riluttante a iniziare e rimando, rimando, rimando a più non posso, ma quando finalmente mi decido non solo ottengo buoni risultati, ma mi ci diverto pure. Trapano, martello, cacciavite, pinza sono tutti strumenti che so tenere in mano e usare senza problemi. E ne vado pure orgoglioso, probabilmente perché Il Guasto non è invece particolarmente bravo in questo, e saper fare meglio di lui qualcosa che, stereotipicamente, sarebbe più nelle sue corde mi dà soddisfazione a prescindere.
E poi c'è anche l'orgoglio di quando si presenta un qualche problema e io mi scopro in grado di risolverlo ragionandoci sopra e applicando le conoscenze apparentemente randomiche che ho in testa.

Case in point: oggi ho preso in mano il trapano per appendere diversi oggetti in giro per casa: attaccapanni in corridoio e in bagno, una mensolina in plastica nella doccia per tenere su shampoo e saponi vari, e poi la sbarra con i ganci per appendere gli utensili da cucina più grossi (mestoli, schiumarole eccetera). Nulla di particolarmente impegnativo, tranne che per l'intervento in cucina, visto che era sulle piastrelle. Tecnicamente lo era anche quello nella doccia, ma lì ho potuto trapanare sulla fuga e cavarmela così.
In cucina, invece, sulle prime ho avuto difficoltà a lavorare perché, in primo luogo, per uno dei buchi ero proprio all'angolo con le conseguenti difficoltà di manovra, e poi perché la mattonella è scivolosa e dura da scalfire.
Quando poi ho postato su Instagram in molti mi hanno suggerito la soluzione in questi casi: un pezzetto di nastro isolante che fa attrito e tiene la punta ferma, e passa la paura. Non avendoci pensato, invece, ho ripescato le mie conoscenze di fisica dal liceo: a parità di lavoro, minore è la superficie su cui ci si concentra e maggiore è la forza che vi si applica. Quindi ho sostituito la punta del trapano con una più piccola che, senza difficoltà, ha prima sbeccato e poi forato la piastrella, dandomi la traccia per intervenire con la punta delle dimensioni adatte alle viti. E voilà, in men che non si dica i tasselli sono entrati nel muro, ho avvitato la barra al suo posto e la cucina è diventata ancora più funzionale.

Sono cose sciocche di cui inorgoglirsi? Forse, anche perché parte di me si sente così in risposta agli stereotipi che solitamente si hanno dei gay (quando cerco di avere un rapporto neutro nei loro confronti: è valido sia distaccarsene, sia abbracciarli, sia zigzagare la cosa). Forse perché, mentre Il Guasto lasciava i quadri appoggiati a terra per mesi prima di prendere in mano il martello (e la Mater non lo faceva lei stessa per pura testardaggine), mi fa sempre piacere one-upparlo. Forse perché prendere il trapano e bucare il muro (a maggior ragione le piastrelle!) è una sfida alla mia ansia paralizzante da perfezionismo, perché sembra qualcosa di irreparabile che se a storto è un casino, mentre poi ho le abilità per mettere i tasselli perfettamente dritti e ricordarmelo a lavoro fatto è una bella sensazione.
Però è bello riuscire a fare queste cose, specie quando si applicano le proprie conoscenze teoriche che, nel sentire comune, sono spesso contrapposte alla manualità.

Tuesday, 27 July 2021

Little Dark things


 
Ieri notte prima di addormentarmi ho tirato fuori l’iPod e ho messo su Goodbye di Apparat e Soap&Skin. Lo faccio abbastanza spesso, è un bel modo per accoccolarmi nell’oscurità e lasciarmi sprofondare verso l’incoscienza mentre le medicine fanno effetto.
Mentre dormo camera mia è sempre il più buia possibile: l’avvolgibile è abbassata al massimo in modo che non ci sia nemmeno una fila di fori, la tenda è tirata, ho oscurato con della stoffa nera i led del condizionatore. Perfino la porta, che ha un pannello di vetro, è coperta da una tendina scura.

Ecco, nonostante il vetro coperto, mentre la canzone stava finendo è scoccato un fulmine talmente forte che il lampo si è visto anche in camera mia. E sul fade out è arrivato il rumore del tuono, proprio come sul finire della sigla della prima stagione di Dark.
E niente, è stato bellissimo. È stato semplicemente bellissimo, una di quelle piccole cose che restituiscono quel senso di mistero e armonia al mondo circostante. Una piccola boccata d’aria in un momento in cui tutte le notizie che arrivano alimentano un senso di malessere e uccidono la speranza per il futuro.
Probabilmente, è anche un segno che dovrei fare il bel rewatch di Dark che sono tentato di fare da mesi. Ma per ora voglio semplicemente conservare questo piccolo momento nei miei ricordi aiutandomi col blog.

Saturday, 17 July 2021

Una notte con Miss Rona

Alla fine, gli Hunger Games di ieri mattina sono stati miracolosamente resi sopportabili da un’inaspettata copertura nuvolosa che ha portato un gestibile fresco sulla città. Allo hub del Mariotti la disorganizzazione regnava sovrana e ho impiegato oltre un’ora per entrare – parte della quale ho trascorso seduto sotto il tendone, parte sotto quello che, in un’altra giornata, sarebbe stato il sole cocente perché a una certa il personale non si è coordinato bene e c’era più gente pronta a entrare di quanta potesse stare dentro la palestra e ci hanno tenuti in standby sugli spalti di cemento.
Oh, e in tutto questo mi era anche venuta una colite dal nervoso e quindi stavo scoppiando; quello sicuramente non era colpa della disorganizzazione, ma i rallentamenti non hanno sicuramente aiutato.
 
Il peggio, comunque, è arrivato molto, molto dopo. Se il pomeriggio me la sono cavata relativamente a buon mercato, dormicchiando un po’ e leggiucchiando su Wikipedia per il resto del tempo. Ho fatto giusto in tempo a terminare l’articolo sul Castello di Asburgo in cui ero finito seguendo il rabbit hole, che verso mezzanotte, puntuale come un orologio, è arrivato il malessere. Ma roba che letteralmente tremavo per i brividi e sono dovuto andare a ripescare il pigiama pesante e il plaid dall’armadio nonostante le temperature estive tipiche del Merilend.
La tachipirina che ho preso è durata sì e no un’oretta, il tempo di fare qualche storia su Instagram, che il tremore è subito ricominciato.
Della notte in sé ricordo poco se non il carosello di freddo che nemmeno Snowpiercer e caldo infernale, brividi fortissimi e sudori incontrollati. Ma, soprattutto, il mio cuscino: a una certa, la febbre mi è salita oltre i trentotto e ho iniziato a delirare, convinto che il mio spostarmi da un punto all’altro del cuscino in cerca di fresco fossi io che andavo da una torre all’altra del Castello di Asburgo, con tanto di mappa che avevo visto su Wikipedia.
Giuro, ho questo ricordo distinto, della mappa e di me che spostavo la testa da una torre all’altra.
 
E da qui, ho avuto con orrore la conferma di ciò che avevo già pensato: se già solo il vaccino mi fa stare così male, non oso immaginare la malattia in sé. Almeno ho la speranza che massimo domani sarà tutto passato, mentre stare settimane e settimane peggio di così sarebbe orribile. E su questo che, raccontando i sintomi, ho martellato nelle storie di Instagram: stare così male per qualche ora è un piccolo prezzo da pagare per non prolungare quest’agonia chissà per quanto.

Oggi sono per lo più spossato e nauseato; ho mangiato poco e a fatica, e ora, dopo un pomeriggio piuttosto vegetativo, ho abbastanza presenza intellettuale da buttare giù questo resoconto della mia notte di passione folle con Miss Rona fra le stanze del Castello di Asburgo.
Delirare è stranissimo.
Speriamo che passi entro breve.

Thursday, 15 July 2021

Abbandonato

Parliamoci chiaro: la pandemia è stressante già di suo. È inevitabile, è un evento traumatico per tutta la collettività, non c’è modo di evitarlo. Puntare il dito e cercare colpe, prendersela col Governo o con questa o quella istituzione, è un tentativo comprensibile di razionalizzare qualcosa che sfugge a ogni controllo ma resta, alla fin fine, un esercizio di futilità. Le cose stanno succedendo, nessuno ne ha colpa, al massimo si può tentare di metterci una pezza.

Però.

Come la si mette, ‘sta pezza, è un altro discorso: lì colpe e colpevoli si possono trovare eccome, e molto di quello stress da pandemia sarebbe perfettamente evitabile.
Ad esempio, con delle istituzioni efficienti potrei risparmiarmi almeno lo stress da vaccino. L’altra volta c’era il dubbio su cosa mi avrebbero inoculato, che mi sarei potuto risparmiare se l’assessore regionale alla sanità non se ne fosse fregato, di cosa fosse consigliato o sconsigliato per chi. A questo giro per forza mi rifaranno Pfizer, ma c’è il dubbio su quando, come e se riuscirò a rientrare nell’appuntamento.
Perché giustamente gli operatori sanitari, che sono esausti dopo un anno e mezzo di lavoro serrato, sono potuti andare in vacanza, e la risposta dell’amministrazione locale non è stata assumere dei sostituti, ma dimezzare le ore di attività dello hub. Con tutte le seconde dosi già prenotate e, in più, quelli che stanno capitolando e si stanno facendo la prima.
Il risultato sono file chilometriche, tutte assembrate sotto un miserrimo tendone nel bel mezzo del campo da calcio dello stadio locale, in attesa di entrare e aspettare l’iniezione. Appuntamenti che, dal pomeriggio, sono slittati alla mattina a chi prima arriva, con i numerini distribuiti tipo salumeria. E, da quel che si sente, il personale rimasto che è allo stremo delle forze.

E in tutto ciò ci sono io, privato cittadino, che fra poco più di ventiquattr’ore dovrò andare ad affrontare tutto quello, mi sento completamente abbandonato dalle mie istituzioni locali. In un momento di stress già enorme, ecco che vanno ad aggiungerne dell’altro per mancanza di organizzazione e soldi, ma intanto marciano in tv e sui giornali locali a raccontare di come, dopo un “fisiologico” periodo di adattamento, le cose ora siano supercalifragilistichespiralidose.
Ma finché la faccia è salva, chissenefrega di quello che le persone passano realmente, chissenefrega che il sistema non sia più efficiente come era prima, o che buttando tutti assieme così come in fila dal macellaio il rischio di immunizzarsi non col vaccino ms beccandosi il virus in mezzo agli Hunger Games cresca esponenzialmente.

Thursday, 24 June 2021

Perdonami, Britney

Sono sempre stato troppo cool per Britney Spears.
Fossi stato una ragazza, da adolescente avrei avuto un caso terminale di not like the other girls, e questo ovviamente comprendeva il prendermi troppo sul serio per non ignorare completamente il mondo del pop e il suo gossip. Voglio dire, ascoltavo gli Evanescence, io! Poi grazie a loro ho scoperto i Within Temptation, da lì sono entrato nel tunnel del metal, e il massimo di musica “leggera” che mi concedevo erano i Delerium, di cui comunque preferivo album e canzoni più epici, corali e mistici, mentre non gradivo particolarmente il “troppo pop” Chimera.
Col mondo del pop ovviamente avevo dei riluttanti contatti – YouTube non c’era ancora, quindi dovevo passare i pomeriggi con MTV in sottofondo ai compiti (se e quando li facevo) in attesa che passassero gli Evanescence in mezzo a tutta quella “spazzatura”. Poi ok, avevo un debole per Kylie Minogue e Gwen Stefani, ma non lo davo a vedere, così come avevo messo da parte i CD di Alizée, Avril Lavigne o le Sugababes (anche se nel loro caso era stato il cambio di line up a farmi disinteressare).
Intorno al 2006, poi, il mio pool musicale “serio” si era ampliato con The Open Door e i Delain, poi sono arrivati i The Gathering, col risultato che nel 2007 vivevo largamente nella mia bolla, dove arrivavano a malapena echi lontane del meltdown di Britney Spears.

Con questo, però, non voglio dichiararmi innocente dell’aver contribuito al male collettivo che è stato fatto a Britney. Magari ancora non frequentavo assiduamente internet e non l’ho fatto pubblicamente, ma in privato ai tempi di Toxic le ho fatto tantissimo slutshaming, perché non concepivo che lei fosse famosa solo perché metteva i costumini succinti mentre le vere cantanti, quelle che hanno la voce e si scrivono le canzoni da sole, non lo erano. Chiaramente era tutta questione di sex appeal, che disdicevole! Anzi, lo dicevo pure in russo: “Бритни Спирс это блядь”. Va’ là, che campione della vera musica.
Col senno di poi me ne vergogno molto. Alla fine la mia era solo invidia perché i miei musicisti preferiti non avevano la visibilità e le possibilità di Britney – avrei fatto meglio a fare le mie cose e non pensare proprio a lei, se non mi piaceva.

Fra l’altro, erano gli Anni Duemila e io ero un adolescente: le guerre tra sottoculture erano una cosa reale. Ero “fuori di testa ma diverso da loro” quindici anni prima dei Måneskin, non potevo concepire che “il pop”, ovvero “il mainstream” potesse non essere “il nemico”. Nel 2007 rimasi shockato quando Amy Lee intervenne su EvThreads per condannare un videoclip che un fan aveva fatto montando immagini e video del meltdown di Britney su Everybody’s Fool, ed esprimere solidarietà e sostegno alla collega. Ma come, pensai, Amy era nella posizione di lanciare il “te l’avevo detto” più grande della storia, eppure si mostrava così compassionevole? Fu quello uno delle prime crepe che si aprirono nel mio estremismo musicale, se non ancora ad ascoltare le popstar quantomeno a riconoscere perfino quelle che non mi piacevano come, beh, esseri umani. Esseri umani che non se l’erano cercata, se i paparazzi davano loro la caccia.
Per inciso, Everybody’s Fool è una canzone che parla dello stardom in generale, di quanto distruttivo e ingannevole sia, ma è impossibile non farsi venire in mente un paio di nomi. Anche se l’intento non era di fare slutshaming ma, piuttosto, far capire alle sorelline minori di Amy che lo stardom pop non era genuino sotto tutto il glitter, mi chiedo cosa ne pensi Amy adesso.

In ogni caso, pian piano mi sono dato all’eclettismo musicale, ho imparato a riconoscere che anche nel pop c’è del buono e, col tempo, ho anche acquisito una certa dose di rispetto e simpatia per Britney. Non è una brava cantante, non è (più) chissà che ballerina, ma è pursempre un’icona. È innegabile l’impronta che, costruita a tavolino o no, in playback o no, per meriti non solo suoi o no, ha lasciato sul mondo del pop. E poi, come ebbi già modo di scrivere, apprezzo che non si prenda troppo sul serio e scherzi anche sulle proprie carenze artistiche. Ho persino sei sue canzoni – sei! – sull’iPod, pensate un po’ (paragonate al gran totale di una sola di Laña, ad esempio).
Ed è proprio per questo che, nel giorno in cui è emersa l’inequivocabile verità sullo stato in cui verte la sua vita da quando è sotto la custodia del padre, non posso non sentirmi in colpa per come anch’io ho partecipato al circo perverso che è risultato nel meltdown che l’ha relegata in questa situazione.
 
Certo, posso dirmi di non essere, se non altro, colpevole di aver consumato avidamente e, quindi, foraggiato tutti quei siti e giornali scandalistici che, per fare profitto sulla sua caduta, finivano inevitabilmente per peggiorare la situazione. Non ho cercato maniacalmente le notizie, non ho pagato direttamente né fornito click a quelle pubblicazioni perché, semplicemente, Britney Spears era un argomento troppo al di sotto di me. In un certo senso, la mia arroganza mi ha salvato dall’avere una coscienza ancora più sporca… ma è anche il motivo per cui, in quegli anni, non mi sono mai soffermato a considerare Britney un essere umano e provare empatia nei suoi confronti. Era la sgualdrina che rubava la scena ai miei musicisti, come si permetteva?
E sì, era ormai il 2014, erano passati sette anni, ma ricordo che avevo riso letteralmente fino alle lacrime giocando a 2048 edizione Neyde, in cui ogni nuova mattonella mostrava una Britney sempre più pazza. Giuro, non riuscivo a smettere di giocare né di ridere. Ed è stata una cosa molto crudele che ora rimpiango.

Per cui no, non voglio saltare sul carro del #FreeBritney facendo finta di non aver colpa. Oggettivamene, ne ho meno di molti altri e posso dire di non aver mai mangiato dalle mani di Perez Hilton e quella gentaglia. Ma le ho comunque dato immeritatamente della troia, ho riso di lei e, in generale, ho ignorato la sua umanità. Quando è scappata a Las Vegas per un matrimonio durato quarantott’ore, ho disapprovato la sua superficialità invece che chiedermi se ci fosse un motivo perché si comportava così. Quando l’hanno fatta a pezzi per quella performace sottotono agli MTV Video Music Awards, sapevo che era probabilmente sotto ansiolitici e antidepressivi, ma non ho detto nulla di quanto fosse ingiusto deriderla.
Non so se sia troppo tardi per dire che trovo orribile che sia stata prigioniera di una custodia del genere per tutti questi anni. Non so se sia ipocrita farlo ora, dopo aver fatto parte del rumore di fondo che l’ha fatta crollare, anche se solo nel mio privato. Non so se la vera ragione perché siamo tutti così interessati alle sue vicissitudini giudiziarie è perché speriamo che un lieto fine lavi la nostra coscienza collettiva del male che le abbiamo fatto allora, e che ha continuato a ricevere per tutti questi anni come diretta conseguenza.
In ogni caso, a prescindere da quelle che sono le mie opinioni sulla sua musica, mi dispiace che abbia sofferto, e mi vergogno per il contributo che ho dato. Perdonami, Britney, per non essermi fermato prima a riflettere sull’unica cosa che davvero contava:
Leave Britney alone.
She’s a human
.”

Tuesday, 22 June 2021

Sbattezzo

Oggi ho scaricato e stampato il modulo per lo sbattezzo; domani andrò a spedire la raccomandata. Modulo e istruzioni si trovano comodamente su questa pagina del sito dell’UAAR, l’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti.
Non l’avevo fatto prima un po’ per pigrizia, un po’ per dimenticanza, un po’ perché non cancella né il fatto che io sia stato battezzato senza poter obiettare, né l’irrilevanza che questo battesimo ha poi avuto nella mia vita. Una parte di me lo riteneva un gesto superfluo, forse un po’ infantile, come bloccare qualcuno dopo che smetti di frequentarlo, o forse addirittura una resa, un mio riconoscere che questo battesimo mai cercato un qualche segno l’ha lasciato, sulla mia vita, se lo riconosco il tanto da volerlo “disfare”.
Ma se, arrivati al 2021, la Chiesa punta ancora i piedi e pretende di interferire con la vita istituzionale del mio Paese sventolando un concordato stretto quasi un secolo fa con letteralmente il governo fascista, la cosa smette di essere irrilevante. Richiedere lo sbattezzo non cambierà nulla nella mia vita quotidiana, non cambierà che in una chiesa (l’edificio) ci metto piede solo da appassionato di storia dell’arte, ma voglio prendere anche formalmente le distanze dalla Chiesa, rescindere ogni legame anche solo puramente ipotetico con un’istituzione che va contro ogni insegnamento della figura che finge di venerare.

A prescindere da quanti cavalli io abbia in questa corsa specifica, è inaccettabile che la Santa Sede anche solo pensi di potersi permettere di interferire nella legiferazione di uno Stato sovrano e laico. A maggior ragione quando si tratta di diritti umani.
Normalmente non faccio proselitismo, non ficco più il naso nella religiosità altrui, non ne giudico le scelte di vita, ma a questo giro devo dirlo: IO MI SBATTEZZO; FATELO ANCHE VOI. Se già non frequentate la chiesa, se già siete indifferenti, se già credete ma siete consapevoli che, dovesse anche esistere, Dio non è quest’entità maligna che perpetra l’oppressione, se già siete passati a qualche altra religione ma non avete ancora espletato questa formalità, scaricatevi il modulo, stampatelo, compilatelo e speditelo alla parrocchia di riferimento.
Non è una questione di fede o spiritualità – quelle, se le avete, non spariranno con un pezzo di carta. È una questione meramente politica: un’improvvisa ondata di richieste di sbattezzo sarebbe un segnale preciso che no, Santa Sede, il mio Paese non si tocca. Giù le mani. Ed è raro che mi salga il pattriotismo, ma a questo giro non posso fare altrimenti: il tempo e i soldi che spreco a spedire una raccomandata non sono nulla di fronte a vedere la mia dignità di cittadino laico di uno Stato laico calpestata così da un’istituzione che chiaramente ha dimenticato che ci sono certi limiti che non può più permettersi di oltrepassare.

Friday, 18 June 2021

R.I.P. Geco

Not me che sto per piangere per il piccolo geco morto che ho appena trovato sotto il letto.
Stavo passando il mocio e ho visto quello che mi era sembrato uno strano batuffolo di polvere impigliato; invece era un piccolissimo geco stecchito, già praticamente mummificato, con le orbite vuote e tutte le ditina ragomitolate.
E niente, poveretto, mi ha fatto una tenerezza infinita. Stavo per mettermi a piangere ma fortunatamente è arrivata Katia (chi altro?) in mio soccorso con la cosa più wholesome e tenera che potesse scrivermi:
“Nuuu, non piangere! Magari è venuto a morire sotto il tuo lettino perché era la sua ora e sapeva di essere al sicuro. :* È venuto lì per portarti fortuna! Seppelliscilo, così torna alla terra :*”

E niente, da lì mi è venuto davvero l’occhietto lucido, ma per la commozione. Ho deciso che ha ragione: domani, quando ci sarà più luce, lo metterò su un foglio bianco e gli farò qualche foto professionale, in modo da poterlo poi includere in qualche lavoro. Insomma, in modo che non sia dimenticato ma resti qualche traccia di lui.

In tutto questo, per qualche motivo mi è tornato un bruttissimo episodio di un paio d’anni fa: era sera, stava diluviando fortissimo e, tornando di corsa a casa con la Mater, avevamo visto un gatto che era stato investito ed era rimasto in agonia sull’asfalto. Quella volta mi ero sentito tremendamente impotente, perché non c’era nulla, nulla che potessi fare: non potevo guarirlo, ovvio, ma nemmeno lenire le sue sofferenze; non potevo tenere l’ombrello o qualcosa di simile per ripararlo dalla pioggia (le macchine continuavano a passare), non potevo nemmeno rimanere lì con lui fino all’ultimo come avevo con Murka e non lasciarlo da solo, al freddo e bagnato nei suoi ultimi momenti. Non era giusto.
Forse è per questo che l’immagine che ha evocato Katia mi ha aiutato subito, perché ha ribaltato quelle circostanze: non è stato, che so, il geco che è rimasto impigliato lì ed è lentamente morto di fame senza che me ne accorgessi e potessi salvarlo. E sto anche cercando di convincermene razionalmente dicendo che, se così fosse stato, l’avrei notato, visto che di recente avevo spostato letto e materasso per fare le pulizie.
E quindi niente. Per ora il geco rimane qui, domani tornerà alla natura ma rimarrà nel regno della creatività. Un piccolo pianto me lo sono fatto, ma forse ne avevo bisogno per stare un po’ meglio in generale.
R.I.P. Geco. Spero che i tuoi ultimi momenti siano stati sereni.

Thursday, 10 June 2021

Imminentemente vaccinando

Sono le 3:27 del mattino. Ho appena finito di assistere la Mater che, disidratata, ha avuto un fortissimo crampo alla gamba che non riusciva a farsi passare. Vi è soggetta, purtroppo, specie quando non beve abbastanza; stanotte ha bevuto come un cammello, ma la febbre da coronavirus (beh, da vaccino) le ha riarso tutto e conseguentemente massacrato la gamba.
Che insomma, escludendo il crampo in sé, febbre, brividi, spossatezza, malessere e arsura sono una buona notizia: significa che il vaccino sta funzionando e il corpo sta reagendo come deve. Alla prima dose se l’era cavata relativamente a buon mercato, adesso è la seconda a farla penare; anche questo è normale, in molti raccontano che una delle due è una mazzata, l’altra più gestibile – c’è solo da vedere quale sarà quale.
 
Ora, si potrebbe pensare che vivere tutto questo la notte prima di fare il mio, di vaccino, mi abbia scoraggiato, ma no. Anzi, al contrario: questo minuscolo assaggio di come sia stare accanto a qualcuno col coronavirus è stato abbastanza spaventoso e mi ha convinto ancora di più che sia il caso di fare il vaccino ASAP.
Certo, non è che sono entusiasta all’idea di pupparmi tutti i sintomi. La mia stupida mente animale cova inevitabilmente l’istinto che la certezza di avere i sintomi domani sia peggio della possibilità di scamparmi il contagio e non averli affatto. Ma ho anche la razionalità per prendere le mie decisioni sulla base, per quanto controintuitiva, che la certezza che questi sintomi siano controllati e notevolmente ridotti è molto meglio della possibilità di prendermi la malattia vera e propria. L’importante è esserne consapevoli e sapere che in certe situazioni bisogna lottare contro l’istinto di conservazione per conservarsi davvero.

Per inciso, non sono sicuro di che area di questo spettro ricopra la decisione di aver spuntato solo Pfizer e Moderna sul modulo del consenso alla vaccinazione. Forse in questo caso è la certezza di essermi davvero rotto le palle della gente: è un anno e tre mesi che cerco di ridurre al minimo le uscite, che seguo le regole, che indosso sempre la mascherina in pubblico, che non vedo i miei amici di Trieste, che le uscite che ho fatto in ristoranti o bar si contano sulle dita di una sola mano. Io i sacrifici li ho fatti, molti altri no: a questo punto, direi che i vaccini più sicuri me li sono meritati, che se lo puppino i bambocci assembrati in Piazza dei Mercati, AstraZeneca.
Ho sempre un po’ paura di ritrovarmi al livello dei no vax ogni volta che, in privato, esprimo scetticismo su AstraZeneneca – pardon, VaxZevria, ché il rebranding fa meno paura. Ma esistono studi preliminari che sembrano indicare che non sia solo isteria di massa e il problema delle trombosi sia effettivamente dovuto a un difetto di formulazione dei vaccini con adenovirus. Sì, certo, è tutto ancora in aria e si aspetta una peer review ma, visto che l’alternativa c’è, vivo molto meglio senza quell’una possibilità sul cavolo di milioni che volete di avere la botta di sfortuna. Anche perché, lo ribadisco, i sacrifici per non peggiorare la situazione li sto facendo dallo scorso marzo, io. Mi fa sorridere che le regioni ora si stiano rimbalzando le dosi inutilizzate tra più e meno ricche, neanche fossero le brioscine scadute che si mandavano in Africa negli Anni Novanta, ma non è mia responsabilità risolvere questo problema. Preferisco essere fabulous con una dose di Beyontéc.

In tutto ciò, ho deciso di inaugurare un nuovo tag, Corona Chronicles, in cui ho retroattivamente infilato tutti i post relativi alla pandemia, così che, se fra qualche anno vorrò rimmergermi in questo macello, avrò una comoda antologia a portata di click. Ora è il caso che vada a dormire: mi sono prenotato per il turno pomeridiano apposta per non aggiungere l’ansia di dovermi svegliare presto a quella di fare il gran passo, ma ciò non significa che debba vanificare tutto con una notte in bianco.

Monday, 7 June 2021

Burst the bubble

Mercoledì vaccinano la Mater con la seconda dose di Moderna. Giovedì vaccineranno me con la prima dose di non si sa ancora cosa. As in, questo giovedì. Ho appena realizzato quanto imminente sia e, ovviamente, sto avendo un attacco d’ansia.
 
Riflettendoci sopra per provare a demistificarlo, di primo acchito mi verrebbe da dire che sia dovuto al mio terrore per gli aghi o all’incognita di come saranno per me i sintomi per le poche ore successive. Quando dovevano fare la prima dose alla Mater ci siamo preparati come se sarebbe stata male per settimane con pulizie generali, spesa grossa, provviste e chissà cosa, poi è stata così così circa una trentina di ore e mi ha addirittura aiutato a pulire dietro gli idraulici. Come la prenderò io è una bella domanda ma, per quanto l’incertezza sia sgradevole, so che non sarà nulla di debilitante.
Penso però che il vero motivo della mia ansia sia il fatto che mi ero dato il vaccino come termine ultimo per bivaccare in questa bolla di sospensione dalla vita reale. Non riesco ancora a immaginare come possa essere il “dopo”: tornare a socializzare, riprendere in mano la mia vita a Trieste, tornare a occuparmi della quotidianità in toto, poter attuare i piani per ora vaghi di incontrare persone lontane… Certo, continuerò a fingermi non vaccinato per dodgeare le attenzioni indesiderate sulle app di dating, ad esempio, ma con le persone che contano davvero le comode scuse per stare chiuso in casa o, al massimo, uscire solo quando ne ho davvero voglia scompariranno. Il distanziamento sociale (leggi: rispetto del mio spazio personale) scomparirà. Ma soprattutto, se ripenso al 2019, stavo facendo un tale pessimo lavoro a essere un adulto funzionale, capace di tenere le fila di casa, cucinare, fare la spesa, non campare sempre d’asporto, pulire e quant’altro che ho il terrore di tornare a quei livelli una volta per conto mio e fuori dal nido.

D’altro canto, nulla di tutto ciò è ancora davvero imminente. Dovrà passare un mesetto prima della seconda dose, più altre due settimane per essere sicuro dell’immunizzazione, e comunque ormai l’estate me la passo qui con il condizionatore piuttosto che tornare all’afa triestina. Il “dopo” non è imminente – non del tutto, per lo meno. Per cui penso che calmerò i nervi stampando e compilando moduli e contromoduli, che è l’unica cosa su cui in questo momento ho controllo, e cercherò di spegnere il cervello per i prossimi due giorni e mezzo. Un demone alla volta: prima la prima dose, poi la seconda, poi la mia vita da immunizzato in un mondo sempre più post-covid.